Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?

Coppe dell’altro mondo

Se fossi un giornalista di quelli che fanno le domande, la prima cosa che mi verrebbe da chiedere a un o una ciclocrossista in giornate come quella di ieri non sarebbe chi teme degli avversari oppure se monta la monocorona o la doppia corona, no, gli chiederei se aprendo la finestra la mattina è contento o contenta quando piove. Perché questo è un altro mondo, l’extreme weather protocol non ha senso, su strada se piove è pericoloso, qui se piove o si gela si fa la selezione e ci sarà sicuramente qualcuno che ne beneficia E a pensarci bene ieri pure gli organizzatori di questa nuova prova di coppa del mondo a Derdemonde, in Belgio ovviamente, dovevano essere contenti pur con tutte le difficoltà del caso, perché a vedere il percorso se fosse stato asciutto andava bene si e no per il Giro d’Italia del ciclocross, una gimkana con poche difficoltà, che però col fango si sono centuplicate e ne sono venute fuori due gare durissime. Le donne hanno corso per prime, c’erano tutte compresa la guest star Marianne Vos che è partita fortissimo ma ha perso terreno man mano, mentre a vincere è stata ancora una volta la sua ex gregaria Lucinda Brand che all’arrivo ha mandato un bacio fangoso a un pubblico inesistente.

Tra gli uomini invece sembrava prepararsi un duello tra i due fenomeni ma a metà gara Wout Van Aert è partito ed è dilagato più del fango e ha dato quasi tre minuti a Van Der Poel che non sembrava al meglio. E’ stata una gara che per metà si è corsa a piedi ed è stato un peccato che la provinciale federazione italiana non abbia convocato Cristian Cominelli che viene dal podismo e quando ha vinto a Ferentino una gara corsa quasi tutta a piedi ha detto che era ciclocross d’altri tempi, ed è vero, i tempi di Vito Di Tano, ed era un ciclocross a cui l’UCI mise un freno in una delle sue rare scelte felici, perché, con tutto il rispetto per i forti atleti citati, se è “ciclo” che si corra in bicicletta.

All’americana Katie Compton, che tra l’altro ha trovato una degna erede in Clara Honsinger, in passato capitava di bloccarsi per crisi respiratorie, ma ieri si è bloccata per tutt’altro motivo.

