La Zeriba Suonata – Il glam prima del glam

Gli storici e i critici si divertono per i vari generi musicali a trovare i precursori se non a retrodatarne la nascita. Il punk sarebbe nato nel 1977 anzi nel 1976? Ma no, già nei primi 70, anzi nei 60, anzi c’era qualcuno già tra nel primo rock’n’roll degli anni 50. E il rap e il metal e il jazz, e il rock’n’roll tout court, tutto è iniziato prima di quello che credevate. Pure il glam: pensavate fosse una faccenda dei dudes inglesi dei primi 70? E invece no, perché già nei 50 c’era Little Richard eccessivo truccatissimo e sessualmente ambiguo. E forse una sua canzona era l’ideale per il film The Girl Can’t Help It (in italiano Gangster cerca moglie) con Jayne Mansfield, anche lei a suo modo eccessiva tanto da essere la parodia di sé stessa, quasi un cartone animato vivente. Ma il bello è che Little Richard diceva di essersi ispirato a un paio di musicisti più vecchi e quasi sconosciuti, però così non si finisce più.

The Girl Can’t Help It

Il ritorno di Riccioli d’Oro

Mettiamo un attimo da parte le tristezze della versione provinciale delle Olimpiadi proposta dalla RAI perché lontano dagli occhi degli spettatori italiani c’è stata un’esplosione di allegria e vitalità. E’ successo che Eva Lechner, più volte argentata o bronzea ma dorata solo nelle staffette, ha avuto anche lei una giornata “no” nella mtb olimpica e con le tre degli uomini è poker, la compagnia di Celestino ha fatto en plein, e ora il buon Mirko sta già mandando il suo curriculum in giro perché vede a rischio il suo posto da cittì, ma se Eva si trovasse per sbaglio a leggere questo blog le ripeto quello che ho scritto pure in passato: ora che si è tolta il pensiero delle Olimpiadi passi alla marathon e l’oro arriverà. Ma non è questo che volevo dire, è che il risultato negativo dell’altoatesina ha comportato che dopo una veloce finestrella di Stefano Rizzato la RAI non ha più spiato la gara. E il buon Rizzato ha fatto in tempo a mitragliare la prospettiva di un risultato storico che si sarebbe poi concretizzato: un podio occupato interamente da una sola nazione, che alcuni amanti delle statistiche dicono sia un fatto mai accaduto in nessuna specialità del ciclismo nelle Olimpiadi “moderne”, ma possiamo dire con certezza quasi assoluta che ciò vale per tutte le Olimpiadi, perché non si sono mai trovate, su ceramiche o affreschi antichi, delle raffigurazioni di gare ciclistiche, tranne che su una borraccia in terracotta esposta sul balcone di casa De Luca ma la cui datazione resta molto dubbia, né gli storici hanno mai raccontato di simili gare nei giochi olimpici, sappiamo solo dell’avversione di Leonida per gli antichi ciclisti che lui usava buttare giù dalla Rupe Sormana. Tornando all’oggi, cioè l’oggi di ieri, le favorite erano le francesine, la relativamente vecchia Paolina, che le olimpiadi proprio non le vuole vincere ma in famiglia di ori olimpici ne hanno già due più varie maglie iridate e altra chincaglieria che non sanno più dove mettere, e la giovane Loana Lecomte che ha dominato la stagione e come spesso accade ha mancato l’appuntamento più importante. Addirittura nel finale le francesi sono state superate anche dall’ungherese Blanka Kata Vas, astro nascente di varie specialità, più che un semplice “cambio di vocale”. L’argento e il bronzo sono andati a Sina Frei e Linda Indergand che, soprattutto la prima, sono ancora giovani e possono riprovarci, sempre se in futuro esisterà ancora questa curiosa e pesante manifestazione, ma l’oro è andato a Jolanda Neff che non pensavo fosse più capace di un risultato del genere, perché mentre le giovani avanzavano lei continuava a infortunarsi, anche poche settimane fa. Finora Neff aveva vinto soltanto un mondiale “normale” e uno marathon, una Coppa del Mondo, 3 campionati europei e la prima edizione dei Giochi Europei, oltre a gare internazionali anche nel ciclocross e su strada riuscendo anche a essere campionessa svizzera in tutte e tre le specialità contemporaneamente. Ma non avevo pensato allo strano rapporto che c’è tra me e lei a sua insaputa: quando non posso vedere la gara lei vince, nei rari casi in cui la RAI trasmette un campionato internazionale di mtb vince un’altra, e oggi la RAI ha preferito tutt’altro, tra cui la canoa slalom, commentata da un sempre più eclettico Bragagna, che per contro è quello meno in linea con lo sciovinismo televisivo, e disputata in una specie di grande piscina, perché non credo che in Giappone ci siano i fiumi con i marciapiedi, ma allora dov’è finita tutta la natura che si vede nei film dello Studio Ghibli? Tornando a Jolanda, la Neff è una fracassona, a volte è un pericolo per sé e per le altre, e anche ieri ha rischiato di cadere nello stesso punto dove era cascato Van Der Poel, e ha dato la colpa dell’accaduto a una manovra “stupida” della Ferrand-Prévot che a sua volta ha criticato la svizzerotta per un sorpasso velocissimo che l’avrebbe fatta cadere, ma viste le immagini quest’ultima non si direbbe una scorrettezza, semmai un’azzardo e la francese sembra cadere per paura o per lo spostamento d’aria. Comunque sembra che tutti i suiveurs neutrali siano contenti di questa vittoria, e in questo non pesano solo quei gravi infortuni, tra cui una caduta in discesa, lei fidanzata con uno che fa downhill, che le ha fatto perdere la funzionalità della milza, ma anche i suoi extra, soprattutto i video in cui trasmette la sua passione per la mtb o la serie autobiografica intitolata “Jolandaland”, per non parlare dello spot, fracassone anch’esso e realizzato per la sua bici, in cui interpretò Riccioli d’Oro mostrando doti di recitazione superiori anche a quelle di Thomas Voeckler.

