Conneries d’Italie (et de France aussi)

Quella commedia di successo che in Italia fu distribuita con il titolo “Giù al Nord” non mi piacque – l’ho già scritto – non solo perché era patetica e poco divertente ma anche per motivi ideologici: il film presenta un’immagine idealizzata dell’amicizia e vediamo che gli amici del protagonista lo portano a vedere una partita di pallone invece di portarlo in mezzo alla campagna lì vicino a vedere la Roubaix. Qualcuno obietterà che la Roubaix si corre una volta l’anno e di partite ce n’è una a settimana, due quando va male. Obiezione respinta, il film potevano ambientarlo a Pasqua.

Sulla Roubaix si conoscono le frasi famose di ciclisti famosi, più di tutte quella di Hinault che la definì una “connerie”, ma sono più realistiche le impressioni dei ciclisti meno famosi. Ad esempio Marco Pastonesi sul sito brutto ricordava che Alberto Marzaioli, ciclista di Maddaloni, città a pochi km da qui ricordata anche per la caduta che impedì a Annemiek Van Vleuten di vincere il Giro 2020, diceva sempre che “da Parigi per arrivare a Roubaix esistono un sacco di strade e gli organizzatori scelgono sempre le peggiori”. E la peggiore è l’attraversamento della foresta di Arenberg, ma non date retta a quelli che dicono che è un passaggio decisivo per la corsa, perché lì in passato si decidevano solo le fratture, non quelle nel plotone ma quelle delle ossa, e oggi si decidono le forature, e sembra molto più difficoltoso il tratto dopo l’uscita quando i ciclisti si trovano di fronte una muraglia di centinaia di migliaia di meccanici pronti a dare assistenza o a far cadere qualcuno. Poi mi dovrebbero spiegare perché, nonostante questo che ho scritto, sul display del mio smartufone c’è una foto della Trouée d’Arenberg.

In occasione delle corse importanti ci sono anche cicloamatori che vanno a correre sul percorso, in appositi raduni o isolati, e l’inviato RAI ha intervistato una coppia che vuole correre sul tracciato delle cinque classiche monumento. La coppia corre in tandem perché composta da un ciclista non vedente e una guida, e quando l’inviato ha chiesto un parere sul percorso della Roubaix al non vedente questi ha risposto che è diverso da “quando lo vedi in televisione”. Non so se questa affermazione è stata presa alla lettera e ha allertato la Guardia di Finanza, intanto in studio o hanno fatto cadere la cosa o non se ne sono neanche accorti, anche perché in RAI in quanto a proprietà di linguaggio stanno messi peggio. Infatti Francesco Pancani, che fa sempre il sentimentalone, ha apprezzato l’intervento e quando Giada Borgato lo ha incitato a salire qualche volta in bicicletta lui ha chiesto: “ma si può fare una cosa a tre?” Il compagno di Giada è ben noto nel mondo del ciclismo ma non è come si può pensare, perché Pancani si riferiva a un “tritandem”, e alla fine i due hanno concluso che una cosa del genere non esiste, anche se meccanici di buona volontà credo che abbiano fatto biciclette anche a tre o più piazze.

Immagine da internet

Ma, come dicono chez les ch’tis, tirremm innanz perché poi c’è stata anche la corsa, preceduta dalla dichiarazione bluff degli Ineos secondo cui la squadra era tutta per Filippone Ganna, e gli italiani ci sono cascati, soprattutto i giornalisti. Ma figuriamoci se lo squadrone che negli ultimi tempi punta molto alle classiche, anche perché nei grandi giri sono a corto di personale, figuriamoci se puntava su un ragazzo fortissimo in altre specialità ma che nelle corse in linea ha fatto bene solo nelle categorie giovanili, avendo poi in squadra il vincitore fresco fresco dell’Amstel ultima scorsa e un bestio come Van Baarle che va forte sulle pietre ed è arrivato secondo sia all’ultimo mondiale che all’ultimo Fiandre. E infatti ha vinto Dylan Van Baarle che possiamo definire olandese e non ex, perché è olandese-olandese, cioè dell’Olanda meridionale, la provincia della capitale. Anche tra gli uomini, come ELB tra le donne, il convalescente di turno è andato forte ma Wout Van Aert è arrivato solo secondo, mentre grande protagonista è stato Matej Mohoric. Lo sloveno a Sanremo vinse con un aggeggio preso dalla mtb per regolare l’altezza della sella, stavolta il gadget ce l’avevano quelli della DSM che hanno montato un marchingegno che varia la pressione delle gomme e grazie a questo miracolo della scienza hanno ottenuto un prestigioso 18esimo posto con il vecchio John Degenkolb, sempre meglio del primo degli italiani, che nella classica pasquale è stato manco a dirlo Andrea Pasqualon. Il ciclista che in Italia nessuno voleva ingaggiare e che ha fatto fortuna in Belgio è arrivato 19esimo, e i commentatori hanno detto che gli italiani sono stati sfortunati perché hanno forato, ma in realtà hanno forato tutti almeno una volta, anche il vincitore, e Van Aert anche di più, e comunque sia il risultato ha deluso i tifosi italiani, che hanno avuto reazioni melodrammatiche, scrivendo sui social di fine del ciclismo in Italia (ovviamente per loro quello femminile non è ciclismo), ma purtroppo nessuno di loro si è ancora suicidato.

