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brutte bestie

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Splatterpunkani

Gli “UUUUuuuuuuuuu” di Pancani quando c’è una caduta o un pericolo scampato e il “sangue vivo” di De Luca, e soffermarsi sull’immagine delle divise lacerate con la pelle abrasa e il sangue che esce, e fare un primissimo piano delle ferite e mandarlo in replay alternandolo a tutte le riprese possibili delle cadute. E poi dire che i ciclisti hanno sette vite, quando cadono il primo pensiero è quello di riprendere la bici e ripartire subito, se e quando ce l’hanno un primo pensiero. In fondo è un po’ come dire agli automobilisti, tra i quali ci sono anche i ciclisti in borghese cui piacciono la velocità e i motori, di poter tranquillamente investire i ciclisti, tanto poi ritornano come nuovi, come nei cartoons, pronti per altre divertenti avventure. Ma la tappa di oggi, nonostante il percorso piatto e la bagarre per la volata, non offre nulla agli spettatori sadici. Però non offre nulla neanche agli altri spettatori, perché ormai neanche la prevedibile fuga CimaFrapportiMaestri può appassionare, sono sempre e solo loro, hanno degli obiettivi precisi per classifiche minori e se li dividono strada facendo e poi arriva il plotone e c’è la volatona, e neanche stavolta vince Viviani, dicono che non si capisce con Sabatini, lui ha dichiarato “Ik ben teleurgesteld. Ik weet niet wat de oorzaak is, maar dit is gewoon mijn Giro niet.” (scusate, ma la fonte è Het Nieuwsblad). La volata controvento è vinta da Little Caleb, e del resto lui è piccolo e aerodinamico e se qualcuno si mette alla sua ruota prende il vento in faccia. In conclusione il maestro di cerimonie Franzelli al Processo annuncia musica dal vivo, ma esce Gian Pieretti: figuriamoci se era musica dal morto.

Dramma dell’incomunicabilità: Viviani e Sabatini non si capiscono.

