Perline di sport – il resto è tipo mito

Da qualche decennio, soprattutto nei linguaggi giovanilistico e giornalistico, si parla a sproposito di miti e leggende, riferendosi anche a eventi e persone miserelli o che comunque si conoscono bene e non hanno un’aura di mistero. Poi ci sono manifestazioni che si auto-pompano dandosi nomi altisonanti, e questo purtroppo succede nella MTB, come nel caso della Capoliveri Legend Cup che si è svolta all’Isola d’Elba. Quest’anno la gara è stata inserita all’interno degli Internazionali d’Italia e forse anche per la situazione che si vive e la scarsità di gare c’è stato un campo di partenti di livello mondiale. E in questi giorni i siti specialistici hanno più volte ricordato quando nel 1994 all’Isola d’Elba si disputò una tappa della Coppa del Mondo, che allora aveva uno sponsor ingombrante, e ci fu uno degli ultimi duelli tra John Tomac e Ned Overend, due miti della disciplina anche perché tra i pionieri. Entrambi vinsero il campionato mondiale, anzi proprio le prime due edizioni, Tomac cominciò con la bmx, era fortissimo anche nel downhill e portò a termine un Fiandre e una Roubaix, Overend era più vecchio di 12 anni. Ma il modo migliore di portare i miti sulla terra e renderli umani è di andarli a vedere, e l’unico filmato soddisfacente che ho trovato di quella gara non è in italiano, perché è vero che la campionessa del mondo in carica era Paola Pezzo, ma aveva vinto il mondiale del 1993, battendo tra l’altro Jeannie Longo, senza l’ausilio della scollatura, e quindi questo era uno sport ancora di nicchia, una nicchia all’aria aperta. Nel video è interessante anche la fauna, sia il pubblico e gli addetti ai lavori a volte con abitini vistosi che sapevano ancora di anni 80, sia i concorrenti, tra in quali un altro pioniere come il riccioluto Tinker Juarez e lo svizzero Thomas Frischknecht appartenente a una dinastia di fuoristradisti, il ciclocrossista Fabrizio Margon e il futuro stradista Dario Cioni, l’eclettica Maria Paola Turcutto e l’onnipresente Jeannie Longo. Alla fine vinsero la canadese Alison Sydor e il 39enne Ned Overend, ma l’epica battaglia non fu a base di sportellate, ci fu una grande rimonta di Overend su Tomac, ma non vediamo il momento del sorpasso e possiamo giudicare solo in base a poche immagini, e vuol dire che almeno per stavolta qualcosa lo lasciamo al mito.

Elba, Coppa del Mondo MTB 1994

Paola Pezzo

In principio erano davvero le mutande

Le avevano annunciate, semmai qualcuno le aveva auspicate, sono arrivate le manifestazioni di piazza degli esercenti e dei ristoratori, e ci è scappato anche qualche scontro, che finirà per mettere in crisi quelli di destra che dovranno scegliere se simpatizzare per le partite IVA o per i tutori dell’ordine preferibilmente nuovo. Non è che dall’altra parte stanno messi meglio perché se qualcuno si sente in dovere di schierarsi deve scegliere tra Letta e Renzi. Qualcuna non è voluta scendere in piazza così come si trovava e ha voluto indossare una pelliccia casomai l’intervistassero ed è andata proprio così, ma non generalizziamo. Quello che trovo curioso è che alcuni negozi di abbigliamento hanno messo in vetrina biancheria intima o articoli sportivi perché i negozi che vendono questa merce possono stare aperti, ma loro dicono di averlo fatto per protesta. E’ comprensibile che sia solo per protesta, se uno vende alta moda non può abbassarsi a vendere tute e mutande. Però fino a pochi mesi fa si predicava la flessibilità, ma come spesso accade in Italia si predica sempre per gli altri, e infatti si esce tranquillamente in zona rossa e se si incontra un telegiornalista ci si lamenta che c’è troppa gente in giro. E poi non c’erano pure le famose sfide del terzo millennio? Un millennio dura mille anni, e non è detto che queste sfide dovevano arrivare subito, e non è detto che dovevano presentarsi come sfide legate alle tecnologie, e infatti si sono presentate in forma di epidemia medievaleggiante. E allora ammettete che non eravate pronti per quelle sfide di cui vi riempivate la bocca, confessate che non sapete adattarvi a vendere per asporto, che non volete abbassarvi a vendere le mutande, e che quando parlavate di flessibilità vi riferivate solo agli schiavi.

