Buona educazione

La RAI, nonostante l’orribile programmazione che la rende uguale alla Mediaset, nei proclami si spaccia sempre per veicolo di educazione e rispetto. Ma norma di buona educazione è di rispettare impegni e orari, cosa che non mi pare di riscontrare nei nevrotici palinsesti RAI; ho conosciuto persone che si vantavano di essere ritardatari capaci di superare anche il muro delle 2 ore ma non mi pare siano approdati alla RAI. E sarebbe bella una diretta del Giro Donne, non integrale come per gli uomini, che poi diventa pallosa, ma neanche striminzita. Sarebbe bello ma purtroppo il Giro Donne lo trasmette la RAI e ieri, tra cambio di rete, con l’altra che non aveva ancora terminato la trasmissione precedente, e fiumi di pubblicità, abbiamo staccato a 12 km dalla fine con un gruppetto di fuggitive e ripreso 8 km dopo con il gruppo compatto. Il finale era con curve e ultimi metri in salita, praticamente un ottovolante, l’ideale per Marianne Vos. Elisa Balsamo è stata preceduta pure da Charlotte Kool che l’anno scorso fu quasi la sua bestia nera ma quest’anno ha soprattutto fatto da ultima donna per Lorena Wiebes, potremmo paragonarla a Martinello quando tirava le volate a Cipollini, ma non lo facciamo perché non sarebbe buona educazione paragonare al Cipollone l’esuberante ragazzona dei Paesi Bassi. Ma poi sarebbero bassi i paesi dell’ex Olanda? Dal Tour ci dicono che il punto più alto della Danimarca è il megaponte sullo stretto del Grande Belt su cui doveva passare la corsa gialla, 254 metri contro i max 172 della terraferma. Gente pragmatica questi danesi, hanno costruito un ponte sul loro stretto e l’altroieri abbiamo visto una pista da sci allestita su un termovalorizzatore, però non hanno certo le imprese conviventi che abbondano in Italia. Ma torniamo un attimo alle donne, nell’intervista la Vos ha praticamente ricambiato i complimenti ricevuti il giorno prima da Elisa junior, perché sono ragazze educate, pure nelle volate: prego prima tu (che ti prendo la ruota). E si sarebbe potuta vedere almeno qualche premiazione, al Giro il protocollo è più veloce che al Tour, ma, nonostante la fine del collegamento fosse prevista dopo un’altra mezzora, la RAI per continuare a dimostrarsi inaffidabile ha dato subito la linea al Tour, dove in realtà non sapevano neanche cosa farsene di quella linea, mancavano 120 km all’arrivo, e hanno aperto delle finestre su una finale di pallanuoto che non era ignorata ma tranquillamente trasmessa su Raisport, e allora spero che in futuro, durante una partita di calcio, aprano una finestra per sapere cosa sta accadendo a I soliti ignoti o altro gioco equipollente. I commentatori RAI sono tornati sulla crono di apertura e hanno rivelato che Gerainthomas dell’iperscientifica Ineos si era dimenticato di togliersi il giubbino e con questo indumento poco aerodinamico ha fatto una brutta gara. Mister G ha detto: “Qualcosa ho pagato per questo giubbino”, ma non intendeva dire 39 euro da OVS, si riferiva al tempo impiegato. Poi in RAI quanto costa il giubbino non ce l’hanno detto, ma un body costa migliaia di euro, e c’è da temere che se cadono e lo strappano rischiano anche di prendere gli scapaccioni e di andare a letto senza il riso scotto. Ma i commentatori hanno voluto infierire su Thomas rivelando un’altra sua affermazione: che impacciato dal soprabito ha fatto le curve peggio di come le avrebbe fatte sua moglie. Insomma, già è passata alla storia quella volta che Cassani, dicendo di aver visto Rasmussen allenarsi in un posto diverso da quello dove aveva detto di trovarsi, scatenò un putiferio che portò il danese a lasciare il Tour in maglia gialla, ora rischiano di far litigare il gallese con la moglie. Però questo è un Thomas diverso, sarà stato distratto il primo giorno ma nella tappa del ponte ci sono state diverse cadute e le ha evitate tutte. In realtà le aspettative per la giornata erano altre: ponte lunghissimo sul mare uguale vento uguale ventagli, ma il vento era contrario, ventagli non ce ne sono stati e contro la noia ci sono state solo le cadute e prima la fuga del mattino di Magnus Cort e pure Nielsen che ha vinto tutti e tre i GPM, e all’ultimo per festeggiare con il pubblico connazionale ha alzato le braccia come avesse vinto la tappa. Quella, la tappa corsa tra edifici che sembravano fatti con il Lego, con il finale che al contrario del Giro era in discesa, l’ha vinta Fabio Jakobsen, e l’occasione è stata gradita dai cronisti che hanno potuto ricordare ancora una volta l’incidente in Polonia due anni fa e i danni riportati e il fatto che gli diedero pure l’estrema unzione, e invece lui è arrivato alla più importante vittoria della carriera alla faccia degli uccellacci del malaugurio, nel senso degli estremi untori.

