In montagna è la stessa cosa

Col senno di poi

Ecco la temutissima terza settimana, quella durissima con salite altissime in cui i ciclisti sono stanchissimi e pronti a una acerrima battaglia con imprese eroiche e distacchi abissali e se tutto va bene dovrebbe pure piovere e nevicare. E dopo il giorno di riposo che scombussola il metabolismo degli atleti ecco il Mortirolo che fa paura solo a nominarlo. Col senno di poi si poteva prevedere che, con il Mortirolo preso da un versante meno duro, lontano dal traguardo e seguito più da discese che da salite, i big sarebbero rimasti insieme e si sarebbero contesi pochi secondini di abbuonino allo sprint, e la tappa l’avrebbe vinta uno scappato di casa dalla mattina, stavolta è toccato al ceco Hirt. Ma nel ciclismo ben vengano questi escapisti che fuggono anche dalla responsabilità di fare classifica e dalle logiche del gioco di squadra, campioncini venuti male, imperfetti, che partono all’avventura, e nella loro carriera devono provarci decine di volte per riuscire a vincere, se tutto va bene, una o due volte. E prima inseriscono in questa categoria il buon Ciccone, volente o nolente, e meglio è anche per lui, che dopo la vittoria dell’altro giorno aveva di nuovo illuso giornalisti e tifosi che pensavano potesse risalire in classifica, prendere la maglia dei GPM e vincere un’altra tappa e ha fallito tutti e tre gli obiettivi. Questo invece è l’anno buono di Landa, è ancora quarto in classifica ma si è urtato con il compagno Bilbao e non è caduto, una cosa mai vista, è il suo anno fortunato, o non sfortunato. L’unico che ha guadagnato in classifica è stato Hindley e, nonostante la Bora stia correndo bene, Garzelli ha trovato un pelino nell’uovo da contestare al diesse Gasparotto, il quale ha risposto che con il senno di poi potrebbe dargli ragione, ma l’ha detto con la faccia di chi, col senno di durante, poteva pure mandarlo a fare in culo.

Pizze

Ma per lo spettacolo andrà sicuramente meglio con la tappa successiva nella quale fanno già paura i nomi delle salite: Passo del Vetriolo, Menador, e il più familiare Tonale non lo degnano nemmeno di un GPM, e allora ci saranno attacchi da lontano dei big e distacchi immensi e … no, uguale alla tappa precedente, fuga dei fuori classifica e big che stanno vicini vicini e si contendono pochi secondini di abbuonini al traguardo: che pizza. Però queste salite rimangono nelle gambe e c’è da capire tutti quei velocisti che, senza neanche la prospettiva di un’ultima prestigiosa tappa con volata in qualche centro storico, non hanno nessun motivo di continuare. Poi c’è Mathieu Van Der Poel che è storia a sé, non ci sono tappe neanche per lui ma resta in gara, ha detto che finire un grande giro gli sarà utile per la carriera, però, dato che si annoia a stare con le mani in mano, a volte si infila nelle fughe e altre volte impenna sulle salite a beneficio del pubblico non pagante. E stavolta va in fuga e ci rimane fino a 12 km dalla fine, ma, se vuole emulare il suo rivale Van Aert che al Tour ha vinto anche sui monti, può appunto provarci anche lui al Tour meglio che al Giro, perché il Mont Ventoux su cui vinse WVA è più adatto ai passisti. I commentatori hanno detto che è andato in crisi nel finale perché avrebbe avuto una crisi di fame, la dezaniana fringalle, il suo solito problema con l’alimentazione testimoniato anche dal fatto che nel giorno di riposo voleva l’ananas sulla pizza. Alla fine la tappa è stata vinta dal giovane piagnone colombiano Santiago Buitrago, nonostante una caduta in discesa come si usa nella sua Bahrain, e si può solo concordare con Garzelli che ha detto: “Io credo che complimenti a lui”.

La Zeriba Suonata – preghiera per il clima

Da qualche anno penso che la bella stagione è per i giovani, ma se così fosse perché allora il giovane Alex Chilton cantava una preghiera per far piovere, anche se non scritta da lui? Forse soffriva di allergie, non sopportava il caldo, gli dava fastidio la luce del sole, gli piaceva il ciclocross? No, era successo che la sua ex e il suo nuovo ragazzo avevano già pronti i cestini per un picnic.

The Box Tops – I Pray For Rain

Dati alla mano

Mobbing

Il Giro arriva a Genova e il Comune vuole che passi sul Ponte San Giorgio alias Morandi bis, una buona occasione per fare un po’ di retorica, ma RCS rilancia e ci mette pure la discesa dal Passo del Bocco dove morì Wouter Weylandt, con buona pace della sorella che lavora per la Trek e dice che avrebbe voluto non ci si passasse più. E’ una tappa adatta alle fughe, per la seconda volta in questa edizione ci si infila il tedesco Jasha Sütterlin,  ma la sua sfortuna è di essere un passistone e quindi per la seconda volta la Bahrain lo richiama all’ordine costringendolo a tornare nel gruppo e lavorare per la causa persa di Mikelanda che, in attesa di crisi e cadute, è ancora in classifica. Tra i fuggitivi c’è anche il principesso Kelderman che risale in classifica e come ha detto Martinelli hanno sbagliato quelli che hanno sottovalutato chi non dovevano sottovalutare: chiarissimo. Negli ultimi km restano davanti tre giovincelli che non hanno mai vinto tra i professionisti, e dopo l’arrivo Rota e Leemreize si confermano in questa deplorevole condizione per colpa di Stefano Oldani, che va in fuga col suo capitano MVDP, il quale male che vada può fungere da spauracchio, e che si prende tutte le responsabilità, insegue il paesano tutt’altro che bassino, lancia la volata e tiene a bada Rota con una deviazione come sanno fare quelli che vengono dalla pista. Gli italiani fanno così, appena vince uno si sbloccano e poi vincono a raffica, non è vero ma succede. Poi se ci fosse un po’ di memoria neanche tanto lunga basterebbe a smorzare eventuali entusiasmi. 10 anni fa Guardini battè Cavendish sul suo terreno e oggi fa il meccanico, 3 anni fa Cima vinse quasi in volata ma in realtà era l’unico della fuga a resistere al ritorno del gruppo e non ha dovuto neanche attendere che la sua squadra, la Gazprom, fosse dichiarata inesistente, perché non l’avevano riconfermato, e oggi è ancora al Giro ma come regolatore in moto. C’è spazio anche per il vittimismo, ci sono giornalisti che scrivono che le squadre foreste dovrebbero dare più spazio agli italiani e non fargli fare solo i mestieri, ma non so se pensano così perché il mondo del giornalismo è diverso dal resto del mondo del lavoro, dove i nuovi assunti non diventano subito capi reparto. Intanto Dainese, Oldani e Rota di occasioni per fare la loro corsa ne hanno avute, e poi non dimentichiamo la squadra americana che solo pochi giorni fa ha abbandonato a sé stesso la maglia rosa spagnola per soccorrere un italiano sopravvalutato. Comunque i diretti interessanti ringraziano le loro squadre nelle quali, a dargli ascolto, imparano molto, sottinteso in Italia no, anche se a volte, come nel caso di Oldani, dormono in camere molto separate, sono praticamente discriminati, perché Oldani è andato in ritiro da solo sull’Etna mentre i suoi compagni erano in hotel nelle camere ipobariche che in Italia sono ritenute doping. E poi dice che uno se ne va all’estero.

