un traguardo volante

Dicono che 60 anni è un bel traguardo ma ora che l’ho tagliato spero che sia un traguardo volante e si continui per un altro po’, e non vorrei pretendere troppo ma spero che i GPM siano alle spalle. In 60 anni se ne vedono di cose ma, forse l’ho già scritto da qualche parte, sono sempre meno propenso a rimpiangere e mitizzare il passato e non mi è mai piaciuta l’espressione “ai miei tempi”, e questo non per fare il sempregiovane, non sarei credibile e non mi interessa, non ho mai voluto sembrare chissà chi, non mi interessa il parere degli altri né essere accetto in qualche ambiente o giro, ma non rimpiango il passato proprio perché l’ho visto e non è che c’è tanto da rimpiangere, c’erano cose positive e negative più o meno come ora, in qualsiasi  campo. Ad esempio nelle città ora l’inquinamento ambientale te lo dicono le centraline, decenni fa non era necessario perché lo smog si poteva vedere e forse pure toccare, te ne tagliavi un pezzo e lo portavi ad analizzare, negli alimenti c’erano i coloranti e conservanti, c’erano i giradischi su cui i dischi un po’ suonavano e un po’ saltavano, c’erano le siringhe di vetro e metallo, e non le tiro in ballo perché ne abbia fatto grande uso ma perché visti i rimpianti per gli oggetti del passato mi fa ridere pensare a quell’accidente lì. In Italia c’erano scuole impregnate di cultura risorgimentale e subdolamente classiste, e poi c’erano politici presentabili (alcuni), che avevano studiato (alcuni) ma che non hanno creato una cultura della cosa pubblica ma solo quella delle clientele e in più hanno fatto crescere e prosperare la criminalità organizzata. C’erano le ideologie e c’erano i ragazzi che le seguivano o credevano o fingevano, l’importante era acchiappare le ragazze e picchiare i ragazzi delle ideologie di fronte, e in tanti arrivavano a simpatizzare perfino per i terroristi. Oggi ci sono le fake news ma allora c’erano tante bugie su tutti i giornali e in tutti i telegiornali nessuno escluso e anche nei testi di quelle scuole risorgimentali. Poi c’era la cosiddetta cultura, quella in senso stretto, e gli influencer degli scorsi decenni volevano i libri e i film che trattassero di problemi problematici, ma mi pare che i maggiori rimpianti siano per la tivvù, educata ed educativa, o forse solo puritana, poi sono arrivate la pubblicità e le donne nude, e lì i Grandi Autori di Cinema d’Autore si sono ingelositi perché delle donne nude volevano l’esclusiva. C’è un ricordo locale che secondo me può spiegare la fascinazione per la tivvù di una volta. Le trasmissioni sono iniziate nel 1954 e ci sono voluti altri anni perché gli apparecchi si diffondessero nelle case, e credo che fino agli anni 90 ci siano stati un orario di inizio e uno di fine trasmissione, ma negli anni 60 e nei primi 70 si iniziava nel pomeriggio e si finiva di sera, tranne eccezioni, e ricordo il monoscopio e la voce di un’annunciatrice che interrompeva la musica e diceva siamo in attesa di collegarci col Giro d’Italia. Fino ai primi anni 70 in occasione della Fiera della Casa di Napoli trasmettevano, presumo solo in Campania, un film ogni mattina per tutta la durata della fiera, e nonostante fosse giugno ovvero l’inizio delle vacanze e si potesse fare qualsiasi altra cosa ci mettevamo a vedere quel film fosse uno comico con Totò o una storia strappalacrime, perché era una cosa nuova, che non esisteva, la tivvù era una cosa nuova, quella mattutina ancor di più. Ma oggi quando vedo qualche spezzone di vecchi varietà o qualche filmato di Carosello spesso mi chiedo ma davvero? E poi oggi c’è il famigerato internet, dove paradossalmente scrivono tanti del settore rimpiantistica e accusatori di internet medesimo, grazie al quale posso fregarmene dei palinsesti tutti uguali delle reti tivvù. E per l’eventuale futuro sono fiducioso di poter vedere ancora belle corse, non eroiche perché non mi interessa ma solo belle, di poter sentire ancora bella musica e non sarebbe male se a comporla ci riuscissero ogni tanto pure gli uomini, e di poter leggere ancora bei fumetti, forse tra tutti il mezzo che ha più potenziale da esplorare, purché non si limitino a supereroi e biografie, ché vanno molto quelle di personaggi del passato, e il fatto che spesso quei personaggi siano morti tragicamente e misteriosamente vuol dire che forse quei periodi non erano tanto mitici.