E non era un rainy day.

La Pascale

In Francia, visti i risultati del primo turno, avrebbero fatto meglio a rimandare le elezioni del presidente anziché la Roubaix, ma in fondo non sarebbe cambiato molto. In politica ormai è difficile parlare anche di “meno peggio” e alla Roubaix non si è potuta mettere in moto la macchina del fango, perché si è corso ugualmente con il bel tempo, alla faccia di tutti quelli che avevano fatto scorta di retorica per parlare di ciclismo eroico e invece sono stati costretti a ripiegare sulla polvere che però non è la stessa cosa. E a questo proposito c’è un altro presidente che sarebbe opportuno cambiare prima che faccia altri danni, perché Lappartient, al pari di tutti gli altri politici, ritiene che cercare di amministrare bene, ammesso e non concesso che lo faccia, non è sufficiente ma bisogna fare le riforme, e dopo la scorsa Roubaix ottobrina che tanti dicono epica ma secondo me è stata falsata dal fango in eccesso, sta pensando di spostare a ottobre il Fiandre e la Roubaix proprio confidando nel maltempo e auspicando altre foto con ciclisti irriconoscibili. Questi ultimi non sono proprio d’accordo e Jasper Stuyven dice che il presidente farebbe meglio a occuparsi della loro sicurezza. Filippone Ganna supera il problema dicendo che la Roubaix è roba per masochisti che non si può amare e vorrebbe fare come Hinault che la paragonava al circo, la corse poche volte la vinse e adieu. Colpisce pure una dichiarazione di Ellen Van Dick, un pezzo di ragazzona che per la sua stazza e per i precedenti sul pavé fiammingo pensavo fosse la più adatta alla Roubaix, ma l’anno scorso è caduta e ha avuto una commozione cerebrale, e quest’anno non era più tanto entusiasta di correrla e ha finanche detto che se avesse piovuto il suo ragazzo le avrebbe impedito di gareggiare (e si presume che costui sia un pezzo di marcantonio per voler fermare i 182 cm x 71 kg di Ellen). Intanto per quest’anno l’unico risultato del cambio di data con l’Amstel è che la corsa, quella maschile, è tornata all’originale collocazione nel giorno di Pasqua, da cui la denominazione di “Pascale” che forse alla Chiesa è più gradita rispetto alla più diffusa di “Inferno del Nord”. Già che siamo in tema religioso parliamo della ragazza che ha avuto il dono da Dio. La più vogliosa di correre e di vincere era proprio Marianne Vos, seconda l’anno scorso solo per aver sottovalutato la fuga da lontano di Miss Deignan, e per prepararsi bene aveva saltato anche la corsa di casa di domenica scorsa, ma alla sua età quasi veneranda dovrebbe sapere che ogni lasciata è persa e carpe diem eccetera, e così è successo che è stata la prima protagonista della giornata, già prima di partire, anzi prima di uscire dall’albergo: tampone positivo, momentaneo crollo del mondo poi prime dichiarazioni giudiziose e posate, quando smetterà dovrebbero eleggerla Presidente dell’UCI. Se Dio le ha dato il dono, Marianne è stata anche sfortunata perché il miracolo della duplicazione delle classiche maschili è avvenuto durante la seconda parte della sua carriera e ora, anche se lo nega, sembra impegnata a completare la collezione, l’anno scorso vinse Gent e Amstel e fece seconda a Liegi e Roubaix, ma quest’anno è