Cospiratori

Mi verrebbe da inventarmi una teoria cospirazionista. Chi sono oggi quelli che danno più fastidio all’Ordine Economico Mondiale A Fini Di Lucro? Sono quei cavolo di ambientalisti che non gli va bene niente e dicono che fa caldo e sono contro i combustili fossili eccetera eccetera, quando c’è gente che invece il petrolio lo spalmerebbe pure sul pane al posto della nutella. E allora per metterli in cattiva luce basta fargli fare delle azioni antipatiche, basta trovare qualche attivista incapace da circonvenire, nei movimenti ce ne sono sempre di fanatici esaltati convinti di essere nel giusto, anzi nel giustissimo, e che quel giustissimo vada perseguito con ogni mezzo, per fare un esempio relativamente recente non so se avete avuto colleghi simpatizzanti pentastellati nel periodo della scatoletta di tonno, ecco. E allora capita che nello stesso giorno c’è un’azione agli Uffizi nella sala del Botticelli e la terza protesta al Tour, dopo un paio nelle classiche belghe primaverili. Plausibile, verosimile? Boh. La tappa brevemente interrotta era per velocisti che spesso vuol dire una tappa noiosa, invece questa ha avuto altri momenti di vivacità come quando l’inarrendevole Pogacar ha accennato un attacco, ma in generale credo che parteggino per la volata solo i congiunti dei velocisti, non so se il tifo nazionalista italiano era sufficiente ad auspicare volatone ai tempi di Cipollone e Petacchi, ma ci sono anche quelli che cospirano contro la volata di gruppo. Poi a me piacciono i tentativi da finisseur, e in più il velocista che preferisco, cioè Caleb Ewan, non sta attraversando un buon momento, e Van Aert ha deciso che oggi dovesse vincere il compagno Christophe Laporte. Stamattina ho scritto che Wout sembra voler diventare lo sceriffo del peloton, ma è chiaro che la sua decisione ha valore solo nell’ambito della sua squadra che ha lavorato per quell’obiettivo, che poi quando Laporte è partito nessun squadra aveva uomini che potessero chiudere il buco e lanciare il proprio velocista questo è un altro discorso. Poi si sa che quando un ciclista o una squadra va troppo forte c’è chi inizia a fare cattivi pensieri, ognuno è libero di intossicarsi come crede.

Dati alla mano

Mobbing

Il Giro arriva a Genova e il Comune vuole che passi sul Ponte San Giorgio alias Morandi bis, una buona occasione per fare un po’ di retorica, ma RCS rilancia e ci mette pure la discesa dal Passo del Bocco dove morì Wouter Weylandt, con buona pace della sorella che lavora per la Trek e dice che avrebbe voluto non ci si passasse più. E’ una tappa adatta alle fughe, per la seconda volta in questa edizione ci si infila il tedesco Jasha Sütterlin,  ma la sua sfortuna è di essere un passistone e quindi per la seconda volta la Bahrain lo richiama all’ordine costringendolo a tornare nel gruppo e lavorare per la causa persa di Mikelanda che, in attesa di crisi e cadute, è ancora in classifica. Tra i fuggitivi c’è anche il principesso Kelderman che risale in classifica e come ha detto Martinelli hanno sbagliato quelli che hanno sottovalutato chi non dovevano sottovalutare: chiarissimo. Negli ultimi km restano davanti tre giovincelli che non hanno mai vinto tra i professionisti, e dopo l’arrivo Rota e Leemreize si confermano in questa deplorevole condizione per colpa di Stefano Oldani, che va in fuga col suo capitano MVDP, il quale male che vada può fungere da spauracchio, e che si prende tutte le responsabilità, insegue il paesano tutt’altro che bassino, lancia la volata e tiene a bada Rota con una deviazione come sanno fare quelli che vengono dalla pista. Gli italiani fanno così, appena vince uno si sbloccano e poi vincono a raffica, non è vero ma succede. Poi se ci fosse un po’ di memoria neanche tanto lunga basterebbe a smorzare eventuali entusiasmi. 10 anni fa Guardini battè Cavendish sul suo terreno e oggi fa il meccanico, 3 anni fa Cima vinse quasi in volata ma in realtà era l’unico della fuga a resistere al ritorno del gruppo e non ha dovuto neanche attendere che la sua squadra, la Gazprom, fosse dichiarata inesistente, perché non l’avevano riconfermato, e oggi è ancora al Giro ma come regolatore in moto. C’è spazio anche per il vittimismo, ci sono giornalisti che scrivono che le squadre foreste dovrebbero dare più spazio agli italiani e non fargli fare solo i mestieri, ma non so se pensano così perché il mondo del giornalismo è diverso dal resto del mondo del lavoro, dove i nuovi assunti non diventano subito capi reparto. Intanto Dainese, Oldani e Rota di occasioni per fare la loro corsa ne hanno avute, e poi non dimentichiamo la squadra americana che solo pochi giorni fa ha abbandonato a sé stesso la maglia rosa spagnola per soccorrere un italiano sopravvalutato. Comunque i diretti interessanti ringraziano le loro squadre nelle quali, a dargli ascolto, imparano molto, sottinteso in Italia no, anche se a volte, come nel caso di Oldani, dormono in camere molto separate, sono praticamente discriminati, perché Oldani è andato in ritiro da solo sull’Etna mentre i suoi compagni erano in hotel nelle camere ipobariche che in Italia sono ritenute doping. E poi dice che uno se ne va all’estero.

