Il nuovo Roglic

Ai giornalisti il nuovo veramente nuovo non piace e allora cercano il nuovo vecchio, cioè cercano il nuovo Bob Dylan il nuovo Coppi il nuovo Merckx il nuovo Gimondi e mi fermo perché insomma avete capito. Però nessuno sente il bisogno del nuovo Roglic, cioè di un ciclista che fa sterilizzare la corsa e poi con una progressione nell’ultimo km vince guadagnando pochi secondi e agli altri non lascia neanche le cosiddette briciole se tante volte capita con un compagno di fughina o un Mader raccolto per strada e poi va a finire che se cade o fora nessuno lo aiuta. Ma in realtà ora il nuovo Roglic c’è ed è lui medesimo che ha capito le lezioni e l’ha dimostrato tutto in una volta all’ultima tappa del Giro dei Paesi Baschi in cui ha attaccato da lontano e ha lasciato la tappa a Gaudu, ri-ribaltando una disdicevole situazione di classifica in cui si trovava stretto nella morsa dell’UAE, che è una cosa che farebbe anche ridere se nella squadra emiratina non ci fosse Pogacar che ha vinto il Tour da solo non grazie alla squadra ma nonostante la squadra. Però il leader era l’americano McNulty che è naufragato sulle montagne come fosse l’Arca di Noè e Pogacar ci viene il dubbio che pagasse pure lui la Tirreno-Adriatico ultima scorsa. E già, perché se ne parla tanto della corsa dei due mari, nella quale dei grandi solo Alaphilippe si è trattenuto, gli altri pure con il tempo brutto hanno corso come se non ci fosse un domani ma il fatto è che poi c’era il dopodomani e lì si pensa che l’abbiano pagata, e in Belgio molti addetti ai lavori, insomma gli umarell del ciclismo, pensano che se Van Aert e Van Der Poel non hanno vinto il Fiandre è perché hanno corso a tutta la Tirreno-Adriatico ma il campione non è di ferro, se fosse di ferro alla Tirreno tra pioggia e salsedine dei due mari si sarebbe arrugginito, vabbe’ è un modo di dire, insomma non può correre sempre con quel wattaggio, che ormai si parla solo di watt e vorrà forse dire che si cercano sponsor tra le aziende dell’energia. In effetti una Tirreno-Adriatico di quel livello non si vedeva da tempo e almeno gli appassionati italiani sono stati ripagati di un Giro scarsino che se lo sono giocato Coso Hart e coso quell’altro. Però se i due fenomeni arriveranno pure loro alla conclusione che alla Tirreno hanno speso molto e un altr’anno punteranno solo a a qualche tappetta, vorrà dire che la classifica se la giocheranno il nuovo Colagé e il nuovo Petito.

