Perline di sport – Quello che quel giorno era arrivato primo

Qual’è il ciclista che viene in mente per primo se si parla di mondiale vinto a sorpresa, il simbolo di una maglia iridata immeritata, il nome che sporca l’albo d’oro? Vabbe’, non esageriamo, cosa vogliamo fare, lo vogliamo degradare o meglio fucilare? Tanto più che i personaggi in questione, che si tratti di Leblanc o di Brochard, di Vainsteins o di Astarloa, di Dhaenens o di Rui Costa, sono protagonisti di carriere mozzate o di vite spesso sfortunate, con gli ultimi due nomi come estremi, il caso più triste il primo, morto a 37 anni, il secondo ancora dignitosamente in attività ma non più capace di una grande vittoria. Beh, forse il nome che per primo viene in mente è quello dell’olandese Harm Ottenbros, che si giocò il mondiale del 1969 a Zolder con l’altrettanto impronosticato belga Julien Stevens, favoriti dal tatticismo dei big di cui parla Dancelli nel breve filmato che vi linko. Ottenbros aveva vinto qualche gara e ha vinto pure con la maglia iridata ma niente di che, e ha sofferto sia il peso del titolo che la mancata considerazione da parte del mondo del ciclismo, al punto che terminò la sua carriera scagliando la sua bicicletta dal ponte Zeeland, cosa che oggi gli varrebbe una multa per aver buttato i rifiuti fuori dalle zone verdi. Ottenbros diceva che il giorno di quel mondiale era arrivato primo ed aveva vinto lui e basta, e dopo il ritiro si diede alla scultura anche se su internet non si trovano immagini di sue opere. In settimana è morto all’età di 78 anni, ed era andato in bicicletta fino al giorno prima.

Mondiale 1969

Mi pareva lui

Quel signore che hanno intervistato stasera a Radiocorsa, che dicono è il coordinatore delle nazionali o qualcosa del genere, sì, quello che ha detto che il problema degli scarsi risultati del ciclismo italiano, uomini e su strada chiaramente ché il resto conta poco, il problema è la mancanza di una squadra world tour italiana, dicono tutti così, perché gli italiani forti vanno nelle squadre foreste a fare i gregari e se c’era una squadra italiana forte li ingaggiava lei tutti i ciclisti italiani forti, e ha fatto l’esempio di Caruso che corre per una squadra straniera e le squadre straniere si sa che fanno quello che gli pare e alla squadra di Caruso è parso di non portarlo al Giro ma fargli fare il Tour, e se invece Caruso correva in una squadra italiana veniva a correre il Giro d’Italia, ecco, sì, proprio quel signore lì, non è lo stesso che faceva il manager della Liquigas dove il giovane e promettente Caruso è diventato gregario? A me pare proprio lui.

Gas a-zero

Dicono che l’Italia importerà più gas dall’Azerbaijan. Non so se in Armenia devono iniziare a preoccuparsi.

Vecchia cartolina della Cioccolateria d’Aiguebelle

Cartolina da Piano Vetrale

Da quando nel 2016 vincendo il mondiale juniores Elisa Balsamo si distinse nel frenetico turnover delle nazionali salvoldiane ho sempre saputo che era cuneese, anche se il suo aspetto ha qualcosa di meridionale. Di sicuro è diventata ciclista perché è nata e cresciuta in Piemonte, ma dopo la vittoria del mondiale élite i siti e i giornali del salernitano la definiscono ciclista cilentana o di origini cilentane. Leggiamo che la nonna è di Piano Vetrale e che da quelle parti la ragazza trascorre le vacanze, che tra strada pista e studio presumo durino due ore e mezza. Piano Vetrale è un piccolo paese, frazione di Orria, ed è noto come il paese dei murales. Ecco, ora il minimo che il Comune può fare è di dedicarle un bel murale iridato. E chissà che un giorno la notizia non arrivi anche al TGR che per ora è troppo impegnato con il Napule e con la diva del nuoto che terminerà la carriera proprio a Napoli.