Zero

I tempi cambiano, decenni fa c’era un cantante che invitava a immaginare un mondo senza inferno né paradiso senza nazioni né religioni, e infatti l’hanno fatto fuori, dicono un mitomane ma chissà che dietro non ci fosse la potente lobby dei preti. Oggi, negli spot che ogni tanto vengono interrotti dal Giro d’Italia, più realisticamente c’è Bebe Vio che da un’auto invita a pensare a un mondo beyond zero, senza emissioni, con le auto che invece di sputare gas emettono acqua di rose. Beh, Bebe, a me tutte queste faccende di emissioni, ibridi, e anche bio eccetera mi convincono poco, ma dato che mi meraviglio che ci sia un bonus anche per i condizionatori d’aria, che non pensavo migliorassero la tendenza climatica, allora è meglio che non parlo di queste cose perché evidentemente non ne capisco. Comunque un mondo così è difficile anche da immaginare, soprattutto per un cittadino, quasi meraviglia vedere il verde delle vallate cuneesi, ma c’è anche chi non saprebbe che farsene, come quel tipo che quando i ciclisti sono passati tra i campi ha pensato bene di combattere quell’aria che puzzava di fresco accendendo un bel fumogeno. Almeno la tappa è a emissioni zero, ma di spettacolo, e dopo i due giorni di gloria italica fanno tutto i francesi, Bardet si ritira per problemi di stomaco, la Groupama lavora per riprendere appena in tempo la fuga di giornata, che sarebbe anche arrivata se i quattro davanti non fossero stati colpiti da un attacco di cazzimma suicida, ognuno pensando di essere più furbo degli altri tre, facciamo degli altri due perché Pascalone Eenkhoorn ha lavorato per due, ma lasciamo stare che non mi tornano più i conti, e alla fine Démare ha trivinto, e tra un’impresa e una volata una scorrettezza e una furbata sta mettendo insieme un bel palmarès e, per restare solo all’ambito del Giro, Fabretti, esperto di statistiche, ci dice che è il corridore in attività che ha vinto più tappe, dopo altri (che ne hanno vinte più di lui).

