Cartoni e fumetti in Giappone

Le Olimpiadi sono una faccenda per nazioni, con le eccezioni dei russi buoni e dei rifugiati, ma la crono maschile di ieri sembrava una gara tra team, vinta nettamente dalla Jumbo con l’oro di Roglic e l’argento di Dumoulin più il sesto posto di Van Aert, mentre per la Ineos è arrivato il bronzo di Dennis, il quinto posto di Ganna e più indietro Porte, Gerainthomas che però non è caduto e Coso Hart che si fa sempre più fatica a credere che abbia vinto un Giro. Ma, purtroppo per Filippone Ganna, era davvero una faccenda di nazionali, e come Mennea che correva 100 200 4×100 e pure 4×400, lui troppo forte in un movimento mediocre è chiamato a impegni diversi e deve sostenere sulle sue spalle la baracca italiana. Però in gara era insolitamente scomposto e saliva e scendeva dal sellino, dipenderà forse dal fatto che in questi ultimi tempi ha avuto a che fare più con i tecnici nazionali? In attesa di vedere come andrà in pista, cittì vari e presidenti federali si dicono soddisfatti e peccato che l’arrampicata sportiva sugli specchi non sia specialità olimpica. Il vincitore Primoz Roglic sembra un personaggio da cartoni animati, ma nella patria degli anime sembra piuttosto uno di quelli di Looney Tunes, tipo Wile E. Coyote: fora, cade, si sfracella, perde, e quel che è peggio viene criticato da Beppe Conti per essersi ritirato dal Tour invece di trascinarsi tutto scorticato per trovare la forma olimpica, ma poi ritorna sempre come nuovo e vince. La Salamandra di Maastricht, sereno ma anche furbetto per aver sapientemente evitato di andare al Tour per aiutare lo sloveno, è contento del risultato e dice di voler continuare, ma poi in fondo sembra ieri che era una promessa e ora ha già 30 anni, e allora se non ora quando? Lo svizzero Kung sembra più un personaggio dei fumetti, uno sfigato tipo Paperino: perde la crono al Tour per mano, anzi piedi, dell’ultimo concorrente, che non era proprio l’ultimo, cioè Pogacar, e qui perde il bronzo per meno di un secondo. A proposito di Pogacar, l’altro sloveno, così giovane e forte, ha già il potere di decidere quando correre e si è autoridotto il calendario, niente crono olimpica, niente Vuelta, insomma tutto il contrario di Ganna, e anche di Van Aert, il quale però voleva esserci, ma ora è il caso che si fermi un poco, perché se la forma del Tour è servita per la prova in linea, per la crono sono venuti fuori i privatisti, cioè quelli che non sono andati in Francia e hanno fatto da soli, o con il loro entourage.

Insomma non è una regola che per vincere in un grande appuntamento bisogna avere nelle gambe le fatiche di un grande giro, e tra le donne è stato ancora più evidente, con l’austriaca Kiesenhofer che ha vinto la prova in linea, con la svizzera Reusser che è arrivata seconda nella crono, precedendo proprio la vincitrice del Giro Anna Van Der Breggen che, tra l’altro, il giorno prima era stata buttata a terra da un cosiddetto solerte sorvegliante giapponese, e soprattutto con Annemiek Van Vleuten che ha finalmente vinto un titolo olimpico, e così ora siamo finalmente più tranquilli, lei e pure noi, e aveva una tale “fame” di oro olimpico che se, come da vecchia usanza fotografica, avesse dato un morso alla medaglia l’avrebbe sbriciolata. Dopo la corsa ha detto di avere limiti e difetti e di non aver sacrificato tutta la vita al lavoro, cioè al ciclismo, anche se da qualche anno sembrerebbe il contrario, ma questo lo sa lei. Però, dato che lo sport non è tutto, viene il dubbio che i ciclisti italiani stiano facendo il possibile per non andare sul podio perché si vergognano di indossare quella divisa da pizzaiolo di provincia.

