Racconti occulti – L’uomo che sognava i palazzi

Alvaro sognava di fare l’architetto e perciò dopo il diploma si iscrisse ad architettura, ma per lui esisteva solo la progettazione di edifici e non sopportava quelli che volevano fare gli arredatori di interni, e per questo arrivò a litigare col collega Thullio che era già stato suo compagno di scuola. Ma dopo un paio di anni i genitori morirono in un incidente e Alvaro fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare per vivere. Da allora fu preso dal lavoro, poi dal matrimonio con una collega d’ufficio e ogni tanto gli veniva l’idea di riprendere gli studi ma subito l’abbandonava perché non aveva tempo e anche pagarsi gli studi sarebbe stato un problema. Però la passione gli rimase, comprò in edicola tutti i fascicoli settimanali sui grandi dell’architettura, ma non trovò mai il tempo per leggerli, e poi cominciò la faccenda dei suoi strani sogni. Alvaro non sognava di volare o di fare sesso con qualcuna o di trovarsi all’improvviso in strada in mutande, almeno non ricordava di aver fatto sogni del genere, ma sognava solo palazzi e strade, sognava di imboccare tranquillamente una strada che non conosceva o che se la conosceva però era diversa, oppure sognava di voler andare in una strada che nel sogno aveva ben presente per entrare in un negozio di cancelleria in cui non andava da tempo, poi si svegliava e si accorgeva che quella strada e quel negozio non esistevano, ma poi in un sogno successivo ritornava la stessa strada solo che il negozio non era più di cancelleria ma di alimentari. E i palazzi nei suoi sogni erano sempre vecchi, barocchi, fatiscenti, forse perché lui era contrario ai restauri, infatti finché un palazzo non veniva toccato conservava comunque un suo fascino e inoltre poteva sempre pensare a come sarebbe stato una volta restaurato, ma invece quando il restauro veniva fatto davvero lui restava sempre deluso dal risultato. Un giorno, avendo finito un lavoro prima del previsto, volle fare una gitarella nella città pericolosa che gli avevano sempre sconsigliato ma dove di palazzi patrizi decaduti ne poteva vedere quanti ne voleva per il lunghissimo lentissimo declino di quella città, e successe che seguendo solo il filo degli edifici si ritrovò in una piazza con un mercatino perenne, dove pure gli avevano stra-sconsigliato di fermarsi, e si perse a vedere le bancarelle, poi nella vetrina di un piccolo negozietto vide un tablet e pensò di comprarlo, e il negoziante andò nel retrobottega e tornò con una scatola già chiusa. Solo quando si sedette in treno per il ritorno Alvaro aprì la scatola per vedere il tablet e dentro ci trovò un mattone, ma non volle mai ammettere la fregatura, non ne parlò neanche con la moglie. Però quel mattone lo mise nel suo studio e diceva che l’aveva trovato a terra e appena qualche ospite accennava a quello strano soprammobile lui iniziava a raccontare il suo sogno di fare l’architetto sottinteso di edifici, e a volte qualcuno replicava che solo pochissimi fortunati riescono a realizzare i propri sogni e quindi è meglio lasciarli perdere. Ma quando un ospite disse che valeva la pena di studiare architettura solo se si voleva fare l’interior designer Alvaro afferrò il mattone e cercò di colpirlo e lo fermarono appena in tempo. Allora la moglie di Alvaro buttò via quel mattone e così in quella casa finirono i discorsi sull’architettura e sui sogni e dopo un finirono anche quegli stessi sogni con dentro i palazzi.

