Statistiche illustrate – chi paga?

Un grido echeggiò per la campagna dove hanno il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che li bagna, dove ci sono bambine bionde con anellini alle orecchie tutte spose che partoriranno uomini grossi come alberi, ma quel grido non era: “Diavolo rosso dimentica la strada / Vieni qui con noi a bere un’aranciata”, bensì: “Arriviamo a Milano / Poi qualcuno pagherà”. Poi il Giro in qualche maniera è arrivato a Milano, si è cercato di rendere interessante il confronto alla pari tra due ragazzi alla pari, cioè partiti come domestici di mezzi capitani, giovani che sono promettenti come lo sono tutti quelli che passano al professionismo, dalla A di Albanese alla Z di Zilioli. Ma se qualcuno pensava che finito tutto al patron del Giro passasse l’arrabbiatura e dimenticasse le offese subite (dal Sacro Giro) si sbagliava, perché ieri è tornato sulla questione, però non sullo sciopero verso Asti, anche se ha attaccato le squadre che scendono sempre dalle nuvole e dicono di non sapere mai nulla dei loro corridori, e infatti in questi giorni è successo anche per una positività dell’altro genere, ma, tornando a Vegni, è intenzionato a chiedere sanzioni all’UCI per la Jumbo ritiratasi senza motivo e la EF che aveva chiesto la chiusura del Giro dopo due settimane. E qui Vegni ha detto un’altra cosa giusta, che se le regole del World Tour si possono infrangere tranquillamente il prossimo anno inviterà chi vuole lui e non le squadre di prima fascia che hanno il dovere più che il diritto di partecipare. E superare queste regole potrebbe significare lo svuotamento del World Tour stesso, ma potrebbe essere un bene per le corse importanti ma anche per le corse minori, per le piccole squadre che potrebbero avere più inviti ma anche per quelle grandi che a volte sembra partecipino a certe corse solo perché costrette e soprattutto in un’annata come questa sembra che abbiano portato alle ultime gare delle formazioni raffazzonate con i pochi non impegnati altrove e in grado almeno di salire sulla bici e non necessariamente di fare 10 km, non potendo tra l’altro far partire gli stagisti cui il world tour è vietato. La Jumbo Visma abbandonò il Giro dopo le prime positività al coronavirus lamentandosi di violazioni della bolla, di persone al di fuori di essa che circolavano negli alberghi, ma non mi risulta che ci sia niente di circostanziato e documentato per cui rimangono chiacchiere, in un ambiente in cui si fanno accuse generiche ma non si fanno  nomi, non si portano prove, e poi si finisce per ritrattare o scusarsi, e anche questo atteggiamento diciamo da gregge del plotone è stato criticato da Vegni, e peccato solo che tutte queste cose condivisibili le abbia dette nello stesso giorno in cui sono arrivati i risultati dei test alla Vuelta durante il primo giorno di riposo e non c’è stata una sola positività tra i ciclisti, come del resto accadde al Tour,  mentre al Giro ci sono stati Yates Krujiswijk e Gaviria.

E poi non deve essere facile una trattativa sindacale con le mascherine.

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.

Buone notizie

Finalmente una buona notizia sul coronavirus: l’OMS sconsiglia il saluto con i gomiti anche se lo fa limitandosi all’aspetto medico e sorvolando sul fatto che sia ridicolo, e vorrei sapere chi l’ha pensato tanto più che sui gomiti dicevano che bisognava starnutire. Un’altra indicazione interessante viene dal Tour de France dove nel giorno di riposo sono stati effettuati i tamponi a oltre 700 persone e in un paese dove l’epidemia si diffonde peggio che in Italia sono risultati tutti negativi, anche se poi esce l’immancabile sospettone che dice che non è possibile ma come al solito è un sospetto campato in aria, e il dato ci dice che se si agisce con cautela davvero si può contenere la diffusione del virus, ma qui fino a prova contraria comandano i ristoratori e quindi niente, beccatevi il virus. Buone notizie anche per la Bora che finalmente riesce a vincere l’agognata tappa, va la fugona di giornata, davanti restano in quattro, in RAI dicono che Alaphilippe farà un sol boccone degli altri e due secondi dopo Alaphilippe si stacca senza più energie. Poi sul GPM Kamna passa con un secondino su Carapaz e riesce a dilatare il vantaggio in discesa e a vincere che se aspettavano Sagan stavano freschi. La stessa impresa al Giro Donne stava riuscendo a Elisa Longo Borghini che però aveva alla spalle un gruppo di inseguitrici rinfoltitosi strada facendo e se ce l’avesse fatta sarebbe stata una roba alla Cancellara, ma il gruppo l’ha ripresa negli ultimi km e a Terracina ha vinto di nuovo Marianne Vos che qui aveva già vinto 8 anni fa, e infatti intervistata ha detto che aveva bei ricordi, ma la domanda è come fa a ricordarsi tutte le sue vittorie che solo al Giro sono 27 più altre 200 su strada più quelle nel ciclocross più quelle su pista, di fenomenale ha pure la memoria.