Storie intrecciate

Uno è Richard Carapaz che l’anno scorso ha vinto il Giro d’Italia, e in genere chi vince il Giro al giro successivo, nel senso dell’anno dopo, punta al Tour de France. Ma Carapaz viene irretito dai soldi della Ineos, squadra piena di campioni, e almeno per stavolta per lui non c’è spazio al Tour. Poi succede che quei campioni con diritto di precedenza non sono in forma e Carapaz che stava preparando il Giro viene richiamato d’urgenza per il Tour, sacrificando la possibilità di bissare il successo in Italia e correndo in Francia senza preparazione specifica. L’altro è Michal Kwiatkowski, che alcuni in Italia si ostinano a pronunciare Chiattoschi. Le sue vicende ciclistiche si sono intrecciate spesso con quelle dell’amico e rivale Sagan e c’è stato un periodo in cui sembrava essere lui il vero fenomeno vincente, ha vinto per primo il mondiale e ha beffato l’amico a Harelbeke e a Sanremo. Ma prima il polacco e poi lo slovacco sembravano essere già sul viale del tramonto, anche se mitteleuropeo e non hollywoodiano. Sagan in questo Tour, dopo due settimane di tentativi, sembra essersi arreso, mentre Kwiatkowski sembra ritrovato avendo lavorato molto e bene per la causa di capitani smarriti. Lo svolgimento della tappa odierna è stato tale che si sono ritrovati in testa Carapaz e Kwiatkowski sicuri di arrivare al traguardo senza terzi incomodi, Carapaz che ha sacrificato il Giro per la squadra ed è in fuga per il terzo giorno consecutivo e Kwiatkowski che ha rischiato di sacrificare una carriera per fare il supergregario in più edizioni del Tour e oggi forse ha lavorato di più. Ora se Gianni seguisse il ciclismo chiederebbe alla sua amica Susi chi dei due deve vincere e chi deve lasciare la vittoria all’altro, ma anche se Susi avesse la soluzione del quesito non potrebbe comunicarla agli interessati perché non ha la radiolina. E quindi i due tagliano il traguardo abbracciati senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza e soprattutto togliendo le mani dal manubrio per cui potrebbe scattare la squalifica. Al fotofinish vince Kwiatkowski al cui palmarés mancava solo la tappa in un grande giro, cosa che dai tempi della specializzazione non è poi tanto scontata per gli uomini da classiche, vedi Tchmil.

In questa foto i due Ineos sembrano piuttosto due ubriaconi.

