La Zeriba Suonata – il Presidente del Consiglio

Gli amministratori locali hanno chiesto al Banchiere di far ripartire la cultura, e se dovessero riprendere le presentazioni dei libri di scrittori pieni di autostima, le rassegne di film pensosi, i festival di canzoni molto d’autore, allora si potrà tornare ad annoiarsi come prima. Ma nel 1977 c’era un tipo che diceva di essere più che annoiato, di essere il Presidente del Consiglio degli annoiati. E con lui non c’era mai da annoiarsi.

Iggy Pop – I’m Bored

Yawn!

Lasciatevi sedurre

Sconfitta la povertà resta solo la ricchezza, è matematico, perciò lasciatevi sedurre dal fascino discreto o più spesso indiscreto del Capitale. Il capo dei banchieri che vogliono mettere a capo di tutto dicono sia discreto, non ha i social, e questo lo vedono come un aspetto positivo, non saprei, può essere discrezione, disinteresse per l’effimero, ma potrebbe essere anche per senso di superiorità, lo capiremo, forse a nostre spese.

Ma non è una dragh queen.

Ma anche se li avesse i social, non so voi, io continuerei a preferire quelli di Jolanda Neff, per dire. Certo la gente è scettica, pensa all’altro banchiere che dicono fu tutto lacrime (più che altro della sua collaboratrice) e sangue. Ma vedrete che saprà convincervi, saprà farvi apprezzare il capitale, la ricchezza, e tutto quello che si addice a una vita da ricchi, e anche voi finirete per apprezzare e seguire con passione l’America’s Cup.

 

relazioni equivoche

Chiara Rapaccini è un’illustratrice nota nel suo campo che ha avuto un supplemento di fama per essere stata l’ultima compagna di Mario Monicelli. Nota anche con lo pseudonimo RAP, da qualche anno ha iniziato una serie di vignette sul web col titolo Amori sfigati. Per la Rapaccini l’amore sfigato “vive sull’equivoco, sulla volontà di non capire” e le sue vignette trattano con ironia le relazioni di coppia, soprattutto gli aspetti negativi. Dalla serie nel 2020 ha tratto un breve romanzo intitolato proprio Amori Sfigati e pubblicato da De Agostini. I dialoghi delle vignette sono così paradossali da risultare credibili, ma nel romanzo in cui si intrecciano relazioni legittime e rapporti adulterini i personaggi sono poco più che macchiette, e non a caso sono identificati dal ruolo più che dal nome proprio: lo sposato, la moglie delusa, l’ipercinico eccetera. E in più c’è una tendenza al politicamente corretto, consapevole o meno, che non giova se si vuole fare ironia fino in fondo, ma in ogni caso le uniche coppie descritte in positivo sono due rumeni poveri ma onesti e due ragazzini gay. Invece quello che ne esce peggio è il personaggio di un autore di fumetti a base di sesso perversioni e violenza, e forse non è un caso, perché viene da pensare che nell’ambiente dei disegnatori la Rapaccini ne conosca di personaggi pieni di sé.