Zero

I tempi cambiano, decenni fa c’era un cantante che invitava a immaginare un mondo senza inferno né paradiso senza nazioni né religioni, e infatti l’hanno fatto fuori, dicono un mitomane ma chissà che dietro non ci fosse la potente lobby dei preti. Oggi, negli spot che ogni tanto vengono interrotti dal Giro d’Italia, più realisticamente c’è Bebe Vio che da un’auto invita a pensare a un mondo beyond zero, senza emissioni, con le auto che invece di sputare gas emettono acqua di rose. Beh, Bebe, a me tutte queste faccende di emissioni, ibridi, e anche bio eccetera mi convincono poco, ma dato che mi meraviglio che ci sia un bonus anche per i condizionatori d’aria, che non pensavo migliorassero la tendenza climatica, allora è meglio che non parlo di queste cose perché evidentemente non ne capisco. Comunque un mondo così è difficile anche da immaginare, soprattutto per un cittadino, quasi meraviglia vedere il verde delle vallate cuneesi, ma c’è anche chi non saprebbe che farsene, come quel tipo che quando i ciclisti sono passati tra i campi ha pensato bene di combattere quell’aria che puzzava di fresco accendendo un bel fumogeno. Almeno la tappa è a emissioni zero, ma di spettacolo, e dopo i due giorni di gloria italica fanno tutto i francesi, Bardet si ritira per problemi di stomaco, la Groupama lavora per riprendere appena in tempo la fuga di giornata, che sarebbe anche arrivata se i quattro davanti non fossero stati colpiti da un attacco di cazzimma suicida, ognuno pensando di essere più furbo degli altri tre, facciamo degli altri due perché Pascalone Eenkhoorn ha lavorato per due, ma lasciamo stare che non mi tornano più i conti, e alla fine Démare ha trivinto, e tra un’impresa e una volata una scorrettezza e una furbata sta mettendo insieme un bel palmarès e, per restare solo all’ambito del Giro, Fabretti, esperto di statistiche, ci dice che è il corridore in attività che ha vinto più tappe, dopo altri (che ne hanno vinte più di lui).

Entrambo

Al sabato il Giro d’Italia non va al mare o ai monti ma preferisce restare in città e dopo Budapest e Napoli ecco Torino calorosa in tutti i sensi, clima come se fosse La donna della domenica, ma non vediamo Jacqueline Bisset, e in questi casi c’è sempre lo spettatore curioso che non ha di meglio da fare che chiedere quanta acqua bevono i ciclisti in una giornata così calda. Quando c’era Cassani sapeva dire i litri d’acqua ma anche il residuo fisso e l’altezza s.l.m. della sorgente, ma ora c’è il Peta: –Quanta acqua bevono i ciclisti? -Tanta. Si scala Superga e la Bora lavora per sfiancare la Ineos e lasciare solo Carapaz, e ci riescono ma pure loro si sfiancano lasciando solo Hindley. A una trentina di km dal traguardo la Locomotora attacca e guadagna 30 secondi e pensi che ha vinto la tappa e ha vinto pure il Giro e si chiude qui arrivederci all’anno prossimo. Invece Hindley Nibali e poi Yates lo raggiungono e si susseguono gli scatti finché quello buono è del gemello inglese, e Giada Borgato dice che questo è lo Yates che conosciamo, e invece no, perché Yates è sia quello che va fortissimo che quello che va malissimo, entrambi, anzi, dato che non è schizofrenia ciclistica, direi entrambo. Carapaz conquista almeno la maglia rosa e fa contenti quelli che non vedevano di buon occhio che l’avesse Jumpin Lopez perché abbassava il livello del Giro, ma forse il vero problema è che è spagnolo, perché quando capitava con Valerio Conti andava tutto bene. Lopez anche stavolta è rimasto da solo perché la squadra che voleva vincere il Giro con Ciccone si è squagliata, e dato che in questi giorni al Processo si sono alternate le loro compagne di squadra Elisa e Elisa viene da chiedere se la Trek femminile che ha dominato la primavera e la Trek maschile sono davvero la stessa squadra. La tappa è stata spettacolare e Stefano Rizzato dice che così i ciclisti hanno voluto omaggiare il Grande Torino che qui si schiantò con l’aereo. Sicuramente è così, Carapaz lassù in Ecuador ha sicuramente sentito parlare del Grande Torino, e pure Hindley in quei pochi mesi che corse in Abruzzo la prima cosa che imparò dell’Italia era la storia del Grande Torino.

