Fama da lupi

Qualche settimana fa ho visto in libreria un volumone illustrato di Michel Pastoureau, docente di storia del simbolismo ed esperto di colori, non chiedetemi dettagli, intitolata Il Lupo – Una storia culturale, edito da Ponte Alle Grazie, 2018, e l’ho comprato, ma era destinato a sgomitare per farsi strada nel gruppone dei libri da leggere. Senonché l’aver scritto dell’episodio di Keisse a San Juan e del wolfpack mi ha spinto a leggerlo. Il libro è la storia di come il lupo sia stato visto dalla cultura nelle varie epoche, soprattutto in Europa, i miti, i personaggi lupeschi di racconti popolari o colti, la cattiva nomea che l’ha accompagnato quasi sempre, fino ai giorni nostri in cui la sua immagine è migliorata, e nel capitolo sull’oggi immagino che ognuno potrebbe inopportunamente dispiacersi per delle assenze, da Lupo Alberto a Pugaciòff agli sfigati paramedici in Masha e Orso, mentre si cita il lupo degli scatenati cartoons di Tex Avery, e però non dimentichiamo che l’autore è francese. Ma il libro non nega i pericoli che il lupo ha costituito, soprattutto in passato, per gli altri animali e anche per gli umani, come invece fanno certi animalisti fondamentalisti, con cui Pastoureau polemizza. Il libro è davvero interessante e mi viene da pensare che se questa è una storia culturale e sociale, peccato che quando anni fa studiavo all’università le cosiddette scienze umane e sociali si perdesse tempo a studiare movimenti politici e sindacali, invece di interessarsi a queste altre bestie qua, come per esempio il lupo.

 

 

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una enne di troppo

Forse il segreto è partire piano e arrivare forte, ma più nella stagione che nella corsa, perché in quest’ultimo caso il massimo sarebbe Alice Maria Arzuffi. Invece lei ed Eva Lechner sono partite forte nella stagione, la prima partendo piano e la seconda forte nelle singole gare, e sono arrivate piano. Oggi poi, al Mondiale di Bogense sono partite piano e arrivate pianino. Invece quella che è partita fortissimo è stata la guest star, la bikerona Jolanda Neff: schierata nell’ultima fila per mancanza di punti UCI dopo due giri era nel gruppetto di testa e poteva far pensare a un’impresa eccezionale, una cosa storica, ma probabilmente aveva già speso tutto quello che aveva ed è già tanto che alla fine è arrivata comunque sesta, e forse dovrebbe decidersi su quale specialità privilegiare, ma se si diverte così ha ragione lei. Quella che invece è partita piano nella stagione e ha continuato così è stata Sanne Cant, gli anni scorsi dominatrice e quest’anno vincente praticamente solo nelle gare in Belgio. Dopo il cedimento della Neff, è rimasta con 4 olandesi, vi ci sapete mettere, eh, 4 contro 1? Come Stannard contro 4 lupacchiotti del branco omonimo a una vecchia Het Nieuwsblad, ha tenuto a bada le sfuriate delle giovani Betsema e Worst, poi, non potendo rimanere nella loro morsa, tanto più che le aranciate facevano gioco di squadra, per quel che possibile nel cross, niente a che vedere con l’Europeo su strada dove la guest star era proprio la Cant, e non volendo rischiare una volata con la Vos, la belga ha attaccato e staccato le rivali, tra le quali la più forte era la Brand, anche maglia rosa all’ultimo Giro, che se fosse stata lucida e non Lucinda, avrebbe potuto vincere, e invece ha infilato una serie incredibili di cadute e scivoloni, è riuscita a cadere anche ai box, roba che neanche quella Ellen Van Loy che pratica il ciclocross come variante dello slapstick. Con questo Sanne Cant ha vinto tre mondiali, uno in meno della tedesca Kupfernagel e gliene mancano solo altri quattro per eguagliare l’ineguagliabile Marianne Vos.

