La Biblioteca di Babele spiegata ai laureandi

C’era uno scrittore argentino che si chiamava Jorge Luis Borges che era davvero bravo a scrivere. Per intenderci, se hai presente Calvino, ecco, lui era ancora più bravo. E scrisse una raccolta di racconti intitolata Finzioni dove dentro c’era questo racconto intitolato La Biblioteca di Babele in cui ragionava di questa biblioteca che in pratica coincideva con l’universo, era sterminata perché c’erano tutti i libri immaginabili, che contenevano tutte le combinazioni possibili dei 25 simboli ortografici. Una comodità, se avevi una mezza eternità libera potevi cercare qualsiasi cosa.

Anime quasi morte

Ci sono anime che prima di passare completamente nell’aldilà cercano qualcuno che avevano perso di vista e pensano alle scelte fatte in vita e alle loro conseguenze. E ci sono altre anime che le guidano in questo passaggio. Quanto questo sia frutto della fantasia del fumettista cinese Golo Zhao e quanto sia già in filosofie e religioni di quel paese sterminato non chiedetelo a me, che mi limito a segnalarvi Soul Guide, tradotto in Italia da Bao Publishing. Golo Zhao è un autore prolifico premiato ad Angouleme già nel 2012. I suoi disegni sono potenti e suggestivi e infatti non lo conoscevo ma questo libro mi ha subito attirato grazie alla copertina.

Una giornata NO

La Milano Sanremo parte tra le vecchie bellezze e le nuove bruttezze della città, quei brutti grattacieli che potrebbero stare bene a Dubai, come quel coso di una società di assicurazioni che sembra una tavola o l’albero di 30 piani dell’architetto famoso fratello dell’economista famoso nel quale pare che ai condomini è vietato curare gli alberi, forse per evitare che qualcuno si metta a coltivare i pomodori che non  è una bella cosa in quel contesto finanziario. Ma bando alle architristezze, parte la corsa che è aperta a tante soluzioni e qui dicono che sta il bello, può darsi. Allora parte una megafuga con dentro anche qualcuno pericoloso o con molte squadre rappresentate così che dietro rimangono in pochi a tirare? No, la solita fuga di disperati, con rispetto parlando. Allora, per evitare la volata o l’attacco di qualcuno dei tre grandi favoriti nel finale, ci sarà una fuga sul Turchino, o dopo su uno dei Capi? No. Vabbe’, scatterà qualcuno a Costarainera? No. Forse qualcuno azzarderà una discesa folle giù per la Cipressa? No. A quel punto in vista del Poggio ho iniziato a tifare per la volata. Ma qualcuno dei big avrebbe sicuramente attaccato sul Poggio. Si e no, ci hanno provato ma nessuno è riuscito a fare il vuoto e soprattutto c’era ancora Caleb Ewan pimpante come mai. Era successo che la Ineos si era messa a fare un ritmo folle da Costarainera fino a metà Poggio e nessuno poteva scattare, ma per chi lavorava poi? Per Tommasino Pidcock. No, ma dai! E così uno scattino di Alaphilippe uno di Van Aert nessuno di Van Der Poel che stava ragionando un po’ troppo, a meno di 3 km è partito Jasper Stuyven e gli altri che erano uno per squadra, senza gregari sfiancati dalla media altissima, si sono guardati, l’unico lanciatosi all’inseguimento è stato il danese di turno, Kragh Andersen, che però è stato facilmente battuto in volata sia da Stuyven che è velocino sia dal gruppo in rimonta, e ancora una volta Calebino è arrivato secondo dietro uno della Trek. Un bel finale per una corsa piattissima. Di Stuyven qualche anno fa dicevano: è l’erede di Cancellara. Qualche anno dopo dicevano: come non detto. Intanto ha vinto una Kuurne-Brussels-Kuurne anche quella da finisseur e la Het Nieuwsblad in una volata a due, e poi piazzamenti e volate tirate per altri, e ora ha vinto una monumento nel modo in cui la vinse Fabian l’originale. Ma allora è di nuovo l’erede di Cancellara? No.

I fiamminghi gioiscono e gli uomini RAI premiano il vincitore regalandogli una “s” finale: Stuyvens suona più figo.