andata male. Fuori la campionessa del mondo del ciclocross, resta in gara quella della strada, ma Elisa Balsamo fora, insegue e raggiunto il gruppetto davanti viene annunciata la sua squalifica per bidon collé, cioè ha condiviso una borraccia con l’ammiraglia per troppo tempo, cose che si fanno in gruppo ma quando si indossa una maglia iridata è più facile che vengano viste dalle telecamere. I commentatori italiani si affaticano a giustificare la ragazza ingenua e dare le colpe alla direttrice sportiva che è tedesca e allora che ce frega, ma i belgi piuttosto che incolpare una pericolosa rivale della loro favorita Lotte Kopecky ammirano come Elisa sia riuscita a evitare una caduta e Thomas De Gendt quantifica che al suo posto 9 uomini su 10 sarebbero caduti. Ma i belgi già che ci sono elogiano anche l’altra Elisa, perché ha vinto Longo Borghini, definendola “Verbluffende“ (sensazionale), nonostante abbia preceduto, e di molto, proprio la Kopecky, ma la ragazza che, mentre vincevano Bastianelli Balsamo Bertizzolo Consonni e Cavalli, era l’unica big italiana a non aver ancora vinto quest’anno per colpa di una sinusite, non voleva neanche partire, la squadra l’ha convinta, e a 33 km dalla fine, quando la squalifica di Elisa II ha cambiato i piani trekkini, è partita in contropiede e non l’hanno più ripresa, grazie anche alla guardianìa delle compagne Lucinda Brand e Van Dijk che forse alla fine avrà superato lo shock dell’anno scorso. Intervistata alla fine ELB ha detto semplicemente che si sentiva bene e ha vinto, lei fa così, e quando ha tagliato il traguardo ha fatto un gesto che sembrava volesse dire che ha la testa dura. Non so a cosa si riferisse, ma lei che a volte ha fatto delle scelte tattiche sbagliate una volta di sicuro ha avuto ragione, cioè quando non ha voluto dimagrire, come fece invece la giovanissima Bastianelli che se non fosse stata altrettanto caparbia avrebbe concluso la carriera praticamente dopo il mondiale, e questo per tentare di diventare scalatrice in un paese con la fissazione degli scalatori e dei grandi giri, un paese dove sul finire del secolo scorso la gente guardava Pantani che gettava la bandana e ignorava che sempre in Italia c’era il più forte e talentuoso ciclista di quel periodo. E questo curioso paese non ha visto l’impresa di Elisa I sulla tv in chiaro, perché paradossalmente Raisport con una donna alla guida sta facendo un pessimo servizio al ciclismo femminile. Del resto su uno dei siti specialistici più cliccati c’è una specie di giornalista che dopo l’Amstel cavallina ha scritto di invidiare – ha scritto proprio così – i successi delle cicliste italiane, facendo intendere che preferirebbe che le vittorie arrivassero dagli uomini, forse perché di quelle delle donne non sa cosa farsene. Tornando a ELB, che è meglio, conservato il fisico da passistona, forse concluderà la carriera senza vincere un mondiale e quasi certamente non vincerà il Giro, ma ha vinto una Roubaix sette anni dopo il Fiandre, una doppietta ambitissima in campo maschile e dall’anno scorso anche tra le donne. E oggi, dopo la ragazza che ha avuto la sinusite ma poi si sentiva bene, vedremo cosa farà un altro malato immaginifico, Wout Van Aert guarito dal Covid.