Il pacco del lupo

A fine stagione la Sky lascia la sponsorizzazione della squadra ciclistica e presumo che molti italiani saranno contenti, quelli che stanno sempre sui social a denigrare e malignare però escludendo dai cattivi pensieri Moscon e Rosa, e dimenticando però il povero Puccio, povero si fa per dire, e forse saranno contenti anche molti francesi, quelli che vanno sulle strade appositamente per dire buuu e sputare. Alcuni dicono che il diplomatico Mr. Brailsford abbia già trovato un nuovo sponsor, però forse davvero non sarebbe un male dal punto di vista sportivo la scomparsa di uno squadrone così superiore agli altri. Ma dal punto di vista etico, proprio quello su cui più insistono i criticoni che malignano e denigrano, può essere una perdita. Prendiamo il caso Moscon, due volte fermato dalla squadra e sospeso pure, allontanato dalla stessa dal Tour dell’anno scorso quando la Sky si è così privata di un gregario prezioso, e per un episodio neanche chiaro, e, sorvolando pure su un episodio di insulti razzisti che in Italia sarebbero stati rivolti a un sudamericano da qualcuno della squadra del Principe Duca Conte che avrebbe fatto poco nobili orecchie da mercante, confrontiamolo col caso Keisse. Iljo Keisse, un ciclista che pure apprezzavamo per essere rimasto l’ultimo vero seigiornista, e che fa parte del gruppo che sta correndo al caldo argentino per scansare il tempo da lupi che c’è in Europa, a San Juan è stato accusato di abuso sessuale da una cameriera che ha voluto fare una foto con la Deceuninck-Quickstep e lì Keisse l’ha sfiorata con i suoi attributi impacchettati nei pantaloncini da corsa. Il ciclista si è pubblicamente scusato dicendo che è stata solo una goliardata, ma è dovuta intervenire l’organizzazione della corsa per espellerlo, mentre la Quickstep ha minacciato di ritirare tutta la squadra, e non avevo capito bene perché, finché la stessa ha boicottato il podio della quarta tappa, e quindi dubito che prenderà provvedimenti disciplinari. Ed è un peccato anche che questa vicenda faccia passare in secondo piano le cose positive fatte dagli altri ciclisti dello squadrone belga, dalle vittorie di Alaphilippe all’ottima cronometro dell’appena maggiorenne Evenepoel ma soprattutto il più che confortante risultato di Petr Vakoc che dopo un brutto incidente sembrava non potesse tornare a correre. Ma sul caso Keisse non vorrei scrivere nient’altro, perché non escludo che un giorno ci diranno qualcosa di diverso, come già successo con Sagan al Fiandre, e già l’atteggiamento della vittima lascia perplessi sia perché nella foto è in posizione da twerking sia perché dice di aver capito di essere stata tampinata e tamponata vedendo che nella foto tutti ridevano, ma io invece questa ilarità generale non ce la vedo, anzi, basti vedere l’espressione di Alaphilippe, e insomma qui il cosiddetto branco non c’entra ma poi ci torniamo sul branco. Però una cosa l’ho capita: Sagan, a un Fiandre vinto da Cancellara, sul podio toccò il sedere a una miss, poi dissero che era stata una manovra pubblicitaria, vabbe’, poi ci sono classiche belghe che in anni recenti hanno proposto locandine ammiccanti, poi Bakelants, sempre belga, disse che al Tour per il sesso ci sono le miss del podio, infine l’episodio di Keisse, allora capisco perché una formazione belga, come la Lotto Ladies, in un mondo in cui cicliste forti come Stricker e Zorzi non trovano ingaggio e si ritirano, continua a schierare Puck Moonen che come ciclista è davvero scarsina, ma su instagram e simili ha oltre 300mila followers allupati. Ma c’è una cosa della Deceuninck, da oggi forse Indeceuninck, che è una delle squadre più ricche e forti (la seconda è conseguenza della prima), che non mi è mai piaciuta comunque vada a finire la vicenda dell’ultimo seigiornista che è diventato l’ultimo dei ciclisti, cioè il fatto di essersi autodefiniti wolfpack, branco di lupi, quasi a ricordare il rat pack, il branco di topi, come la fascinosa Lauren Bacall definì Sinatra e compagni, e l’avrete sentito tante volte pure da Viviani, e il punto è che ci scherzano in maniera poco scherzosa, è un modo di divertirsi serioso, insomma a me personalmente la faccenda del wolpack non è mai stata simpatica. Vorrà dire che alla Roubaix tiferemo per Nicolino Terpstra, che è uscito dal branco, anzi no, come non detto, dimenticavo che dobbiamo tifare per un italiano, per non sentire più Beppe Conti dirci che, pensate, la Roubaix è l’unica classica monumento che gli italiani non hanno mai vinto nel terzo millennio, e allora tifiamo per il povero Puccio, povero si fa per dire.

Le pubbliche scuse di Keisse

 

Straziami ma di bici saziami

Due mesi fa Auro Bulbarelli è stato nominato direttore di RaiSport e per ora non si è visto nulla, soprattutto non si è più visto Radiocorsa, la trasmissione che proprio lui ideò e ogni settimana viene annunciata ma non trasmessa. Ieri c’è stato un segno di vita con la nomina di sei vice direttori: il calciofilo Cerqueti, il calciofilo Civoli, il calciofilo Gentili, il calciofilo Varriale che si occuperà di calcio, poi Maurizio Gentili di cui ho trovato una foto con Gigi Sgarbozza, buon segno, e infine Alessandra De Stefano con la delega agli sport vari e residuali. Grande appassionata di ciclismo, AdS ha ricevuto la buona novella proprio mentre stava relazionando a un Convegno di studi intitolato “Nick Nuyens questo sconosciuto”. Però, sempre ammesso che la RAI trovi l’accordo con RCS per i diritti sul Giro, ora si pone il problema di trovare un altro conduttore per il Processo alla Tappa, una cosa che non sarà facile tenendo conto della conoscenza delle lingue e dell’empatia che Ads ha con i ciclisti; ricordiamo che personaggi difficili da gestire come Cav o Sagan si aprivano in grandi sorrisi a sentirne la voce, anche se questo fenomeno è difficile da capire. Il problema è causato da uno strano regolamento della RAI per cui chi ha incarichi dirigenziali non può andare in video, una cosa finanche paradossale, che mi ricorda il personaggio di Tognazzi nel film Straziami ma di baci saziami di Dino Risi. Per quelli che sciaguratamente non l’avessero visto, ricordo che Tognazzi interpretava un sarto che aveva perso la voce per lo shock causato dai bombardamenti e, ritrovatala dopo un’altra esplosione, mantiene il voto di farsi frate in un ordine con l’obbligo del silenzio.

AdS in una puntata del Processo con ospite Wiggins che conversa con Sgarbozza nel linguaggio dei segni.

la storia non si ripete

Ma forse si sbagliava chi teorizzava i corsi e ricorsi storici e si sbaglia chi si allarma perché la storia si ripeterebbe uguale; forse si va avanti anche quando si torna indietro perché non si passa per lo stesso punto, chissà.

Vedete che non è la stessa cosa?