Sfigorama

Stamattina vado in libreria, compro altri libri che non so quando avrò il tempo di leggerli, Delitto e Castigo nella versione di Osamu Tezuka (J-Pop) e gli scritti di Coppi, questa mi giunge nuova. Il cattolico Fausto Coppi era erroneamente ritenuto comunista, stai a vedere che lo facevano scrivere su Rinascita o il Politecnico, no, si tratta di articoletti scritti su giornali sportivi, rotocalchi, c’è anche l’Unità, e introduzione a libri su di lui, tutto raccolto da Gabriele Moroni nel volume Non ho tradito nessuno e pubblicato da Neri Pozza in occasione del giubileo coppiano. Mi sposto nel settore rock, ci sono le solite biografie di nomi mai sentiti perché non seguo i talent, forse è per far spazio a questi personaggi che non c’è posto per l’autobiografia di Johnny Marr, all’improvviso arriva un esagitato a cercare un libro sulle canzoni che hanno salvato la vita, a chi non so, e quando si allontana, incuriosito, do un’occhiata al libro di cui ci sono troppe copie. La scelta è meglio di quel che temevo, ma all’improvviso, accortosi che stavo sfogliando sto libro, l’esagitato torna indietro e mi fa sapere che venerdì alle 18 ci sarà la presentazione del libro in quella sede, poi, forse accortosi di essere troppo invadente, si ritira come un velocista alle prime montagne. Beh, comunque avrei avuto la scusa giusta: il venerdì alle 18, dopo una settimana di duro lavoro e di ancor più duri Processi alle tappe, c’è il confronto telefonico con la redazione di Schiantavenna. E però mi chiedevo se davvero c’è qualcuno cui le canzoni hanno salvato la vita, e nel caso questi qui come stavano messi, a me per fortuna non lo chiedono, ma dovrei rispondere che a me la vita l’hanno salvata i medici; com’è difficile essere cool, normale che allora si segua pure uno sport sfigato come il ciclismo. Ma quello del salvavita è solo un nuovo modo di proporre liste, non so se dovuto a Wim Wenders che tanti anni fa disse che il rock gli aveva salvato la vita, o agli Indeep cui la vita la salvò un dj l’ultima notte o a chissà chi altro. Prima c’erano le cose da portare sull’isola deserta, e finché si trattava di libri andava bene, non avevi bisogno di altro e scegliendo quelli lunghi c’era come passare il tempo, ma i dischi, prima di partire per l’isola bisognerebbe assicurarsi che lì ci sia la corrente elettrica. Ma io non sono così asociale da voler partire per quell’amena località, e poi non so se la tivvù di stato dell’isola deserta trasmette il ciclismo. E, dicevo, forse ora si è passati a elencare le cose che hanno salvato la vita, le canzoni soprattutto, ma non sperate che ve le passi il sistema sanitario nazionale. E c’è qualcuno a cui la vita l’ha salvata il ciclismo? Boh, ma l’importante è che questo resti uno sport popolare, anche perché può permettere dei bei discorsetti al limite del populismo. C’è la discussa riforma che incombe e anche lo scrittore scende in campo e si schiera contro, perché il ciclismo non deve rischiare di diventare uno sport di élite come il golf o l’equitazione. Del resto, se diventasse uno sport d’élite non credo che si troverebbero due come Frapporti e Cima che vanno ancora una volta in fuga disperata. Stavolta non c’è Maestri e l’altra differenza è che il gruppo fa male i conti e va a prenderli troppo presto, così Bidard e Vervaeke, nascondendosi dietro Ciccone apparentemente partito solo per un GPM, tirano dritto e il gruppo deve fare gli straordinari, per cui alla volata di questa tappa pure ondulata arrivano stanchi, lo stilista rompe le scatole a Viviani mettendosi alla ruota del treno Deceuninck ma resta cucito, pardon, imbottigliato e sembra prepararsi un’altra vittoria di Pascalone, ma il tedesco è forte, regge bene in salita ma non è un dominatore, e nel giorno in cui altrove c’è la manifestazione dei sovranisti vince finalmente Calebino, l’australiano coreano che ha imparato il mestiere in Italia e corre per una squadra belga. Al processo c’è Hatsuyama che parla italiano meglio di Reverberi, il quale però capisce l’inglese di Monsieur Le Président, e sembra un ossimoro un francese che parla inglese ma forse Lappartient vuole fingersi super partes, lui che voleva ridurre Giro e Vuelta a vantaggio del Tour e vorrebbe allargare il numero di squadre World Tour possibilmente alle francesi Cofidis, Total e Arkéa Samsic. Valerio Conti si dimostra spiritoso e, dato che nei giorni scorsi ha detto di sapere a memoria i film di Verdone, gli fanno una sorpresa stile programma piagnucoloso e lo fanno parlare col regista che, poverino, sarà stato costretto a informarsi in fretta e furia su questo personaggio che fa questo sport davvero strano. Anche nelle interviste Roglic e Yates rivaleggiano, però nella specialità della antipatia. Franzelli dice che Simone è cambiato, l’anno scorso era spavaldo sempre all’attacco, e infatti quest’anno è sempre in difesa ma spavaldo uguale, tutto il contrario di Ignatas Konovalovas che, intervistato da Cicloweb, si tira fuori dalla lotta per la crono vinicola di domani, dicendo che si prenderà un giorno di riposo e spera che Roglic non vada troppo forte per poter restare entro il tempo massimo, lui che al Giro in totale ha vinto una tappa più dello stilista, che a pensarci bene vedrei meglio a qualche concorso ippico.

Se vi piace il cinema avvicinatevi a un qualunque concorso ippico e vi sembrerà di stare nel film Il Conte Max.

La Zeriba Suonata – il Giappone esiste ancora

Il Giappone lancia l’allarme interno perché scarseggia la manodopera. Al Giro lo scrittore parlante cerca di appassionare il pubblico alla vicenda di Hatsuyama, che però ha già 30 anni e sembra più una presenza di colore e dovuta allo sponsor, un passo indietro rispetto a validi professionisti come Arashiro e Beppu, o Abe che correva con la Mapei ed è l’unico giapponese ad aver vinto la Japan Cup. Ma il Giappone esiste ancora.