Trova la differenza

A sinistra Fem Van Empel il 12 dicembre 2021 con guanti maniche lunghe e gambali vince la sua prima gara di Coppa del Mondo sulla neve della Val di Sole. A destra Marta Cavalli il 10 aprile 2022 con guanti maniche lunghe e gambali vince la sua prima classica sotto il sole del Limburgo. Trova l’unica differenza.

Soluzione: la temperatura.

Altra corsa, altro Matteo

Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale del Giro delle Fiandre. Nei giorni precedenti nella regione aveva nevicato a quote basse, avrebbe nevicato anche a quote alte se ci fossero, ma i fiamminghi per andare in montagna, o meglio al di sopra dei 180 metri, dovrebbero circumnavigare Bruxelles e raggiungere la lontana Vallonia dove i nativi parlano una lingua incomprensibile, dicono si tratti del francese. I belgi sono appassionati di ciclismo a prescindere, qualche anno fa quando Sven Nys era a fine carriera si pensava che si sarebbero disinteressati del ciclocross, negli stessi anni tramontava Tom Boonen, ma già arrivava Wout Van Aert a raccogliere da solo l’eredità di entrambi. Però ieri non c’era perché lui che diceva che bisognava convivere con il covid ha un po’ esagerato nella convivenza e se l’è beccato, e i Jumbo erano abbacchiati senza il loro leader, tranne quelli che avrebbero potuto finalmente fare la loro corsa, e la gente li consolava con frasi di circostanza dicendogli che erano comunque la squadra più forte, loro si schermivano, dicevano che non era vero, e infatti non era per niente vero e, per dire, il mezzo capitano Laporte è emblematicamente finito in un fosso. Ma per l’assenza di Van Aert si temeva che anche il pubblico si assentasse e invece, dopo aver visto la Ronde in televisione per due anni, stavolta sono tornati sulle strade, esagitati a mangiare patatine e bere birra, mentre quelli che possono permettersi di pagare per un posto privilegiato e vengono detti V.I.P., uguale, esagitati a mangiare e bere, niente doppiopetto ma neanche happy hour ché per il quinto anno consecutivo non ha vinto un belga, ma neanche uno sul podio. L’attenzione era tutta su due che neanche dovevano esserci, Mathieu Van Der Poel, velocemente ripresosi da una serie di problemi fisici, e Tadej Pogacar, cui nessuno credeva tranne la sua squadra i suoi tifosi i suoi avversari e i commentatori. Eppure la corsa non si era messa bene per loro, sembrava che li avesse messi nel sacco un gruppetto di vecchie volpi come Stybar, vecchie volpi ancora giovani come Bettiol, giovani scatenati come Pedersen e altri avventurieri, ma gli inseguitori hanno riportato sotto i big e tra i faticatori c’era un ancor giovane e sconosciuto gregario di Pogacar che non vince non si piazza e non prende neanche un voto nelle pagelle di quelli che dicono che ne capiscono, ma poi è sempre nel world tour e corre sempre nelle corse importanti sul pavé: Oliviero Troìa con l’accento sulla ìa. Quando il gruppo di dietro ha raggiunto quello davanti si era proprio su uno dei muri più duri, il Vecchio Kwaremont, e lì Pogacar ha superato tutti in tromba come se la tromba, nel senso di claxon, la suonasse davvero, una cosa alla Van Der Poel. Da lì gruppetti e gruppettini e lui sempre ad attaccare e selezionare, finché sull’ultimo Paterberg sembrava poter staccare pure Van Der Poel che stava scivolando sull’erba, ma il figlio di papà, nel senso di papà Adrie, si è ripreso a guisa di trattore e i due sono andati verso il rettilineo d’arrivo più lungo del mondo. All’ultimo posto verde dove poter buttare i rifiuti i due si sono alleggeriti buttando tutto quello che avevano nelle tasche, Pogacar ha buttato un six pack di borracce tre gel una bottiglia di vodka un busto in bronzo di Colnago e una bambolina voodoo con le fattezze di Roglic, Van Der Poel ha buttato un cartoccio di patatine una foto incorniciata del nonno Raymond un leone di peluche ricordo del Tour un gelato al cioccolato belga e una bambolina voodoo con le fattezze di Van Aert. E all’improvviso l’incoscienza: all’ultimo km hanno rallentato al limite del surplace, Taddeo in pieno delirio di onnipotenza credeva di essere davvero Merckx o in subordine De Vlaeminck e non voleva partire in testa, Matteo diceva di non avere fretta perché non aveva impegni, e dietro arrivavano increduli di tanta grazia Valentin Madouas e Dylan Van Baarle, e si prospettava una beffa tipo Roche e Criquelion alla Liegi del 1987, ma se Pogacar non è Merckx Madouas non è Argentin mentre Van Der Poel è proprio Van Der Poel e, dopo Matej alla Sanremo, qui ha vinto Mathieu che poi è corso a limonare con la fidanzata, mentre i due parvenus hanno un po’ chiuso Pogacar che li ha mandati a quel paese e dopo l’arrivo era ancora arrabbiato, chissà se più per la lesa maestà o perché una corsa così da quelle parti non gli capiterà più facilmente. Ma lui è un ragazzo d’oro, come direbbe Colnago, e allora come il protagonista del manga e dell’anime omonimo, anziché esclamare “all’anime de…”, dovrebbe inforcare la bicicletta e correre in direzione della Slovenia gridando: “Imparo! Imparo! Imparo!”

L’atteggiamento dei due protagonisti mi ha ricordato il mondiale donne di ciclocross con Brand come Pogacar e Vos come l’omologo connazionale. Però, forse a causa proprio dell’impegno nella stagione del ciclocross, le due ieri non hanno brillato. Il Belgio è il paese che ha fatto i passi più concreti per la parità tra i sessi e infatti la gara femminile si è conclusa poco dopo quella maschile, non 5 o 24 ore prima come ancora si usa altrove, e nel finale si sono trovate in testa le ultime tre vincitrici della corsa: Chantal Blaak che vinse nel 2020, Annemiek Van Vleuten che ha vinto nel 2021 e Lotte Kopecky che ha vinto nel 2022, e così il pubblico belga ha potuto festeggiare una vittoria, che tra le donne mancava da Grace Verbeke nel 2010, così gli esagitati hanno potuto chiudere la festa gridando: biertje voor iedereen!

