Ritorno ad Anghiari

I Gufi sono capaci di tutto pur di mettere in cattiva luce l’italiano vivo. Ora si sono inventati che Leonardo non ha mai dipinto la Battaglia di Anghiari, che è stato il cavallo di battaglia del famoso comico politico che era disposto a smantellare tutto Palazzo Vecchio pur di ritrovare il dipinto. Ma persa un’opera se ne trova un’altra, e infatti è stato ritrovato un disegno di Da Vinci che si pensava perduto. Il disegno è intitolato “Gli umarell di Anghiari” e la Zeriba Illustrata lo espone in anteprima mondiale.

PAlermo-TOURS

A Palermo soffia vento caldo, ma con tutte quelle foglie morte Via della Libertà dove arriva la prima tappa del Giro d’Italia ricorda l’Avenue de Grammont in cui termina la Paris-Tours. La prima tappa è quasi un cronoprologo, un po’ più lunga di quelli che si usavano ai tempi di Thierry Marie e Chris Boardman, ma per Filippone Ganna non sarebbe cambiato molto, non si fa prendere dalla pressione e prende piuttosto tappa e maglia rosa, che se uno non gradisce tanto quel colore basta che guardi la nuova maglia della EF color discarica e accetta anche il rosa. Il Giro è promozione per il ciclismo e per il turismo. Ed è facile appassionarsi al ciclismo ascoltando lo scrittore parlante che, mentre sono in gara i partenti più attesi, ci racconta chi ha inventato il gelato o come è nata la coppia Franco e Ciccio. Ed è difficile pensare a una pubblicità migliore per Palermo di quella proposta oggi con immagini del canadair che spegne gli incendi che dicono causati dal vento, facciamo finta di crederci, e gigantografie delle vittime delle mafia, e in fondo il problema più grande in Italia non è la disoccupazione, né il coronavirus, né come prendersi i soldi europei, né gli sbarchi dei clandestini, perché per ognuno di questi problemi si finisce sempre a pensare cosa farà la criminalità quindi fate voi. Eppure la corsa sfiora edifici vetusti che hanno un fascino per fortuna non ancora intaccato da restauri imbellettanti. Finita la tappa c’è il Processo alla medesima e dopo un anno con Antonello Orlando vedere Alessandra De Stefano fa tirare un sospiro di sollievo, ma dura poco. C’è una partenza corporativista col ricordo di tre giornalisti del passato, Zavoli, Mura e in quota nepotismo il figlio di quel giornalista passato alla storia e anche alla preistoria per la famigerata frase sull’uomo solo al comando della corsa che sembrava pronunciata dal balcone di Piazza Venezia. Ma la cosa peggiore è il finale e non so se Bulbarelli si rende conto del mostro che ha creato: ogni giorno lo scrittore leggerà la sua “cartolina” dalla tappa, qualche frase a effetto, un po’ di buonismo e passa anche questa, e peccato solo che l’ordine degli eventi non possa essere invertito, perché questa collocazione in calendario e l’orario di fine delle tappe mal si conciliano col lavoro, sarà difficile vedere anche solo gli ultimi km ma il processo non si scampa. E a proposito di cartoline stamattina in centro c’erano delle bancarelle di artigianato e cose vecchie, dati i tempi le guardavo da lontano, ma mi sono avvicinato perché un tipo aveva un raccoglitore con cartoline di ciclisti e sarà che le aveva in ordine alfabetico o una coincidenza era aperto a Frankie Andreu e Lance Armstrong, come deterrente sono più efficaci del coronavirus e allora arrivederci. 

