Ultimi racconti del 2020

Per me il 2020 è stato anche l’anno della scoperta di Shaun Tan, animatore illustratore e narratore australiano di origine malese. Dopo la lettura di Piccole storie di periferia, la visione del corto animato The Lost Thing, il recupero di L’approdo, ecco che a fine 2020 è stato pubblicata, sempre per Tunué, la raccolta Piccole storie dal centro, storie fantasiose e a loro modo surreali con immagini meravigliose sul rapporto dell’uomo con gli animali di città: cani, gatti, farfalle, ippopotami, rinoceronti, squali, coccodrilli, e se vi sembra strana la presenza di alcuni di questi animali nel profondo delle città potrete soddisfare la vostra perplessa curiosità addentrandovi nel libro, così potrete leggere anche una suggestiva ipotesi sui gatti che scompaiono.

La Zeriba Suonata – Geografia e canzoni del 2020

Per scrivere dei miei ascolti preferiti del 2020 almeno stavolta ho preferito riferirmi a singole canzoni e non a interi album, un po’ perché ci sono stati continui rinvii delle pubblicazioni, un po’ per inserire anche qualche musicista che non ha pubblicato altro ma anche una cantante che in album sonnacchiosi riesce sempre a infilare un pezzo che spicca. E in questo anno che speriamo resti particolare e non diventi il primo della futura normalità, alla persistenza di movimenti sovranisti e xenofobi si sono aggiunte tutte le regole anticovid a cercare di chiudere in loro stessi gli stati, le regioni, le città, finanche i quartieri. Ma il mondo se ne frega e va avanti, e non so se è un caso o forse solo inevitabile che buona parte delle cose che vi presento sono opera di musicisti nati in un paese e che per vari motivi si sono spostati altrove o per risparmiarsi il viaggio sono figli di emigrati da paesi che semmai non hanno neanche mai visto. Qualcuno poi ritorna a casa, come la mia scoperta dell’anno, la ghanese Amaarae, con la mia canzone dell’anno: Fancy. Amaarae si definisce sessualmente fluida e in questo inventario non è l’unica e pensavo che le variazioni sessuali una volta, non saprei se si usa ancora, venivano descritte con una espressione spaziale, geografica: passare all’altra sponda. E’ il caso di Arca, nonbinary che è tornato con la sua musica mutante, tanti pezzi interessanti però so di non riuscire a essere obiettivo quando si aggiunge la voce di Bjork: Afterwards. Arca viene dal Venezuela mentre Ela Minus viene dalla Colombia e suona macchinette che costruisce lei stessa, e dato che con queste macchinette realizza pezzi come El cielo no es de nadie è due volte brava. Sevdaliza quando lasciò l’Iran pensò di essere arrivata in Olanda ma all’inizio di quest’anno ha scoperto di essere invece nei Paesi Bassi, ma questo non c’entra con vicissitudini personali, in cui chissà come si inquadra il video di Oh My God con tanto di manipolazioni vocali. Altro giro, altra crisi: Thao And Get Down Stay Down hanno inciso Temple, album che contiene Pure Cinema, un’altra delle mie canzoni preferitissime, e poi hanno realizzato un video emblematico del lockdown, Phenom, anche loro arrivando da un periodo di ripensamenti della cantante virginiana Thao Nguyen, che se ho capito bene si è anche riavvicinata alla comunità vietnamita, ma chissà se in Vietnam c’è mai stata. E chissà se sono mai stati in Thailanda, dalla cui lingua hanno tratto il loro curioso nome, i texani Khruangbin, ma intanto in Giappone è ambientato il video di So We Won’t Forget. Il caso più clamoroso di dischi fantasma è quello dell’esordio di Celeste, britannica di mezze origini giamaicane che per andare alle radici della sua musica va in Louisiana tra vecchi pianisti e bande di strada, bande