Il sorpasso di Jolanda e la caduta di Paolina.

Matematica e Fisica

I conti non tornano, l’UCI ha voluto per le donne il professionismo, stipendi decenti, pari numero di gare nei campionati internazionali, dirette tv per le gare World Tour, ma alle Olimpiadi le cicliste ammesse alla prova su strada sono la metà degli uomini, neanche una 70ina, un numero ridicolo. Forse in questo caso la colpa è del CIO ma l’UCI ha ancora molto da lavorare, per esempio pochi giorni fa in una maratona in mtb con partenza di massa totale, uomini e donne agonisti e amatori tutti insieme, la veterana Stropparo è stata penalizzata per aver sfruttato la scia non di una jeep o di una moto ma di ciclisti uomini, e questo secondo le regole dell’UCI. E il numero ridotto di partecipanti ha influito sull’esito sorprendente della prova olimpica perché il massimo di partenti per le nazioni più forti era di 4 per le donne e 5 per gli uomini, e l’ex Olanda quelle 4 le aveva giuste giuste: Van Der Breggen Van Vleuten e Vos, cioè le tre più forti degli ultimi anni, e la molto emergente ormai emersa Demi Vollering, per cui ci si poteva chiedere chi sarebbe stata la prima a partire per anticipare più le compagne che le avversarie e vincere in solitaria, come nelle ultime edizioni dei mondiali, ma anche, per contro, se ci fosse stato bisogno, chi si sarebbe sacrificata a tirare in favore delle altre. E sarebbe bastata una sola atleta in più, che per quanto titolata fosse appena appena meno forte, Brand o Blaak, che all’occorrenza si fosse presa l’onere di tenere l’andatura decente che oggi il gruppo non ha mantenuto per ore. La fuga è partita subito ma non tutte quelle davanti erano avventuriere perché c’erano due professioniste come Anna Plichta e Omer Shapira da non sottovalutare, ma ovviamente tutto il gruppo guardava le arancioni come ieri i colleghi guardavano i fenomeni, ma quelle niente, neanche un aiuto extra da compagne di club come Moolman che aveva una connazionale davanti, e la fuga ha dilagato. Il punto è che, tra una mezza tirata un mezzo attacco e alla fine una tardiva reazione soprattutto della squadra favorita, le attaccanti sono state prese tutte, tranne una, relativamente sconosciuta ma con una storia particolare: l’austriaca Anna Kiesenhofer. La ragazza in questione ha già 30 anni ed è una specie di incrocio tra Vittoria Bussi e Annemiek Van Vleuten. Della seconda ha la capacità di allenarsi da sola, pure troppo avendo avuto in passato un problema di overtraining, della prima il fatto di essersi “distratta” per studiare matematica, anche qui esagerando perché dopo la crisi per sovrallenamento ha preso anche un master e un dottorato, ma è forte a crono e ha vinto anche una corsa sul Mont Ventoux per cui è brava a correre in apnea, e infine, sempre come la Vittoria, non è molto brava a correre in gruppo. E forse per questo non ci ha pensato due volte ed è andata in fuga, e ha resistito cogliendo una vittoria che comunque dovrà essere ricordata anche come grande prestazione atletica, che potrebbe farle trovare di nuovo un posto in