Wordepress

Negli ultimi giorni noto una diminuzione dei post pubblicati, preceduta da un periodo di articoli tendenti al depresso. Non so se è solo una coincidenza, se sono aumentati i casi di covid tra i bloggers, o i casi di semplici influenze e malanni stagionali come quelli che stanno decimando le squadre ciclistiche, o al contrario la bella stagione dopo due anni di clausura spinge molti ad uscire abbandonando il mondo virtuale. O sarà colpa della guerra, ma in tal caso non è il caso, perché in questo conflitto con ambizioni mondiali i due capi belligeranti si devono impegnare molto per uguagliare il numero di morti della guerra civile, si fa per dire, nel Rwanda che pure lasciò indifferente l’occidente. Io comunque resto qua, scrivo disegno metto musica e faccio quello che mi piace, al limite parlo da solo che a una certa età dicono è normale.

Le finestre della percezione

Ieri dai primi post dell’alba agli ultimi della sera su wordpress è stato tutto un fiorire di articoli sulla primavera che un po’ mi ha sorpreso, forse anche perché nel primo giorno di primavera si dovrebbe andare a passeggiare e invece per me era un giorno smart e stavo a lavorare, o forse perché le strade dovrebbero essere affollate di gente con la faccia primaverile e invece quando sono poi uscito di pomeriggio in giro sembrava un mezzo deserto mezzagostano o da giorno della merla. Ecco, forse è quello il problema: qui tirava un poco primaverile vento freddo, il burian dicono, forse inviatoci da Putin per ritorsione. E poi il clima mica è un fatto oggettivo come potrebbe sembrare, e questo è anche colpa della tivvù. C’è stata e c’è ancora una tivvù che insegna le cose, una volta insegnava a leggere e scrivere perché non era mai troppo tardi, ma insegnava anche i primi rudimenti di meteorologia quando c’erano i Colonnelli, non quelli greci ma quelli dell’Aeronautica. Poi si è passati al livello avanzato e ci hanno spiegato, ma non so se abbiamo capito, che oltre alla temperatura rilevata dai termometri c’è anche quella percepita, e la fregatura sta nel fatto che, a quanto pare, non la si percepisce mai mitigata ma sempre accresciuta, ancora più freddo o ancora più caldo. E, sarà l’età, a me danno sempre più fastidio gli eccessi: troppo sole, troppa pioggia, troppo vento, troppo caldo, troppo freddo, troppo così così. E allora direi le porte della percezione chiudetele che fa freddo, e pure le finestre della percezione serratele che fa corrente.

Stefania Andriola è la meteorologa che preferisco, anche per i suoi legami con il mondo del ciclismo. Altro che colonnelli.

La corsa più lunghissima del mondo

Già di base la Milano-Sanremo, 293 km, è la corsa più lunga del calendario UCI, poi c’è il tratto di trasferimento, che sono una decina di km a passo d’uomo ma comunque percorsi con le gambe, ma in più quest’anno i colpi di scena sono iniziati già nei giorni precedenti con le continue notizie di defezioni, al punto che i partenti erano sicuri solo quando è stata presentata la startlist ufficiale, e pure nel frattempo c‘è stato chi si è ammalato e non è potuto partire. E’ successo che ai soliti e sempre in aumento incidenti stradali in allenamento o in corsa si sono aggiunti i casi di covid e influenze e bronchiti. Qualche sospettone socialaro ha scritto, tra un colpo di tosse e uno starnuto, che i medici delle squadre dovrebbero spiegare questa disfatta immunitaria, ma purtroppo non si è potuto dilungare perché sono arrivati quelli dell’ASL a fargli il tampone. In realtà un po’ di colpa si dovrebbe dare piuttosto agli organizzatori delle due corsette preparatorie che non tengono fede alle loro denominazioni. La Parigi-Nizza è definita la Corsa verso il Sole e gli organizzatori dovrebbero ben informarsi su dove trovarlo il sole, mentre la Tirreno-Adriatico è la Corsa dei due mari, e allora andate a buttarvici, cioè no, volevo dire fate tappa nelle località di mare; invece entrambe le corse sono andate a cercare colli innevati, e questo non è il massimo per gente che suda. Ma se gli organizzatori della corsa francese, conclusa da un terzo dei partenti, potrebbero fregarsene della Sanremo, quelli italiani organizzano entrambe le corse e si sono dati la zappa sugli zebedei. E poi questo è uno sport pericoloso non solo per gli incidenti, ma anche per la socializzazione estrema cui sono costretti i ciclisti, soprattutto quelli famosi, perché alla partenza e all’arrivo devono fare le foto con l’organizzatore, il figlio dell’organizzatore, il CEO dello sponsor, il pierre dello sponsor, il governatore, il sindaco, l’assessore, il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il capo della polizia stradale, i parenti di qualche ciclista locale morto che se ne trovano facilmente, e guai se fanno finta di non sentire i tifosi che vogliono l’autografo: sarebbero accusati di essere arroganti, presuntuosi e scostanti.