Ultime curiosità da Parigi

È curioso accorgersi che finisce il Tour e a seguire invece del clou dell’estate c’è il campionato del pallone. È curioso vedere all’inizio della diretta che il gruppo, anche se non ancora arrivato a Parigi, è allungato come fosse una classica, ma per la faccenda del covid è proibita la promiscuità di interviste, foto di rito e brindisi incrociati, anche se all’insaputa della RAI gli sloveni Pogacar, Roglic, Polanc, Mohoric e Mezgec hanno fatto una foto di gruppo come l’anno scorso i colombiani per analoga occasione. Nelle prime fasi di corsa viene inquadrato Trentin che parlotta con Roglic, i due sono accomunati da sconfitte cocenti, e chissà che Trentin pensando al secondo posto di Roglic non si consoli un po’ per la faccenda del mal comune. Ci si chiede come e perché ha vinto Pogacar, e qualcuno dice che Roglic nella crono ha dovuto modificare la sella e per questo era scomposto, e sarebbe grave che la Jumbo si fosse persa per una cosa del genere, oppure che Roglic cala nella terza settimana, e in tal caso deve assolutamente tornare alla Vuelta che quest’anno è in versione light e dura due settimane e mezza, magari il Giro l’avesse emulata. Si dice che la fortuna di Pogacar è stato il ritardo nella tappa dei ventagli, e in effetti, se avesse preso la maglia gialla, come avrebbe fatto la sua mezza squadra a controllare la corsa, chi lo avrebbe scortato in salita, Kristoff? Si ricorda che la bici del vincitore è di Colnago, proprio nell’anno in cui ha venduto la Ditta e non si capisce che ruolo continua a svolgervi, ma di sicuro dispone di telai del colore delle varie maglie pronti per essere inviati al ragazzo fenomeno che è buono bravo bello intelligente umile e maturo, proprio come Bernal l’anno scorso. Ma in realtà il  vero segreto di Pogacar ce lo svela Garzelli, in collegamento dalla Casa di Riposo Studio RAI, quando ricorda che nell’ultima cronometro della Vuelta dell’anno scorso Pogacar diede 1’30 a Valverde e 1’40 a Pogacar, e capirete che uno che dà un distacco del genere a sé stesso non è un ciclista qualunque, e soprattutto questa sua ubiquità ben si concilia con il fatto che al Tour ha vinto 3 maglie.  Ecco, la RAI è la vera jattura per gli spettatori italiani, dicono che bello il passaggio del gruppo nel Louvre e lo sfumano per mandare la pubblicità, oppure parlano di funghetti a 10 km dalla conclusione con Van Avermaet in fuga. L’ultima tappa più di tutte è uno strazio con mille commenti, spesso inutili, e forse sarebbe il  caso di indire un referendum per il taglio dei commentatori RAI, e poi riassunti, ricordi, non sempre tempestivi (per Gianni Mura morto 6 mesi fa non potevano trovare un’altra occasione?), ringraziamenti, autoindulgenze, indulgenze plenarie e ogni altra occasione che torna buona pur di non parlare della corsa di cui non so quanti km effettivi hanno fatto vedere, perché il problema non è solo quello che dicono, basterebbe azzerare l’audio, ma quante volte staccano le immagini per altrove. E dato che come spettatore del ciclismo a me piacerebbe vedere innanzitutto la corsa in corso, mi chiedo se interessa anche a loro che col ciclismo ci campano, a volte sembrerebbe di no. Ridendo e scherzando si arriva alla volata e vince Bennett che si porta a casa pure la maglia verde, l’unica non vinta da Pogacar, con l’annessa soddisfazione di strapparla a Sagan che fino all’anno scorso era suo compagno di squadra, una compresenza che in pratica impediva a Bennett di essere selezionato per il Tour.

E lei è il segreto più noto di Pogacar: la fidanzata che, al netto degli accenti e altri segni grafici, si chiama Urska Zigart, corre nella Alé BTC Ljublijana e quest’anno ha vinto il titolo sloveno a cronometro, è arrivata decima nel Tour de l’Ardéche e 78esima nel Giro Rosa.

Vips go home!