Racconti a colori – Giallo nella nebbia

Alle prime luci dell’alba, luci si fa per dire, dalla nebbia e dall’acqua della darsena emerse il cadavere di una giovane donna. Le radio furono le prime a dare la notizia, anche quella del Bar Tappo dove c’erano ancora pochi clienti. C’erano un paio di guidatori di furgoni che effettuavano consegne e che a vederli sembravano persone tranquille e mai li avresti detti capaci di investire una vecchina sulle strisce facendo retromarcia e poi scendere per consegnare la merce come se niente fosse. Poi c’erano due umarell, che tutti chiamavano il Titìn e il Stefanìn ma nessuno sapeva se erano fratelli o no, e che scroccavano i giornali degli altri in attesa di andare al lavoro degli altri, ma nessuno anche se infastidito si azzardava a dirgli niente perché una volta lo fece proprio il barista Ambrosone e se ne pentì. Successe che il barista per scherzare disse al Titìn: “Uè, nonno, sei proprio antico, non lo sai che oggi le notizie si leggono sul telefonino?” e quello tirò fuori dal tascone del suo vecchio cappottone uno smartfone, tutto sporco di ditate e di altre cose su cui anche a un investigatore sarebbe stato sconsigliabile indagare, e mostrò a tutti le foto dei nipoti, perché quello era l’unico vero motivo per cui aveva quell’aggeggio, cioè mostrare a tutti le foto dei nipoti, e meglio avrebbero fatto i figli a non comprarglielo, se non altro perché quei marmocchi nelle foto erano proprio brutti. E in quel bar faceva colazione anche Serafone Maramaldi, un poliziotto alcolizzato burbero cinico disincantato donnaiolo dai metodi poco ortodossi e insofferente agli ordini e alle scartoffie. A causa del suo carattere il poliziotto aveva continui richiami dai superiori, solo il Commissario Santapazienza, che apprezzava le sue capacità, lo difendeva e cercava di dargli consigli per il suo bene, lo trattava come un figlio e gli diceva: “Caro figlio, tu devi cercare di darti una calmata e fare così e cosà eccetera”, ma non otteneva risultati. E ora Maramaldi era lì nel bar e ascoltava la notizia alla radio. La ragazza trovata morta era la showgirl Sandrine Chaquette, che si diceva fosse l’amante di un rampollo dell’aristocrazia cittadina, il Bisconte Malvaldo IV Dell’Oggiaro, che dilapidava il patrimonio di famiglia col gioco d’azzardo e d’azzardissimo e con le donne, e Sandrine non era certo l’unica che lui illudeva promettendole il matrimonio e una vita nel lusso. La più agguerrita rivale di Sandrine era Samanta Schiscetta, cameriera di una tavola calda, quella che si sarebbe detta una brava ragazza se poi non la si fosse ritrovata sui siti porno nei suoi video in cucina con indosso il grembiule e nient’altro. In attesa dei rilievi dell’autopsia e della scientifica sul luogo del ritrovamento del cadavere si potevano fare varie ipotesi su quello che sembrava comunque un omicidio: il bisconte che voleva liberarsi di un’invadente pretendente con troppe pretese, una rivale che voleva sbaragliare la concorrenza in maniera efficace, un provvidenziale intervento dell’aristocratica famiglia per interposto assassino. Il Commissario Santapazienza parlava del  caso con il Giudice Marcoluca Fattinlà, dicevano che era un caso spinoso, perché per di più coinvolgeva una nobile famiglia che non si sarebbe lasciata infangare facilmente e avrebbe certamente contattato tutte le amicizie possibili, si diceva che la madre Nobildonna Marialupa fosse cugina di secondo letto del Cardinale Pedomonti, e secondo il Commissario l’uomo ideale cui affidare il caso sarebbe stato Maramaldi, ma il poliziotto era alcolizzato burbero cinico disincantato donnaiolo dai metodi poco ortodossi e insofferente agli ordini e alle scartoffie, ed era appena stato espulso dalla Polizia.

Statistiche illustrate – Lampi

Ieri a Radiocorsa, parlando dei due fenomeni del ciclocross, hanno riportato un commento di Axel Merckx, quello che ha lanciato alcuni dei protagonisti dell’ultimo giro, secondo cui quei due, attenti, potrebbero bruciarsi, accorciarsi la carriera, perché corrono troppo. E a Beppe Conti, che avrebbe potuto ricordare Saronni ma pareva brutto, il primo caso che è venuto in mente è stato proprio quello del papà di Axel, Eddy, che ha avuta una carriera ricca di vittorie, intensa, ma breve, o almeno finita prima rispetto ad altri campioni. Ma poi andando a (tentare di) leggere Het Nieuwsblad, scopro che Axel ovviamente al babbo non ci pensava proprio, ma ha parlato di Marianne Vos che, a suo dire, dopo la crisi per sovrallenamento ha avuto solo dei lampi. E’ vero, Marianne Vos si diceva che preparasse un colpaccio, correre nella mtb a Rio per vincere l’oro in tre specialità diverse, dopo la pista a Pechino e la strada a Londra, e intanto continuava a non risparmiarsi tra strada e cross cui aggiungeva la mtb dopo aver accantonato almeno la pista, e alla fine andò in crisi. Però sulla seconda parte della sua carriera si fa presto a fare due conti, e altro che lampi, è stata una tempesta: Marianne Vos dal 2016 ha vinto 19 gare di ciclocross perdendo un mondiale solo per un problema meccanico nel finale, e ha vinto 48 gare su strada, tra cui un Campionato Europeo, tre classiche World Tour e otto tappe del Giro Rosa, compresa quella in cui Lucy Kennedy aveva già alzato le braccia in segno di vittoria quando si vide superare da un lampo.

Axel, stavolta hai toppato.