Il ritorno di Riccioli d’Oro

Mettiamo un attimo da parte le tristezze della versione provinciale delle Olimpiadi proposta dalla RAI perché lontano dagli occhi degli spettatori italiani c’è stata un’esplosione di allegria e vitalità. E’ successo che Eva Lechner, più volte argentata o bronzea ma dorata solo nelle staffette, ha avuto anche lei una giornata “no” nella mtb olimpica e con le tre degli uomini è poker, la compagnia di Celestino ha fatto en plein, e ora il buon Mirko sta già mandando il suo curriculum in giro perché vede a rischio il suo posto da cittì, ma se Eva si trovasse per sbaglio a leggere questo blog le ripeto quello che ho scritto pure in passato: ora che si è tolta il pensiero delle Olimpiadi passi alla marathon e l’oro arriverà. Ma non è questo che volevo dire, è che il risultato negativo dell’altoatesina ha comportato che dopo una veloce finestrella di Stefano Rizzato la RAI non ha più spiato la gara. E il buon Rizzato ha fatto in tempo a mitragliare la prospettiva di un risultato storico che si sarebbe poi concretizzato: un podio occupato interamente da una sola nazione, che alcuni amanti delle statistiche dicono sia un fatto mai accaduto in nessuna specialità del ciclismo nelle Olimpiadi “moderne”, ma possiamo dire con certezza quasi assoluta che ciò vale per tutte le Olimpiadi, perché non si sono mai trovate, su ceramiche o affreschi antichi, delle raffigurazioni di gare ciclistiche, tranne che su una borraccia in terracotta esposta sul balcone di casa De Luca ma la cui datazione resta molto dubbia, né gli storici hanno mai raccontato di simili gare nei giochi olimpici, sappiamo solo dell’avversione di Leonida per gli antichi ciclisti che lui usava buttare giù dalla Rupe Sormana. Tornando all’oggi, cioè l’oggi di ieri, le favorite erano le francesine, la relativamente vecchia Paolina, che le olimpiadi proprio non le vuole vincere ma in famiglia di ori olimpici ne hanno già due più varie maglie iridate e altra chincaglieria che non sanno più dove mettere, e la giovane Loana Lecomte che ha dominato la stagione e come spesso accade ha mancato l’appuntamento più importante. Addirittura nel finale le francesi sono state superate anche dall’ungherese Blanka Kata Vas, astro nascente di varie specialità, più che un semplice “cambio di vocale”. L’argento e il bronzo sono andati a Sina Frei e Linda Indergand che, soprattutto la prima, sono ancora giovani e possono riprovarci, sempre se in futuro esisterà ancora questa curiosa e pesante manifestazione, ma l’oro è andato a Jolanda Neff che non pensavo fosse più capace di un risultato del genere, perché mentre le giovani avanzavano lei continuava a infortunarsi, anche poche settimane fa. Finora Neff aveva vinto soltanto un mondiale “normale” e uno marathon, una Coppa del Mondo, 3 campionati europei e la prima edizione dei Giochi Europei, oltre a gare internazionali anche nel ciclocross e su strada riuscendo anche a essere campionessa svizzera in tutte e tre le specialità contemporaneamente. Ma non avevo pensato allo strano rapporto che c’è tra me e lei a sua insaputa: quando non posso vedere la gara lei vince, nei rari casi in cui la RAI trasmette un campionato internazionale di mtb vince un’altra, e oggi la RAI ha preferito tutt’altro, tra cui la canoa slalom, commentata da un sempre più eclettico Bragagna, che per contro è quello meno in linea con lo sciovinismo televisivo, e disputata in una specie di grande piscina, perché non credo che in Giappone ci siano i fiumi con i marciapiedi, ma allora dov’è finita tutta la natura che si vede nei film dello Studio Ghibli? Tornando a Jolanda, la Neff è una fracassona, a volte è un pericolo per sé e per le altre, e anche ieri ha rischiato di cadere nello stesso punto dove era cascato Van Der Poel, e ha dato la colpa dell’accaduto a una manovra “stupida” della Ferrand-Prévot che a sua volta ha criticato la svizzerotta per un sorpasso velocissimo che l’avrebbe fatta cadere, ma viste le immagini quest’ultima non si direbbe una scorrettezza, semmai un’azzardo e la francese sembra cadere per paura o per lo spostamento d’aria. Comunque sembra che tutti i suiveurs neutrali siano contenti di questa vittoria, e in questo non pesano solo quei gravi infortuni, tra cui una caduta in discesa, lei fidanzata con uno che fa downhill, che le ha fatto perdere la funzionalità della milza, ma anche i suoi extra, soprattutto i video in cui trasmette la sua passione per la mtb o la serie autobiografica intitolata “Jolandaland”, per non parlare dello spot, fracassone anch’esso e realizzato per la sua bici, in cui interpretò Riccioli d’Oro mostrando doti di recitazione superiori anche a quelle di Thomas Voeckler.