Chi fugge e chi sfugge

Slow Sud

A smentire subito quello che ho scritto l’altro giorno sulle tappe di trasferimento, appena il gruppo mette piede, anzi ruota, sul continente ne viene una tappa molto sonnacchiosa. Solo Diego Rosa azzarda una fuga solitaria controvento, lui è uno di quei giovani promettenti che aspetti aspetti e aspetti finché non diventano anziani, ed è un’altra scommessa dei suoi manager Basso & Contador, che visti i risultati farebbero bene a non giocare alla roulette. Qualcuno dice che Rosa è partito per cercare sé stesso, e forse anche il gruppo l’aiuta, guardate bene, pure là, trovato niente? E per questo procedono lenti, che non sarà un grande spettacolo ma almeno finisce per privarci di uno spettacolo ancora più sconfortante, il Processo fabrettiano. Quando il peloton finalmente raggiunge Rosa, questi per poco non si lamenta che ci abbiano messo troppo tempo, e in questi casi come al solito i commentatori che vogliono un ciclismo più avventuroso e meno calcolatore e sparagnino dicono che la sua è stata una scelta tattica sbagliata, ed era meglio risparmiare energie per il giorno dopo. Quindi c’è ancora volata con arrivo in curva e, sarà stato il vento o la forza centrifuga, alcuni deviano verso l’esterno con Gaviria che usa due DSM come transenne e poi riprende a pugni la bici che uno di questi giorni si vendicherà, ma lì davanti parte presto Markino Cavendish, lo supera Calebino Ewan ma poi arriva quel bestione di Démare che vince di nuovo: vergogna, grande e grosso si mette contro due piccoletti.

Quote rosa

Dopo l’annuncio del ritiro di Nibali il ciclismo italiano si pone una grande domanda: E mo’? Finora ci si poteva aggrappare alla speranza di qualche invenzione di Vincenzo, ma anche i quattro che nel loro piccolo hanno vinto i campionati europei hanno superato la trentina. Cassani dice che la causa della crisi è la mancanza di una squadra world tour, sottintendendo che i ciclisti migliori emigrano per fare i gregari, un’ipotesi originale sentita solo un altro milioncino di volte, ma neanche tra le donne c’è una squadra world tour, c’era la Alè ma quando gli emiri hanno voluto anche la squadra femminile invece di costruirla ne hanno comprata una già bella e fatta, e quei cammelli che pascolano nel giardino della Sciura Piccolo sono solo una parte del ricavato della vendita. Eppure le cicliste italiane vincono eccome. Qualcun altro dice che i giovani non praticano il ciclismo perché le strade sono pericolose, e in effetti non si è mai sentito di un giocatore di curling investito mentre si allenava, e guarda un po’ alle ultime olimpiadi ghiacciate tra i medagliati c’erano un ex ciclista e un figlio di ciclista. Sì, ma pure le donne si allenano sulle strade pericolose, eppure vincono eccome. Uffa ‘ste donne, le loro vittorie sono più un problema, nascondetele da qualche parte. Ma fare finta che non ci siano non è possibile, però almeno si possono limitare, così la RAI annuncia che a turno alcune delle più forti faranno da opinioniste al Processo, in modo da distrarle dagli allenamenti, ma gli cederà il posto Giada Borgato che commenterà solo la gara, perché più di una donna non è sostenibile, in RAI dicono che è solo perché non hanno abbastanza sedie ma questa è una scusa patetica perché si possono chiedere in prestito a qualche bar nei dintorni, e chi si rifiuterebbe di tirare una sedia a Mamma Rai? Intanto la tappa dalla Calabria alla Lucania è soleggiata ma combattuta, va una fuga con ciclisti forti ma fuori classifica, c’è pure Dumoulin, nel finale danno spettacolo con scatti e controscatti e la superiorità numerica dei jumbo agevola la vittoria dell’ex giovane Bouwman, ma è il suo quasi capitano Tom da Maastricht che continua a essere oggetto di dibattito e sull’argomento Fabretti al Processo stabilisce il record di baggianate nel tempo di due minuti. La campionessa ospite è Marta Bastianelli che è poco pratica del ruolo e quando c’è un diseducativo collegamento con Pellizzotti che sta guidando l’auto e non si ferma lei gli rivolge una domandona in due volumi. Ma le risposte ormai sono sempre diplomatiche e i nostalgici delle vecchie trasmissioni e gli appassionati delle polemiche non devono aspettarsi più niente dal Processo, che anzi con i collegamenti con amici e parenti e le cosiddette sorprese è ormai più un varietà che un programma giornalistico.

