Matematica e Fisica

I conti non tornano, l’UCI ha voluto per le donne il professionismo, stipendi decenti, pari numero di gare nei campionati internazionali, dirette tv per le gare World Tour, ma alle Olimpiadi le cicliste ammesse alla prova su strada sono la metà degli uomini, neanche una 70ina, un numero ridicolo. Forse in questo caso la colpa è del CIO ma l’UCI ha ancora molto da lavorare, per esempio pochi giorni fa in una maratona in mtb con partenza di massa totale, uomini e donne agonisti e amatori tutti insieme, la veterana Stropparo è stata penalizzata per aver sfruttato la scia non di una jeep o di una moto ma di ciclisti uomini, e questo secondo le regole dell’UCI. E il numero ridotto di partecipanti ha influito sull’esito sorprendente della prova olimpica perché il massimo di partenti per le nazioni più forti era di 4 per le donne e 5 per gli uomini, e l’ex Olanda quelle 4 le aveva giuste giuste: Van Der Breggen Van Vleuten e Vos, cioè le tre più forti degli ultimi anni, e la molto emergente ormai emersa Demi Vollering, per cui ci si poteva chiedere chi sarebbe stata la prima a partire per anticipare più le compagne che le avversarie e vincere in solitaria, come nelle ultime edizioni dei mondiali, ma anche, per contro, se ci fosse stato bisogno, chi si sarebbe sacrificata a tirare in favore delle altre. E sarebbe bastata una sola atleta in più, che per quanto titolata fosse appena appena meno forte, Brand o Blaak, che all’occorrenza si fosse presa l’onere di tenere l’andatura decente che oggi il gruppo non ha mantenuto per ore. La fuga è partita subito ma non tutte quelle davanti erano avventuriere perché c’erano due professioniste come Anna Plichta e Omer Shapira da non sottovalutare, ma ovviamente tutto il gruppo guardava le arancioni come ieri i colleghi guardavano i fenomeni, ma quelle niente, neanche un aiuto extra da compagne di club come Moolman che aveva una connazionale davanti, e la fuga ha dilagato. Il punto è che, tra una mezza tirata un mezzo attacco e alla fine una tardiva reazione soprattutto della squadra favorita, le attaccanti sono state prese tutte, tranne una, relativamente sconosciuta ma con una storia particolare: l’austriaca Anna Kiesenhofer. La ragazza in questione ha già 30 anni ed è una specie di incrocio tra Vittoria Bussi e Annemiek Van Vleuten. Della seconda ha la capacità di allenarsi da sola, pure troppo avendo avuto in passato un problema di overtraining, della prima il fatto di essersi “distratta” per studiare matematica, anche qui esagerando perché dopo la crisi per sovrallenamento ha preso anche un master e un dottorato, ma è forte a crono e ha vinto anche una corsa sul Mont Ventoux per cui è brava a correre in apnea, e infine, sempre come la Vittoria, non è molto brava a correre in gruppo. E forse per questo non ci ha pensato due volte ed è andata in fuga, e ha resistito cogliendo una vittoria che comunque dovrà essere ricordata anche come grande prestazione atletica, che potrebbe farle trovare di nuovo un posto in un team di prima fascia (alla Lotto Soudal la tennero solo un anno). Dietro Annemiek Van Vleuten, all’ennesimo tentativo, è riuscita a prendere il largo, ma per uno strano fenomeno fisico quando parte la Van Vleuten segue Elisa Longo Borghini, deve essere un fatto di magnetismo. Van Vleuten ha festeggiato come se avesse vinto, ma pare che in questa corsa senza radioline anche le informazioni scarseggiavano, però c’è da dire che Annemiek sembra cambiata da quando ha lasciato la sua saggia capitana Vos per mettersi in proprio e oggi non è più quella che scatenava i balletti sul palco ma una tipa che si allena pure troppo, pubblica tutti i suoi dati sui social, è arrivata a mettere i rulli in sauna per simulare il caldo umido del Giappone, eppure oggi non c’era uno straccio di app o di social che l’avvisasse che davanti c’era ancora la Kiesenhofer. Di fronte alle sue prestazioni mostruose spesso la chiamavano l’aliena ma a volte sembra alienata, e forse Marta Bastianelli non aveva tutti i torti quando fece un commento cattivo su di lei dopo il mondiale del 2019. Intanto questi Paesi Bassi che contano ancora sulle vecchiette dovrebbero cercare, semmai proprio tra queste, un nuovo commissario tecnico perché le tattiche di Loes Gunnewijk sono sempre incomprensibili a volerne dire bene. Ma forse anche in Italia si dovrebbe fare qualche cambio, anche se è arrivato l’ennesimo bronzo di Longo Borghini (2 olimpici, 2 mondiali, uno europeo più un argento sempre europeo), la quale all’arrivo ha fatto un gesto a dire che ha ottenuto questa medaglia col cuore, sarà, secondo me è che stavolta ha corso con giudizio e anche cinismo, ma sia la valutazione del percorso che le scelte fatte lasciano perplessi. Il percorso era duro e non si addiceva a Marta Bastianelli e in più Soraya Paladin non era in giornata, come le capita spesso quando corre in nazionale, l’esatto opposto di Tatiana Guderzo che invece si trasforma e stava anche andando fortissimo ma le è stata negata la soddisfazione della quinta olimpiade, che invece si è presa la tedesca Trixie Worrack. Ma in fondo le due cicliste con qualche tirata hanno contribuito a non far dilagare ulteriormente lo svantaggio e quindi al bronzo di ELB, e infatti dopo la gara erano contente, e significativo è anche il fatto che la meno soddisfatta di sé stessa era Marta Cavalli nonostante un ottavo posto in cotanto contesto, ma lei è una “tosta”. Salvoldi ha dalla sua le tante medaglie vinte, ma a volte con cicliste diverse da quelle per le quali si era corso (Ratto 2013 e Guderzo 2018), e poi comunque il fatto che lui faccia il lavoro che tra gli uomini fanno almeno 4 colleghi è un altro indice di quanto poco sia curato nella sostanza il settore femminile, e come diceva Totò (non Commesso), e come potrebbe confermare la Dottoressa in Matematica Anna Kiesenhofer, è la somma che fa il totale.

