La Zeriba Suonata – Misteri italiani all’estero

Questo è un post pieno di misteri, ce ne sono più che in programma tivvù di Carlo Lucarelli. E per iniziare in tono partiamo dall’altro capo del mondo, il Down Under, dove ai lividi albori degli anni 80 si forma un gruppo musicale con un nome che mette allegria perché richiama il ballo: Dead Can Dance. Il gruppo, che in sostanza è il duo Lisa Gerrard-Brendan Perry, presto si trasferisce in Gran Bretagna dove vengono ingaggiati dall’etichetta 4AD. All’inizio fanno musica dark ma poi per essere più al passo coi tempi si mettono a suonare musica medievale e arcana con strumenti desueti. Inoltre, a giudicare da qualche titolo e da qualche copertina, sembrano affascinati dal visionario pittore Hieronymus da ‘s-Hertogenbosch, cittadina che evidentemente genera fenomeni visto che c’è nata pure Marianne Vos, che non c’entra ma era giusto per pigliare una boccata d’aria. E c’è proprio un famoso dipinto di Bosch sulla copertina dell’album Aion del 1990 dove dentro invece i DCD suonano un saltarello, antica danza dell’Italia centrale. Perché? Boh.

Dead Can Dance – Saltarello

Nella scuderia 4AD negli anni 90 c’era un’atra Lisa, però questa americana, che si potrebbe definire anticipatrice di quel gruppetto di dark ladies canterine che nel secolo successivo, cioè questo, non costituisce una vera e propria scena ma delle affinità in nero tra di loro direi che ci sono: Emily Jane White, Chelsea Wolfe, Weyes Blood, Angel Olsen, Lana del Rey e via inquietando, con l’unica differenza che Lisa Germano aveva un aspetto tranquillo da brava ragazza, un’insospettabile, mentre se prendiamo una a caso, per non fare nomi Marissa Nadler, per dirla con Totò una con una faccia così si arresta a priori. Ma veniamo al dunque, Lisa Germano nel 1994 incide Geek The Girl in cui all’inizio verso la metà e alla fine del disco si sente un motivetto citato solo nelle note interne come “italian folk tune called Frascilita”. Ma il punto è che di questo motivetto siciliano nessuno sa niente, e su internet si trova solo gente che chiede se esiste davvero questa canzone. Il mistero si infittisce.

Lisa Germano – Frascilita + My Secret Reason

come volevasi sospettare

Siete di quelli che hanno problemi col sito di qualche Pubblica Amministrazione o attendete una risposta a una vostra domanda? E quando qualche politico parla di troppa burocrazia vi sentite coinvolti e annuite con la testa? Guardate che non sta parlando di voi, che nella faccenda potete tutt’al più servire da pretesti. Oggi, per dire, mi è capitato di sentire il consueto Discorso del venerdì alla Nazione, pardon, alla Regione, di un Governatore, che parlava di sburocratizzazione con molte “s” “b” “r” e pure “z”, e accennava agli appalti, al ruolo delle sovrintendenze e ai troppi vincoli ambientali. Viceversa, se volete costruire un albergo a pochi metri dal mare o sull’argine di un fiume sotto un costone di roccia, beh, la cosa vi può interessare.

Cartolina dalla ridente località di Strapiombo.