Quel tipografo è un drago

Ieri scrivevo di quando non potevo comprare molta musica, ma nello stesso periodo ovviamente non potevo nemmeno permettermi libri relativamente costosi, come Griffin And Sabine di Nick Bantock, un romanzo epistolare in cui le cartoline e le buste erano riprodotte tipograficamente, insomma non c’era l’illustrazione della busta ma la busta con dentro la lettera. Oggi il libro si può trovare su ebay a prezzi ancora più alti e senza la certezza che ci siano tutti i “pezzi”. Non so se sia stato il primo libro del genere, in seguito c’è stato qualcosa di analogo come una storia non in volume ma in scatola di Alessandro Baronciani. E quando nel mio girovagare tra i libri per ragazzi mi sono imbattuto in La posta del drago dell’illustratrice britannica Emma Yarlett, pubblicato in Italia dalla finora sconosciuta Sassi Editore nel 2018 e finito con chissà quale giro alla Feltrinelli locale, forse è stato anche per questo rimpianto che non ci ho pensato due volte a prenderlo, o forse l’avrei preso comunque. Il libro è la storia di un bambino che trova un drago in casa sua e chiede informazioni in giro su cosa fare tramite lettere. Nel libro sono riprodotte le risposte con tanto di busta e lettere incluse, ma sarà che è un bambino maldestro o che non dispone di un tagliacarte, sarà la sua fretta di leggere quelle risposte, le buste sono tutte strappate per la gioia del tipografo che ha dovuto realizzare i desiderata dell’autrice.

Cartolina da Plouay

Elisa Longo Borghini dice sempre che allo sprint di solito arriva quarta su tre, ma per non ripetere sempre la stessa battuta ieri a Plouay ha preferito arrivare prima su una.

ultime cartoline

Nel primo anno di vita di questo blog vi segnalai un librone sulle cartoline che negli anni del boom raffiguravano luoghi periferici o che comunque non si possono considerare parte della famosa “grande bellezza”. Ora invece il Saggiatore ha pubblicato un libretto intitolato Tanti cari saluti, con ben due sottotitoli: “Cartoline dall’Italia e “Storia trash delle nostre vacanze”, di Lorenzo Marchionni, grafico che cura una pagina instagram sull’argomento. Le pagine del volume in realtà sono proprio cartoline che, anche se sul retro hanno stampati piccolo testi superflui, possono essere staccate e spedite, e si tratta di riproduzioni di vere cartoline edite in anni più recenti rispetto a quelle “periferiche”, diciamo gli ultimi 40 anni, e definite trash anche se su questo termine si è molto discusso tra i 90 e gli 00 ai tempi del Grande Revival Generale. Il libretto non ha lo stesso approccio sociologico del librone di Caredda ma è tutto sommato divertente, le immagini sono generalmente dozzinali e di cattivo gusto, e sembra che non importi più mostrare il luogo in cui si passano le vacanze, come se tutto fosse già noto, e ai tipici panorami non tutti invidiabili – basti pensare alle spiagge assediate da alberghi e bagnanti – si sovrappongono ingombranti scritte e disegnini, o donnine seminude, ma la mia preferita è quella che raffigura San Petronio in Bologna minacciata da un Papa in versione Godzilla.

Quante storie!

Oggi era quel giorno, anzi quei due giorni, quello atteso e quello temuto. Si attendeva la 34esima vittoria al Tour di Cavendish ed è arrivata, certo si potrebbe dire che è stato facilitato da una concorrenza scarsina ma si sa che chi ha torto è sempre assente (si dice così?), e dopo l’arrivo Cav abbracciando il compagno Cattaneo ha detto “Abbiamo fatto la storia”: eh, quante storie! E dire che neanche doveva essere al Tour ma il suo compagno Sam Bennett, che fino a poche settimane fa era il meglio velocista del mondo, ha avuto quello che Beppe Conti ha definito “un problema politico al ginocchio” e l’anno prossimo dovrebbe tornare alla Bora che aveva lasciato in cerca di maggiore spazio. Cavendish di Merckx non vuole sentire parlare, nel senso che non si ritiene al suo livello, ma durante l’intervista, più ancora che nelle precedenti, per descrivere la volata ha fatto ampi gesti e marcate espressioni con la faccia, forse dopo Merckx vuole eguagliare pure Voeckler. Ma oggi era anche il giorno temuto, si arrivava a Carcassonne ed era il tradizionale giorno del massacro dei Catari, e poiché questo è il primo Tour seguito dallo scrittore parlante la lezione di Storia è toccata a lui. Ma guardate che c’è stata una caduta, un’altra caduta, dei ritiri, una foratura, attacchi e contrattacchi, ventagli, no, prima i Catari poi la corsa. Andrea De Luca dà la sua interpretazione delle guerre di religione dicendo che in realtà nascondono interessi economici, bene, lui ci è arrivato, ora non sarebbe male se lo capissero pure quelli che guardano i telegiornali facendo il tifo o quelli che, non avendo di meglio da fare, vanno in piazza a bruciare le bandiere in rituali patetici. De Luca ormai è complice dello scrittore parlante, in passato sembrava più sensibile al vino e alle belle donne, soprattutto durante le edonistiche sintesi del Tour Down Under, ora invece sembra che gli interessi solo l’architettura, e a 4 km dall’arrivo ha invitato Genovesi, che voleva vedere la corsa, a dire almeno due parole sulla Cittadella di Carcassonne.