La partenza turistica è stata all’interno del Vigorelli, impianto sfregiato dalle linee del football americano, e Beppeconti aveva milleeuno aneddoti da raccontare: pettegolo dichiarato, se facessero un Grande Fratello ciclistico sarebbe il conduttore ideale. Poi si passa nel parco giochi degli architetti, dove ci sono quei grattacieli che farebbero sentire a casa gli sceicchi emiratini. C’è il grattacielo albero, in cui un povero ricco paga fantastilioni per un appartamento ma, a quanto pare, non è libero di coltivare due pomodori un po’ di basilico o un po’ di frumento che di questi tempi farebbe comodo. Poi c’è il grattacielo a forma di accendino da un euro, quello a forma di fiaschetta di whisky e quello a forma di membro in erezione (vedere per credere). Ci sono ciclisti che, proprio per la penuria di colleghi in salute, sono convocati all’ultimo ma ancora convalescenti, e mettono le mani avanti dicendo di essere venuti a fare una scampagnata, Bettiol ha portato i panini con la finocchiona e Van Der Poel le birrette, a un certo punto si sentono dei boati, qualcuno guarda le ruote temendo che siano scoppiate, ma sono solo rutti dalla pancia del gruppo. All’ultimo è stato convocato anche Pedersen che cita Scalfaro: Resistere Resistere Resistere, perché lui deve preoccuparsi solo di non farsi staccare poi la volata è mestiere suo. La fiducia del plotone nel buon esito della fuga di giornata si vede da quanto impiega a crearsi la medesima: praticamente dai blocchi di partenza come Marcel Jacobs. Ci sono questi otto che hanno scelto di fare i testimonial del loro sponsor, o preferiscono allontanarsi perché nel gruppone c’è troppa gente che tossisce, e gli altri li lasciano andare volentieri, dicono Ci vediamo alla Cipressa, aspettateci che noi veniamo subito, facciamo una volata.

La corsa scorre noiosa com’era prevedibile e la RAI per movimentare il programma manda interviste e servizi di costume, nel senso degli immancabili vetero-cosplayers vestiti da Coppa Cobram. E intanto con i fuggitivi eravamo rimasti che ci vedevamo alla Cipressa, ma vatti a fidare. E sì, perché l’operaio Tonelli e il giovane forse ancora promettente Rivi insistono e vengono ripresi solo sul Poggio. La selezione, come al solito, si fa dietro, e il primo pezzo grosso a staccarsi è Tommasino Pidcock, poi Sagan ha un problema meccanico e Saligari, che non conosce mezze misure, dalla moto dice che per lo slovacco è una notizia pessimissima. Ridendo e scherzando si arriva al Poggio dove tutti si aspettano che Pogacar con uno scatto polverizzi gli avversari, ma lo sloveno 1 è umano anche lui, di scatti ne fa quattro ma gli altri favoriti gli restano attaccati. Lo sloveno 2 Roglic fa qualcosa in favore di Van Aert ma non si capisce cosa: c’è poco da fare, non è portato per fare il gregario. E allora appena inizia la discesa parte lo sloveno 3, Matej Mohoric, che è tanto bravo quanto spericolato, salta nelle canaline, sfiora i muri, e rischia più volte l’osso del collo. Il paradosso è che sembrava rischiare molto meno quando pedalava nella maniera inventata da lui medesimo, cioè pedalando appollaiato sulla canna, e ha iniziato a rischiare seriamente da quando l’UCI ha vietato quella posizione e lui è costretto a scendere come un ciclista normale. E se a un ciclista normale come Stuyven l’anno scorso riuscì il colpaccio di partire in contropiede lasciando i big a meditare su chi dovesse inseguirlo, figuriamoci se non riesce a lui, nonostante un salto di catena subito rimediato. Anzi riesce pure il secondo contropiede del francese Turgis che si prende il secondo posto, e la volata dei big è vinta da Van Der Poel giusto perché era venuto solo per allenarsi. Undicesimo e primo degli italiani è arrivato Albanese che passò professionista con Reverberi, il vecchio manager sempre lodato da Cassani, ma fosse dipeso dal secondo il primo sarebbe già stato costretto a ritirarsi.

In conclusione non si può negare che Mohoric sia stato astuto forte e abilissimo, aiutato da un reggisella per mtb, che sia stato anche simpatico il gesto dopo il traguardo con cui sembrava dire Caspita, cosa ho combinato! e che meritasse la vittoria in una classica, ma io non salgo sul carro del vincitore, anche perché se lo guida lui rischia di ribaltarsi.

