La lunga estate fredda illustrata

Se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano in un’altra parte del mondo figuriamoci la fortissima eruzione di un vulcano. Nel 1815 il vulcano Tambora nelle isole della Sonda causò sconvolgimenti climatici al punto che l’anno dopo, cioè 2 secoli prima che la casa di Greta andasse a fuoco, in estate ci fu brutto tempo e per questo motivo gli ospiti di una villa sul Lago di Ginevra furono costretti a rimanere al chiuso come se ci fosse stato il lockdown. Quei 5 personaggi erano il medico John William Polidori, nessuna parentela con quel Giancarlo che circa 150 anni dopo si tolse lo sfizio di provarsi sia la maglia rosa che quella gialla ma non divaghiamo, e i poeti romantici Percy Bysshe Shelley e George Gordon Byron, più due donne scappate di casa e unitesi a loro ovvero Mary Wollstonecraft Godwin moglie di Shelley e la sua sorellastra Claire Clairmont amante di Byron. E, sapete come sono fatti questi artisti, si annoiano facilmente e allora Lord Byron lanciò una sfida artistico-letteraria per cui ognuno doveva scrivere una storia di fantasmi. I poeti partivano con i favori del pronostico essendo del mestiere ma dopo un po’ si annoiarono mentre il medico invece scrisse Il vampiro che diede il via a un ricco filone letterario. Ma il botto lo fece Mary Shelley che era un’esordiente diciannovenne, quindi solo da poco nella categoria under 23, e grazie alla sua fantasia e a suggestioni derivanti dalle chiacchiere sul galvanismo e gli esperimenti sull’elettricità animale, durante una notte buia e tempestosa come neanche nei romanzi di Snoopy ebbe una prima visione su cui decise di costruire il suo racconto Frankenstein. Spinta a proporre il racconto agli editori, Mary si trovò di fronte al loro scetticismo, perché convinti che quella storia paurosa non potesse averla scritta una leggiadra fanciulla ma fosse opera di quel debosciato del marito. Ma come è noto tutto finì bene: il libro fu pubblicato e diventò un classicissimo, i poeti Shelley e Byron morirono giovani e Polidori si suicidò. La storia della fantasiosa Mary Shelley è stata di recente raccontata dalla scrittrice canadese Linda Bailey nel volume Mary La ragazza che creò Frankenstein pubblicato in Italia da Rizzoli/Mondadori con le magnifi(goti)che illustrazioni della catalana Julia Sardà, ex colorista per Disney da cui si è poi affrancata e ha fatto proprio bene.

P.S. Julia Sardà sa disegnare pure le biciclette.

 

La Zeriba Suonata – la controriforma

Qualche settimana fa a proposito di Piripacchio e i mostriciattoli e delle sigle di serie animate tv scrivevo di quella che Erik Ursich definisce “riforma daveniana”, che in fondo è anche una dimostrazione del fatto che tutti dicono le riforme le riforme ma bisognerebbe vedere prima che cosa sono queste riforme. Nel 1981 Cristina D’Avena interpretò Pinocchio, credo la sua prima sigla, ma c’era chi ancora si affidava ai musicisti professionisti, e infatti nel 1982, per la seconda serie di Le Avventure di Lupin III, la sigla fu composta da Franco Migliacci, autore tra l’altro di Nel blu dipinto di blu, e Franco Micalizzi, compositore di colonne sonore, e per l’esecuzione il brano fu affidato all’Orchestra Castellina-Pasi. Ora, dato che le orchestre da ballo sono un po’ come i club sportivi, che non si sciolgono ma negli anni cambiano la formazione, la canzone, che è un valzer musette cioè alla francese, ve la propongo con tre cantanti diverse che si sono succedute negli anni, tutte versioni dal vivo che quella è la dimensione principale di queste orchestre, scegliete quale preferite

Irene Vioni

Silvia Cecconi

Elena Cammarone 

e poi ascoltate pure la breve intervista a Irene Vioni, cantante della versione originale, che dimostra come le orchestre da ballo siano l’antitesi dei talent con la loro ricerca di successo veloce.

