l’ultimo assembramento

Veniamo da ore di assembramenti pericolosi. A Napoli la ggente esasperata e impoverita che voleva protestare contro coprifuoco e chiusure, non disponendo di mezzi ha dovuto ricorrere ai fumogeni e alle bombe carta della Caritas e di questo passo a Capodanno dovranno fare “Bum” con la bocca. Ma se si vede il lato positivo delle cose qui ci escono 4 o 5 puntate di Gomorra, anche se non l’ho mai visto e non se si si tratta di una fiction o di un tutorial. Al Giro invece si continua a parlare della protesta, al punto che ricompaiono anche personaggi come De Zanino, cioè di quelli che al ciclismo ritornano solo quando c’è qualcosa di scandaloso o presunto tale da sfruttare. A ripensare all’accaduto e a quanto ho scritto ieri per oggi, è stato un bene che volente o nolente portavoce dei ciclisti sia risultato Adam Hansen, perché visto l’accanimento con cui cercavano di scovare e isolare i colpevoli, più che Vegni i suoi alleati – e dato che non mi piace generalizzare sono sicuro che se nel gruppo RAI ci fosse stato Pancani si sarebbe assistito a qualcosa di più decente – dicevo, se poi si fosse mirato a ricattare il colpevole, ma cosa gli fai a Adam Hansen che con lo stipendio da ciclista ci compra le sigarette per il giardiniere e il maggiordomo? Anzi Hansen ha detto ancora due cose interessanti, che si conoscono in anticipo le tappe ma non i famigerati spostamenti, e poi ha parlato di sistema immunitario, non so se AdS sa di cosa si tratta, e allora quelli che per ricordare tappe nella neve non sono andati indietro ai tempi eroici ma, bontà loro, si sono fermati già a Nibali 2013, si ricordino pure che allora non c’era il COVID. E qui semmai si può notare il risultato contraddittorio dello stop dei ciclisti che poi si sono assembrati dove potevano. Alla fine dispiace solo che Cerny, autore di una bella azione come non ne abbiamo ancora viste da nessuno dei primi tre in classifica, non riceverà il premio per la tappa per la decisione del sergente Vegni di non dare i premi ai ciclisti scioperati ma devolverli in beneficenza, e che triste populismo che è la beneficenza pubblicizzata. Poi dicono che la tappa di oggi ha riconciliato col ciclismo, sarà, l’Impronunciabile ha corso a ruota del compagno Dennis, dimostrando che la Ineos è ancora la squadra più forte anche se non ha vinto il Tour, e poi a ruota di Hindley che ha fatto qualche scattino inefficace, mentre dietro Almeida dimostrava di essere tra questi il giovane con più carattere e più senso dello spettacolo e Kelderman sembrava assente, e non a  caso stamattina era il favorito di Cassani. L’ex olandese nella sua carriera avrà avuto tanti problemi, di cui sappiamo forse solo una parte, ma non poteva vincere un giro corso solo limitando i danni, però speriamo per lui che gli assegnino almeno un premio per il miglior finto tonto, perché era davvero incredibile la faccia di (medaglia di) bronzo con cui ha ringraziato RCS per aver accolto le loro richieste. Finisce che i due contendenti rimasti sono a pari tempo, neanche un minimo distanziamento sociale, perché la tappa l’ha vinta l’Impronunciabile (non c’è uno di quei grandi professionisti della RAI capace di una cosa semplicissima come chiedere a Tao Geoghegan Hart come si pronuncia Tao Geoghegan Hart, invece di chiederlo a diesse italiani  che già hanno problemi con la lingua madre), e poi ci dicono che ha rischiato di diventare giocatore del pallone ma si è salvato iniziando a correre sul velodromo dove si svolsero le Olimpiadi di Londra del 1948, cioè dopo 72 anni il velodromo è ancora lì. E che fine hanno fatto i velodromi delle Olimpiadi di Roma, o quello di Monteroni e di tutti i mondiali successivi? E poi dicono che in Italia non ci sono ciclisti.