Non provatelo a casa. Ma neanche nella discesa del Poggio.

L’arrivo dei russi tra le rovine

Questo è un post cinico che parla di storie dell’est

Ai microfoni di un tg amico, cioè tutti, un alto stilista lancia l’allarme dalle giornate della moda: le sanzioni all’URSS danneggeranno il settore della moda. Senza voler fare di tutta l’erba uno sfascio questi italo-imprenditori dal grande al piccolo hanno affinità di lamentela. Il piccolo barista, se costretto da un’ordinanza del comune a chiudere alle 2 perché c’è gente che di notte vorrebbe dormire, piange il danno rilevante come se fino a quell’ora vedesse solo qualche sporadico cliente ma dopo le 2 il suo locale fosse invaso come l’Ucraina. E così il sarto dei ricchi con gli italiani i monegaschi e gli americani ci guadagna giusto gli spicci per il caffè, ma i russi si riempiono i silos di capi firmati, e ne hanno mai comprato uno quegli straccioni ucraini in fuga? E poi qui c’è in ballo il gas e con il gas non si scherza, lo dicono pure i vigili del fuoco. Il gas russo ad esempio sponsorizza una squadretta di ciclismo di seconda fascia, il cui nome del resto non lascia dubbi sull’attività: Gazprom, che finché puntava sui russi vinceva poco, tranne qualche meteora puzzolente, non nel senso del meteorismo ma del sospetto. Sono lontani i tempi in cui i sovietici dominavano tra i dilettanti grazie al professionismo di stato, per cui anche i trentenni correvano contro i ragazzini, e agli aiutini di stato, settore in cui del resto già negli anni 80 vennero superati dai paesi occidentali con in prima fila anche l’Italia che si scoprì paese di mezzofondisti e sciatori di fondo. Poi la squadra a poco a poco si è arricchita di ciclisti e personale italiano, per vincere qualche corsetta e sperare di essere chiamata a correre il Giro, ma non ci speravano prima e credo che ora possono sperarci anche meno. E pure in una corsa come il Tour degli Emirati Arabi si sono posti obiettivi minori ma alla loro portata, ad esempio la maglia nera che non è per l’ultimo come ai tempi di Malabrocca ma per la classifica dei traguardi volanti. Però ci si sono messi con impegno e in ogni fuga del giorno invece di infilare un uomo solo ci andavano in tre e tra loro Strakhov faceva punti. Però ieri è successo che il gruppetto in fuga è stato più corposo del solito, 6 anziché 4 o 3 (sì, a volte la fuga era monocolore), e poi era una tappa particolare, la passerella nella capitale Dubai. Anche se gli organizzatori hanno preferito chiudere oggi con un arrivo in salita determinante per la classifica, la tappa di Dubai è come la tappa di Parigi per il Tour, e gli emiri ci tengono a mostrare le loro sfarzose e discutibili architetture che immagino già tra non molti anni saranno maestose rovine, perché con i loro soldi avranno utilizzato i migliori materiali, risparmiando sulla manodopera che è quasi schiavitù, ma lì stanno nell’oceano, alcuni isolotti sono artificiali, e non potranno fermare l’acqua che un giorno si innalzerà e travolgerà quegli edifici che solo nel disfacimento potranno acquistare un po’ di fascino. Dicevo che la tappa era vistosa ed era l’ultima per i velocisti, e quindi davanti era l’ultima occasione per gli avventurieri che ci hanno dato dentro, mentre dietro un po’ hanno sottovalutato la fuga e un po’, come succede in questi casi, si sono rimpallati la responsabilità di inseguire, gli shampisti potevano dire che avevano già vinto due tappe con Philipsen e stavano a posto così, gli avversari potevano replicare che non avevano intenzione di portarli in carrozza alla terza vittoria e visto che gli alpecini sono i più forti lavorassero loro, e la fuga è arrivata, ma non ha vinto un russo. Probabilmente per una squadra è preferibile la vittoria di un atleta della stessa nazione dello sponsor, questo vale soprattutto per quella scombinata squadra qazaqa che continua a irretire gli italiani, ma la priorità è vincere comunque e, dopo che il vecchio Kotchekov ha lavorato molto e Strakhov si è speso per i traguardi parziali, per la Gazprom a battere il giovane e pimpante francese Lapeira ci ha pensato il possente e ancor più giovane ceco Mathias della premiata famiglia Vacek. Mathias non ha ancora compiuto 20 anni, e il suo fratello maggiore Karel, neanche 22 anni, era ancora più atteso tra i prof ma venne ingaggiato dalla Qhubeka che ha dovuto chiudere per mancanza di sponsor nonostante l’anno scorso abbia vinto tre tappe al Giro, e la cosa strana, che dimostra l’importanza degli agenti nel ciclismo, è che degli orfani della squadra africana l’ancora promettente Vacek, a meno che in questo ciclismo evenepoelizzato non si sia già vecchi così giovani, è finito in una squadretta austriaca, mentre il comunque lodevole 39enne Pozzovivo, nonostante una tendenza a cadere che mette a rischio l’incolumità sua e degli altri, ha trovato un ingaggio nel world tour. Nella fuga vittoriosa c’era pure l’italiano Tonelli che è arrivato quarto e nel 2018 vinse una corsa in Croazia, ma rischia di essere ricordato soprattutto perché in una corsa nella non tanto vicina Cina ebbe un infortunio serio che per oltre un mese ne impedì il trasferimento in Italia, per cui rimase solo in un ospedale di un paese di cui non conosceva la lingua. Visti i risultati si può dire che l’hanno curato bene, ma dovette per forza di cose essere abbandonato, ma solo momentaneamente perché i Reverberi che non ci pensano due volte a liberarsi dei corridori che non gli garbano confermarono invece il buon Tonelli che è diventato un punto di riferimento della squadra. E, come dice il saggio, chi si contenta gode, da cui si deduce che Putin non gode mica tanto.