Pure questo blog è poco flessibile e non vuole esporre mutande, ma del resto anche Puck Moonen ci ha dato un taglio con le foto di una volta e in attesa di vincere il mondiale fa la vita da ciclista, una vita diciamo “ritirata”: 61 km di gara ad oggi.

La beffa del chilometro zero

Salite in cima al vostro palazzo, no, non fate un concerto inatteso, per carità, guardatevi intorno nel raggio di un km, lasciate stare per il momento quella donnina che prende il sole in topless e ditemi se vedete appezzamenti di terreno coltivati che possano soddisfare le vostre esigenze alimentari. No, eh? Soprattutto se abitate in città. Semmai potete sospettare che qualcuno sul balcone coltivi pianticelle di basilico o pomodori, e forse in qualche vecchio palazzo sopravvive un piccolo orticello sufficiente solo al proprietario, un orto che qualcuno potrebbe indicare come esempio di resilienza ma in tal caso spero che a quel qualcuno gli vada di traverso un pomodoro mentre pronuncia quella parola. E allora come la mettiamo con la faccenda degli alimenti a chilometro zero? Direte che esagero, che quello è un modo di dire. Vabbe’, ma dipende. Se quei pochi chilometri in più per l’alimentazione sono ininfluenti sul risultato finale nel ciclismo non è così, sono chilometri che si possono sentire nelle gambe soprattutto nelle corse già lunghe e dure. E le dirette integrali che la tivvù ci ha proposto sia per la Sanremo che per il Fiandre hanno mostrato la verità sul chilometro zero, che nelle corse in questione veniva una decina di chilometri dopo la partenza. E sarà così finché non ci sarà una pompa di benzina, un autogrill o un mobilificio su uno stradone nazionale disposto a spendere più di un’amministrazione comunale per avere la partenza davanti alla sua sede, insomma una cosa impensabile. Ma forse quei pochi km in più non bastano a spiegare la sorprendente sconfitta di Mathieu Van Der Poel, che già in passato ha dimostrato di non sapersi gestire e alimentare, e qualcuno dirà che non era al massimo della forma, però è arrivato in fondo a una corsa di 254 + 10 km con 19 muri e 7 tratti di pavé staccando tutti meno uno, e quell’uno è un bestio che quando vince urla e si batte i pugni sul petto, e tra tutti i danesi emergenti è ormai assodato che il più forte è lui, Kasper Asgreen. Poi questi due sono ancora giovani e in queste corse conta molto anche l’esperienza, e grazie a quella il vecchio Casco d’oro Greg Van Avermaet, il Caterino Caselli delle Fiandre, è riuscito a salire ancora sul podio. Così si conclude questa prima parte delle classiche di primavera, spezzata dal rinvio della Roubaix, con i tre fenomeni tornati umani, capaci di vincere e di fare i fenomeni in gare meno prestigiose ma non di vincere una classica cosiddetta monumento. Alaphilippe poi continua a cercare le canaline, le sottili strisce asfaltate o peggio con l’erba per evitare il pavé, insomma cerca rogne, se non c’è un motociclista nei paraggi cerca un modo alternativo di cadere, e forse queste corse non sono proprio adatte a lui, come non sono adatte alla marca di ruote di Trentin, perché fora sempre ed è difficile pensare che sia un caso. Il Fiandre è una corsa pazza e spettacolare, ma stranamente e contrariamente al solito, la corsa femminile è stata bloccata dal tatticismo degli squadroni che hanno corso male, così Annemiek Van Vleuten, che correva praticamente da sola, sul Paterberg se n’è andata perché s’era messa in testa di rivincere il Fiandre dieci anni dopo ma questa volta contando solo sulle sue forze e non anche su una compagnia eccezionale come era Marianne Vos ai tempi, e il bello del Paterberg è che se si prendono zero km di vantaggio, diciamo 5 secondi, quei secondi durano una vita, vabbe’ non esageriamo, durano almeno 13 km fino all’arrivo. E Annemiek oltre alla forza ha avuto il merito di persistere nell’azione nonostante non fosse quella dei giorni migliori e il gruppetto dietro rimanesse sempre a pochi secondi, ma in verità le inseguitrici non erano sempre convinte e in più, anzi in meno, c’era Longo Borghini che per una volta ha lasciato fare alle altre. Alla fine, sul palco delle premiazioni, invece del mazzo di fiori, forse ispirati dalle mortadelle a km zero ma a kg 10 o 20 di Adriano Amici, gli organizzatori hanno offerto prodotti ortofrutticoli locali, quindi a km più o meno zero.