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.

Pedersen Pedersen og venner (=and friends)

Durante l’ultima tappa del Tour si videro Trentin e Roglic chiacchierare e forse parlavano della comune esperienza di una grande vittoria sfumata all’ultimo per colpa di un giovinastro imberbe. Ma proprio al Tour si è visto pure che l’ex campione del mondo Mads Pedersen è più forte di Trentin in volata, anche se in Francia non ha vinto ma ha fatto dei secondi posti in sprint di gruppo mentre bisogna onestamente ricordare che Trentin le sue 4 vittorie di tappa alla Vuelta 2017 le ottenne contro nessuno. Ma Trentin, che per tanto tempo non riusciva a digerire la sconfitta mondiale, ieri si sarà messo definitivamente l’animo in pace perché l’ancora giovane danese che è portato per le classiche di primavera, in particolare quelle sul pavé, alla prima classica primaverile d’autunno utile ha vinto dimostrando di non essere un nuovo Brochard e tra i battuti c’era proprio Trentin. Ma questo è l’anno dei danesi al punto che ieri c’erano due classiche per passisti veloci in contemporanea ed entrambe sono state vinte da ciclisti di cognome Pedersen. La Parigi Tours sta cercando di combattere la caduta del suo prestigio inserendo nel percorso gli sterrati che fanno tanto tendenza, ma la compressione del calendario l’ha penalizzata. Ma è stata lo stesso una bella corsa e i partecipanti hanno battagliato col brutto tempo e su un terreno accidentato, e in particolare tanto di cappello a Bardet e Barguil che non hanno fatto gli schizzinosi e snobbato una corsa non adatta a scalatori come loro e anzi hanno fatto pure bene piazzandosi in top ten, però il più forte era Cosnefroy che ha attaccato e tirato parecchio in fuga ma il suo problema è che si è portato dietro Casper Pedersen, perché è l’anno dei danesi e anche l’anno della Sunweb che correva per Kragh Andersen, che in verità per vincere avrebbe dovuto staccare tutti, ma è caduto e morto un danese se ne fa un altro. E la cosa sorprendente è che il danese di riserva, nonostante sia anche un pistard, ha lanciato la volata in testa e ha vinto lo stesso. Questa corsa in tempo di pace è anche un rito di passaggio perché in autunno vi tornano gli scenari e gli specialisti delle classiche di primavera e chiude la stagione tra le foglie morte lasciando spazio al ciclocross, e oggi è stata spettacolare e averla preferita alla prima parte dell’attesa tappa di Roccaraso è stata una buona idea perché al giro corrono come se ci fosse pure la quarta settimana mentre sarà già tanto se ne correranno due e mezza, e tra gli uomini di classifica i protagonisti sono stati un altro Sunweb, stavolta l’olandese Kelderman, e un altro danese, Fuglsang, che il giorno prima si sarebbe lamentato del fatto che proprio quando ha forato la Trek di Nibali ha attaccato, ma intanto a Roccaraso i due boreali hanno guadagnato alcuni secondini su Nibali. I giornalisti dicono che Fuglsang e Nibali non si parlano, Nibali dice che sono buoni amici, quando si dice che tra amici non c’è bisogno di parole. Ma per la tappa sono arrivati alcuni fuggitivi di giornata con Ruben Guerreiro che ha battuto Castroviejo, il quale ha dimostrato che Puccio non è l’unico Ineos che non riesce a vincere una tappa. Guerreiro ha tagliato il traguardo festeggiando e gesticolando in un modo che ricordava quello del suo compagno di squadra Bettiol al Fiandre, ma sembrava dire proprio io ho vinto qui e per di più con questa maglia qua che fa schifo, ed è un periodo in cui oltre agli sloveni e ai danesi vanno forte anche i portoghesi, in maglia rosa è ancora Almeida di cui Guerreiro dice di essere amico, ma soprattutto la settimana scorsa la Volta a Portugal è stata vinta dal figliol prodigo Amaro Antunes, ricordato non tanto per le imprese ciclistiche che nel world tour non si sono mai viste ma per il nome che si prestava a vari giochi di parole.

