E le prefazioni? Le prefazioni dopo.

In un film di una trentina di anni fa, Due di Claude Zidi, Gérard Depardieu faceva sesso con Maruschka Detmers e quando lei gli chiese: “E i preliminari?” lui rispose “I preliminari dopo”. Ecco, pure nei libri a volte le prefazioni dovrebbero metterle dopo, come in questa raccolta di favole di Robert Louis Stevenson, in cui la prefazione è interessante ma spoilera tutte le storie.

La Zeriba Suonata – Pure Thao

Thao Nguyen, già più volte presentata su questo blog, anche di recente, ha pubblicato il nuovo album del suo gruppo Thao & The Get Down Stay Down intitolato Temple in  cui dice di essere passata all’hip hop perché “il rock non è più in grado di dire quello che ha bisogno di esprimere”, ma al di là di quello che pure dicono i siti specializzati non mi pare che ci siano cambiamenti radicali, e del resto lei è da sempre una musicista eclettica, e la collega cui può essere accostata mi pare continui a essere St. Vincent. E intanto il disco parte con le chitarrone di Temple, poi l’hip hop lo troviamo in Phenom, brano accompagnato da un video girato durante il lockdown, ma al momento il brano che mi piace di più è Pure Cinema.

La Zeriba Suonata – come ci si sente?

Se le manifestazioni in piazza non mi si confanno è perché ci tengo alla mia asocialità, ma ad altri non si confanno per censo, per estrazione sociale. Ieri un rappresentante dei commercianti diceva che le piazze sono per altri, perché già dire “le partite iva”, quelle care alla Fratella d’Italia, dà l’idea di qualcosa di “impettito e dignitoso” come direbbe Jane Fonda, però poi il capo commerciante ha chiesto i soldi lo stesso. Però delle manifestazioni ci sono state, e sono spesso degenerate, e andava tutto bene quando capitava ai lavoratori, ai no global, agli altri, ma, ammettendo e non concedendo la buona fede, come ci si sente a venire strumentalizzati e criminalizzati?

How does it feel, how does it feel? / To be without a home / Like a complete unknown, like a rolling stone

Un genere di manifestazioni di piazza che preferisco.

 

La Zeriba Suonata – 4 secondi in più

Se non conoscete Sufjan Stevens e volete informarvi seriamente andate pure sui siti specializzati, non mi offendo, perché se dico che è uno dei più importanti musicisti di questo secolo il mio parere non conta niente. Ma se volete trattenervi qui vi aggiungo che è uno dei pochi uomini in un periodo in cui le cose più interessanti vengono soprattutto dalle donne, forse perché le gentili pulzelle in percentuale sono meno legate al rock troglodita chitarra-basso-chitarra-batteria-chitarra-urla belluine-chitarra, anche se in questo genere direi che negli ultimissimi anni le cose migliori le ho sentite da Rosalie Cunningham che, a giudicare dal nome e soprattutto dalle porzioni anatomiche che fuoriescono dai suoi vestitini, non mi sembra proprio un uomo. Tornando a Sufjan Stevens, questo giovane 45enne è eclettico per indole, zompetta tra generi e tempi, e dopo le cose lente e acustiche di Carrie & Lowell e delle colonne sonore, è tornato all’elettronica, prima con il Lowell di cui sopra, suo patrigno e cofondatore dell’etichetta della gatta asmatica, e ora col suo nuovo album ufficiale ufficialissimo, intitolato The Ascension, un disco di 80 minuti e 4 secondi, i 4 secondi in più usufruendo forse di una deroga sulla lunghezza dei cd. Questa lunghezza è in parte dovuta al brano finale America di 12 minuti, ma io vi linko un pezzo più breve, che poi è la title track.

The Ascension

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.