Bicilesionismo

A ora di pranzo ho sentito mezzo TG5 (facciamo TG 2,5) in cui hanno mandato un servizio su una rassegna di street art in Molise. Già in passato si sono occupati di Endless, lo street artist più innocuo del mondo, per non parlare di Jorit, quello che ha ritratto il calciatore innominabile per cui meglio non parlarne. E allora ho pensato che se ne parlano al TG5 anche la street art è ormai istituzionalizzata. Poi hanno celebrato un tuffatore 15enne che ha vinto l’argento ai mondiali. Ricordo minorenni celebrati anche in altri sport acquatici o presunti artistici, e calciatori diciottenni in nazionale, e nessuno ci ha mai trovato niente di strano, poi arriva un ciclista 18enne belga che vince tra gli élite, però l’anno dopo a 19 anni, e crea dubbi e polemiche e scombussola tutti, nella migliore delle ipotesi si discute del modo opportuno di far crescere i giovani ciclisti. E poi ogni piccola notizia su metodi di allenamento o attrezzature scatena polemiche e sospetti. E’ vero che i media generalisti danno spazio ai tuffi che non so quanto seguito abbiano e ignorano la partenza quasi simultanea di Giro Donne e Tour Uomini, ma il mondo del ciclismo è autolesionista, al punto che viene spontaneo il facilissimo gioco di parole e dire che è bicilesionista. Quest’anno i giudici francesi non hanno nemmeno aspettato le grand départ del Tour per scatenare sospetti, disponendo ulteriori ispezioni alla solita Bahrain financo delegando la polizia danese. L’anno scorso non hanno quagliato niente, quest’anno non hanno sequestrato niente, poi a me sembra che nessuno dei ciclisti passati per questa squadra abbia avuto una mutazione come quella di Bjarne Riis oltre 25 anni fa, e allora bene farebbe il Re del Bahrain a tagliare pure lui il petrolio alla Francia. Però nessuno ricorda mai le cose positive del ciclismo, ad esempio la promozione di una mobilità ecologica, a patto che il lavoratore che si sposta in bicicletta non pretenda di essere seguito dall’ammiraglia, e le vite salvate, tutti gli atleti strappati al calcio, Evelyn Stevens che lavorava per i fratelli Lehmann, e ora una storia quasi analoga, quella di un’altra statunitense, Kristen Faulkner dall’Alaska che faceva la promotrice finanziaria, ma poi ha lasciato tutto e dopo aver sfiorato la vittoria al Giro di Svizzera ha vinto oggi il cronoprologo del Giro d’Italia. In passato aveva fatto kayak, no canottaggio, no canottaggio indoor, non è chiaro, né è chiaro dove si svolga il canottaggio indoor: in un palazzetto enorme o direttamente nelle fogne? Ha corso presto per cui le è toccato rimanere un’ora e mezza cronometrata sulla hot seat riservata alla prima provvisoria, un’attività che non si può svolgere in smartworking, ma è stata tutto il tempo a sorridere diventando subito popolare. E’ una mattacchiona, forse pure più della Stevens, e dopo la gara è andata a tuffarsi in mare con la maglia rosa. Si è corso vicino al mare di Cagliari, 31 gradi e forte vento, qualcuno indossava un copricapo da cammelliere ma per la maggior parte degli italo-cittadini un clima così è perfino da invidiare. Per la vicinanza del Tour femminile la SDWorx non ha portato il podio dell’anno scorso, o meglio la vincitrice c’è ma è in ammiraglia, Moolman e Vollering non ci sono e nel caso della sudafricana è stato un grave sbaglio perché è una scalatrice e le montagne del Giro non le troverà al Tour. Però ci sono le due vecchiette (non che la Moolman sia giovanissima, anzi è al suo ultimo anno) ma non fanno più sfracelli come una volta. Nel cronoprologo di Caserta 8 anni fa Van Vleuten e Vos furono prima e seconda, oggi sesta e tredicesima. Della brabantina che ha avuto il dono da Dio ci hanno detto che prima della gara, ridendo e scherzando con le compagne, ha mangiato un panino con prosciutto e formaggio ma non ci hanno detto se prima ha recitato una preghiera di ringraziamento.

Kristen Faulkner prima era nervosa in attesa della fine, poi ha fatto splash.

La Zeriba Suonata – Acqua

Dopo il Covid e la guerra slava in heavy rotation nei notiziari e nei dibattiti c’è la siccità. Qualcuno in Piemonte proponeva di razionare l’acqua chiudendola di notte, una misura che decenni fa al sud sarebbe stata inopportuna perché ci sono stati periodi in cui l’acqua arrivava nelle tubature solo di notte, o se andava bene dal tardo pomeriggio, ma essendo una faccenda che riguardava il meridione non veniva vista come emergenza ma come fenomeno folkloristico locale. E la tivvù fornisce consigli su come risparmiare acqua anche nei piccoli gesti quotidiani come quando ci si lavano i denti. Però, dico io, dato che della siccità se ne parlava da tempo, ma ci si preoccupava di più della penuria in altre tubature, ci si poteva svegliare prima, almeno tre settimane, quando finiva l’anno scolastico e c’era il rituale deficiente dei gavettoni, che se qualcuno dovesse prendere alla lettera la parola “maturità” ha subito l’occasione per ricredersi. Si poteva invitare i ragazzi a non sprecare l’acqua con i gavettoni, tanto più perché fino a poco tempo fa ogni venerdì si ringretinivano, e, nel caso in cui l’appello fosse fluito da un orecchio all’altro meglio di altri liquidi, intervenire anche con la forza, mandando l’esercito. Certo non si sarebbe potuto pretendere che i militi sparassero sui ragazzi, ma almeno che usassero gli idranti.