Stupor Mundi

La RAI si vanta di trasmettere la diretta integrale delle tappe. Ma non è vero, ci sono le interruzioni per gli spot pubblicitari durante i quali i ciclisti non vanno in stand-by. Immaginate la diretta di una partita di calcio, nel secondo tempo le squadre sono sullo 0 a 0, c’è un attacco e lì il regista pensa che è il momento opportuno per mandare un’interruzione pubblicitaria solo di pochi minutini, poi al rientro scoprite che la squadra che era in difesa sta vincendo 1 a 0. La tappa di Napoli è breve e si corre di sabato, non lavorando posso vederla integralmente, garantisce la RAI. C’è moltissimo pubblico, quasi sorprendente per una regione senza ciclisti né squadre né corse in un circolo vizioso che dura da tempo al punto che non permette più di capire chi ha iniziato a mancare. E la poca dimestichezza con questo sport si vede nell’atteggiamento del pubblico che è rimasto indietro, non tanto per il tipo che butta l’acqua sui ciclisti che Girmay sembra non gradire, quanto per il fatto che la gente guarda la corsa e non la telecamera. Quando presentano il percorso del Giro non mi applico perché so che me lo dimenticherei, e credevo che si corresse anche a Procida capitale provvisoria della cultura, ma di mezzo c’è il mare, che per il Sergente Torriani non sarebbe stato un problema, un ponte di barche o un tratto a nuoto, the show must go on and the cyclists sciò, invece si arriva solo a Monte di Procida che è di fronte all’isola ma sulla terraferma, anche se questo termine è fuori luogo in un’area in cui l’attività sismica si è cronicizzata. Lo scrittore parlante ci dice che per il panorama il belvedere del Monte di Procida fu chiamato Stupor Mundi, omonimo di Federico II, ma nel ciclismo Stupor Mundi è Mathieu Van Der Poel che attacca appena la strada sale leggermente, pochi km dopo il via, e Giada Borgato, che è sempre l’unica che ne capisce, dice che ha agito come se fosse ciclocross, dietro però capiscono che se davanti c’è Stuporone può essere una fuga di marca buona e non da sfigati e si accodano in 20 tra cui Girmay, ed è grave che l’unico campano, Vincenzo Albanese, non abbia colto l’occasione lui che qui voleva fare bene. La fuga tiene e a meno di 50 km dalla fine Van Der Poel lancia un altro attacco e dopo un po’ qualcuno riesce ad accodarsi. Andranno all’arrivo? Questo è il momento buono per lanciare la pubblicità, c’è anche uno spot con un attore che non ha orrore di sé stesso a girarlo. Si torna alla corsa e davanti ci sono Thomas De Gendt, il compagno Vanhoucke, lo spagnolo Arcas e Davide Gabburo: alla diretta integrale della RAI è sfuggita l’azione decisiva della tappa. Sì, perché dietro gli inseguitori residui ora si riavvicinano ora rallentano e ormai Girmay ha la statura del grande corridore e in quanto tale gli tocca finire invischiato nei tatticismi. Il percorso diciamo vallonato, le continue curve e le strade a volte strette fanno pensare all’Amstel e quando giunti a Napoli Van Der Poel e compagni arrivano a pochi secondi dal gruppo di testa si prospetta un finale come all’Amstel del 2019. Ma il vecchio De Gendt non molla, lui dall’anno scorso si lamenta, è invecchiato lui o forse sono gli altri che vanno più forte e non gli riescono più le fughe di una volta, e dopo aver lavorato molto per Vanhoucke, che alla fine invece è stanco, chiede a questi di tirare e vince la volata quasi per distacco davanti a Gabburo che è stato l’iniziatore dell’attacco decisivo. La maglia rosa rimane a Juan Pedro Lopez Perez detto Juanpe, ma potremmo chiamarlo pure Jumpe per come è stato lesto a saltare sulla ruota del secondo in classifica Kamna che un tentativo l’ha fatto. Ma Juanpe è stato protagonista anche prima della partenza perché su twitter c’era una sua foto mentre addentava una pizza, e la cosa ha scatenato un dibattito acceso in RAI: ne avrà assaggiato un pezzettino piccolo o l’avrà mangiata tutta!? La pizza non si digerisce, e poi cosa te ne fai della pizza quando hai i gel e le barrette di Cassani, quelle al gusto di copertone e ora anche quelle al gusto di deragliatore sporco di fango. Forse Jumpin’ Juanpe non pensa di mantenere la maglia perché ora c’è il temibile Blockhaus, che in realtà non farebbe paura a nessuno se Merckx non ci avesse svoltato la carriera quando, vincendo lassù, da velocista diventò ciclista totale, ma Eddy avrebbe fatto la differenza anche sulla salitella di Viale De Amicis.

Trasferimenti e pensionamenti

Pezzi da 50

Il Giro lascia l’Ungheria per approdare in Italia e si potrebbe pensare che riparta da qualche regione del nord, Trentino o Tirolo, per restare in atmosfera austroungarica, trasferimento breve e agevole da effettuare con un trenino o con la corriera o con la funicolare o dietro un pick-up o a dorso di mulo, e invece no, si prende l’aereo e si sbarca in Sicilia, perché il Giro per costituzione è ascensionale, si sale non solo in montagna ma anche da sud a nord, le Alpi devono essere decisive per la gara, scordatevi che il duello epico storico drammatico apoteotico si disputi su una montagnola appenninica. Poi semmai qualche volta decisivo è un duellino in una mezza cronometro tra due mezzi miracolati, ma sono gli incerti del mestiere. E se si corre in Sicilia l’arrivo sull’Etna è di rigore, così le vulcaniche menti dei giornalisti possono inventarsi titoli fantasiosi su tappe vulcaniche. Ma i giornalisti sono così esperti e competenti che non hanno bisogno di seguire la corsa per sapere cosa succede perché lo sanno già: della fuga mattinale restano davanti Lennard Kamna e Juan Pedro Lopez che può prendere la maglia rosa, e allora i giornalisti dicono che i due si sono accordati per collaborare e spartirsi il bottino, a uno la tappa all’altro la maglia, e lo ripetono anche dopo fino a negare l’evidenza, perché il giovane spagnolo Lopez all’ultima curva rischia di cadere pur di infilarsi all’interno e sul traguardo batte il pugno sul manubrio ed è contento solo quando gli dicono che è comunque in maglia rosa, e se non pensava a una possibilità del genere come poteva accordarsi con l’avversario? No, e infatti quando l’intervistano dice che puntava a vincere la tappa, ma i giornalisti non ascoltano perché sanno già cosa dirà, per esperienza e per le famose leggi non scritte che a dirla tutta non sono scritte ma neanche rispettate. Il giovane spagnolo è arrivato a questo risultato con una fuga da lontano di quelle che il gruppo lascia andare e per questo gli espertoni non lo prendono in considerazione per la classifica finale, ma ci sono stati ciclisti che hanno svoltato la carriera proprio con una fuga bidone, basti pensare a Chiappucci, e comunque questo è l’unico Lopez rimasto in gara, perché il colombiano sempratteso Miguel Angel si è ritirato senza neanche cadere, afflitto da ipocondria, e qualcuno ha detto che il Giro perde un pezzo da 90. Ma no, quello è un pezzo da 45, vabbe’, facciamo 50 e non se ne parli più.

