Covid e quote rosa

Quando in Italia c’era il covid molte persone si ergevano a unità di misura della malattia e dei vaccini: “è stata come una semplice influenza quindi non c’è da preoccuparsi” oppure “non ho avuto effetti collaterali per il vaccino quindi fatelo tutti tranquillamente”. Ma ogni organismo reagisce a modo suo e ce l’ha confermato il Tour. Gianni Moscon si è ritirato perché non è in forma, si pensa che sia il long covid, ci sarebbe da capire perché l’Astana ha 30 ciclisti e abbia convocato proprio lui che stava messo così male, misteri kazaki. Ma pure l’AG2R ha lasciato a casa un monumento vivente come Greg Van Avermaet per schierare un talento ormai perduto come Bob Jungels, uno che sembrava un uomo da corse a tappe, no, da classiche vallonate, no, da classiche acciottolate, no, buono tutt’al più per il campionato lussemburghese, e per giunta l’abbia fatto partire positivo asintomatico approfittando di norme sempre più confuse. Ma alla prima occasione in cui la fuga di giornata poteva davvero arrivare Jungels ha vinto, dopo un testa a testa a distanza (ma non per il covid) con quel cartone animato di Teobaldo Pinot che dopo la botta in testa del giorno prima è tornato pimpante, o quasi, perché a raggiungere il primo non ci è riuscito, ma in compenso è stato superato pure da un duo di veterani spagnoli. Neanche il tempo di vedere arrivare Pinot che da dietro la curva sbucava Pogacar che ha voluto fare lo sprintino che gli ha fatto guadagnare altri secondini, poi vedremo se questo modo dispendioso di correre pagherà o “lo” pagherà. La fuga è stata anche stavolta mezza sconclusionata, con dentro quel cavallo pazzo di Van Aert e Rigoberto Uran che voleva guadagnare qualche minuto in classifica e alla fine ne ha persi altre sei, e quando l’hanno intervistato ha serenamente dichiarato: “Porco cane! Cazzo! Questo ciclismo moderno non mi piace.” Poi, interrogato su un argomento più scottante, cioè l’omelette, si è lamentato che non sempre si trova il prosciutto San Daniele. Ora per tutti c’è il secondo giorno di riposo, atteso per riprendersi dalle fatiche e dalle conseguenze delle cadute ma temutissimo per i test covid. Le girine invece si godranno un riposo più lungo, altri impegni permettendo, perché la corsa è finita, Van Vleuten ha vinto la classifica per la terza volta ed è pure la più anziana tra le vincitrici del Giro, mentre l’ultima tappa è stata vinta da Chiara Consonni davanti a Rachele Barbieri, due velociste che al termine di un giro duro avevano ancora energie per sprintare, come se tra gli uomini l’ultima volata la vincesse Mareczko che in genere non arriva alla quinta tappa. E puntuale arriva la lamentazione: Chiara Consonni cambierà squadra, ma comunque la Valcar che ha lanciato lei, Balsamo, Cavalli, Persico e tante altre, rischia di chiudere per difficoltà economiche. L’arrivo era a Prato della Valle in Padova e si è parlato anche del problema delle quote rosa tra le statue collocate nella piazza, perché i personaggi ritratti, che hanno dato lustro alla città, erano ovviamente tutti uomini, era un’altra epoca storica, ma questo non basta, si chiede che venga eretta anche qualche statua di personaggi femminili e qualcuna sarebbe stata già individuata. Io potrei suggerire qualche ciclista, vediamo un po’, Alessandra Cappellotto e Tatiana Guderzo sono vicentine, di Padova ci sarebbe Giada Borgato, per me va bene.

Bozzetto per la statua di Giada Borgato.