E poi dicono il Paese dello stile e della bellezza: Elisa Longo Borghini, dopo aver corso con una divisa opportunamente bianca, è stata costretta ad andare sul palco con questa tenuta da pizzaiola.

Le Olimpiadi e la Decadenza della Civiltà Occidentale

Alla prima mattinata di Olimpiadi già mi sono rotto. Ieri mi sono evitato la diretta della cerimonia di apertura, come facevo del resto anche negli ultimi decenni, una cosa troppo lunga e retorica, in cui Franco Bragagna immagino che abbia fatto sfoggio di cultura a 380° e se ne avesse avuto la possibilità avrebbe tolto la parola anche al Presidente del CIO e avrebbe interrotto l’atleta che avrà pronunciato il giuramento, e non avendolo visto mi chiedo se quest’ultimo si sarà per l’occasione tolto la mascherina: “Ghrhpnbm pfbnhm…”, che avrà detto, avrà mica giurato il falso? L’unica curiosità di queste cerimonie è l’occasione di ricordarsi di quei piccoli staterelli che altrimenti ignoreremmo, per i quali ogni olimpiade potrebbe essere l’ultima perché, Greta o non Greta, potrebbero a breve essere sommersi dagli oceani. In quei pochi secondi mostrati dai tg ho visto che gli italiani per parvenza di parità hanno voluto nominare due portabandiera ma causa spending review la bandiera era una sola e Viviani e Rossi l’hanno sventolata a 4 mani con qualche difficoltà del caso e speriamo che la Cecchini non si sia ingelosita. Hanno sfilato tanti atleti pronti a diventare eroi, così diranno nel caso, a cantare l’inno, sempre se lo ricordano, con la mano sul petto all’altezza di organi interni a casaccio, e poi a mordere la medaglia, che io non so come è nata questa consuetudine, forse in passato si addentava il metallico gadget come a provare che fosse davvero di oro, ma da tempo si tratta di patacche appena bagnate nel metallo ché i soldi non ci sono per farle vere, però in fondo se un atleta è abituato ad alimentarsi con le barrette di Cassani al gusto di crete senesi capirete che anche una medaglietta in similbronzo diventa appetibile. E veniamo alla gara, e già, speravo la gara al singolare ma le trasmissioni olimpiche non sono l’ideale per chi è interessato a un solo sport, in particolare quelle della RAI che prima ci seduce con dirette di ciclismo di oltre 100 km anche quando non è il caso e poi ci abbandona. Intanto ci sarebbe da chiedersi perché hanno ancora due canali tematici e trasmettono su una rete generalista, volendo si potrebbe diversificare e invece Rai Sport propone repliche di altro e vecchi notiziari in cui potrete apprendere il risultato dell’incontro tra Hellas Verona e Lanerossi Vicenza. E il pastone che ha preparato la RAI e le sue menti che purtroppo non sono cervelli fuggiti da qualche parte è adatto agli sciovinisti, a quelli che durante la Grande Chiusura cantavano l’inno sul balcone senza che nessuno gliel’avesse chiesto, insomma nelle scelte di sub-palinsesto non conta l’importanza o la spettacolarità della disciplina ma che ci sia un italiano in gara, anche se è uno che non si conosce in uno sport che non si capisce. E gli sport con cui ha gareggiato la diretta della prova su strada maschile sono stati il tennis, purtroppo quello maschile, la scherma e il