l’ultimo assembramento

Veniamo da ore di assembramenti pericolosi. A Napoli la ggente esasperata e impoverita che voleva protestare contro coprifuoco e chiusure, non disponendo di mezzi ha dovuto ricorrere ai fumogeni e alle bombe carta della Caritas e di questo passo a Capodanno dovranno fare “Bum” con la bocca. Ma se si vede il lato positivo delle cose qui ci escono 4 o 5 puntate di Gomorra, anche se non l’ho mai visto e non se si si tratta di una fiction o di un tutorial. Al Giro invece si continua a parlare della protesta, al punto che ricompaiono anche personaggi come De Zanino, cioè di quelli che al ciclismo ritornano solo quando c’è qualcosa di scandaloso o presunto tale da sfruttare. A ripensare all’accaduto e a quanto ho scritto ieri per oggi, è stato un bene che volente o nolente portavoce dei ciclisti sia risultato Adam Hansen, perché visto l’accanimento con cui cercavano di scovare e isolare i colpevoli, più che Vegni i suoi alleati – e dato che non mi piace generalizzare sono sicuro che se nel gruppo RAI ci fosse stato Pancani si sarebbe assistito a qualcosa di più decente – dicevo, se poi si fosse mirato a ricattare il colpevole, ma cosa gli fai a Adam Hansen che con lo stipendio da ciclista ci compra le sigarette per il giardiniere e il maggiordomo? Anzi Hansen ha detto ancora due cose interessanti, che si conoscono in anticipo le tappe ma non i famigerati spostamenti, e poi ha parlato di sistema immunitario, non so se AdS sa di cosa si tratta, e allora quelli che per ricordare tappe nella neve non sono andati indietro ai tempi eroici ma, bontà loro, si sono fermati già a Nibali 2013, si ricordino pure che allora non c’era il COVID. E qui semmai si può notare il risultato contraddittorio dello stop dei ciclisti che poi si sono assembrati dove potevano. Alla fine dispiace solo che Cerny, autore di una bella azione come non ne abbiamo ancora viste da nessuno dei primi tre in classifica, non riceverà il premio per la tappa per la decisione del sergente Vegni di non dare i premi ai ciclisti scioperati ma devolverli in beneficenza, e che triste populismo che è la beneficenza pubblicizzata. Poi dicono che la tappa di oggi ha riconciliato col ciclismo, sarà, l’Impronunciabile ha corso a ruota del compagno Dennis, dimostrando che la Ineos è ancora la squadra più forte anche se non ha vinto il Tour, e poi a ruota di Hindley che ha fatto qualche scattino inefficace, mentre dietro Almeida dimostrava di essere tra questi il giovane con più carattere e più senso dello spettacolo e Kelderman sembrava assente, e non a  caso stamattina era il favorito di Cassani. L’ex olandese nella sua carriera avrà avuto tanti problemi, di cui sappiamo forse solo una parte, ma non poteva vincere un giro corso solo limitando i danni, però speriamo per lui che gli assegnino almeno un premio per il miglior finto tonto, perché era davvero incredibile la faccia di (medaglia di) bronzo con cui ha ringraziato RCS per aver accolto le loro richieste. Finisce che i due contendenti rimasti sono a pari tempo, neanche un minimo distanziamento sociale, perché la tappa l’ha vinta l’Impronunciabile (non c’è uno di quei grandi professionisti della RAI capace di una cosa semplicissima come chiedere a Tao Geoghegan Hart come si pronuncia Tao Geoghegan Hart, invece di chiederlo a diesse italiani  che già hanno problemi con la lingua madre), e poi ci dicono che ha rischiato di diventare giocatore del pallone ma si è salvato iniziando a correre sul velodromo dove si svolsero le Olimpiadi di Londra del 1948, cioè dopo 72 anni il velodromo è ancora lì. E che fine hanno fatto i velodromi delle Olimpiadi di Roma, o quello di Monteroni e di tutti i mondiali successivi? E poi dicono che in Italia non ci sono ciclisti.

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.