L’abdicazione della Regina mite

I belgi la definiscono Regina, Stefano Rizzato la chiama Sua Maestà, ma lui lo dice a tutte, vabbe’ non a tutte, però lo dice anche a Van Vleuten e Vos. E quando a un certo punto Anna Van Der Breggen era in coda al gruppetto di testa Demi Vollering non sembrava una sua compagna di squadra ma la sua dama di compagnia. Cosa si dicevano? Vollering era reduce da due secondi posti, Anna invece la settimana scorsa aveva l’influenza, e per sua fortuna è dei Paesi Bassi, se fosse stata italiana probabile che intorno a lei si sarebbe creato il panico da covid. Ma era la Freccia Vallone, la sua corsa, che se la mettessero in vendita lei avrebbe il diritto di prelazione, eppure dicono che è una prova adatta a cicliste esplosive, un aggettivo così lontano da questa ragazza riservata, di poche parole, che non litiga e non polemizza. Questa è una gara condizionata da un finale terribile, un’ascesa di oltre un km con pendenze esagerate, una via Crucis in tutti i sensi, perché ci sono 7 cappelle lungo la ripida strada, e allora c’è il rischio di una gara noiosa con un finale orgasmico. Quante volte figliola? Ma nei preliminari si è data da fare la Trek, che non ha voluto correre per Longo Borghini che poi nel finale semmai butta per aria tutto il lavoro fatto, ma non esageriamo, che in settimana le critiche per quello che è successo all’Amstel sono state esagerate, in fondo non ha fatto niente che non abbiano già fatto Roche Criquelion Chiappucci Cassani Alaphilippe Fuglsang e chissà quanti altri, compresa Anna all’Europeo del 2018 quando in testa proprio con Elisa non volle tirare nonostante il 99% di probabilità di vincere in volata. E allora va in fuga la campionessa del mondo campestre Lucinda Brand, poi ci prova Ruth Winder e la riprendono ai piedi del muro di Huy, Anna Van der Breggen risale posizioni e quando passa in testa non esplode ma pedala col suo ritmo che in genere le altre non reggono, ma stavolta c’è Kasia Niewadoma in gran forma che riesce ad affiancarla. E allora sembra arrivato il momento del passaggio di consegne, del testimone, l’addio senza rimpianti, e già, perché da tempo Anna Van Der Breggen ha annunciato il suo ritiro a fine anno. Invece no, Anna accelera e stacca la rivale. Allora, quante volte figliola? 7 e basta. 7 vittorie consecutive, ci riuscì Sean Kelly alla Parigi-Nizza poi basta. E all’arrivo Anna dice che è una strana impressione sapere che è l’ultima volta e che dall’anno prossimo non darà più fastidio a nessuna. Ma insomma queste ex olandesi vincono con i sensi di colpa? Lei pensa di dare fastidio, Vos parla di dono di Dio, come di un obbligo morale di dover fare il meglio possibile, però intanto vincono. Prima di prendere questa decisione Anna Van Der Breggen ci avrà pensato bene, ci avrà pensato 70 volte 7, da fuori può sembrare strano dato che vince e non sembra invecchiare, ma forse la connazionale di Tom Dumoulin si sarà stancata di fare sacrifici, vorrà fare altro, sono scelte sue che non indaghiamo proprio per accordarci alla sua riservatezza. Speriamo che l’anno prossimo almeno il problema del covid sia risolto perché non sarebbe bello vedere il Muro di Huy senza il suo pubblico e senza la sua Regina. Intanto il covid combina strani scherzi: la UAE viene esclusa dalla corsa per dei casi di positività, proprio la squadra che per prima si è vaccinata col vaccino prodotto da israeliani ed emiratini, e il ciclista positivo sì è proprio lui, Fortunello Ulissi. Poi pare che i tamponi successivi sono risultati negativi, ma sono stati esclusi lo stesso, e quindi niente da fare per Pogacar e per il vincitore uscente Hirschi, e via libera per gli specialisti di questa corsa, Alaphilippe arrivato alla terza vittoria e terzo Valverde che è anche il recordman con 5 frecce a bersaglio. Tra di loro si è infilato Roglic, ciclista che dimostra di avere molte frecce non solo valloni al suo arco, ma che è antipatico a qualcuno, anche a qualche pezzo grosso del giornalismo italiano amico di banchieri. Eppure Roglic, anche se ha un’età e una storia diversa da quella dei giovani fenomeni, è un ciclista che corre per vincere tutto l’anno e non è di quelli che hanno i picchi di forma e corrono solo in preparazione di corse che poi non correranno perché infortunati, e non mi riferisco a Nibali che oltre a essere entrato nella storia del ciclismo rischia di entrare anche in quella dell’ortopedia.