taekwondo. Dell’ultimo il cronista ci ha fatto sapere, come a giustificarsi, che è uno degli sport più praticati nel mondo, e se lo dicono in tv sarà vero ma io non conosco nessuno che lo pratichi, e purtroppo l’italiano ha vinto nonostante l’avversario argentino avesse un tipico nome da villain, e ritornerà nei prossimi giorni a interrompere sport più decenti, ma un giorno storici e sociologi scriveranno pagine e pagine sul ruolo svolto dalla RAI nella Decadenza della Cultura Occidentale. La scherma era l’unico sport per il quale decenni e ventenni fa dalle mie parti si faceva reclutamento nelle scuole dell’obbligo grazie alla volontà di vecchi insegnanti di educazione fisica fascistoni, e dato il costo dell’attrezzatura i volontari erano di famiglia agiata. La scherma è uno sport che per tempi morti se la gioca col baseball, mentre nel ciclismo anche quando sembra che non stia succedendo niente e il gruppo rallenta sta invece accadendo qualcosa di importante perché quelli davanti aumentano il vantaggio fino a 20 minuti, vogliamo andarli a prendere cortesemente? Intanto quelli davanti sono i soliti rappresentanti di paesi con meno tradizione ciclistica, tra i quali c’è il fratello di Peter Sagan, il sudafricano Dlamini che ha avuto il suo momento di gloria quando al Tour ha voluto portare a termine la tappa più dura anche se molto fuori tempo massimo ma il ragazzo non è un avventuriero dilettante perché da under 23 ha corso in Italia e andava forte, e poi il più titolato della compagnia è il romeno Grosu che essendo però un velocista è stato il primo a staccarsi in salita. Dietro per ridurre il gap ci si è messo il campione olimpico usato garantito Greg Van Avermaet, che forse se non avesse quel titolo non sarebbe stato neanche convocato, eppure tirava così forte che hanno dovuto invitarlo a moderarsi per riprendere più avanti. Potrebbe essere l’ultima stagione per Greg che si è detto deluso dalla sua annata ma si è mostrato generoso fino all’ultimo, lui che fu maglia gialla in fuga al Tour pur senza padri e nonni famosi, e il bello è che lavorava per un capitano altrettanto orgoglioso e generoso che non si tira mai indietro, Wout Van Aert, mentre per l’altro favorito Pogacar ha lavorato Tracagnotnik. Gerainthomas, convocato dalla Gran Bretagna con grande senso dell’umorismo, inglese of course, invece si è distinto nella sua specialità, la caduta, e a questo punto dovrebbe intervenire qualcuno per convincerlo a smettere, perché è un pericolo per sé e per gli altri. Nelle fasi finali la corsa passa per il circuito motoristico e come succede sempre in questi casi, come pure ai Mondiali di Imola, i cronisti vengono presi da venerazione ed eccitazione feticistica per il Sacro Circuito, di cui possono ricordare la variante dove si schiantò Tizio o la chicane dove la ruota di Caio volò fin sulle tribune, ooooooh con punti esclamativi. Così, tra un’interruzione di vario tipo e un tg sportivo che interviene a interrompere le dirette con interviste registrate giusto per pubblicizzare altre gare future che a loro volta saranno interrotte, vediamo nel caldo-umido giapponese andare forte uomini da classiche del nord e una grande morìa di spagnoli, compreso