Racconti occulti – Ghiandaie dell’Inferno

Roberta era molto pigra, non lavorava e non studiava, il massimo del suo impegno era vedere i documentari sulla natura stravaccata sul divano. Quando suo padre Giovanni morì lei ne ereditò la cotoniera ben avviata nella quale il suo compito era incassare i guadagni, al resto provvedeva il personale. Vendette la casa paterna e si comprò una villetta in un parco. Di una decina di villette a schiera la sua era l’ultima, oltre c’era uno stradone che portava da qualche parte e dall’altro lato della strada un terreno abbandonato con solo una quercia rinsecchita, sul quale un giorno avrebbero costruito un altro schieramento di villette. Non avendo impegni Roberta aveva un sacco di tempo per guardarsi intorno e notava che tutti i suoi vicini avevano il prato davanti casa bello verde curato e fiorito e poi davanzali e balconi pieni di piante anch’esse ben curate e con fiori dai colori vivaci. Solo la casa di Roberta faceva eccezione perché lei non aveva il pollice verde, non sapeva dare alle piante la giusta quantità d’acqua, la corretta esposizione al sole e così fiori e piante si ammalavano rinsecchivano e quelle che non morivano si suicidavano. Roberta però avrebbe voluto una casa in fiore come le altre e iniziò a farsene un dramma e a non dormirci la notte. Finché una notte i vicini sentirono un urlo e il rumore di un vaso rotto a terra e qualcuno dalla finestra la vide uscire e camminare mogia verso lo stradone e poi sedersi su un paracarro. Qualcuno più ficcanaso o insonne degli altri raccontò di averla vista parlare nel buio con una figura misteriosa che metteva i brividi, un uomo alto e curvo, con un grosso cappello e un grosso mantello. Dal mattino successivo l’erba del prato di Roberta iniziò a crescere e le piante sui balconi a fiorire e in poco tempo la sua villetta diventò la più colorata del parco, una casetta di quelle che si vedono nelle cartoline. Passavano i giorni e ogni vicino si era ormai rassegnato a non avere la casa più fiorita del parco, quando un mattino uno di loro fu avvicinato da Roberta che gli chiese se aveva sentito quel versaccio della ghiandaia che l’aveva tenuta sveglia tutta la notte e il vicino fu contento di poterla contrariare rispondendo che aveva sentito solo la solita civetta ma nessuna ghiandaia che da quelle parti non ce n’erano. Allora di questa cosa Roberta preferì non parlare più con i suoi vicini, ma dato che continuava ad avere queste visioni o incubi si confidò con chi poteva capirla, i suoi amici ricchi e sfaccendati, ai quali confidò che era tormentata tutte le notti da queste ghiandaie dell’inferno col loro verso demoniaco, ma i suoi amici si dimostrarono insensibili perché capaci di dire solo che non sapevano che all’inferno ci fossero le ghiandaie, e il più stupido di tutti disse che le fiamme dell’inferno avrebbero dovuto rosolare per benino le ghiandaie che chissà se sono buone da mangiare. Peggio di tutti, la sua vecchia e nevrastenica compagna di scuola Zymilde si rivelò pure indiscreta perché racconto agli altri che Roberta le aveva confidato che per ottenere il dono del pollice verde aveva venduto l’anima al diavolo, la figura misteriosa di quella notte, e ora le ghiandaie venivano a tormentarla perché mantenesse il suo impegno. Passarono altri giorni e soprattutto altre notti tormentate fino a quella in cui si sentì un urlo terrificante venire dalla sua villetta, i vicini videro tutte le luci spegnersi all’interno e pensarono opportuno tornare a dormire. Nessuno vide Roberta la mattina dopo né le mattine successive. A poco a poco le piante rinsecchirono, il prato era sempre più incolto, poi una mattina arrivò una ghiandaia in quel parco, si posò un attimo su una persiana già cadente della casa di Roberta, ma si accorse che tutti i vicini la guardavano e intimorita volò via.

Il Circo arriva in città (racconto extra del venerdì)