Ricambi

Lo Stelvio fa selezione e spettacolo come neanche due Zoncolan uno sull’altro, e però quando il Giro è passato sullo Stelvio ha vinto Fausto Coppi, è vero, ma anche altri più marginali nella storia del ciclismo. E allora vincerà Kelderman come Hesjedal, Jay Hindley o l’Impronunciabile come Bertoglio? Dicono il ricambio generazionale, ma non so quanti dei protagonisti dello strano giro di quest’anno ritroveremo in futuro ad alti livelli. Se c’è uno che mi pare affidabile è proprio l’ex maglia rosa Almeida perché non si vive solo di grandi giri. E Nibali che non ha più l’età per vincerne uno potrebbe sorprenderci ancora se puntasse a qualche corsa che non ha ancora vinto e in cui la discesa ha un ruolo importante, tipo Emilia o Laigueglia. Però Nibali ci vede bene e ha avuto ragione su Hindley, che ora dicono se fosse rimasto con Kelderman il capitano avrebbe perso di meno, ma se invece fosse partito quando Coso Hart s’era innervosito e l’avesse lasciato e avesse preso lui la maglia con un vantaggio più consistente? Troppi se e ma, è vero, ma, visto che oltre al ricambio generazionale c’è anche il problema del ricambio degli indumenti, se gli scienziati che ruotano attorno al ciclismo creassero una mantellina più facile da indossare?

La Profezia dello Squalo

Non è facile quello che è riuscito a Ben O’ Connor: andare in fuga da lontano e arrivare secondo, riprovarci il giorno dopo e vincere. Al Tour non c’è riuscito neanche Carapaz, anche perché quando poteva essere la volta buona si è ritrovato col compagno Kwiatkowski che ha fatto e sacrificato molto per la causa e andava premiato. Si rifarà Carapaz alla Vuelta dove Roglic è partito sparato e lui fa le sparate? Forse, ma stavolta non può essere favorito dalla rivalità Roglic-Nibali con annesse visite al museo Nibali. A proposito del siciliano, pardon del toscano, pardon del luganese, l’altro giorno aveva detto che Kelderman il nemico ce l’ha in squadra perché il giovane australiano della Sunweb pare andare più forte del capitano, e ieri c’è stato uno strano scatto del ragazzo (in)seguito dal capitano che si è portato dietro Almeida. Rivalità intestine o tattica fallimentare? 

Nibali mette la pulce nell’orecchio di Kelderman.

L’arrivo dei tempi migliori

Ogni ciclista è una storia a sé, ognuno ha i suoi interessi e i suoi obiettivi, c’è chi vedendo che non ottiene grandi risultati decide di abbandonare anzitempo, c’è chi invece abbandona pur ottenendoli i buoni risultati e per di più militando in una squadra di prima fascia. Chi invece vuole fare comunque il ciclista deve accontentarsi anche di accomodarsi in una squadra di terza fascia, in attesa di tempi migliori. Ed è quello che è successo allo sloveno Jan Tratnik che da under 23 ottenne vittorie importanti, passò in una squadra del World Tour ma non partì bene e tornò in una squadra continental del suo paese, poi a forza di buoni risultati risalì fino a ritornare nel world tour maturo e ha migliorato fino a vincere la tappa friulana del Giro. Tratnik non ha il fisico del ruolo, non ha la faccia del ciclista, sembra piuttosto uscito da Fantozzi contro tutti e proprio sulla salitella di Viale de Amicis lascia il gruppo di fuggitivi, troppo presto per andare via da solo, dice Bugno che in realtà va meglio nei siparietti comici con Chiappucci quando ricordano i tempi del dualismo più sfigato della storia. Per Bugno quella di Tratnik è una mossa sbagliata, ma più passa il tempo più cambia opinione, inizia a elogiare il suo direttore sportivo Alberto Volpi, ma potrebbe salvarsi perché Ben O’Connor raggiunge Tratnik e potrebbe batterlo. Invece vince lo sloveno e terzo arriva il suo compagno di squadra Battaglin che l’anno prossimo tornerà in seconda serie nella Bardiani che lo lanciò e dove probabilmente declinerà la sua carriera come successo a tanti che l’hanno preceduto. Il gruppo ha preso la tappa con comodo, in attesa delle montagne dove non è detto che si potrà passare, ma nell’ultimo km attacca la maglia rosa e guadagna un tesoretto di due secondi due, e qualcuno ipotizza che abbia voluto godersi l’ultimo giorno in maglia rosa, e chissà che non abbia ragione.