La pressione ma non quella delle gomme

Il ciclismo è uno sport che richiede molta dedizione e ci sta che qualcuno a un certo punto sia preso dai dubbi, se davvero stia facendo la cosa migliore a quella età e non sarebbe meglio dedicarsi ad altro, ma per i ciclo-fondamentalisti quello è uno che stiamo perdendo, come se non ci fosse vita oltre il ciclismo, e ben due di questi liberi dubitanti sono stati protagonisti sull’Etna, in positivo proprio Kamna e in negativo Dumoulino che si fa piccino e si stacca dall’élite. Una cosa su cui varrebbe la pena riflettere è che una buona percentuale dei demotivati ritrova il piacere di correre in bicicletta con il fuoristrada, mtb o gravel. Per fortuna non tutti i ciclisti sono uguali e ognuno reagisce a suo modo alle pressioni esterne, che a quanto pare sono eccessive nel Tour dei cugini rivali. E a proposito di pressioni e di ciclismo sostenibile in occasione della seconda tappa sicula pensavo che non ci sono più le tappe di trasferimento, quei pomeriggi sonnacchiosi in cui si passava tra campi assolati, spesso al sud, il gruppo andava piano col rischio di sforare i tempi televisivi e un gruppetto di coraggiosi tentava la fuga destinata ad arrivare grazie alla noncuranza del peloton. Ma poi ho pensato che già con l’anticipo del Giro nel calendario diminuisce la possibilità di giornate calde praticamente estive, e poi sono io forse che con un’eventuale giornata del genere non riesco a essere in sintonia perché ora lavoro, al contrario di quando accadevano queste cose, negli anni 70 e 80, ma allora torneranno le tappe di trasferimento quando andrò in pensione?

Viva Nibali, viva la pensione!

E la seconda tappa siciliana avrebbe potuto essere di trasferimento, e infatti la fuga parte, ma dietro il gruppo mena come se dovesse eruttare l’Etna da un momento all’altro. In realtà in serata c’era da prendere il traghetto per tornare in continente, perché come sapete i pregiudizi e la burocrazia hanno finora impedito la costruzione di un magnifico ponte sullo Stretto che tutto il mondo ci avrebbe invidiato, ma il vero motivo dell’andamento veloce è che su una salitella si sono staccati alcuni velocisti, stranamente quelli più leggeri, e le squadre degli sprinters superstiti lavorano per non farli rientrare e andare alla volata tra gente selezionata. E quella volata la vince quel bestio di Démare che stavolta non ha bisogno di spostare nessuno perché gli avversari si chiudono la strada a vicenda, Ballerini chiude Bauhaus che ha già chiuso Girmay, solo Gaviria non ha nessuno davanti a sé ma sotto di sé ha una bicicletta che si becca una gragnuola di pugni, poi nelle interviste dice di non volerne parlare e i giornalisti tirano un sospiro di sollievo perché è di un noto marchio italiano e già Kristoff se n’era pesantemente lamentato dopo aver lasciato la squadra in cui Gaviria invece è rimasto. Ma poi a cambiare argomento ci pensa Nibali con il Grande Annuncio Tanto Atteso, e anche anticipato dal padre: a fine stagione si ritira, basta con l’accanimento terapeutico. Al Processo mostrano immagini della sua carriera, i genitori e i conoscenti raccontano vari aneddoti, tra i quali il più divertente è quello di una compagna di scuola che Nibali accompagnava sulla sua bici ed essendo sempre stato un tipo meticoloso entrava con la bici fin dentro l’edificio scolastico. Ecco, Nibali è stato sempre ritenuto un modello per i ragazzi, forse dopo questa rivelazione qualcuno cambierà idea: don’t try this at home, anzi, don’t try this at school. Nibali padre dice che Vincenzo deve finalmente godersi la pensione come fa lui, sante parole, e Nibali figlio concorda che è arrivato il momento di dedicare più tempo alla famiglia. Poi si sa come sono i ciclisti, chi sale in ammiraglia chi diventa commentatore e a casa continuano a non starci mai.

La notizia del ritiro di Nibali suscita grande clamore sui media siciliani.

Lungo l’Ungheria

Il Giro d’Italia stabilisce subito un piccolo record: per il terzo anno consecutivo è il simbolo della ripartenza e del ritorno alla normalità, e visto l’andazzo della pandemia e della guerra è facile prevedere che si potrà migliorare questo primato.

Mucche e buoi dei paesi tuoi

Si parte dall’Ungheria, be’? Qualcosa da ridire? Se si volesse essere severi e boicottanti allora il Giro d’Italia non dovrebbe partire neanche dall’Italia dato che ammazza i suoi lavoratori. Qualche differenza tra i due paesi in realtà c’è: loro solo governati da un sovranasso, un sovranista satanasso, mentre qui siamo così avanti che il Capo dello Stato non è una persona ma un software, tu gli dai un input qualunque, è morto un lavoratore o un artista che non conosceva nessuno o è la ricorrenza di un accidente, e quello ti da la risposta esatta con un messaggio corretto preciso. Poi qui non siamo sovranisti, difendiamo solo le cose italiane come il formaggio e i bambini. Il formaggio è buono perché le mucche mangiano questo qua che cresce qua e c’ha il batterio e non quello là che cresce là e il batterio non ce l’ha, e non sia mai che un giorno le mucche vanno a pranzo fuori poi il formaggio viene una schifezza che devi solo buttarlo di là. Però si tratta solo di proteggere il settore trainante dell’economia patria, che in Italia è appunto il cibo mentre in Ungheria è il porno, e non so chi ci fa la figura peggiore. Poi i bambini, ci sono tanti bambini lungo le strade ungheresi, e con i bambini si può fare tanta retorica, però quelli italiani sanno cos’è il Giro, glielo avranno raccontato i nonni, quei vecchi ubriaconi, mentre questi sono ignoranti, e poi non è il caso di far appassionare al ciclismo pure gli ungari ché un domani ci ritroviamo anche loro come avversari non bastassero gli eritrei. Eppure il paese della giovane fenomena Kata Blanka Vas non me la conta giusta, perché prima di darsi al porno l’Ungheria ha fatto la storia dell’animazione con gli studi Pannonia che tra l’altro realizzavano il famoso Gusztav, personaggio non molto divertente che in un episodio partecipa a una gara ciclistica.