Un mare di vantaggio

Mentre l’Italia diventa quasi tutta gialla il ciclocross è diventato completamente arancione: ai Mondiali di Ostenda i Paesi Bassi hanno vinto 8 medaglie su 12 compresi tutti gli ori e lasciando tre medagliette ai padroni di casa e una all’Ungheria. Eppure non è passato molto tempo da quando vincevano con Van Aert e Sanne Cant tra gli élite e Iserbyt tra gli under 23 e neanche da quella volta, era il 2012 e pure allora si correva sulla sabbia a Koksijde, che nella gara maschile arrivarono sette belgi ai primi sette posti e si iniziò a temere per il futuro di questa disciplina se fosse diventata solo una faccenda belga, anzi fiamminga dato che un ciclocrossista vallone non lo ricordo, devo indagare. Gli italiani poi non aspiravano a niente e dato che Arzuffi e Lechner non hanno vissuto la loro stagione migliore un buon risultato lo si poteva attendere dalla under 23 Francesca Baroni, la quale ha fatto anche meglio di quanto si poteva sperare con un quinto posto ottenuto battendo in volata Puck Pieterse che nella Coppa del Mondo partiva in prima fila, ma ancora meglio ha fatto la RAI che ha ignorato questa gara. Il cittì Scotti dice che gli italiani non sono abituati a correre sulla sabbia e in effetti in Italia non si tiene conto che a livello internazionale quel terreno non è una rarità, eppure l’Italia è notoriamente circondata dal mare e si potrebbero cercare località marine disposte a ospitare qualche gara, ma chissà invece dove lo trova il mare l’ungherese Vas che è arrivata terza. Comunque la vittoria meno sicura per i Paesi Bassi era nella prova élite maschile in cui Mathieu Van Der Poel è partito subito forte e il suo rivale Wout Van Aert pure, ma l’inglesino Tommasino Pidcock ha fatto lo stesso sbaglio della Worst contro la Brand e col suo metro e mezzo d’altezza o poco più ha cercato alla prima curva di dare una spallata a quel bestio di Van Aert che l’ha facilmente respinto dicendogli: “Spostati ragazzino, lasciami lavorare”. E i due fenomeni sono andati via e al primo giro avevano già un grosso vantaggio su un trenino belga di 4 poi 5 vagoni col rientro dello sfigatino Eli Iserbyt, di cui stranamente quel pettegolo di Luca Bramati ignorava l’incidente al polso dicendo che nella seconda parte di stagione ha avuto un calo psicologico. E a proposito di idee che ci si fanno dei ciclisti e restano fisse anche contro le evidenze contrarie, si pensa sempre che Van Der Poel in caso di incidente vada nel pallone e che Van Aert sappia sempre scegliere le gomme giuste. Ma in gara è successo che Van Aert stava attaccando e quando aveva pochi metri di vantaggio su Van Der Poel questi è caduto e per di più ha storto la sella, così ha perso un bel po’ di secondi prima di cambiare la bici ma non ha mollato, anzi ha iniziato un inseguimento che a un certo punto sembrava diventato pure troppo facile, ma la spiegazione stava nel fatto che Van Aert aveva bucato. Van Der Poel ha tirato dritto prendendo un vantaggio che il rivale non riusciva mai a recuperare completamente e alla fine ha pagato gli sforzi, e quando a un certo punto Van Der Poel era al termine del tratto di spiaggia, dove i ciclisti finivano nell’acqua del mare che consentiva pure di lavare le ruote, e Van Aert era solo all’inizio Bramati ha detto che Van Der Poel aveva tutto un mare di vantaggio. Dietro Pidcock era rinculato dopo lo scontro con Van Aert, ma poi tom tom cacchio cacchio ha raggiunto e superato il trenino belga da cui però è partito Toon Aerts che ha fatto la gara migliore della stagione e ogni volta che l’inglese si avvicinava lui riguadagnava nei tratti sabbiosi dove invece Pidcock affondava. E alla fine sul podio sembrava proprio Aerts il più contento, ancora terzo, primo degli altri, l’unico tra i primi quattro ad essere quasi esclusivamente crossista, verrà un giorno in cui gli altri tre daranno priorità a un altro obbiettivo.

Con tutto quel mare invernale poteva sembrare un film pensoso degli anni 60.

un fumetto terapeutico

Chissà se esistono comunità di recupero per nerd, geek, otaku e affini. Nel caso, ai pazienti, come cura omeopatica, si potrebbe somministrare il libro Cosplayers di Dash Shaw, tradotto in Italia da Coconino nel 2017. Shaw è un fumettista statunitense che con uno stile di disegno molto semplice alterna tavole fitte di piccole vignette ad altre con pochissime vignette se non una sola, ed è molto apprezzato da illustri suoi colleghi come Chris Ware e David Mazzucchelli. In questa storia racconta di due ragazze, una cosplayer aspirante attrice e l’altra aspirante regista, che cercano il successo ma facendo quello che piace loro e che, come tutti i personaggi che incontrano, sembrano ignorare evitare o dribblare la realtà. Il libro è di quelli che si prestano a più letture e quindi anche se mostra l’alienazione dei personaggi chissà se quegli ipotetici pazienti leggendolo realizzerebbero di essere in una situazione esistenziale da cui volere uscire o sarebbero piuttosto confortati nel loro modo di vivere.