musicali of course: Stop This Flame. E chissà se quel vecchio pianista del video ha mai sentito parlare di un misterioso bluesman detto Dyin’ Dog che in realtà è esistito solo nella mente dei Residents in uno scherzo risaputo cui ormai non abbocca più nessuno, ma la musica del “tributo” Metal, Meat & Bone è buona lo stesso specie se featura Black Francis: Die! Die! Die!. Ma se gradite la musica tradizionale chi più di Norah Jones che realizza un album jazz, e allora tra uno sbadiglio e l’altro possiamo augurare lunga vita a Norah Jones che concorda cantando I’m Alive. Troppo tradizionale? Allora ascoltate la danese Agnes Obel che incide contemporaneamente per Blue Note e Deutsche Grammophon e che con la sua strumentazione sia classica che synthetica può piacere sia ai vecchi che preferiscono la musica di una volta sia ai vecchi brontoloni come me che la musica di una volta va bene se è di quella volta lì ma se invece è di questa volta qui questa è un’altra volta, non so se mi sono spiegato: Broken Sleep. Obel sembra un’erede di John Cale, di cui in passato ha riproposto Close Watch, ma c’è chi il vecchio gallese l’ha ospitato nel suo album del 2020, la sua conterranea Kelly Lee Owens, che prosegue, anche lei con qualche crisetta, con la sua elettronica danzereccia senza però muoversi dal suo Galles e appunto per avere qualche ospite ci ha pensato un po’ su e poi si è ricordata che il più grande musicista vivente è proprio delle sue parti, ma gli ha lasciato solo un brano spoken world, e allora alla voce antica di John Cale preferisco i suoni moderni e birichini di Jeanette. Già che siamo nel Regno (dis)Unito mettiamoci pure un po’ di brit pop, quello brillante e psicoelettronico dei Django Django che quest’anno hanno realizzato un concerto a debita distanza e poi il singolo Spirals, e se queste sono le premesse speriamo che al più presto attorno a queste spirali ruoti un album intero. Dopo Galles e Inghilterra non potevo ignorare la Scozia, con un ritorno che a pensarci non è tanto sorprendente, perché in un periodo in cui tutti scendono in piazza a piangere miseria non potevano mancare i piagnoni per eccellenza, gli Arab Strap, che 15 anni dopo l’ultimo disco ufficiale e 14 anni dopo l’antologia intitolata tanto per capirsi 15 Years Of Tears incidono il brano The Turning Of Our Bones e il bello è che sembrano uguali a come ci avevano lasciati, l’unico cambiamento è di essere passati dalla Chemikal Underground all’etichetta degli ex compagni di scuderia Mogwai, ma non suonano vecchio, forse perché sono inimitati più che inimitabili. Uno dei dischi più osannati dalla critica è stato quello di Fiona Apple, un album che richiede molti ascolti, e proprio per questo sarebbe meglio se vi decideste a iniziare, semmai proprio dalla title-track Fetch The Bolt Cutters in cui cantano anche i cani quelli veri, non quelli dei talent. E poi in chiusura di 2020 ho rivalutato il disco del canadese Dan Snaith alias Caribou che quando era uscito mesi fa non mi aveva convinto forse perché la componente psichedelica dei dischi degli anni zero era in percentuale minore o meno sixties, vedi Sister, ma se c’è un musicista con cui non ci sono di questi problemi, non fosse altro perché la sua musica è sempre cangiante, quello è Sufjan Stevens che ci diverte anche con le sue Lamentations. E così il 2020 è alle spalle, per il 2021 già si annuncia il nuovo album di St. Vincent ma sicuramente non mancheranno buoni album del … 2020 che erano sfuggiti.

Quale sarà l’ombelico di questo mondo in movimento? Direi che quello di Kelly Lee Owens può andar bene.

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?