C’è stata volatona anche al Giro Donne e ha vinto nettamente Lorena Wiebes, ma per lei non si prospetta un prosieguo di carriera monotono a base di soli sprint, perché altrove ha dimostrato che volendo può infilarsi anche nelle fughe, mentre si ferma a 30 vittorie, almeno per quest’anno, il record di Marianne Vos che, per preparare meglio le Olimpiadi, dovrebbe abbandonare il Giro evitando di affrontare nella tappa di domani il Monte Matajur, che pure tanti soldati nella Prima Guerra Mondiale, se avessero potuto, avrebbero evitato volentieri.

Vedi Carcassonne e poi muori.

Cartolina da Laval

La quinta tappa del Tour è la prima fuori dalla Bretagna ed è una cronometro che fa contenti alcuni e scontenti altri. Sono contenti a prescindere gli enigmisti, i giocatori di parole, perché la città d’arrivo è palindroma: LAVAL, e basta girare in orizzontale la seconda “L” per ottenere un palindromo anche visivo. Fa contento Pogacar che vince e rinfresca la memoria a quelli (in genere sono i testoni italiani) che pensavano dovesse difendersi lui che il Tour precedente lo vinse proprio a cronometro. E fa contento Van Der Poel che arriva quinto e mantiene la maglia gialla dimostrando che se gli gira può andare forte anche a cronometro. Il ragazzo è poliedrico, cosa altro deve fare per dimostrarlo: pista, downhill? Ecco, il downhill lasciamolo stare che al ciclismo su strada ha suggerito qualcosa di cui si poteva fare a meno: la hot seat. La sedia calda è uno strumento di tortura, non nel senso che il ciclista viene fatto sedere con la forza su una sedia bollente e costretto a confessare di fare uso di doping o di essere stato ingaggiato perché si è portato lo sponsor da casa, no, ma è una tortura che il primo nella classifica provvisoria, che semmai vorrebbe andare in giro a rilasciare interviste, a baciare miss prima che sia troppo tardi, a mangiare un gelato, ma anche a fare una pedalata defaticante sui rulli, invece è costretto a stare seduto lì, inquadrato dalla telecamera nei momenti cruciali, cioè quando arriva quello più forte che lo beffa, e oggi è capitato a Kung di stare seduto tanto tempo finché non è arrivato Pogacar a farlo scontento. Un altro che può essere contento è il Supercittì Cassani perché l’italiano Cattaneo è andato davvero forte con un ottavo posto inatteso. Chi invece non sarà contento è sempre Cassani perché Cattaneo non è stato convocato per le Olimpiadi. Un altro scontento è lo scrittore parlante perché le cronometro non gli piacciono, ma ha voluto parlare lo stesso, peccato, poteva approfittarne per prendersi un giorno di riposo, non ci saremmo lamentati del suo assenteismo e anzi ci avrebbe fatti contenti.