All’alba del venerdì il circo arriva alla periferia della città, e che sia quella giusta si capisce dal fumo che vela il paesaggio, è il fumo delle acciaierie che il Sindaco Ing. Ladislao Di Ferro ha fortemente voluto tenere aperte per mantenere il livello occupazionale. Quando fu eletto il Sindaco proclamò la fine della dittatura del politicamente corretto e la sua amministrazione è stata sempre guidata dal buon senso, e proprio grazie a questo personaggio illuminato il circo è potuto arrivare in città, perché questo circo ha tanti animali e oggi i circhi con gli animali nessuno li vuole più perché gli animalisti fanno tante storie. Ma Di Ferro dice che gli animali nei circhi divertono tanto i bambini, e anche i suoi figli hanno tanto bisogno di divertirsi perché hanno perso la mamma per un tumore ai polmoni che solo l’inopportuno sciacallaggio delle opposizioni ha indelicatamente attribuito alle ciminiere. Solo una cosa ha preteso il Sindaco, che si possa fumare sotto il tendone, perché in città fumano tutti, anche i bambini, e del resto la città ospita il più grosso tabacchificio della regione. Il circo impiega quasi tre ore per raggiungere il piazzale dove mettere le tende perché è collocato vicino al Centro Direzionale dove viene convogliata una grande quantità di traffico, una immagine di vitalità e operosità per il Sindaco che l’ha voluto ed edificato. Di Ferro non vuole sentire parlare di lavoro a distanza che contrasterebbe anche con la sua accanita lotta ai fannulloni e ai furbetti. Ma appena il circo si ferma ecco che l’elefantessa incomincia a fare le bizze come al solito, sembra insensibile ai bambini e alla loro voglia di divertirsi e di toccarle le zanne e tirarle la coda. Ci vuole molta pazienza da parte degli ammaestratori per calmarla, ma la sera, quando inizia lo spettacolo, l’elefantessa inizia di nuovo a innervosirsi e durante il suo numero si alza minacciosamente in posizione eretta e poi scalcia e il domatore non riesce a calmarla neanche con le energiche frustate di cui è capace il suo fisico allenato, e a un certo punto completamente impazzita l’elefantessa si lancia in una corsa sfrenata travolgendo tutto e tutti, schiacciando il sindaco e i suoi cari figliuoli. Per fortuna ogni abitante di quella città possiede almeno una pistola, anche per sostenere la locale fabbrica di armi, e allora il pubblico inizia a sparare verso l’animale ma sbagliano tutti mira e finiscono per colpirsi a vicenda. L’elefantessa è ormai scappata dal circo e corre lontano dalla città, a un certo punto sente una forte esplosione ma si illude l’animale selvaggio se crede che qualcuno stia festeggiando in quel modo la sua fuga, è solo la fabbrica di fuochi d’artificio che è saltata in aria.

Racconti occulti – L’uomo che sognava i palazzi

Alvaro sognava di fare l’architetto e perciò dopo il diploma si iscrisse ad architettura, ma per lui esisteva solo la progettazione di edifici e non sopportava quelli che volevano fare gli arredatori di interni, e per questo arrivò a litigare col collega Thullio che era già stato suo compagno di scuola. Ma dopo un paio di anni i genitori morirono in un incidente e Alvaro fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare per vivere. Da allora fu preso dal lavoro, poi dal matrimonio con una collega d’ufficio e ogni tanto gli veniva l’idea di riprendere gli studi ma subito l’abbandonava perché non aveva tempo e anche pagarsi gli studi sarebbe stato un problema. Però la passione gli rimase, comprò in edicola tutti i fascicoli settimanali sui grandi dell’architettura, ma non trovò mai il tempo per leggerli, e poi cominciò la faccenda dei suoi strani sogni. Alvaro non sognava di volare o di fare sesso con qualcuna o di trovarsi all’improvviso in strada in mutande, almeno non ricordava di aver fatto sogni del genere, ma sognava solo palazzi e strade, sognava di imboccare tranquillamente una strada che non conosceva o che se la conosceva però era diversa, oppure sognava di voler andare in una strada che nel sogno aveva ben presente per entrare in un negozio di cancelleria in cui non andava da tempo, poi si svegliava e si accorgeva che quella strada e quel negozio non esistevano, ma poi in un sogno successivo ritornava la stessa strada solo che il negozio non era più di cancelleria ma di alimentari. E i palazzi nei suoi sogni erano sempre vecchi, barocchi, fatiscenti, forse perché lui era contrario ai restauri, infatti finché un palazzo non veniva toccato conservava comunque un suo fascino e inoltre poteva sempre pensare a come sarebbe stato una volta restaurato, ma invece quando il restauro veniva fatto davvero lui restava sempre deluso dal risultato. Un giorno, avendo finito un lavoro prima del previsto, volle fare una gitarella nella città pericolosa che gli avevano sempre sconsigliato ma dove di palazzi patrizi decaduti ne poteva vedere quanti ne voleva per il lunghissimo lentissimo declino di quella città, e successe che seguendo solo il filo degli edifici si ritrovò in una piazza con un mercatino perenne, dove pure gli avevano stra-sconsigliato di fermarsi, e si perse a vedere le bancarelle, poi nella vetrina di un piccolo negozietto vide un tablet e pensò di comprarlo, e il negoziante andò nel retrobottega e tornò con una scatola già chiusa. Solo quando si sedette in treno per il ritorno Alvaro aprì la scatola per vedere il tablet e dentro ci trovò un mattone, ma non volle mai ammettere la fregatura, non ne parlò neanche con la moglie. Però quel mattone lo mise nel suo studio e diceva che l’aveva trovato a terra e appena qualche ospite accennava a quello strano soprammobile lui iniziava a raccontare il suo sogno di fare l’architetto sottinteso di edifici, e a volte qualcuno replicava che solo pochissimi fortunati riescono a realizzare i propri sogni e quindi è meglio lasciarli perdere. Ma quando un ospite disse che valeva la pena di studiare architettura solo se si voleva fare l’interior designer Alvaro afferrò il mattone e cercò di colpirlo e lo fermarono appena in tempo. Allora la moglie di Alvaro buttò via quel mattone e così in quella casa finirono i discorsi sull’architettura e sui sogni e dopo un finirono anche quegli stessi sogni con dentro i palazzi.

