ultime cartoline

Nel primo anno di vita di questo blog vi segnalai un librone sulle cartoline che negli anni del boom raffiguravano luoghi periferici o che comunque non si possono considerare parte della famosa “grande bellezza”. Ora invece il Saggiatore ha pubblicato un libretto intitolato Tanti cari saluti, con ben due sottotitoli: “Cartoline dall’Italia e “Storia trash delle nostre vacanze”, di Lorenzo Marchionni, grafico che cura una pagina instagram sull’argomento. Le pagine del volume in realtà sono proprio cartoline che, anche se sul retro hanno stampati piccolo testi superflui, possono essere staccate e spedite, e si tratta di riproduzioni di vere cartoline edite in anni più recenti rispetto a quelle “periferiche”, diciamo gli ultimi 40 anni, e definite trash anche se su questo termine si è molto discusso tra i 90 e gli 00 ai tempi del Grande Revival Generale. Il libretto non ha lo stesso approccio sociologico del librone di Caredda ma è tutto sommato divertente, le immagini sono generalmente dozzinali e di cattivo gusto, e sembra che non importi più mostrare il luogo in cui si passano le vacanze, come se tutto fosse già noto, e ai tipici panorami non tutti invidiabili – basti pensare alle spiagge assediate da alberghi e bagnanti – si sovrappongono ingombranti scritte e disegnini, o donnine seminude, ma la mia preferita è quella che raffigura San Petronio in Bologna minacciata da un Papa in versione Godzilla.

Quante storie!

Oggi era quel giorno, anzi quei due giorni, quello atteso e quello temuto. Si attendeva la 34esima vittoria al Tour di Cavendish ed è arrivata, certo si potrebbe dire che è stato facilitato da una concorrenza scarsina ma si sa che chi ha torto è sempre assente (si dice così?), e dopo l’arrivo Cav abbracciando il compagno Cattaneo ha detto “Abbiamo fatto la storia”: eh, quante storie! E dire che neanche doveva essere al Tour ma il suo compagno Sam Bennett, che fino a poche settimane fa era il meglio velocista del mondo, ha avuto quello che Beppe Conti ha definito “un problema politico al ginocchio” e l’anno prossimo dovrebbe tornare alla Bora che aveva lasciato in cerca di maggiore spazio. Cavendish di Merckx non vuole sentire parlare, nel senso che non si ritiene al suo livello, ma durante l’intervista, più ancora che nelle precedenti, per descrivere la volata ha fatto ampi gesti e marcate espressioni con la faccia, forse dopo Merckx vuole eguagliare pure Voeckler. Ma oggi era anche il giorno temuto, si arrivava a Carcassonne ed era il tradizionale giorno del massacro dei Catari, e poiché questo è il primo Tour seguito dallo scrittore parlante la lezione di Storia è toccata a lui. Ma guardate che c’è stata una caduta, un’altra caduta, dei ritiri, una foratura, attacchi e contrattacchi, ventagli, no, prima i Catari poi la corsa. Andrea De Luca dà la sua interpretazione delle guerre di religione dicendo che in realtà nascondono interessi economici, bene, lui ci è arrivato, ora non sarebbe male se lo capissero pure quelli che guardano i telegiornali facendo il tifo o quelli che, non avendo di meglio da fare, vanno in piazza a bruciare le bandiere in rituali patetici. De Luca ormai è complice dello scrittore parlante, in passato sembrava più sensibile al vino e alle belle donne, soprattutto durante le edonistiche sintesi del Tour Down Under, ora invece sembra che gli interessi solo l’architettura, e a 4 km dall’arrivo ha invitato Genovesi, che voleva vedere la corsa, a dire almeno due parole sulla Cittadella di Carcassonne.

C’è stata volatona anche al Giro Donne e ha vinto nettamente Lorena Wiebes, ma per lei non si prospetta un prosieguo di carriera monotono a base di soli sprint, perché altrove ha dimostrato che volendo può infilarsi anche nelle fughe, mentre si ferma a 30 vittorie, almeno per quest’anno, il record di Marianne Vos che, per preparare meglio le Olimpiadi, dovrebbe abbandonare il Giro evitando di affrontare nella tappa di domani il Monte Matajur, che pure tanti soldati nella Prima Guerra Mondiale, se avessero potuto, avrebbero evitato volentieri.