Ancora spot

Il Giro scremato arriva al Sud ma non troppo, a Guardia Sanframondi in provincia di Benevento passando per la salita del Calvese, maledetta da Binda, che a detta di un vetero-tifoso del luogo è “abbastanza durissima” e ne parla come se quella volta in cui vinse comunque Binda lui fosse stato presente, ma fatti due conti è improbabile. Non si poteva pretendere che il Giro arrivasse a Caserta dove non gliene frega niente a nessuno, e poi qui la carovana non avrebbe avuto dove passare perché quando hanno decretato che ci si poteva ristorare solo all’aperto i ristoratori non se lo sono fatto dire due volte e stanno occupando tutti gli spazi possibili e già per i pedoni ci sono difficoltà a muoversi ma penso che tra poco di problemi ne avranno pure i motorizzati. Ma il Paese lo esige, per dire stamattina fuori a un bar di quelli lussuosi c’erano due che mangiavano come se fossero andati alla mensa della caritas e avessero trovato chiuso, evidentemente quando si dice che certi politici edonisti parlano alla pancia delle persone si intende in senso letterale, e praticamente quello che si riteneva il Paese del Gusto è ormai diventato il Paese del Disgusto.

Ancora si parte con una notizia cattiva e una buona. La cattiva è il ritiro di Caleb Ewan che è caduto sotto una galleria, anzi si è ritirato come ci si aspettava, anzi ha preso una botta al ginocchio, non si è capito bene cosa è successo ma, anche se ieri aveva detto che gli sarebbe piaciuto terminare la corsa perché per la prima volta si trovava in testa alla classifica a punti, nessuno gli ha creduto ed era prevedibile che per centrare il suo obiettivo di vincere tappe in tutti e tre i grandi giri dovesse risparmiarsi sforzi inutili in salita. Comunque sia il Giro che fin qui era stato discretamente cremoso riprende a scremarsi perdendo questo incrocio tra McEwen e Cavendish le cui volate un giorno saranno esposte al Museum of Contemporary Art di Sidney. La buona notizia è un nuovo spot, non tanto per il prodotto pubblicizzato che è roba ottenuta riciclando materiale, che sarebbe sempre più ecologico delle vetture ibride, ma per la testimonial che è Giada Borgato in persona e, dato che quando ci vuole ci vuole, in questo video è davvero graziosa.

Anche oggi arriva la fuga e vince il giovane francese Victor Lafay, che in curriculum aveva una vittoria in una corsa semipro e una commozione cerebrale, precedendo Francesco Gavazzi più vecchio di 11 anni. AdS dice che si attendeva di più dall’altro fuggitivo Campenaerts che sarebbe più esperto, ma subito viene contraddetta perché in realtà il cruccio di quel disastro del belga è quello di essere bravo a cronometro e a tirare il gruppo, che è un po’ la stessa cosa, ma di non aver fatto granché nelle prove in linea. Ma AdS, non contenta, prima dice di non aver visto Bardet finora e la regia tempestivamente manda le immagini della sua fuga dell’altro giorno in compagnia di Bettiol e Ciccone, e poi assegna la maglia ciclamino alla classifica dei traguardi volanti. Ma la preoccupazione principale di tutta la squadra RAI è come si pronuncia il nome di Attila Valter, che ha già attirato tifosi dall’Ungheria, intesa come nazione e non come Loggia. Valter ha iniziato con la mtb e solo a 18 anni è passato alla bici da strada, quella che AdS definisce bici da corsa come se in mtb si stesse fermi sul posto, e i suoi idoli infatti sono stati Absalon e Schurter ma in tv vedeva pure Bodrogi che però a un certo punto prese la cittadinanza francese. E si vede che di ciclismo su strada Valter ne capisce ancora poco perché ha detto che la sua squadra è la più forte del mondo, ma lui non corre né con la Ineos né con la Jumbo né con la Deceuninx, ma con la Groupama diretta da Madiot e Maudit, che non sono una coppia di comici, almeno non ufficialmente.

In chiusura del Processo viene trasmesso un nuovo spot per la sicurezza sulle strade. In questo video ci sono tre personaggi inespressivi che sono a turno a piedi in bici e in auto, si incrociano più volte e rispettando le norme nessuno investe nessuno. Quello che non è chiaro è se gli autori hanno immaginato una situazione tipo Io sono leggenda in cui i tre sono gli unici sopravvissuti sulla Terra dopo una terribile pandemia o dopo che tutti gli altri sono morti per un’indigestione universale dopo essersi abbondantemente ristorati, oppure se si tratti di un caso di stalking triangolare.

L’ultima cartolina dell’ex ungherese a fine carriera.