Lungo l’Ungheria

Il Giro d’Italia stabilisce subito un piccolo record: per il terzo anno consecutivo è il simbolo della ripartenza e del ritorno alla normalità, e visto l’andazzo della pandemia e della guerra è facile prevedere che si potrà migliorare questo primato.

Mucche e buoi dei paesi tuoi

Si parte dall’Ungheria, be’? Qualcosa da ridire? Se si volesse essere severi e boicottanti allora il Giro d’Italia non dovrebbe partire neanche dall’Italia dato che ammazza i suoi lavoratori. Qualche differenza tra i due paesi in realtà c’è: loro solo governati da un sovranasso, un sovranista satanasso, mentre qui siamo così avanti che il Capo dello Stato non è una persona ma un software, tu gli dai un input qualunque, è morto un lavoratore o un artista che non conosceva nessuno o è la ricorrenza di un accidente, e quello ti da la risposta esatta con un messaggio corretto preciso. Poi qui non siamo sovranisti, difendiamo solo le cose italiane come il formaggio e i bambini. Il formaggio è buono perché le mucche mangiano questo qua che cresce qua e c’ha il batterio e non quello là che cresce là e il batterio non ce l’ha, e non sia mai che un giorno le mucche vanno a pranzo fuori poi il formaggio viene una schifezza che devi solo buttarlo di là. Però si tratta solo di proteggere il settore trainante dell’economia patria, che in Italia è appunto il cibo mentre in Ungheria è il porno, e non so chi ci fa la figura peggiore. Poi i bambini, ci sono tanti bambini lungo le strade ungheresi, e con i bambini si può fare tanta retorica, però quelli italiani sanno cos’è il Giro, glielo avranno raccontato i nonni, quei vecchi ubriaconi, mentre questi sono ignoranti, e poi non è il caso di far appassionare al ciclismo pure gli ungari ché un domani ci ritroviamo anche loro come avversari non bastassero gli eritrei. Eppure il paese della giovane fenomena Kata Blanka Vas non me la conta giusta, perché prima di darsi al porno l’Ungheria ha fatto la storia dell’animazione con gli studi Pannonia che tra l’altro realizzavano il famoso Gusztav, personaggio non molto divertente che in un episodio partecipa a una gara ciclistica.

Una mandria di ciclisti

Alla partenza ci sono sempre quelli che piangono, ma stavolta non sono lacrime d’addio, sono gli italiani che praticano il vero sport nazionale, il vittimismo, e si lamentano perché le squadre foreste hanno dirottato sul Tour i migliori ciclisti connazionali, Caruso Ganna Bettiol, e pure Colbrelli se non avesse avuto problemi sarebbe andato al Tour, e si lamentano anche perché le squadre foreste danno molta più importanza al Tour che al Giro, ma basterebbe incrociare i dati per verificare che se quelle squadre danno più importanza al Tour e ci portano gli italiani vuol dire che li hanno in grande considerazione. Comunque sia c’è il via, anche qui con partenza differenziata, si inizia a pedalare qui nel salotto buono ma la partenza ufficiale è qualche km più avanti dove si sta più larghi, il risultato è che si allunga il brodo con un po’ di acido lattico in più e non serve avere un amico che conosce una scorciatoia, il percorso è obbligato. La tappa viene più noiosa di quelle del Tour, due (an)droni in fuga e le altre squadre minori che neanche si scomodano, è facile pensare che la fuga non arriverà perché la posta in palio è grossa: tappa e maglia, è matematico. Ma se la tappa è piatta il finale è in salita, e le squadre ci arriveranno senza essersi spremute quindi in piena efficienza, e Giada Borgato, che in RAI è l’unica che capisce di ciclismo ma non è felicissima nell’esprimersi, dice che i ciclisti saranno “carichi come una mandria, assatanati”. Può vincere quello, può vincere pure quell’altro, attacca questo poi attacca quest’altro, ma se c’è Mathieu Van Der Poel vince lui, no? Anche se ha dovuto sudare sette camice e otto bavaglini per battere Biniam Girmay che senza il fattore sorpresa va forte lo stesso. E sulla lunga lista di cose da conquistare il figlio e nipote può cancellare tappa al Giro e maglia rosa.