Entrambo

Al sabato il Giro d’Italia non va al mare o ai monti ma preferisce restare in città e dopo Budapest e Napoli ecco Torino calorosa in tutti i sensi, clima come se fosse La donna della domenica, ma non vediamo Jacqueline Bisset, e in questi casi c’è sempre lo spettatore curioso che non ha di meglio da fare che chiedere quanta acqua bevono i ciclisti in una giornata così calda. Quando c’era Cassani sapeva dire i litri d’acqua ma anche il residuo fisso e l’altezza s.l.m. della sorgente, ma ora c’è il Peta: –Quanta acqua bevono i ciclisti? -Tanta. Si scala Superga e la Bora lavora per sfiancare la Ineos e lasciare solo Carapaz, e ci riescono ma pure loro si sfiancano lasciando solo Hindley. A una trentina di km dal traguardo la Locomotora attacca e guadagna 30 secondi e pensi che ha vinto la tappa e ha vinto pure il Giro e si chiude qui arrivederci all’anno prossimo. Invece Hindley Nibali e poi Yates lo raggiungono e si susseguono gli scatti finché quello buono è del gemello inglese, e Giada Borgato dice che questo è lo Yates che conosciamo, e invece no, perché Yates è sia quello che va fortissimo che quello che va malissimo, entrambi, anzi, dato che non è schizofrenia ciclistica, direi entrambo. Carapaz conquista almeno la maglia rosa e fa contenti quelli che non vedevano di buon occhio che l’avesse Jumpin Lopez perché abbassava il livello del Giro, ma forse il vero problema è che è spagnolo, perché quando capitava con Valerio Conti andava tutto bene. Lopez anche stavolta è rimasto da solo perché la squadra che voleva vincere il Giro con Ciccone si è squagliata, e dato che in questi giorni al Processo si sono alternate le loro compagne di squadra Elisa e Elisa viene da chiedere se la Trek femminile che ha dominato la primavera e la Trek maschile sono davvero la stessa squadra. La tappa è stata spettacolare e Stefano Rizzato dice che così i ciclisti hanno voluto omaggiare il Grande Torino che qui si schiantò con l’aereo. Sicuramente è così, Carapaz lassù in Ecuador ha sicuramente sentito parlare del Grande Torino, e pure Hindley in quei pochi mesi che corse in Abruzzo la prima cosa che imparò dell’Italia era la storia del Grande Torino.

Caffè freddato

Nella mia poliedrica ignoranza non so quale concreto beneficio può portare l’ingresso di qualcosa nella Hall Of Fame dell’Unesco. Come saprete, per la candidatura a tale onore è stata preferita la lirica al caffè e la cosa non è stata presa bene, dai napoletani che del caffè hanno fatto un rito e dalla potente lobby dei ristoratori: si sono lamentati i proprietari dei locali e forse pure i prestanome. Qualcuno accusa i membri della simpatica organizzazione di aver esaminato la richiesta in maniera superficiale e sbrigativa perché dovevano andare a prendersi un caffè.

Il rituale del caffè generalmente si ritiene che sia osservato soprattutto dai dipendenti pubblici, che però lo praticano in modalità mordi e fuggi, “mordi” soprattutto se è incluso pure il cornetto, ma quelli che bivaccano sono persone che non hanno niente da fare o progettano affari manovre e traffici, e dimenticatevi il mito dei caffè letterari. Certo che una benedizione dell’Unesco avrebbe potuto zittire i cultori della vergogna col punto esclamativo, le iene e gli altri animali striscianti perché la famosa pausa caffè non sarebbe più vista come un peccato ma universalmente e socialmente accettata e si configurerebbe come tutela e trasmissione alle generazioni future di un patrimonio mondiale dell’umanità, almeno fino alla Bomba prossima ventura.

Errori strategici

Devo ammettere che quando studiavo, e l’insegnamento della storia è sempre stato incentrato sulle guerre, c’è stato un periodo in cui ammiravo l’abilità battagliera di Garibaldi, un personaggio non molto apprezzato dalle mie parti, gli dedicano le piazze principali ma nessuno va in giro con la sua immagine sulle t-shirt. La sua colpa è di aver combattuto per l’annessione del Sud ai Savoiardi, che qui si usano solo per fare il tiramisù, quando si stava così bene con l’illuminata dinastia dei Borbone, e se si fossero confermati regnanti in carica immagino che il calciatore populista, amico di boss e dittatori, si sarebbe fatto volentieri una foto anche in loro compagnia. Ma tornando a Garibaldi i suoi erano altri tempi e non si può giudicare con i parametri odierni. Oggi di combattenti e strateghi non voglio sentire parlare, le battaglie significano solo morti, ma intravedo titoli e articoli e interesse per i combattenti della guerra slava e per i loro comandanti, chi sono cosa fanno cosa leggono, e più di tutti immagino per il capo in testa che ha difeso il suo popolo e la sua terra prima dall’invasione dei vaccini e poi da quella dei russi. Ma pure lui commette qualche errore strategico. Infatti ha cercato di coinvolgere Israele paragonando quello che succede in Ukraina alla persecuzione degli ebrei finendo per urtare la suscettibilità di quelli, ma lui che è di origini ebree avrebbe dovuto sapere che loro sul genocidio c’hanno il copyright e nessuno, neanche gli armeni, si può permettere di andare in giro a vantarsi di essere perseguitato come accadde con gli ebrei. E poi il presidente combattente avrebbe dovuto comparire in video durante la cerimonia degli Oscar, perché se lo si guarda distrattamente può sembrare il solito militare che va al potere ma lui è stato attore e sceneggiatore. Però all’Academy non si sono messi d’accordo e non se n’è fatto niente, e non se se Zelensky si rende conto che gli è andata bene perché qualcuno avrebbe potuto dire che quella era la prova che in Ukraina non sta succedendo niente ed è tutta un’invenzione americana, e le scene di guerra le girano a Hollywood negli stessi studios dove girarono l’atterraggio sulla luna. E poi non so quale messaggio di pace poteva essere credibile in una serata in cui è volato qualche schiaffone. Tra parentesi anche al regista italiano è andata bene, gli sciovinisti si lamenteranno che non abbia vinto un oscar col suo film che tira in ballo il calciatore populista ma è già tanto che non gli abbiano chiesto indietro quello che gli hanno dato l’altra volta, si erano sbagliati, che male c’era ad ammettere un errore?