Racconti a colori – Spiccioli d’oro

C’erano una volta tre fratelli orsi che vivevano in una casetta in mezzo al bosco e ogni mattina si recavano in paese dove si fermavano in piazza a suonare allegri motivetti e gli orsi che passavano si fermavano volentieri ad ascoltare e poi lasciavano nel loro grosso cappellaccio qualche spicciolo, a volte anche d’oro. I tre fratelli si chiamavano Pietro Bernardo e Giovanni e la vocazione artistica gliel’aveva trasmessa il padre che era ballerino, insomma ballava legato con una spessa corda mentre un uomo suonava il violino. Quando i tre orsi erano in paese la loro casetta rimaneva incustodita e così successe che un giorno una biondina vagabonda e buona a nulla capitò da quelle parti e dalla finestra iniziò a guardare dentro, poi visto che non c’era nessuno entrò e iniziò a guardare nei barattoli per vedere se c’era qualche moneta. Ma dato che, come al solito, era stanca, volle provare tutti e tre i letti degli orsi, e il primo era troppo rigido, il secondo troppo corto, si sdraiò sul terzo che andava bene ma proprio in quel momento sentì le voci degli orsi che tornavano. Distogliendo lo sguardo dal soffitto la ragazza vide sulla parete un manifesto con le facce dei tre orsi in un’espressione minacciosa e con sopra la scritta “Bear Power”. Terrorizzata scavalcò la finestra e scappò via come mai aveva corso nella sua vita da rammollita. I fratelli entrando nella casa la videro appena, e Pietro disse: “Peccato, se la catturavamo potevamo farla ballare con noi”, ma Bernardo disse: “Chi, quella là? Mi è sembrata una larva”, e Giovanni aggiunse: “Secondo me quella non la fai ballare neanche se le attacchi dei fili come ai burattini”. Pietro disse ancora: “Fratelli, forse questa non andava bene ma dobbiamo catturare qualche uomo e costringerlo a ballare come un altro uomo costrinse nostro padre. Sarà una rivincita contro il genere umano, una sorta di contrappasso”. E allora Bernardo disse: “Eh, un contrappasso ci vorrebbe, perché io con la chitarra tu con il violino e lui con il piffero siamo sguarniti nella sezione ritmica.” Giovanni sconfortato chiese: “Ma da chi l’hai ereditata tutta questa ignoranza?” E Pietro concluse: “L’ha presa da nostro padre, che non solo era ignorante ma pure così stupido da farsi catturare dagli uomini.”

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?

Racconti occulti – la piccola storia di un uomo grande

Questa è la storia di Morgantonio che non era un grande uomo ma un uomo grande, e per raccontarla non occorre un grande blog.

Morgantonio era un pacifico gigante che viveva nella Valle Dei Mille Ponti, detta così perché c’erano tre ponti ma non c’erano fiumi e quindi tre ponti erano inutili come mille. Morgantonio aveva i capelli rossicci lunghi e spettinati e i basettoni, portava sempre un maglione rosso fatto con vecchie divise da babbonatale trovate nell’immondizia e cucite insieme e un jeans di taglia XXXXXL, e passava la giornata aggiustando il tetto della sua capanna di legno o sostituendo i vetri che rompeva con i piedi quando si stiracchiava nel letto, e poi andava a caccia di cervi cinghiali e civette o pescava niente, perché non c’erano i fiumi, e allora un bel giorno con la canna da pesca che manco gli serviva si costruì un attrezzo per togliere le ragnatele dal soffitto, ma neanche questo gli serviva perché al soffitto ci arrivava già. Quindi la giornata di Morgantonio era piena, ma quando aveva un po’ di tempo libero si avvicinava al villaggio per vedere cosa facevano gli uomini piccoli. A volte si appoggiava con le braccia su qualche ponte per guardare il passeggio ma la gente, nonostante lui avesse sempre un sorriso bonario, ne aveva paura e girava al largo. Così dopo una mezzoretta passata senza vedere nessuno se ne tornava a casa e continuava la sua vita che era piena di queste incomprensioni ma di cui lui non si accorgeva.