The Incredible String Band – The Water Song

Una seria alternativa alla danza della pioggia, scientificamente provata, è l’organizzazione di corse ciclistiche: ieri ha piovuto a San Giovanni al Natisone (Pordenone), sui campionati italiani crono, e sul Giro della Svizzera femminile vinto da Lucinda Brand che, essendo una crossista, nell’acqua ci sguazza.

E’ tutto finito, circolare!

Questa volta parliamo di donne

Guardavo il meteo, quello su Canale 5 con la mia meteorologa preferita, e pensavo che in questo paese ci sono sempre state relazioni pericolose, c’è un governo con l’inciucio migliore che si possa immaginare, e per restare nell’ambito TV la RAI ha affidato più volte la presentazione di Sanremo alla De Filippi finendo con il fare pubblicità alla cosiddetta concorrenza e al sistema talent, però il Giro per le previsioni si affida ai tristi uomini di fiducia della RAI invece di consultare Stefania Andriola che con il mondo del ciclismo ha avuto a che fare. Ma poi le previsioni meteo della RAI si rivelano pure sbagliate, doveva piovere o nevicare sull’ultima tappa di montagna e così non è stato alla faccia dei cultori del ciclismo più sadico che eroico. In genere non sto ad ascoltare quello che dice lo scrittore parlante, ma stavolta ho sentito che ha accennato a una ballerina della Belle Epoque che soggiornava da quelle parti, Cléo De Mérode, dice che era bellissima, e dato che all’epoca c’erano già le fotografie, e non c’è bisogno di cercare quadri o interpretazioni di illustratori come per la famosa Charlotte che non la dava a Goethe, o al giovane Werther se preferite, dicevo sono andato a cercare le foto e in effetti Cléo era bella di una bellezza non datata, cioè direi moderna. Poi l’argomento è gradito al governissimo migliorissimo che vorrebbe tornare ai fasti della Belle Epoque, già ha decretato il bonus terme, allo studio c’è il bonus casinò grazie al quale si potranno detrarre dalla dichiarazione dei redditi le perdite al casinò, ed è stato proposto all’UE di spostare la sede da Strasburgo a Baden Baden. In seguito lo scrittore parlante è stato più pertinente quando a 8 km dall’arrivo, in piena Marmolada, ha detto che in quella zona vive la marmotta, e questa notizia è in tema con il Giro perché sembra di essere nel film Ricomincio da capo (Il giorno della Marmotta), ogni giorno uguale all’altro. Infatti davanti c’è la fuga nella quale si infilano il solito Van Der Poel e Vendrame dopo le recriminazioni del giorno prima, ma saranno i primi a staccarsi anche se Vendrame fa in tempo a litigare con qualcuno, e con una bella fuga dalla fuga prima si prende la Cima Coppi sul Pordoi e poi vince sul Passo Fedaia uno dei giovani italiani più promettenti, Alessandro Covi, figlio di Marilisa Giucolsi che correva negli anni 90 che furono un altro periodo dorato per le cicliste italiane, mentre dietro il gruppo con la Bahrain tira come se Mikelanda preparasse l’attacco della sua vita, e invece quando i gregari finiscono il lavoro lui resta lì, e l’attaccone lo fa Jay Hindley che stacca Carapaz e in 3 km gli prende un minuto e mezzo. Carapaz va in crisi e pure Landa lo supera, ma a questo punto, comunque finirà con la crono conclusiva, non potremo più sminuire il Giretto del 2020 perché Hindley è vivo e lotta insieme alla Bora. Il Garzo che per tutto il Giro ha avuto da ridire sulla Bora del suo amico Gasparotto, che chissà cosa gli ha fatto, e ha elogiato la Bahrain, ha detto che Landa non era il Landa che conosciamo: infatti il Landa che abbiamo conosciuto in tutti questi anni sarebbe già caduto nelle prime tappe. Il Processo ha mantenuto l’impegno di alternare come ospiti 6 campionesse, sempre elogiate da Fabretti che le ha fatte parlare più di quanto usasse in passato la signora AdS, e stavolta è stato il turno di Marta Cavalli, ancora lei? E’ da un mese è mezzo che l’immagine sullo sfondo del mio pc è la sua vittoria all’Amstel con dietro tutti i gruppetti dispersi sul vialone di Valkenburg, non se ne può più.

In questa foto Cléo de Mérode sembra una mezza fricchettona degli anni 70.