Le varie corse di questi giorni hanno visto alcuni arrivi presso santuari religiosi, oggi invece il Giro Donne è arrivato a Nola presso un santuario profano, il Vulcano buono, un’escrescenza geo-architettonica al cui interno c’è un megacentro commerciale che non può non piacervi perché è opera dell’Architetto Intoccabile, quello che quando non ha gli spicci di resto lascia il progetto di un ponte o qualche altra quisquilia equipollente. La TGR ha affidato il servizio sulla tappa a Stefano Rizzato evitandoci il solito Coppola che probabilmente avrebbe concluso che ha vinto il ciclismo ha vinto la Campania o cose del genere, mentre Rizzato ha detto che il ciclismo è uno sport in cui partono in 120 ma alla fine vince quasi sempre una, e quell’una è Marianne Vos, arrivata finora a tre vittorie di tappa tutte diverse: su un muro ripido, in una volata ristretta e in una volata allargata. Chi invece sembra che non riesca più a vincere le volate di gruppo è Fernando Gaviria, trova sempre qualcuno più forte che lo batte, e allora ogni tanto tenta di anticipare la volata e gli va bene, ormai è la sua specialità, iniziò alla Parigi Tours del 2016 e ultimamente ha ripreso a provarci, e gli andrà bene finché non impareranno a tenerlo d’occhio, oggi intanto ha vinto il Giro di Toscana. Dicono che era un Giro di Toscana per velocisti e quindi diverso dal solito, ma se andiamo a leggere l’albo d’oro di questo secolo troviamo Petacchi, Mattia Gavazzi e due volte Bennati, forse è passato troppo tempo ma non mi pare che questi erano scalatori. La corsa è servita anche al supercittì per verificare le condizioni di forma dei ciclisti che potrebbero correre il mondiale, e nel finale con un certo senso dell’umorismo hanno attaccato Mosca e Moscon e questo scattino inconcludente è bastato al quasi ex ciclista Moscon, il più coccolato e criticato del plotone, per essere convocato, mentre un anno di attacchi e gregariato non è bastato a Mosca. Come è ormai tradizione non si capisce com’è il percorso del mondiale e a leggere i convocati delle varie nazionali ognuno lo interpreta a modo suo, dalla Colombia che porta solo scalatori alla Germania che gli scalatori li lascia a casa e convoca il velocista Degenkolb. Comunque sia il favorito di tutti è Alaphilippe che oggi al Tour è andato in fuga per il secondo giorno consecutivo e neanche stavolta ha vinto, i fuggitivi di giornata sono stati ripresi tutti compreso l’altro recidivo Carapaz e la vittoria è andata a Lopez, il colombiano con la faccia da kazako, mentre in mancanza di argomenti di conversazione in RAI si sono inventati un errore tattico di Roglic che invece ha guadagnato su Pogacar forse ostacolato da qualche tifoso. Oggi alcune salite erano vietate al pubblico ma non l’ultima sulla quale c’era molta gente invadente e sputacchiosa, e chissà se è solo una coincidenza che era anche il giorno scelto per la tradizionale visita al Tour di Monsieur Le Président. In RAI hanno sempre apprezzato questa specie di omaggio al Tour ed è imbarazzante essere d’accordo con lo scrittore parlante quando dice che in Italia il Presidente dovrebbe fare altrettanto, andare al Giro anziché ricevere gli atleti a Palazzo come fosse un re. Ma, dato il Presidente, ne facciamo volentieri a meno di altre banalità, e poi, pensando al fatto che al Tour quando arriva il Presidente ci sono i servizi segreti, e chissà che non ci siano gendarmi stornati dalla corsa alla sua persona, e ricordando che non si è mai saputo chi c’era nell’auto oscurata che nel 2011 buttò contro il filo spinato Flecha e Hoogerland, direi che è meglio se anche al Tour Presidenti e vips se ne stanno a casa.

Tra l’altro sembra che il Presidente sceglie sempre tappe di montagna per motivi di sicurezza, e oggi era la cosiddetta tappa regina, neanche la tappa first-lady, con in più il finale su una salita inedita ricavata da una pista da sci, una di quelle salite, e di quelle tappe, che sulla carta piacciono agli appassionati di ciclismo estremo, e che poi finiscono per deludere perché lo spettacolo per la classifica si concentra tutto nel finale e i distacchi si riducono a pochi secondi. Ma se la tappona non è stata decisiva per questo Tour forse ha chiuso una volta per tutte le speranze e i rimpianti relativi a Landa, che ha corso sempre per altri, che se fosse stato libero di fare la sua corsa eccetera. No, forse il suo momento migliore è già passato contemporaneo a quello di Aru e di più non poteva fare, ma oggi di certo ha messo a lavorare tutta la squadra, li ha sfiancati, poi quando è passato in testa l’ultimo rimasto, Damiano Caruso, l’ha avvicinato e gli ha detto di aspettare un minutino, che non se la sentiva ancora, e ha iniziato a perdere terreno, ritornando ad essere il solito sfigato da fumetto.