Vedi Carcassonne e poi muori.

Cartolina da Laval

La quinta tappa del Tour è la prima fuori dalla Bretagna ed è una cronometro che fa contenti alcuni e scontenti altri. Sono contenti a prescindere gli enigmisti, i giocatori di parole, perché la città d’arrivo è palindroma: LAVAL, e basta girare in orizzontale la seconda “L” per ottenere un palindromo anche visivo. Fa contento Pogacar che vince e rinfresca la memoria a quelli (in genere sono i testoni italiani) che pensavano dovesse difendersi lui che il Tour precedente lo vinse proprio a cronometro. E fa contento Van Der Poel che arriva quinto e mantiene la maglia gialla dimostrando che se gli gira può andare forte anche a cronometro. Il ragazzo è poliedrico, cosa altro deve fare per dimostrarlo: pista, downhill? Ecco, il downhill lasciamolo stare che al ciclismo su strada ha suggerito qualcosa di cui si poteva fare a meno: la hot seat. La sedia calda è uno strumento di tortura, non nel senso che il ciclista viene fatto sedere con la forza su una sedia bollente e costretto a confessare di fare uso di doping o di essere stato ingaggiato perché si è portato lo sponsor da casa, no, ma è una tortura che il primo nella classifica provvisoria, che semmai vorrebbe andare in giro a rilasciare interviste, a baciare miss prima che sia troppo tardi, a mangiare un gelato, ma anche a fare una pedalata defaticante sui rulli, invece è costretto a stare seduto lì, inquadrato dalla telecamera nei momenti cruciali, cioè quando arriva quello più forte che lo beffa, e oggi è capitato a Kung di stare seduto tanto tempo finché non è arrivato Pogacar a farlo scontento. Un altro che può essere contento è il Supercittì Cassani perché l’italiano Cattaneo è andato davvero forte con un ottavo posto inatteso. Chi invece non sarà contento è sempre Cassani perché Cattaneo non è stato convocato per le Olimpiadi. Un altro scontento è lo scrittore parlante perché le cronometro non gli piacciono, ma ha voluto parlare lo stesso, peccato, poteva approfittarne per prendersi un giorno di riposo, non ci saremmo lamentati del suo assenteismo e anzi ci avrebbe fatti contenti.

Ancora spot

Il Giro scremato arriva al Sud ma non troppo, a Guardia Sanframondi in provincia di Benevento passando per la salita del Calvese, maledetta da Binda, che a detta di un vetero-tifoso del luogo è “abbastanza durissima” e ne parla come se quella volta in cui vinse comunque Binda lui fosse stato presente, ma fatti due conti è improbabile. Non si poteva pretendere che il Giro arrivasse a Caserta dove non gliene frega niente a nessuno, e poi qui la carovana non avrebbe avuto dove passare perché quando hanno decretato che ci si poteva ristorare solo all’aperto i ristoratori non se lo sono fatto dire due volte e stanno occupando tutti gli spazi possibili e già per i pedoni ci sono difficoltà a muoversi ma penso che tra poco di problemi ne avranno pure i motorizzati. Ma il Paese lo esige, per dire stamattina fuori a un bar di quelli lussuosi c’erano due che mangiavano come se fossero andati alla mensa della caritas e avessero trovato chiuso, evidentemente quando si dice che certi politici edonisti parlano alla pancia delle persone si intende in senso letterale, e praticamente quello che si riteneva il Paese del Gusto è ormai diventato il Paese del Disgusto.

Ancora si parte con una notizia cattiva e una buona. La cattiva è il ritiro di Caleb Ewan che è caduto sotto una galleria, anzi si è ritirato come ci si aspettava, anzi ha preso una botta al ginocchio, non si è capito bene cosa è successo ma, anche se ieri aveva detto che gli sarebbe piaciuto terminare la corsa perché per la prima volta si trovava in testa alla classifica a punti, nessuno gli ha creduto ed era prevedibile che per centrare il suo obiettivo di vincere tappe in tutti e tre i grandi giri dovesse risparmiarsi sforzi inutili in salita. Comunque sia il Giro che fin qui era stato discretamente cremoso riprende a scremarsi perdendo questo incrocio tra McEwen e Cavendish le cui volate un giorno saranno esposte al Museum of Contemporary Art di Sidney. La buona notizia è un nuovo spot, non tanto per il prodotto pubblicizzato che è roba ottenuta riciclando materiale, che sarebbe sempre più ecologico delle vetture ibride, ma per la testimonial che è Giada Borgato in persona e, dato che quando ci vuole ci vuole, in questo video è davvero graziosa.