Strade scombussolate

Sta talmente in forma il Matteino che per poco non vince pure la seconda tappa che è una breve cronometro con curve acciottolato e salita finale, al punto che Petacchi di lui dice: “Più è scombussolata la strada, più forte riesce ad andare.” Forse Alessandro voleva rivaleggiare con la collega Giada in quanto ad immagini esuberanti, certo è che oggi si stenta a credere che questo esangue commentatore sia stato un velocista quasi imbattibile e un abile cubista di rubik, e comunque è più portato all’autobiografismo che al commento delle cose presenti. Tornando alla crono, vince lo scalatore gemello e, anche se in RAI ricordano che già una volta vinse contro il tempo alla Parigi-Nizza, qualcuno si insospettisce e altrove commenta che dà da pensare il fatto che uno così leggero abbia battuto Dumoulone, ma il segreto di Simon Yates non è segreto perché l’ha detto lui stesso: con la Bike Exchange, che ha ottenuto pure il quarto posto con Matteo Sobrero, collabora l’Ingegner Marco Pinotti, ex ciclista diventato docente di cronometrologia.

Meno male che domani si va via

La terza tappa è lunga e noiosa, ma se vogliamo essere all’altezza del Tour bisogna fare così. In fuga gli stessi droni più il kometino Rivi, distratti o tenuti svegli dai tanti cicloamatori…, vabbe’, facciamo solo “ciclisti” ché vista l’attività principale del paese ospitante è meglio non parlare di “amatori”, dicevo i tanti ciclisti che sulle ciclabili parallele al percorso affiancano i girini e a volte scambiano anche qualche battuta. Troppe ciclabili lassù, non crederete mica di essere un paese civile? In Italia queste cose non succedono. Oltre al pubblico praticante c’è anche quello laico, davvero tanta gente che a volte improvvisa coreografie come quelle del Tour. Il gruppo va piano, non hanno fretta perché l’aereo per tornare in Italia c’è il giorno dopo, forse vogliono solo abbreviare lo spazio a disposizione del Processo. In compenso c’è spazio in abbondanza per lo scrittore parlante che almeno dà modo a Petacchi di riscattarsi alla grande. Infatti Genovesi racconta la storia macabra della Contessa Dracula, il cui cadavere non fu trovato nella tomba, e Petacchi lapidario (ops) commenta: “Meno male che domani si va via.” Alla fine si arriva allo sprint e vince Cavendish con una volata lunga davanti a Démare Spostatutti che fa a spallate con tutti gli avversari nei paraggi e forse, se non fosse stato impegnato, avrebbe spostato pure le transenne. Quest’anno l’UCI ha concesso l’ormai tradizionale deroga e tutti i lunedì saranno festivi, cioè è previsto il giorno di riposo. Si ripartirà dall’Etna dove in queste tre giornate ungheresi gli infreddoliti commentatori della RAI hanno celebrato per la prima volta il Processo alla tappa a distanza. A differenza di altre partenze dall’estero, quando si poteva tornare in Italia in bicicletta, cioè con tappe di avvicinamento, quest’anno il trasferimento avverrà con voli charter, e poi dicono la transizione ecologica.

La Zeriba Suonata – Gente chiassosa dalla Scozia

Negli anni 90 e anche agli inizi del nuovo millennio il manga e anime Urusei Yatsura era molto popolare nonostante fosse già terminato e l’autrice Rumiko Takahashi fosse passata ad altre storie, sempre meno ridenti. Allora c’erano ragazzi che erano cresciuti con quella serie e adulti che lo recuperavano, io lo facevo in maniera frammentata e disordinata, tanto che solo adesso scopro che la traduzione del titolo è oggetto di dibattito tra i cultori e non è da tutti accettata la versione Gente chiassosa della stella (o pianeta) Uru, come io pensavo, ma in Italia comunque era Lamù. E dicevo era così popolare che nel 2001 il gruppo pop romano Velvet nella canzone Tokyo Eyes citava i protagonisti della storia, ma nei 90 un gruppo scozzese scelse di chiamarsi come il titolo della serie, anche se per questioni legali in alcuni paesi dovettero chiamarsi solo Yatsura. Gli UY si rifacevano esplicitamente agli americani Pavement, ma in sostanza rientravano nella tradizione scozzese Postcard/Creation delle melodie rumorose, e a volte somigliavano ai coevi irlandesi Ash. Non sono stati un gruppo storico, solo in Scozia ci sono stati decine di band più significative, ma qualche ascolto lo meritavano.