Uno sport in voga

L’Unione Ciclistica Internazionale non è più quella passatista del passato, come ai tempi pure lunghi di Adriano Rodoni, la cui maggiore abilità fu quella di sopravvivere alle glaciazioni al contrario degli altri dinosauri, e che regnò dal 1957 al 1981 e per questo era omaggiato da Adriano De Zan, sempre ossequioso verso le Autorità, che lo chiamava Presidentissimo. Oggi l’UCI cambia e va verso le novità, forse pure troppo, o quando novità non lo sono più, mi riferisco in particolare all’inclusione nel programma olimpico della bmx freestyle o come si chiama, insomma le acrobazie in bicicletta, e, oltre al fatto che non si sentiva il bisogno di un altro sport circense con presunte caratteristiche artistiche, questa roba richiama molto l’immaginario finto alternativo tipico degli anni novanta a base di pantaloni troppo lunghi e larghi skateboard e musica punkazzona. E allora sono bastati alcuni mesi di lockdown e corse virtuali sui rulli, e sulla piattaforma zwift, per indire il primo Mondiale Esports, ma quella “e” davanti a “sports” è fuorviante perché fa pensare a bici assistite e non è questo il caso. Però proprio il caso delle ebike mi fa semmai avere dei dubbi sul fatto che questa sia la prima edizione, perché ad esempio nella mtb il primo campionato del mondo di cross country con bici elettriche c’è stato l’anno scorso, e poi quest’anno anziché la seconda edizione c’è stata di nuova la prima. Un altro dubbio potrebbe venire sul futuro della disciplina, che potrebbe consolidarsi anche perché si evitano gli incidenti stradali, o risultare effimero e legato a una moda, come forse le corse con bici a scatto fisso di cui non si sente più parlare. Per ora l’evento è stato poco considerato dai siti specializzati, soprattutto italiani, mentre Het Nieuwsblad gli ha dato più spazio, e potrebbe non giovare il fatto che i nomi famosi presenti hanno corso solo per divertirsi. Ma del resto il grosso pubblico trenta anni fa ignorava John Tomac e la mtb è diventata ugualmente popolare, e lo stesso per la bmx di cui nessuno conosceva il vincitore di Pechino, … coso, eh non mi viene in mente. Addirittura in campo maschile l’emondiale è stato vinto da un ciclista tedesco occasionale, Jason Osborne, ma occasionale non si riferisce a tedesco anche se il nome lo farebbe pensare, ma al fatto che lui è perlopiù un vogatore, pratica il canottaggio, e ha preceduto due sconosciuti danesi, un diciannovenne e l’ennesimo Pedersen. In campo femminile è strano che Van Vleuten non abbia voluto vincere anche qui, e lo stesso dicasi per Van Der Breggen, anche se sui rulli è molto difficile che si cada e quindi stavolta non ha potuto approfittare di cadute altrui. Però ha vinto una famosa, e se solo sui rulli Van Avermaet ha potuto vincere il Giro delle Fiandre, così solo virtualmente la sudafricana Ashley Moolman Pasio ha potuto vincere un titolo importante, insomma un titolo mondiale, importante non so. Resta la curiosità su cosa succede in queste gare. Ci si collega da una postazione che può essere anche a casa propria, e si corre vestiti di tutto punto con la divisa aerodinamica e pure il casco, o con il pigiama le ciabatte e i bigodini? E se la donna delle pulizie apre una finestra che fa corrente si creano i ventagli? E se viene un bisogno fisiologico non ci si deve preoccupare di fermarsi a bordo strada in un punto dove ci siano tifosi, ma se poi si trova il bagno occupato? E se viene la fringalle, si prende un gel o si va a vedere nel frigo tante volte sia avanzata una mezza mortadella offerta da Adriano Amici? Se questo sport prenderà piede fino a essere trasmesso dalle reti in chiaro avremo una risposta a tutti questi interrogativi, per ora a illustrazione di questo post metto una foto della neo campionessa dal vero, anzi dal vivo, anche se la foto digitale si è un po’ deteriorata.