La Cittadella dove il tempo non si è fermato

La Coppa del Mondo light di ciclocross fa tappa alla Cittadella di Namur, su un percorso tradizionale suggestivo spettacolare e verrebbe da dire anche fangoso, ma quello di oggi, rispetto alle sabbie mobili dell’anno scorso, al confronto sembrava quasi asciutto. Il ciclocross avanza, fango o non fango, covid o non covid, i valori in campo cambiano e fa impressione vedere nella gara femminile l’ex dominatrice Sanne Cant ed Eva Lechner partire in seconda fila, mentre in prima c’è la Alvarado che sembrava avviata a sbaragliare il campo delle corse nei campi ma, a parte le giovanissime che avanzano, guidate dall’ungherese Vas, e già questa è un’altra bella geo-novità, la mutazione più significativa è quella di Lucinda Brand, da crossista part-time a full-time e da cascatrice ad acrobata, e che oggi, dopo l’inizio velleitario della Vas, se n’è andata e ha vinto, ma la regia televisiva ha preferito seguire la combattutissima corsa delle inseguitrici in cui ha prevalso l’americana seminuova Honsinger, l’unica quest’anno riuscita a infilarsi tra le ex olandesi, ed è stata una gara davvero bella ma dato che le italiane in questo periodo non sono in gran forma la provincialissima tivvù di Stato non era interessata a seguirla. Poi la gara maschile ha dimostrato che i dualismi stanno in testa solo a quelli che ciecamente li vedono dappertutto, e quello tra Van Der Poel e Van Aert, che non si può negare viste le dichiarazioni dei mesi scorsi, sta per tramontare, su strada diluito tra tanti avversari e nel cross per l’ascesa prepotente dell’arrogante smargiasso Tom Pidcock. Eh sì, è un periodo in cui ci toccano questi antipatici ciclistini inglesi anche se lo spessore di Pidcock sembra molto superiore a quello di Tao Coso Hart. E Pidcock è andato via e i due rivali si sono coalizzati nell’inseguimento portandosi dietro anche Vanthourenhout, mentre correvano anonimi i due protagonisti della straordinaria gara dell’anno scorso, Iserbyt che si congelò e Aerts che rese dura la vita, vabbe’ semmai la vita no, non esageriamo, la corsa a MVDP. Il terzetto dopo un lungo inseguimento ha raggiunto Pidcock ma alla prima occasione l’inglese se n’è andato di nuovo, il cugino di SuperSven ha perso terreno e all’inseguimento sono rimasti i due eterni rivali, e quando sono di nuovo arrivati su Pidcock si poteva pensare che, visto quello che si era visto, l’inglese sarebbe partito di nuovo e bye bye, e invece a quel punto, forse ritenendo pericolosa la vicinanza con uno che va veloce e viene da un paese dove il virus dicono che va ancora più veloce, Van Der Poel ha attaccato e nessuno gli è rimasto attaccato, ma secondo passava Van Aert, e dire che appena due mesi fa questi due si contendevano il Fiandre, e l’Alaphilippe di turno, Mister Pidcock, non si è trovato una moto davanti e ha potuto arrivare terzo. In questo periodo il ciclocross è più spettacolare della strada e questa è stata una delle più belle corse dell’anno, i commentatori della RAI se ne sono accorti, ma c’era da passare subito la linea a qualche gara di paese, va bene pure la corsa nei sacchi basta che ci siano italiani in gara.

Se fosse un film o un cartone animato americano starebbero gridando tutti e tre dalla paura.

Racconti occulti – La leggenda del pittore pastorello

Giorro era un povero pastore, così povero che non poteva permettersi delle pecore e allora portava al pascolo un gregge di anatre. Ma dentro questo pastore si nascondeva, in verità molto bene, una vocazione artistica ed estetica. Giorro ad esempio era affascinato dalla forma perfetta dell’uovo e con un pezzo di carbone cercava di disegnarla sulle pietre bianche, ma non gli veniva mai bene, una volta faceva una specie di quadrato un’altra volta un triangolo, ma quando per sbaglio disegnò un cerchio si trovò a passare di lì il famoso pittore Cimaburro che vide la scena e chiese al ragazzo di provare a disegnare una cattedrale e quello senza mai staccare il carbone dalla pietra con un solo tratto continuo tutto storto disegnò una specie di edificio. Allora Cimaburro disse al ragazzo che aveva talento e gli propose di lasciare gli animali e andare a bottega da lui per imparare il nobile mestiere del pittore. Giorro gli chiese che cosa dipingevano i pittori oltre alle cattedrali e Cimaburro rispose che dipingevano anche Santi e Madonne e Nobili Signori che commissionavano i lavori, e Giorro chiese se dipingevano pure donne nude. Ma Cimaburro ridendo rispose: “Ragazzo, tu corri un po’ troppo”, ma Giorro fece notare che neanche si stava muovendo, e il gran pittore: “No, intendevo con la mente. Bisogna fare le cose gradualmente, pian piano, un passo dopo l’altro.” E così Giorro accettò la proposta e i due si mossero e andarono verso la Città, verso l’Arte, verso la Gloria, verso le donne nude, e tutte le anatre dietro di loro.