Kewpies Like Watermelon

Eastern Youth

La Zeriba Suonata – Singapore sings pop

Yeule si chiama Nat Ćmiel ma non si chiama proprio così, cioè quando è nata a Singapore nel 1997 le fu imposto il nome di Natasha Yelin Chang, poi come nome d’arte ne ha scelto uno che è più o meno quello di un personaggio della saga Final Fantasy che manco so bene cos’era. Dopo un diploma in belle arti si è data alla musica iniziando con la musica indie, poi è passata all’elettronica puntando molto anche su un’immagine da personaggio fantavirtuale. Nel 2019 ha inciso il suo primo disco, Serotonin II, e ora ha pubblicato Glitch Princess perché lei si è autodefinita la Principessa del glitch, e uno si aspetterebbe un disco avventuroso, ma come vedete in questa storia niente è come sembra, e quindi quello che ne viene fuori è come se Holly Herndon si mettesse a suonare dreampop, a volte più danzereccio

Too Dead Inside

a volte proprio indiepop anni 90

Don’t Be So Hard On Your Own Beauty

e insomma non mi dispiace ma mi dispiace che non sia quello che mi aspettavo.

Altra corsa, altro Matteo

Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale del Giro delle Fiandre. Nei giorni precedenti nella regione aveva nevicato a quote basse, avrebbe nevicato anche a quote alte se ci fossero, ma i fiamminghi per andare in montagna, o meglio al di sopra dei 180 metri, dovrebbero circumnavigare Bruxelles e raggiungere la lontana Vallonia dove i nativi parlano una lingua incomprensibile, dicono si tratti del francese. I belgi sono appassionati di ciclismo a prescindere, qualche anno fa quando Sven Nys era a fine carriera si pensava che si sarebbero disinteressati del ciclocross, negli stessi anni tramontava Tom Boonen, ma già arrivava Wout Van Aert a raccogliere da solo l’eredità di entrambi. Però ieri non c’era perché lui che diceva che bisognava convivere con il covid ha un po’ esagerato nella convivenza e se l’è beccato, e i Jumbo erano abbacchiati senza il loro leader, tranne quelli che avrebbero potuto finalmente fare la loro corsa, e la gente li consolava con frasi di circostanza dicendogli che erano comunque la squadra più forte, loro si schermivano, dicevano che non era vero, e infatti non era per niente vero e, per dire, il mezzo capitano Laporte è emblematicamente finito in un fosso. Ma per l’assenza di Van Aert si temeva che anche il pubblico si assentasse e invece, dopo aver visto la Ronde in televisione per due anni, stavolta sono tornati sulle strade, esagitati a mangiare patatine e bere birra, mentre quelli che possono permettersi di pagare per un posto privilegiato e vengono detti V.I.P., uguale, esagitati a mangiare e bere, niente doppiopetto ma neanche happy hour ché per il quinto anno consecutivo non ha vinto un belga, ma neanche uno sul podio. L’attenzione era tutta su due che neanche dovevano esserci, Mathieu Van Der Poel, velocemente ripresosi da una serie di problemi fisici, e Tadej Pogacar, cui nessuno credeva tranne la sua squadra i suoi tifosi i suoi avversari e i commentatori. Eppure la corsa non si era messa bene per loro, sembrava che li avesse messi nel sacco un gruppetto di vecchie volpi come Stybar, vecchie volpi ancora giovani come Bettiol, giovani scatenati come Pedersen e altri avventurieri, ma gli inseguitori hanno riportato sotto i big e tra i faticatori c’era un ancor giovane e sconosciuto gregario di Pogacar che non vince non si piazza e non prende neanche un voto nelle pagelle di quelli che dicono che ne capiscono, ma poi è sempre nel world tour e corre sempre nelle corse importanti sul pavé: Oliviero Troìa con l’accento sulla ìa. Quando il gruppo di dietro ha raggiunto quello davanti si era proprio su uno dei muri più duri, il Vecchio Kwaremont, e lì Pogacar ha superato tutti in tromba come se la tromba, nel senso di claxon, la suonasse davvero, una cosa alla Van Der Poel. Da lì gruppetti e gruppettini e lui sempre ad attaccare e selezionare, finché sull’ultimo Paterberg sembrava poter staccare pure Van Der Poel che stava scivolando sull’erba, ma il figlio di papà, nel senso di papà Adrie, si è ripreso a guisa di trattore e i due sono andati verso il rettilineo d’arrivo più lungo del mondo. All’ultimo posto verde dove poter buttare i rifiuti i due si sono alleggeriti buttando tutto quello che avevano nelle tasche, Pogacar ha buttato un six pack di borracce tre gel una bottiglia di vodka un busto in bronzo di Colnago e una bambolina voodoo con le fattezze di Roglic, Van Der Poel ha buttato un cartoccio di patatine una foto incorniciata del nonno Raymond un leone di peluche ricordo del Tour un gelato al cioccolato belga e una bambolina voodoo con le fattezze di Van Aert. E all’improvviso l’incoscienza: all’ultimo km hanno rallentato al limite del surplace, Taddeo in pieno delirio di onnipotenza credeva di essere davvero Merckx o in subordine De Vlaeminck e non voleva partire in testa, Matteo diceva di non avere fretta perché non aveva impegni, e dietro arrivavano increduli di tanta grazia Valentin Madouas e Dylan Van Baarle, e si prospettava una beffa tipo Roche e Criquelion alla Liegi del 1987, ma se Pogacar non è Merckx Madouas non è Argentin mentre Van Der Poel è proprio Van Der Poel e, dopo Matej alla Sanremo, qui ha vinto Mathieu che poi è corso a limonare con la fidanzata, mentre i due parvenus hanno un po’ chiuso Pogacar che li ha mandati a quel paese e dopo l’arrivo era ancora arrabbiato, chissà se più per la lesa maestà o perché una corsa così da quelle parti non gli capiterà più facilmente. Ma lui è un ragazzo d’oro, come direbbe Colnago, e allora come il protagonista del manga e dell’anime omonimo, anziché esclamare “all’anime de…”, dovrebbe inforcare la bicicletta e correre in direzione della Slovenia gridando: “Imparo! Imparo! Imparo!”

