La Zeriba Suonata – aspettando l’Amstel

Ci sono state e ci sono anche adesso cantanti che si esibiscono scalze, da Sandie Shaw a Madame, e poi qualche settimana fa scrivevo che ormai chi non fa un concertino sui tetti non è nessuno. Per vie strette e contorte come ce ne sono nei Paesi Bassi (vedi Ronde Van Drenthe e soprattutto Amstel Gold Race), insomma per la parentela con un artista postale scomparso, ho scoperto una cantante e pianista ex olandese, Roos Blufpand, che fa l’uno e l’altro, si esibisce su un tetto con le antenne, che nei Paesi Bassi non stanno solo sull’Eyserbosweg (la Salita delle Antenne che quest’anno è stata tagliata perché causa covid il percorso dell’Amstel è stato ridotto a un circuito), e scalza esegue una tipica canzone boreale triste perché al nord si divertono così: Blijven, Komen & Gaan, il tutto documentato da un video il cui regista per un malinteso senso delle pari opportunità oltre ai tetti ci tiene a mostrare pure le tette. Ma all’occorrenza la ragazza si scatena col r’n’b che diventa prima glam e poi synth-pop, non male ma le ex olandesi riescono meglio nel ciclismo: Geweten.

La Favola del Principe e della Carta Selvaggia

Qualche mese fa Erreciesse stava distribuendo le wild-card per il Giro, una alla Eolo, una alla Bardiani, una alla Vini Zabù, poi va a guardare nello scatolo delle wild-card e non ce ne sono più, lo rigira, niente, e la Androni resta senza. Il manager della squadra, il Principe Duca Conte, ci rimane male e polemizza con Erreciesse ma anche con una delle tre squadre promosse tirando in ballo pure storie di doping. Passa un po’ di tempo e proprio in quella squadra si verifica il secondo caso di doping in meno di un anno, col rischio di una sospensione da parte dell’UCI. Poi il colpo di scena, il patròn di questa squadra, ricordato nei libri di storia del ciclismo anche per aver voluto ingaggiare a tutti i costi Danilo Di Luca proprio prima del Giro 2013, nel quale il detentore di uno dei più brutti soprannomi della storia medesima, “il Killer di Spoltore”, risultò positivo al test-antidoping che gli valse la radiazione come manco Riccò, dicevo, il patròn, per tagliare la testa al toro, ha ritirato la squadra dal Giro restituendo la wild-card a Erreciesse, che a sua volta ha subito telefonato al Principe che però non c’era, l’hanno cercato dappertutto, dal console del Bhutan, dall’ambasciatore del Gabon, dal Principe di Monaco, alla fine l’hanno rintracciato da un monaco del Principato omonimo e gli hanno detto che avevano ritrovato la sua wild-card e ora poteva venire al Giro d’Italia gradito ospite. Così tutto è finito bene e tutti vissero felici e contenti, almeno fino al prossimo caso di doping.