Zona bianca con arancione di molto rinforzato

Il cielo è grigio che sembra autunno, pioviggina, le temperature si sono abbassate, ma a che serve questo clima se non c’è più il ciclocross? In sostituzione vogliamo gradire le Strade Bianche, la corsa sugli sterrati senesi che però oggi si disputa col sole e in generale ambisce al grado di classica monumento, per me inconcepibile per il chilometraggio della gara maschile, anche se piace a tutti e anche oggi c’è quasi tutta l’élite del ciclismo, pure negli ordini d’arrivo, e ci sono sia corridori da classiche che corridori da corse a tappe. Qui per una presunta o probabile attitudine è pieno di ciclocrossisti, e alcuni e soprattutto alcune hanno terminato la stagione meno di un mese fa. C’è Silvia Persico, c’è Gaia Realini troppo giovane in questo contesto per poter confermare la mia impressione che sia portata per gli strappi in salita, e poi Francesca Baroni, che merita un discorso a parte, perché lei nel ciclocross basta che abbia un segnale luminoso per la partenza e non ha più problemi, il circuito è chiuso e non ci sono intrusi, ma su strada potrebbe avere qualche problema non tanto per la radiolina ma per non sentire i rumori dei veicoli al seguito. Ma Francesca si è appassionata al ciclismo vedendo le corse su strada e poi sogna l’Olimpiade e il ciclocross non è specialità olimpica, perché se fosse per i guadagni per ora nel ciclismo femminile, nonostante la riforma, c’è ben poco da guadagnare e lo dimostra la vicenda di una che è assente non solo oggi ma anche in futuro: Simona la più titolata della famiglia Frapporti. Simona ha vinto titoli italiani e anche internazionali su pista, e corse internazionali su strada oltre ad aver aperto l’albo d’oro del Giro della Campania che non mi stupirei se fosse già chiuso. Ma su pista ormai non ci sono più riunioni né seigiorni e se non si corre con la nazionale non c’è attività e Frapporti è stata scalzata dalle giovani che a loro volta saranno presto scalzate da altre giovanissime, e soprattutto a un certo punto ha dovuto scegliere tra il ciclismo e il carcere e lei ha preferito andare in galera, ma che avete capito? lei faceva parte delle Fiamme Azzurre ma le hanno detto che se voleva continuare con lo sport doveva lasciare l’Arma e fare la ciclista professionista, e a 32 anni non è il massimo cercare un posto nelle pochissime squadre professionistiche e per pochi altri anni, e allora ha preferito andare a lavorare nel carcere, e poi dicono che le Armi sostengono lo sport. Tornando al cross c’è pure la campionessa del mondo Lucinda Brand ma alla sua prima corsa su strada non poteva fare molto più che la comparsa. Però a dire del fatto che sia una corsa adatta ai fuoristradisti c’è l’ordine d’arrivo della gara maschile: primo il crossista e biker Van Der Poel, secondo l’ex crossista Alaphilippe, terzo l’ex biker Bernal, quarto il crossista Van Aert, quinto il crossista biker ed e-biker Pidcock, sesto davanti a Pogacar e primo intruso Gogl che è già tanto che sia stato tra i primi ma non ha potuto più di tanto, sfiancato da tanta compagnia era quasi un’anima morta. Così Van Der Poel ha iniziato a vincere anche le corse che non ha vinto già suo padre, anche perché le Strade Bianche non c’erano ai tempi di Adrianus, e dopo la fuga folle di domenica scorsa ha detto che deve imparare a ragionare di più, e oggi si è quasi trattenuto anche se a detta degli uomini RAI la gamba gli scappava, ma lui pure se rompe le bici e gli scappano le gambe vince lo stesso, nell’azione semi-decisiva, in attesa dell’ultima botta a Via Santa Caterina, parte di potenza, Alaphilippe lo raggiunge quasi en danseuse e poi con il suo ritmo si accoda Bernal mentre Van Aert all’esordio su strada non può fare di più. Ma se Van Der Poel ha iniziato a ragionare sempre misteriose sono le tattiche delle squadre femminili dei Paesi Bassi, che tra i maschi hanno un solo uomo di punta ma che vale minimo per tre e invece tra le donne dilagano. C’è la campionessa europea Van Vleuten, la campionessa del mondo Van Der Breggen e la campionessa universale Vos, e la prima forse perde perché quando attacca stacca tutte tranne Marianna, che però non le dà cambi eppure nel finale molto all’insù potrebbe fare il numero, e non penso si accontenti di far perdere la sua ex gregaria ma forse è consapevole dei suoi limiti attuali come confermato dal settimo posto alla fine. Le migliori si ricongiungono e pare il gioco delle coppie, Vos si attacca a Van Vleuten, Longo Borghini insegue sempre Chantal Blaak sposata Van Den Broek,  e queste ultime la seconda volta che vanno via prendono un bel vantaggio perché dietro si guardano troppo, ma forse la SD Work non si fida di quell’atleta in testa troppo possente per un finale in ripida salita e così la ragazzona davanti non tira e dietro le compagne tentano a turno di riportarsi su di loro, ma Elisona non molla perché è la favorita e infatti a Via Santa Caterina parte Chantal e va a  vincere mentre Elisa resiste alle inseguitrici, terza Van Vleuten non al livello dell’anno scorso e poi le compagne della vincitrice, e quando dopo l’arrivo le ragazze della SD Work festeggiano sembrano quasi incredule, e più di tutte proprio Blaak che dimostra ancora una volta di non aver usurpato il titolo mondiale del 2017 come qualcuno diceva, anche se è la maggiore beneficiaria delle tattiche apparentemente incomprensibili delle orange.

Questa bella ragazzona è così “ona” che nelle foto c’entra a stento.