Il Fiandre è stata l’ultima corsa della carriera di Maarten Wynants, nessuna vittoria in carriera, un premio alla combattività in una tappa del Tour, un decimo posto alla Roubaix 2012, ma una corsa femminile a lui dedicata che si disputa a 0 + 12 km da Hasselt, sua città natale.

Litania per Pasqua 2021

Lippenhovestraat

Paddestraat

Katteberg

Holleweg (2 volte)

Oude Kwaremont

Kortekeer

Eikenberg

Wolvenberg

Karel Martelstraat

Jagerij

Molenberg

Marlboroughstraat

Berendries

Valkenberg

Berg The Houte

Kanarieberg

Oude Kwaremont

Paterberg

Koppenberg

Mariaborrestraat

Steenbeekdries

Taaienberg

Kruisberg-Hotond

Oude Kwaremont

Paterberg

Chi è che fa notizia

Oggi i media danno ampio spazio all’assoluzione di un calciatore che a suo tempo fu accusato per una faccenda di scommesse e ovviamente è partita la lamentela per le vittime della giustizia e sbattute in prima pagina come mostri, però almeno la sua assoluzione ha fatto notizia, cosa che non vale per tutti, e lo dimostrano in ambito più ampio le notizie di questi giorni.

Il Parlamento italiano in coro ha invitato sia il Governo che il CONI a sostenere la causa di un marciatore italiano condannato dalla giustizia sportiva e assolto dalla giustizia ordinaria, con ciò implicando che IAAF WADA CIO e pure CIA abbiano complottato contro di lui, e se ne deduce che abbiamo un parlamento cospirazionista. Il ciclista Davide Rebellin fu squalificato quando era uno dei più forti al mondo nelle corse in linea, anni dopo anche lui è stato assolto dalla giustizia ordinaria ma, tranne una parentesi polacca, non ha mai trovato un ingaggio in squadre professionistiche, neanche in quelle professional italiane che non la contano mai giusta.

C’è un tennista italiano che potrebbe entrare addirittura nei primi 20 del ranking mondiale, ma il ciclista Diego Ulissi, che oggi rientra al G.P. Indurain, prima del problema cardiaco era stabilmente nei primi 10 della classifica UCI.

La diva del nuoto si è qualificata a reti unificate per la sua quinta Olimpiade. Brava, eguaglierà il record della ciclista Roberta Bonanomi, anche se lei non era una diva, con quel che ne consegue in termini di attenzione e soldi, e poi in quelle occasioni correva come gregaria, e in fondo nella sua carriera si è limitata a vincere un mondiale cronosquadre, il Giro del 1989 e qualche tappa al Tour.

Caballeria

Sembra ieri che i Movistar andavano al Tour col tridente, un po’ spuntato in verità, per cercare di contrastare lo strapotere degli ex Sky, ma, dopo aver ceduto ai Jumbo il ruolo di rivali degli inglesi, quest’anno non hanno ancora vinto una corsa, manco una tappina. Eppure il budget c’è, anzi per la squadra femminile hanno puntato altissimo strappando Annemiek Van Vleuten proprio allo squadrone olandese che da quest’anno ha aperto la filiale femminile. E allora mettiamola così, gli spagnoli sono un po’ tradizionalisti, per cavalleria hanno dato la precedenza alle signore, e ieri finalmente Annemiek ha infranto la quaresima vincendo la Dwars Door Vlaanderen, e lo sponsor sarà contento che tra tanti ciclisti e cicliste ha vinto una che indossa la maglia di campionessa europea e quindi non con i colori sociali. E ora chissà che, dopo le donne, non diano la precedenza pure agli anziani così che toccherà a nonno Alejandro di vincere.