La Zeriba Suonata – un’altra svolta

Nei giorni scorsi a reti unificate è stato ricordato l’ottantesimo compleanno di Joan Baez e hanno mostrato anche immagini del Rolling Thunder Tour di Bob Dylan nei medi anni 70, immagini all’epoca trasmesse anche dalla RAI. In quel periodo Dylan incise Desire, il primo suo album che ho potuto ascoltare attentamente, non male come approccio, ma neanche il tempo di sentire pure le sue canzoni famose che arrivò una svolta clamorosa, altro che il passaggio al rock elettrificato per arrivare al capolavorone Blonde On Blonde che scandalizzò i puristi folk, un passaggio che ebbe il momento iniziale e simbolico al Newport Folk Festival, dove una quarantina di anni dopo i Pixies al completo fecero il percorso inverso. La svolta clamorosa che dicevo e che fece inorridire tutti i suoi fans hippies e sinistrati fu invece quella verso il cristianesimo, allora spiazzante oggi molto meno perché Dylan si è rivelato un personaggio sfuggente che non a caso nella biografia cinematografica I’m Not There, che non ho ancora visto, è stato interpretato da sei attori diversi compresa una donna tra l’altro bellissima come Cate Blanchett. Ma nella sua carriera a gimkana quella trilogia di gospel cristiano non è certo una delle cose migliori, però secondo me non lo sono neanche gli inni di protesta che cantava nei primi sessanta pieni di retorica andata a male, La risposta soffia nel vento, I tempi stanno per cambiare, Il mio nome è mai più, no, quest’ultima no, meglio pure alcuni dischi usciti dopo la funzione come Infidels e Real Live. Ma da Slow Train Coming che era il primo e anche il migliore di quei tre dischi vi faccio sentire Man Gave Names To All The Animals non nella versione originale ma in quella di Johnny Cash, uno che aveva una vita intera di peccati da farsi perdonare.

Johnny Cash – Man Gave Names To All The Animals

La meglio gioventù del 2020

Quelli che hanno la memoria corta hanno detto che questo è stato l’anno del ricambio generazionale nel ciclismo e quelli che ne capiscono hanno detto che sì vabbe’ però i vecchi in quest’anno compresso hanno impiegato più tempo a trovare la forma. Ai primi la Zeriba Illustrata potrebbe ricordare le tante promesse che anziché campioni sono state meteore, e pure il caso fresco fresco di un Bernal, che scopriamo avere problemi fisici auguriamogli risolvibili, dovrebbe invitare i commentatori ad andare con i piedi di piombo, e ai secondi si potrebbe ricordare l’ultratrentenne Roglic che è andato forte da subito e fino all’ultimo. E allora secondo la Zeriba chi potrebbe essere nominato miglior ciclista illustrato del 2020, mica Roglic? No, lui fa quello che può e lo fa bene, non è uno che può staccare i meglio scalatori in salita e deve accontentarsi di fare le volatone lunghe per pigliare gli abbuoni e poi sperare di non essere staccato lui o battuto a cronometro. E ritornando sulla faccenda del mondiale e dell’aiuto che non ha dato a Van Aert che invece è stato suo supergregario al Tour, nessuno pensa che per la  causa della Slovenia aveva lavorato Pogacar in persona e per far vincere Roglic non certo il fiammingo. Ecco, Pogacar, neanche lui lo direi ciclistissimo del 2020, ha corso poco dopo il Tour, bravo ragazzo dicono, ha commosso il vecchio Colnago, ma è così giovane e già così focalizzato su pochissimi obiettivi annuali. Neanche ci possono entusiasmare Hart e Hindley che si sono contesi il Giro più scarso dai tempi di Hesjedal e Rodriguez. Filippone Ganna è stato certamente il migliore degli italiani, ma nonostante un presente pesante con i 5 mondiali vinti finora e le 4 vittorie di tappa in un solo Giro se ne parla sempre come di un ragazzino promettente. Alla fine per qualità delle vittorie e quantità pure, nel senso che non si sono risparmiati tra strada e cross, i  migliori sono stati Wout Van Aert e Mathieu Van Der Poel, una classica monumento cadauno, e finalmente protagonisti dello scontro tanto atteso nell’occasione ideale, il Giro delle Fiandre, che, grazie anche all’ennesima distrazione di Alaphilippe che ha pur vinto il mondiale ma è andato la metà dell’anno scorso, si sono contesi fino al fotofinish, e una storia così in genere si definisce da copione hollywoodiano, per cui direi che il ciclista dell’anno è stato Van Der Poel, o forse no, a pensarci bene Van Aert, no, Van Der Poel, no, forse Van Aert, quanto tempo ho per rispondere?