Racconti occulti – Il serpente nella neve

Sono tempi di faciloneria e di pressapochismo e voi potreste pensare di trovarvi di fronte a un refuso, ma invece questa è davvero la storia di un serpente, un serpente verde. Gruno era un serpente verde non solo nel senso del suo colore ma anche perché era ecologista. Per questo gli amici gli regalarono una sveglia biodegradabile fatta con amido di mais. Gruno apprezzò molto il regalo e quando le giornate iniziarono ad accorciarsi e si alzò un venticello fresco Gruno si ritirò nella sua solita tana per predisporsi al letargo serpentino e regolò la suoneria della sveglia sulla primavera. Ma la sveglia biodegradabile si degradò prima del tempo e la suoneria trillò a gennaio. Il serpente si svegliò a fatica e avvertiva qualcosa di strano, gli sembrava di aver dormito poco, però se era suonata l’ora bisognava muoversi, così cacciò la testa fuori dalla tana e con grande sorpresa vide il paesaggio tutto imbiancato. Quella era una scena mai vista proprio perché in inverno aveva sempre dormito e la curiosità vinse il freddo e uscì alla scoperta di quel mondo sconosciuto. Il paesaggio imbiancato, i fiocchi di neve, poi la galaverna, la luce intensa di tutto quel bianco, gli alberi con le foglie imbiancate o senza foglie, e poi là in fondo il lago ghiacciato, e il serpente si chiedeva dove erano andate le anatre che lo affollavano, forse pure loro in letargo. Ma Gruno iniziava a sentire sonno e freddo e alla lunga la natura l’ebbe vinta e il serpente rientrò nella tana e si riappisolò sognando il sole e il cielo azzurrissimo e rondini e alberi verdi e sterminati campi di mais, e sognò un contadino che coglieva il mais e diceva che con quello avrebbero costruito oggetti biodegradabili, penne e bottiglie e sveglie, e sognò di mordere quel contadino.

Problemi familiari

L’ho scritto più volte, capita spesso di vedere i vincitori di corse ciclistiche che sul traguardo alzano un dito al cielo per ricordare qualche familiare morto di recente, spesso in settimana, in mancanza va bene anche un amico, e che una delle maggiori cause di mortalità nel mondo è l’avere un parente ciclista agonista, e viene da credere che un orfanello, un senza famiglia, farebbe bene a dedicarsi a un altro sport perché nel ciclismo le sue possibilità di vittoria sono già ridotte in partenza. Ma a volte di questo ne risentono anche altri ciclisti, prendiamo Sfigatino Iserbyt che era in testa in due challenge ma settimane fa si è infortunato e non si è ancora ripreso completamente. Ieri avrebbe avuto bisogno dell’aiuto della squadra per distanziare quanto più possibile Toon Aerts nell’ultima prova del Superprestige, e per di più il rivale già in partenza aveva dimostrato di non essere in giornata, ma il problema era che i suoi compagni alla Pauwels sono Michel Vanthourenhout che anziché aiutare Eli preferisce prenderlo a ceffoni e Laurens Sweeck che in genere penso non avrebbe niente in contrario ma in settimana era morto il suocero ed è entrato in trance da parente morto andandosene da solo, così mentre Iserbyt neanche lui in giornata perdeva la classifica finale lui vinceva, e forse ha tirato dritto perché ha vinto anche oggi nella penultima prova di un’altra challenge forse meno prestigiosa ma dispensatrice di ricchi premi.

Laurens Sweeck mai così vincente.

I parenti dei ciclisti semmai sono un problema quando sono vivi e in ottima salute, fanno da accompagnatori e tifosi vocianti, e così la Signora Alvarado è diventata un personaggio senza fare niente di particolare o di scorretto, ma più visibile in questo periodo senza pubblico. Certo lei è “solo” la madre di una campionessa mentre i colleghi Sven Nys Adrie Van Der Poel e Luca Bramati erano famosi soprattutto quando correvano in prima persona. Un paio di settimane fa scrissi che la madre di Ceylin era in buona forma perché correva con lo zaino sulle spalle e con la mascherina, poi chissà ieri cosa è successo, le sarà caduta o sarà andata in affanno e se la sarà tolta, è stata beccata senza mascherina e la multa l’hanno fatto alla figlia, che ieri inseguiva senza speranza la Betsema ma oggi per rifarsi del danno economico ha vinto addirittura battendo in volata la Brand, e allora forse no, i parenti vivi non sono un problema, capace che quella Ceylin Alvarado, che ieri sembrava a corto di energie e aveva preceduto la campionessa del mondo solo perché quest’ultima era caduta come ai “bei tempi” ma aveva fatto una rimonta notevole, oggi aveva una motivazione in più, anche se venale.