Il giorno dei millepiedi scalzi

Lo scrittore parlante dice che non è vero che l’ultima tappa è come l’ultimo giorno di scuola, come ha sempre sostenuto Cassani, perché l’ultimo giorno di scuola si è solo contenti mentre il Giro vorresti che non finisse mai, ma immagino che i ciclisti stanchi e ammaccati non siano molto d’accordo. Una cronometrina di 17 km non poteva stravolgere la classifica e così Jay Hindley vince il 105esimo Giro d’Italia, e gli italiani possono prendersi un po’ di merito per questa vittoria giusto per quei pochi mesi in cui il ragazzo ha corso in Abruzzo. Quel periodo non gli è stato sufficiente per imparare a parlare italiano, e a Rizzato dice che non può chiedergli di dire qualche parola nella lingua di Dante, eppure non ci vuole nulla, basterebbe dire Pape Satàn, pape Satàn Aleppe e farebbe tutti fessi e contenti, come si dice nella lingua non proprio di Dante. Però mi chiedo se dagli italiani Jay non abbia appreso piuttosto la nobile arte della ruffianeria, quella che fece vestire i Maneskin con la bandiera americana quando suonarono a Las Vegas ma fece pure indossare al brit Mick Jagger la maglietta di Paolo Rossi quando cantò e sculettò, più la seconda, a Milano nel 1982. E infatti Hindley dice che la maglia rosa è la più bella, de gustibus, e che il Trofeo senzafine è il più bel trofeo che abbia vinto, e qui è facile perché non so quanti altri trofei abbia vinto. Dicono che è venuto al Giro senza fare proclami, ma ha anche pronunciato la programmatica e già storica frase: “non siamo qui per mettere i calzini ai millepiedi”, presumo che nel Giù Sotto sia il corrispettivo della faccenda delle bambole da pettinare. Rispetto al 2020 Hindley ha corso meglio la cronometro finale ma la vittoria è andata a Matteo Sobrero, nel cui curriculum vitae la parentela con Filippone Ganna viene prima del titolo tricolore. Nibali con il quarto posto finale e Valverde con l’undicesimo concludono il loro ultimo Giro, la gente li invita a ripensarci, io invece li invito a tenere duro: Hasta la pensione siempre! Chi chiude malissimo il Giro è la RAI, perché prima arriva AdS con due taniche di retorica e non ne risparmia neanche una goccia perché a casa ne ha tante altre, poi al Processo arriva Cipollone che viene ritenuto un’autorità e invece è solo un triste umarell, anche se ascoltarlo può consolare chi ha superato i sessanta e crede di essere troppo vecchio, ma l’esperienza mi dice che non c’è un’età precisa in cui si può iniziare a rimpiangere la propria età dell’oro, io per esempio non ho ancora iniziato, e Cipollone dice che le fughe da lontano ai suoi tempi non arrivavano (e come fece Saligari a vincere a Caserta nel 1994?) e se c’era Pantani eccetera, e si contraddice anche, e contraddicendosi si espone troppo perché prima tira in ballo la solita accusa alla troppa tecnologia e ai misuratori di potenza, poi quando spara che gli italiani hanno insegnato il ciclismo a tutto il mondo dice che la matematica (intende la scienza) nello sport l’hanno introdotta Conconi e Ferrari, cioè quei due scienziati che dagli anni 80 erano dietro a tanti successi italiani non solo nel ciclismo ma in tanti sport di resistenza e poi è finita che il secondo è stato radiato e il primo è stato “prescritto”, i bei tempi dell’ematocrito a 60 che non ritornano più. E per far parlare l’umarell, interrotto solo e non abbastanza dalle interviste ai protagonisti di questo Giro, agli altri ospiti Colbrelli e Guderzo più addentro al ciclismo odierno non sono state rivolte domande, eppure se ne poteva fare una a Tatiana quando sono state accolte due sciatrici degli anni 90 indicate come esempi per le loro eredi attuali, cioè si poteva chiedere a Guderzo se ha avuto bisogno di esempi e se negli anni 90, quando era ragazzina, sapeva che al Tour de France Luperini e compagne vincevano la classifica e la metà delle tappe, forse non lo sapeva perché la tv dava molto più spazio allo sci. Ma Cipollone non ha finito lo show e, quando l’incauto Hindley parla dei sacrifici fatti stando lontano da casa (in realtà sembra che a causa del covid non vedeva i genitori da più di due anni), il giovane umarell dice che il giovane ingrato e viziato dovrebbe essere contento di stare lontano dalla famiglia, forse perché fa lo sport che gli piace o forse perché restando in famiglia non si può nemmeno picchiare la compagna perché è diventato reato, anzi il Cipollone che lasciava il Tour dopo poche tappe per andarsene al mare aggiunge che se fosse stato vivo Alfredo Martini gli avrebbe raccontato la vita vera, i veri sacrifici di quando ci volevano 9 giorni di viaggio per andare al Tour perché c’erano i bombardamenti, ma se Martini fosse ancora vivo anche a 101 anni sarebbe più lucido di Cipollone.

