Ridotti all’ossimoro

Avrete saputo che nei giorni scorsi nel Parco della Reggia di Caserta è morto un cavallo che trainava un calesse per turisti pigri. Forse la gente dovrebbe assecondare un po’ di più le proprie inclinazioni e chi è pigro dovrebbe starsene a casa sul divano e i monumenti vederli nei documentari. Se invece le persone si fanno il giro in carrozza a guisa di aristocratici per ostentazione, per fare i grandi, allora sarebbe comunque meglio che come misura precauzionale, direi perfino igienica, se ne stessero ugualmente a casa, oppure se proprio si ritengono tanto grandi che si facciano la loro reggia personale e dentro ci facciano quello che gli pare, ci scorrazzino con una carrozza trainata da varani di Komodo, basta che non vadano in giro. Voi direte che ci sono anche persone che hanno problemi a camminare, e avete ragione pure voi, ma per quelli c’è anche un servizio di navette, e peccato che l’architetto Luigi Vanvitelli non pensò pure a una linea di metropolitana, il massimo del progresso è una specie di ascensore all’interno del Palazzo. Purtroppo la Direzione non va nella direzione che auspicherei, anche perché i cosiddetti Beni Artistici Eccetera hanno come obiettivo principale quello di staccare biglietti, tanti biglietti, e sostituirà il servizio di carrozze a cavallo con le golf-car, così quelli che vogliono fare i grandi potranno sentirsi come Tyger Woods e fantasticare di congiungersi carnalmente con Lindsey Vonn. A proposito di storie erotiche, chi non è pratico del Parco della Reggia deve sapere che i vetturini dicevano agli sprovveduti turisti che avrebbero potuto vedere tutto il parco ma non è vero perché a un certo punto, poco oltre la metà, c’è una curva in salita troppo ripida, e forse lo sarà anche per le golf-car, e quindi lì le carrozze non arrivavano, tagliando fuori dal giro, oltre al suggestivo Giardino Inglese, le ultime fontane tra le quali spicca quella che raffigura l’episodio mitologico di Diana e Atteone.

Il Bagno di Venere nel Giardino Inglese: si lavavano molto queste divinità.

Diana era la Dea della caccia e stava esercitando la sua specifica funzione quando per il troppo caldo si spogliò per farsi un bagno, ma nei paraggi gironzolava Atteone, che era un suo collega perché si sa che l’uomo è cacciatore. Atteone non poté fare a meno di vedere la Dea in quella diciamo inedita veste, Diana se ne accorse e temeva una revenge porn con la tecnologia dell’epoca, cioè che Atteone andasse in giro a raccontare quello che aveva visto, ma qualcuno sospetta pure che tra i due ci fosse un’accesa rivalità venatoria, così per risolvere i suoi problemi lo trasformò in cervo, grazie ai suoi superpoteri, perché la faccenda di superpoteri e superproblemi non pensate che l’hanno inventata quelli della Marvel. Atteone non si accorse subito della sua metamorfosi anche perché non era reduce da una notte agitata ma se ne avvide solo guardandosi in una fonte, ma purtroppo per lui neanche i suoi 50 cani 50 lo riconobbero e lo sbranarono.

E pensavo che la civiltà di questa parte di mondo non ha fatto un grande affare ad abbandonare il simpatico carrozzone dell’Olimpo con tutti quei dei e semidei che ne combinavano di tutti i colori e quante ancora ne avrebbero combinate a cominciare da quel vecchio porco di Giove, per sostituirlo con le tristi religioni monoteiste basate su sofferenza penitenza e odio per la concorrenza perché l’espressione “dialogo interreligioso” è solo un ossimoro grandioso .

Cartolina da Malta

A volte può capitare che questa cosa evanescente e virtuale che è il blog si materializzi, ad esempio in forma di cartolina cartacea con il francobollo della stessa materia. Questo per dire che ringrazio pubblicamente il blog gemellato Schiantavenna che per il terzo anno consecutivo mi ha spedito una cartolina dalla località delle vacanze. Quest’anno è toccato a Malta, luogo ideale per riposare perché ciclisticamente quasi inesistente: scopro che vi si disputa il Tout Ta’ Malta, una gara dilettantistisca nel cui albo d’oro però figura Stefan Schumacher ai tempi in cui tornò a testa bassa dopo la sua seconda (credo) squalifica per doping. Un grazie quindi a tutto lo staff di Schiantavenna’s blog.

La Zeriba Suonata – la folla era scatenata

E’ morta Elsa Quarta, cantante leccese che ha avuto una certa fama negli anni 60, un’epoca in cui c’era una netta divisione tra interpreti, musicisti e parolieri e i primi si può dire che dovevano accontentarsi di quello che gli passava il convento e alla Quarta non è che andò molto bene. Non era una ragazza yé-yé, si può dire anzi che le sue canzoni tristi su amori finiti erano ancora legate ai melodrammatici anni 50.