Valverde da cui forse ci si aspettava di più ma bisogna ricordare che i coetanei dell’Embatido stanno davanti alla tv con una flebo di caffè e granita. La presenza di due strafavoriti induce al tatticismo e se attacca qualcuno tutti gli altri guardano Van Aert e Pogacar come a dire: siete voi i fenomeni, tocca a voi, anche in mancanza degli altri fenomeni perché Alaphilippe, che è quasi un abusivo in quella categoria, non era interessato ai 5 cerchietti e Van Der Poel e Pidcock gareggeranno nella mtb. Così, tra scatti e controscatti, quello buono arriva da due americani, che quando nel 2019 hanno vinto entrambi in Italia potevano far storcere il naso a molti. Il giovane e sconosciuto statunitense Mc Nulty vinse il Giro di Sicilia battendo tutti gli italiani disponibili e l’ecuadoriano Carapaz vinse il Giro e tutti a dire che doveva ringraziare Roglic e Nibali distratti a organizzare una visita alla Casa-Museo Nibali, e invece oggi è partito con in saccoccia anche un secondo posto alla Vuelta un terzo al Tour e un Giro di Svizzera più una tappa octroyée in favore di Kwiatkowski al Tour 2020. Gli italiani, già, c’erano anche loro, non erano i favoriti e hanno fatto il possibile per rispettare il pronostico, Caruso Ciccone e Nibali prima hanno fatto i loro tentativi, precoci, e poi hanno lavorato per i capitani, ché, per quanto può sembrare strano, c’erano due ritenuti degni di questo ruolo: Moscon che quando toccava a lui si è squagliato e Bettiol che rimaneva attaccato ai primi ma non prendeva iniziative finché non ha avuto i crampi ed è finito 14esimo, ma almeno nessuno si è ritirato. Il risultato potrebbe accelerare la pratica per le dimissioni di Cassani che ha costruito una nazionale a misura di sé stesso ciclista che nelle gare importanti agli ultimi km rimaneva senza forze (vedi Liegi 1992 e Amstel 1995). L’incredibile Supercittì, anche se il movimento italiano è quello che è, farebbe bene a rinunciare ai suoi superpoteri per fare altre cose ma non l’organizzazione del Giro d’Italia che rischierebbe di diventare un Giro di Emilia-Romagna e Province Limitrofe. Poi direi che l’avvicinamento alla gara non è stato dei migliori, non sono un esperto ma i primi 8 dell’ordine d’arrivo sono reduci dal Tour, e le convocazioni le decidono i team per cui non è colpa dei ciclisti né del cittì che l’unico al Tour fosse Nibali, ma in alternativa si è organizzata la Settimana Italiana però in date troppo vicine alle olimpiadi per cui era una corsa in 5 misere tappe per le strade superstrade e sopraelevate della Sardegna ma per partire in tempo per Tokyo gli stradisti ne hanno corse solo 3. E alla fine per vincere la prova olimpica non era necessario essere iscritti all’albo dei Fenomeni perché Van Aert e Pogacar si sono limitati a contendersi al fotofinish argento e bronzo, ma a vincere è stato Richard Carapaz, il campesino che voleva fare il muratore, rappresentante dell’Ecuador, un paese che non si è potuto permettere di mandare giornalisti a Tokyo perché costava troppo, e, in una giornata di sport fighetti in cui c’era pure il dressage in cui i cavalli sembrano se possibile più altezzosi degli stessi cavalieri, questa è una bella notizia.