Esultanze parallele

Il ciclismo il venerdì

Non vi sentite in colpa circondati da tante persone così sensibili al problema dell’ambiente? Per esempio c’è il PCM che fa tanti DPCM e ha detto che non si possono rinviare politiche ecologiche per dare un futuro ai giovani e per questo bisogna dare incentivi all’industria automobilistica che ha delocalizzato parte delle tasse nell’Olanda, ma l’Olanda non c’è più, eh stava qua, volevano pagare le tasse in Olanda, ora ci stanno questi Paesi Bassi, nel dubbio che sia lo stessa cosa non pensiamo a queste cose tristi come le tasse che a pagarle c’è sempre tempo. E poi ci sono i ragazzi che pur di non tornare nelle scuole senza banchi sono tornati in piazza ripristinando la tradizione del venerdì ecologico e per fare subito qualcosa per l’ambiente hanno acceso dei fumogeni colorati che fanno allegria e agevolano la respirazione. Intanto il clima che, al contrario degli uomini, è impazzito, continua a creare disastri, come la caduta di molti alberi a Cittiglio e speriamo che aggiustino le cose per la primavera prossima per il Trofeo Binda che già quest’anno è stato annullato. E a proposito di corse annullate, giù al nord, non bastassero i brutti e diseducativi film francesi cui sono seguiti film italiani ancora più brutti, è stata cancellata una corsetta locale, la Parigi-Roubaix, e doppio peccato perché era prevista pure la corsa femminile, e si teme che il contagio della cancellazione attacchi la Vuelta e pure il Giro residuo. Ma torniamo all’ambiente, il Giro oggi è passato per Taranto, una dimostrazione del genio italico che pensò bene di costruire impianti inquinanti vicino al mare, qui come a Marghera a Livorno e a Bagnoli. Nel ciclismo repetita iuvant e Loulou Alaphilippe alla Freccia del Brabante ha di nuovo alzato le braccia troppo presto ma stavolta non è bastato a Van Der Poel per beffarlo, in Thailandia Sarawut Sirironnachai ha vinto due tappe consecutive del locale giro, unica corsa asiatica rimasta in calendario e sappiano i ciclisti occidentali che per chi non ha vinto o non ha vinto abbastanza non ci saranno esami di riparazione in Asia, e infine al giro qua sono andati di nuovo in fuga Marco Frapporti e Simon Pellaud. Del primo a fine carriera sarebbe interessante sapere quanti miriametri ha fatto in fuga, il secondo è giovane ma sta percorrendo la stessa strada, in tutti i sensi, e dato che è nella squadra che per molto tempo e fino all’anno scorso è stata quella di Frapporti chissà se quest’ultimo, che inizia ad avere una certa età, capisce lui chi è dei due. E se il giovane Pellaud impara l’ingrato mestiere del fuggitivo giornaliero il giovane Vanhoucke impara il pericoloso mestiere del caduto, oggi non se n’è persa una di cadute. E alla fine in volata si è ripetuto anche Démare, che però ora ci sta deludendo perché in genere si vinceva la sua tappina e poi se ne stava buonino mentre stavolta ne ha vinte già tre e senza neanche starsene buono, anzi facendo il cattivo perché ha iniziato la volata a sinistra e l’ha finita a destra che quasi cambiava strada, però quando non si fa male nessuno le vecchie volpi dicono che ha vinto con mestiere o con esperienza, se invece qualcuno si fa male allora bisogna fare qualcosa per la sicurezza, con la stessa coerenza e determinazione di quando si vuol fare qualcosa per l’ambiente.

Prima il verde.