Erano due anni che il polacco non vinceva. Invece Andrea Pasqualon non vince da poco più di un anno, ma oggi c’è la Coppa Sabatini, la corsa più adatta a lui che vi ha ottenuto una vittoria e due secondi posti. Ebbene, quei secondi posti sono diventati tre perché la vittoria è andata al giovane neozelandese Smith. Lotte Kopecky invece di vittorie ne ha ottenute ma non ancora nel World Tour, è una giovane pistard che migliora su strada e oggi ha beneficiato di compensazioni strada facendo. Ieri la giovane russa Novolodskaya è caduta quando a pochi km dal traguardo aveva 30 secondi di vantaggio e Marianne Vos avrebbe detto che sarebbe stato difficile raggiungerla. Però oggi sempre sulle strade campane intanto la russa va di nuovo in fuga e di nuovo mostra incertezza nella conduzione della bici, e in seguito dentro l’ultimo km è la Vos ad andare giù, elemento centrale di un domino il cui ultimo definitivo tassello è Annemiek Van Vleuten che si rialza ma dolorante. Ora se al Tour dopo un GPM i ciclisti hanno trovato pure un paio di km di sterrato anch’essi ascendenti, volete che al Giro si facciano problemi a scegliere come rettilineo finale una strada in salita e in pavé nel centro di Maddaloni? No, e infatti vince una ciclista emergente nelle classiche del nord come Lotte Kopecky che prende la scia della moto della RAI, spesso troppo vicina al gruppo se non in mezzo, che le lancia la volata fungendo da keirin, anzi peggio, dato che nel keirin la motorella si sposta molto prima, e la belga vince nettamente. In serata si sperava in un aggiornamento su Van Vleuten dal TGR ma il notiziario folk dà precedenza all’attualità e quindi trasmette un’intervista inutile a un calciatore mentre alla tappa non accenna neanche per sbaglio.

L’arrivo vittorioso di Kopecky e doloroso di Vos Van Vleuten e Spratt.

Le cose cambiano

Il ciclismo è uno sport in cui bisogna essere sempre attenti e concentrati, ma mica solo i ciclisti i direttori sportivi e tutti quelli dell’organizzazione, anche gli spettatori, soprattutto quando ci sono più corse contemporaneamente. Se poi ci si mettono pure i gemelli Yates che vogliono essere protagonisti uno di qua e l’altro di là ci si confonde ancor di più, e in attesa che l’anno prossimo si separino e che uno dei due, forse Adamo ma chi può dirlo, vada a correre nella squadra britannica dove non volevano correre, nell’attesa Yates vince ma Yates va in crisi, sì, ma quale, e allora pure un telecronista può andare nel pallone. Pancani dice che Adam Yates è stato in maglia rosa, poi si corregge, in maglia gialla a questo Tour e Simon invece vince e va in maglia blu alla Tirreno-Adriatico, ma a complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che in  Italia ci sono un paio di squadre con la divisa blu, poi al Giro ce ne sarà una con la divisa rosa che è la squadra di quello che ha vinto al Tour dove c’è una squadra con la divisa gialla che è proprio quella della maglia gialla, non so se mi sono spiegato. A parte questo ieri c’erano due tappe dure e sono state spettacolari, in Italia Woods è subito crollato, Hamilton si è ridimensionato, gli Astani come volevasi dimostrare non potevano mantenere la forma di agosto e Gerainthomas migliora e avanza cazzimmoso ma il Giro non si potrà vincere di sola cazzimma. Al Tour invece c’è il finale thrilling, quei sentimentaloni della RAI dicono che la Bora meriterebbe di vincere una tappa per quanto ha lavorato fin qui e Schachmann  ci va vicino, ma al suo inseguimento si lancia Martinez che si ricorda di aver vinto il Delfinato non molto tempo fa e si avvicina portandosi dietro Kamna che non gli dà un cambio perché compagno della testa della corsa, e allora sembra un giallo in cui vedi avanzare la vittima sapendo che l’assassino lo pugnalerà alle spalle, quando il colombiano raggiungerà il tedesco l’altro tedesco scatterà fresco e riposato e lo staccherà, ma in una tappa del genere su un muro finale del genere di fresco e riposato non c’è nessuno e il giovane ma accortissimo Martinez vince lo stesso. Dietro tra i big gli sloveni staccano tutti gli altri colombiani, cioè quelli di classifica, qualcuno dei quali avrebbe proposto un’alleanza per battere gli sloveni ma è una parola, mentre infine i francesi crollano ed escono dalla top ten. E i commentatori italiani maligni dicono che il Tour era stato disegnato per i francesi. Gli stessi commentatori, viceversa, benignano quando il Giro viene disegnato per gli italiani o le italiane, come dicono che sarebbe successo per il Giro Donne appena partito con una cronosquadre vinta dalla Trek e prima maglia rosa appunto a Elisa Longo Borghini 12 anni dopo la Luperini, e però sarà comunque dura contro le ex olandesi. E’ un Giro senza salite alpine perché diversamente dal solito va verso il centro sud, le cose cambiano, dopo il coronavirus il centro sud sembra diventato più ricettivo, mentre al nord ci sono segnali contrastanti perché si sono offerti per ospitare il mondiale ma hanno rinunciato volentieri a manifestazioni meno visibili come gli europei su strada e gli europei under 23 su pista, gli piace vincere, pardon, organizzare facile. Che poi qualcosa al sud stia cambiando lo dimostra un episodio accaduto ieri. Nel paese natale di Totò Commesso un ex vicepremier è stato contestato e ha replicato che lì il problema non è la Lega ma la camorra, eppure sembra ieri che l’ex vice era anche ministro degli interni e il problema non era la camorra ma le ONG, vedi come cambiano le cose.