Mentre i suoi principali avversari avevano una squadra Carapaz ha corso praticamente da solo.

Perline di Sport – Riflettiamo, ma poi ce ne dimenticheremo

Il caldo non lo sopporto più e da qualche anno penso che l’estate è una stagione che va bene per i giovani o per chi non deve lavorare, e mi verrebbe da dire sbrighiamoci col Tour le Olimpiadi il Mondiale e il Lombardia e passiamo quanto prima al ciclocross. Poi è successo che l’occasione per cercare delle immagini di questo sport dei mesi freddi è capitata della peggiore specie, la morte della belga Jolien Verschueren a soli 31 anni, e allora uno dovrebbe riflettere su quelle cose che semmai già si dice spesso senza però riuscire a tradurle in atti concreti, cioè che abbiamo solo il presente. E infatti basta che passi pochissimo tempo e già torniamo ad aspettare con impazienza che arrivi il weekend qualche festività o chissà quale altro periodo futuro e passi il tempo così.

Jolien Verschueren ha vinto per due anni consecutivi il classico Koppenbergcross che si conclude su uno dei muri più ostici del Giro delle Fiandre, e in particolare nel 2016 dopo un bel duello con la campionessa del mondo Thalita De Jong.

Koppenbergcross 2015

Koppenbergcross 2016

Una busta sorpresa di statistiche record e curiosità

Per quello che può valere, Nic Dlamini è il primo sudafricano nero a correre il Tour, ma probabilmente anche se non avesse avuto questa responsabilità storica avrebbe ugualmente voluto arrivare al traguardo della tappa di domenica a Tignes anche se fuori tempo massimo, una soddisfazione personale, e una storia che ricorda quella di Evaldas Siskevicius alla Roubaix 2018, con la differenza che Dlamini ha trovato la via libera e non ha dovuto fare questione con il custode del velodromo come Evaldo, il quale l’anno dopo si prese la soddisfazione di arrivare nono, e quindi l’augurio per Dlamini è di ritornare al Tour e prendersi anche lui qualche soddisfazione più consistente, ma in mancanza c’è sempre il Giro. In quella tappa resa dura dal maltempo c’è stato un altro déjà vu, con Lukas Pöstlberger che ha preso un ombrello dal pubblico e si è riparato per un po’: l’aveva già fatto Jarlinson Pantano al Tour del 2016, ma qualche tempo dopo il colombiano fu squalificato per doping per cui chissà che non gli abbiano cancellato anche questo primato dell’ombrello. Al Giro Donne invece la cronoscalata di lunedì si è corsa col bel tempo eppure anche lì 12 ragazze 12 (non è il manifesto di un vecchio spettacolo di varietà) sono andate fuori tempo massimo, ma Anna Van Der Breggen non l’ha fatto apposta, lei è una brava ragazza ma quando corre in modalità schiacciasassi può succedere. E tra le 12 tornate a casa prima del tempo c’era pure Chiara Consonni, un’avversaria in meno per Lorena Wiebes che al suo primo Giro alla prima tappa per velociste ha subito vinto: una media del 100% di volate vinte. E’ stata volata pure al Tour e la notizia non è la vittoria di Cavendish ma il fatto che per la prima volta non si sia messo a piangere: o ci sta facendo l’abitudine o ha delegato Ballerini. Con questa Cav ha vinto 33 tappe al Tour, una meno di Merckx, e ora ci sono un po’ di discussioni stupide su questo record e sul fatto che comunque Merckx era ben altro ciclista, e addirittura Beppe Conti vorrebbe che Cavendish facesse una solenne dichiarazione esplicita sul fatto che comunque lui non si ritiene superiore a Merckx, ma nessuno pensa che si tratti di un semplice dato statistico. E allora tutti quelli che sull’Ora hanno fatto meglio del record che Merckx stabilì a Città del Messico cosa dovrebbero fare? Ma poi se pensiamo che in media in un Tour ci sono ventuno tappe e in un Giro Donne ce ne sono solo 10 il record più record sono le 29 vittorie di tappa di Marianne Vos. In chiusura della diretta RAI dal Tour hanno mandato come omaggio a Raffaella Carrà un’intervista a Gino Bartali in cui venne fuori che la famosa frase Gli è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare era nata come autocritica: questa la sapeva Beppe Conti?