In montagna è la stessa cosa

Col senno di poi

Ecco la temutissima terza settimana, quella durissima con salite altissime in cui i ciclisti sono stanchissimi e pronti a una acerrima battaglia con imprese eroiche e distacchi abissali e se tutto va bene dovrebbe pure piovere e nevicare. E dopo il giorno di riposo che scombussola il metabolismo degli atleti ecco il Mortirolo che fa paura solo a nominarlo. Col senno di poi si poteva prevedere che, con il Mortirolo preso da un versante meno duro, lontano dal traguardo e seguito più da discese che da salite, i big sarebbero rimasti insieme e si sarebbero contesi pochi secondini di abbuonino allo sprint, e la tappa l’avrebbe vinta uno scappato di casa dalla mattina, stavolta è toccato al ceco Hirt. Ma nel ciclismo ben vengano questi escapisti che fuggono anche dalla responsabilità di fare classifica e dalle logiche del gioco di squadra, campioncini venuti male, imperfetti, che partono all’avventura, e nella loro carriera devono provarci decine di volte per riuscire a vincere, se tutto va bene, una o due volte. E prima inseriscono in questa categoria il buon Ciccone, volente o nolente, e meglio è anche per lui, che dopo la vittoria dell’altro giorno aveva di nuovo illuso giornalisti e tifosi che pensavano potesse risalire in classifica, prendere la maglia dei GPM e vincere un’altra tappa e ha fallito tutti e tre gli obiettivi. Questo invece è l’anno buono di Landa, è ancora quarto in classifica ma si è urtato con il compagno Bilbao e non è caduto, una cosa mai vista, è il suo anno fortunato, o non sfortunato. L’unico che ha guadagnato in classifica è stato Hindley e, nonostante la Bora stia correndo bene, Garzelli ha trovato un pelino nell’uovo da contestare al diesse Gasparotto, il quale ha risposto che con il senno di poi potrebbe dargli ragione, ma l’ha detto con la faccia di chi, col senno di durante, poteva pure mandarlo a fare in culo.

Pizze

Ma per lo spettacolo andrà sicuramente meglio con la tappa successiva nella quale fanno già paura i nomi delle salite: Passo del Vetriolo, Menador, e il più familiare Tonale non lo degnano nemmeno di un GPM, e allora ci saranno attacchi da lontano dei big e distacchi immensi e … no, uguale alla tappa precedente, fuga dei fuori classifica e big che stanno vicini vicini e si contendono pochi secondini di abbuonini al traguardo: che pizza. Però queste salite rimangono nelle gambe e c’è da capire tutti quei velocisti che, senza neanche la prospettiva di un’ultima prestigiosa tappa con volata in qualche centro storico, non hanno nessun motivo di continuare. Poi c’è Mathieu Van Der Poel che è storia a sé, non ci sono tappe neanche per lui ma resta in gara, ha detto che finire un grande giro gli sarà utile per la carriera, però, dato che si annoia a stare con le mani in mano, a volte si infila nelle fughe e altre volte impenna sulle salite a beneficio del pubblico non pagante. E stavolta va in fuga e ci rimane fino a 12 km dalla fine, ma, se vuole emulare il suo rivale Van Aert che al Tour ha vinto anche sui monti, può appunto provarci anche lui al Tour meglio che al Giro, perché il Mont Ventoux su cui vinse WVA è più adatto ai passisti. I commentatori hanno detto che è andato in crisi nel finale perché avrebbe avuto una crisi di fame, la dezaniana fringalle, il suo solito problema con l’alimentazione testimoniato anche dal fatto che nel giorno di riposo voleva l’ananas sulla pizza. Alla fine la tappa è stata vinta dal giovane piagnone colombiano Santiago Buitrago, nonostante una caduta in discesa come si usa nella sua Bahrain, e si può solo concordare con Garzelli che ha detto: “Io credo che complimenti a lui”.

La Zeriba Suonata – preghiera per il clima

Da qualche anno penso che la bella stagione è per i giovani, ma se così fosse perché allora il giovane Alex Chilton cantava una preghiera per far piovere, anche se non scritta da lui? Forse soffriva di allergie, non sopportava il caldo, gli dava fastidio la luce del sole, gli piaceva il ciclocross? No, era successo che la sua ex e il suo nuovo ragazzo avevano già pronti i cestini per un picnic.