Il Grand Tour

Col calendario siamo arrivati alla sovrapposizione, o piuttosto alla convivenza perché si cerca di differenziare gli orari di arrivo, di due corse a tappe del World Tour. Non è una novità, negli anni scorsi capitava con la Tirreno-Adriatico e la Parigi-Nizza o con il Giro d’Italia e il Giro di California, ma stavolta l’ingombro tocca il Tour de France che deve convivere con la corsa marittima. E però finora in due non fanno lo spettacolo di una, in Italia c’è la fuga pubblicitaria delle squadre minori e in Francia le cadute, e poi c’è la volata. In Francia dopo il riposo vince finalmente Bennett che si commuove al punto che pensavo avesse pure lui un morto da ricordare come spesso chi vince e invece no, era solo felice. In Italia invece due vittorie di Ackermann che quasi sembrava già in declino, ieri diciamo normale ma l’altro ieri sfiorando più volte le transenne e avendone molti elogi, ma a pensarci bene, anche se il rischio era solo suo ma poi va a sapere cosa succede quando uno cade, mi viene il dubbio che non sia il caso di elogiare uno che rischia così tanto, in fondo quando Froome mostrò al grande pubblico un modo mitteleuropeo di andare in discesa che a detta di molti è assai pericoloso fu criticato perché era un cattivo esempio. E dire che sempre più spesso si criticano i percorsi, soprattutto i km finali, perché pericolosi, e forse proprio per evitare cadute nella corsa marittima ieri Fuglsang se ne stava in coda tranquillo a guardare il paesaggio. Dopo aver vinto il Lombardia e aver confermato di andare meglio nelle corse in linea, Fuglsang ha detto che vuole provare a centrare un podio in uno dei grandi giri, che, per chi fosse a digiuno, sono i giri di Italia Francia e Spagna che dagli addetti ai lavori sono identificati con la sigla “GT” che sta per Grand Tour, e in attesa di quello ciclistico forse il danese si faceva un po’ di quello culturale, come in altra epoca fecero Goethe e altri famosi perdigiorno. Ma non sarebbe un problema perché non si è mai sentito di un ciclista ritiratosi per la Sindrome di Stendahl. Piuttosto in questi giorni il rischio è per il coronavirus e proprio l’altro ieri in Francia sono stati tamponati tutto il peloton e gli staff delle squadre e i ciclisti sono risultati tutti negativi. A casa è andato il gran capo Prudhomme ma non è una grande perdita. E in attesa di tappe spettacolari anche il pubblico potrebbe guardare il paesaggio, in Italia si è attraversata la Toscana e in Francia c’è stata una tappa storica perché per la prima volta sono partiti da un’isola per arrivare a un’altra percorrendo uno spettacolare ponte che speriamo non sia stato visto dai politici italiani che hanno riesumato l’idea di quello sullo Stretto, ma dicevo per gli spettatori italiani la visione del paesaggio è resa difficoltosa dalla RAI che con due corse e due reti a disposizione ha risolto il problema a modo suo, cioè ingarbugliando e pasticciando tutto con continui cambi di corsa e di rete quindi niente di nuovo.

Affinità elettive.

Ridotti all’ossimoro

Avrete saputo che nei giorni scorsi nel Parco della Reggia di Caserta è morto un cavallo che trainava un calesse per turisti pigri. Forse la gente dovrebbe assecondare un po’ di più le proprie inclinazioni e chi è pigro dovrebbe starsene a casa sul divano e i monumenti vederli nei documentari. Se invece le persone si fanno il giro in carrozza a guisa di aristocratici per ostentazione, per fare i grandi, allora sarebbe comunque meglio che come misura precauzionale, direi perfino igienica, se ne stessero ugualmente a casa, oppure se proprio si ritengono tanto grandi che si facciano la loro reggia personale e dentro ci facciano quello che gli pare, ci scorrazzino con una carrozza trainata da varani di Komodo, basta che non vadano in giro. Voi direte che ci sono anche persone che hanno problemi a camminare, e avete ragione pure voi, ma per quelli c’è anche un servizio di navette, e peccato che l’architetto Luigi Vanvitelli non pensò pure a una linea di metropolitana, il massimo del progresso è una specie di ascensore all’interno del Palazzo. Purtroppo la Direzione non va nella direzione che auspicherei, anche perché i cosiddetti Beni Artistici Eccetera hanno come obiettivo principale quello di staccare biglietti, tanti biglietti, e sostituirà il servizio di carrozze a cavallo con le golf-car, così quelli che vogliono fare i grandi potranno sentirsi come Tyger Woods e fantasticare di congiungersi carnalmente con Lindsey Vonn. A proposito di storie erotiche, chi non è pratico del Parco della Reggia deve sapere che i vetturini dicevano agli sprovveduti turisti che avrebbero potuto vedere tutto il parco ma non è vero perché a un certo punto, poco oltre la metà, c’è una curva in salita troppo ripida, e forse lo sarà anche per le golf-car, e quindi lì le carrozze non arrivavano, tagliando fuori dal giro, oltre al suggestivo Giardino Inglese, le ultime fontane tra le quali spicca quella che raffigura l’episodio mitologico di Diana e Atteone.