Tutto a metà

“Demi” con l’accento sulla “i” in francese significa “metà” e come nome starebbe bene a una ciclista che ha ottenuto una mezza vittoria, però Demi Vollering non è francese ma un’ex olandese e quindi niente, si tiene il secondo posto alla Freccia del Brabante. Demi Vollering è ormai tra le cicliste più forti al mondo, ma per sua sfortuna la metà di esse sono sue compagne di squadra e spesso le tocca lavorare per loro. Due anni fa ha vinto il Giro dell’Emilia con arrivo in salita e quest’anno è andata bene anche sul pavé, per cui era la mia favorita per una Freccia brabantina che è l’anello di congiunzione tra il pavé fiammingo e i muri valloni, a metà strada come tipologia di percorso e anche come calendario, e in cui per giunta mancava qualche campionessa. Ma per sua sfortuna raramente azzecco un pronostico, non gioco perché non mi piace ma non vincerei niente. Ricordo solo un paio di pronostici centrati, quando nel 1992 pensai che Giorgio Furlan dopo una tappa al Criterium potesse vincere anche la Freccia Vallone e quando nel 2014 Giada Borgato annunciò il suo ritiro e per un piccolo dettaglio, la sua venustà, su questo blog predissi un suo futuro da commentatrice televisiva. Ma quando ieri sono andato sul sito di Het Nieuwsblad e ho trovato la notizia della vittoria di Demi Vollering alla Freccia brabanzona per me è stata una soddisfazione, durata però meno della sua di lei, perché sul traguardo in segno di vittoria ha alzato un solo braccio, la metà di quelli che vengono utilizzati per questa consuetudine, ma è stato sufficiente alla trekkina Ruth Winder per infilzarla sulla linea come fosse un’Oscarita. Quindi il tempo di esaminare il fotofinish e la vittoria è stata attribuita alla statunitense, e ora questa rischia di diventare una tradizione da quelle parti, perché già l’anno scorso Alaphilippe vi replicò il gesto sconsiderato che solo tre giorni prima gli aveva fatto perdere la Liegi ma riuscì comunque a vincere su Van der Poel. E dire che nel gruppetto di 6 che si è giocata la gara femminile la più veloce sulla carta era Elisa Balsamo, ma le avversarie hanno cercato di sfiancarla e ci sono riuscite, agevolate anche dal fatto che forse la ragazza sta correndo un po’ troppo e avrebbe bisogno di un mezzo riposo. Nella corsa maschile mancavano i primi due dell’anno scorso e il favorito era l’unico presente dei tre fenomeni, Wout Van Aert, che non ha fatto le cose a metà, non si è distratto, ha corso bene, ma nel finale si è ritrovato con Matteo Trentin e con il mezzo fenomeno inglese Tom Pidcock, anche lui ciclocrossista e pure biker, che va bene dappertutto e al momento è difficile prevedere che corridore potrà diventare, e questo ciclista piccolo, almeno relativamente a quel bestio di Van Aert, ha rimontato a metà rettilineo d’arrivo il belga che era partito in testa e ha ottenuto la sua prima vittoria da stradista professionista in questa semiclassica, e ciò a soli 21 anni quasi 22. Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, non so, sono d’accordo a metà.

Era un arrivo in salita, ma non esageriamo.

Il nuovo Roglic

Ai giornalisti il nuovo veramente nuovo non piace e allora cercano il nuovo vecchio, cioè cercano il nuovo Bob Dylan il nuovo Coppi il nuovo Merckx il nuovo Gimondi e mi fermo perché insomma avete capito. Però nessuno sente il bisogno del nuovo Roglic, cioè di un ciclista che fa sterilizzare la corsa e poi con una progressione nell’ultimo km vince guadagnando pochi secondi e agli altri non lascia neanche le cosiddette briciole se tante volte capita con un compagno di fughina o un Mader raccolto per strada e poi va a finire che se cade o fora nessuno lo aiuta. Ma in realtà ora il nuovo Roglic c’è ed è lui medesimo che ha capito le lezioni e l’ha dimostrato tutto in una volta all’ultima tappa del Giro dei Paesi Baschi in cui ha attaccato da lontano e ha lasciato la tappa a Gaudu, ri-ribaltando una disdicevole situazione di classifica in cui si trovava stretto nella morsa dell’UAE, che è una cosa che farebbe anche ridere se nella squadra emiratina non ci fosse Pogacar che ha vinto il Tour da solo non grazie alla squadra ma nonostante la squadra. Però il leader era l’americano McNulty che è naufragato sulle montagne come fosse l’Arca di Noè e Pogacar ci viene il dubbio che pagasse pure lui la Tirreno-Adriatico ultima scorsa. E già, perché se ne parla tanto della corsa dei due mari, nella quale dei grandi solo Alaphilippe si è trattenuto, gli altri pure con il tempo brutto hanno corso come se non ci fosse un domani ma il fatto è che poi c’era il dopodomani e lì si pensa che l’abbiano pagata, e in Belgio molti addetti ai lavori, insomma gli umarell del ciclismo, pensano che se Van Aert e Van Der Poel non hanno vinto il Fiandre è perché hanno corso a tutta la Tirreno-Adriatico ma il campione non è di ferro, se fosse di ferro alla Tirreno tra pioggia e salsedine dei due mari si sarebbe arrugginito, vabbe’ è un modo di dire, insomma non può correre sempre con quel wattaggio, che ormai si parla solo di watt e vorrà forse dire che si cercano sponsor tra le aziende dell’energia. In effetti una Tirreno-Adriatico di quel livello non si vedeva da tempo e almeno gli appassionati italiani sono stati ripagati di un Giro scarsino che se lo sono giocato Coso Hart e coso quell’altro. Però se i due fenomeni arriveranno pure loro alla conclusione che alla Tirreno hanno speso molto e un altr’anno punteranno solo a a qualche tappetta, vorrà dire che la classifica se la giocheranno il nuovo Colagé e il nuovo Petito.