La corsa più lunghissima del mondo

Già di base la Milano-Sanremo, 293 km, è la corsa più lunga del calendario UCI, poi c’è il tratto di trasferimento, che sono una decina di km a passo d’uomo ma comunque percorsi con le gambe, ma in più quest’anno i colpi di scena sono iniziati già nei giorni precedenti con le continue notizie di defezioni, al punto che i partenti erano sicuri solo quando è stata presentata la startlist ufficiale, e pure nel frattempo c‘è stato chi si è ammalato e non è potuto partire. E’ successo che ai soliti e sempre in aumento incidenti stradali in allenamento o in corsa si sono aggiunti i casi di covid e influenze e bronchiti. Qualche sospettone socialaro ha scritto, tra un colpo di tosse e uno starnuto, che i medici delle squadre dovrebbero spiegare questa disfatta immunitaria, ma purtroppo non si è potuto dilungare perché sono arrivati quelli dell’ASL a fargli il tampone. In realtà un po’ di colpa si dovrebbe dare piuttosto agli organizzatori delle due corsette preparatorie che non tengono fede alle loro denominazioni. La Parigi-Nizza è definita la Corsa verso il Sole e gli organizzatori dovrebbero ben informarsi su dove trovarlo il sole, mentre la Tirreno-Adriatico è la Corsa dei due mari, e allora andate a buttarvici, cioè no, volevo dire fate tappa nelle località di mare; invece entrambe le corse sono andate a cercare colli innevati, e questo non è il massimo per gente che suda. Ma se gli organizzatori della corsa francese, conclusa da un terzo dei partenti, potrebbero fregarsene della Sanremo, quelli italiani organizzano entrambe le corse e si sono dati la zappa sugli zebedei. E poi questo è uno sport pericoloso non solo per gli incidenti, ma anche per la socializzazione estrema cui sono costretti i ciclisti, soprattutto quelli famosi, perché alla partenza e all’arrivo devono fare le foto con l’organizzatore, il figlio dell’organizzatore, il CEO dello sponsor, il pierre dello sponsor, il governatore, il sindaco, l’assessore, il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il capo della polizia stradale, i parenti di qualche ciclista locale morto che se ne trovano facilmente, e guai se fanno finta di non sentire i tifosi che vogliono l’autografo: sarebbero accusati di essere arroganti, presuntuosi e scostanti.