un team di prima fascia (alla Lotto Soudal la tennero solo un anno). Dietro Annemiek Van Vleuten, all’ennesimo tentativo, è riuscita a prendere il largo, ma per uno strano fenomeno fisico quando parte la Van Vleuten segue Elisa Longo Borghini, deve essere un fatto di magnetismo. Van Vleuten ha festeggiato come se avesse vinto, ma pare che in questa corsa senza radioline anche le informazioni scarseggiavano, però c’è da dire che Annemiek sembra cambiata da quando ha lasciato la sua saggia capitana Vos per mettersi in proprio e oggi non è più quella che scatenava i balletti sul palco ma una tipa che si allena pure troppo, pubblica tutti i suoi dati sui social, è arrivata a mettere i rulli in sauna per simulare il caldo umido del Giappone, eppure oggi non c’era uno straccio di app o di social che l’avvisasse che davanti c’era ancora la Kiesenhofer. Di fronte alle sue prestazioni mostruose spesso la chiamavano l’aliena ma a volte sembra alienata, e forse Marta Bastianelli non aveva tutti i torti quando fece un commento cattivo su di lei dopo il mondiale del 2019. Intanto questi Paesi Bassi che contano ancora sulle vecchiette dovrebbero cercare, semmai proprio tra queste, un nuovo commissario tecnico perché le tattiche di Loes Gunnewijk sono sempre incomprensibili a volerne dire bene. Ma forse anche in Italia si dovrebbe fare qualche cambio, anche se è arrivato l’ennesimo bronzo di Longo Borghini (2 olimpici, 2 mondiali, uno europeo più un argento sempre europeo), la quale all’arrivo ha fatto un gesto a dire che ha ottenuto questa medaglia col cuore, sarà, secondo me è che stavolta ha corso con giudizio e anche cinismo, ma sia la valutazione del percorso che le scelte fatte lasciano perplessi. Il percorso era duro e non si addiceva a Marta Bastianelli e in più Soraya Paladin non era in giornata, come le capita spesso quando corre in nazionale, l’esatto opposto di Tatiana Guderzo che invece si trasforma e stava anche andando fortissimo ma le è stata negata la soddisfazione della quinta olimpiade, che invece si è presa la tedesca Trixie Worrack. Ma in fondo le due cicliste con qualche tirata hanno contribuito a non far dilagare ulteriormente lo svantaggio e quindi al bronzo di ELB, e infatti dopo la gara erano contente, e significativo è anche il fatto che la meno soddisfatta di sé stessa era Marta Cavalli nonostante un ottavo posto in cotanto contesto, ma lei è una “tosta”. Salvoldi ha dalla sua le tante medaglie vinte, ma a volte con cicliste diverse da quelle per le quali si era corso (Ratto 2013 e Guderzo 2018), e poi comunque il fatto che lui faccia il lavoro che tra gli uomini fanno almeno 4 colleghi è un altro indice di quanto poco sia curato nella sostanza il settore femminile, e come diceva Totò (non Commesso), e come potrebbe confermare la Dottoressa in Matematica Anna Kiesenhofer, è la somma che fa il totale.

E poi dicono il Paese dello stile e della bellezza: Elisa Longo Borghini, dopo aver corso con una divisa opportunamente bianca, è stata costretta ad andare sul palco con questa tenuta da pizzaiola.