L’atteggiamento dei due protagonisti mi ha ricordato il mondiale donne di ciclocross con Brand come Pogacar e Vos come l’omologo connazionale. Però, forse a causa proprio dell’impegno nella stagione del ciclocross, le due ieri non hanno brillato. Il Belgio è il paese che ha fatto i passi più concreti per la parità tra i sessi e infatti la gara femminile si è conclusa poco dopo quella maschile, non 5 o 24 ore prima come ancora si usa altrove, e nel finale si sono trovate in testa le ultime tre vincitrici della corsa: Chantal Blaak che vinse nel 2020, Annemiek Van Vleuten che ha vinto nel 2021 e Lotte Kopecky che ha vinto nel 2022, e così il pubblico belga ha potuto festeggiare una vittoria, che tra le donne mancava da Grace Verbeke nel 2010, così gli esagitati hanno potuto chiudere la festa gridando: biertje voor iedereen!

La Zeriba Suonata – Mamma li russi!

Il blog di Paolo Nori è tornato dopo molti mesi di noia a proporre qualcosa di interessante, se non altro per seguire l’evolversi della russofobia e delle reazioni isteriche alla guerra di Putin con cancellazioni e rinvii di corsi, conferenze e proiezioni di scrittori e registi del passato. Davvero italica la proposta di tenere un corso su Dostoevsky alla Bicocca se per pari opportunità si fosse parlato anche di scrittori ukraini. E allora La Zeriba Suonata, incurante delle polemiche e delle censure, vi propone tranquillamente un gruppo di base a San Pietroburgo che suona rockabilly surf gotico e si rifà a un immaginario fumettoso non propriamente zarista né sovietico: i Messer Chups. Fondato da Oleg Gitarkin il gruppo punta molto sull’immagine (più che sulla voce, scarsina) della cantante Svetlana Nagaeva in arte Zombierella, una tipa pettinata alla Betty Page, la quale è anima e soprattutto corpo anche di The Bonecollectors, che fanno la stessa identica musica, roba che sarebbe l’ideale per il Jamboree Festival. Dite che i Cramps erano un’altra cosa? и спасибо! Però per le pari opportunità mi impegno a postare anche il video di qualche gruppo di rockabilly ukraino se mai dovressero esserci.