La partenza turistica è stata all’interno del Vigorelli, impianto sfregiato dalle linee del football americano, e Beppeconti aveva milleeuno aneddoti da raccontare: pettegolo dichiarato, se facessero un Grande Fratello ciclistico sarebbe il conduttore ideale. Poi si passa nel parco giochi degli architetti, dove ci sono quei grattacieli che farebbero sentire a casa gli sceicchi emiratini. C’è il grattacielo albero, in cui un povero ricco paga fantastilioni per un appartamento ma, a quanto pare, non è libero di coltivare due pomodori un po’ di basilico o un po’ di frumento che di questi tempi farebbe comodo. Poi c’è il grattacielo a forma di accendino da un euro, quello a forma di fiaschetta di whisky e quello a forma di membro in erezione (vedere per credere). Ci sono ciclisti che, proprio per la penuria di colleghi in salute, sono convocati all’ultimo ma ancora convalescenti, e mettono le mani avanti dicendo di essere venuti a fare una scampagnata, Bettiol ha portato i panini con la finocchiona e Van Der Poel le birrette, a un certo punto si sentono dei boati, qualcuno guarda le ruote temendo che siano scoppiate, ma sono solo rutti dalla pancia del gruppo. All’ultimo è stato convocato anche Pedersen che cita Scalfaro: Resistere Resistere Resistere, perché lui deve preoccuparsi solo di non farsi staccare poi la volata è mestiere suo. La fiducia del plotone nel buon esito della fuga di giornata si vede da quanto impiega a crearsi la medesima: praticamente dai blocchi di partenza come Marcel Jacobs. Ci sono questi otto che hanno scelto di fare i testimonial del loro sponsor, o preferiscono allontanarsi perché nel gruppone c’è troppa gente che tossisce, e gli altri li lasciano andare volentieri, dicono Ci vediamo alla Cipressa, aspettateci che noi veniamo subito, facciamo una volata.

La corsa scorre noiosa com’era prevedibile e la RAI per movimentare il programma manda interviste e servizi di costume, nel senso degli immancabili vetero-cosplayers vestiti da Coppa Cobram. E intanto con i fuggitivi eravamo rimasti che ci vedevamo alla Cipressa, ma vatti a fidare. E sì, perché l’operaio Tonelli e il giovane forse ancora promettente Rivi insistono e vengono ripresi solo sul Poggio. La selezione, come al solito, si fa dietro, e il primo pezzo grosso a staccarsi è Tommasino Pidcock, poi Sagan ha un problema meccanico e Saligari, che non conosce mezze misure, dalla moto dice che per lo slovacco è una notizia pessimissima. Ridendo e scherzando si arriva al Poggio dove tutti si aspettano che Pogacar con uno scatto polverizzi gli avversari, ma lo sloveno 1 è umano anche lui, di scatti ne fa quattro ma gli altri favoriti gli restano attaccati. Lo sloveno 2 Roglic fa qualcosa in favore di Van Aert ma non si capisce cosa: c’è poco da fare, non è portato per fare il gregario. E allora appena inizia la discesa parte lo sloveno 3, Matej Mohoric, che è tanto bravo quanto spericolato, salta nelle canaline, sfiora i muri, e rischia più volte l’osso del collo. Il paradosso è che sembrava rischiare molto meno quando pedalava nella maniera inventata da lui medesimo, cioè pedalando appollaiato sulla canna, e ha iniziato a rischiare seriamente da quando l’UCI ha vietato quella posizione e lui è costretto a scendere come un ciclista normale. E se a un ciclista normale come Stuyven l’anno scorso riuscì il colpaccio di partire in contropiede lasciando i big a meditare su chi dovesse inseguirlo, figuriamoci se non riesce a lui, nonostante un salto di catena subito rimediato. Anzi riesce pure il secondo contropiede del francese Turgis che si prende il secondo posto, e la volata dei big è vinta da Van Der Poel giusto perché era venuto solo per allenarsi. Undicesimo e primo degli italiani è arrivato Albanese che passò professionista con Reverberi, il vecchio manager sempre lodato da Cassani, ma fosse dipeso dal secondo il primo sarebbe già stato costretto a ritirarsi.

In conclusione non si può negare che Mohoric sia stato astuto forte e abilissimo, aiutato da un reggisella per mtb, che sia stato anche simpatico il gesto dopo il traguardo con cui sembrava dire Caspita, cosa ho combinato! e che meritasse la vittoria in una classica, ma io non salgo sul carro del vincitore, anche perché se lo guida lui rischia di ribaltarsi.

Non provatelo a casa. Ma neanche nella discesa del Poggio.