Buona educazione

La RAI, nonostante l’orribile programmazione che la rende uguale alla Mediaset, nei proclami si spaccia sempre per veicolo di educazione e rispetto. Ma norma di buona educazione è di rispettare impegni e orari, cosa che non mi pare di riscontrare nei nevrotici palinsesti RAI; ho conosciuto persone che si vantavano di essere ritardatari capaci di superare anche il muro delle 2 ore ma non mi pare siano approdati alla RAI. E sarebbe bella una diretta del Giro Donne, non integrale come per gli uomini, che poi diventa pallosa, ma neanche striminzita. Sarebbe bello ma purtroppo il Giro Donne lo trasmette la RAI e ieri, tra cambio di rete, con l’altra che non aveva ancora terminato la trasmissione precedente, e fiumi di pubblicità, abbiamo staccato a 12 km dalla fine con un gruppetto di fuggitive e ripreso 8 km dopo con il gruppo compatto. Il finale era con curve e ultimi metri in salita, praticamente un ottovolante, l’ideale per Marianne Vos. Elisa Balsamo è stata preceduta pure da Charlotte Kool che l’anno scorso fu quasi la sua bestia nera ma quest’anno ha soprattutto fatto da ultima donna per Lorena Wiebes, potremmo paragonarla a Martinello quando tirava le volate a Cipollini, ma non lo facciamo perché non sarebbe buona educazione paragonare al Cipollone l’esuberante ragazzona dei Paesi Bassi. Ma poi sarebbero bassi i paesi dell’ex Olanda? Dal Tour ci dicono che il punto più alto della Danimarca è il megaponte sullo stretto del Grande Belt su cui doveva passare la corsa gialla, 254 metri contro i max 172 della terraferma. Gente pragmatica questi danesi, hanno costruito un ponte sul loro stretto e l’altroieri abbiamo visto una pista da sci allestita su un termovalorizzatore, però non hanno certo le imprese conviventi che abbondano in Italia. Ma torniamo un attimo alle donne, nell’intervista la Vos ha praticamente ricambiato i complimenti ricevuti il giorno prima da Elisa junior, perché sono ragazze educate, pure nelle volate: prego prima tu (che ti prendo la ruota). E si sarebbe potuta vedere almeno qualche premiazione, al Giro il protocollo è più veloce che al Tour, ma, nonostante la fine del collegamento fosse prevista dopo un’altra mezzora, la RAI per continuare a dimostrarsi inaffidabile ha dato subito la linea al Tour, dove in realtà non sapevano neanche cosa farsene di quella linea, mancavano 120 km all’arrivo, e hanno aperto delle finestre su una finale di pallanuoto che non era ignorata ma tranquillamente trasmessa su Raisport, e allora spero che in futuro, durante una partita di calcio, aprano una finestra per sapere cosa sta accadendo a I soliti ignoti o altro gioco equipollente. I commentatori RAI sono tornati sulla crono di apertura e hanno rivelato che Gerainthomas dell’iperscientifica Ineos si era dimenticato di togliersi il giubbino e con questo indumento poco aerodinamico ha fatto una brutta gara. Mister G ha detto: “Qualcosa ho pagato per questo giubbino”, ma non intendeva dire 39 euro da OVS, si riferiva al tempo impiegato. Poi in RAI quanto costa il giubbino non ce l’hanno detto, ma un body costa migliaia di euro, e c’è da temere che se cadono e lo strappano rischiano anche di prendere gli scapaccioni e di andare a letto senza il riso scotto. Ma i commentatori hanno voluto infierire su Thomas rivelando un’altra sua affermazione: che impacciato dal soprabito ha fatto le curve peggio di come le avrebbe fatte sua moglie. Insomma, già è passata alla storia quella volta che Cassani, dicendo di aver visto Rasmussen allenarsi in un posto diverso da quello dove aveva detto di trovarsi, scatenò un putiferio che portò il danese a lasciare il Tour in maglia gialla, ora rischiano di far litigare il gallese con la moglie. Però questo è un Thomas diverso, sarà stato distratto il primo giorno ma nella tappa del ponte ci sono state diverse cadute e le ha evitate tutte. In realtà le aspettative per la giornata erano altre: ponte lunghissimo sul mare uguale vento uguale ventagli, ma il vento era contrario, ventagli non ce ne sono stati e contro la noia ci sono state solo le cadute e prima la fuga del mattino di Magnus Cort e pure Nielsen che ha vinto tutti e tre i GPM, e all’ultimo per festeggiare con il pubblico connazionale ha alzato le braccia come avesse vinto la tappa. Quella, la tappa corsa tra edifici che sembravano fatti con il Lego, con il finale che al contrario del Giro era in discesa, l’ha vinta Fabio Jakobsen, e l’occasione è stata gradita dai cronisti che hanno potuto ricordare ancora una volta l’incidente in Polonia due anni fa e i danni riportati e il fatto che gli diedero pure l’estrema unzione, e invece lui è arrivato alla più importante vittoria della carriera alla faccia degli uccellacci del malaugurio, nel senso degli estremi untori.

