Cartolina da Brussels

In estate capita che le cartoline arrivino in ritardo. Questa tutt’al più arriva con un giorno, o solo con qualche ora, di ritardo, e dire che oggi non volevo postare niente perché sono giorni che wordpress mi manda messaggi di incitamento dicendo che sono un sacco di giorni consecutivi che posto e che devo continuare così e allora cercherò di fare uno stacco di un giorno così la finiscono. Allora dicevo Brussels o Bruxelles. Peccato che una supercapitale come Brussels non abbia una corsa world tour. Forse non sarebbe più gestibile facilmente una corsa che parta da Parigi (o dintorni, come tutte le corse che nominalmente partono da Parigi) e arrivi in uno stato confinante, ma si potrebbe fare di meglio che questa Brussels Classic, corsetta per velocisti pure penalizzata dal calendario. La Paris Brussels era una classica ambita ancora dopo l’invenzione della Coppa del Mondo da cui era esclusa. Bartoli, ad esempio, sembra ancora contrariato dalle “incomprensioni” col compagno Bertolini, che gli fecero perdere quella del 1997. Ieri ha vinto il tedesco Pasqualino Ackermann, velocista emergente e campione nazionale, che ad Amburgo è caduto nel finale e non ha potuto lottare per la vittoria, più realisticamente per un piazzamento nei 10, ma ieri ha vinto anche perché agevolato da un’altra caduta, questa volta tra i suoi rivali. Saluti.

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Cartoline da Genova

Pochi mesi dopo l’inizio di questo blog uscì un libro, su cui scrissi un postone, sulle cartoline degli anni 60 e 70 che raffiguravano periferie e altri posti poco turistici, ma che erano luoghi strutture e infrastrutture che allora sembravano rappresentare il luminoso futuro dell’Italia. Ieri lo segnalavo alla collega blogger Sara Provasi e, dato che il libro non l’ho più toccato dopo averlo letto e non ricordavo ovviamente tutte le immagini, mi sono chiesto se c’erano cartoline del Viadotto Polcevera, e, dato che l’autore Paolo Caredda è genovese, la risposta è che ce n’erano due, e questa è una.

In quel periodo una cosa che accomunò alcune delle maggiori città italiane fu la costruzione di serpentoni di case in periferia, pensate da architetti e urbanisti illuminati, forse pure troppo, al punto che la troppa luce forse li accecava. E sulle alture di Genova venne costruito Forte Quezzi,  ribattezzato “il Biscione”, cui il libro concede addirittura l’onore della copertina.

Una noterella finale, che non vuole assolvere nessuno. Dei nuovi materiali  evidentemente all’inizio si vedono soprattutto gli aspetti innovativi, poi col tempo vengono fuori quelli negativi. Tra le altre cartoline riprodotte ce ne sono alcune che pubblicizzavano prefabbricati in eternit. Di questo materiale proprio in quegli anni si andavano scoprendo gli effetti nocivi, ma forse i costruttori ci credevano ancora o volevano continuare a crederci o non volevano ascoltare; allo stesso modo a quanto pare Morandi continuava ad avere nel calcestruzzo una fiducia incrollabile.

Cartolina da Rocca di Papa

Questo gran parlare di Rocca di Papa fa venire in mente una grande perdita per la civiltà occidentale: il Giro del Lazio, che era la terza classica italiana e, dopo una prima interruzione di qualche anno, ritornò brevemente nel 2013 e 2014 col ridicolo nome di “Roma Maxima” e poi scomparve per sempre chiudendo l’albo d’oro con Alessandro il Grande, ma non il macedone, il murciano. La corsa passava nella Sgarbozzia, cioè la zona dei Castelli Romani, dove dimora l’ex ciclista ex opinionista, e aveva uno dei momenti chiave nella salita di Rocca di Papa. Nonostante il nome, sulle origini del paese ci sono solo ipotesi, una legata anche a Celestino III, ma va detto che Celestino qui non fu terzo, ma due volte secondo, nel 1998 dietro Tafi, che a Rocca di Papa attaccava sempre, e nel 2003 dietro Bartoli, in una volata in cui loro due e Flecha rimasero in piedi per miracolo, anzi no, volevo dire con abilità, che, data la zona, è meglio non tirare in ballo pure i miracoli.

Nel ciclismo chi è in testa avverte gli altri dei pericoli che si presentano lungo la strada.