Ombre lunghe sul Giro

Gli altri anni di questi tempi aspettavo le ultime suggestive classiche autunnali, il Lombardia che si è corso a Ferragosto e la Paris-Tours che, già in declino, è stata programmata lo stesso giorno della Gent-Wevelgem e sono due corse storiche per corridori con le stesse caratteristiche, e poi passavo al ciclocross ma solo nei weekend e avevo pomeriggi più liberi, e invece ora c’è il Giro dell’Italia bolsonarizzata e ci sono anche i mondiali di Mtb tipica manifestazione estiva e pare tutto strano, ma dicevo i pomeriggi, che d’autunno sono più pomeridiani rispetto al resto dell’anno e il sole, se c’è, proietta ombre più lunghe, ma ieri Démare ha vinto la volata a Matera con un tale vantaggio che per quanto lunga potesse essere la sua ombra sul traguardo la ruota dei piazzati non arrivava a toccarla, che poi non so se è vero ma mi piace scrivere così.

PAlermo-TOURS

A Palermo soffia vento caldo, ma con tutte quelle foglie morte Via della Libertà dove arriva la prima tappa del Giro d’Italia ricorda l’Avenue de Grammont in cui termina la Paris-Tours. La prima tappa è quasi un cronoprologo, un po’ più lunga di quelli che si usavano ai tempi di Thierry Marie e Chris Boardman, ma per Filippone Ganna non sarebbe cambiato molto, non si fa prendere dalla pressione e prende piuttosto tappa e maglia rosa, che se uno non gradisce tanto quel colore basta che guardi la nuova maglia della EF color discarica e accetta anche il rosa. Il Giro è promozione per il ciclismo e per il turismo. Ed è facile appassionarsi al ciclismo ascoltando lo scrittore parlante che, mentre sono in gara i partenti più attesi, ci racconta chi ha inventato il gelato o come è nata la coppia Franco e Ciccio. Ed è difficile pensare a una pubblicità migliore per Palermo di quella proposta oggi con immagini del canadair che spegne gli incendi che dicono causati dal vento, facciamo finta di crederci, e gigantografie delle vittime delle mafia, e in fondo il problema più grande in Italia non è la disoccupazione, né il coronavirus, né come prendersi i soldi europei, né gli sbarchi dei clandestini, perché per ognuno di questi problemi si finisce sempre a pensare cosa farà la criminalità quindi fate voi. Eppure la corsa sfiora edifici vetusti che hanno un fascino per fortuna non ancora intaccato da restauri imbellettanti. Finita la tappa c’è il Processo alla medesima e dopo un anno con Antonello Orlando vedere Alessandra De Stefano fa tirare un sospiro di sollievo, ma dura poco. C’è una partenza corporativista col ricordo di tre giornalisti del passato, Zavoli, Mura e in quota nepotismo il figlio di quel giornalista passato alla storia e anche alla preistoria per la famigerata frase sull’uomo solo al comando della corsa che sembrava pronunciata dal balcone di Piazza Venezia. Ma la cosa peggiore è il finale e non so se Bulbarelli si rende conto del mostro che ha creato: ogni giorno lo scrittore leggerà la sua “cartolina” dalla tappa, qualche frase a effetto, un po’ di buonismo e passa anche questa, e peccato solo che l’ordine degli eventi non possa essere invertito, perché questa collocazione in calendario e l’orario di fine delle tappe mal si conciliano col lavoro, sarà difficile vedere anche solo gli ultimi km ma il processo non si scampa. E a proposito di cartoline stamattina in centro c’erano delle bancarelle di artigianato e cose vecchie, dati i tempi le guardavo da lontano, ma mi sono avvicinato perché un tipo aveva un raccoglitore con cartoline di ciclisti e sarà che le aveva in ordine alfabetico o una coincidenza era aperto a Frankie Andreu e Lance Armstrong, come deterrente sono più efficaci del coronavirus e allora arrivederci. 