Dati alla mano

Mobbing

Il Giro arriva a Genova e il Comune vuole che passi sul Ponte San Giorgio alias Morandi bis, una buona occasione per fare un po’ di retorica, ma RCS rilancia e ci mette pure la discesa dal Passo del Bocco dove morì Wouter Weylandt, con buona pace della sorella che lavora per la Trek e dice che avrebbe voluto non ci si passasse più. E’ una tappa adatta alle fughe, per la seconda volta in questa edizione ci si infila il tedesco Jasha Sütterlin,  ma la sua sfortuna è di essere un passistone e quindi per la seconda volta la Bahrain lo richiama all’ordine costringendolo a tornare nel gruppo e lavorare per la causa persa di Mikelanda che, in attesa di crisi e cadute, è ancora in classifica. Tra i fuggitivi c’è anche il principesso Kelderman che risale in classifica e come ha detto Martinelli hanno sbagliato quelli che hanno sottovalutato chi non dovevano sottovalutare: chiarissimo. Negli ultimi km restano davanti tre giovincelli che non hanno mai vinto tra i professionisti, e dopo l’arrivo Rota e Leemreize si confermano in questa deplorevole condizione per colpa di Stefano Oldani, che va in fuga col suo capitano MVDP, il quale male che vada può fungere da spauracchio, e che si prende tutte le responsabilità, insegue il paesano tutt’altro che bassino, lancia la volata e tiene a bada Rota con una deviazione come sanno fare quelli che vengono dalla pista. Gli italiani fanno così, appena vince uno si sbloccano e poi vincono a raffica, non è vero ma succede. Poi se ci fosse un po’ di memoria neanche tanto lunga basterebbe a smorzare eventuali entusiasmi. 10 anni fa Guardini battè Cavendish sul suo terreno e oggi fa il meccanico, 3 anni fa Cima vinse quasi in volata ma in realtà era l’unico della fuga a resistere al ritorno del gruppo e non ha dovuto neanche attendere che la sua squadra, la Gazprom, fosse dichiarata inesistente, perché non l’avevano riconfermato, e oggi è ancora al Giro ma come regolatore in moto. C’è spazio anche per il vittimismo, ci sono giornalisti che scrivono che le squadre foreste dovrebbero dare più spazio agli italiani e non fargli fare solo i mestieri, ma non so se pensano così perché il mondo del giornalismo è diverso dal resto del mondo del lavoro, dove i nuovi assunti non diventano subito capi reparto. Intanto Dainese, Oldani e Rota di occasioni per fare la loro corsa ne hanno avute, e poi non dimentichiamo la squadra americana che solo pochi giorni fa ha abbandonato a sé stesso la maglia rosa spagnola per soccorrere un italiano sopravvalutato. Comunque i diretti interessanti ringraziano le loro squadre nelle quali, a dargli ascolto, imparano molto, sottinteso in Italia no, anche se a volte, come nel caso di Oldani, dormono in camere molto separate, sono praticamente discriminati, perché Oldani è andato in ritiro da solo sull’Etna mentre i suoi compagni erano in hotel nelle camere ipobariche che in Italia sono ritenute doping. E poi dice che uno se ne va all’estero.

Zero

I tempi cambiano, decenni fa c’era un cantante che invitava a immaginare un mondo senza inferno né paradiso senza nazioni né religioni, e infatti l’hanno fatto fuori, dicono un mitomane ma chissà che dietro non ci fosse la potente lobby dei preti. Oggi, negli spot che ogni tanto vengono interrotti dal Giro d’Italia, più realisticamente c’è Bebe Vio che da un’auto invita a pensare a un mondo beyond zero, senza emissioni, con le auto che invece di sputare gas emettono acqua di rose. Beh, Bebe, a me tutte queste faccende di emissioni, ibridi, e anche bio eccetera mi convincono poco, ma dato che mi meraviglio che ci sia un bonus anche per i condizionatori d’aria, che non pensavo migliorassero la tendenza climatica, allora è meglio che non parlo di queste cose perché evidentemente non ne capisco. Comunque un mondo così è difficile anche da immaginare, soprattutto per un cittadino, quasi meraviglia vedere il verde delle vallate cuneesi, ma c’è anche chi non saprebbe che farsene, come quel tipo che quando i ciclisti sono passati tra i campi ha pensato bene di combattere quell’aria che puzzava di fresco accendendo un bel fumogeno. Almeno la tappa è a emissioni zero, ma di spettacolo, e dopo i due giorni di gloria italica fanno tutto i francesi, Bardet si ritira per problemi di stomaco, la Groupama lavora per riprendere appena in tempo la fuga di giornata, che sarebbe anche arrivata se i quattro davanti non fossero stati colpiti da un attacco di cazzimma suicida, ognuno pensando di essere più furbo degli altri tre, facciamo degli altri due perché Pascalone Eenkhoorn ha lavorato per due, ma lasciamo stare che non mi tornano più i conti, e alla fine Démare ha trivinto, e tra un’impresa e una volata una scorrettezza e una furbata sta mettendo insieme un bel palmarès e, per restare solo all’ambito del Giro, Fabretti, esperto di statistiche, ci dice che è il corridore in attività che ha vinto più tappe, dopo altri (che ne hanno vinte più di lui).