Una mandria di ciclisti

Alla partenza ci sono sempre quelli che piangono, ma stavolta non sono lacrime d’addio, sono gli italiani che praticano il vero sport nazionale, il vittimismo, e si lamentano perché le squadre foreste hanno dirottato sul Tour i migliori ciclisti connazionali, Caruso Ganna Bettiol, e pure Colbrelli se non avesse avuto problemi sarebbe andato al Tour, e si lamentano anche perché le squadre foreste danno molta più importanza al Tour che al Giro, ma basterebbe incrociare i dati per verificare che se quelle squadre danno più importanza al Tour e ci portano gli italiani vuol dire che li hanno in grande considerazione. Comunque sia c’è il via, anche qui con partenza differenziata, si inizia a pedalare qui nel salotto buono ma la partenza ufficiale è qualche km più avanti dove si sta più larghi, il risultato è che si allunga il brodo con un po’ di acido lattico in più e non serve avere un amico che conosce una scorciatoia, il percorso è obbligato. La tappa viene più noiosa di quelle del Tour, due (an)droni in fuga e le altre squadre minori che neanche si scomodano, è facile pensare che la fuga non arriverà perché la posta in palio è grossa: tappa e maglia, è matematico. Ma se la tappa è piatta il finale è in salita, e le squadre ci arriveranno senza essersi spremute quindi in piena efficienza, e Giada Borgato, che in RAI è l’unica che capisce di ciclismo ma non è felicissima nell’esprimersi, dice che i ciclisti saranno “carichi come una mandria, assatanati”. Può vincere quello, può vincere pure quell’altro, attacca questo poi attacca quest’altro, ma se c’è Mathieu Van Der Poel vince lui, no? Anche se ha dovuto sudare sette camice e otto bavaglini per battere Biniam Girmay che senza il fattore sorpresa va forte lo stesso. E sulla lunga lista di cose da conquistare il figlio e nipote può cancellare tappa al Giro e maglia rosa.

Strade scombussolate

Sta talmente in forma il Matteino che per poco non vince pure la seconda tappa che è una breve cronometro con curve acciottolato e salita finale, al punto che Petacchi di lui dice: “Più è scombussolata la strada, più forte riesce ad andare.” Forse Alessandro voleva rivaleggiare con la collega Giada in quanto ad immagini esuberanti, certo è che oggi si stenta a credere che questo esangue commentatore sia stato un velocista quasi imbattibile e un abile cubista di rubik, e comunque è più portato all’autobiografismo che al commento delle cose presenti. Tornando alla crono, vince lo scalatore gemello e, anche se in RAI ricordano che già una volta vinse contro il tempo alla Parigi-Nizza, qualcuno si insospettisce e altrove commenta che dà da pensare il fatto che uno così leggero abbia battuto Dumoulone, ma il segreto di Simon Yates non è segreto perché l’ha detto lui stesso: con la Bike Exchange, che ha ottenuto pure il quarto posto con Matteo Sobrero, collabora l’Ingegner Marco Pinotti, ex ciclista diventato docente di cronometrologia.

Meno male che domani si va via

La terza tappa è lunga e noiosa, ma se vogliamo essere all’altezza del Tour bisogna fare così. In fuga gli stessi droni più il kometino Rivi, distratti o tenuti svegli dai tanti cicloamatori…, vabbe’, facciamo solo “ciclisti” ché vista l’attività principale del paese ospitante è meglio non parlare di “amatori”, dicevo i tanti ciclisti che sulle ciclabili parallele al percorso affiancano i girini e a volte scambiano anche qualche battuta. Troppe ciclabili lassù, non crederete mica di essere un paese civile? In Italia queste cose non succedono. Oltre al pubblico praticante c’è anche quello laico, davvero tanta gente che a volte improvvisa coreografie come quelle del Tour. Il gruppo va piano, non hanno fretta perché l’aereo per tornare in Italia c’è il giorno dopo, forse vogliono solo abbreviare lo spazio a disposizione del Processo. In compenso c’è spazio in abbondanza per lo scrittore parlante che almeno dà modo a Petacchi di riscattarsi alla grande. Infatti Genovesi racconta la storia macabra della Contessa Dracula, il cui cadavere non fu trovato nella tomba, e Petacchi lapidario (ops) commenta: “Meno male che domani si va via.” Alla fine si arriva allo sprint e vince Cavendish con una volata lunga davanti a Démare Spostatutti che fa a spallate con tutti gli avversari nei paraggi e forse, se non fosse stato impegnato, avrebbe spostato pure le transenne. Quest’anno l’UCI ha concesso l’ormai tradizionale deroga e tutti i lunedì saranno festivi, cioè è previsto il giorno di riposo. Si ripartirà dall’Etna dove in queste tre giornate ungheresi gli infreddoliti commentatori della RAI hanno celebrato per la prima volta il Processo alla tappa a distanza. A differenza di altre partenze dall’estero, quando si poteva tornare in Italia in bicicletta, cioè con tappe di avvicinamento, quest’anno il trasferimento avverrà con voli charter, e poi dicono la transizione ecologica.

Conneries d’Italie (et de France aussi)

Quella commedia di successo che in Italia fu distribuita con il titolo “Giù al Nord” non mi piacque – l’ho già scritto – non solo perché era patetica e poco divertente ma anche per motivi ideologici: il film presenta un’immagine idealizzata dell’amicizia e vediamo che gli amici del protagonista lo portano a vedere una partita di pallone invece di portarlo in mezzo alla campagna lì vicino a vedere la Roubaix. Qualcuno obietterà che la Roubaix si corre una volta l’anno e di partite ce n’è una a settimana, due quando va male. Obiezione respinta, il film potevano ambientarlo a Pasqua.