La Zeriba Suonata – allegro ma non troppo

Oggi concludo questa veloce trilogia sugli allegri anni 80 con un video, che credo di avervi già proposto, del più scozzese dei gruppi australiani: The Go-Betweens. Volevo rivederlo perché è allegro, ma poi guardandolo mi sono accorto che suo malgrado (del video) non mi faceva tanta allegria, perché mi veniva da chiedere quando avrei avuto di nuovo l’occasione di farmi una passeggiata a lunga gittata per la città guardando il cielo gli edifici le ragazze pure un libro con le figure e mi rendevo conto che questo dubbio più che alla contingenza del virus era dovuto al degrado della città, che non aveva certo bisogno di ebike e monopattini, al lavoro e insomma a cose più consolidate.

Streets Of Your Town

Che libro sarà?

Il Paradiso Dei Cani

Questo blog ogni tanto scrive di ecologia e ambiente, perché non costa niente come ben sanno i ragazzi che il venerdì non vogliono andare a scuola mentre gli altri giorni, almeno a detta della Ministra, sono felicissimi di stare in aula, e allora questo è un post ecologico perché ricicla un mio vecchio fumetto pubblicato dieci anni fa su una mia vecchia fanzine, e quindi “pubblicato” si fa per dire. Per di più il fumetto tratta di cani che, in quanto animali, sono pure biologici, e in particolare parla dello smaltimento dei cani, quindi un trionfo dell’ecologia.

Statistiche illustrate – chi paga?

Un grido echeggiò per la campagna dove hanno il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che li bagna, dove ci sono bambine bionde con anellini alle orecchie tutte spose che partoriranno uomini grossi come alberi, ma quel grido non era: “Diavolo rosso dimentica la strada / Vieni qui con noi a bere un’aranciata”, bensì: “Arriviamo a Milano / Poi qualcuno pagherà”. Poi il Giro in qualche maniera è arrivato a Milano, si è cercato di rendere interessante il confronto alla pari tra due ragazzi alla pari, cioè partiti come domestici di mezzi capitani, giovani che sono promettenti come lo sono tutti quelli che passano al professionismo, dalla A di Albanese alla Z di Zilioli. Ma se qualcuno pensava che finito tutto al patron del Giro passasse l’arrabbiatura e dimenticasse le offese subite (dal Sacro Giro) si sbagliava, perché ieri è tornato sulla questione, però non sullo sciopero verso Asti, anche se ha attaccato le squadre che scendono sempre dalle nuvole e dicono di non sapere mai nulla dei loro corridori, e infatti in questi giorni è successo anche per una positività dell’altro genere, ma, tornando a Vegni, è intenzionato a chiedere sanzioni all’UCI per la Jumbo ritiratasi senza motivo e la EF che aveva chiesto la chiusura del Giro dopo due settimane. E qui Vegni ha detto un’altra cosa giusta, che se le regole del World Tour si possono infrangere tranquillamente il prossimo anno inviterà chi vuole lui e non le squadre di prima fascia che hanno il dovere più che il diritto di partecipare. E superare queste regole potrebbe significare lo svuotamento del World Tour stesso, ma potrebbe essere un bene per le corse importanti ma anche per le corse minori, per le piccole squadre che potrebbero avere più inviti ma anche per quelle grandi che a volte sembra partecipino a certe corse solo perché costrette e soprattutto in un’annata come questa sembra che abbiano portato alle ultime gare delle formazioni raffazzonate con i pochi non impegnati altrove e in grado almeno di salire sulla bici e non necessariamente di fare 10 km, non potendo tra l’altro far partire gli stagisti cui il world tour è vietato. La Jumbo Visma abbandonò il Giro dopo le prime positività al coronavirus lamentandosi di violazioni della bolla, di persone al di fuori di essa che circolavano negli alberghi, ma non mi risulta che ci sia niente di circostanziato e documentato per cui rimangono chiacchiere, in un ambiente in cui si fanno accuse generiche ma non si fanno  nomi, non si portano prove, e poi si finisce per ritrattare o scusarsi, e anche questo atteggiamento diciamo da gregge del plotone è stato criticato da Vegni, e peccato solo che tutte queste cose condivisibili le abbia dette nello stesso giorno in cui sono arrivati i risultati dei test alla Vuelta durante il primo giorno di riposo e non c’è stata una sola positività tra i ciclisti, come del resto accadde al Tour,  mentre al Giro ci sono stati Yates Krujiswijk e Gaviria.