Entrambo

Al sabato il Giro d’Italia non va al mare o ai monti ma preferisce restare in città e dopo Budapest e Napoli ecco Torino calorosa in tutti i sensi, clima come se fosse La donna della domenica, ma non vediamo Jacqueline Bisset, e in questi casi c’è sempre lo spettatore curioso che non ha di meglio da fare che chiedere quanta acqua bevono i ciclisti in una giornata così calda. Quando c’era Cassani sapeva dire i litri d’acqua ma anche il residuo fisso e l’altezza s.l.m. della sorgente, ma ora c’è il Peta: –Quanta acqua bevono i ciclisti? -Tanta. Si scala Superga e la Bora lavora per sfiancare la Ineos e lasciare solo Carapaz, e ci riescono ma pure loro si sfiancano lasciando solo Hindley. A una trentina di km dal traguardo la Locomotora attacca e guadagna 30 secondi e pensi che ha vinto la tappa e ha vinto pure il Giro e si chiude qui arrivederci all’anno prossimo. Invece Hindley Nibali e poi Yates lo raggiungono e si susseguono gli scatti finché quello buono è del gemello inglese, e Giada Borgato dice che questo è lo Yates che conosciamo, e invece no, perché Yates è sia quello che va fortissimo che quello che va malissimo, entrambi, anzi, dato che non è schizofrenia ciclistica, direi entrambo. Carapaz conquista almeno la maglia rosa e fa contenti quelli che non vedevano di buon occhio che l’avesse Jumpin Lopez perché abbassava il livello del Giro, ma forse il vero problema è che è spagnolo, perché quando capitava con Valerio Conti andava tutto bene. Lopez anche stavolta è rimasto da solo perché la squadra che voleva vincere il Giro con Ciccone si è squagliata, e dato che in questi giorni al Processo si sono alternate le loro compagne di squadra Elisa e Elisa viene da chiedere se la Trek femminile che ha dominato la primavera e la Trek maschile sono davvero la stessa squadra. La tappa è stata spettacolare e Stefano Rizzato dice che così i ciclisti hanno voluto omaggiare il Grande Torino che qui si schiantò con l’aereo. Sicuramente è così, Carapaz lassù in Ecuador ha sicuramente sentito parlare del Grande Torino, e pure Hindley in quei pochi mesi che corse in Abruzzo la prima cosa che imparò dell’Italia era la storia del Grande Torino.

La vecchia e il bambino

Aigle, abbiamo un problema. Qualcuno da voi, nel quartier generale dell’Uci, pensava alla possibilità di infiltrare spie nel gruppo per verificare se qualcuno si dopa, ma forse in questo momento sarebbe meglio vedere cosa prendono i meccanici e gli altri passeggeri delle ammiraglie. A Pasqua Wout Van Aert doveva cambiare bici proprio nella foresta di Arenberg e il meccanico ha avuto la bella pensata di portargliela pedalandoci sopra ma, essendo quello il settore più difficile e scivoloso, dopo un paio di pedalate è crollato a terra. Poi ieri un suo collega dopo aver cambiato la ruota a Brodie Chapman le ha dato una spinta così brusca che quasi la faceva sfracellare contro un muro. Gesti goffi e sgraziati, ma non è molto più aggraziata in bicicletta la splendida quarantenne Annemiek Van Vleuten che però, dai e dai, ha staccato tutte le avversarie e a Liegi ha finalmente vinto una classica in questa stagione in cui aveva collezionato solo piazzamenti. Per stavolta le italiane non sono salite sul podio, in particolare Marta Cavalli che dopo aver fatto la sua corsa alla fine ha tirato la volata alla compagna Grace Brown, la più veloce nel gruppo di testa composto dalle atlete che, con la vincitrice, presumibilmente si contenderanno Giro e Tour.

Quando la intervistano AVV deve avvicinarsi al giornalista, forse l’udito inizia a calare con l’avanzare dell’età.