Per la cronaca, sempre ieri l’ucraino Budyak ha vinto nel Rwanda, in cui sul finire del secolo scorso ci fu una guerra etnica con due o tre milioni di morti, ma poi si sono calmati e ora vivono in pace, così dicono.

A qualcuno piace freddo

Pur di dare torto a quella ragazzina svedese rompiscatole l’Italia ha deciso di diventare un paese freddo. Già è stata confermata per l’anno prossimo l’unica tappa della Coppa del Mondo di ciclocross che si disputerà sulla neve, a costo di spararla con i cannoni se malauguratamente dovesse esserci brutto tempo con un inopportuno sole come richiederebbe il nome della valle ospitante. Ma mi sembra ieri, e invece non era neanche l’altroieri, che con grande meraviglia nei medi 90 ebbi notizia solo dal giornale colorato che nel weekend tra fine gennaio e inizio febbraio già si correva il Gran Premio Costa degli Etruschi che per anni ha aperto la stagione professionistica in Italia. Poi un po’ alla volta sono sparite le corse sul litorale toscano e al Sud, qualcuna è rinata trovando una collocazione più avanzata nel calendario, più opportuna visto il rigido clima della Sicilia e della Sardegna. Qui i ciclisti non vengono più a svernare, le squadre non vengono più in ritiro, l’ultima fu la Bora prima di essere mezza investita da un’auto. Da quest’ultimo punto di vista non è che in Spagna vada meglio, appena qualcuno in RAI o sui siti specialistici ha detto che lì c’è più rispetto per i ciclisti è iniziato il tiro al bersaglio. Eppure in Spagna si va in ritiro e si corre, idem in Francia in Portogallo e ovviamente in Turchia e nel Medio Oriente. Ma questa latitanza dall’Italia non è dovuta alle politiche sul covid, ma alle scelte degli organizzatori che preferiscono ammucchiarsi in primavera e in autunno, eppure basterebbero tre o quattro corsette a fare gruppo anche in inverno. Le squadre di prima fascia hanno 30 ciclisti che non possono gareggiare tutti nella stessa corsa e da qualche parte devono correre, le squadre professional non possono partecipare a tutte le corse più importanti e sembrano disposte ad andare dovunque, e le squadre continental ancora peggio, e non è che i team più poveri dormono in campeggio o negli ostelli della gioventù se vogliamo metterla sul lucro, ma anziché darsi da fare (e dimostrarsi flessibili) sembra che per gli albergatori sia più comodo andare in tivvù a lamentarsi e mandare il solito Sangalli o chi per lui a chiedere i soldi. Nel prossimo weekend si inizierà finalmente a correre sulle pietre del Belgio che in teoria dovrebbe essere un paese più freddo dell’Italia, dove invece si inizierà a correre dopo, con calma, partendo dalla Riviera Ligure. Intanto in questo weekend appena concluso, con il Giro degli Emirati Arabi è iniziato il World Tour, la serie di gare più importanti, in coincidenza con la fine della stagione del ciclocross che ha avuto due quasi dominatori: Brand con 20 vittorie e Iserbyt con 14 vittorie. A Lucindona è mancato solo il mondiale, a Elino è mancato pure l’europeo, e se nessuno è perfetto questi due non sono neanche quasi perfetti, e va bene così.