The Box Tops – I Pray For Rain

Dati alla mano

Mobbing

Il Giro arriva a Genova e il Comune vuole che passi sul Ponte San Giorgio alias Morandi bis, una buona occasione per fare un po’ di retorica, ma RCS rilancia e ci mette pure la discesa dal Passo del Bocco dove morì Wouter Weylandt, con buona pace della sorella che lavora per la Trek e dice che avrebbe voluto non ci si passasse più. E’ una tappa adatta alle fughe, per la seconda volta in questa edizione ci si infila il tedesco Jasha Sütterlin,  ma la sua sfortuna è di essere un passistone e quindi per la seconda volta la Bahrain lo richiama all’ordine costringendolo a tornare nel gruppo e lavorare per la causa persa di Mikelanda che, in attesa di crisi e cadute, è ancora in classifica. Tra i fuggitivi c’è anche il principesso Kelderman che risale in classifica e come ha detto Martinelli hanno sbagliato quelli che hanno sottovalutato chi non dovevano sottovalutare: chiarissimo. Negli ultimi km restano davanti tre giovincelli che non hanno mai vinto tra i professionisti, e dopo l’arrivo Rota e Leemreize si confermano in questa deplorevole condizione per colpa di Stefano Oldani, che va in fuga col suo capitano MVDP, il quale male che vada può fungere da spauracchio, e che si prende tutte le responsabilità, insegue il paesano tutt’altro che bassino, lancia la volata e tiene a bada Rota con una deviazione come sanno fare quelli che vengono dalla pista. Gli italiani fanno così, appena vince uno si sbloccano e poi vincono a raffica, non è vero ma succede. Poi se ci fosse un po’ di memoria neanche tanto lunga basterebbe a smorzare eventuali entusiasmi. 10 anni fa Guardini battè Cavendish sul suo terreno e oggi fa il meccanico, 3 anni fa Cima vinse quasi in volata ma in realtà era l’unico della fuga a resistere al ritorno del gruppo e non ha dovuto neanche attendere che la sua squadra, la Gazprom, fosse dichiarata inesistente, perché non l’avevano riconfermato, e oggi è ancora al Giro ma come regolatore in moto. C’è spazio anche per il vittimismo, ci sono giornalisti che scrivono che le squadre foreste dovrebbero dare più spazio agli italiani e non fargli fare solo i mestieri, ma non so se pensano così perché il mondo del giornalismo è diverso dal resto del mondo del lavoro, dove i nuovi assunti non diventano subito capi reparto. Intanto Dainese, Oldani e Rota di occasioni per fare la loro corsa ne hanno avute, e poi non dimentichiamo la squadra americana che solo pochi giorni fa ha abbandonato a sé stesso la maglia rosa spagnola per soccorrere un italiano sopravvalutato. Comunque i diretti interessanti ringraziano le loro squadre nelle quali, a dargli ascolto, imparano molto, sottinteso in Italia no, anche se a volte, come nel caso di Oldani, dormono in camere molto separate, sono praticamente discriminati, perché Oldani è andato in ritiro da solo sull’Etna mentre i suoi compagni erano in hotel nelle camere ipobariche che in Italia sono ritenute doping. E poi dice che uno se ne va all’estero.

Zero

I tempi cambiano, decenni fa c’era un cantante che invitava a immaginare un mondo senza inferno né paradiso senza nazioni né religioni, e infatti l’hanno fatto fuori, dicono un mitomane ma chissà che dietro non ci fosse la potente lobby dei preti. Oggi, negli spot che ogni tanto vengono interrotti dal Giro d’Italia, più realisticamente c’è Bebe Vio che da un’auto invita a pensare a un mondo beyond zero, senza emissioni, con le auto che invece di sputare gas emettono acqua di rose. Beh, Bebe, a me tutte queste faccende di emissioni, ibridi, e anche bio eccetera mi convincono poco, ma dato che mi meraviglio che ci sia un bonus anche per i condizionatori d’aria, che non pensavo migliorassero la tendenza climatica, allora è meglio che non parlo di queste cose perché evidentemente non ne capisco. Comunque un mondo così è difficile anche da immaginare, soprattutto per un cittadino, quasi meraviglia vedere il verde delle vallate cuneesi, ma c’è anche chi non saprebbe che farsene, come quel tipo che quando i ciclisti sono passati tra i campi ha pensato bene di combattere quell’aria che puzzava di fresco accendendo un bel fumogeno. Almeno la tappa è a emissioni zero, ma di spettacolo, e dopo i due giorni di gloria italica fanno tutto i francesi, Bardet si ritira per problemi di stomaco, la Groupama lavora per riprendere appena in tempo la fuga di giornata, che sarebbe anche arrivata se i quattro davanti non fossero stati colpiti da un attacco di cazzimma suicida, ognuno pensando di essere più furbo degli altri tre, facciamo degli altri due perché Pascalone Eenkhoorn ha lavorato per due, ma lasciamo stare che non mi tornano più i conti, e alla fine Démare ha trivinto, e tra un’impresa e una volata una scorrettezza e una furbata sta mettendo insieme un bel palmarès e, per restare solo all’ambito del Giro, Fabretti, esperto di statistiche, ci dice che è il corridore in attività che ha vinto più tappe, dopo altri (che ne hanno vinte più di lui).

Entrambo

Al sabato il Giro d’Italia non va al mare o ai monti ma preferisce restare in città e dopo Budapest e Napoli ecco Torino calorosa in tutti i sensi, clima come se fosse La donna della domenica, ma non vediamo Jacqueline Bisset, e in questi casi c’è sempre lo spettatore curioso che non ha di meglio da fare che chiedere quanta acqua bevono i ciclisti in una giornata così calda. Quando c’era Cassani sapeva dire i litri d’acqua ma anche il residuo fisso e l’altezza s.l.m. della sorgente, ma ora c’è il Peta: –Quanta acqua bevono i ciclisti? -Tanta. Si scala Superga e la Bora lavora per sfiancare la Ineos e lasciare solo Carapaz, e ci riescono ma pure loro si sfiancano lasciando solo Hindley. A una trentina di km dal traguardo la Locomotora attacca e guadagna 30 secondi e pensi che ha vinto la tappa e ha vinto pure il Giro e si chiude qui arrivederci all’anno prossimo. Invece Hindley Nibali e poi Yates lo raggiungono e si susseguono gli scatti finché quello buono è del gemello inglese, e Giada Borgato dice che questo è lo Yates che conosciamo, e invece no, perché Yates è sia quello che va fortissimo che quello che va malissimo, entrambi, anzi, dato che non è schizofrenia ciclistica, direi entrambo. Carapaz conquista almeno la maglia rosa e fa contenti quelli che non vedevano di buon occhio che l’avesse Jumpin Lopez perché abbassava il livello del Giro, ma forse il vero problema è che è spagnolo, perché quando capitava con Valerio Conti andava tutto bene. Lopez anche stavolta è rimasto da solo perché la squadra che voleva vincere il Giro con Ciccone si è squagliata, e dato che in questi giorni al Processo si sono alternate le loro compagne di squadra Elisa e Elisa viene da chiedere se la Trek femminile che ha dominato la primavera e la Trek maschile sono davvero la stessa squadra. La tappa è stata spettacolare e Stefano Rizzato dice che così i ciclisti hanno voluto omaggiare il Grande Torino che qui si schiantò con l’aereo. Sicuramente è così, Carapaz lassù in Ecuador ha sicuramente sentito parlare del Grande Torino, e pure Hindley in quei pochi mesi che corse in Abruzzo la prima cosa che imparò dell’Italia era la storia del Grande Torino.