E tutti piansero

Eravamo rimasti a quel dito di Dylan Teuns verso l’alto che in RAI continuano a dire fosse una dedica a Jolien Verschueren, ma pensavo che per avere un omaggio sicuro ed esplicito bastava che al Giro vincesse una ciclocrossista. Detto fatto, tappa vallonata e vanno in fuga in 4 tra cui Marianne Vos e Lucinda Brand, e la seconda, o dopo aver vinto il mondiale ha acquisito troppa fiducia in sé o invece si sentiva già battuta, ha lanciato la volata lunga e Marianne ha vinto la sua 29esima tappa al Giro Donne dedicandola alla collega morta in questi giorni, e la commozione nel caso era sincera perché le due avevano un rapporto particolare appartenendo alla stessa fede religiosa. Ma Teuns ieri ci ha riprovato, non credo per fare una seconda dedica tante volte la prima non si fosse capita, però arrivare in fondo per due giorni consecutivi non è da tutti, di sicuro non da lui. Sta venendo un po’ così questo Tour, con tappe condizionate dalla tattica fino a quando Pogacar non si stufa e attacca i rivali diretti, mentre altri meno pericolosi entrano nella fuga di giornata e recuperano in classifica o addirittura vincono, e ieri è toccato a Ben O’Connor. Ma era la seconda tappa consecutiva con salite e brutto tempo, per cui i ciclisti stanchissimi hanno rischiato di uscire fuori tempo massimo, e qualcuno ci è riuscito come i velocisti di casa Démare e Cocquard che nessun escamotage sciovinista potrà riammettere in corsa, mentre Cavendish ce l’ha fatta per poco e alla fine abbracci con i gregari e un altro pianto, insomma Mark se arriva primo piange se arriva ultimo piange e non se ne può più. Poi ci sono stati anche i ritiri eccellenti, e anche su questo i commenti in RAI sembrano dettati da simpatie e antipatie, cioè Ewan non poteva ritirarsi dal Giro per prepararsi agli altri obiettivi stagionali mentre Van Der Poel può ritirarsi tranquillamente per preparare le Olimpiadi, e ancora Roglic avrebbe dovuto continuare anche se tutto acciaccato e dolorante, e ditemi quale altra logica può esserci in questi pareri sfacciatamente contrastanti. Per non parlare dell’Arkea che sembra la squadra dei reietti con Quintana e Bouhanni, il secondo perché è un velocista litigioso e anche pericoloso e il primo forse semplicemente perché è un campesino poco glamour.