La Hitec nel 2014: Ashley Moolman Pasio in maglia verde e Elisa Longo Borghini in maglia azzurra.

Ro ed io

Tra i tanti che sono morti per il covid o per le sue complicanze c’è Ro Marcenaro. Io non lo conoscevo, di persona intendo, e allora vi chiederete perché questo titolo. Non lo conoscevo di persona ma evidentemente non lo conoscevo bene neanche come artista, sapevo che faceva animazione e videoclip musicali ma non che fossero suoi i vecchi caroselli del Fernet Branca con la plastilina, e sapevo che era illustratore ma non ricordavo che facesse pure satira. E allora mi sono detto ma vuoi vedere… e sono andato a vedere. Anni fa, quando gli enti locali potevano spendere e spandere, c’erano mostre e concorsi, di fumetti o di satira, aperti a tutti, e a volte partecipavo, e qualche volta ne usciva pure un catalogo democratico che non separava il grano dal loglio e quando si disponevano le vignette in ordine alfabetico mi ritrovavo nella pagina con Altan, troppo onore, troppissimo. E insomma volevo vedere se in quei pochi cataloghi spuntava Marcenaro, ed eccolo infatti in quello dell’edizione 1990 di Satira Oggi dedicata all’informazione nel 2000.  La vignetta di Marcenaro più che satirica sembra un omaggio al fondatore del giornale che spesso lo ospitava.

La mia vignetta invece era sul gap generazionale nella comunicazione e, ammesso che ci fosse e avendo allora trent’anni, non so dire dove mi potevo collocare.

 

 

La Zeriba Animata – ma chi sono?

Ma chi sono i genitori di questi studenti che all’uscita dalle scuole si assembrano senza mascherine e scambiandosi le sigarette, sono forse quelli che un mese fa dicevano che abbiamo fatto i sacrifici stando chiusi in casa e non è giusto che vengono qui gli stranieri già infettati? E questi studenti chi sono, sono forse quelli che due anni fa il venerdì dicevano di voler salvare il mondo? Non hanno capito che per salvare il mondo bastava che non uscissero di casa né loro né i loro genitori?

Steve Cutts – The Man 2020

Steve Cutts è un disegnatore e animatore inglese che ha collaborato anche con Moby.

 

Carriere e coccodrilli

Il Tour di quest’anno non passa per Albi ma per chi volesse sapere qualcosa del massacro dei Catari nessun problema perché si arriva a Lavaur, dove ne furono mandati al rogo 400, e l’occasione è gradita per un ripasso. Meno male che lo scrittore parlante che in genere si diverte con l’aneddotica macabra non ci dice pure la sua, ma quello che mi chiedo è se sono quelli della RAI che non perdono occasione per mettere in cattiva luce la Chiesa Romana più di quanto non faccia essa stessa o se sono quelli del Tour che ci tengono, e come al Giro ogni anno si ricordano Coppi Bartali e Pantani al Tour ricordano Desgranges e gli Albigesi. Stavolta c’è una doppia coincidenza. La prima è personale, in questi giorni stavo mettendo un po’ di ordine tra i libricini piccoli, tra i quali ci sono molti, pure troppi, Millelire, che compravo quasi all’ingrosso senza stare a selezionare, e tra questi ce n’è uno sui Catari che dimostra la furbacchioneria di Stampa Alternativa: infatti questo che viene presentato come racconto è solo un estratto da un libro ben più grande di C.R. Maturin che un’altra casa editrice avrebbe pubblicato, e in quanto tale sembra inconcluso, insomma è come quegli estratti omaggio che pubblicizzano i libri in uscita solo che in quel caso la pubblicità si pagava pure.