Non è un paese per illustratori

Questa è una normale edizione italiana di un libro per ragazzi come ce ne sono tante: c’è il nome dello scrittore o come in questo caso della scrittrice, il titolo, la casa editrice che qui è una delle maggiori, un’illustrazione e il prezzo, qui economico. E apparentemente non c’è nient’altro e invece c’è un gioco, una specie di caccia al tesoro, perché si tratta di trovare il nome dell’illustratore, che non sempre o quasi mai è l’autore stesso del racconto, ma chi sarà, dove sarà scritto? In quarta di copertina, o nel risvolto, oppure in quarta o quinta pagina, scritto piccolo, perché non pare importante. Eppure l’illustratrice del libro sopra non è una qualunque, si tratta di Anna Laura Cantone che ha vinto premi, fa disegni simpatici e simpatica sembra anche lei, ha uno stile caratteristico e riconoscibile che come si dice ha già fatto scuola, ha realizzato con Enzo D’Alò dei film animati, ma come il gufetto protagonista del libro ripeteva di avere paura del buio così io ripeto che l’Italia non è un paese per illustratori. Cioè a lavorare mi sembra che si lavori, quanto si guadagna non so, ma la gloria qui è pochina, ristretta al settore, eppure qui c’è il Premio Andersen, il più importante premio per i libri per ragazzi, e ci sono mostre, ma di nicchia e dentro una nicchia si sta scomodi a disegnare, non puoi muovere bene le braccia e non puoi appoggiare il foglio. Anche il settimanale Internazionale, che è quello che da più spazio agli illustratori, a volte ne scrive il nome piccolo piccolo in un angolo del disegno. Qui sono apprezzati soprattutto quelli che sanno disegnare culi femminili, per cui se siete ragazzi e da grandi volete fare i disegnatori esercitatevi a disegnare quello per quando Manara andrà in pensione.

La Zeriba Suonata – La nuova cantante

Ieri ho scritto che per una disattenzione avevo pensato che qualcuno stesse copiando Arca, ma poi ho scoperto che al contrario una sua idea che vediamo nel video di Reverie, cioè quella di rappresentare la sua diversità in forma in centauro, era stata anticipata di poco da Sevdaliza nel video di Human, e devo dire che tutte e due mi fanno venire in mente Il nuovo avvocato, il racconto di Kafka in cui il cavallo Bucefalo, terminata l’epopea di Alessandro Magno, diventa appunto avvocato. Sevdaliza è il nome d’arte di Sevda Alizadeh, nata in Iran e da anni residente nei Paesi Bassi, giocatrice di basket nella nazionale neerlandese, modella, e poi cantante compositrice performer, e come per la collega venezuelana anche per lei ha molto importanza l’aspetto visivo, e tanto per capirci ammirate il potente video Shahmaran, diretto da Emanuel Adjei autore anche del cortometraggio Formula in cui Sevdaliza ha recitato e composto la colonna sonora. Di questa artista scrivo in questa rubrica e non in quella sugli anni 10 perché l’ho scoperta solo adesso e i siti italiani ne parlano come di un’artista di nicchia ma i suoi video hanno fantastilioni di visualizzazioni. La sua musica è un sinuoso trip-hop che richiama anche Bjork e il soul, finora ha inciso solo un album, Ison nel 2017, ma un secondo dovrebbe essere prossimo, e poi un bel po’ di singoli tutti pubblicati dalla sua etichetta Twisted Elegance, e potete divertirvi a cercarli, da quelli più diciamo naturali, come Clear Air, quando a volte, ma non è questo il caso, cantava in parsi, a quelli molto virtuali come That Other Girl in cui lo scenario quasi ricorda le orribili sculture di Jeff Koons, fino a quelli in cui potete ammirarla in tutta la sua sensualità come Amandine Insensible.

E dal vivo non è più l’algida e altera donna che appare nei video, anche se rende la vita dura al povero ballerino, ma solo nella finzione.