Il nero sfina ma il rosa è un’altra cosa.

La Zeriba Suonata – se lo dice lei

In una scena di Dimentica il mio nome di Zerocalcare il personaggio di Secco vede una foto della nonna di Zero e gli dice che era una MILF, poi avendo l’impressione che Zero sia rimasto stranito, precisa che su youporn è un complimento, e certo quella non è un’espressione che avrebbero usato Dante Guido & Lapo quando ragionavan d’amore, ma poi vai a sapere questi poeti stilnovisti cosa erano capaci di dire davvero quando erano tra soli uomini. Però se è una donna a definirsi tale nulla da eccepire, ed è quello che ha fatto Viv Albertine in una canzone del suo unico album solista The Vermilion Border, pubblicato nel 2012 cioè molto tempo dopo la fine della breve e scatenata vicenda artistica delle Slits di cui era la chitarrista, al termine della quale si dedicò alla regia soprattutto televisiva.

Confessions of a Milf

Questo un rocketto esangue, niente a che vedere con le Slits che riuscivano a rendere divertente anche un genere generalmente palloso come il reggae. Viv sta pubblicando le sue memorie e tenendo conto che a leggere il sottotitolo del primo libro esse vertono soprattutto su clothes music e boys e ricordando quanto erano scapestrate le ragazze non c’è da meravigliarsi che abbia usato questa definizione, presumibilmente anche con autoironia, ma la canzone è soprattutto contro il matrimonio. La storia delle Slits si intrecciò con quella delle Raincoats e con quella del Pop Group e nella formazione schierarono come corista e ballerina la giovane Neneh Cherry. Oggi un gruppo che deve qualcosa alle Slits sono le Warpaint ed ecco che in un altro brano del disco solista di Viv Albertine a suonare il basso c’è proprio la prezzemolina Jenny Lee Lindberg.

The Madness Of Cloud

Viva Viv!

 