Il Bagno di Venere nel Giardino Inglese: si lavavano molto queste divinità.

Diana era la Dea della caccia e stava esercitando la sua specifica funzione quando per il troppo caldo si spogliò per farsi un bagno, ma nei paraggi gironzolava Atteone, che era un suo collega perché si sa che l’uomo è cacciatore. Atteone non poté fare a meno di vedere la Dea in quella diciamo inedita veste, Diana se ne accorse e temeva una revenge porn con la tecnologia dell’epoca, cioè che Atteone andasse in giro a raccontare quello che aveva visto, ma qualcuno sospetta pure che tra i due ci fosse un’accesa rivalità venatoria, così per risolvere i suoi problemi lo trasformò in cervo, grazie ai suoi superpoteri, perché la faccenda di superpoteri e superproblemi non pensate che l’hanno inventata quelli della Marvel. Atteone non si accorse subito della sua metamorfosi anche perché non era reduce da una notte agitata ma se ne avvide solo guardandosi in una fonte, ma purtroppo per lui neanche i suoi 50 cani 50 lo riconobbero e lo sbranarono.

E pensavo che la civiltà di questa parte di mondo non ha fatto un grande affare ad abbandonare il simpatico carrozzone dell’Olimpo con tutti quei dei e semidei che ne combinavano di tutti i colori e quante ancora ne avrebbero combinate a cominciare da quel vecchio porco di Giove, per sostituirlo con le tristi religioni monoteiste basate su sofferenza penitenza e odio per la concorrenza perché l’espressione “dialogo interreligioso” è solo un ossimoro grandioso .

Cartolina da Malta

A volte può capitare che questa cosa evanescente e virtuale che è il blog si materializzi, ad esempio in forma di cartolina cartacea con il francobollo della stessa materia. Questo per dire che ringrazio pubblicamente il blog gemellato Schiantavenna che per il terzo anno consecutivo mi ha spedito una cartolina dalla località delle vacanze. Quest’anno è toccato a Malta, luogo ideale per riposare perché ciclisticamente quasi inesistente: scopro che vi si disputa il Tout Ta’ Malta, una gara dilettantistisca nel cui albo d’oro però figura Stefan Schumacher ai tempi in cui tornò a testa bassa dopo la sua seconda (credo) squalifica per doping. Un grazie quindi a tutto lo staff di Schiantavenna’s blog.

Ciclismo alcolico

Già il nome GranPiemonte con cui è stato ribattezzato il Giro del Piemonte sembra quello di uno spumante, in più ieri si è corso nelle zone dei vini che sono molto apprezzati dai cronisti RAI, soprattutto da De Luca che sta coltivando sempre più un’altra passione, quella per l’architettura, perché sta sempre lì a parlare di architetti, torri, campanili, palazzi e tecniche di costruzione. Ma ieri durante la diretta anche gli altri dello staff della RAI sembravano aver già apprezzato i vini locali perché le solite chiacchiere sembravano più incespicanti e a vanvera del solito e quando si è parlato della cancellazione dei mondiali in Svizzera e della ricerca di una nuova sede, per come la facevano facile, sembrava quasi che chiunque possedesse un terreno con un paio di stradine asfaltate alla bell’e meglio potesse candidarsi per ospitare il mondiale. Poi chi come me è abbastanza ignorante in Storia ieri ha scoperto con dispiacere che anche da quelle parti a Monforte c’erano i Catari e quindi in RAI ne hanno approfittato per una nuova puntata sull’argomento così se quest’anno il Tour non passa per Albi la lezione l’abbiamo fatta lo stesso. La diretta è stata lunga e c’è stato spazio anche per un più ardito esempio di logica aristotelica ciclistica di cui scrissi giorni fa, cioè che se si corre nelle terre dei vini tra i favoriti c’è Ulissi perché lui è della zona dei vini anche se toscani. E Ulissi manco a farlo apposta ha sfiorato la vittoria ma come al solito gli è mancato un qualcosa per vincere, una goccia di tempismo o di fortuna, mancando di un nulla un clamoroso inseguimento al neozelandese George Bennett. E ora un altro fatto clamoroso è che tra i maggiori favoriti per il Lombardia di sabato, nonostante abbia vinto solo due corse in carriera, c’è questo trentenne che è esploso tardi e in genere fa il gregario e dopo la corsa ha detto che quest’anno avrà libertà solo in queste due corse, ma è tra i favoriti non per una valutazione del suo potenziale bensì per il modo in cui ha staccato tutti su una salita non molto selettiva. E anche Ulissi è tra i favoriti per il Lombardia perché quest’anno rispetto al solito ci sono in meno una decina di km e diversi avversari impegnati nel Delfinato e come dicono in Piemonte fusse che fusse la vorta bbona?