Il ciclismo al tempo del colera

Dell’epidemia di colera del 1973 mi ricordo solo la vaccinazione di massa e l’assai gradito rinvio dell’inizio dell’anno scolastico che in quel tempo cominciava il primo ottobre e il quattro ottobre San Francesco già c’era la prima festività. Al di là del panico fu una epidemia contenuta per vittime, regioni interessate e durata, da metà agosto a metà ottobre. Durante quell’arco di tempo Felice Gimondi vinse il Mondiale, il Lombardia per la squalifica di Merckx, il Giro del Piemonte e il Trofeo Baracchi in coppia con Cochise Rodriguez, il primo colombiano a memoria di ciclofilo. Eddy Merckx si consolò delle sconfitte nelle gare più importanti vincendo la Parigi-Bruxelles, il G.P. delle Nazioni, l’Attraverso Losanna, il G.P. di Fourmies e la challenge Superprestige. L’altro belga Rik Van Linden vinse la Parigi-Tours, Franco Bitossi vinse Giro dell’Emilia e Giro del Veneto, il neoprofessionista Giovanni Battaglin vinse il Giro del Lazio e il vecchio Italo Zilioli vinse la Coppa Placci.

Merckx vince la Parigi-Bruxelles, classica che mancava al suo palmarès, battendo in volata la sua ammiraglia.

This is the Day

Il giorno a lungo atteso non voleva arrivare, programmi diversi, intrusi come Trentin all’Europeo 2018 e altri accidenti, ma al termine di una settimana di polemiche con Van Aert che accusava Van Der Poel di aver corso la Gent-Wevelgem solo per farlo perdere e per questa affermazione è stato criticato dai suoi grandi connazionali, che se fosse per i semplici campionissimi da quelle parti si può trattare di invidia verso i giovani ma quando poi si aggiunge pure Merckx che è al di sopra di tutto e tutti allora va bene, dicevo che proprio nella Corsa più bella del mondo, il Giro delle Fiandre, c’è stato l’atteso duello tra i due ragazzi venuti dal ciclocross. L’azione decisiva in realtà l’ha iniziata Alaphilippe subito seguito da Van Der Poel e solo in seguito raggiunto anche da Van Aert, ma il francese nuovo delle pietre ha cercato più volte di cadere, e visto che da solo non  ci riusciva gli ha dato una mano una moto della giuria rallentando in un punto dove non poteva stare e contro cui ha urtato il campione del mondo, e ora speriamo  che non tirino fuori la storia della maledizione della maglia iridata. Trovatisi in testa loro due da soli senza intrusi, essendo tipi orgogliosi, non hanno cercato di fare i furbetti ma hanno tirato dritto dandosi cambi regolari e percorrendo affiancati l’ultimo muro come Merckx e Gimondi al Mondiale di Mendrisio. Però passare da Merckx e Gimondi a Roche e Criquelion, o peggio a Chiappucci e Cassani, è un attimo e nell’ultimo km hanno rallentato vedendo gli inseguitori in fondo al lunghissimo rettilineo d’arrivo, ma poi si sono decisi a partire all’unisono e hanno tagliato il traguardo praticamente appaiati con Van Der Poel davanti di una nticchia di ruota.

Così, se dei quattro campioni del mondo del ciclocross passati in anni recenti alla strada il primo a vincere una Classica Monumento è stato Van Aert a Sanremo, il primo a vincere una Monumento sulle pietre è stato Van Der Poel, ma continua a essere molto difficile dire chi dei due è il più forte. Forse solo tra qualche anno potremo dirlo, quando si potrà anche ricordare Chantal Blaak, prima nel Fiandre femminile, come degna vincitrice di un mondiale che fece storcere la bocca a chi la riteneva una seconda linea, e si potrà dire se questo 2020 sarà stato l’anno del ricambio generazionale. Alla Ronde mancavano Gilbert e Van Avermaet troppo infortunati, c’è ancora la Vuelta dalla quale però è difficile aspettarsi grandi cose da parte dei vecchietti Froome e Valverde, intanto al Giro gli altri vecchietti Nibali Fuglsang e Pozzovivo sembrano non poter più sperare di vincere un grande giro, soppiantati dai nuovi, come Almeida che con smorfie degne di Voeckler mantiene a stento la maglia rosa, come Kelderman che sembra però il favorito, come l’Impronunciabile che ha vinto la tappa, e diciamo che se la crono del sabato era stata la tappa dei tanti vincitori, la tappa della domenica è stata la tappa dei tanti sconfitti, però un altro vincitore, potremmo definirlo “morale”, c’è ma non si vede, ed è un altro figlio, Axel figlio di Eddy, che nella sua Axeon ha fatto crescere Almeida Guerreiro e l’Impronunciabile, e dato che il ciclismo è un mondo dove la bravura viene premiata è rimasto senza sponsor.