Bicicletas

Oggi parte il Giro di Spagna e ne approfitto per parlare brevemente di Antoni Mirò, nessuna parentela con Joan, nato nel 1940 ad Alcoi, nella Comunità Valenciana, un artista che ho conosciuto tramite l’arte postale, ma che è anche grafico, pittore e scultore. Le sue opere trattano soprattutto temi sociali, ma ha realizzato anche molte opere sia grafiche che plastiche con oggetto fantasiose biciclette.

Questa per esempio è un’opera 2D.

E questa è 3D.

E qui potete vederle tutte le biciclette di Antoni Mirò.

 

Cartolina da Coblenza

Quando una decina di anni fa lo scandalo doping derivato dall’Operacion Puerto coinvolse i più famosi ciclisti tedeschi di quel periodo, da Ullrich a Zabel, da Schumacher a Sinkiewitz, i tedeschi, non so se per moralismo o per crisi isterica, cancellarono il Giro di Germania e non trasmisero più il ciclismo (cioè il Tour de France) in televisione. Ma nonostante i giovani puliti e di belle speranze, come Gerdemann e Burghardt, non fecero poi le grandi cose che ci si aspettava, il pubblico continuava a interessarsi e ad affollare le strade al passaggio delle classiche come Francoforte e Amburgo o del Tour sconfinato in Germania. Poi l’hanno detto e l’hanno fatto, hanno ripristinato il Giro di Germania, che è partito oggi da Coblenza. Ha vinto l’astro nascente colombiano Hodeg battendo la stella cadente tedesca Ackermann, ma non nel senso che è un vecchio avviato alla pensione, anzi è un giovane in ascesa che ha vinto pure il titolo nazionale, ma domenica ad Amburgo è caduto monopolizzando le riprese della tivvù tedesca, però non era certo lui che in quell’occasione poteva impensierire Viviani.

Sareste capaci voi italiani pizza spaghetti salvini e mandolini di spedire una cartolina con un francobollo che raffigura lo stesso soggetto della cartolina medesima? No, a priori, perché in Italia è già un’impresa trovare un francobollo qualsivoglia.

Cartolina da Amburgo

C’è una granfondo ad Amburgo che è stata scherzosamente chiamata Elb d’Huez, ma la città portuale sull’Elba non ha grandi salite, e il Waseberg, nel quartiere Blankenese, avrà pure la pendenza media intorno al 15% ma è lungo appena 400 metri trattabili (chi dice 300, chi 700), e quindi la classichetta amburghese, che cambia continuamente denominazione ufficiale, e che passa e spassa sul Waseberg, è roba per velocisti, pochi si sono opposti a questo destino, Celestino con successo nel 1999 e Casagrande nel 2000 ma con successo di Missaglia. E pure quest’anno ha vinto un velocista, anzi, il velocista del momento, Elia Viviani, che ha battutto soprattutto i detrattori, quelli che dicevano che al Giro vinceva perché mancava questo mancava quello, oggi questo e quello c’erano ma lui ha vinto lo stesso.

Un altro italiano che ha fatto bene, molto bene, ad Amburgo è stato Gianni Celati che vi ha ambientato “Lunario del paradiso”, uno dei miei libri preferiti.

Cartoline da Donostia, pure troppe

“E’ bello anche il ciclismo perché ti mostra luoghi territori… la natura”. Lo ha detto oggi Andrea De Luca durante la diretta della Classica di San Sebastian, e però se tra una cartolina e l’altra, che neanche le corse negli emirati e sultanati, avessero mostrato un po’ più di ciclismo male non avrebbero fatto, anche perché alle interruzioni turistiche bisognava aggiungere i tradizionali problemi tecnici di quella stessa tivvù basca che fino a pochi anni fa non scriveva in sovrimpressione in inglese e tantomeno in spagnolo ma solo in basco e c’era scritto solo “lasterketa burua”, dicevo a queste interruzioni, in cui si è infilato vincente Alaphilippe che sta mettendo su un bel palmarès, si potevano aggiungere i salti da un canale all’altro per seguire Maria Giulia Confalonieri, che ancora non è riuscita a vincere una gara su strada ma oggi ha vinto l’Europeo nella corsa punti, e il bello, nel senso di brutto, è che allo stato né lei né Rachele Barbieri, ex campionessa del mondo dello scratch, dovrebbero partecipare alle Olimpiadi, dove il ciclismo, per sensi di colpa passati, ha ridotto il programma della pista, e anche per lasciare spazio al freestyle, disciplina per indisciplinati fighetti teppisti, e quando tra due anni ci saranno queste Olimpiadi e queste gare di freestyle, come già per il nuoto sincronizzato, mi chiederò se i giornalisti si imbarazzano a commentarle.

San Sebastian in basco si chiama Donostia, praticamente è uguale.