Anche oggi arriva la fuga e vince il giovane francese Victor Lafay, che in curriculum aveva una vittoria in una corsa semipro e una commozione cerebrale, precedendo Francesco Gavazzi più vecchio di 11 anni. AdS dice che si attendeva di più dall’altro fuggitivo Campenaerts che sarebbe più esperto, ma subito viene contraddetta perché in realtà il cruccio di quel disastro del belga è quello di essere bravo a cronometro e a tirare il gruppo, che è un po’ la stessa cosa, ma di non aver fatto granché nelle prove in linea. Ma AdS, non contenta, prima dice di non aver visto Bardet finora e la regia tempestivamente manda le immagini della sua fuga dell’altro giorno in compagnia di Bettiol e Ciccone, e poi assegna la maglia ciclamino alla classifica dei traguardi volanti. Ma la preoccupazione principale di tutta la squadra RAI è come si pronuncia il nome di Attila Valter, che ha già attirato tifosi dall’Ungheria, intesa come nazione e non come Loggia. Valter ha iniziato con la mtb e solo a 18 anni è passato alla bici da strada, quella che AdS definisce bici da corsa come se in mtb si stesse fermi sul posto, e i suoi idoli infatti sono stati Absalon e Schurter ma in tv vedeva pure Bodrogi che però a un certo punto prese la cittadinanza francese. E si vede che di ciclismo su strada Valter ne capisce ancora poco perché ha detto che la sua squadra è la più forte del mondo, ma lui non corre né con la Ineos né con la Jumbo né con la Deceuninx, ma con la Groupama diretta da Madiot e Maudit, che non sono una coppia di comici, almeno non ufficialmente.

In chiusura del Processo viene trasmesso un nuovo spot per la sicurezza sulle strade. In questo video ci sono tre personaggi inespressivi che sono a turno a piedi in bici e in auto, si incrociano più volte e rispettando le norme nessuno investe nessuno. Quello che non è chiaro è se gli autori hanno immaginato una situazione tipo Io sono leggenda in cui i tre sono gli unici sopravvissuti sulla Terra dopo una terribile pandemia o dopo che tutti gli altri sono morti per un’indigestione universale dopo essersi abbondantemente ristorati, oppure se si tratti di un caso di stalking triangolare.

L’ultima cartolina dell’ex ungherese a fine carriera.