La Polizia indaga, la Slovenia si incazza

Ci sono ciclisti bravi a infilarsi nelle fughe e altri bravi a infilarsi nelle cadute: Gerainthomas fa parte della seconda categoria e anche oggi ci sono state due cadute e lui era presente in entrambe, dovrebbero segargli la bicicletta. Nonostante fossero caduti molti corridori qualcuno pensava ad andare forte e allora a calmare gli animi è intervenuto Pogacar in persona, che nonostante sia giovanissimo già svolge il ruolo di sceriffo, un tutore dell’ordine al di sotto delle parti perché tra i caduti c’erano alcuni suoi compagni tra cui Majka gregario preziosissimo in salita. Della prima categoria fa parte Mohoric che quando va in fuga non evapora come Perichon e Perez ma è pericoloso, e infatti oggi a 25 km dall’arrivo è partito per la seconda vittoria di tappa. Prima della partenza Mohoric, riferendosi alla perquisizione dell’altro giorno, al contrario di Colbrelli ha detto che sono stati trattati come criminali e che gli hanno sequestrato i telefonini su cui hanno foto e indirizzi privati e che gli permettevano di essere in contatto con la famiglia, ma poi sul traguardo si è sfogato non solo con il dito davanti alla bocca ma anche mimando il gesto di chiudere una cerniera davanti alla bocca medesima, come non solo a voler zittire gelosoni e sospettoni ma anche a insinuare che essi siano dediti a pratiche sadomaso. Ma visto l’andamento della tappa ci sarebbe bisogno di un’altra indagine, stavolta per capire come è possibile che quelli della Trek erano in tre nella fuga e il migliore si è piazzato sesto.

Lo Sceriffo Pogacar all’inseguimento dello sconclusionato fuggiasco Skujins.

Eternità provvisoria

Al Tour ci sono state due giornate importanti, ieri c’era il tappone pirenaico nel giorno della festa nazionale e oggi c’è stato il tappino pirenaico, una breve frazione con un Tourmalet innocuo anche perché piazzato lontano dall’arrivo, nel giorno in cui ci sono stati due eventi che ormai fanno parte della tradizione di questa corsa: la visita di Monsieur Le Président, ma non Lappartient, quell’altro, il marito di Brigitte, e poi l’altrettanto tradizionale blitz della gendarmeria. Una 50ina di agenti sono andati nell’albergo dove c’erano Movistar e Bahrain, agli spagnoli non li hanno proprio pensati perché già stanno facendo il loro peggior Tour di sempre e non era il caso di infierire, e allora sono andati da quegli altri e hanno prelevato files con i dati degli allenamenti e hanno fatto l’esame del capello ai ciclisti che pare sia il più efficace per scoprire il doping, non so se serve pure a scovare il covid . Colbrelli ha parlato di gelosia da parte di qualcuno, e pare che il team manager di un’altra squadra ha avanzato sospetti sui risultati di Teuns e dello stesso Colbrelli, eppure Teuns ha vinto una tappa e non è una novità perché aveva già vinto nel 2019, chiedere a Ciccone, e Colbrelli non ha vinto niente e pure questa non è una novità. Beppe Conti ha guadagnato improvvisamente 100 punti dicendo che i gendarmi non vanno al Roland Garros, e basterebbe ricordare che dell’Operacion Puerto di 15 anni fa si seppero i nomi dei ciclisti e non dei tennisti e dei calciatori coinvolti. Però Conti ha aggiunto che i francesi sono sospettosi perché i loro non vincono niente, da cui si dovrebbe dedurre che gli altri si dopano, e a quel punto Giada Borgato ha ricordato che l’anno scorso toccò all’Arkea, senza accorgersi che ha fatto crollare il castello accusatorio di Conti perché si tratta di una squadra francese. Colbrelli ha detto che i gendarmi hanno agito con gentilezza, la stessa gentilezza e lo stesso tatto che ha avuto De Luca nel dire che il doping riguardava i ciclisti di 20 anni fa avendo al suo fianco Garzelli che in quel periodo correva, per di più senza capelli come pure il suo amico famoso. In effetti i ciclisti oggi sono molto controllati, così si dice, e a quelli istituzionali si aggiungono i controlli interni delle squadre finalizzati soprattutto a evitare figure di m**** come quella di iscrivere 8 ciclisti al Giro e partire in 6, storia di pochi anni fa. E anche l’Alpecin ha voluto avviare un’indagine interna con il test del capello per verificare se i suoi ciclisti usano davvero lo shampoo magico e scongiurare che preferiscano quello della concorrenza. La tappina si è poi risolta in volatina tra pochi eletti, condizionata forse dalla nascente rivalità tra Carapaz e Pogacar, con quest’ultimo che ieri si era arrabbiato perché l’ecuadoriano avrebbe finto di essere in crisi e non l’ha proprio mandata giù, si vede che il ragazzo è più inesperto di quello che sembra, e poi l’altroieri ha detto di venire da una buona famiglia e non si sa che cosa voleva intendere ma potrebbe non voler avere niente a che fare con questo plebeo ex aspirante muratore, sta di fatto che nel dubbio ha voluto vincere pure oggi e, anche se i jumbi si sono congratulati di nuovo con lui, qualcosa mi dice che da ora in poi Pogacar farebbe bene a cercare di non cadere o forare, potrebbe fare la fine del connazionale Roglic. Oggi sei un semi-dio ma domani chissà, nel ciclismo anche l’eternità è provvisoria, un concetto che ha espresso bene il commissario Saligari dalla contemporaneo Settimana Italiana, che non è un film degli anni 80 con Jerry Calà ma una corsa a tappe in Sardegna. Infatti, parlando del rapporto di Sagan con la Bora, Saligari ha detto: “Il suo posto in squadra ce l’ha e per il momento ce l’ha per sempre.”