Addio Super Tuck

Come era stato annunciato da tempo, terminano oggi le avventure di Super Tuck, il supereroe che non potendo gettare il cuore oltre l’ostacolo perché attaccato al cardiofrequenzimetro getta lo sterno oltre il manubrio. Il primo a interpretare Super Tuck è stato Matej Mohoric, seguito da Michal Kwiatkowski e Peter Sagan, ma la maggiore popolarità l’ha avuta con l’interpretazione di Chris Froome, a cui sono seguiti tanti altri, anche semplici caratteristi. Super Tuck è stato sconfitto dal suo acerrimo nemico, il villain David Lappartient nei panni di Monsieur Le Président, che l’ha messo in condizione di non nuocere, non tanto ai professionisti , ché di incidenti causati da quella postura non se ne ricordano, quanto ai giovani che lo emulano. Ed è qui che a guisa di fagiano parte la domanda: si tratta del solito autolesionismo del ciclismo (che sarebbe più corretto definire bicilesionismo) o è solo il suo pubblico a essere psicolabile e facilmente suggestionabile? Perché diversamente anche nell’automobilismo e nel motociclismo, per evitare emulazioni, dovrebbero mettere un limite di velocità di 70 km orari, anche 50 nei centri abitati come nel G.P. di Monaco. In realtà c’è pure un’altra cosa che mi chiedo: se Evenepoel fosse stato accucciato in quella posizione scendendo dalla Colma di Sormano sarebbe volato oltre il muretto?

Abbinamenti

Ieri ho voluto comprare un fumettino di Zerocalcare di appena 20 pagine, ma il fascicoletto era un inserto de L’Espresso, settimanale illeggibile nel quale tocca vedere pure che l’ultima pagina che fu del placido Umberto Eco è ora affidata a una scrittrice odiatrice ma che sta dalla parte giusta quindi nessuno se ne lamenta. Pazienza, però nel cellophane c’è pure un libercolo di poesie di Pasolini, ve le leggete voi, ma non è ancora finita perché, non so se la domenica funziona così, in abbinamento c’è l’altrettanto illeggibile quotidiano La Repubblica, sul qualche ci sono 4 righe 4 sul ciclismo e il cruciverba di Bartezzaghi che se si risparmiava le definizioni sui capigruppo del PD era meglio, poi nient’altro da segnalare. Sono sprechi che forse possono permettersi perché hanno aiuti dallo Stato questi giornali che predicano in coro i tagli alla spesa pubblica. E forse predicano anche la riduzione degli imballaggi e delle confezione degli alimenti, per cui la carta dei giornali si può sprecare così ma se fai la spesa devi portare a casa biscotti o fette biscottate già sbriciolati. Poi ci sono abbinamenti come quelli che si sono verificati negli ultimi due weekend di corse del World Tour che fanno piacere perché vengono premiati quei team che hanno sia la squadra maschile che quella femminile: la settimana scorsa in Italia doppia vittoria della Trek-Segafredo e ieri alla Ghent-Wevelgem doppietta della Jumbo-Visma con Wout Van Aert, che ha battuto tre italiani che non hanno voluto azzardare il colpaccio da finisseur, e Marianne Vos nella cui collezione mancava questa corsa.

Non era la Slovenia

Dopo il Tour dell’anno scorso conteso da due sloveni tutti esaltavano la Slovenia e Saronni che c’era stato diceva che lì ci sono gli investimenti e già dalla scuola vedono i ragazzi per quale disciplina sono portati. Chissà se si faceva così già quando a scuola ci andava Roglic perché il forte ciclista ha iniziato facendo salto con gli sci. E poi oltre Pogacar chi altro c’è? Giovani promettenti non mi pare, un talento inconcludente come Mohoric famoso più per un modo di andare in discesa che a giorni sarà bandito e qualche onesto ciclista che ogni tanto riesce pure a vincere. Ma non era la Slovenia che dovevano osservare, bisognava andare a vedere cosa succede in Danimarca, perché ormai ogni giorno c’è un danese che vince, a volte due, come pochi mesi fa quando due Pedersen vinsero due classiche nello stesso giorno. E vincono classiche e tappe, per ora non ancora i Grandi Giri ma per quelli potrebbe candidarsi il giovane Jonas Vingegaard che sta vincendo alla Coppi e Bartali. Può darsi che ora, come è già successo qualche anno fa con il boom degli inglesi, escano fuori i sospettoni che avranno pure la battuta troppo facile: c’è del marcio in Danimarca, contenti loro. Intanto ieri Kasper Asgreen, che non a caso è pure campione nazionale, ha fatto un’impresona all’E3 Prijs andando due volte in fuga e vincendo sulle stesse strade del Giro delle Fiandre, unica differenza oltre al chilometraggio è il fatto che qui affrontano prima il più breve Paterberg e poi il buon Vecchio Kwaremont, e secondo me è più micidiale la sequenza inversa.