Allo scoperto

Oggi non era la giornata ideale per uscire allo scoperto, perché pioveva, ma in molti l’hanno fatto, a iniziare da quelli della RAI che lo hanno detto esplicitamente che loro fanno doposcuola. Cioè hanno detto che col ciclismo si imparano tante cose, la solita tiritera sullo sport come scuola di vita, e Giada Borgato ha subito invitato i ragazzi a chiudere i libri ogni tanto, e c’è da credere che lei lo facesse spesso, perché anche a sentire dei suoi allenamenti viene da pensare che si sia ritirata presto perché poco incline ai sacrifici, poi potremmo sbagliarci. Pancani dice che si può imparare la storia, ad esempio se volete sapere qualcosa sul massacro dei Catari seguite il Tour dove quello è diventato un tormentone. E poi si apprendono tutte le curiosità spicciole per le quali sarebbe bastato un redattore di un giornale di enigmistica senza scomodare uno scrittore parlante. Si possono imparare anche le lingue, ad esempio con il video di Valerio Piva che ieri incitava Taco Van Der Hoorn, un mantovano che ha vissuto in Belgio incitava in inglese un olandese e ha concluso il tutto con un “Porco Cane” che la RAI per fortuna non ha tagliato. Ma si impara pure la storia del ciclismo, che a me piace, mi piace l’aneddotica, molto meno l’agiografia, perché i ciclisti, come gli artisti e chiunque altro, sono uomini, ma poco ci manca che di qualcuno escano fuori pure i miracoli, non ho idea di quali potrebbero essere, a parte quello della moltiplicazione delle uova di Binda per vincere un Lombardia. E poi si impara la geografia, dei luoghi dove si corre o dove sono nati i ciclisti, altrimenti chi avrebbe mai sentito parlare di – cito a caso – Palù di Giovo, Sandrigo, Ornavasso, Oliveto Citra (è il paese di Albanese), Buja. Oggi sono passati per Lama Mocogno dove nacque Romeo Venturelli, un goloso e lussurioso sul quale sarebbe impossibile scrivere un’agiografia. La fuga del giorno si è via via ingrossata fino ad arrivare a 25 elementi. Ai tempi di L’Aquila 2010 Savoldelli disse che una fuga di 50 ciclisti prima si va a prendere e poi si vede chi c’è dentro. E con 25 come la mettiamo? La Ineos infatti ha lavorato per non farla dilagare e qualcuno ha gridato al sacrilegio perché Ganna stava facendo il suo lavoro di gregario, ed è vero che aveva la maglia rosa ma queste erano le regole d’ingaggio. Dentro c’era il ciclocrossista di turno, Quinten Hermans detto (dagli italiani) Quentin Hermans, anche lui come il compagno Van Der Hoorn con un brutto incidente nel curriculum ma a ben guardare il plotone è pieno di miracolati. Lui in genere è abituato a fare corsa parallela con Corné Van Kessel ma qui non siamo sui prati e si è dovuto accontentare del mezzo bidone Rein Taaramae. Ma non era questa la fuga bidone tanto auspicata. Dentro c’era anche il più famoso ciclista di Buja, Alessandro De Marchi, che si pensava in cerca della vittoria di tappa ma all’arrivo ha detto che era partito con l’intenzione di prendere la maglia rosa e c’è riuscito. La tappa è esplosa nel finale con uomini in testa crollati a pochi km dall’arrivo, capovolgimenti, e vittoria di Joe Dombrowski che faceva il fenomeno tra gli under 23 battendo Aru e Zakarin, e sarà pure vero che il sardo non brilla da anni, ma tra i tre è quello che ha vinto di più, un palmarés che molti ci metterebbero la firma. Dietro prima il gruppo ha ridotto di molto lo svantaggio e poi sono usciti allo scoperto gli uomini di classifica e il più pimpante sembrava Ciccone, anzi Landa, anzi Vlasov, anzi Bernal, mentre si sono staccati i protagonisti del Giro sgonfio dell’anno scorso, Hindley e Almeida. Ci sono tante gare nella gara, e in una di queste AdS sta cercando di battere il record di collegamenti persi, e dopo quello di Bramati mentre guidava, oggi ha perso quello con Bugno che, guarda caso, si era arrabbiato perché lei gli aveva attribuito una carica a casaccio. Secondo me ce la farà.

come volevasi sospettare

Siete di quelli che hanno problemi col sito di qualche Pubblica Amministrazione o attendete una risposta a una vostra domanda? E quando qualche politico parla di troppa burocrazia vi sentite coinvolti e annuite con la testa? Guardate che non sta parlando di voi, che nella faccenda potete tutt’al più servire da pretesti. Oggi, per dire, mi è capitato di sentire il consueto Discorso del venerdì alla Nazione, pardon, alla Regione, di un Governatore, che parlava di sburocratizzazione con molte “s” “b” “r” e pure “z”, e accennava agli appalti, al ruolo delle sovrintendenze e ai troppi vincoli ambientali. Viceversa, se volete costruire un albergo a pochi metri dal mare o sull’argine di un fiume sotto un costone di roccia, beh, la cosa vi può interessare.

Cartolina dalla ridente località di Strapiombo.