The The – This Is the Day

Tutti primi al traguardo del Prosecco

Nel ciclismo si ricorda spesso il passato soprattutto quando fa comodo, e infatti quelli che vogliono i giri favorevoli agli scalatori dimenticano le cronometro di 100 km che favorivano Coppi, e così oggi una crono di 34 km viene definita lunga, e invece proprio per la sua brevità è ancora più notevole l’impresona di Filippone Ganna che strada facendo ha ripreso 5 dei ciclisti partiti prima di lui, gli ultimi Visconti che ha poi twittato che lo stava aspettando per godersi lo spettacolo di vederlo pedalare e Chad Haga che l’anno scorso vinse la crono finale. Ma Ganna che subisce il brutto e bellicoso soprannome di Top Ganna è un giovanotto ancora poco diplomatico e dopo la crono che come ormai tradizione è dedicata ai vini dei luoghi attraversati ha detto di preferire la birra. Chi invece sembrava che avesse già apprezzato i vini del posto erano quelli della RAI che dopo aver festeggiato il vincitore Ganna hanno detto che il vincitore morale, intendendo il  migliore tra gli uomini di classifica, era Kelderman quando è arrivato l’ex olandese, poi Almeida quando il portoghese ha fatto meglio, ma accortisi che McNulty aveva fatto ancora meglio hanno detto che vincitore era anche McNulty, però prima sembrava che ci fosse pure la classifica avulsa Nibali-Fuglsang. Insomma se davvero ci fossero stati tutti quei vincitori starebbero ancora lì sul palco per le premiazioni con grande piacere del Gov del Veneto che durante le tappe nella sua regione ha preso il domicilio sul palco sciupando tutte le fotografie.

Variazione sul tema

Ieri al Giro c’è stata una variazione sul tema fuga e volata o lotta per la classifica, perché è stata una via di mezzo. Nella fuga c’era il solito Simon Pellaud che, alla faccia di quelli che si nutrono di luoghi comuni e pensano che gli svizzeri siano persone grigie, è un tipo particolare, al giro è il superfuggitivo e collezionista di traguardi parziali, e quando è stato ripreso dai primi inseguitori è sceso dalla bicicletta per applaudirli. E a quel punto c’era già stata la rottura del gruppo, spezzato in più tronconi da qualche salitella, per cui c’era il gruppo di Démare che inseguiva il gruppo di Sagan che inseguiva il gruppo della maglia rosa che si chiedeva ma noi chi stiamo inseguendo? Nessuno? Allora ci tocca fare lo sprint? E il più veloce tra i primi era Ulissi che forse è il primo a conoscere i suoi limiti e al contrario dei suoi fans non si aspetta la grande vittoria ma quello che è nelle sue possibilità lo fa bene e infatti sprinta in maniera perfetta e vince l’ottava tappa al Giro nella sua carriera, un risultato notevole per uno che non è un velocista di gruppo. Poi arrivano gruppini e gruppetti alla spicciolata e poi ancora Viviani parte e stranamente nessuno lo insegue eppure c’era in palio un prestigioso 25esimo posto. Ma al Processo si parla soprattutto della EF che ha chiesto all’UCI la chiusura del Giro, però parlano dell’EF ma mandano le immagini di De Gendt perché anche il belga ha detto di non sentirsi sicuro, ma forse è contrariato più che altro dal fatto di non aver centrato una fuga buona, ma l’età avanza pure per lui. Poi pare che De Gendt si è scusato per le sue affermazioni, ma al processo hanno intervistato il manager della EF, Fabrizio Guidi indimenticato vincitore di qualche cosa e perditore del mondiale 1996, che era imbarazzato e ha praticamente preso le distanze dalla dirigenza suprema, affermando che lui al Giro deve tutto, eppure vi ha vinto 6 tappe meno di Ulissi. Quindi la parola a Vegni che in pochi secondi prima ha detto “Sistema Italia” e poi non contento ha aggiunto “quant’altro” e a quel punto almeno la cartolina dello scrittore parlante me la sono evitata.

Nella foto Thomas De Gendt. E’ uno dei due, non mi chiedete quale.