La Zeriba Suonata – una dedica in controtendenza

Qualcosa deve essere cambiato. Fino a pochi giorni fa Putin era simpatico a tutti. Alla destra perché era il compagno di bisboccia del cavaliere. Alla sinistra perché se si era liberato di qualche avversario in maniera poco ortodossa (ops) non c’è problema perché quegli avversari erano solo dei ricconi tipo il cavaliere, e poi da quando il popolo è diventato populista la sinistra si trova a disagio in presenza della democrazia. Andava bene per i cattolici perché è cristiano, ortodosso ma sempre meglio che un ateo scomunicato. E pure ai 5 stelle, forse, ma chi è Putin, per caso è quello che somiglia a quell’attore che fa 007? Poi è scoppiata la guerra, certo non aveva altra scelta, lui non voleva ma l’hanno costretto il poverino, l’Ucraina l’Europa o la Nato non so, e manco ho capito la faccenda della scelta, però ora tutti gli sono contro e per la proprietà transitiva sono contro tutti i russi, compresi gli scrittori dei secoli scorsi, e allora la Zeriba, per andare in contropendenza, pardon, succede con il ciclismo sempre in testa, dicevo, per andare in controtendenza, gli dedica una canzone, che è del 2011 e non fu scritta per lui ma può darsi che ci si riconosca.

Obits – Killer

Vanishing Gala

Alla fine Putin ha invaso l’Ucraina incurante del fatto che i blog italiani fossero a favore della Pace, ci deve essere stato un problema di comunicazione. La guerra creerà un grosso disagio per gli italiani perché dopo essere diventati esperti di epidemiologia e virologia devono ripartire daccapo e farsi una cultura su strategie politiche e militari, anche se le due materie sono in qualche modo collegate perché questa è la prima guerra da quando abbiamo capito che in certi laboratori si scherza con i virus con quel che ne può conseguire. Comunque spero che gli italiani si impegnino perché di qualcuno che ne capisce di cose internazionali abbiamo davvero bisogno.

cosa bolle in pentola

E’ mezzanotte e a quest’ora, col favoreggiamento delle tenebre, alcuni individui che di giorno con i loro cappelli a cono e i loro mantelli possono passare inosservati, sono chiusi nei loro antri-laboratori a tentare quello che la scienza ufficiale non osa, frenata dalle lobbies plutogiudaicocristianopetrolchimiche. Essi sono alchimisti, cercano la pietra filosofale che può mutare il vile metallo in oro, le banconote in bitcoin (e viceversa) e le pacchianate di Jeff Koons in opere d’arte, oppure ambiscono a generare la vita umana da quella vegetale, in particolare dalla mandragora dopo che gli esperimenti con le teste di rapa hanno dato risultati insoddisfacenti e rinfoltito le fila dei parlamentari. Se volete saperne di più su questo mondo misterioso non vi resta che scoprire le 5 cose che non sapete sull’argomento, sfruttando il reticolo di gallerie sotterranee che collega tutti i blog del mondo ed entrando ibi dove vi attende Aure1970, anfitrione in odore di conflitto di interessi.

Canto Generale dell’Arkansas (in prosa)