Solo nel 1967 sembra che una sua canzone parta un po’ più pimpante, lei si rivolge a dei ragazzi che stanno suonando, forse vuole unirsi all’allegra brigata, e invece no, come non detto, gli dice Ragazzi non suonate più perché la canzone gli ricorda il suo ex, che ha tradito i sogni di lei e ha dato a un’altra i baci suoi, che eufemismo. Elsa Quarta incise anche canzoni in spagnolo e in turco e soprattutto nella seconda fase della sua carriera cantò molto all’estero al punto che discogs etichetta i suoi dischi come schlager. Poi nel 1985 incise il suo ultimo 7 pollici dedicato allo sport, con due canzoni piene zeppe di retorica imbarazzante in un linguaggio rudimentale, opera di mestieranti semisconosciuti. Il lato B è intitolato Azzurri Battimani e non si capisce se queste due parole sono sostantivi aggettivi o chissà cosa’altro, forse è meglio non saperlo, ma questa sorta di inno avrebbe fatto la sua figura cantata sui balconi qualche mese fa. Il lato A si intitola Viva la bicicletta ed è dedicato al ciclismo, ma la particolarità del testo è che, retorica per retorica, ci si aspetterebbe di sentir cantare delle eroiche gesta di eroici scalatori, ed è vero che quelli erano piuttosto gli anni di Moser e Saronni e la bandana ancora non si sapeva cos’era, ma siamo pur sempre in Italia dove c’è gente che vorrebbe vedere le salite anche nei velodromi. E invece la canzone parla proprio di sprint, di pista, di 6 giorni, di folla scatenata che aspetta la volata, e nomina il Vigorelli, ma la cosa alla fine non sorprende perché qui c’è un piccolo conflitto di interessi: Elsa Quarta è sposata con Sante Gaiardoni.

Viva la bicicletta

Sante Gaiardoni è stato campione olimpico nella velocità e nel chilometro a Roma e tra i professionisti ha vinto due mondiali nella velocità. Su strada ha vinto da dilettante la classica Milano-Busseto. Erano anni in cui anche il ciclismo su pista era molto popolare e infatti c’è una foto in cui Gaiardoni è premiato da un’altra cantante e non proprio l’ultima: Mina.

Tornando alla canzone, se i nomi degli autori della musica e dei testi diranno qualcosa solo agli addetti ai lavori, quello che sorprende è il nome del produttore, famoso sì ma in tutt’altro campo, trattandosi dello storico rivale di Gaiardoni, Antonio Maspes che di mondiali ne vinse ben sette.

Maspes è quello con la maglia iridata.

Elsa e Sante  si sposarono nel 1963 e, in tempi in cui il gossip non riguardava la metà della popolazione come accade oggi, erano così popolari che alle loro nozze ci fu il miracolo della moltiplicazione degli invitati: Gaiardoni raccontò di aver prenotato per 200 ma poi si presentarono in 800 e i guadagni dei due successivi mesi di gare servirono a pagare la differenza, perché, anche se oggi può sembrare strano, a quei tempi si guadagnava anche con la pista. Un’ultima curiosità è che quasi tutte le canzoni di Elsa Quarta erano scritte da poco noti mestieranti ma uno dei suoi primi singoli fu Esta Noche composto dal Maestro Gorni Kramer, che all’anagrafe faceva Gorni di cognome mentre il nome Kramer era dovuto all’ammirazione del padre per Frank Kramer, tanto per cambiare uno dei primi campioni della pista.

Cartolina dall’Aldilà

Quando nel 2016 presentarono la passerella di Christo Yavachev sul Lago d’Iseo rimasi sorpreso perché credevo fosse già morto, poi mi accorsi che mi confondevo con la moglie Jeanne-Claude. Sarà l’età, sta di fatto che questa cartolina che raffigura l’impacchettamento del Pont-Neuf, risalente al 1985, l’ho comprata una trentina di anni fa e quindi non ricordo se allora conoscevo già l’artista e i suoi impacchettamenti. Christo ha fatto anche altre cose, e tra queste ha avuto anche contatti episodici con l’arte postale, con cui non c’entrano però le cartoline come quella che posto qui sotto perché la loro vendita era uno dei metodi con cui egli finanziava le sue costose operazioni mentre l’arte postale, tranne casi aberranti, si basa sulla gratuità e lo scambio. Ora non so se Christo sarà sepolto da qualche parte, ma una tomba o una cappella mi viene da pensare che potrebbero essere a loro volta impacchettate da qualche suo ammiratore o emulo o anche da qualche istituzione che volesse rendergli degno omaggio.