Racconti a colori – Spiccioli d’oro

C’erano una volta tre fratelli orsi che vivevano in una casetta in mezzo al bosco e ogni mattina si recavano in paese dove si fermavano in piazza a suonare allegri motivetti e gli orsi che passavano si fermavano volentieri ad ascoltare e poi lasciavano nel loro grosso cappellaccio qualche spicciolo, a volte anche d’oro. I tre fratelli si chiamavano Pietro Bernardo e Giovanni e la vocazione artistica gliel’aveva trasmessa il padre che era ballerino, insomma ballava legato con una spessa corda mentre un uomo suonava il violino. Quando i tre orsi erano in paese la loro casetta rimaneva incustodita e così successe che un giorno una biondina vagabonda e buona a nulla capitò da quelle parti e dalla finestra iniziò a guardare dentro, poi visto che non c’era nessuno entrò e iniziò a guardare nei barattoli per vedere se c’era qualche moneta. Ma dato che, come al solito, era stanca, volle provare tutti e tre i letti degli orsi, e il primo era troppo rigido, il secondo troppo corto, si sdraiò sul terzo che andava bene ma proprio in quel momento sentì le voci degli orsi che tornavano. Distogliendo lo sguardo dal soffitto la ragazza vide sulla parete un manifesto con le facce dei tre orsi in un’espressione minacciosa e con sopra la scritta “Bear Power”. Terrorizzata scavalcò la finestra e scappò via come mai aveva corso nella sua vita da rammollita. I fratelli entrando nella casa la videro appena, e Pietro disse: “Peccato, se la catturavamo potevamo farla ballare con noi”, ma Bernardo disse: “Chi, quella là? Mi è sembrata una larva”, e Giovanni aggiunse: “Secondo me quella non la fai ballare neanche se le attacchi dei fili come ai burattini”. Pietro disse ancora: “Fratelli, forse questa non andava bene ma dobbiamo catturare qualche uomo e costringerlo a ballare come un altro uomo costrinse nostro padre. Sarà una rivincita contro il genere umano, una sorta di contrappasso”. E allora Bernardo disse: “Eh, un contrappasso ci vorrebbe, perché io con la chitarra tu con il violino e lui con il piffero siamo sguarniti nella sezione ritmica.” Giovanni sconfortato chiese: “Ma da chi l’hai ereditata tutta questa ignoranza?” E Pietro concluse: “L’ha presa da nostro padre, che non solo era ignorante ma pure così stupido da farsi catturare dagli uomini.”

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?

Racconti occulti – la piccola storia di un uomo grande

Questa è la storia di Morgantonio che non era un grande uomo ma un uomo grande, e per raccontarla non occorre un grande blog.

Morgantonio era un pacifico gigante che viveva nella Valle Dei Mille Ponti, detta così perché c’erano tre ponti ma non c’erano fiumi e quindi tre ponti erano inutili come mille. Morgantonio aveva i capelli rossicci lunghi e spettinati e i basettoni, portava sempre un maglione rosso fatto con vecchie divise da babbonatale trovate nell’immondizia e cucite insieme e un jeans di taglia XXXXXL, e passava la giornata aggiustando il tetto della sua capanna di legno o sostituendo i vetri che rompeva con i piedi quando si stiracchiava nel letto, e poi andava a caccia di cervi cinghiali e civette o pescava niente, perché non c’erano i fiumi, e allora un bel giorno con la canna da pesca che manco gli serviva si costruì un attrezzo per togliere le ragnatele dal soffitto, ma neanche questo gli serviva perché al soffitto ci arrivava già. Quindi la giornata di Morgantonio era piena, ma quando aveva un po’ di tempo libero si avvicinava al villaggio per vedere cosa facevano gli uomini piccoli. A volte si appoggiava con le braccia su qualche ponte per guardare il passeggio ma la gente, nonostante lui avesse sempre un sorriso bonario, ne aveva paura e girava al largo. Così dopo una mezzoretta passata senza vedere nessuno se ne tornava a casa e continuava la sua vita che era piena di queste incomprensioni ma di cui lui non si accorgeva.