Il sorpasso di Jolanda e la caduta di Paolina.

La Zeriba Suonata – Altan


Mairéad Ní Mhaonaigh e Frankie Kennedy erano una coppia di musicisti irlandesi che negli anni 80, dopo l’esordio a loro nome, fondarono un gruppo che chiamarono Altan, parola gaelica che significa stream, flusso, e che sopravvisse alla morte di Kennedy avvenuta nel 1994. Il gruppo si è sempre mosso tra tradizione e modernità, cioè erano capaci di suonare set di danze con violini e fiati come Drowsy Maggie / Rakish Paddy / Harvest Storm e canzoni spesso tradizionali ma con arrangiamenti influenzati dai suoni aggiornati di Clannad e loro derivati, come in Tiocfaidh An Samhradh.

Questa illustrazione potrebbe non essere pertinente.

La Zeriba Suonata – Giovanna d’Arpa

Nei favolosi anni zero c’erano diversi musicisti diversi, nel senso che c’erano molti musicisti eccentrici, e Joanna Newsom lo era due volte. Personaggio un po’ freak e un po’ chic, avendo posato anche come modella, è insolita sia per il timbro infantile della voce con cui potrebbe doppiare i cartoni animati sia per il principale strumento scelto cioè l’arpa. Nel modo di suonare non è influenzata solo dall’arpa classica ma anche dalla kora, uno strumento africano che ebbe un momento di fama pop negli anni 80 con il successo mondiale di Yéké Yéké di Mory Kanté. E la sua musica è prevalentemente folk anche se avendo esordito con The Milk-Eyed Mender nel 2004 l’hanno infilata a forza nell’indie-pop.

Sprout And The Bean

Ma gli album successivi nella concezione sono tutt’altro che indie-pop: Ys è composta da soli 5 brani ma abbastanza lunghi e Have One On Me è un triplo in cui sulle copertine risplende Joanna con le sue lunghe gambe che non si direbbero in una alta 1,63 m. Eppure ascoltando certi brani come Sapokanikan, tratto da Divers, quarto album e ultimo speriamo solo per ora, si direbbe che lei non si vuole molto bene dato che poi le deve pure eseguire queste canzoni complesse che non sono l’ideale da cantare sotto la doccia, ma lei se la cava molto bene.

Sapokanikan

Le cadute degli dei

In questa primavera, che non è ancora finita né ufficialmente né climaticamente, c’è stato il ridimensionamento dei grandi, dei giganti, dei tenori, dei fenomeni, tre quattro cinque, quanti sono, non è stato fatto un censimento, che continuano a essere campioni e fare spettacolo in corsa ma si sono dimostrati battibili, umani, hanno mostrato difetti e limiti e di non potersi permettere tutto: Van Der Poel, Van Aert, Pidcock, Alaphilippe, Bernal, e pure Pogacar che Roglic è riuscito a battere, ma più di tutti ha mostrato grossi limiti Evenepoel soprattutto nella guida, ma per ben due volte è stata la sua squadra che ha sbagliato affrettando i tempi, sia nel recupero fisico che nel ritorno alle gare. Tante aspettative erano riposte su di lui anche dai media, e a un certo punto tutti hanno iniziato a dargli tanti e disparati consigli: ritirarsi, andare avanti, fare esperienza, puntare alla crono finale, finché ieri non è arrivata l’ennesima caduta stavolta con taglio al braccio ad “aiutarlo” nella scelta e già ieri sera ha annunciato il ritiro, come Ciccone che ha deciso quando già era al foglio firma, mentre Nibali continua.