E così i ciclofili italiani misogini per questa volta avranno tirato un sospiro di sollievo, dato che trovano indelicato che le cicliste italiane vincano tanto in un periodo di magra per i connazionali maschi, però alla fine neanche hanno avuto di che essere contenti perché i primi tre italiani si sono piazzati tra la 22esima e la 30esima posizione, si tratta di Ulissi Pozzovivo e Nibali e la loro età media è di più di 36 anni. La corsa maschile è stata condizionata da una grande caduta che se fosse capitata nella gara femminile per qualcuno sarebbe stata la dimostrazione che le donne non sanno andare in bici. Il favoritissimo Julian Alaphilippe sembrava quello messo peggio e il primo a soccorrerlo è stato il connazionale ma non coéquipier Romain Bardet, che gli italiani definiscono l’arcivale e nemesi di Thibaut Pinot. Ma l’altro giorno, quando hanno vinto il primo la classifica del Giro delle Alpi e il secondo l’ultima tappa, Bardet si è detto contento per Pinot perché sono coetanei e si conoscono e corrono insieme da una vita: brutti tempi per i seminatori di zizzania e i beppeconti. Caduto Alaphilippe, il compagno Remco Evenepoel è stato libero di fare la sua corsa e avendo a sua disposizione tutta una Redoute, opportunamente collocata più avanti nel percorso rispetto alle recenti edizioni, ha attaccato solo allo scollinamento ed è partito così forte da sbandare con la ruota posteriore. Nessuno è stato in grado di seguirlo, né Valverde che come Gilbert era alla sua ultima Liegi ed è compagno di club di Van Vleuten e di due anni più vecchio, né i Bahrain che fino a lì avevano fatto un sacco di tentativi inconcludenti. Così abbiamo finalmente visto l’Evenepoel tanto atteso, ed erano talmente e inopportunamente alte quelle aspettative su di lui che il ragazzo, che in fondo ha 20 anni meno di Valverde, non aveva ancora tagliato il traguardo e già piangeva. I due vincitori hanno in comune la testa dura e un passato problematico in quanto entrambi da ragazzi erano caduti nel tunnel del gioco del calcio. Alle spalle di Evenepoel abbiamo rivisto un manifestante parassita che aveva invaso il rettilineo d’arrivo pure al Fiandre e portava una maglietta invocante giustizia per il clima, ma la sua non è stata l’unica invasione pericolosa in una giornata in cui pure Mohoric era molto più prudente del solito, al punto che quando l’hanno intervistato ha indossato la mascherina. E con le corse nel Belgio francofono finiscono le classiche del Nord, resta solo l’appendice mezza snobbata di Francoforte. Queste ultime due gare ci hanno fatto apprezzare le attrattive turistiche della Vallonia, dalla centrale nucleare di Huy al parco con zebre e giraffe, animali tipici della savana vallona, ma in questa regione ci sono anche luoghi e monumenti che ricordano gli eventi tragici della Storia più o meno recente, dalle guerre mondiali all’invasione degli architetti catalani.

Però anche il clima avrebbe potuto trovarsi un avvocato difensore migliore di questo tizio.

La corsa più lunghissima del mondo

Già di base la Milano-Sanremo, 293 km, è la corsa più lunga del calendario UCI, poi c’è il tratto di trasferimento, che sono una decina di km a passo d’uomo ma comunque percorsi con le gambe, ma in più quest’anno i colpi di scena sono iniziati già nei giorni precedenti con le continue notizie di defezioni, al punto che i partenti erano sicuri solo quando è stata presentata la startlist ufficiale, e pure nel frattempo c‘è stato chi si è ammalato e non è potuto partire. E’ successo che ai soliti e sempre in aumento incidenti stradali in allenamento o in corsa si sono aggiunti i casi di covid e influenze e bronchiti. Qualche sospettone socialaro ha scritto, tra un colpo di tosse e uno starnuto, che i medici delle squadre dovrebbero spiegare questa disfatta immunitaria, ma purtroppo non si è potuto dilungare perché sono arrivati quelli dell’ASL a fargli il tampone. In realtà un po’ di colpa si dovrebbe dare piuttosto agli organizzatori delle due corsette preparatorie che non tengono fede alle loro denominazioni. La Parigi-Nizza è definita la Corsa verso il Sole e gli organizzatori dovrebbero ben informarsi su dove trovarlo il sole, mentre la Tirreno-Adriatico è la Corsa dei due mari, e allora andate a buttarvici, cioè no, volevo dire fate tappa nelle località di mare; invece entrambe le corse sono andate a cercare colli innevati, e questo non è il massimo per gente che suda. Ma se gli organizzatori della corsa francese, conclusa da un terzo dei partenti, potrebbero fregarsene della Sanremo, quelli italiani organizzano entrambe le corse e si sono dati la zappa sugli zebedei. E poi questo è uno sport pericoloso non solo per gli incidenti, ma anche per la socializzazione estrema cui sono costretti i ciclisti, soprattutto quelli famosi, perché alla partenza e all’arrivo devono fare le foto con l’organizzatore, il figlio dell’organizzatore, il CEO dello sponsor, il pierre dello sponsor, il governatore, il sindaco, l’assessore, il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il capo della polizia stradale, i parenti di qualche ciclista locale morto che se ne trovano facilmente, e guai se fanno finta di non sentire i tifosi che vogliono l’autografo: sarebbero accusati di essere arroganti, presuntuosi e scostanti.