Sul finire degli anni 70 i giapponesi iniziarono a lanciare cartoni animati sulla penisola. La Autorità avvisavano i bambini di non avvicinarsi: erano pericolosi. Quei cartoni pieni di mostri, alieni, orfanelli e orfanelle, però non della curva omonima, erano così diversi da quelli cui era abituato l’Occidente, e poi alcuni era molto violenti, mentre qui eravamo abituati a simpatici animali antropomorfi che cercavano di mangiarsi o di farsi esplodere a vicenda. Ma l’accusa più infamante era che venivano fatti con il computer, come dire opera del Demonio, disumani, e mi sono spesso chiesto quanti di quelli che lanciavano questa accusa in seguito hanno magnificato le magie della computer grafica di Pixar Dreamworks eccetera. In difesa dei cartoni giapponesi, e anche dei fumetti che allora non erano ancora arrivati in edicola, uscì un numero di Eureka, sempre di quell’annata particolare con Castelli e Silver, e quella rivista non era come Linus su cui si discuteva soprattutto di politica però a volte anche di politica. Ma della musica giapponese cosa sapevamo negli anni ottanta? C’era Ryuichi Sakamoto, famoso soprattutto per il film Furyo (di cui fu interprete e compose la colonna sonora, con il tema cantato da David Sylvian, nome gradito anche agli snob di ogni genere) e poi nient’altro, sapevamo solo che lì c’erano collezionisti che cercavano di tutto, anche il prog, anche quello italiano che qui era bandito perché bisogna riconoscere che in quanto a chiusure spesso punk e new wavers non erano da meno rispetto all’intellettualume di sinistra. E poi, negli anni novanta, con la musica elettronica il nu jazz e il revival lounge, i musicisti giapponesi che erano attivissimi in questi generi invasore l’Italia e l’Occidente, o almeno gli stereo occidentali, e capitanati dai Pizzicato Five sbarcarono Fantastic Plastic Machine, Kyoto Jazz Massive, Tokyo’s Coolest Combo, United Future Organization, Cornelius e Kahimi Karie, una delle migliori cantanti afone del mondo. Furono pubblicate due compilation intitolate con molta fantasia Sushi 3003 e Sushi 4004. Ma poi la moda è passata, qualche gruppo si è sciolto, Yasuharu Konishi dei Pizzicato Five si è messo a fare musica triste (l’ottimo One and ten very sad songs), però ovviamente in Giappone si continua fare musica di tutti i generi, c’è stato l’altra moda effimera, almeno in occidente, del visual kei, ci sono anche scambi culturali, diciamo così, come la collaborazione tra Pastels e Tenniscoats, e ora esordisce su disco un gruppo di cui si sa ancora poco: i Minyo Crusaders. L’album si intitola Echoes Of Japan e sembra che si tratti di canzoni folk cantate in giapponese ma suonate secondo vari generi musicali. In copertina sono indicati la prefettura d’origine dei brani e il genere che essi si preoccupano di indicare, forse per evitarci lo sforzo di capirlo e il rischio di dire sciocchezze. Si va dalla cumbia al reggae, dall’afro funk all’ethiopian jazz, dal beguine al boogaloo di Tanko Bushi.

 