La Deceuninx ha puntato tutto su Evenepoel, però senza mettergli pressione, si aspettavano solo che vincesse con un quarto d’ora di vantaggio, ha sacrificato Almeida per la causa, e ora si trova senza neanche una vittoria di tappa, e di un podio neanche a parlarne. E allora nella megafuga di giornata si infila il megapassistone Remi Cavagna e a meno di 30 km, quando i fuggitivi si controllano e tutti guardano Bettiol che è il più in forma, lui parte e, dato che dietro continuano a guardarsi, guadagna decine di secondi e forte com’è sul passo sembra aver già vinto, con l’ammiraglia che presumibilmente gli grida: Forza Remi! Ci sono corridori che sono spesso sfortunati e hanno continui contrattempi e problemi fisici che diventano quasi strutturali e si finisce a pensare che, anche se di potenziale ne hanno tanto, una tappa non la vinceranno mai, e invece quest’anno Nizzolo per dire c’è riuscito. Un altro è Alberto Bettiol, che oggi non ci sta, vuole vincere a tutti i costi, prova più volte ad attaccare ma gli altri disperati non lo mollano e a un certo punto se li toglie di ruota, rimonta su Cavagna, viene raggiunto da Roche ma lo stacca di nuovo, guadagna soprattutto sulle salitelle e sull’ultima sorpassa il francese e se ne va, è straripante in tutti i sensi, chiama la standing ovation, e alla fine cerca di salire sul palco della RAI con la bicicletta violando tutti i protocolli, e dubito che Von Der Leyen e le altre cariche europee stessero guardando, e sarebbe un peccato perché avrebbero imparato qualcosa.

Everybody clap your hands!

La Zeriba Suonata – ne vale la pena

Qualche settimana fa a proposito della casuale scoperta di Mitski scrissi che in realtà cercavo notizie su Frances Forever e che ne avrei parlato se ritenevo che ne valesse la pena. Anche se FF si è accasata con l’etichetta Mom+Pop non si parla ancora di un disco d’esordio, ma dato che da quei pochi pezzi che si possono ascoltare in giro su internet direi che ne vale la pena eccome, ve la propongo subito senza perdere tempo ad aspettare altro. Frances Forever è la ventenne Frances Garrett dal Massachusetts circondata da musicisti e coriste sciagurati come lei, fa una musica poppissima, tipo gli Stereolab senza la parte motorika, sembra il ritorno dei favolosi anni zero di quei gruppi casinisti e scanzonati e pure poco attenti al look che facevano un pop tutto loro e dei bei video anche animati ma con un’animazione non sofisticata, insomma gente come Architecture in Helsinki, Tilly And The Wall, The Pipettes o Peter Bjorn & John, che incidevano per etichette raggruppate sotto la sigla Coop poi PIAS e che sembravano interessati soprattutto a fare la loro cosa divertendosi. Ma non sono questi i suoi riferimenti, perché il nome d’arte scelto è proprio derivato dalla canzone Francis Forever di Mitski, ma lei ritiene troppo complessa la musica della cantante nippoamericana, e però non è una dilettante, avendo studiato canto corale. E proprio i coretti sono uno dei punti forti di Frances Forever come si può sentire nella versione live di Space Girl, nella quale in versione acustica non perdono niente e sono bravissime anche le due coriste che all’inizio sembra che stiano lì per decorazione. Ma di questo brano vi consiglio anche il video ufficiale dove i colori primari risaltano sul bianco della neve. Frances dice di scrivere canzoni anche per terapia, i testi sono tristi o ironici, ad esempio nella canzone della ragazza spaziale lei che si definisce pansessuale prende in giro i queer che su internet sembrano pensare solo in termini astrologici, ma la musica è sempre allegra, anche quando piangono in auto o mandano qualcuno a fare in cuore, come direbbero i ligabovari.