Chi fugge e chi sfugge

Slow Sud

A smentire subito quello che ho scritto l’altro giorno sulle tappe di trasferimento, appena il gruppo mette piede, anzi ruota, sul continente ne viene una tappa molto sonnacchiosa. Solo Diego Rosa azzarda una fuga solitaria controvento, lui è uno di quei giovani promettenti che aspetti aspetti e aspetti finché non diventano anziani, ed è un’altra scommessa dei suoi manager Basso & Contador, che visti i risultati farebbero bene a non giocare alla roulette. Qualcuno dice che Rosa è partito per cercare sé stesso, e forse anche il gruppo l’aiuta, guardate bene, pure là, trovato niente? E per questo procedono lenti, che non sarà un grande spettacolo ma almeno finisce per privarci di uno spettacolo ancora più sconfortante, il Processo fabrettiano. Quando il peloton finalmente raggiunge Rosa, questi per poco non si lamenta che ci abbiano messo troppo tempo, e in questi casi come al solito i commentatori che vogliono un ciclismo più avventuroso e meno calcolatore e sparagnino dicono che la sua è stata una scelta tattica sbagliata, ed era meglio risparmiare energie per il giorno dopo. Quindi c’è ancora volata con arrivo in curva e, sarà stato il vento o la forza centrifuga, alcuni deviano verso l’esterno con Gaviria che usa due DSM come transenne e poi riprende a pugni la bici che uno di questi giorni si vendicherà, ma lì davanti parte presto Markino Cavendish, lo supera Calebino Ewan ma poi arriva quel bestione di Démare che vince di nuovo: vergogna, grande e grosso si mette contro due piccoletti.

Quote rosa

Dopo l’annuncio del ritiro di Nibali il ciclismo italiano si pone una grande domanda: E mo’? Finora ci si poteva aggrappare alla speranza di qualche invenzione di Vincenzo, ma anche i quattro che nel loro piccolo hanno vinto i campionati europei hanno superato la trentina. Cassani dice che la causa della crisi è la mancanza di una squadra world tour, sottintendendo che i ciclisti migliori emigrano per fare i gregari, un’ipotesi originale sentita solo un altro milioncino di volte, ma neanche tra le donne c’è una squadra world tour, c’era la Alè ma quando gli emiri hanno voluto anche la squadra femminile invece di costruirla ne hanno comprata una già bella e fatta, e quei cammelli che pascolano nel giardino della Sciura Piccolo sono solo una parte del ricavato della vendita. Eppure le cicliste italiane vincono eccome. Qualcun altro dice che i giovani non praticano il ciclismo perché le strade sono pericolose, e in effetti non si è mai sentito di un giocatore di curling investito mentre si allenava, e guarda un po’ alle ultime olimpiadi ghiacciate tra i medagliati c’erano un ex ciclista e un figlio di ciclista. Sì, ma pure le donne si allenano sulle strade pericolose, eppure vincono eccome. Uffa ‘ste donne, le loro vittorie sono più un problema, nascondetele da qualche parte. Ma fare finta che non ci siano non è possibile, però almeno si possono limitare, così la RAI annuncia che a turno alcune delle più forti faranno da opinioniste al Processo, in modo da distrarle dagli allenamenti, ma gli cederà il posto Giada Borgato che commenterà solo la gara, perché più di una donna non è sostenibile, in RAI dicono che è solo perché non hanno abbastanza sedie ma questa è una scusa patetica perché si possono chiedere in prestito a qualche bar nei dintorni, e chi si rifiuterebbe di tirare una sedia a Mamma Rai? Intanto la tappa dalla Calabria alla Lucania è soleggiata ma combattuta, va una fuga con ciclisti forti ma fuori classifica, c’è pure Dumoulin, nel finale danno spettacolo con scatti e controscatti e la superiorità numerica dei jumbo agevola la vittoria dell’ex giovane Bouwman, ma è il suo quasi capitano Tom da Maastricht che continua a essere oggetto di dibattito e sull’argomento Fabretti al Processo stabilisce il record di baggianate nel tempo di due minuti. La campionessa ospite è Marta Bastianelli che è poco pratica del ruolo e quando c’è un diseducativo collegamento con Pellizzotti che sta guidando l’auto e non si ferma lei gli rivolge una domandona in due volumi. Ma le risposte ormai sono sempre diplomatiche e i nostalgici delle vecchie trasmissioni e gli appassionati delle polemiche non devono aspettarsi più niente dal Processo, che anzi con i collegamenti con amici e parenti e le cosiddette sorprese è ormai più un varietà che un programma giornalistico.