La Zeriba Suonata – I cartoni del Nord Levante

Non sono della generazione dei cartoni giapponesi che poi si scoprì che si chiamano anime, sono più vecchio, della generazione dei cartoni di Hanna & Barbera, Warner Bros, Disney credo ma non ricordo bene, forse più i documentari, e poi di quel Gustavo che non era proprio adatto ai bambini, questo per dire che non ho neanche nostalgie di quei cartoni verso cui in realtà ero diffidente come tanti in Italia, e forse uno dei primi passi per superare i pregiudizi fu uno storico numero di Eureka nell’anno magico in cui fu diretto da Castelli e Silver che ne combinarono tante che si potrebbero definire i Blues Brothers del fumetto italiano. Di quelle serie erano famosissime anche le sigle e negli anni ci sono stati diversi musicisti che le hanno reinterpretate, chi non spirito goliardico o qualcosa che ci somiglia chi con nostalgia ebete e chi neanche si capisce, come ad esempio  nel 1997 gli Üstmamò con Heidi. Probabilmente il primo che ebbe l’idea di suonare quelle sigle fu nel 1991 Paolo Pax Calzavara che la propose subito a Erik Ursich, musicista che negli anni ha dato vita a diversi gruppi (Grimoon, Kleinkief, Señor Tonto) e che possiede macchinari per le registrazioni e strumenti elettronici come Buchla e Moog. Fu così che nel Veneto, dove si dice che la gente, almeno quella seria, pensa solo a lavorare e non a queste sciocchezze, nacquero Piripacchio e i Mostriciattoli, un gruppo che tra alti e bassi, cambi di formazione scioglimenti riunioni e demotapes, nel 1998 è arrivato allo scioglimento definitivo salvo reunions. Però la costante del gruppo è di aver proposto, oltre a loro brani surreali e verrebbe da dire demenziali se il termine non fosse abusato, solo sigle precedenti a quella che Ursich definisce “riforma daveniana”, cioè solo i brani che venivano composti da musicisti professionisti tra cui Detto Mariano e alcuni degli Area, prima che arrivasse la reduce dello Zecchino d’Oro, il più vecchio talent italiano, a proporre canzoncine edulcorate e stucchevoli a volerne dire bene. La musica dei Piripacchio e i mostriciattoli era hard-core a volte in levare, ma non avevano niente a che fare con l’ondata di gruppi ska-punk cazzoni che nei 90 si sarebbe abbattuta sull’Italia come ennesima sciagura musicale nostrana, e se vogliamo trovare un paragone direi i Primus anche se non li citano tra le loro ispirazioni, poi diciamo che sapevano suonare e che non volevano dissacrare e sbeffeggiare quei cartoni e quelle sigle di cui ancora oggi sono grandi estimatori. Quando i Piripacchio suonavano insieme ad altri gruppi, questi preferivano esibirsi prima, perché dopo non avrebbero avuto audienza, e provate a immaginare per il pubblico che si beccava qualche gruppo che faceva musica pretenziosa, tardo-dark grunge o chissà che altro, che boccata d’ossigeno dovevano essere i Piripacchio. Di recente Vacca Stracca Recordings, l’etichetta di Ursich, ha pubblicato Tutto, antologia che comprende tutto quello che Piripacchio e i mostriciattoli hanno pubblicato su demotape e anche brani messi da parte in attesa di tempi migliori, cofanetto che potete richiedere sulla loro pagina facebook costì. In questo spezzone dal vivo potete vedere che il pubblico ai loro concerti pogava senza problemi e poi, dato che nel live sfuma nel finale, ecco la versione in studio di Fantaman che si presta benissimo all’irruenza punk.

l’internet nel pallone

Ci sono delle volte che mi ricordo delle potenzialità di internet e cerco delle cose che mi domando perché non ci avevo pensato prima, e semmai qualche rara volta davvero ci avevo pensato prima ma me n’ero scordato. Ma non tutto si trova o è facile da trovare. Decenni e decenni fa quando la tv trasmetteva in bianco e nero, anche i film a colori, e il pomeriggio la si poteva vedere perché non c’era gente che straparlava addosso a sé e agli altri, il primo nome che si mi fissò in testa come autore di film forse fu quello del cecoslovacco Karel Zeman, credo, forse se la gioca con Chaplin ma facciamo finta che sia così, solo che i film di Chaplin erano davvero in bianco e nero mentre quelli di Zeman ho scoperto troppo tardi che erano a colori. Zeman era un regista fantasioso in tutti i sensi, i suoi film erano trasposizioni di romanzi di Jules Verne o di altri racconti fantastici, inventò un sistema per sovrapporre disegno animato a passo uno e riprese dal vivo il tutto arricchito da illustrazioni effetti speciali e altre ingegnose trovate, e tra i suoi estimatori ci sono Terry Gilliam (entrambi hanno tratto un film da Le avventure del  Barone di Munchausen) e Tim Burton, anche lui occasionalmente animatore a passo uno. Ho fatto in tempo a vedere qualche film di Zeman, perché dopo non credo che l’abbiano più passato in televisione, obliato come tanti e sovrastato da quegli americani che tra Disney Pixar e Dreamworks non riescono a incantare come sapeva lui, ma non voglio fare il nostalgico di mitici bei tempi, c’è ancora chi ce l’ha la capacità di incantare, come i giapponesi dello Studio Ghibli o il francese Michel Ocelot e poi chissà forse altri che neanche conosciamo. E poi oggi abbiamo l’internet che ci permette di recuperare, di ritrovare, a patto che sappiamo cosa cercare, ma non sempre si trova tutto. Infatti ho trovato il sito del Karel Zeman Museum, poi dei piccoli video sulla sua arte con anche i pareri di Gilliam e Burton, qualche trailer, ma i film, quelli non li ho trovati, forse bisogna andare in qualche cineteca della Repubblica Ceca? E poi sapete come funziona internet tra algoritmi e link più cliccati, se volete fare una ricerca dovete essere precisi, restringere il campo, perché se cercate solo “Karel Zeman”, prima dei brevi video che dicevo, vi escono tante imperdibili notizie filmate su un omonimo allenatore del pallone figlio di allenatore del pallone che in Italia ha allenato qualche squadra in serie Q.