La Zeriba Suonata – autentici tromboni

Questo non è il mio solito titolo fuorviante e non intendo parlare di tromboni in senso figurato come U2 o simili, ma proprio di un vero trombone che assieme a tromba sax batteria harmonica e chitarre (solo bassotuba non c’è neanche qua) costituiscono la corposa strumentazione del gruppo newyorkese Hazmat Modine che incide per l’etichetta Barbès Records, di cui ho scritto qualche giorno fa a proposito della chicha, e suona blues e folk, e con questi strumenti a volte finisce inevitabilmente per ricordare Swordfishtrombones di Tom Waits.

HAZMAT MODINE – Moving Stones

Ultimi racconti del 2020

Per me il 2020 è stato anche l’anno della scoperta di Shaun Tan, animatore illustratore e narratore australiano di origine malese. Dopo la lettura di Piccole storie di periferia, la visione del corto animato The Lost Thing, il recupero di L’approdo, ecco che a fine 2020 è stato pubblicata, sempre per Tunué, la raccolta Piccole storie dal centro, storie fantasiose e a loro modo surreali con immagini meravigliose sul rapporto dell’uomo con gli animali di città: cani, gatti, farfalle, ippopotami, rinoceronti, squali, coccodrilli, e se vi sembra strana la presenza di alcuni di questi animali nel profondo delle città potrete soddisfare la vostra perplessa curiosità addentrandovi nel libro, così potrete leggere anche una suggestiva ipotesi sui gatti che scompaiono.