L’arrivo dei tempi migliori

Ogni ciclista è una storia a sé, ognuno ha i suoi interessi e i suoi obiettivi, c’è chi vedendo che non ottiene grandi risultati decide di abbandonare anzitempo, c’è chi invece abbandona pur ottenendoli i buoni risultati e per di più militando in una squadra di prima fascia. Chi invece vuole fare comunque il ciclista deve accontentarsi anche di accomodarsi in una squadra di terza fascia, in attesa di tempi migliori. Ed è quello che è successo allo sloveno Jan Tratnik che da under 23 ottenne vittorie importanti, passò in una squadra del World Tour ma non partì bene e tornò in una squadra continental del suo paese, poi a forza di buoni risultati risalì fino a ritornare nel world tour maturo e ha migliorato fino a vincere la tappa friulana del Giro. Tratnik non ha il fisico del ruolo, non ha la faccia del ciclista, sembra piuttosto uscito da Fantozzi contro tutti e proprio sulla salitella di Viale de Amicis lascia il gruppo di fuggitivi, troppo presto per andare via da solo, dice Bugno che in realtà va meglio nei siparietti comici con Chiappucci quando ricordano i tempi del dualismo più sfigato della storia. Per Bugno quella di Tratnik è una mossa sbagliata, ma più passa il tempo più cambia opinione, inizia a elogiare il suo direttore sportivo Alberto Volpi, ma potrebbe salvarsi perché Ben O’Connor raggiunge Tratnik e potrebbe batterlo. Invece vince lo sloveno e terzo arriva il suo compagno di squadra Battaglin che l’anno prossimo tornerà in seconda serie nella Bardiani che lo lanciò e dove probabilmente declinerà la sua carriera come successo a tanti che l’hanno preceduto. Il gruppo ha preso la tappa con comodo, in attesa delle montagne dove non è detto che si potrà passare, ma nell’ultimo km attacca la maglia rosa e guadagna un tesoretto di due secondi due, e qualcuno ipotizza che abbia voluto godersi l’ultimo giorno in maglia rosa, e chissà che non abbia ragione.

casi umani

Ieri al Giro si è corsa una tappa evitabile e bivalente. Evitabile per i motivi della sua bivalenza, perché omaggio alla Gran Fondo 9 Colli e a Pantani. La tappa infatti ricalcava il percorso della 9 Colli e il mondo degli amatori a volte mi sembra un male necessario per il ciclismo agonistico, necessario più per il mercato che per l’interesse attorno alle gare e comunque per alcuni aspetti mi lascia perplesso. E non sono mai stato un ammiratore di Pantani, ma al di là di questo aspetto personale, dato che ha ancora tanti estimatori bisognerebbe ricordare loro che in bici bisogna indossare il casco e non la bandana e che in discesa è opportuno pedalare sulla sella perché posizionarsi dietro al sellino non è meno pericoloso della tanto criticata posizione alla Mohoric. Pantani era un forte scalatore ma al discusso Giro del 1999 era in testa alla classifica generale, a quella della montagna e a quella a punti, e poi dicono Bradley Wiggins, anche se mi lasciavano altrettanto perplesso anche le successive maglie rosa di quella edizione. Sta di fatto che Pantani suscitò molto interesse attorno a un ciclismo che di attenzione in Italia già ne aveva persa molta, penalizzato dallo spazio che le ritagliava la RAI e da cronache noiose impettite e nostalgiche con De Zan che anticipava di decenni l’attuale PdR, e per questo ora sembra quasi incredibile che questo sport che non riesce a fare notizia possa aver innescato allora una faccenda di scommesse e camorra. E ieri in tivvù c’era la mamma di Pantani e la sua ostinazione a chiedere e denunciare si può capire, meno lecito è pretendere che la seguiamo, lei ha anche detto che non avrebbe voluto partecipare alla trasmissione ma l’ha convinta AdS, di cui si deve ammirare l’empatia che crea verso chiunque anche se in questo caso avrei detto che se lei non voleva venire non insistere, o almeno facci vedere prima l’arrivo del terzo e del gruppo e poi inizi con la sezione Pantani. Che poi Pantani tutti gli vogliono bene, tutti lo ricordano, ma a lasciarlo in pace proprio non ci pensano, il punto è che ci si può ancora ricavare qualcosa, c’è chi ci scrive il libro (l’ha fatto anche lo scrittore parlante con un titolo stra-retorico) e chi ci fa il film, e ad esempio è uscito il film Il Caso Pantani – l’Omicidio di un Campione e la Gazzetta scrive: “è un noir contemporaneo, un thriller, ma anche un film d’inchiesta, un biopic, un film drammatico” e se c’era anche un po’ di slapstick lo andavo a vedere. Tornando alla tappa, è stata evitabile anche per il clima, freddo e pioggia, abbiamo visto la maglia rosa che in corsa sembrava intirizzito, è arrivata la fuga e nel finale c’è stato il momento di maggiore interesse quando erano in testa Narvaez e Padun, poi Padun ha avuto un problema alla bici ed è iniziato un appassionante inseguimento finito male per lo sfinito ucraino. Dietro altri casi umani, Fuglsang quando era già rimasto senza compagni ha forato e ha dovuto inseguire, e il suo problema è sempre quello delle difficoltà economiche dell’Astana, la sua bici ad esempio l’ha procurata Martinelli con la raccolta punti del discount più 39 euro. Altro caso umano, in testa al gruppo ha tirato a lungo la NTT poi in cima all’ultima salita è andato in testa Pozzovivo e si è girato a guardare quando scattava il suo capitano poi si è ricordato che stavolta era lui il capitano ed è finita lì. Insomma i corridori stanno prendendo freddo e acqua, potrebbero ammalarsi anche di malanni tradizionali, si dovrebbe arrivare tra una decina di giorni a Milano mentre la Lombardia è la regione più colpita dal covid, giacché siamo in Romagna non si potrebbero fare un altro paio di tappe in zona e finire a Milano sì ma Marittima che è uguale? Più o meno quello che ha chiesto la EF, cioè di concludere la corsa lunedì per le violazioni della bolla, ma questo Giro dopo aver superato lo shock della maglia della EF non teme più nulla.