Bennett offre un goccio agli amici.

Totò Peppino e la logica aristotelica

L’altroieri tutti i telegiornali erano scandalizzati perché una donna si era data fuoco e la gente nei paraggi invece di aiutarla si è messa a filmare la scena con gli smartufoni, cosa stiamo diventando dicevano, poi subito dopo tutti i telegiornali hanno mandato in loop le immagini di un pestaggio a Castellammare, le hanno mandate più volte nel timore che qualcuno si forse perso un pugno o una sediata. Con questo clima e tenendo conto che già si fanno viaggi sui luoghi di disgrazie, chissà che non aumenti questo tipo di turismo ai danni di quello diciamo tradizionale. Se così fosse Napoli e la Campania ne sarebbero avvantaggiati, una visita dove è stato freddato Caio, un giro nel bunker dove hanno trovato Tizio, qualche compagnia più intraprendente potrebbe organizzare roghi di rifiuti tossici per turisti in cerca di emozioni particolari. In caso contrario, se continuasse a prevalere il turismo verso arte e paesaggi, la Campania non potrebbe contare sulla promozione tramite lo sport perché qui esiste solo il pallone e il calcio è sport claustrofobico, durante la partita viene inquadrato solo lo stadio, si sbircia fuori solo nel  caso di risse che però, ricordiamolo, non hanno niente a che fare col calcio anche se quelli che si azzuffano sono tifosi organizzati che danno del tu a calciatori e dirigenti. E nessun cronista pallonaro divaga dal gioco parlando dei siti e della storia e dei personaggi famosi della città che ospita la gara, se qualcuno si azzardasse verrebbe fucilato. E comunque, dato che Albi non ha una grande squadra di calcio, non c’è il rischio che tra un corner e un arbitro cornuto qualcuno inizi a parlare del massacro dei catari che noi ciclofili invece sappiamo ormai a memoria. La Liguria però non è messa meglio, si parla solo di ponti che crollano, costoni che franano, strade bloccate, e quando con la Sanremo c’è l’occasione di mostrare la riviera con le sue bellezze i sindaci dicono di non essere interessati. C’è chi invece il ciclismo come mezzo di promozione turistica non si limita a sfruttarlo ma lo va a cercare. Il caso più clamoroso è quello dles Dolomites, che ha una copertura televisiva superiore a qualsiasi corsa professionistica e in realtà è difficile pensarlo come ciclismo, essendo in realtà una passerella di vip, semivip e leccavip, che si fanno pubblicità reciproca con i luoghi che ospitano la gara, che poi sarebbe meglio se venisse ridotta a semplice pedalata in quanto l’albo d’oro c’ha i suoi innominati, e per contorno democratico ai Vip che partecipano di diritto, ci sono tutti gli amatori che si contendono i posti limitati per l’iscrizione, ma, con quello che costano l’attrezzatura e eventuali additivi da aspiranti squalificati, non si possono neanche ritenere poveri comuni mortali. Ma quest’anno anche la maratona dolomitica è stata cancellata, e quindi il più grosso spot in bicicletta è diventata la Tre Valli Varesine che per l’occasione ha fagocitato Bernocchi e Agostoni e l’hanno chiamata Gran Trittico Lombardo, ma in realtà era la Tre Valli travestita neanche bene. La Tre Valli ha avuto sempre una diretta più lunga di qualsiasi corsa italiana, escluse Sanremo e Lombardia, quest’anno più delle stesse Strade Bianche di categoria UCI superiore, ed è sempre stata una passerella per politici e amministratori locali, ricordiamo Cunego con Bossi, e poi dicono Nibali che correva per il Re del Bahrain, però noi ringraziamo perché ne approfittiamo per vederci una porzione abbondante di corsa, ma quest’anno è venuto storto per tutti e ci si è messa pure la pioggia, per promozione hanno mandato immagini assolate dell’anno scorso, l’elicottero non poteva alzarsi, poche immagini della corsa che ci mancava solo la voce di De Zan, poca passerella, facce coperte dalle mascherine, le miss potevano anche avere i baffi vai a sapere, e per ultimo, dato che gli appassionati italiani vogliono vedere vincere gli italiani ma sembrava di essere tornati ai tempi prima di Viviani e Bettiol, se ne va in discesa lo straniero Gorka Izagirre e non lo prendono più, neanche Nibali che fa la corsa, la agita, è il primo italiano all’arrivo battendo in volata gente più veloce di lui, e non so se questo può portare meno turisti a Varese ma non credo. Però non è un risultato a sorpresa e ora vi spiego perché. Nel ciclismo si fa largo uso della logica aristotelica, ad esempio Nibali ha vinto il suo tour nella tappa sul pavé e sotto la pioggia? Se ne desume che ogni volta che c’è brutto tempo e le strade sono messe male Nibali è favorito, ne gode addirittura, pavé, sterrato, buche, se buttassero pure le puntine a terra sarebbe il massimo, povero Nibali che non può farsi una pedalata tranquillo su strade scorrevoli. E allo stesso modo quando piove vanno forte i ciclocrossisti e gli uomini dei paesi freddi e piovosi, e manco a farlo a posta c’erano due squadre belghe piene di crossisti, il traguardo volante l’ha vinto Quinten Hermans che, per come sono passati veloci questi mesi virali, sembra ieri che correva per i prati inseguendo quelli che inseguivano Van Der Poel, e la corsa l’ha vinto Gorka il fratello di Ion, che sembrava quello meno forte ma non ne siamo più tanto sicuri, che in inverno si diletta a fare il ciclocrossista ed è anche basco, e a dar retta ai telecronisti i Paesi Baschi devono essere tipo la Milano di Totò e Peppino.