qualche riforma si può rimediare

“Riforma” è una parola che ci perseguita almeno dai tempi di Craxi e piaceva pure a quell’ex comunista incapace di dire qualcosa di sinistra. Con la pandemia sembrava circolare poco al pari delle persone ligie alle regole, ma poi con la faccenda dei soldi europei l’ha ritirata in ballo l’Europa medesima, e allora bisogna darsi da fare. La cosa migliore sarebbe quella di semplificare le leggi a beneficio di chi deve rispettarle o applicarle nel suo lavoro, ma le cose semplici non sono congeniali alle persone con le menti contorte e allora, dato che si parla sempre di riforme in generale senza specificare, le riforme per le riforme, e una vale l’altra, qualcosa si può rimediare, anche una riforma costituzionale, addirittura la prefazione della Costituzione (era la prefazione?) e cambiarla così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla Ristorazione”. Poi si può istituire il Ministero della Ristorazione, più importante e attuale di quelli inopportuni di ambiente cultura istruzione ricerca insomma quelle robe lì, e sono già due riforme. I tempi sono maturi, l’associazione dei Comuni ha chiesto di semplificare le norme, peraltro poco rispettate, sull’occupazione di suolo pubblico per concederne di più e più velocemente ai locali che devono esercitare all’aperto; visto a cosa mirano i discorsi sulla famigerata Burocrazia? Essendo il settore trainante dell’economia, dietro al quale sarebbe interessante sapere chi c’è, va sostenuto a tutti i costi, anche a scapito dei pedoni, perché del resto camminare se non è finalizzato a raggiungere un bar o un ristorante è solo una perdita di tempo.

Non più citta a misura d’uomo ma a misura di elicotterista.

La faccenda del pubblico

Questo calcio sta dappertutto: che ci fa nella pagina del ciclismo di Het Nieuwsblad? E’ che pure lì ha fatto notizia l’apertura degli stadi italiani al pubblico. In Belgio niente, due Fiandre senza pubblico che già uno sembrava strano, al secondo per strada c’era solo un ragazzino, lo svizzero Schar per ringraziarlo gli ha donato una borraccia ed è stato squalificato in flagranza di reato secondo l’Editto Lappartient, ma tutti gli altri ciclisti avevano invitato il pubblico a stare a casa perché così potevano salire sui marciapiedi senza il rischio di abbattere qualcuno. Pure la stagione del ciclocross è stata senza pubblico, tutti davanti al televisore, se passavi per le strade deserte del Belgio all’ora italiana di pranzo sentivi il rumore dei campanacci provenire dalle case. Però i fotografi hanno detto che le foto così venivano meglio. In Italia invece la decisione a gamba tesa del Banchiere di aprire gli stadi al 25% del pubblico ha scatenato un effetto domino e dal Ministero di Cultura Spettacolo e Fuochi d’Artificio hanno detto che allora bisogna aprire pure teatri e cinema. E il Banchiere, che è uomo di poche parole perché tiene da fare, ha detto: E sia. E ieri il TG diceva che dal 26 aprile andremo a cinema e a teatro, un messaggio volutamente ambiguo, perché detto così sembra che sia un obbligo, come vaccinarsi dato che non farlo è ritenuto un’attività sovversiva. Però posso tranquillizzarvi perché non sarete tenuti ad andare a vedere una simpatica commedia di quel simpaticone di Salemme o il remake del sequel de I Fantastici 4 contro King-Kong, per ora non c’è l’obbligo. Si sorvola invece sul pubblico del ciclismo, perché come fai a dire che sullo Zoncolan potrà andare solo il 25% degli indiani? E intanto oggi si corre l’Amstel Gold Race in un circuito chiuso e vedremo se esiste il Cauberg senza il pubblico, io credo di no, penso piuttosto che è una salita che il pubblico la porta da casa insieme alle birre.