Tre giorni a Nizza

Dopo la La Course mi auguravo che almeno qualche tappa del Tour fosse altrettanto spettacolare, e immagino che già la prima sarà piaciuta agli appassionati di tivvù miserabile tipo Paperissima, ma a quelli appassionati di ciclismo penso di no. In genere all’inizio del Tour ci sono sempre molte cadute e quest’anno gli organizzatori per ovviare avranno pensato di lasciar perdere quei lunghi e ampi stradoni con le rotonde dove si cade facilmente e hanno preferito le strade strette in salita e soprattutto in discesa attorno a Nizza. Poi al contrario degli europei le donne hanno trovato il sole e gli uomini la pioggia, col risultato che cade mezzo gruppo ma non tutto insieme, a puntate. Così, vista la pericolosità del percorso, gli attuali sceriffi, alcuni autorevoli come il vecchio Toni Martin altri poco credibili come Aru, invitano il peloton a non belligerare. Però dopo qualche km tre Astani aumentano l’andatura e l’assurdo è che uno di loro è Lopez che ancora non ha imparato ad andare in bici senza le rotelle laterali e infatti va a incocciare contro un cartello. Insomma non succede niente fin quando il gruppo non torna sul piano a poco più di 20 km dall’arrivo, e a quel punto cosa ti fa la RAI per tenere desta l’attenzione e alta la tensione? Proprio quando la corsa si anima staccano e si collegano con una Casa di Riposo chiamata Studio dove Orlando-Conti-Ballan parlano tanto per parlare. Però i vecchi in declino non sono loro ma il norvegese Alexander Kristoff che, da quando è ritenuto tale, almeno dai commentatori italiani, ha vinto l’Europeo, l’argento mondiale, la tappa di Parigi al Tour, la Gent-Wevelgem, qualche GP di Francoforte e vince anche questa prima tappa cui sono abbinate le maglie gialla e verde. Questo Tour non è funestato solo dalle cadute ma anche, per gli spettatori italiani, dalla presenza dello scrittore parlante molto apprezzato da Bulbarelli e chissà se gli altri dello staff condividono o sopportano, ma diciamo che il Direttore ha messo su una squadra che è un mezzo disastro. E allora, dato che la corsa si trattiene a Nizza, lo scrittore si impegna a dire quattro cavolate su Garibaldi, e se era solo per questo bastava un qualsiasi redattore di una rivista di enigmistica di quelle che pubblicano curiosità e notiziole dal mondo, e sull’argomento la cosa più sensata la dice Pancani per il quale Garibaldi sarebbe più popolare presso i ragazzi se non venisse studiato a scuola: ecco uno che ha capito gli effetti nocivi di questa nociva istituzione che al governo si sono incaponiti a voler riaprire a tutti i costi. Tornando alla corsa, la seconda tappa parte e arriva a Nizza ma il percorso è più impegnativo, però c’è il sole e siamo vicini alla riviera ligure per cui ne viene fuori una specie di Sanremo con la fuga di giornata ripresa verso la fine, poca battaglia e nel finale, quando il Col d’Eze dimezzato sembra il Poggio, parte proprio Alaphilippe, portandosi dietro Hirschi e poi il gemello Adam, e in caso di sprint è il favorito sia perché è più veloce sia perché gli è morto il padre due mesi fa e si sa che i  ciclisti quando vincono hanno sempre un parente più o meno prossimo da ricordare e viceversa. E insomma tocca ad Alaphilippe tirare, tocca a lui lanciare la volata controvento quando il gruppo si avvicina, tocca a lui vincere lo stesso e ricordare il padre, mentre a Van Avermaet primo del gruppo tocca il rimpianto per l’occasione persa. E al terzo giorno finalmente si lascia Nizza ma il copione è lo stesso: fuga, ricongiungimento, volata. Lo scrittore dopo Garibaldi ci parla di Napoleone e l’impressione è che Pancani già non lo sopporti più, di certo non gradisce la sua aneddotica macabra, per il momento si limita a prendere in giro lo sgradito compagno di viaggio ma se tutto va bene uno di questi giorni l’abbandoneranno per strada. Ma in generale cronisti e commentatori RAI, anche quelli impegnati per altre corse, tendono a parlare un po’ troppo dei fatti loro credendo che interessino tutti, e in ogni caso non è un buon servizio allo spettacolo, ancorché poco spettacolare, che trasmettono, e nella terza tappa neanche un numerino come quello di Alaphilippe il giorno prima, parte la volata, Caleb Ewan rimane intruppato e Sam Bennett sembra staccare gli avversari ma da chissà dove rispunta Calebino che fa lo slalom tra gli avversari e senza scorrettezze, semmai è lui a rischiare di finire sulle transenne, si infila in ogni buco forse agevolato dalla piccola statura e vince nettamente e quasi non ci si crede, ma dovete crederci, credete a me che ho sempre creduto in Ewan.

Totò spiega la volata di Ewan.