Messer Chups – Cemetery Beach

Feste in fanghiglia

Il periodo di Natale, come tutto il Mondo sa e come dice anche il santo padre (titolo conteso da Adrie Van Der Poel padre di Mathieu e Sven Nys padre di Thibau), è la festa del ciclocross: tra Santo Stefano e il 2 gennaio si disputano molte gare importanti, nonostante qualche cancellazione per le restrizioni anticovid. Però è anche il periodo dei pranzi e delle riunioni familiari e le due cose non vanno d’accordo, e i ciclisti a Natale hanno banchettato con pasta in bianco e pollo, praticamente quello che i medici prescrivono agli ammalati, e non sappiamo se per insaporirli Wout Van aert ci ha aggiunto un po’ di quei chetoni che piacciono tanto alla Jumbo. Ma se a Dendermonde per la Coppa del Mondo dopo qualche tempo abbiamo rivisto la Signora Alvarado non è perché si è ricongiunta alla figlia in occasione delle festività, è solo che, sempre per le ulteriori restrizioni, è stata vietata la presenza di pubblico e quindi gli addetti ai lavori erano più visibili rispetto alle gare recenti, però, purtroppo per lei, c’è da dire che, per come correva e incitava la figlia lungo il percorso, la Signora sembra la più in forma della famiglia mentre Ceylin stenta a tornare ai suoi livelli, ma va sempre meglio della sua rivale di prima del covid, Annemarie Worst che manco c’era. Le atlete, intervistate subito dopo la ricognizione e non prima della partenza forse perché sembra brutto mostrarle col viso pulito, hanno detto che il percorso era più duro dell’anno scorso, ma nessuna è affondata nel fango come capitò a Katie Compton, la cui erede Clara Honsinger è arrivata seconda e ha detto che avrebbe potuto vincere se la gara fosse stata più lunga di 5 minuti, ma penso che Lucinda Brand avrebbe vinto lo stesso, ha solo controllato nel finale per non rischiare e poi cosa sono 5 minuti per una che ha fatto classifica al Giro d’Italia. Marianne Vos non sembrava a suo agio ma deve farsi comunque notare, e dopo una partenza a razzo in lotta con le giovanissime e una gara con momenti di difficoltà ha concluso al quarto posto con uno sprint lunghissimo e accanitissimo in cui ha superato quelle stesse ragazzine, tra cui brilla Puck Pieterse perché, tra uomini e donne, è stata l’unica a saltare gli ostacoli in bici. Un quarto posto non aggiunge niente alla carriera di Marianne ma si vede che lei si diverte anche con questo, come quei colleghi uomini che anche se ormai puntano più alla strada non sanno stare senza sguazzare un po’ nel fango.

E infatti in campo maschile c’era il primo confronto stagionale tra i tre grandi, Van Der Poel-Van Aert-Pidcock, e per un po’ Toon Aerts ci ha illusi che potesse essere il gaudente quarto litigante, ma poi Van Aert ha preso il largo, Van Der Poel ha navigato in seconda posizione e con plateali gesti mostrava di avere di nuovo problemi alla schiera, Aerts si è accontentato del terzo posto e i piccoletti hanno pagato il percorso non adatto alla loro statura: Pidcock Iserbyt e Van Der Haar sono arrivati ottavo nono e decimo in fila cantando Ehi-Ho! Ehi-Ho! Ma a proposito di Natale, si sa che è anche periodo di brindisi, e chissà che non sia stato qualche goccetto di troppo a far dire al commentatore RAI che Van Der Poel è figlio di un fuoriclasse e nonno di Poulidor (cioè nonno di suo nonno), o ancora, verso i tre quarti di gara, che mancava poco alla fine e poco dopo che la gara era ancora lunga. Forse il tempo è relativo, è una questione di mondi paralleli, o di sliding doors, anzi, di sliding canale, dipende da quale canala si sceglie di percorrere, perché secondo la sua filosofia la vita è tutta una questione di canale.