Dagli archivi dell’Area 51 una foto che dimostrerebbe l’esistenza del Cauberg senza pubblico.

La Favola del Principe e della Carta Selvaggia

Qualche mese fa Erreciesse stava distribuendo le wild-card per il Giro, una alla Eolo, una alla Bardiani, una alla Vini Zabù, poi va a guardare nello scatolo delle wild-card e non ce ne sono più, lo rigira, niente, e la Androni resta senza. Il manager della squadra, il Principe Duca Conte, ci rimane male e polemizza con Erreciesse ma anche con una delle tre squadre promosse tirando in ballo pure storie di doping. Passa un po’ di tempo e proprio in quella squadra si verifica il secondo caso di doping in meno di un anno, col rischio di una sospensione da parte dell’UCI. Poi il colpo di scena, il patròn di questa squadra, ricordato nei libri di storia del ciclismo anche per aver voluto ingaggiare a tutti i costi Danilo Di Luca proprio prima del Giro 2013, nel quale il detentore di uno dei più brutti soprannomi della storia medesima, “il Killer di Spoltore”, risultò positivo al test-antidoping che gli valse la radiazione come manco Riccò, dicevo, il patròn, per tagliare la testa al toro, ha ritirato la squadra dal Giro restituendo la wild-card a Erreciesse, che a sua volta ha subito telefonato al Principe che però non c’era, l’hanno cercato dappertutto, dal console del Bhutan, dall’ambasciatore del Gabon, dal Principe di Monaco, alla fine l’hanno rintracciato da un monaco del Principato omonimo e gli hanno detto che avevano ritrovato la sua wild-card e ora poteva venire al Giro d’Italia gradito ospite. Così tutto è finito bene e tutti vissero felici e contenti, almeno fino al prossimo caso di doping.

Chi è che fa notizia

Oggi i media danno ampio spazio all’assoluzione di un calciatore che a suo tempo fu accusato per una faccenda di scommesse e ovviamente è partita la lamentela per le vittime della giustizia e sbattute in prima pagina come mostri, però almeno la sua assoluzione ha fatto notizia, cosa che non vale per tutti, e lo dimostrano in ambito più ampio le notizie di questi giorni.

Il Parlamento italiano in coro ha invitato sia il Governo che il CONI a sostenere la causa di un marciatore italiano condannato dalla giustizia sportiva e assolto dalla giustizia ordinaria, con ciò implicando che IAAF WADA CIO e pure CIA abbiano complottato contro di lui, e se ne deduce che abbiamo un parlamento cospirazionista. Il ciclista Davide Rebellin fu squalificato quando era uno dei più forti al mondo nelle corse in linea, anni dopo anche lui è stato assolto dalla giustizia ordinaria ma, tranne una parentesi polacca, non ha mai trovato un ingaggio in squadre professionistiche, neanche in quelle professional italiane che non la contano mai giusta.

C’è un tennista italiano che potrebbe entrare addirittura nei primi 20 del ranking mondiale, ma il ciclista Diego Ulissi, che oggi rientra al G.P. Indurain, prima del problema cardiaco era stabilmente nei primi 10 della classifica UCI.

La diva del nuoto si è qualificata a reti unificate per la sua quinta Olimpiade. Brava, eguaglierà il record della ciclista Roberta Bonanomi, anche se lei non era una diva, con quel che ne consegue in termini di attenzione e soldi, e poi in quelle occasioni correva come gregaria, e in fondo nella sua carriera si è limitata a vincere un mondiale cronosquadre, il Giro del 1989 e qualche tappa al Tour.