Forse Lotte Kopecky e Marianne Vos non sono state avvisate in tempo.

Carriere e coccodrilli

Il Tour di quest’anno non passa per Albi ma per chi volesse sapere qualcosa del massacro dei Catari nessun problema perché si arriva a Lavaur, dove ne furono mandati al rogo 400, e l’occasione è gradita per un ripasso. Meno male che lo scrittore parlante che in genere si diverte con l’aneddotica macabra non ci dice pure la sua, ma quello che mi chiedo è se sono quelli della RAI che non perdono occasione per mettere in cattiva luce la Chiesa Romana più di quanto non faccia essa stessa o se sono quelli del Tour che ci tengono, e come al Giro ogni anno si ricordano Coppi Bartali e Pantani al Tour ricordano Desgranges e gli Albigesi. Stavolta c’è una doppia coincidenza. La prima è personale, in questi giorni stavo mettendo un po’ di ordine tra i libricini piccoli, tra i quali ci sono molti, pure troppi, Millelire, che compravo quasi all’ingrosso senza stare a selezionare, e tra questi ce n’è uno sui Catari che dimostra la furbacchioneria di Stampa Alternativa: infatti questo che viene presentato come racconto è solo un estratto da un libro ben più grande di C.R. Maturin che un’altra casa editrice avrebbe pubblicato, e in quanto tale sembra inconcluso, insomma è come quegli estratti omaggio che pubblicizzano i libri in uscita solo che in quel caso la pubblicità si pagava pure.