E poi non deve essere facile una trattativa sindacale con le mascherine.

l’ultimo assembramento

Veniamo da ore di assembramenti pericolosi. A Napoli la ggente esasperata e impoverita che voleva protestare contro coprifuoco e chiusure, non disponendo di mezzi ha dovuto ricorrere ai fumogeni e alle bombe carta della Caritas e di questo passo a Capodanno dovranno fare “Bum” con la bocca. Ma se si vede il lato positivo delle cose qui ci escono 4 o 5 puntate di Gomorra, anche se non l’ho mai visto e non se si si tratta di una fiction o di un tutorial. Al Giro invece si continua a parlare della protesta, al punto che ricompaiono anche personaggi come De Zanino, cioè di quelli che al ciclismo ritornano solo quando c’è qualcosa di scandaloso o presunto tale da sfruttare. A ripensare all’accaduto e a quanto ho scritto ieri per oggi, è stato un bene che volente o nolente portavoce dei ciclisti sia risultato Adam Hansen, perché visto l’accanimento con cui cercavano di scovare e isolare i colpevoli, più che Vegni i suoi alleati – e dato che non mi piace generalizzare sono sicuro che se nel gruppo RAI ci fosse stato Pancani si sarebbe assistito a qualcosa di più decente – dicevo, se poi si fosse mirato a ricattare il colpevole, ma cosa gli fai a Adam Hansen che con lo stipendio da ciclista ci compra le sigarette per il giardiniere e il maggiordomo? Anzi Hansen ha detto ancora due cose interessanti, che si conoscono in anticipo le tappe ma non i famigerati spostamenti, e poi ha parlato di sistema immunitario, non so se AdS sa di cosa si tratta, e allora quelli che per ricordare tappe nella neve non sono andati indietro ai tempi eroici ma, bontà loro, si sono fermati già a Nibali 2013, si ricordino pure che allora non c’era il COVID. E qui semmai si può notare il risultato contraddittorio dello stop dei ciclisti che poi si sono assembrati dove potevano. Alla fine dispiace solo che Cerny, autore di una bella azione come non ne abbiamo ancora viste da nessuno dei primi tre in classifica, non riceverà il premio per la tappa per la decisione del sergente Vegni di non dare i premi ai ciclisti scioperati ma devolverli in beneficenza, e che triste populismo che è la beneficenza pubblicizzata. Poi dicono che la tappa di oggi ha riconciliato col ciclismo, sarà, l’Impronunciabile ha corso a ruota del compagno Dennis, dimostrando che la Ineos è ancora la squadra più forte anche se non ha vinto il Tour, e poi a ruota di Hindley che ha fatto qualche scattino inefficace, mentre dietro Almeida dimostrava di essere tra questi il giovane con più carattere e più senso dello spettacolo e Kelderman sembrava assente, e non a  caso stamattina era il favorito di Cassani. L’ex olandese nella sua carriera avrà avuto tanti problemi, di cui sappiamo forse solo una parte, ma non poteva vincere un giro corso solo limitando i danni, però speriamo per lui che gli assegnino almeno un premio per il miglior finto tonto, perché era davvero incredibile la faccia di (medaglia di) bronzo con cui ha ringraziato RCS per aver accolto le loro richieste. Finisce che i due contendenti rimasti sono a pari tempo, neanche un minimo distanziamento sociale, perché la tappa l’ha vinta l’Impronunciabile (non c’è uno di quei grandi professionisti della RAI capace di una cosa semplicissima come chiedere a Tao Geoghegan Hart come si pronuncia Tao Geoghegan Hart, invece di chiederlo a diesse italiani  che già hanno problemi con la lingua madre), e poi ci dicono che ha rischiato di diventare giocatore del pallone ma si è salvato iniziando a correre sul velodromo dove si svolsero le Olimpiadi di Londra del 1948, cioè dopo 72 anni il velodromo è ancora lì. E che fine hanno fatto i velodromi delle Olimpiadi di Roma, o quello di Monteroni e di tutti i mondiali successivi? E poi dicono che in Italia non ci sono ciclisti.

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.