Stupor Mundi

La RAI si vanta di trasmettere la diretta integrale delle tappe. Ma non è vero, ci sono le interruzioni per gli spot pubblicitari durante i quali i ciclisti non vanno in stand-by. Immaginate la diretta di una partita di calcio, nel secondo tempo le squadre sono sullo 0 a 0, c’è un attacco e lì il regista pensa che è il momento opportuno per mandare un’interruzione pubblicitaria solo di pochi minutini, poi al rientro scoprite che la squadra che era in difesa sta vincendo 1 a 0. La tappa di Napoli è breve e si corre di sabato, non lavorando posso vederla integralmente, garantisce la RAI. C’è moltissimo pubblico, quasi sorprendente per una regione senza ciclisti né squadre né corse in un circolo vizioso che dura da tempo al punto che non permette più di capire chi ha iniziato a mancare. E la poca dimestichezza con questo sport si vede nell’atteggiamento del pubblico che è rimasto indietro, non tanto per il tipo che butta l’acqua sui ciclisti che Girmay sembra non gradire, quanto per il fatto che la gente guarda la corsa e non la telecamera. Quando presentano il percorso del Giro non mi applico perché so che me lo dimenticherei, e credevo che si corresse anche a Procida capitale provvisoria della cultura, ma di mezzo c’è il mare, che per il Sergente Torriani non sarebbe stato un problema, un ponte di barche o un tratto a nuoto, the show must go on and the cyclists sciò, invece si arriva solo a Monte di Procida che è di fronte all’isola ma sulla terraferma, anche se questo termine è fuori luogo in un’area in cui l’attività sismica si è cronicizzata. Lo scrittore parlante ci dice che per il panorama il belvedere del Monte di Procida fu chiamato Stupor Mundi, omonimo di Federico II, ma nel ciclismo Stupor Mundi è Mathieu Van Der Poel che attacca appena la strada sale leggermente, pochi km dopo il via, e Giada Borgato, che è sempre l’unica che ne capisce, dice che ha agito come se fosse ciclocross, dietro però capiscono che se davanti c’è Stuporone può essere una fuga di marca buona e non da sfigati e si accodano in 20 tra cui Girmay, ed è grave che l’unico campano, Vincenzo Albanese, non abbia colto l’occasione lui che qui voleva fare bene. La fuga tiene e a meno di 50 km dalla fine Van Der Poel lancia un altro attacco e dopo un po’ qualcuno riesce ad accodarsi. Andranno all’arrivo? Questo è il momento buono per lanciare la pubblicità, c’è anche uno spot con un attore che non ha orrore di sé stesso a girarlo. Si torna alla corsa e davanti ci sono Thomas De Gendt, il compagno Vanhoucke, lo spagnolo Arcas e Davide Gabburo: alla diretta integrale della RAI è sfuggita l’azione decisiva della tappa. Sì, perché dietro gli inseguitori residui ora si riavvicinano ora rallentano e ormai Girmay ha la statura del grande corridore e in quanto tale gli tocca finire invischiato nei tatticismi. Il percorso diciamo vallonato, le continue curve e le strade a volte strette fanno pensare all’Amstel e quando giunti a Napoli Van Der Poel e compagni arrivano a pochi secondi dal gruppo di testa si prospetta un finale come all’Amstel del 2019. Ma il vecchio De Gendt non molla, lui dall’anno scorso si lamenta, è invecchiato lui o forse sono gli altri che vanno più forte e non gli riescono più le fughe di una volta, e dopo aver lavorato molto per Vanhoucke, che alla fine invece è stanco, chiede a questi di tirare e vince la volata quasi per distacco davanti a Gabburo che è stato l’iniziatore dell’attacco decisivo. La maglia rosa rimane a Juan Pedro Lopez Perez detto Juanpe, ma potremmo chiamarlo pure Jumpe per come è stato lesto a saltare sulla ruota del secondo in classifica Kamna che un tentativo l’ha fatto. Ma Juanpe è stato protagonista anche prima della partenza perché su twitter c’era una sua foto mentre addentava una pizza, e la cosa ha scatenato un dibattito acceso in RAI: ne avrà assaggiato un pezzettino piccolo o l’avrà mangiata tutta!? La pizza non si digerisce, e poi cosa te ne fai della pizza quando hai i gel e le barrette di Cassani, quelle al gusto di copertone e ora anche quelle al gusto di deragliatore sporco di fango. Forse Jumpin’ Juanpe non pensa di mantenere la maglia perché ora c’è il temibile Blockhaus, che in realtà non farebbe paura a nessuno se Merckx non ci avesse svoltato la carriera quando, vincendo lassù, da velocista diventò ciclista totale, ma Eddy avrebbe fatto la differenza anche sulla salitella di Viale De Amicis.