La seconda coincidenza è che la tappa catara ha visto un massacro, per fortuna solo ciclistico, perché doveva essere una tappa tranquilla, ma non si può mai dire, succede che soffia il vento e possono partire i ventagli, e infatti la squadra tedesca Bora fa il diavolo a quattro, ma in senso figurato, non il loro connazionale che nonostante il covid anche quest’anno segue la corsa e mi viene il dubbio che se non in quattro si sia fatto almeno in due perché c’è una cosa che non capisco, cioè non mi spiego i salti che fa per l’età che dovrebbe avere. La Bora invece una cosa l’ha capita: Sagan ha due obiettivi, la maglia verde della classifica a punti e se possibile anche una tappa, ma si è capito che non è più in grado di battere i velocisti e per vincere deve farli fuori, e con quell’attacco molti velocisti si staccano, poi in un secondo momento altre squadre pensano di far fuori qualche uomo di classifica, non tanto Landa e Porte che in genere si fanno fuori da soli, ma Pogacar, e poi già che ci sono qualche altro velocista, e alla fine dopo tutta questa fatica Sagan non vince uguale, quello lo fa Van Aert che ormai ha raggiunto la statura da campione e tanto di cappello, però se qualche inimicizia è difficile che se la faccia la Bora che ha lanciato il fatale attacco ma ha fatto la sua corsa, la Jumbo non penso faccia simpatia nel peloton perché vuole vincere un po’ troppo, e se imposta la corsa come faceva in passato la Ineosky non dimentichiamo che gli inglesi per l’obiettivo principale hanno saputo anche sacrificare le vittorie parziali, costringendo Cavendish e Viviani a cambiare squadra e oggi sacrificando e anche consumando Kwiatkowski. Ma la Ineos sta cambiando ed è stata proprio diversa alla Coppi e Bartali dove ha vinto con uno scalatore, che sembrerebbe una cosa normale ma invece non lo è perché Narvaez si è scoperto veloce e ha vinto non per distacco ma con gli abbuoni. E poi hanno bisogno di ricambio, cercano giovani e si dice che ingaggino anche il fenomeno Tom Pidcock, ciclocrossista biker e vincitore della Roubaix under 23 che è la corsa più adatta ai fuoristradisti, però ha come idolo Wiggins che all’opposto veniva dalla pista, ma il sogno comune è il Tour e Pidcock già si è messo avanti col lavoro e ha perso peso, strada facendo ha vinto il Giro Under 23 prendendosi anche la tappa conclusiva col Mortirolo perché è uno che programma il futuro e pensa a quando sarà vecchio e agli amici del Pub dello sport potrà raccontare di quella volta che ha vinto su quella salita famosa. Però il mondo professionistico sarà diverso e già qui la sua ingordigia può aver dato fastidio: il suo compagno di fuga Vandenabeele alla fine della tappa l’ha applaudito ma non si capisce se per ammirazione o ironicamente avendo sperato che gli lasciasse la vittoria di tappa, e del resto Pidcock sembra uno smargiasso, per dire ha tagliato il traguardo dritto in piedi sui pedali, se il suo idolo è Wiggo speriamo non diventi pure mod e rompa anche lui con il rock e le lambrette e tutto quell’armamentario da lasciare in soffitta una volta per tutte, ma in fondo nel ciclismo ogni tanto c’è bisogno anche di qualche villain. Tornando alla Ineos, ci sono ciclisti ormai vecchi ma anche dei giovani che hanno subito mostrato i propri limiti, come Sivakov che cade spesso e non sa andare in discesa, però mai come il connazionale Zakarin, e qui arriviamo alla prima tappa pirenaica. C’è la classica fuga di uomini fuori classifica e sulla penultima salita passano in testa Peters e Zakarin, coppia male assortita perché il primo è bravo in discesa, come del resto tutta la sua AG2R tranne uno, e va a vincere, e forse a 26 anni è ancora presto per dirlo ma sembra avviato a essere uno di quei classici corridori che per qualche anno riescono a centrare tappe nei grandi giri e nient’altro, poi passati i pochi anni favorevoli continuano a tentare la fortuna ma non gli riesce più. A Zakarin invece non riescono le discese, è storia vecchia, le fa brutalmente brutte senza gli arabeschi di cui è capace il maestro del brivido Alexander Geniez, ed è già tanto che arrivi sano e salvo al traguardo. Tra gli uomini di classifica sembra non succedere molto, la Jumbo è la squadra più forte ma forse per mancanza di avversari, ma i colpi di scena arrivano lo stesso. Quest’anno prima del solito è arrivato un momento che è ormai diventato classico: la crisi di Pinot e quando