Eppure il fango non c’era.

La Zeriba Suonata – calcestruzzo

Secondo i politici e i loro suggeritori, cioè gli imprenditori, il Paese deve ripartire dal cemento, anche se da tempo si sa che il calcestruzzo è deperibile e il crollo del ponte Morandi lo ha drammaticamente mostrato a tutti. Però, se il calcestruzzo non sarebbe adatto per l’edilizia, da esso almeno può ripartire pure la musica, anche se non proprio convenzionale, anzi “priva di melodia, solo rumori, urla, ferro e cemento” come quella dei trevigiani Béton Brut, che non significa Brutto Bestione, tanto più che quelli, i brutti bestioni attorniati da ragazze sculettanti, in genere fanno musica da classifica, ma è un rimando all’omonimo movimento architettonico. I Béton Brut sono La Suprema Assenza, Il Buio Oltre La Siepe e Oscura Speranza più la voce di Sylvia Schlecker e hanno inciso un 7 pollici picture disc in 23 copie intitolato Brutalismo, e a me piace molto l’idea delle stampe in numero molto limitato di copie, si tratti di dischi o di libri, e a vederlo in foto il disco si direbbe anch’esso di calcestruzzo, ma ciò non è possibile perché romperebbe la puntina o più probabilmente accadrebbe il contrario, e infatti è di vinile trasparente come trasparenti sono anche la busta e il foglio con i testi. Sul sito bandcamp del gruppo potete ascoltare il brano omonimo, che non è musica per tutti né vuole esserlo, di sicuro non piacerebbe ai muratori che con sufficienza potrebbero commentare: Questo sapevo farlo anch’io, un po’ come fanno alcuni di fronte alle opere d’arte non figurativa, ma il buon Bruno Munari diceva: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.”

Brutalismo