I cimeli di Cimurri

Quando lasciò il ciclismo nel 1980 disse che non si riconosceva più in quel mondo, ma quando vi ritornò ammise di essere un vecchio brontolone: “Il mio disagio di allora non era colpa del cambiamento, che è nell’ordine delle cose, ma colpa del mio tempo che è passato”. Il semplice massaggiatore Giannetto Cimurri aveva capito quello che tante persone che hanno studiato non vogliono ammettere preferendo crogiolarsi nella nostalgia e dicendo che il presente non è più quello di una volta. Ma Cimurri non fu un massaggiatore qualunque e neanche solo un massaggiatore. Ha curato molti grandi ciclisti e anche altri sportivi, finendo per correre il rischio di essere ritenuto un guaritore quando ai Mondiali del 1965 rimise in piedi il velocista Giordano Turrini il giorno dopo una caduta con commozione cerebrale lussazione strappi muscolari e altre ammaccature, e da allora gli è rimasta la nomea di “Mano santa”. E’ stato anche un talent scout e proprio dopo quel suo ritorno ha portato al professionismo Gianni Bugno. Ha ottenuto riconoscimenti e onorificenze e gli è stata dedicata una corsa professionistica purtroppo durata solo 5 edizioni. E per dirne un’altra, negli anni scorsi lo scrittore ciclista Paolo Alberati ha pubblicato tre libroni molto illustrati con Giunti, il primo dedicato a Bartali, il secondo a Coppi e il terzo a Cimurri. A un certo punto iniziò a raccogliere bici dei suoi ciclisti e altri cimeli, e in questo periodo le sue bici sono in mostra, ma non in uno dei tanti musei del settore, bensì allo Spazio Credem nel Palazzo Spalletti Trivelli a Reggio Emilia. La mostra si intitola Giannetto cimurri. Il masseur e le bici dei suoi campioni ed è presentata da un breve video realizzato dal grande raccontatore di cose ciclistiche Marco Pastonesi.

 

presepi e tradizioni

Questi sono giorni in cui scattano le tradizioni. A Milano ci sono la tradizionale Prima della Scala e la tradizionale contestazione anche se quest’anno saranno entrambe in streaming, e a Napoli si fanno i presepi tradizionali e si va a San Gregorio Armeno a vedere le botteghe degli artigiani, quelli che a maggio erano in piazza a lamentarsi di essere stati danneggiati dalla chiusura, anche se non mi sembra che si usino i presepi estivi, ma potrei sbagliarmi. E sono anni, anzi decenni, e quindi anche questa ormai può essere considerata una tradizione, che questi artigiani, un po’ per farsi pubblicità un po’ forse perché c’è un mercato, realizzano statuine di personaggi famosi, dai calciatori ai politici dai cantanti agli attori, ovviamente primeggia il calciatore populista che frequentava dittatori e camorristi. Ed è qui che rimango sempre deluso, perché in fondo la location originale è in Palestina, in Israele, e mi aspettavo statuine di personaggi locali. L’anno scorso ho atteso invano la statuina della coppia dell’anno, Omer Shapira e Guy Sagiv che ebbero notorietà perché, mentre andavano a vincere il campionato nazionale e simultaneo, si diedero un bacio, e si può fare perché non è bidon collé. Quest’anno poi il gran colpo del mercato è stato il passaggio di Froome alla Israel, si poteva fare una sua statuina e invece niente. Per cui se qualcuno vuole mettere Froome su un presepe ad ambientazione mediorientale dovrà arrangiarsi.