Cinema polacco

La mia attività di spettatore cinematografico finì in un cinema parrocchiale che non si faceva problemi a programmare film di registi svergognati senzadio come Allen e Ozon, mentre si espandevano fuori i multisala e dentro la maleducazione del pubblico che non aveva timore neanche del sacro luogo proprietario del cinema. Niente di premeditato, solo non mi attirava più e pure in televisione e in dvd raramente vedo films e ancor più raramente quelli recenti finiscono per piacermi, uniche sicurezze le animazioni dello Studio Ghibli e della Aaardman. Ho frequentato più i cosiddetti cineclub che cinema veri e propri, a volte tra cinema e tivvù sono stato capace di vedere tre film in un giorno con un record di quattro, ma credo di non aver mai rischiato di diventare un cinefilo capace di vedere qualsiasi cosa per dovere, ma ho visto film solo sperando nel piacere. E inevitabilmente ho visto film polacchi, alcuni di Andrzej Wajda che erano o storici o non molto diversi dal resto del cinema europeo, e altri di Krzysztof Kieślowski che andava oltre la concezione di François Truffaut per il quale il cinema consisteva nel far fare delle belle cose a delle belle donne, e alle belle donne ma belle davvero lui faceva fare sesso direttamente. Per cui non so proprio che razza di film abbia visto Leonardo Manera quando ha concepito la serie di scenette sul cinema polacco, lui che pure è uno dei migliori comici televisivi, o uno dei pochi decenti, anche perché cambia continuamente personaggi mentre gli altri ripetono sempre le stesse cose, e sembra proprio che abbia un retroterra culturale da intellettuale di sinistra. Di recente l’amico FCN mi ha segnalato un film di fantascienza del 1984, Seksmisja di Juliusz Machulski, e ho scoperto poi che in un sondaggio tra gli spettatori è stato votato come miglior film polacco degli ultimi 30 anni (calcolati alla data del sondaggio). Da noi il film è poco noto e si trova solo sottotitolato, ed è un peccato perché il film è divertente, con momenti quasi slapstick, oltre che interessante. L’attore principale è Jerzy Stuhr che ha lavorato anche con registi seriosi italiani ed è di origini austriache, ma la faccia le espressioni e la gestualità mi ricordano certi comici francesi di quando in Francia sapevano ancora fare cinema, prima di banalità buoniste come Giù al nord, diciamo dalle parti di Louis De Funès, Pierre Richard e Les Charlots. Ma diciamo che pure la storia offre i tanto desiderati spunti di riflessione perché qui si racconta di due tizi che si fanno ibernare per farsi scongelare dopo tre anni e invece vengono sbrinati dopo 53 anni in un mondo di sole donne perché gli uomini si sono estinti in una guerra molto mondiale e molto nucleare, e vivono sotto terra perché l’atmosfera del pianeta è piena di radioattività. Le donne però non sono lesbiche come potrebbero auspicare i guardoni, ma asessuate, si riproducono per partenogenesi, io aggiungerei che però non si spiega come mai continuino a truccarsi, e hanno scelto come loro regina un’anziana più mascolina di Jarmila Kratochvilova, la ceca detentrice del più longevo record nell’atletica che è ancora attiva come allenatrice e poi dicono il ciclismo. Molti porranno l’accento sulla guerra tra sessi, ma secondo me è ancora più interessante quello che sembra in secondo piano, la forza che la menzogna da e riceve dal potere, e direi sia quello politico che quello religioso, in una società che non può o non riesce a fare critica. E pensare che questo film è stato realizzato negli anni di Jaruzelski, confermando che tocca al cinema comico essere più coraggioso mentre il cinema serioso deve sempre conformarsi all’ideologia della bottega di riferimento.

fumetti in fuga

Ted Stearn lavorava nell’animazione, per quel genere di serie che piacciono alle tivvù musicali, roba a base di adolescenti birre divani e rock parodia di sé stesso, insomma luogocomunismo giovanil-trasgressivo, ma di suo faceva un fumetto che era migliore di quella roba lì, le avventure di Fuzz & Pluck, che erano un pollo spennato sfuggito alla macellazione e un orsacchiotto abbandonato da un bambino sadico quindi normale, e dato che il fumetto è americano questi due vagabondi potrebbero far pensare agli hobo, ma in queste storie che si muovono tra surrealismo e satira ci sono tutti gli elementi dei racconti picareschi, la morte scampata per poco, la fame, gli stratagemmi per mangiare o sfuggire alle varie sottomissioni, e vi è difficile vedere una differenza tra schiavitù e lavoro. Le Edizioni 001 ne avevano pubblicato un volume nel 2008, ristampato dopo la recente morte dell’autore, che, anche se brossurato e non cartonato come si abusa oggi, può fare la sua bella figura in libreria: ma è questo il modo di trattare i fumetti? Sarebbe meglio se i due compari scappassero anche dall’editoria seriosa e potessimo leggere le loro avventure su un semplice giornaletto.