Gente che pensano sempre ai soldi

Da quando c’è la pandemia con i problemi economici collaterali la CGIA di Mestre si è scatenata a fornirci dati e studi, e sono sempre in negativo, che poi così c’è il rischio che gli viene la depressione, e allora ascoltate un modesto consiglio, non state sempre a pensare ai soldi, distraetevi un po’, non dico vedetevi il ciclismo, ma chessò interessatevi di cultura ogni tanto, e se non sapete cos’è non c’è problema, apposta c’abbiamo l’internet, se digitate “cultura” su google qualcosa dovreste trovare.

La Zeriba Suonata – Madame et messieurs

Ho scoperto Madame neanche tanto tempo fa con il video Baby che ritrovo con piacere nell’eponimo album di esordio. Nonostante duri 46 minuti la prima volta che l’ho ascoltato ho avuto l’impressione che fosse troppo lungo, forse perché qualche pezzo si poteva tagliare, o forse perché ci sono troppo featuristi, teppisti e trappisti che per di più non possono aggiungere molto alle canzoni di una con la sua personalità e la sua voce, che a volte, come si diceva per certi cantanti jazz, suona quasi come uno strumento, diciamo uno strumento elettronico, come in Bamboline peruviane. Le sue storie sono mediamente disperate, problema che mi pare diffuso tra i giovani e i semigiovani, ma ci sono storie e storie e ci sono modi e modi di raccontarle e Madame non spacciava, come altri che ce lo vengono pure a raccontare per la gioia di quei critici che nel curriculum di un musicista gradiscono la fedina penale sporca, e poi suona sincera, a differenza ad esempio di quei finti rocker che hanno vinto il festival. Insomma verrebbe da dire che non ci sono più i giovani di una volta e, anche se la faccenda della gioventù non mi riguarda da un bel pezzo, per reazione mi viene voglia di ascoltare quei ragazzi che musicalmente nascevano già vecchi ma almeno cantavano siamo giovani corriamo ecologici e se ne andavano in giro su un letto.

Madame a Sanremo in miniatura, a pochi centimetri dal tradizionale arrivo di Via Roma.