La ciclista dell’anno viene troppo facile dire Anna Van Der Breggen che ha vinto tutto o quasi, e infatti io lo dico facilmente, a dimostrare che in campo femminile le trentenni tengono bene, anzi addirittura quest’anno la più forte sembrava ancora una volta la quasi quarantenne Van Vleuten, ma poi si è infortunata. In più c’è stato il ritorno ai livelli del passato della Signora Deignan, e forse neanche lei ci sperava, a volte ha vinto facendo gioco di squadra con la migliore italiana, Longo Borghini, come alla Course dove erano tutte contro Marianne Vos che però con un po’ di accortezza in più poteva farcela. In questi giorni sono andato a rivedere i mondiali su strada e prima ancora nel cross che la volpina vinse a 19 anni, correndo con forza astuzia e già come se fosse il faro del movimento, e non c’è paragone con le attuali giovani emergenti, tra le quali spiccano la Wiebes che vince già da tre anni ma solo volate preferibilmente lanciate dalle compagne, la Paternoster che quest’anno si è vista solo su pista e si spera che non si distragga molto con i suoi video, e la Balsamo che delle tre è la più versatile e affidabile. Ma una citazione, che se questa fosse una premiazione sarebbe un premio speciale, va fatta per la belga Lotte Kopecky: nel 2017 ha vinto il primo mondiale dell’americana in coppia con la rivale D’Hoore con cui sembra non parli molto e la pista è il suo obiettivo olimpico, è migliorata molto su strada vincendo la tappa del Giro in provincia di Caserta, quella in cui cadde Van Vleuten, e poi invece di riposarsi ha voluto provare il ciclocross e ci ha preso gusto a inzaccherarsi di fango andando forte anche in Coppa del Mondo, e un ipotetico premio alla multidisciplinarietà sarebbe senz’altro suo. Anche Fabio Aru è tornato a divertirsi nel ciclocross, e chissà che, covid o non covid, non sia finita la triste stagione dei lunghi ritiri in altura.

Anna Van der Breggen si prepara per Tokyo 2021 ex 2020.

Facciamo uno scambio

Lo so che leggere non vi interessa, lo so che non serve a niente, e che in subordine non avete tempo per leggere, neanche se il Ministro della Clausura in persona vi chiude in casa a chiave. E so anche che non sono competente in letteratura per poter dare consigli di lettura, e se è per questo non mi ritengo competente neanche in materia di ciclismo, musica e fumetti. Però se avete pochissimo tempo per leggere vi consiglio un racconto breve di Washington Irving intitolato Rip Van Winkle. Irving ha scritto anche il più famoso La Leggenda di Sleepy Hollow (famoso se non altro per il film di Tim Burton) e il raccontino è ritenuto alle origini della narrativa americana, e qui scatta l’ignoranza perché proprio non so come da questo cosino, come una palla di neve da cui si genera una valanga, derivino i Grandi Romanzoni Americani quelli di centinaia e centinaia di pagine, che se volete ve li leggete voi, io declino. E dicevo lo scambio, io vi ho dato questo consiglio e voi in cambio vi stampate la copertina postata qui sotto e da me realizzata, la stampate su carta bianca o colorata o adesiva, a colori o in bianco e nero, e l’attaccate sulla vostra copia del romanzo, che è del 1819 e fuori diritti non so se mi sono spiegato, e ve lo mettete in biblioteca, così quando qualche impiccione bibliofilo si metterà a curiosare tra i vostri presumo pochi libri e vedrà questa copertina vi chiederà di chi è e voi potrete rispondere con sufficienza: “Mah, l’ho presa su internet, lì si trova di tutto.”