non è una crisi psicologica sono i postumi di cadute e lui cade spesso, ma secondo me da lui non c’era da aspettarsi più niente già dopo il Delfinato in cui si è trovato inaspettatamente in testa per il ritiro di Roglic e anche allora, nonostante il minore prestigio della corsa, c’è stato il solito psicodramma. Poi sull’ultima salita attacca Pogacar e Roglic lo lascia andare dimostrando che non ha imparato bene la lezione di Carapaz al Giro dell’anno scorso. Invece Pancani sta imparando a convivere con lo scrittore parlante e si diverte a coglierne le contraddizioni, come quella sugli animali prede, che a sentire lo scrittore a volte sono poveri e a volte uno spettacolo della natura. E a proposito di animali, si passa dalle parti di una chiesa dove c’è un coccodrillo appeso al soffitto, Pancani chiede se ci siano casi del genere anche in Italia e lo scrittore dice che ce ne sono due, ma dato che a letture di fumetti è messo male, credo Bonelli e Bunker, non può ricordare la bella storia Il santo coccodrillo di Jerrry Kramsky e Lorenzo Mattotti adattata pure per il cinema di animazione come episodio del film collettivo Peur(s) du noir. Paure, traumi, blocchi psicologici, chissà cosa affligge Pinot. E idem da qualche anno per Fabio Aru che nella seconda tappa pirenaica si ritira e Beppe Saronnni, contattato dalla RAI, più che prendersela con Aru di cui però riconosce i limiti caratteriali che sono ormai acclarati, accusa chi nella squadra ha deciso di portarlo al Tour quando era evidente che non era in forma. Quel Saronni che diede una svolta alle carriere di Tonkov prima e di Simoni poi ormai nella UAE ha solo un ruolo di rappresentanza, tipo Mattarella, solo che a differenza del Capo dello Stato quando parla non fa il compitino correttino e precisino ma accusa attacca ironizza e non è per niente diplomatico, quello gli riusciva solo quando faceva il commentatore per la RAI e forse in quel ruolo è stato il migliore, e oggi le sue accuse sono arrivate fino in Belgio dove Het Nieuwsblad le ha comunicate al popolo fiammingo. Ora Aru può pensare a prepararsi per correre il Giro ottobrino, ma forse è troppo presto, allora la Vuelta novembrina, o forse è presto anche per quella, e allora facciamo direttamente l’Herald Sun Tour, no quello no perché è la prima corsa cancellata del 2021, o forse sì proprio per quello. Ma il Tour può fare a meno di Pinot e di Aru, anche se per Saronni la UAE perde un aiuto importante per Pogacar che per lui è un grande talento naturale, ma dicevano lo stesso pure per Aru, comunque la tappa viene spettacolare, della fuga di giornata resta davanti il giovane svizzero Hirschi che rischia di fare l’impresa e tutti a elogiarlo e a dire che ha un grande futuro, ma dicevano lo stesso pure per Aru, e i big solo negli ultimi 2 km raggiungono lo svizzerotto che non tenta il tutto per tutto per arrivare da solo sperando semmai che dietro si guardino, anche perché dietro si guarderanno pure ma tirano tutti, ma gioca d’azzardo rifiata un attimo e si fa riprendere per potersela giocare allo sprint, più che Lutsenko alla Tirreno Adriatico dell’anno scorso, e quasi ci riesce, se fosse partito più tardi, se non fosse partito dall’ultima posizione, bah, vince Pogacar davanti a Roglic, i due sloveni si rispettano ma si danno battaglia, e se al mondiale faranno gioco di squadra sarà difficile batterli. Oggi c’è il riposo, tamponi per tutti, e un sospettino viene, o meglio un timore, perché, ammesso e non concesso che Merckx e Pantani in epoche diverse siano stati vittime di complotti per farli fuori dal Giro, forse sarebbe ancora più facile eliminare qualcuno con una positività fasulla non al doping ma al coronavirus, ma per temere problemi in materia non c’è bisogno di pensare a complotti, bastano i ritrovati tifosi invadenti sulle salite, in particolare sul Peyresourde dove non c’erano né distanziamento né mascherine e si avvicinavano ai ciclisti pericolosamente, ma certo un elefante come il Tour non è facile da gestire. Più facile col giro under 23, dove semmai si potevano evitare le ridicole gomitate ma sul palco erano tutti con le mascherine, comprese le miss di cui non si è potuto mai vedere il volto, due belle ragazze che potevano essere notate da qualche produttore e scritturate per girare uno spot di qualche assicurazione facile o di qualche vino nel tetrapack e invece niente, carriere stroncate dal coronavirus.