Poiché gli organizzatori del Tour hanno bloccato i video del canale youtube dell’ex ciclista Bas Tietema per uso illegale delle immagini, la Zeriba Illustrata si cautela limitandosi a pubblicare solo un disegnino di Pogacar, come fanno in America per i processi.

La Zeriba Suonata – il famoso zampognaro

La prima volta che vidi una foto di Paddy Moloney pensai che somigliava a Carlo Delle Piane il quale, dopo aver interpretato più volte il personaggio di Pecorino, proprio in quegli anni 80 iniziava a essere apprezzato anche dai critici che ne capiscono, e questo soprattutto grazie ai film di Pupi Avati che per il casting non è mai andato tanto per il sottile, o forse si proponeva il nobile intento di recuperare attori non sempre dotati, perché vanno bene Delle Piane e Abatantuono ma altri meglio che sorvoliamo e torniamo alla musica. Paddy Moloney è forse lo zampognaro più famoso del mondo, insomma tra i suonatori di quel tipo di strumenti che chiamano aerofoni a sacco d’aria, e quelli irlandesi si chiamano uilleann pipes e non si suonano con la bocca. Moloney ha fondato i Chieftains, storico gruppo attivo dagli anni 60 che avvicinava il folk più alla classica che ad altri generi musicali, e ha collaborato, con il gruppo o anche da solo, con altri musicisti comprese rockstar viziate. Tra le altre curiosità, i Chieftains parteciparono alla colonna sonora di Barry Lindon e nel 1988 incisero Irish Heartbeat insieme a Van Morrison, il famoso orso irlandese che per l’occasione si presume abbia rivolto loro la parola.

The Chieftains – The Donegal Set

The Chieftains & Van Morrison – Marie’s Wedding

The Chieftains & Roger Daltrey – Behind Blue Eyes

La Zeriba Suonata – Sarò breve e altrettanto spero di voi

Vi avevo proposto Jorja Smith qualche tempo fa quando ancora non era uscito il suo secondo disco e diciamo che ce ne ha messo di tempo per farlo, ma quando l’ho comprato e ascoltato è finito subito, sono 8 brani per 25 minuti, e ho scoperto che in realtà non sarebbe il suo secondo album, perché discogs lo classifica tra gli EP, ma va bene, io sono per le cose brevi. Qualcuno potrebbe obiettare che la brevità caratterizza le cose dei giovani con cui io non c’entro, ma come la mettiamo con le serie? E poi, a parte il fatto che non sono coetaneo di Dostoevsky, proprio perché a un certo punto ci si rende conto che il tempo non è illimitato, come invece può sembrare quando si è giovani, si devono cercare le cose brevi: EP, racconti, cortometraggi, e infatti non so se oggi andrei a vedere un film come C’era una volta in America. E in più, per lo specifico della musica, ma qui mi ripeto, dopo la stagione dei cd che duravano 70/80 minuti e spesso con brani riempitivi, cose di una ventina d’anni fa, ho apprezzato ancor di più i dischi che duravano la metà. E poi non conta la quantità ma la qualità, e in Be Right Back ce n’è eccome, soul r’n’b elegante con spezzatino di chitarre eteree o new wave. Ma ora, per restare fedele al proposito di essere breve, chiudo e devo dire che sono soddisfatto, non per quello che ho scritto, ma per essere riuscito nella non facile impresa di parlare di Jorja Smith senza fare il benché minimo cenno alla sua straripante bellezza.