Questa minacciosa nuvola rossa è vernice sciolta in acqua.

Altrove e più altrove

Se uno vuole raccontare una storia di emigrazione deve raccontare una storia triste e con un pistolotto ideologico, non scherziamo, l’argomento è di sicuro richiamo, insomma vende, soprattutto tra il pubblico schierato, ed è oggetto di acceso e ipocrita dibattito politico. E ho l’impressione che ci si buttino anche persone che non hanno vissuto un’esperienza del genere, ma parlano di altri, semmai attenendosi a quello che si dice nel proprio schieramento. Shaun Tan, la mia grande scoperta di questo periodo (qui e qui), è un australiano nato in Australia e l’esperienza dell’emigrazione l’hanno fatta i suoi genitori malesi. Nel 2006 ha pubblicato The Arrival (in Italia L’approdo, Tunué, 2016), per il quale ci sono voluti 4 anni di studi e preparazione, un lungo periodo in cui ha letto libri e ascoltato aneddoti (che per me sono fonti storiche preferibili ai trattati dei professori) e si è documentato anche visivamente con dipinti, foto, cartoline, film (tra cui Ladri di biciclette), incisioni, e ha consultato l’archivio di Ellis Island. Ma quello che ne è uscito non è materiale per politici e sindacalisti, perché è il racconto di un doppio viaggio, affrontato prima da un padre e poi da moglie e figlia, in un luogo fantastico in cui paesaggi architetture e animali sono strambi come solo lui sa immaginarli, e il tutto è disegnato a matita molto dettagliatamente e colorato in grigio e seppia al computer. Si potrebbe definire un racconto senza parole, ma le parole ci sarebbero solo che sono in una lingua immaginaria. In quarta di copertina cartonata ci sono gli entusiastici apprezzamenti di Art Spiegelman, Marjane Satrapi, Craig Thompson e Brian Selznick, e se non vi fidate di me fidatevi di loro e cercate questo libro.

Posto un’immagine meno suggestiva per non fare spoiler visivo.

La Zeriba Suonata – per la riconciliazione

Chi di recente ha dovuto contattare una nota compagnia telefonica si è dovuto sorbire in sottofondo una Mina disneyana, e io per la lunga attesa e la circostanza sarei diventato insofferente pure verso Bjork, figuriamoci con quella canzoncina non essendo io un’amante né della compagnia americana né della Mina istituzionale invisibile che ha successo per forza d’inerzia. Quindi per riconciliarsi con Mina bisogna ascoltare quella degli anni 60 che era famosa in tutto il mondo e cantava in tutte le lingue, pure in turco. Qui vi propongo Adiós, versione spagnola di Addio, di Amurri e Morgan che non è il famigerato cantante litigioso ma un alias di Piero Piccioni. Poi eccovi la versione in turco di Soli, di Bruno Canfora, che compose molti brani per lei, e Castellano e Pipolo, ovvero quei due autori di tanti buoni film e programmi tv che però dagli 80 imboccarono una discesa nel baratro, con Pipolo, padre di Federico Moccia, che diresse da solo Panarea, uno dei film più fastidiosi di sempre e non lo definisco brutto perché sembra già di fornirgli i requisiti per diventare cult, no, era proprio una cosa repellente. Tornando a Mina non c’è niente di strano che cantasse in turco, ci sono stato tanti stranieri che hanno cantato in quella lingua ostica che è l’italiano, ci vuole impegno per imparare le altre lingue, come ha fatto l’operatore albanese con cui mi ha fatto parlare la compagnia telefonica e che tra l’altro mi ha chiarito come stavano le cose meglio della sua precedente frettolosa collega italiana.

La Zeriba Animata – cose smarrite e cose diverse

Qualche settimana fa ho proposto un libro dell’illustratore e scrittore australiano Shaun Tan accennando a un suo cortometraggio. Quel corto animato intitolato The Lost Thing e tratto dal suo libro omonimo è stato realizzato nel 2010 e ha vinto il primo Oscar utile, cioè già nel 2011. Di questa storia di stranezze fantasiose e periferiche ho trovato sia la versione originale con sottotitoli in francese e russo (almeno credo) sia la versione tradotta in italiano e mi sembra che ci siano delle differenze nel testo, in particolare il finale di quella italiana sembra quasi un elogio dell’arte per l’arte abbandonando su un aiuola dell’autostrada la morale il messaggio e gli insegnamenti, state buoni lì che poi vedrete sicuramente passa qualcuno e vi raccatta.