Una giornata di ricordi

Non conoscessimo il ciclismo diremmo che i due grandi giri in corso sono già chiusi. Al Giro Donne c’è stata una discutibile partenza con una cronosquadre e poi subito un arrivo in salita, e Anna Van Der Breggen quando ha deciso che era il momento è partita e con il suo stile, concentrata in progressione e sempre sulla sella, ha dato già grossi distacchi a tutte, e il bello, per lei, è che seconda e terza sono sue compagne di squadra. Elisa Longo Borghini mi sa che il Giro non lo vincerà mai, a prescindere dalle avversarie, e forse lo pensa anche lei che aveva già detto che ogni anno ha un giorno di crisi e stavolta si è voluta togliere subito il pensiero. Per il futuro meglio attendere Marta Cavalli e la sorprendente crossista Gaia Realini, due che hanno una forza di volontà già scientificamente provata. Anche al Tour Pogacar sembra aver già chiuso la gara, ieri la fuga era più sensata, più ordinaria, meno prevedibile era che Pogacar partisse dal gruppo a più di 30 km dall’arrivo, ma qualcuno in gruppo non vuole capire che quando lo sloveno fa così bisogna far finta di non vederlo, invece Carapaz prima ha cercato di restargli attaccato e poi lo ha inseguito da solo per decine di km e alla fine gli avversari l’hanno ripreso di nuovo in vista dell’arrivo. Intanto davanti Pogacar andava a unificare la maglia gialla e a raggiungere man mano i fuggitivi di giornata, i quali vedendolo arrivare si spostavano, forse per paura dello spostamento d’aria o forse per vedere da vicino quel momento destinato a passare alla storia come se fossero spettatori pagati, e a molti la cosa ha ricordato una situazione analoga al Tour del 1994 con Pantani in rimonta e Pensec che allargò le braccia come a dire Ecchec****! però in francese. Ma per la vittoria di tappa Dylan Teuns era davanti, ha resistito e si è meritato la vittoria pure perché non si è messo a piangere, anche se ha indicato il cielo con un dito e conoscendo i ciclisti ci siamo chiesti: Chi altro è morto? Allora è intervenuto Garzelli con una doppia gaffe che sarebbe comica se la faccenda non fosse una brutta storia. Garzelli ha detto che Teuns ha ricordato Jolien Verschueren, un ragazzo che è morto in questi giorni, ma anche se il varesino non segue il ciclocross c’era la foto su tutti i siti del settore: il “ragazzo” era una ciclocrossista 31enne tra le più forti in Belgio, qualche vittoria e molti piazzamenti in gare internazionali, era anche maestra d’asilo e si era ammalata di tumore, ma quando in autunno era tornata a correre pensavamo fosse guarita. Ma non era finita perché poi di sera su Het Nieuwsblad c’era l’intervista a Teuns che diceva di aver dedicato la vittoria al nonno. E a proposito di salute ieri qualcuno ha rischiato in corsa soprattutto a causa della pioggia. Il danese Vingegaard ha emulato il suo capitano Roglic, Van Der Poel quand’era già staccato ha rischiato di essere colpito da un ombrello sfuggito a un tifoso e lo stesso Teuns, non bastassero i rischi che ha corso in discesa, sul rettilineo d’arrivo ha dovuto evitare una bottiglia d’acqua che rotolava. Sempre in discesa Ion Izagirre, che in genere è abile nella specialità, ha sbagliato una curva deviando in uno spiazzo e ricordandoci i bei tempi di Geniez. Ieri la RAI con un tempismo fortunato ha invitato in studio Saronni, uomo immagine della UAE di Pogacar, che ovviamente era soddisfattissimo e aveva anche le idee molto chiare perché ha detto che in giornate così vuoi solo goderti quello che è successo senza pensare al futuro e pochi minuti dopo ha detto però pensiamo a domani. E il domani in senso letterale è oggi con un arrivo in salita, ma prima c’è la pubblicità, e non una qualunque ma lo spot più lungo del mondo: la Maratona dles Dolomites.