Sulla Roubaix si conoscono le frasi famose di ciclisti famosi, più di tutte quella di Hinault che la definì una “connerie”, ma sono più realistiche le impressioni dei ciclisti meno famosi. Ad esempio Marco Pastonesi sul sito brutto ricordava che Alberto Marzaioli, ciclista di Maddaloni, città a pochi km da qui ricordata anche per la caduta che impedì a Annemiek Van Vleuten di vincere il Giro 2020, diceva sempre che “da Parigi per arrivare a Roubaix esistono un sacco di strade e gli organizzatori scelgono sempre le peggiori”. E la peggiore è l’attraversamento della foresta di Arenberg, ma non date retta a quelli che dicono che è un passaggio decisivo per la corsa, perché lì in passato si decidevano solo le fratture, non quelle nel plotone ma quelle delle ossa, e oggi si decidono le forature, e sembra molto più difficoltoso il tratto dopo l’uscita quando i ciclisti si trovano di fronte una muraglia di centinaia di migliaia di meccanici pronti a dare assistenza o a far cadere qualcuno. Poi mi dovrebbero spiegare perché, nonostante questo che ho scritto, sul display del mio smartufone c’è una foto della Trouée d’Arenberg.

In occasione delle corse importanti ci sono anche cicloamatori che vanno a correre sul percorso, in appositi raduni o isolati, e l’inviato RAI ha intervistato una coppia che vuole correre sul tracciato delle cinque classiche monumento. La coppia corre in tandem perché composta da un ciclista non vedente e una guida, e quando l’inviato ha chiesto un parere sul percorso della Roubaix al non vedente questi ha risposto che è diverso da “quando lo vedi in televisione”. Non so se questa affermazione è stata presa alla lettera e ha allertato la Guardia di Finanza, intanto in studio o hanno fatto cadere la cosa o non se ne sono neanche accorti, anche perché in RAI in quanto a proprietà di linguaggio stanno messi peggio. Infatti Francesco Pancani, che fa sempre il sentimentalone, ha apprezzato l’intervento e quando Giada Borgato lo ha incitato a salire qualche volta in bicicletta lui ha chiesto: “ma si può fare una cosa a tre?” Il compagno di Giada è ben noto nel mondo del ciclismo ma non è come si può pensare, perché Pancani si riferiva a un “tritandem”, e alla fine i due hanno concluso che una cosa del genere non esiste, anche se meccanici di buona volontà credo che abbiano fatto biciclette anche a tre o più piazze.

Immagine da internet

Ma, come dicono chez les ch’tis, tirremm innanz perché poi c’è stata anche la corsa, preceduta dalla dichiarazione bluff degli Ineos secondo cui la squadra era tutta per Filippone Ganna, e gli italiani ci sono cascati, soprattutto i giornalisti. Ma figuriamoci se lo squadrone che negli ultimi tempi punta molto alle classiche, anche perché nei grandi giri sono a corto di personale, figuriamoci se puntava su un ragazzo fortissimo in altre specialità ma che nelle corse in linea ha fatto bene solo nelle categorie giovanili, avendo poi in squadra il vincitore fresco fresco dell’Amstel ultima scorsa e un bestio come Van Baarle che va forte sulle pietre ed è arrivato secondo sia all’ultimo mondiale che all’ultimo Fiandre. E infatti ha vinto Dylan Van Baarle che possiamo definire olandese e non ex, perché è olandese-olandese, cioè dell’Olanda meridionale, la provincia della capitale. Anche tra gli uomini, come ELB tra le donne, il convalescente di turno è andato forte ma Wout Van Aert è arrivato solo secondo, mentre grande protagonista è stato Matej Mohoric. Lo sloveno a Sanremo vinse con un aggeggio preso dalla mtb per regolare l’altezza della sella, stavolta il gadget ce l’avevano quelli della DSM che hanno montato un marchingegno che varia la pressione delle gomme e grazie a questo miracolo della scienza hanno ottenuto un prestigioso 18esimo posto con il vecchio John Degenkolb, sempre meglio del primo degli italiani, che nella classica pasquale è stato manco a dirlo Andrea Pasqualon. Il ciclista che in Italia nessuno voleva ingaggiare e che ha fatto fortuna in Belgio è arrivato 19esimo, e i commentatori hanno detto che gli italiani sono stati sfortunati perché hanno forato, ma in realtà hanno forato tutti almeno una volta, anche il vincitore, e Van Aert anche di più, e comunque sia il risultato ha deluso i tifosi italiani, che hanno avuto reazioni melodrammatiche, scrivendo sui social di fine del ciclismo in Italia (ovviamente per loro quello femminile non è ciclismo), ma purtroppo nessuno di loro si è ancora suicidato.

E non era un rainy day.