Auspicando le Fanculiadi

Il resoconto dell’annata per questo giro non lo schematizzo in classifiche e playlist ma in post diversi su argomenti altrettanto. E questo, per quanto mi riguarda, è l’anno in cui ho pensato che se abolissero le Olimpiadi male non sarebbe. Spettacolo gonfiato e strumentalizzato, da noi in Italia si è fatta la conta delle medaglie consumando in fretta le storie dietro di esse già dimenticate e più se ne raccoglievano più il governo diceva di essere migliore. Ma pure le vittorie arrivano alla fine di percorsi troppo drammatizzati, vedi quello che andava in giro con mezza barba. Le nazioni fanno a gara per ospitare le Olimpiadi, spendono più soldi di quelli che ne ricavano, e non è detto che ci facciano bella figura. Il Giappone ad esempio ha lasciato perplessi e chissà cosa ne penseranno nei Paesi Bassi dopo la corsa di AVV che in assenza di informazioni pensava di essere in testa e ancora dopo che il loro idolatrato idolo MVdP è caduto su un pietrone fidando in un asse che durante le prove c’era e in gara non più. E poi i risultati lasciano altrettanto perplessi, come appunto la vittoria dell’austriaca Kiesenhofer che dopo Tokyo manco si è degnata di correre un po’ più del solito per giustificare il suo oro. E penso che allora il Vélo d’Or per il ciclista dell’anno era meglio se i francesi lo assegnavano sciovinisticamente ad Alaphilippe che delle Olimpiadi se n’è infischiato. E quindi lancio un’idea: bisognerebbe organizzare le Fanculiadi, che non dovrebbero essere un evento alternativo che poi rischierebbe di diventare altrettanto ingombrante ma un non-evento basato sull’assenza, continuando a praticare discipline escluse dal programma olimpico o non gareggiando per nulla, insomma una cosa che non costa niente e non sporca.