La partenza turistica è stata all’interno del Vigorelli, impianto sfregiato dalle linee del football americano, e Beppeconti aveva milleeuno aneddoti da raccontare: pettegolo dichiarato, se facessero un Grande Fratello ciclistico sarebbe il conduttore ideale. Poi si passa nel parco giochi degli architetti, dove ci sono quei grattacieli che farebbero sentire a casa gli sceicchi emiratini. C’è il grattacielo albero, in cui un povero ricco paga fantastilioni per un appartamento ma, a quanto pare, non è libero di coltivare due pomodori un po’ di basilico o un po’ di frumento che di questi tempi farebbe comodo. Poi c’è il grattacielo a forma di accendino da un euro, quello a forma di fiaschetta di whisky e quello a forma di membro in erezione (vedere per credere). Ci sono ciclisti che, proprio per la penuria di colleghi in salute, sono convocati all’ultimo ma ancora convalescenti, e mettono le mani avanti dicendo di essere venuti a fare una scampagnata, Bettiol ha portato i panini con la finocchiona e Van Der Poel le birrette, a un certo punto si sentono dei boati, qualcuno guarda le ruote temendo che siano scoppiate, ma sono solo rutti dalla pancia del gruppo. All’ultimo è stato convocato anche Pedersen che cita Scalfaro: Resistere Resistere Resistere, perché lui deve preoccuparsi solo di non farsi staccare poi la volata è mestiere suo. La fiducia del plotone nel buon esito della fuga di giornata si vede da quanto impiega a crearsi la medesima: praticamente dai blocchi di partenza come Marcel Jacobs. Ci sono questi otto che hanno scelto di fare i testimonial del loro sponsor, o preferiscono allontanarsi perché nel gruppone c’è troppa gente che tossisce, e gli altri li lasciano andare volentieri, dicono Ci vediamo alla Cipressa, aspettateci che noi veniamo subito, facciamo una volata.

La corsa scorre noiosa com’era prevedibile e la RAI per movimentare il programma manda interviste e servizi di costume, nel senso degli immancabili vetero-cosplayers vestiti da Coppa Cobram. E intanto con i fuggitivi eravamo rimasti che ci vedevamo alla Cipressa, ma vatti a fidare. E sì, perché l’operaio Tonelli e il giovane forse ancora promettente Rivi insistono e vengono ripresi solo sul Poggio. La selezione, come al solito, si fa dietro, e il primo pezzo grosso a staccarsi è Tommasino Pidcock, poi Sagan ha un problema meccanico e Saligari, che non conosce mezze misure, dalla moto dice che per lo slovacco è una notizia pessimissima. Ridendo e scherzando si arriva al Poggio dove tutti si aspettano che Pogacar con uno scatto polverizzi gli avversari, ma lo sloveno 1 è umano anche lui, di scatti ne fa quattro ma gli altri favoriti gli restano attaccati. Lo sloveno 2 Roglic fa qualcosa in favore di Van Aert ma non si capisce cosa: c’è poco da fare, non è portato per fare il gregario. E allora appena inizia la discesa parte lo sloveno 3, Matej Mohoric, che è tanto bravo quanto spericolato, salta nelle canaline, sfiora i muri, e rischia più volte l’osso del collo. Il paradosso è che sembrava rischiare molto meno quando pedalava nella maniera inventata da lui medesimo, cioè pedalando appollaiato sulla canna, e ha iniziato a rischiare seriamente da quando l’UCI ha vietato quella posizione e lui è costretto a scendere come un ciclista normale. E se a un ciclista normale come Stuyven l’anno scorso riuscì il colpaccio di partire in contropiede lasciando i big a meditare su chi dovesse inseguirlo, figuriamoci se non riesce a lui, nonostante un salto di catena subito rimediato. Anzi riesce pure il secondo contropiede del francese Turgis che si prende il secondo posto, e la volata dei big è vinta da Van Der Poel giusto perché era venuto solo per allenarsi. Undicesimo e primo degli italiani è arrivato Albanese che passò professionista con Reverberi, il vecchio manager sempre lodato da Cassani, ma fosse dipeso dal secondo il primo sarebbe già stato costretto a ritirarsi.

In conclusione non si può negare che Mohoric sia stato astuto forte e abilissimo, aiutato da un reggisella per mtb, che sia stato anche simpatico il gesto dopo il traguardo con cui sembrava dire Caspita, cosa ho combinato! e che meritasse la vittoria in una classica, ma io non salgo sul carro del vincitore, anche perché se lo guida lui rischia di ribaltarsi.

Non provatelo a casa. Ma neanche nella discesa del Poggio.