La Pascale

In Francia, visti i risultati del primo turno, avrebbero fatto meglio a rimandare le elezioni del presidente anziché la Roubaix, ma in fondo non sarebbe cambiato molto. In politica ormai è difficile parlare anche di “meno peggio” e alla Roubaix non si è potuta mettere in moto la macchina del fango, perché si è corso ugualmente con il bel tempo, alla faccia di tutti quelli che avevano fatto scorta di retorica per parlare di ciclismo eroico e invece sono stati costretti a ripiegare sulla polvere che però non è la stessa cosa. E a questo proposito c’è un altro presidente che sarebbe opportuno cambiare prima che faccia altri danni, perché Lappartient, al pari di tutti gli altri politici, ritiene che cercare di amministrare bene, ammesso e non concesso che lo faccia, non è sufficiente ma bisogna fare le riforme, e dopo la scorsa Roubaix ottobrina che tanti dicono epica ma secondo me è stata falsata dal fango in eccesso, sta pensando di spostare a ottobre il Fiandre e la Roubaix proprio confidando nel maltempo e auspicando altre foto con ciclisti irriconoscibili. Questi ultimi non sono proprio d’accordo e Jasper Stuyven dice che il presidente farebbe meglio a occuparsi della loro sicurezza. Filippone Ganna supera il problema dicendo che la Roubaix è roba per masochisti che non si può amare e vorrebbe fare come Hinault che la paragonava al circo, la corse poche volte la vinse e adieu. Colpisce pure una dichiarazione di Ellen Van Dick, un pezzo di ragazzona che per la sua stazza e per i precedenti sul pavé fiammingo pensavo fosse la più adatta alla Roubaix, ma l’anno scorso è caduta e ha avuto una commozione cerebrale, e quest’anno non era più tanto entusiasta di correrla e ha finanche detto che se avesse piovuto il suo ragazzo le avrebbe impedito di gareggiare (e si presume che costui sia un pezzo di marcantonio per voler fermare i 182 cm x 71 kg di Ellen). Intanto per quest’anno l’unico risultato del cambio di data con l’Amstel è che la corsa, quella maschile, è tornata all’originale collocazione nel giorno di Pasqua, da cui la denominazione di “Pascale” che forse alla Chiesa è più gradita rispetto alla più diffusa di “Inferno del Nord”. Già che siamo in tema religioso parliamo della ragazza che ha avuto il dono da Dio. La più vogliosa di correre e di vincere era proprio Marianne Vos, seconda l’anno scorso solo per aver sottovalutato la fuga da lontano di Miss Deignan, e per prepararsi bene aveva saltato anche la corsa di casa di domenica scorsa, ma alla sua età quasi veneranda dovrebbe sapere che ogni lasciata è persa e carpe diem eccetera, e così è successo che è stata la prima protagonista della giornata, già prima di partire, anzi prima di uscire dall’albergo: tampone positivo, momentaneo crollo del mondo poi prime dichiarazioni giudiziose e posate, quando smetterà dovrebbero eleggerla Presidente dell’UCI. Se Dio le ha dato il dono, Marianne è stata anche sfortunata perché il miracolo della duplicazione delle classiche maschili è avvenuto durante la seconda parte della sua carriera e ora, anche se lo nega, sembra impegnata a completare la collezione, l’anno scorso vinse Gent e Amstel e fece seconda a Liegi e Roubaix, ma quest’anno è andata male. Fuori la campionessa del mondo del ciclocross, resta in gara quella della strada, ma Elisa Balsamo fora, insegue e raggiunto il gruppetto davanti viene annunciata la sua squalifica per bidon collé, cioè ha condiviso una borraccia con l’ammiraglia per troppo tempo, cose che si fanno in gruppo ma quando si indossa una maglia iridata è più facile che vengano viste dalle telecamere. I commentatori italiani si affaticano a giustificare la ragazza ingenua e dare le colpe alla direttrice sportiva che è tedesca e allora che ce frega, ma i belgi piuttosto che incolpare una pericolosa rivale della loro favorita Lotte Kopecky ammirano come Elisa sia riuscita a evitare una caduta e Thomas De Gendt quantifica che al suo posto 9 uomini su 10 sarebbero caduti. Ma i belgi già che ci sono elogiano anche l’altra Elisa, perché ha vinto Longo Borghini, definendola “Verbluffende“ (sensazionale), nonostante abbia preceduto, e di molto, proprio la Kopecky, ma la ragazza che, mentre vincevano Bastianelli Balsamo Bertizzolo Consonni e Cavalli, era l’unica big italiana a non aver ancora vinto quest’anno per colpa di una sinusite, non voleva neanche partire, la squadra l’ha convinta, e a 33 km dalla fine, quando la squalifica di Elisa II ha cambiato i piani trekkini, è partita in contropiede e non l’hanno più ripresa, grazie anche alla guardianìa delle compagne Lucinda Brand e Van Dijk che forse alla fine avrà superato lo shock dell’anno scorso. Intervistata alla fine ELB ha detto semplicemente che si sentiva bene e ha vinto, lei fa così, e quando ha tagliato il traguardo ha fatto un gesto che sembrava volesse dire che ha la testa dura. Non so a cosa si riferisse, ma lei che a volte ha fatto delle scelte tattiche sbagliate una volta di sicuro ha avuto ragione, cioè quando non ha voluto dimagrire, come fece invece la giovanissima Bastianelli che se non fosse stata altrettanto caparbia avrebbe concluso la carriera praticamente dopo il mondiale, e questo per tentare di diventare scalatrice in un paese con la fissazione degli scalatori e dei grandi giri, un paese dove sul finire del secolo scorso la gente guardava Pantani che gettava la bandana e ignorava che sempre in Italia c’era il più forte e talentuoso ciclista di quel periodo. E questo curioso paese non ha visto l’impresa di Elisa I sulla tv in chiaro, perché paradossalmente Raisport con una donna alla guida sta facendo un pessimo servizio al ciclismo femminile. Del resto su uno dei siti specialistici più cliccati c’è una specie di giornalista che dopo l’Amstel cavallina ha scritto di invidiare – ha scritto proprio così – i successi delle cicliste italiane, facendo intendere che preferirebbe che le vittorie arrivassero dagli uomini, forse perché di quelle delle donne non sa cosa farsene. Tornando a ELB, che è meglio, conservato il fisico da passistona, forse concluderà la carriera senza vincere un mondiale e quasi certamente non vincerà il Giro, ma ha vinto una Roubaix sette anni dopo il Fiandre, una doppietta ambitissima in campo maschile e dall’anno scorso anche tra le donne. E oggi, dopo la ragazza che ha avuto la sinusite ma poi si sentiva bene, vedremo cosa farà un altro malato immaginifico, Wout Van Aert guarito dal Covid.

Trova la differenza

A sinistra Fem Van Empel il 12 dicembre 2021 con guanti maniche lunghe e gambali vince la sua prima gara di Coppa del Mondo sulla neve della Val di Sole. A destra Marta Cavalli il 10 aprile 2022 con guanti maniche lunghe e gambali vince la sua prima classica sotto il sole del Limburgo. Trova l’unica differenza.

Soluzione: la temperatura.