Ciclismo crepuscolare

L’estate è al crepuscolo anche se in Sicilia sono previste temperature alte e proprio da lì parte questo eccezionale Giro d’Italia Autunnale. Data la stagione le giornate sono più corte e rispetto a maggio le tappe finiranno prima, a meno che non ci siano ritardi alla partenza o tappe di trasferimento come usava nel rimpianto ciclismo di una volta, e in quei casi la corsa finirà al tramonto. Il processo alla tappa si svolgerà con le tenebre favorevoli e si teme che qualcuno non visto possa dire scempiaggini, ma niente paura, più facilmente le tenebre saranno rischiarate dalle illuminanti dichiarazioni di ex ciclisti preferibilmente autoreferenziali, giornalisti, storici, preistorici e scrittori parlanti. A proposito di scrittori, ve l’hanno mai detto che il Giro d’Italia è un grande romanzo popolare?

 

La Zeriba 10 – Agnes Dei

La musica a mezza via tra classica/contemporanea e pop è terreno minato, c’è bisogno degli esperti che ne capiscono per sminarlo da truffe fuffe e muffe, ma a noi che siamo semplici ascoltatori non ci importa, non ci facciamo incantare dal capelluto incantatore di fabifazi ma ci piace la danese Agnes Obel, che ha iniziato studiando classica e dice che tra le sue influenze ci sono compositori dell’ottocento/novecento e Joni Mitchell e Roy Orbison e quando sul primo dei suoi quattro dischi, intitolato disco Philarmonics e subito acclamato e premiato, decide di fare una cover sceglie Close watch di John Cale, e finisce che l’accostano a chiunque, anche alle tante damigelle gotiche che popolano la musica odierna che quando l’ascolti non sai più se è odierna però sembra ieri che lo era, ma gotica o no se esistesse il Paradiso come lo descrivono i cattolici apostolici romani questa sarebbe la musica che vi si ascolterebbe e gli agnoletti con le loro arpe buttateli a mare se c’è il mare da quelle parti.

On Powdered Ground

Da Agnes Obel non aspettatevi una hit estiva.

Il giorno più lungo

La mtb non ha portato solo cose positive nel ciclismo su strada, quello strumento di tortura che è la hot seat l’usarono dapprima nella downhill, poi si è estesa ad altre gare a tempo e, nonostante le misure anti-covid, eccola all’ultima tappa della Tirreno-Adriatico, la cronometro di San Benedetto del Tronto, la sedia calda oggi ancora più calda per le alte temperature che Bettini in telecronaca ci ricordava in loop. I tifosi italiani si stavano strappando i capelli perché finora non ci sono state vittorie di connazionali né al Tour né alla T-A, ma proprio all’ultima occasione marittima c’era Filippone Ganna che ha fatto addirittura il record della corsa, però poi ha dovuto sedersi buono buono in una mini quarantena ad aspettare tutti gli altri arrivi, ed essendoci in ballo la sua vittoria finora più importante su strada quel tempo già lungo gli deve essere parso lunghissimo. E arrivano campioni europei e mondiali e vincitori di crono nei grandi giri, ma lui rimane sempre primo e sempre seduto,  fino alle ultime partenze degli uomini in lotta per la classifica perché il suo compagno di squadra Gerainthomas fu inseguitore come lui oggi, ma la rimonta riesce a metà, dal terzo al secondo posto, e dove non era riuscito il gemello Adam beffato l’anno scorso da quel trattore di Roglic, è riuscito quest’anno il gemello Simon. Ora qualcuno si domanderà se Thomas avesse fatto il Tour, boh, vai a sapere, quello visto al Delfinato non era in gran forma ma neanche l’attuale è ai livelli passati.  E c’è un record anche al Giro Donne: la corsa UCI più lunga della storia, una tappa di 170 km, neanche piatti e col finale in uno dei tanti centri storici del centroitalia, oggi Tivoli, con ripidissime salitelle contorte, cui si sono aggiunti 12 km di trasferimento che servono per partire da una località vogliosa di pubblicità dove in realtà non è opportuno partire e allora ci si vede lì poi si va in bici fino a un posto più adatto e si parte, e non so se la notizia più importante è la vittoria della cagnaccia inglese Banks o il fatto che ci siano stati solo tre ritiri e nessuna ragazza fuori tempo massimo.

Ganna sulla sedia calda.