Bisogno di punti fermi

La RAI, come accade da qualche anno, trasmette contemporaneamente la Parigi-Nizza e la Tirreno-Adriatico, una di qua l’altra di là, e ognuno può scegliere cosa guardare a seconda dei gusti e dell’andamento delle tappe. Però è inevitabile che si confondano le idee, ti sembra che ci sia molta gente lungo le strade toscane ma poi ti accorgi che quello è il pubblico della corsa francese. Però a confortarti arriva Saligari dalla Parigi-Nizza che a 12 km dall’arrivo dice che tra 8 km inizierà la salita finale di 7 km. E chissà che non abbia confuso le idee a Roglic che per vincere invece di partire come al solito all’ultimo chilometro parte ai meno 3, o forse quest’anno vuole spaccare tutto o semplicemente ha capito che deve osare un po’ di più. Ma come sarà andato su questa salita il suo compagno Van Aert? Ah già, Van Aert è alla Tirreno dove vince lo sprint di gruppo con una volata lunga, visto? due corse ed è già tornato in modalità fenomeno, e ha resistito al ritorno di Calebino, però Bennett è stato inesistente. Per forza, è in Francia. Fermi tutti, qui ci vogliono dei punti fermi: 1. Camaiore è tuttora in Italia, 2. i jumbi sono partiti fortissimo anche quest’anno, bisogna vedere come proseguiranno.

Un breve ma lento ricordo di Francesco Mandrino

Francesco Mandrino da Confienza era scrittore saggista poeta poeta visivo performer lettore e artista postale. Ho avuto contatti con lui proprio con l’arte postale che, per i tempi del mezzo che utilizza, soprattutto poi rispetto a quelli dei canali telematici, è stata definita snail mail (arte lumaca), e allora ci sta che ne proponga un breve ricordo a giorni di distanza dalla sua morte, e con una poesia su cartolina con timbro del 2012, combinazione delle sue forme espressive.

PAlermo-TOURS

A Palermo soffia vento caldo, ma con tutte quelle foglie morte Via della Libertà dove arriva la prima tappa del Giro d’Italia ricorda l’Avenue de Grammont in cui termina la Paris-Tours. La prima tappa è quasi un cronoprologo, un po’ più lunga di quelli che si usavano ai tempi di Thierry Marie e Chris Boardman, ma per Filippone Ganna non sarebbe cambiato molto, non si fa prendere dalla pressione e prende piuttosto tappa e maglia rosa, che se uno non gradisce tanto quel colore basta che guardi la nuova maglia della EF color discarica e accetta anche il rosa. Il Giro è promozione per il ciclismo e per il turismo. Ed è facile appassionarsi al ciclismo ascoltando lo scrittore parlante che, mentre sono in gara i partenti più attesi, ci racconta chi ha inventato il gelato o come è nata la coppia Franco e Ciccio. Ed è difficile pensare a una pubblicità migliore per Palermo di quella proposta oggi con immagini del canadair che spegne gli incendi che dicono causati dal vento, facciamo finta di crederci, e gigantografie delle vittime delle mafia, e in fondo il problema più grande in Italia non è la disoccupazione, né il coronavirus, né come prendersi i soldi europei, né gli sbarchi dei clandestini, perché per ognuno di questi problemi si finisce sempre a pensare cosa farà la criminalità quindi fate voi. Eppure la corsa sfiora edifici vetusti che hanno un fascino per fortuna non ancora intaccato da restauri imbellettanti. Finita la tappa c’è il Processo alla medesima e dopo un anno con Antonello Orlando vedere Alessandra De Stefano fa tirare un sospiro di sollievo, ma dura poco. C’è una partenza corporativista col ricordo di tre giornalisti del passato, Zavoli, Mura e in quota nepotismo il figlio di quel giornalista passato alla storia e anche alla preistoria per la famigerata frase sull’uomo solo al comando della corsa che sembrava pronunciata dal balcone di Piazza Venezia. Ma la cosa peggiore è il finale e non so se Bulbarelli si rende conto del mostro che ha creato: ogni giorno lo scrittore leggerà la sua “cartolina” dalla tappa, qualche frase a effetto, un po’ di buonismo e passa anche questa, e peccato solo che l’ordine degli eventi non possa essere invertito, perché questa collocazione in calendario e l’orario di fine delle tappe mal si conciliano col lavoro, sarà difficile vedere anche solo gli ultimi km ma il processo non si scampa. E a proposito di cartoline stamattina in centro c’erano delle bancarelle di artigianato e cose vecchie, dati i tempi le guardavo da lontano, ma mi sono avvicinato perché un tipo aveva un raccoglitore con cartoline di ciclisti e sarà che le aveva in ordine alfabetico o una coincidenza era aperto a Frankie Andreu e Lance Armstrong, come deterrente sono più efficaci del coronavirus e allora arrivederci.