Non era la Slovenia

Dopo il Tour dell’anno scorso conteso da due sloveni tutti esaltavano la Slovenia e Saronni che c’era stato diceva che lì ci sono gli investimenti e già dalla scuola vedono i ragazzi per quale disciplina sono portati. Chissà se si faceva così già quando a scuola ci andava Roglic perché il forte ciclista ha iniziato facendo salto con gli sci. E poi oltre Pogacar chi altro c’è? Giovani promettenti non mi pare, un talento inconcludente come Mohoric famoso più per un modo di andare in discesa che a giorni sarà bandito e qualche onesto ciclista che ogni tanto riesce pure a vincere. Ma non era la Slovenia che dovevano osservare, bisognava andare a vedere cosa succede in Danimarca, perché ormai ogni giorno c’è un danese che vince, a volte due, come pochi mesi fa quando due Pedersen vinsero due classiche nello stesso giorno. E vincono classiche e tappe, per ora non ancora i Grandi Giri ma per quelli potrebbe candidarsi il giovane Jonas Vingegaard che sta vincendo alla Coppi e Bartali. Può darsi che ora, come è già successo qualche anno fa con il boom degli inglesi, escano fuori i sospettoni che avranno pure la battuta troppo facile: c’è del marcio in Danimarca, contenti loro. Intanto ieri Kasper Asgreen, che non a caso è pure campione nazionale, ha fatto un’impresona all’E3 Prijs andando due volte in fuga e vincendo sulle stesse strade del Giro delle Fiandre, unica differenza oltre al chilometraggio è il fatto che qui affrontano prima il più breve Paterberg e poi il buon Vecchio Kwaremont, e secondo me è più micidiale la sequenza inversa.

Provinciali e provenzali

Non vorrei essere lapalissiano ma la polemica tra squadre professional italiane ha assunto toni polemici, il Principe Duca Conte non si è aristocraticamente sottratto e ha usato parole forti e non so se di forti abbia citato pure i poteri, sembra che abbia tirato in ballo il doping, cosa che in verità non conviene a nessuno. Ma vedendo le prime due tappe del Giro della Provenza viene da pensare che va bene la scoperta di Bernal e altri talenti ma meno male che questi talenti poi passano altrove. Uno dei rivali del Principe, il popolano Reverberi, da tempo dice, e pure con toni poco rispettosi, che i giovani migliori li prendono le squadre ricche e a loro restano le seconde scelte, e forse per questo da un po’ si propone per rilanciare ciclisti un po’ in disgrazia, ma finora non gli è riuscito granché perché i vari Guardini e Senni sono passati addirittura in terza fascia, e meno male che il nuovo arrivato Visconti va forte di suo. Ma tornando al Principe, tra i campioncini lanciati da lui c’è Davide Ballerini che però veniva spesso mandato in fughe da lontano senza speranza, e quando a volte, ripresa la fuga, riusciva ancora a piazzarsi in volata, si capiva che era un talento sprecato. Da quando è alla Deceuninx, che sarà più ricca ma pare che ne capiscono di più, qualcuno si è accorto che ha le doti del velocista e al Tour de la Provence ieri ha battuto il numero uno dell’anno scorso, Arnaud Démare, e oggi ha tenuto in salita e ha battuto l’inatteso ma gradito Ciccone. La storia di Ballerini ricorda un po’ quella di Alessandro Petacchi, che agli inizi si infilava nelle fughe finché Michele Bartoli lo spinse a fare le volate. E Bartoli è uno che potrebbe dare molto di più al ciclismo italiano ma non può anche per un vizio burocratico, e ora mi spiego. Saronni ha lanciato l’idea di una fondazione con i campioni del mondo per dare una mano al ciclismo italiano, intanto la si fa poi si vedrà che cosa si fa, ma Bartoli non può farne parte perché, come Bartali De Vlaeminck Kelly e ormai molto probabilmente anche Nibali, non ha mai vinto il campionato del mondo.

Non si sa con chi ce l’abbia Ballerini che fa l’ormai abusato gesto di zittire qualcuno, ma forse l’UCI invece di proibire le posizioni in sella dovrebbe multare questo gesto che non se ne può più e che, al pari del super tuck, viene pure troppo imitato dai giovanissimi.