La seconda coincidenza è che la tappa catara ha visto un massacro, per fortuna solo ciclistico, perché doveva essere una tappa tranquilla, ma non si può mai dire, succede che soffia il vento e possono partire i ventagli, e infatti la squadra tedesca Bora fa il diavolo a quattro, ma in senso figurato, non il loro connazionale che nonostante il covid anche quest’anno segue la corsa e mi viene il dubbio che se non in quattro si sia fatto almeno in due perché c’è una cosa che non capisco, cioè non mi spiego i salti che fa per l’età che dovrebbe avere. La Bora invece una cosa l’ha capita: Sagan ha due obiettivi, la maglia verde della classifica a punti e se possibile anche una tappa, ma si è capito che non è più in grado di battere i velocisti e per vincere deve farli fuori, e con quell’attacco molti velocisti si staccano, poi in un secondo momento altre squadre pensano di far fuori qualche uomo di classifica, non tanto Landa e Porte che in genere si fanno fuori da soli, ma Pogacar, e poi già che ci sono qualche altro velocista, e alla fine dopo tutta questa fatica Sagan non vince uguale, quello lo fa Van Aert che ormai ha raggiunto la statura da campione e tanto di cappello, però se qualche inimicizia è difficile che se la faccia la Bora che ha lanciato il fatale attacco ma ha fatto la sua corsa, la Jumbo non penso faccia simpatia nel peloton perché vuole vincere un po’ troppo, e se imposta la corsa come faceva in passato la Ineosky non dimentichiamo che gli inglesi per l’obiettivo principale hanno saputo anche sacrificare le vittorie parziali, costringendo Cavendish e Viviani a cambiare squadra e oggi sacrificando e anche consumando Kwiatkowski. Ma la Ineos sta cambiando ed è stata proprio diversa alla Coppi e Bartali dove ha vinto con uno scalatore, che sembrerebbe una cosa normale ma invece non lo è perché Narvaez si è scoperto veloce e ha vinto non per distacco ma con gli abbuoni. E poi hanno bisogno di ricambio, cercano giovani e si dice che ingaggino anche il fenomeno Tom Pidcock, ciclocrossista biker e vincitore della Roubaix under 23 che è la corsa più adatta ai fuoristradisti, però ha come idolo Wiggins che all’opposto veniva dalla pista, ma il sogno comune è il Tour e Pidcock già si è messo avanti col lavoro e ha perso peso, strada facendo ha vinto il Giro Under 23 prendendosi anche la tappa conclusiva col Mortirolo perché è uno che programma il futuro e pensa a quando sarà vecchio e agli amici del Pub dello sport potrà raccontare di quella volta che ha vinto su quella salita famosa. Però il mondo professionistico sarà diverso e già qui la sua ingordigia può aver dato fastidio: il suo compagno di fuga Vandenabeele alla fine della tappa l’ha applaudito ma non si capisce se per ammirazione o ironicamente avendo sperato che gli lasciasse la vittoria di tappa, e del resto Pidcock sembra uno smargiasso, per dire ha tagliato il traguardo dritto in piedi sui pedali, se il suo idolo è Wiggo speriamo non diventi pure mod e rompa anche lui con il rock e le lambrette e tutto quell’armamentario da lasciare in soffitta una volta per tutte, ma in fondo nel ciclismo ogni tanto c’è bisogno anche di qualche villain. Tornando alla Ineos, ci sono ciclisti ormai vecchi ma anche dei giovani che hanno subito mostrato i propri limiti, come Sivakov che cade spesso e non sa andare in discesa, però mai come il connazionale Zakarin, e qui arriviamo alla prima tappa pirenaica. C’è la classica fuga di uomini fuori classifica e sulla penultima salita passano in testa Peters e Zakarin, coppia male assortita perché il primo è bravo in discesa, come del resto tutta la sua AG2R tranne uno, e va a vincere, e forse a 26 anni è ancora presto per dirlo ma sembra avviato a essere uno di quei classici corridori che per qualche anno riescono a centrare tappe nei grandi giri e nient’altro, poi passati i pochi anni favorevoli continuano a tentare la fortuna ma non gli riesce più. A Zakarin invece non riescono le discese, è storia vecchia, le fa brutalmente brutte senza gli arabeschi di cui è capace il maestro del brivido Alexander Geniez, ed è già tanto che arrivi sano e salvo al traguardo. Tra gli uomini di classifica sembra non succedere molto, la Jumbo è la squadra più forte ma forse per mancanza di avversari, ma i colpi di scena arrivano lo stesso. Quest’anno prima del solito è arrivato un momento che è ormai diventato classico: la crisi di Pinot e quando non è una crisi psicologica sono i postumi di cadute e lui cade spesso, ma secondo me da lui non c’era da aspettarsi più niente già dopo il Delfinato in cui si è trovato inaspettatamente in testa per il ritiro di Roglic e anche allora, nonostante il minore prestigio della corsa, c’è stato il solito psicodramma. Poi sull’ultima salita attacca Pogacar e Roglic lo lascia andare dimostrando che non ha imparato bene la lezione di Carapaz al Giro dell’anno scorso. Invece Pancani sta imparando a convivere con lo scrittore parlante e si diverte a coglierne le contraddizioni, come quella sugli animali prede, che a sentire lo scrittore a volte sono poveri e a volte uno spettacolo della natura. E a proposito di animali, si passa dalle parti di una chiesa dove c’è un coccodrillo appeso al soffitto, Pancani chiede se ci siano casi del genere anche in Italia e lo scrittore dice che ce ne sono due, ma dato che a letture di fumetti è messo male, credo Bonelli e Bunker, non può ricordare la bella storia Il santo coccodrillo di Jerrry Kramsky e Lorenzo Mattotti adattata pure per il cinema di animazione come episodio del film collettivo Peur(s) du noir. Paure, traumi, blocchi psicologici, chissà cosa affligge Pinot. E idem da qualche anno per Fabio Aru che nella seconda tappa pirenaica si ritira e Beppe Saronnni, contattato dalla RAI, più che prendersela con Aru di cui però riconosce i limiti caratteriali che sono ormai acclarati, accusa chi nella squadra ha deciso di portarlo al Tour quando era evidente che non era in forma. Quel Saronni che diede una svolta alle carriere di Tonkov prima e di Simoni poi ormai nella UAE ha solo un ruolo di rappresentanza, tipo Mattarella, solo che a differenza del Capo dello Stato quando parla non fa il compitino correttino e precisino ma accusa attacca ironizza e non è per niente diplomatico, quello gli riusciva solo quando faceva il commentatore per la RAI e forse in quel ruolo è stato il migliore, e oggi le sue accuse sono arrivate fino in Belgio dove Het Nieuwsblad le ha comunicate al popolo fiammingo. Ora Aru può pensare a prepararsi per correre il Giro ottobrino, ma forse è troppo presto, allora la Vuelta novembrina, o forse è presto anche per quella, e allora facciamo direttamente l’Herald Sun Tour, no quello no perché è la prima corsa cancellata del 2021, o forse sì proprio per quello. Ma il Tour può fare a meno di Pinot e di Aru, anche se per Saronni la UAE perde un aiuto importante per Pogacar che per lui è un grande talento naturale, ma dicevano lo stesso pure per Aru, comunque la tappa viene spettacolare, della fuga di giornata resta davanti il giovane svizzero Hirschi che rischia di fare l’impresa e tutti a elogiarlo e a dire che ha un grande futuro, ma dicevano lo stesso pure per Aru, e i big solo negli ultimi 2 km raggiungono lo svizzerotto che non tenta il tutto per tutto per arrivare da solo sperando semmai che dietro si guardino, anche perché dietro si guarderanno pure ma tirano tutti, ma gioca d’azzardo rifiata un attimo e si fa riprendere per potersela giocare allo sprint, più che Lutsenko alla Tirreno Adriatico dell’anno scorso, e quasi ci riesce, se fosse partito più tardi, se non fosse partito dall’ultima posizione, bah, vince Pogacar davanti a Roglic, i due sloveni si rispettano ma si danno battaglia, e se al mondiale faranno gioco di squadra sarà difficile batterli. Oggi c’è il riposo, tamponi per tutti, e un sospettino viene, o meglio un timore, perché, ammesso e non concesso che Merckx e Pantani in epoche diverse siano stati vittime di complotti per farli fuori dal Giro, forse sarebbe ancora più facile eliminare qualcuno con una positività fasulla non al doping ma al coronavirus, ma per temere problemi in materia non c’è bisogno di pensare a complotti, bastano i ritrovati tifosi invadenti sulle salite, in particolare sul Peyresourde dove non c’erano né distanziamento né mascherine e si avvicinavano ai ciclisti pericolosamente, ma certo un elefante come il Tour non è facile da gestire. Più facile col giro under 23, dove semmai si potevano evitare le ridicole gomitate ma sul palco erano tutti con le mascherine, comprese le miss di cui non si è potuto mai vedere il volto, due belle ragazze che potevano essere notate da qualche produttore e scritturate per girare uno spot di qualche assicurazione facile o di qualche vino nel tetrapack e invece niente, carriere stroncate dal coronavirus.