Frasi dimenticate – il momento del caffè

Ci sono ricerche per tutti i gusti e per tutte le esigenze e c’è anche qualche studio che dice che il caffè rafforza la memoria. Se così fosse dovrei ricordarmi di prenderlo, ammesso che non lo faccia già e me ne dimentichi, perché la situazione peggiora e ora dimentico anche delle frasi sentite di recente. Ad esempio ce n’è una sul caffè che ho sentito proprio nelle scorse settimane ma non so dove. Sono solo quattro parole, sembrerebbe quasi uno slogan pubblicitario ma non so chi potrebbe ricorrervi perché è troppo oleografico. E allora potrebbe essere in qualche vecchia scenetta rivista di recente, forse in un film di qualche artista napoletano del passato, di quelli così amanti della loro città che potendo se ne scappavano a Roma o anche più lontano.

Le cadute degli dei

In questa primavera, che non è ancora finita né ufficialmente né climaticamente, c’è stato il ridimensionamento dei grandi, dei giganti, dei tenori, dei fenomeni, tre quattro cinque, quanti sono, non è stato fatto un censimento, che continuano a essere campioni e fare spettacolo in corsa ma si sono dimostrati battibili, umani, hanno mostrato difetti e limiti e di non potersi permettere tutto: Van Der Poel, Van Aert, Pidcock, Alaphilippe, Bernal, e pure Pogacar che Roglic è riuscito a battere, ma più di tutti ha mostrato grossi limiti Evenepoel soprattutto nella guida, ma per ben due volte è stata la sua squadra che ha sbagliato affrettando i tempi, sia nel recupero fisico che nel ritorno alle gare. Tante aspettative erano riposte su di lui anche dai media, e a un certo punto tutti hanno iniziato a dargli tanti e disparati consigli: ritirarsi, andare avanti, fare esperienza, puntare alla crono finale, finché ieri non è arrivata l’ennesima caduta stavolta con taglio al braccio ad “aiutarlo” nella scelta e già ieri sera ha annunciato il ritiro, come Ciccone che ha deciso quando già era al foglio firma, mentre Nibali continua.

La Deceuninx ha puntato tutto su Evenepoel, però senza mettergli pressione, si aspettavano solo che vincesse con un quarto d’ora di vantaggio, ha sacrificato Almeida per la causa, e ora si trova senza neanche una vittoria di tappa, e di un podio neanche a parlarne. E allora nella megafuga di giornata si infila il megapassistone Remi Cavagna e a meno di 30 km, quando i fuggitivi si controllano e tutti guardano Bettiol che è il più in forma, lui parte e, dato che dietro continuano a guardarsi, guadagna decine di secondi e forte com’è sul passo sembra aver già vinto, con l’ammiraglia che presumibilmente gli grida: Forza Remi! Ci sono corridori che sono spesso sfortunati e hanno continui contrattempi e problemi fisici che diventano quasi strutturali e si finisce a pensare che, anche se di potenziale ne hanno tanto, una tappa non la vinceranno mai, e invece quest’anno Nizzolo per dire c’è riuscito. Un altro è Alberto Bettiol, che oggi non ci sta, vuole vincere a tutti i costi, prova più volte ad attaccare ma gli altri disperati non lo mollano e a un certo punto se li toglie di ruota, rimonta su Cavagna, viene raggiunto da Roche ma lo stacca di nuovo, guadagna soprattutto sulle salitelle e sull’ultima sorpassa il francese e se ne va, è straripante in tutti i sensi, chiama la standing ovation, e alla fine cerca di salire sul palco della RAI con la bicicletta violando tutti i protocolli, e dubito che Von Der Leyen e le altre cariche europee stessero guardando, e sarebbe un peccato perché avrebbero imparato qualcosa.

Everybody clap your hands!