Quel fulmine di Dick

Dick Fulmine potrebbe sembrare il nome di un protagonista di film porno e invece è un personaggio dei fumetti ritenuto il primo supereroe italiano. Creato durante il fascismo il personaggio è sopravvissuto nel dopoguerra riciclandosi come tanti italiani in carne e ossa. Non aveva poteri particolari, solo una forza erculea naturale che non gli derivava da nessun evento particolare come accadeva con i colleghi americani, insomma non era caduto in un crogiolo dove si fondeva l’oro donato alla patria o altre cose del genere. Io ne ho letto una sola storia che in una lunga vicenda editoriale non è un campione significativo, insomma non è sufficiente a farsi un’idea del personaggio o del suo linguaggio. Nel volumone Gli scorpioni del deserto. Uomini e guerra, realizzato per l’edicola da Panini e quotidiani vari e quasi interamente dedicato a Hugo Pratt, c’è la storia intitolata L’S.79 di Dick Fulmine pubblicata nel 1940, in cui il nostro eroe in poche pagine prima si batte contro gli inglesi che indossano il pratico gonnellino scozzese e poi contro i famosi negri che fanno torture etniche. E’ interessante passare in rassegna le esclamazioni che l’eroico e virile personaggio non riesce a trattenere nei momenti salienti della vicenda perché quando ci vuole ci vuole: Accipicchia, Perbaccone, Porca l’oca, Perdiana, Perdiancina (dev’essere un diminutivo di Perdiana). Ma il finale riserva la classica delusione cocente (del resto la storia si svolge sotto il sole africano): Dick e un suo amico vengono salvati da una pattuglia di connazionali che vedendoli malridotti gli chiedono se hanno bisogno di qualcosa dall’infermeria, e Dick risponde che hanno bisogno solo di pollo e birra, ma allora che ne dobbiamo fare di tutti gli energetici bocconi simultaneisti e cangianti cucinati secondo le ricette di Filippo Tommaso e che sono avanzati, li dobbiamo buttare?!

La Zeriba Suonata – un gran bel Lato B

Da decenni si dice che l’industria  musicale è in crisi e dato che qualche tempo fa il vinile sembrava completamente scomparso soppiantato dai cd che hanno un solo lato o da altri formati che non hanno neanche quello,  non serviva a nessuno il termine “lato b” con cui si definivano soprattutto i brani sul retro di un singolo, a volte riempitivi o versioni strumentali del primo ma a volte canzoni anche migliori. E allora di quel termine si appropriò la sempre fiorente industria dell’ipocrisia borghese e fu utilizzato durante un concorso di bellezza, una manifestazione di cattivo gusto in cui evidentemente un qualche senso di colpa o di imbarazzo sotto sotto c’è tra organizzatori e giurati, e qualcuno lo usò perché forse sembrava volgare dire “culo” o puritano dire “sedere”, un’ipocrisia non molto lontana da quella più intellettuale per cui se l’attrice di un film mostra il lato b facendo la doccia nuda il film è volgare e scadente, e non dico che spesso non sia così, ma se l’attrice viene sodomizzata o impugna due lati a maschili contemporaneamente il film è l’Opera di un Grande Autore Artista lui e tutta la sua razza. Comunque ci sono dei lati b che sono passati alla storia della musica e poi ci sono dei brani il cui unico difetto è che i loro autori ne hanno scritti tanti altri tutti belli. Prendiamo Limelight degli XTC: non entrò nella versione ufficiale del capolavoro Drums And Wires, ma fu inserito in un singolo allegato ad alcune versioni dell’album e anche lì era sul lato b, e solo in seguito è stato inserito come bonus nella versione cd. Eppure secondo me i gruppi brit-pop degli anni 90 o peggio ancora degli anni zero avrebbero dovuto coalizzarsi per comporre una canzone così.

Limelight

Il Ritorno della Memoria

Mi era già successo in passato ma ora nel giro di pochi giorni prima con l’attrice Olivia De Havilland poi con il chitarrista Peter Green e oggi con il giornalista Sergio Zavoli è successo che la televisione ne ha annunciato la morte e io mi sono chiesto: Ma era ancora vivo? E allora ho pensato che quando si ricordano disgrazie varie e qualcuno dice con tono ammonitorio che si rischia di perderne la memoria mi sa che ce l’hanno proprio con me.