Evenepoel twitta entusiasmo per il comportamento della sua squadra. Già, doveva essere lui il capitano al Giro, quindi se dovesse vincere Almeida non dite più che certe cose capitano sempre alla Van Der Breggen.

Il ciclismo il venerdì

Non vi sentite in colpa circondati da tante persone così sensibili al problema dell’ambiente? Per esempio c’è il PCM che fa tanti DPCM e ha detto che non si possono rinviare politiche ecologiche per dare un futuro ai giovani e per questo bisogna dare incentivi all’industria automobilistica che ha delocalizzato parte delle tasse nell’Olanda, ma l’Olanda non c’è più, eh stava qua, volevano pagare le tasse in Olanda, ora ci stanno questi Paesi Bassi, nel dubbio che sia lo stessa cosa non pensiamo a queste cose tristi come le tasse che a pagarle c’è sempre tempo. E poi ci sono i ragazzi che pur di non tornare nelle scuole senza banchi sono tornati in piazza ripristinando la tradizione del venerdì ecologico e per fare subito qualcosa per l’ambiente hanno acceso dei fumogeni colorati che fanno allegria e agevolano la respirazione. Intanto il clima che, al contrario degli uomini, è impazzito, continua a creare disastri, come la caduta di molti alberi a Cittiglio e speriamo che aggiustino le cose per la primavera prossima per il Trofeo Binda che già quest’anno è stato annullato. E a proposito di corse annullate, giù al nord, non bastassero i brutti e diseducativi film francesi cui sono seguiti film italiani ancora più brutti, è stata cancellata una corsetta locale, la Parigi-Roubaix, e doppio peccato perché era prevista pure la corsa femminile, e si teme che il contagio della cancellazione attacchi la Vuelta e pure il Giro residuo. Ma torniamo all’ambiente, il Giro oggi è passato per Taranto, una dimostrazione del genio italico che pensò bene di costruire impianti inquinanti vicino al mare, qui come a Marghera a Livorno e a Bagnoli. Nel ciclismo repetita iuvant e Loulou Alaphilippe alla Freccia del Brabante ha di nuovo alzato le braccia troppo presto ma stavolta non è bastato a Van Der Poel per beffarlo, in Thailandia Sarawut Sirironnachai ha vinto due tappe consecutive del locale giro, unica corsa asiatica rimasta in calendario e sappiano i ciclisti occidentali che per chi non ha vinto o non ha vinto abbastanza non ci saranno esami di riparazione in Asia, e infine al giro qua sono andati di nuovo in fuga Marco Frapporti e Simon Pellaud. Del primo a fine carriera sarebbe interessante sapere quanti miriametri ha fatto in fuga, il secondo è giovane ma sta percorrendo la stessa strada, in tutti i sensi, e dato che è nella squadra che per molto tempo e fino all’anno scorso è stata quella di Frapporti chissà se quest’ultimo, che inizia ad avere una certa età, capisce lui chi è dei due. E se il giovane Pellaud impara l’ingrato mestiere del fuggitivo giornaliero il giovane Vanhoucke impara il pericoloso mestiere del caduto, oggi non se n’è persa una di cadute. E alla fine in volata si è ripetuto anche Démare, che però ora ci sta deludendo perché in genere si vinceva la sua tappina e poi se ne stava buonino mentre stavolta ne ha vinte già tre e senza neanche starsene buono, anzi facendo il cattivo perché ha iniziato la volata a sinistra e l’ha finita a destra che quasi cambiava strada, però quando non si fa male nessuno le vecchie volpi dicono che ha vinto con mestiere o con esperienza, se invece qualcuno si fa male allora bisogna fare qualcosa per la sicurezza, con la stessa coerenza e determinazione di quando si vuol fare qualcosa per l’ambiente.

Prima il verde.