Una disciplina che se ne stava lì tranquilla per i fatti suoi era il ciclocross, solo Sven Nys sognava le Olimpiadi e pur di parteciparvi si adattò alla mtb ottenendo solo un nono posto a Pechino. Poi ci si è messa l’UCI in combutta con Flanders, quelli che organizzano la Coppa del Mondo e non solo, e per Flanders non si intende il personaggio dei Simpson né la personaggia di Defoe ma una società che ha un CEO, non so se mi spiego, ma la svolta definitiva l’hanno data Luca Bramati e il solito Pippo Pozzato che hanno proposto una gara sulla neve della Val di Sole, e neve doveva essere ché se non avesse nevicato si sarebbe intervenuti manu militari con i cannoni sparaneve. Questo perché il problema dell’obiettivo olimpico è che non trattasi di generiche olimpiadi invernali ma di olimpiadi del ghiaccio e della neve, fango e freddo non bastano, o superfici imbiancate o niente. Insomma ancora una volta il ciclismo per entrare nel programma pentacerchiato deve diventare qualcosa di diverso, è già successo con la pista e potrebbe succedere con il cross. Però la cosa che ieri a Vermiglio ne è venuta fuori non è stata male, quasi tutti i corridori dicono di essersi divertiti forse anche perché temevano il ghiaccio, e in fondo ci sono state gare sul fango molto più scivolose, e solo Pidcock ha detto che continua a preferire l’erbetta. Il campo partecipanti era parzialmente cambiato rispetto al solito, i Paesi Bassi hanno schierato la coppia di bikers Tauber e Terpstra e soprattutto c’erano molte assenze tra chi ha preferito evitare e chi aveva già in programma un ritiro per tirare il fiato e preparare la seconda parte di stagione, e tra questi ultimi paradossalmente c’era tutta la squadra di Sven Nys, il quale potrebbe essere ancora interessato alle Olimpiadi per il figlio Thibau sempre che quest’ultimo non opti in futuro per la sola strada. Tra i nyssini c’è Lucinda Brand che ha 31 anni e possiamo immaginare che di un’eventualità olimpica tra altri 4 annetti non gliene possa fregare di meno. Gli italiani sono accorsi in massa, sia come pubblico che come partecipanti, risultando più forti le donne con Eva Lechner quarta, ma dispiace che non siano stati convocati due atleti locali che nella loro lunga carriera si sono buttati in tutte le specialità del fuoristrada: Anna Oberparleiter, che è anche maestra di sci e quindi con la neve ha confidenza, e l’adrenalinico Martino Fruet che almeno ha girato lo spot dell’evento. La gara maschile è stata combattuta soprattutto per il terzo posto tra i piccoletti Pidcock e Iserbyt alle spalle di Michelone Vanthourenhout, ma l’attrazione era Wout Van Aert che è stato uno dei pochissimi, se non l’unico, a non farsi problemi a gareggiare pure il sabato in Belgio, vincendo ovviamente, poi ha preso l’aereo, ha fatto una ricognizioncella del percorso e al secondo giro della prova se n’è andato e ha vinto, anche se pure lui come quasi tutti è caduto strada innevata facendo. Chi ha guidato meglio di tutti è stata la giovane Fem Van Empel, ma lo spettacolo nella prova femminile l’ha fatto Marianne Vos che è partita prudente, poi ha avuto un problema alla catena ripartendo con un ritardo di quasi un minuto e lì ha iniziato una rimonta clamorosa, Cant Pieterse Lechner Betsema Rochette tutte affannate all’inseguimento di quella davanti lei le superava in tromba e nel finale ha raggiunto la battistrada, sembrava stesse per ripetere l’impresona con rimontona al Giro ai danni di Lucy Kennedy, ma per la troppa foga ha infilato l’avversaria all’interno in una curva e subito dopo ha urtato un paletto ed è crollata a terra. Dice il saggio che nel ciclocross bisogna correre in testa perché se si cade si blocca anche chi segue e non si perde terreno, ed è qui che si è vista la bravura e la freddezza della giovane che sembrava quasi dire alla veterana di fare con comodo, ma quando Marianna si è rialzata la Van Empel già in bici è partita e l’arrivo era dietro l’angolo. Se uno si chiede come fa Marianne Vos, che non è più vecchia di tante altre ma ha avuto fin qui una carriera lunga e intensa, a essere ancora così forte, la risposta è nella caparbietà che la porta anche a commettere errori, e lei che in genere non cerca scuse stavolta ha commentato che quel paletto doveva essere lì anche il giro prima, come a dire che era colpa sua che non se ne era accorta, e si è detta contenta perché non pensava di essere già così in forma, senza recriminare sul salto di catena che tra l’altro dovrebbe farla riflettere sui suoi attrezzi del mestiere perché anche in ricognizione le è saltata la catena. E poi forse la Vos voleva fare la volata in testa a tutti i costi perché Van Empel è veloce, tanto che in estate è arrivata seconda agli Europei di tutt’altra specialità, la mtb eliminator, battuta sola dalla fenomena Gaia Tormena, una che per adesso di olimpiadi non si preoccupa.

Però a gareggiare con la neve si arriva belli puliti.

La Zeriba Suonata – certificati

Da ieri collegandosi all’apposita piattaforma on-line è possibile scaricare il certificato anagrafico digitale che si potrà comodamente stampare a casa. Così chi ha la stampante 3D potrà avere un certificato tridimensionale, e questo è un grande balzo in avanti nel rapporto del cittadino con la burocrazia, tutt’altra cosa rispetto ad esempio al green pass che io mi sono stampato pure su carta verde perchè non si sa mai. Il primo italiano a stamparlo è stato il Presidente della Repubblica che è riuscito a battere sul tempo anche il Presidente della Campania approfittando del fatto che quest’ultimo era impegnato in anteprima con la quarta dose del vaccino. Per ora si possono scaricare solo certificati anagrafici ma chissà che in futuro non si possano scaricare pure i certificati di follia.

Frances Forever – Certified Fool