La Zeriba Suonata – Geografia e canzoni del 2020

Per scrivere dei miei ascolti preferiti del 2020 almeno stavolta ho preferito riferirmi a singole canzoni e non a interi album, un po’ perché ci sono stati continui rinvii delle pubblicazioni, un po’ per inserire anche qualche musicista che non ha pubblicato altro ma anche una cantante che in album sonnacchiosi riesce sempre a infilare un pezzo che spicca. E in questo anno che speriamo resti particolare e non diventi il primo della futura normalità, alla persistenza di movimenti sovranisti e xenofobi si sono aggiunte tutte le regole anticovid a cercare di chiudere in loro stessi gli stati, le regioni, le città, finanche i quartieri. Ma il mondo se ne frega e va avanti, e non so se è un caso o forse solo inevitabile che buona parte delle cose che vi presento sono opera di musicisti nati in un paese e che per vari motivi si sono spostati altrove o per risparmiarsi il viaggio sono figli di emigrati da paesi che semmai non hanno neanche mai visto. Qualcuno poi ritorna a casa, come la mia scoperta dell’anno, la ghanese Amaarae, con la mia canzone dell’anno: Fancy. Amaarae si definisce sessualmente fluida e in questo inventario non è l’unica e pensavo che le variazioni sessuali una volta, non saprei se si usa ancora, venivano descritte con una espressione spaziale, geografica: passare all’altra sponda. E’ il caso di Arca, nonbinary che è tornato con la sua musica mutante, tanti pezzi interessanti però so di non riuscire a essere obiettivo quando si aggiunge la voce di Bjork: Afterwards. Arca viene dal Venezuela mentre Ela Minus viene dalla Colombia e suona macchinette che costruisce lei stessa, e dato che con queste macchinette realizza pezzi come El cielo no es de nadie è due volte brava. Sevdaliza quando lasciò l’Iran pensò di essere arrivata in Olanda ma all’inizio di quest’anno ha scoperto di essere invece nei Paesi Bassi, ma questo non c’entra con vicissitudini personali, in cui chissà come si inquadra il video di Oh My God con tanto di manipolazioni vocali. Altro giro, altra crisi: Thao And Get Down Stay Down hanno inciso Temple, album che contiene Pure Cinema, un’altra delle mie canzoni preferitissime, e poi hanno realizzato un video emblematico del lockdown, Phenom, anche loro arrivando da un periodo di ripensamenti della cantante virginiana Thao Nguyen, che se ho capito bene si è anche riavvicinata alla comunità vietnamita, ma chissà se in Vietnam c’è mai stata. E chissà se sono mai stati in Thailanda, dalla cui lingua hanno tratto il loro curioso nome, i texani Khruangbin, ma intanto in Giappone è ambientato il video di So We Won’t Forget. Il caso più clamoroso di dischi fantasma è quello dell’esordio di Celeste, britannica di mezze origini giamaicane che per andare alle radici della sua musica va in Louisiana tra vecchi pianisti e bande di strada, bande musicali of course: Stop This Flame. E chissà se quel vecchio pianista del video ha mai sentito parlare di un misterioso bluesman detto Dyin’ Dog che in realtà è esistito solo nella mente dei Residents in uno scherzo risaputo cui ormai non abbocca più nessuno, ma la musica del “tributo” Metal, Meat & Bone è buona lo stesso specie se featura Black Francis: Die! Die! Die!. Ma se gradite la musica tradizionale chi più di Norah Jones che realizza un album jazz, e allora tra uno sbadiglio e l’altro possiamo augurare lunga vita a Norah Jones che concorda cantando I’m Alive. Troppo tradizionale? Allora ascoltate la danese Agnes Obel che incide contemporaneamente per Blue Note e Deutsche Grammophon e che con la sua strumentazione sia classica che synthetica può piacere sia ai vecchi che preferiscono la musica di una volta sia ai vecchi brontoloni come me che la musica di una volta va bene se è di quella volta lì ma se invece è di questa volta qui questa è un’altra volta, non so se mi sono spiegato: Broken Sleep. Obel sembra un’erede di John Cale, di cui in passato ha riproposto Close Watch, ma c’è chi il vecchio gallese l’ha ospitato nel suo album del 2020, la sua conterranea Kelly Lee Owens, che prosegue, anche lei con qualche crisetta, con la sua elettronica danzereccia senza però muoversi dal suo Galles e appunto per avere qualche ospite ci ha pensato un po’ su e poi si è ricordata che il più grande musicista vivente è proprio delle sue parti, ma gli ha lasciato solo un brano spoken world, e allora alla voce antica di John Cale preferisco i suoni moderni e birichini di Jeanette. Già che siamo nel Regno (dis)Unito mettiamoci pure un po’ di brit pop, quello brillante e psicoelettronico dei Django Django che quest’anno hanno realizzato un concerto a debita distanza e poi il singolo Spirals, e se queste sono le premesse speriamo che al più presto attorno a queste spirali ruoti un album intero. Dopo Galles e Inghilterra non potevo ignorare la Scozia, con un ritorno che a pensarci non è tanto sorprendente, perché in un periodo in cui tutti scendono in piazza a piangere miseria non potevano mancare i piagnoni per eccellenza, gli Arab Strap, che 15 anni dopo l’ultimo disco ufficiale e 14 anni dopo l’antologia intitolata tanto per capirsi 15 Years Of Tears incidono il brano The Turning Of Our Bones e il bello è che sembrano uguali a come ci avevano lasciati, l’unico cambiamento è di essere passati dalla Chemikal Underground all’etichetta degli ex compagni di scuderia Mogwai, ma non suonano vecchio, forse perché sono inimitati più che inimitabili. Uno dei dischi più osannati dalla critica è stato quello di Fiona Apple, un album che richiede molti ascolti, e proprio per questo sarebbe meglio se vi decideste a iniziare, semmai proprio dalla title-track Fetch The Bolt Cutters in cui cantano anche i cani quelli veri, non quelli dei talent. E poi in chiusura di 2020 ho rivalutato il disco del canadese Dan Snaith alias Caribou che quando era uscito mesi fa non mi aveva convinto forse perché la componente psichedelica dei dischi degli anni zero era in percentuale minore o meno sixties, vedi Sister, ma se c’è un musicista con cui non ci sono di questi problemi, non fosse altro perché la sua musica è sempre cangiante, quello è Sufjan Stevens che ci diverte anche con le sue Lamentations. E così il 2020 è alle spalle, per il 2021 già si annuncia il nuovo album di St. Vincent ma sicuramente non mancheranno buoni album del … 2020 che erano sfuggiti.

Quale sarà l’ombelico di questo mondo in movimento? Direi che quello di Kelly Lee Owens può andar bene.

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?