Quando si doveva decidere la sede delle Olimpiadi del 1996 tutti pensavano che per il centenario sarebbe stata scelta Atene da cui tutto iniziò, e invece fu poi preferita la città della Coca Cola. Così per il ritorno dei mondiali di ciclocross negli USA, dove il mercato delle bici è florido, si poteva pensare che questi si disputassero nei giardinetti della Trek a Waterloo e invece per motivi apparentemente misteriosi si correrà a Fayetteville nell’Arkansas. La città di Fayetteville, come si può facilmente intuire, prende il nome dal Generale Lafayette McLaws oppure indifferentemente dal Generale francese Marie-Joseph Paul Yves Montand Roch Gilbert Georgette Petit-Chou Du Motier Marquis de La Fayette, che gli americani, essendo gente dai modi spicci, chiamavano semplicemente “Fayet” oppure “Hey, man!”. Negli USA ci sono anche altre città omonime, in Alabama, Disneyland, Georgia, Illinois, Indiana, New York, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Tennesse, Texas, Transylvania e West Virginia, con grande disappunto dei postini che a volte devono prendere il greyhound per consegnare la corrispondenza. E, a scanso di equivoci, come capitale dell’Arcoso è stata scelta un’altra città, Little Rock, chiamata così perché fu costruita nei pressi di una piccola pietra (in inglese “rock”) da tale Rock Adson, al quale l’anziano pioniere Joshua Humarell diede esplicito mandato con le parole: “Tu sei Rock e su questa rock edificherai la nostra città, e io veglierò perché le potenze degli inferi non ti distraggano dal lavoro”. Si potrebbe pensare che l’Arkansas sia una succursale del Kansas ma invece i due paesi non sono neanche confinanti, però qualcuno fu tratto in inganno dai due nomi, e si sa che le conquiste nelle Americhe sono nate spesso da equivoci. Colombo cercava una rotta alternativa per raggiungere i centri commerciali delle Indie evitando il traffico del weekend. In seguito ai conquistadores fecero credere che esistesse un luogo in cui le strade erano lastricate d’oro e quelli iniziarono a fantasticare un Tour dell’Eldorado in cui i ciclisti, anziché sugli sterrati o sul pavé, pedalassero sull’oro e al primo arrivato avrebbero potuto dare in premio, anziché una volgare pietra come a Roubaix, un ciottolo d’oro col quale il vincitore stava a posto finché campava, ma alla fine gli spagnoli trovarono solo una fabbrica di gelati. Così accadde che alcuni pionieri romani, capeggiati da tale Mericoni Ferdinando detto appunto l’Americano, partirono alla ricerca di un mitico elisir, il Drink del Kansas City, ma sbarcarono nell’Arkansas per doppio errore, sia perché credevano di essere in Kansas sia perché l’Arkansas non ha sbocchi in mare. Il gruppo di romani, restio a integrarsi nella cultura del luogo, costituì una comunità chiusa che aveva contatti solo con altri italo-americani, e quando gli domandavano come mai erano finiti laggiù rispondevano in modo ambiguo: “Grazie ar kansas”. Anche l’elezione di uno arkansino, o arkansota, alla Presidenza degli USA fu dovuta al caso. Il musicista psychofunk George Clinton, che per ambientarsi aveva chiamato il suo gruppo Parliament, era definito Il Primo Ministro del Funk ma questo non gli bastava, lui puntava alla presidenza degli Stati Uniti, e a tal fine fece tutta la trafila necessaria comprese le droghe e qualche problema mentale, e allo scrutinio era nettamente in testa, ma i Poteri Forti non potevano permettere che un nero venisse eletto alla Casa Bianca e grazie alla complicità di un oscuro impiegato dell’anagrafe, Condoleezo Race, fecero risultare vincitore il primo Clinton che gli capitò a tiro, tale Bill che si guadagnava da vivere tenendo lezioni private a ragazzine impegnate negli stages di accesso alle scuole medie. Quando gli agenti dell’FBI irruppero nel suo studiolo per dargli la grande notizia, nell’entusiasmo del momento Mister Bill si alzò di sbotto rovesciando la modesta scrivania e i federali si trovarono di fronte al primo di una lunga serie di scandali da coprire. Ma vediamo che si fa di bello in Arkansas. Intanto il paesaggio si compone di molta erba, qualche piccola salitella seguita da qualche piccola discesa, quasi delle gobbe, e una gradinata, niente tavole. Ops, scusate, questo è il percorso dei mondiali, e diciamo che nelle gare regionali italiane si vede di meglio. Dicevo, l’Arkansas è tra i maggiori produttori americani di povertà però, senza offendere nessuno, è anche molto ricco, ricco anche di gas, infatti è il primo produttore al mondo di camere a gas, ce ne sono per tutte le tasche, e le più economiche si trovano nelle filiali di Walmart, la grande catena di discount arkansese che sponsorizza i mondiali, ecco spiegato il mistero. Per chi non sopporta la puzza di gas e preferisce quella del letame sono molto diffusi gli allevamenti di riso e cotone, ma anche di altri animali come polli, gonzi, pescegatti pescigatti e pescigatto (almeno una delle tre versioni deve essere esatta), che sguazzano nei fiumi tra cui ce n’è uno che – non l’avreste mai detto – si chiama Arkansas. E dove ci sono i fiumi ci sono anche boschi come se piovesse e montagne, ma dimenticate la mitologia della dura vita selvaggia nella natura a contatto con le intemperie e con gli orsi i cervi i puma e le giraffe (dimenticate soprattutto le giraffe), perché la storiografia ha ormai appurato che i montanari americani hanno una sola occupazione, quella di cantare, e qui allo scopo ci sono i Monti Ozarks, che non saranno gli Appalachi ma il loro ruolo lo svolgono. Non è quindi un caso che il personaggio più famoso nato in questo Stato sia Johnny Cash, che però all’aria pura dei boschi preferiva il tanfo delle galere.

Un cicloamatore, vestito come neanche Jean Robic ai tempi del primo mondiale, in ricognizione sul percorso all’interno del Centennial Park.