Fotogramma da “Peur(s) du noir”.

La Zeriba 10 – Suonate, suonate, le streghe son tornate!

Questo è un post ignorante, di fantasia, su una scena, una tendenza che non esiste ma vedo solo io, ed è basato non sulla conoscenza dei testi ma sulla suggestione dei titoli e delle immagini.

Alcune sono in giro dagli anni zero ma hanno continuato e si sono evolute negli anni 10 cui è dedicata questa rubrica, altre sono più giovani, fanno folk gotico o psichedelico, sono donne che ammaliano più della fattucchiera Amelia, non stanno a piangersi addosso perché qualche uomo le ha lasciate, anzi, se qualcuno le ha lasciate non so se è ancora vivo per poterlo raccontare agli amici o più opportunamente alla polizia, e la loro parola preferita sembra che sia “blood”.

Prendete Marissa Nadler: dopo aver cantato storie antiche e di amori tragici e di morti fantasmi pazzi e inferni vari, alla fine dice di voler essere ricordata per i suoi crimini.

For My Crimes

Ma in effetti l’idea della scena non è proprio campata in aria perché la Nadler ha collaborato con le due prossime streghette. La delicata Emily Jane White cantava l’America Vittoriana, era una pupilla di David Tibet, ma lui, al contrario di quello che si dice, non è un individuo satanico, ha rinnegato il termine folk apocalittico che avrebbe buttato lì per celia, di Crowley apprezza l’umorismo ma non le teorie, studia il copto e le religioni e si preoccupa degli animali, mentre lei dice che bisogna essere più veloci del Diavolo.

Faster Than The Devil

Poi c’è Angel Olsen che, al di là dell’aspetto da bella ciaciona, pure canta storie truci e malaticcie.

Lark

Più cheta sembra Natalie Mering ma già si sceglie un nome d’arte con dentro il sangue, Weyes Blood, e poi ora è sirena seduttrice ora eremita sulle montagne in compagnia solo di animali ora va in giro vestita di nero a parlare di magie cattive.

Bad Magic

Le streghe passate in rassegna finora sono tutte americane, non di Salem ma di metropoli o di città di mare, ma ce ne sono anche altrove, e volete che non ce ne sia una in un paese selvaggio come la Nuova Zelanda? Ecco Aldous Harding e, come dicevano i telegiornalisti, le immagini si commentano da sole.