Quando invece del fango c’è la neve le ragazze arrivano belle pulite.

Un mare di vantaggio

Mentre l’Italia diventa quasi tutta gialla il ciclocross è diventato completamente arancione: ai Mondiali di Ostenda i Paesi Bassi hanno vinto 8 medaglie su 12 compresi tutti gli ori e lasciando tre medagliette ai padroni di casa e una all’Ungheria. Eppure non è passato molto tempo da quando vincevano con Van Aert e Sanne Cant tra gli élite e Iserbyt tra gli under 23 e neanche da quella volta, era il 2012 e pure allora si correva sulla sabbia a Koksijde, che nella gara maschile arrivarono sette belgi ai primi sette posti e si iniziò a temere per il futuro di questa disciplina se fosse diventata solo una faccenda belga, anzi fiamminga dato che un ciclocrossista vallone non lo ricordo, devo indagare. Gli italiani poi non aspiravano a niente e dato che Arzuffi e Lechner non hanno vissuto la loro stagione migliore un buon risultato lo si poteva attendere dalla under 23 Francesca Baroni, la quale ha fatto anche meglio di quanto si poteva sperare con un quinto posto ottenuto battendo in volata Puck Pieterse che nella Coppa del Mondo partiva in prima fila, ma ancora meglio ha fatto la RAI che ha ignorato questa gara. Il cittì Scotti dice che gli italiani non sono abituati a correre sulla sabbia e in effetti in Italia non si tiene conto che a livello internazionale quel terreno non è una rarità, eppure l’Italia è notoriamente circondata dal mare e si potrebbero cercare località marine disposte a ospitare qualche gara, ma chissà invece dove lo trova il mare l’ungherese Vas che è arrivata terza. Comunque la vittoria meno sicura per i Paesi Bassi era nella prova élite maschile in cui Mathieu Van Der Poel è partito subito forte e il suo rivale Wout Van Aert pure, ma l’inglesino Tommasino Pidcock ha fatto lo stesso sbaglio della Worst contro la Brand e col suo metro e mezzo d’altezza o poco più ha cercato alla prima curva di dare una spallata a quel bestio di Van Aert che l’ha facilmente respinto dicendogli: “Spostati ragazzino, lasciami lavorare”. E i due fenomeni sono andati via e al primo giro avevano già un grosso vantaggio su un trenino belga di 4 poi 5 vagoni col rientro dello sfigatino Eli Iserbyt, di cui stranamente quel pettegolo di Luca Bramati ignorava l’incidente al polso dicendo che nella seconda parte di stagione ha avuto un calo psicologico. E a proposito di idee che ci si fanno dei ciclisti e restano fisse anche contro le evidenze contrarie, si pensa sempre che Van Der Poel in caso di incidente vada nel pallone e che Van Aert sappia sempre scegliere le gomme giuste. Ma in gara è successo che Van Aert stava attaccando e quando aveva pochi metri di vantaggio su Van Der Poel questi è caduto e per di più ha storto la sella, così ha perso un bel po’ di secondi prima di cambiare la bici ma non ha mollato, anzi ha iniziato un inseguimento che a un certo punto sembrava diventato pure troppo facile, ma la spiegazione stava nel fatto che Van Aert aveva bucato. Van Der Poel ha tirato dritto prendendo un vantaggio che il rivale non riusciva mai a recuperare completamente e alla fine ha pagato gli sforzi, e quando a un certo punto Van Der Poel era al termine del tratto di spiaggia, dove i ciclisti finivano nell’acqua del mare che consentiva pure di lavare le ruote, e Van Aert era solo all’inizio Bramati ha detto che Van Der Poel aveva tutto un mare di vantaggio. Dietro Pidcock era rinculato dopo lo scontro con Van Aert, ma poi tom tom cacchio cacchio ha raggiunto e superato il trenino belga da cui però è partito Toon Aerts che ha fatto la gara migliore della stagione e ogni volta che l’inglese si avvicinava lui riguadagnava nei tratti sabbiosi dove invece Pidcock affondava. E alla fine sul podio sembrava proprio Aerts il più contento, ancora terzo, primo degli altri, l’unico tra i primi quattro ad essere quasi esclusivamente crossista, verrà un giorno in cui gli altri tre daranno priorità a un altro obbiettivo.

Con tutto quel mare invernale poteva sembrare un film pensoso degli anni 60.

La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?