Perline di sport – il resto è tipo mito

Da qualche decennio, soprattutto nei linguaggi giovanilistico e giornalistico, si parla a sproposito di miti e leggende, riferendosi anche a eventi e persone miserelli o che comunque si conoscono bene e non hanno un’aura di mistero. Poi ci sono manifestazioni che si auto-pompano dandosi nomi altisonanti, e questo purtroppo succede nella MTB, come nel caso della Capoliveri Legend Cup che si è svolta all’Isola d’Elba. Quest’anno la gara è stata inserita all’interno degli Internazionali d’Italia e forse anche per la situazione che si vive e la scarsità di gare c’è stato un campo di partenti di livello mondiale. E in questi giorni i siti specialistici hanno più volte ricordato quando nel 1994 all’Isola d’Elba si disputò una tappa della Coppa del Mondo, che allora aveva uno sponsor ingombrante, e ci fu uno degli ultimi duelli tra John Tomac e Ned Overend, due miti della disciplina anche perché tra i pionieri. Entrambi vinsero il campionato mondiale, anzi proprio le prime due edizioni, Tomac cominciò con la bmx, era fortissimo anche nel downhill e portò a termine un Fiandre e una Roubaix, Overend era più vecchio di 12 anni. Ma il modo migliore di portare i miti sulla terra e renderli umani è di andarli a vedere, e l’unico filmato soddisfacente che ho trovato di quella gara non è in italiano, perché è vero che la campionessa del mondo in carica era Paola Pezzo, ma aveva vinto il mondiale del 1993, battendo tra l’altro Jeannie Longo, senza l’ausilio della scollatura, e quindi questo era uno sport ancora di nicchia, una nicchia all’aria aperta. Nel video è interessante anche la fauna, sia il pubblico e gli addetti ai lavori a volte con abitini vistosi che sapevano ancora di anni 80, sia i concorrenti, tra in quali un altro pioniere come il riccioluto Tinker Juarez e lo svizzero Thomas Frischknecht appartenente a una dinastia di fuoristradisti, il ciclocrossista Fabrizio Margon e il futuro stradista Dario Cioni, l’eclettica Maria Paola Turcutto e l’onnipresente Jeannie Longo. Alla fine vinsero la canadese Alison Sydor e il 39enne Ned Overend, ma l’epica battaglia non fu a base di sportellate, ci fu una grande rimonta di Overend su Tomac, ma non vediamo il momento del sorpasso e possiamo giudicare solo in base a poche immagini, e vuol dire che almeno per stavolta qualcosa lo lasciamo al mito.

Elba, Coppa del Mondo MTB 1994

Paola Pezzo

In principio erano davvero le mutande

Le avevano annunciate, semmai qualcuno le aveva auspicate, sono arrivate le manifestazioni di piazza degli esercenti e dei ristoratori, e ci è scappato anche qualche scontro, che finirà per mettere in crisi quelli di destra che dovranno scegliere se simpatizzare per le partite IVA o per i tutori dell’ordine preferibilmente nuovo. Non è che dall’altra parte stanno messi meglio perché se qualcuno si sente in dovere di schierarsi deve scegliere tra Letta e Renzi. Qualcuna non è voluta scendere in piazza così come si trovava e ha voluto indossare una pelliccia casomai l’intervistassero ed è andata proprio così, ma non generalizziamo. Quello che trovo curioso è che alcuni negozi di abbigliamento hanno messo in vetrina biancheria intima o articoli sportivi perché i negozi che vendono questa merce possono stare aperti, ma loro dicono di averlo fatto per protesta. E’ comprensibile che sia solo per protesta, se uno vende alta moda non può abbassarsi a vendere tute e mutande. Però fino a pochi mesi fa si predicava la flessibilità, ma come spesso accade in Italia si predica sempre per gli altri, e infatti si esce tranquillamente in zona rossa e se si incontra un telegiornalista ci si lamenta che c’è troppa gente in giro. E poi non c’erano pure le famose sfide del terzo millennio? Un millennio dura mille anni, e non è detto che queste sfide dovevano arrivare subito, e non è detto che dovevano presentarsi come sfide legate alle tecnologie, e infatti si sono presentate in forma di epidemia medievaleggiante. E allora ammettete che non eravate pronti per quelle sfide di cui vi riempivate la bocca, confessate che non sapete adattarvi a vendere per asporto, che non volete abbassarvi a vendere le mutande, e che quando parlavate di flessibilità vi riferivate solo agli schiavi.

Pure questo blog è poco flessibile e non vuole esporre mutande, ma del resto anche Puck Moonen ci ha dato un taglio con le foto di una volta e in attesa di vincere il mondiale fa la vita da ciclista, una vita diciamo “ritirata”: 61 km di gara ad oggi.