Allarme cultura

In Italia in questi giorni ci sono degli allarmi ingiustificati. Qualcuno teme una ripresa della pandemia ma in realtà il virus sta solo opponendo le sue ultime disperate e vane resistenze al suo destino segnato dall’implacabile DPCM che ne ha decretato la fine per fine mese. Poi delle voci, non sappiamo se giustificate o messe in giro ad arte, sulla imminente penuria di scorte alimentari hanno spinto molti a dare l’assalto ai supermercati, un assalto a piedi dato l’aumento del prezzo dei carburanti, ma l’intenzione di accaparrarsi cibi in quantità è stata frenata dall’aumento dei prezzi. Potrebbe sembrare un’emergenza che necessiti di interventi governativi, ma i migliori tacciono e questo vorrà dire qualcosa, cosa non so, e forse non lo sanno neanche loro. Alla fine si direbbe che il problema principale in questo momento sia la cosiddetta cultura, quella con la “cu” maiuscola, in particolare la restituzione di alcune opere d’arte ai proprietari russi. Non scrivo “legittimi proprietari” perché di legittimo c’è solo il dubbio sulla legittimità del possesso di tante opere da parte dei musei di tutto il mondo, considerando i bottini di guerra, le opere trafugate eccetera. Si pensi all’arte italiana al Louvre, a quella egizia a Torino, a quella greca in Gran Bretagna e a quella africana in Belgio. E stamattina in un programma tivvù di poco varia varietà c’era un tipo, presumo in qualità di esperto, che partendo da quelle opere restituende ha accennato anche all’operato di artisti italiani in Russia e ha detto che la Scalinata Potemkin a Odessa non è famosa solo per il film di Fantozzi. Il film di Fantozzi? Allora c’è davvero un allarme cultura.

L’arrivo dei russi tra le rovine

Questo è un post cinico che parla di storie dell’est

Ai microfoni di un tg amico, cioè tutti, un alto stilista lancia l’allarme dalle giornate della moda: le sanzioni all’URSS danneggeranno il settore della moda. Senza voler fare di tutta l’erba uno sfascio questi italo-imprenditori dal grande al piccolo hanno affinità di lamentela. Il piccolo barista, se costretto da un’ordinanza del comune a chiudere alle 2 perché c’è gente che di notte vorrebbe dormire, piange il danno rilevante come se fino a quell’ora vedesse solo qualche sporadico cliente ma dopo le 2 il suo locale fosse invaso come l’Ucraina. E così il sarto dei ricchi con gli italiani i monegaschi e gli americani ci guadagna giusto gli spicci per il caffè, ma i russi si riempiono i silos di capi firmati, e ne hanno mai comprato uno quegli straccioni ucraini in fuga? E poi qui c’è in ballo il gas e con il gas non si scherza, lo dicono pure i vigili del fuoco. Il gas russo ad esempio sponsorizza una squadretta di ciclismo di seconda fascia, il cui nome del resto non lascia dubbi sull’attività: Gazprom, che finché puntava sui russi vinceva poco, tranne qualche meteora puzzolente, non nel senso del meteorismo ma del sospetto. Sono lontani i tempi in cui i sovietici dominavano tra i dilettanti grazie al professionismo di stato, per cui anche i trentenni correvano contro i ragazzini, e agli aiutini di stato, settore in cui del resto già negli anni 80 vennero superati dai paesi occidentali con in prima fila anche l’Italia che si scoprì paese di mezzofondisti e sciatori di fondo. Poi la squadra a poco a poco si è arricchita di ciclisti e personale italiano, per vincere qualche corsetta e sperare di essere chiamata a correre il Giro, ma non ci speravano prima e credo che ora possono sperarci anche meno. E pure in una corsa come il Tour degli Emirati Arabi si sono posti obiettivi minori ma alla loro portata, ad esempio la maglia nera che non è per l’ultimo come ai tempi di Malabrocca ma per la classifica dei traguardi volanti. Però ci si sono messi con impegno e in ogni fuga del giorno invece di infilare un uomo solo ci andavano in tre e tra loro Strakhov faceva punti. Però ieri è successo che il gruppetto in fuga è stato più corposo del solito, 6 anziché 4 o 3 (sì, a volte la fuga era monocolore), e poi era una tappa particolare, la passerella nella capitale Dubai. Anche se gli organizzatori hanno preferito chiudere oggi con un arrivo in salita determinante per la classifica, la tappa di Dubai è come la tappa di Parigi per il Tour, e gli emiri ci tengono a mostrare le loro sfarzose e discutibili architetture che immagino già tra non molti anni saranno maestose rovine, perché con i loro soldi avranno utilizzato i migliori materiali, risparmiando sulla manodopera che è quasi schiavitù, ma lì stanno nell’oceano, alcuni isolotti sono artificiali, e non potranno fermare l’acqua che un giorno si innalzerà e travolgerà quegli edifici che solo nel disfacimento potranno acquistare un po’ di fascino. Dicevo che la tappa era vistosa ed era l’ultima per i velocisti, e quindi davanti era l’ultima occasione per gli avventurieri che ci hanno dato dentro, mentre dietro un po’ hanno sottovalutato la fuga e un po’, come succede in questi casi, si sono rimpallati la responsabilità di inseguire, gli shampisti potevano dire che avevano già vinto due tappe con Philipsen e stavano a posto così, gli avversari potevano replicare che non avevano intenzione di portarli in carrozza alla terza vittoria e visto che gli alpecini sono i più forti lavorassero loro, e la fuga è arrivata, ma non ha vinto un russo. Probabilmente per una squadra è preferibile la vittoria di un atleta della stessa nazione dello sponsor, questo vale soprattutto per quella scombinata squadra qazaqa che continua a irretire gli italiani, ma la priorità è vincere comunque e, dopo che il vecchio Kotchekov ha lavorato molto e Strakhov si è speso per i traguardi parziali, per la Gazprom a battere il giovane e pimpante francese Lapeira ci ha pensato il possente e ancor più giovane ceco Mathias della premiata famiglia Vacek. Mathias non ha ancora compiuto 20 anni, e il suo fratello maggiore Karel, neanche 22 anni, era ancora più atteso tra i prof ma venne ingaggiato dalla Qhubeka che ha dovuto chiudere per mancanza di sponsor nonostante l’anno scorso abbia vinto tre tappe al Giro, e la cosa strana, che dimostra l’importanza degli agenti nel ciclismo, è che degli orfani della squadra africana l’ancora promettente Vacek, a meno che in questo ciclismo evenepoelizzato non si sia già vecchi così giovani, è finito in una squadretta austriaca, mentre il comunque lodevole 39enne Pozzovivo, nonostante una tendenza a cadere che mette a rischio l’incolumità sua e degli altri, ha trovato un ingaggio nel world tour. Nella fuga vittoriosa c’era pure l’italiano Tonelli che è arrivato quarto e nel 2018 vinse una corsa in Croazia, ma rischia di essere ricordato soprattutto perché in una corsa nella non tanto vicina Cina ebbe un infortunio serio che per oltre un mese ne impedì il trasferimento in Italia, per cui rimase solo in un ospedale di un paese di cui non conosceva la lingua. Visti i risultati si può dire che l’hanno curato bene, ma dovette per forza di cose essere abbandonato, ma solo momentaneamente perché i Reverberi che non ci pensano due volte a liberarsi dei corridori che non gli garbano confermarono invece il buon Tonelli che è diventato un punto di riferimento della squadra. E, come dice il saggio, chi si contenta gode, da cui si deduce che Putin non gode mica tanto.