Addicted live

Frasi dimenticate – La straziante Bellezza

Questa volta la dimenticanza è meno grave, perché la frase di oggi, una frase senza verbi, più che altro un’esclamazione, ricordo benissimo di averla sentita in televisione in chiusura di qualche trasmissione, e l’unica cosa che non ricordo è se si trattava dell’episodio Che cosa sono le nuvole del regista cattolico Pier Paolo Pasolini o di un documentario di National Geographic. Però il primo aggettivo nella frase mi fa pensare che si trattasse della seconda.

Lui neanche ci doveva venire

Al Tour ci sono state tante cadute e purtroppo anche tante teorie sulle cadute. Gli ex ciclisti, compresa Giada Borgato, si lamentano che i giovani d’oggi in gruppo non hanno rispetto e che era meglio 15 anni fa. Mah, a me pare di ricordare che 15 anni fa c’erano i vecchi che si lamentavano dei giovani che in gruppo non avevano rispetto e che era meglio quando loro avevano iniziato a correre ed erano dei giovani, che però a questo punto viene il sospetto che non avessero rispetto per i vecchi. Bugno invece sembra che seguendo la pista etnica abbia trovato dei colpevoli, e non si tratta di Toni Martin ma degli australiani, mentre decenni fa erano gli statunitensi, e buon per gli eritrei che sono sempre pochi in gruppo perché come capro espiatorio andrebbero bene. Il problema è che la gente dà ascolto a Garzelli, che oggi era rilassato perché Schelling non è andato in fuga, ma il bello (si fa per dire) è che, con il ritorno a casa di alcuni capitani, cambiano gli obiettivi delle squadre e la Bahrain, che ha perso Jack Haig che poteva puntare anche a un 11esimo posto in classifica, ora dovrebbe mirare alla maglia verde con Colbrelli, e allora Garzelli tomo tomo auspica che Sonny vada in fuga anche nelle tappe difficili per prendere punti ai traguardi volanti, cioè dovrebbe fare proprio come Schelling per i GPM, solo che quando lo fa l’olandese a Garzelli gli viene il nervoso come all’Ispettore Capo Dreyfus quando sentiva nominare l’Ispettore Clouseau della Sûreté. Però oggi i corridori in gruppo si sono rispettati, pure troppo: “Oh Maglia Verde, ha perso la ruota del suo compagno? Prego, si infili qui allo scopo di usufruirne della scia e non prendere aria in faccia” “Grazie, molto gentile”, e non si preoccupavano del fatto che davanti, oltre a Périchon che è sempre il solito e va in fuga ma non arriva mai, c’era il giovane Van Moer che è pericoloso soprattutto se non lo mandano fuori strada, e infatti con grande sforzo l’hanno ripreso a 200 metri dal traguardo, e così la volata l’ha vinta Mark Cavendish, che dopo i risultati delle scorse settimane non è in fondo una sorpresa ma all’inizio dell’anno nessuno l’avrebbe detto. Cavendish non riusciva più a vincere, neanche con Ubuntu, e non trovava più squadra, si era fatta avanti solo una continental. Poi all’improvviso l’annuncio dell’ingaggio da parte di una delle squadre più vincenti, la Deceuninx, che tra l’altro aveva già attaccato il cartello con la scritta “Personale al completo”, anche se Evenepoel e Jakobsen erano in malattia. E a quel punto tutti a elogiare la bontà d’animo del vecchio patròn Lefevere che aveva vinto tante belle gare con Cav. Ma la favoletta è durata poco perché poi si è saputo che Mark si era portato lo sponsor da casa, una cosa per cui in Italia c’è stato un processo. Però prima sono arrivati i piazzamenti e poi le vittorie sempre più importanti, ma il Tour non era in programma perché il velocista doveva essere Bennett, che però ha avuto dei problemi a un ginocchio, non sappiamo se il boss gli abbia tirato un calcio di nascosto, ed è stato sostituito all’ultimo momento. Lefevere, che è pure columnist di Het Nieuwsblad, ha scritto che dopo la vittoria al Giro del Belgio aveva chiesto a Cavendish dove era stato in questi anni, insomma cosa aveva fatto in tutti questi anni, e non sappiamo se Mark ha risposto di essere andato a letto presto, ma avendo sposato una modella della terza pagina di The Sun ne avrebbe avuto ben donde.