The Barrel 

La lunga estate fredda illustrata

Se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano in un’altra parte del mondo figuriamoci la fortissima eruzione di un vulcano. Nel 1815 il vulcano Tambora nelle isole della Sonda causò sconvolgimenti climatici al punto che l’anno dopo, cioè 2 secoli prima che la casa di Greta andasse a fuoco, in estate ci fu brutto tempo e per questo motivo gli ospiti di una villa sul Lago di Ginevra furono costretti a rimanere al chiuso come se ci fosse stato il lockdown. Quei 5 personaggi erano il medico John William Polidori, nessuna parentela con quel Giancarlo che circa 150 anni dopo si tolse lo sfizio di provarsi sia la maglia rosa che quella gialla ma non divaghiamo, e i poeti romantici Percy Bysshe Shelley e George Gordon Byron, più due donne scappate di casa e unitesi a loro ovvero Mary Wollstonecraft Godwin moglie di Shelley e la sua sorellastra Claire Clairmont amante di Byron. E, sapete come sono fatti questi artisti, si annoiano facilmente e allora Lord Byron lanciò una sfida artistico-letteraria per cui ognuno doveva scrivere una storia di fantasmi. I poeti partivano con i favori del pronostico essendo del mestiere ma dopo un po’ si annoiarono mentre il medico invece scrisse Il vampiro che diede il via a un ricco filone letterario. Ma il botto lo fece Mary Shelley che era un’esordiente diciannovenne, quindi solo da poco nella categoria under 23, e grazie alla sua fantasia e a suggestioni derivanti dalle chiacchiere sul galvanismo e gli esperimenti sull’elettricità animale, durante una notte buia e tempestosa come neanche nei romanzi di Snoopy ebbe una prima visione su cui decise di costruire il suo racconto Frankenstein. Spinta a proporre il racconto agli editori, Mary si trovò di fronte al loro scetticismo, perché convinti che quella storia paurosa non potesse averla scritta una leggiadra fanciulla ma fosse opera di quel debosciato del marito. Ma come è noto tutto finì bene: il libro fu pubblicato e diventò un classicissimo, i poeti Shelley e Byron morirono giovani e Polidori si suicidò. La storia della fantasiosa Mary Shelley è stata di recente raccontata dalla scrittrice canadese Linda Bailey nel volume Mary La ragazza che creò Frankenstein pubblicato in Italia da Rizzoli/Mondadori con le magnifi(goti)che illustrazioni della catalana Julia Sardà, ex colorista per Disney da cui si è poi affrancata e ha fatto proprio bene.

P.S. Julia Sardà sa disegnare pure le biciclette.

 

La Zeriba Suonata – la controriforma

Qualche settimana fa a proposito di Piripacchio e i mostriciattoli e delle sigle di serie animate tv scrivevo di quella che Erik Ursich definisce “riforma daveniana”, che in fondo è anche una dimostrazione del fatto che tutti dicono le riforme le riforme ma bisognerebbe vedere prima che cosa sono queste riforme. Nel 1981 Cristina D’Avena interpretò Pinocchio, credo la sua prima sigla, ma c’era chi ancora si affidava ai musicisti professionisti, e infatti nel 1982, per la seconda serie di Le Avventure di Lupin III, la sigla fu composta da Franco Migliacci, autore tra l’altro di Nel blu dipinto di blu, e Franco Micalizzi, compositore di colonne sonore, e per l’esecuzione il brano fu affidato all’Orchestra Castellina-Pasi. Ora, dato che le orchestre da ballo sono un po’ come i club sportivi, che non si sciolgono ma negli anni cambiano la formazione, la canzone, che è un valzer musette cioè alla francese, ve la propongo con tre cantanti diverse che si sono succedute negli anni, tutte versioni dal vivo che quella è la dimensione principale di queste orchestre, scegliete quale preferite

Irene Vioni

Silvia Cecconi

Elena Cammarone 

e poi ascoltate pure la breve intervista a Irene Vioni, cantante della versione originale, che dimostra come le orchestre da ballo siano l’antitesi dei talent con la loro ricerca di successo veloce.