Per la cronaca, sempre ieri l’ucraino Budyak ha vinto nel Rwanda, in cui sul finire del secolo scorso ci fu una guerra etnica con due o tre milioni di morti, ma poi si sono calmati e ora vivono in pace, così dicono.

La classica paradossale

Che una corsa alla sua prima edizione sia definita “classica” ormai non suona più paradossale perché non è una novità, soprattutto in Spagna, e la “Clásica Jaén Paraíso Interior” si corre in Andalusia e arriva a Úbeda, città patrimonio dell’Umanità. Non è una novità neanche che ci siano molti tratti di sterrato, anzi ormai è una moda, sembra quasi che agli organizzatori di corse ciclistiche le strade asfaltate gli facciano schifo, e neanche il nome del vincitore sorprende, perché il qazaqo Lutsenko inizia l’annata da dove aveva concluso la precedente con la vittoria sugli sterrati serenissimi. La gara spagnola si corre tra gli ulivi mentre in Italia in genere si corre tra le vigne, ma la vera particolarità della Clasica di Jaen è straordinaria. Infatti questa corsa si conclude con tre giri di un circuito in cui ci sono alcune salite anche ripide, ma i commentatori di RAI-Sport ci dicono che, a differenza delle Strade Bianche, nella corsa spagnola non ci sono discese.

Fermi tutti.

Si fa un giro tornando al punto di partenza, si sale ma non si scende. Questo contraddice le nostre rudimentali nozioni di geografia e di fisica, forse lungo il percorso c’è un varco spazio-temporale? Non mi è sembrato, forse solo la meccanica quantistica può spiegare questo paradosso. La prima edizione della classichetta è andata bene, non ci sono stati incidenti gravi, ma se nella prossima un gatto dovesse tagliare la strada ai ciclisti, questi non devono preoccuparsi perché si tratta del gatto di Schrödinger, quindi qualcuno cadrà ma contemporaneamente resterà in piedi e continuerà la corsa.

Lutsenko nella classica posizione dello scalatore.