Garzelli ripreso mentre Schelling è in fuga.

Uomini contro

Ci sono uomini coraggiosi che non hanno paura di esprimere opinioni controcorrente. Prendete quel mattacchione di Oliver Naesen, non avendo di meglio da fare perché dalla fine del 2019 non sale su un podio qualunque, l’altro ieri, quando per la prima caduta c’era un colpevole in flagranza di reato, la Signora Idioot, e un’arma del delitto, un cartone che doveva essere rigido come neanche le copertine delle cosiddette graphic novel, il nostro Oliver lancia un’accusa alternativa dicendo che sono sempre gli stessi a cadere, ma non fa allusioni, fa proprio un nome: Toni Martin. Beh, oggi appena inizia la diretta ecco che cadono proprio Martin e Geraint Thomas, uno che se ci fosse l’esame per la patente di guida per bici non lo supererebbe, e sarebbe stato proprio il gallese a provocare la caduta di cui ha pagato le conseguenze soprattutto Fortunello Gesink. Ma questa è solo la prima di una lunga serie, perché nel finale tra gente che va per i prati e un percorso che sembra una pista per il bob, e tutto questo per arrivare al paesello natale di Monsieur Le Président Lappartient, cade tra gli altri Roglic, che sta prendendo anche lui questo vizio ma in fondo non dimentichiamo come terminò la sua carriera da saltatore con gli sci, e altri tra cui Pogacar restano solo attardati, per cui finisce che Thomas arriva anche prima di alcuni avversari. Il percorso è pericoloso ma i ciclisti ci mettono del loro come Ewan che in volata sgambetta Sagan, e Colbrelli per evitarli prende la circonvallazione esterna e si ferma all’autogrill a prendere un gelato gusto fragola e barretta di Cassani. Così vince Tim Merlier con un apripista d’eccezione come Van Der Poel. Merlier però sciupa la foto della vittoria facendo il gesto antipatico e sempre più diffuso del dito davanti alla bocca e per di più per futili motivi: stamattina gli avevano detto che stava male. Quell’altro burlone di Philippe Gilbert aveva vaticinato le cadute e se pensate che sia uno jettatore cosa direste di Marc Madiot che oggi ha detto che qui ci scapperanno i morti?

Ma in questo Tour ci sono anche uomini contro nel senso dei duelli che caratterizzano la gara, come quello sloveno tra Pogacar e Roglic e quello tra Van Der Poel e Van Aert degno del racconto di Conrad, o del film di Scott, ma per ora il più acerrimo contrappone il ciclista ex olandese Ide Schelling e l’ex ciclista Stefano Garzelli sempre pronto a criticare ogni mossa del primo: ormai è una faccenda personale. Oggi Garzelli sembrava stesse cedendo, facendo dei complimenti a questo corridore che è andato in fuga tre volte in tre tappe, ma quando Schelling si è rialzato dopo aver vinto il GPM, che è il suo obiettivo, Garzelli l’ha accusato di scorrettezza nei confronti dei compagni di avventura che gli hanno lasciato il traguardo e non sono stati ripagati con un ulteriore contributo alla fuga. Beh, a parte che Schelling non ha fatto niente di nuovo perché in tanti negli anni sono andati in fuga per un traguardo parziale e poi si sono rialzati per conservare le energie per il giorno successivo, dubito che uno come Jelle Wallays, che se va all’attacco è per vincere, si sia dispiaciuto di aver perso senza sforzo supplementare un avversario pericoloso che al G.P. di Gippingen ha battuto due vecchie glorie come Rui Costa e Chaves. E a questo punto credo che il giorno in cui Garzelli non avrà niente a cui aggrapparsi dirà che a Schelling gli puzzano le ascelle.

Oliver Naesen chiacchiera con il fratello Laurel, pardòn, Lawrence.