Altrove e più altrove

Se uno vuole raccontare una storia di emigrazione deve raccontare una storia triste e con un pistolotto ideologico, non scherziamo, l’argomento è di sicuro richiamo, insomma vende, soprattutto tra il pubblico schierato, ed è oggetto di acceso e ipocrita dibattito politico. E ho l’impressione che ci si buttino anche persone che non hanno vissuto un’esperienza del genere, ma parlano di altri, semmai attenendosi a quello che si dice nel proprio schieramento. Shaun Tan, la mia grande scoperta di questo periodo (qui e qui), è un australiano nato in Australia e l’esperienza dell’emigrazione l’hanno fatta i suoi genitori malesi. Nel 2006 ha pubblicato The Arrival (in Italia L’approdo, Tunué, 2016), per il quale ci sono voluti 4 anni di studi e preparazione, un lungo periodo in cui ha letto libri e ascoltato aneddoti (che per me sono fonti storiche preferibili ai trattati dei professori) e si è documentato anche visivamente con dipinti, foto, cartoline, film (tra cui Ladri di biciclette), incisioni, e ha consultato l’archivio di Ellis Island. Ma quello che ne è uscito non è materiale per politici e sindacalisti, perché è il racconto di un doppio viaggio, affrontato prima da un padre e poi da moglie e figlia, in un luogo fantastico in cui paesaggi architetture e animali sono strambi come solo lui sa immaginarli, e il tutto è disegnato a matita molto dettagliatamente e colorato in grigio e seppia al computer. Si potrebbe definire un racconto senza parole, ma le parole ci sarebbero solo che sono in una lingua immaginaria. In quarta di copertina cartonata ci sono gli entusiastici apprezzamenti di Art Spiegelman, Marjane Satrapi, Craig Thompson e Brian Selznick, e se non vi fidate di me fidatevi di loro e cercate questo libro.

Posto un’immagine meno suggestiva per non fare spoiler visivo.

Perline di Sport – Lieutenant Bruyère

Adriano De Zan definiva “luogotenenti” quei gregari che non si limitavano a portare l’acqua e tirare il gruppo o spingere il capitano, ma potevano essere anche dei consiglieri e soprattutto a volte avevano le loro occasioni di correre per vincere e casomai vincevano davvero, per esempio Palmiro Masciarelli supergregario di Moser oltre che capostipite di una famiglia numerosa di ciclisti. Ma erano comunque tempi in cui all’interno delle squadre, meno numerose di quelle di oggi che arrivano anche a trenta ciclisti, i ruoli erano più netti e il capitano, gira e gira, era sempre lo stesso. Figuratevi allora i gregari di Eddy Merckx che voleva vincere pure i traguardi volanti. Il vallone Joseph Bruyère, nato appena oltre confine a Maastricht, passò professionista nel 1970 e fu un fortissimo gregario di Eddy Merckx ma, quando iniziò il declino del capitano, Bruyère riuscì a vincere tappe di Grandi Giri, indossò pure la maglia gialla, e soprattutto vinse due volte la più importante corsa dalle sue parti, la Liegi Bastogne Liegi, nel 1976 e nel 1978, sempre per distacco. Nella telecronaca della seconda vittoria potete ammirare lo stile orrendo del compagno di fuga Michel Pollentier, la spinta che costui riceve da un tifoso definita “scandalosa” dal cronista, l’arrivo scenografico sul Boulevard de la Sauvenière, e si può anche notare la differenza del percorso in cui la selezione si faceva sulle Côtes de la Redoute e des Forges. Bruyère però seppe vincere anche sulle pietre di Fiandra portandosi a casa tre Het Volk, di cui l’ultima pochi giorni prima del ritiro nel 1980.

La figurina di Bruyère

Lo spione

C’è poco da fare, certe notizie divertenti si trovano solo su Het Nieuwsblad, e dire che i siti italiani manco ne hanno argomenti di conversazione e potrebbero trovarne almeno di traduzione, anche se la fonte originale è Cyclingnews ma HN è lesto a riferire. Hanno chiesto a Roger De Vlaeminck la sua squadra ideale e tra i sette nomi citati dal Signor Roubaix, oltre al fratello Eric e agli italiani Attilio Rota e Stefano Giuliani, c’è un nome completamente dimenticato e riesumato per la circostanza, uno di quei nomi fiamminghi pronunciati da Adriano De Zan nelle sue distinte telecronache e sepolto nell’inconscio o nel subconscio o in qualche fenditura della memoria: Herman Van Der Slagmolen, vincitore in carriera solo di due corsette minori. E il bello è che la caratteristica principale di questo gregario che lo fa preferire ad altri, il suo ruolo specifico, era quello di spione, ma non è che faceva microfilm o passava dossier segreti al principale, più semplicemente di sera guardava cosa bevevano Merckx e Gimondi e poi riferiva al capitano che ne traeva le sue conclusioni, cose loro.

Cartolina dalla Zeriba

Agli spettacolari mondiali su pista di Berlino la zeriba è affollatissima di ciclisti, tecnici, dirigenti, giudici, miss e altri personaggi e nessuno porta mascherine né guanti se non da ciclista.

Cartolina dalle Maldive

Turista: Buongiorno, è la prima volta che viene alle Maldive?

Tourist: Sì, sono arrivata ieri sera con un volo intercontinentale, e lei?

Turista: Io con una nave da crociera enorme bellissima, sembra una città galleggiante. E’ bello qui.

Tourist: Sì, speriamo che questi cambiamenti climatici non lo rovinino.

Turista: Dobbiamo sperare in Greta, è una ragazzina in gamba.

Tourist: Davvero: i Grandi dovrebbero ascoltarla.