Fotogramma da “Peur(s) du noir”.

sensazionale

La Gazzetta riesce sempre ad andare sotto le più rosee aspettative. L’ho comprata dopo tanto tempo per un inserto sulla stagione ciclistica e ho trovato una (per me) nuova rubrica intitolata  “dentro la notizia” con commenti tra cui uno sulla vittoria di Evenepoel a Burgos, e la cosa bella è che il commento c’è ma è la notizia che, girando e rigirando il giornale, non si trova. Ma forse la Gazzetta è avanti e con i nuovi media che ti danno le notizie in tempo reale ritiene che il quotidiano debba dare altro, commenti appunto, e allora aspetto il giorno in cui sul giornale non ci siano più risultati e classifiche del pallone. Ma a proposito di Evenepoel viene fuori una cosa interessante, perché si parla tanto di lui come fenomeno per la giovane età, la cosa fa sensazione, ovviamente autorizza i sospettoni a sospettare, ci siano pure i fenomeni 14enni negli altri sport (che poi uno per ragazzi di quella età dovrebbe forse porre altre domande) ma giovani ancorché maggiorenni nel ciclismo puzza, no? Ebbene, se anche vincesse il Giro, il ragazzo Evenepoel  non sarebbe il più giovane vincitore della storia perché era ancora più giovane di lui un ciclista eroico dei tempi eroici ancorché informatissimo più dei medici sui preparati, presumo eroici, da assumere o meno.

Remco e la sua ex che ha lasciato perché gli ricordava una cartina altimetrica, e invece c’è bisogno di staccare dal ciclismo almeno nei momenti intimi.

La Zeriba Suonata – il Cane che aveva un’anima ma però era dannata

Fino a poco tempo fa a proposito dei Residents ci si domandava chi erano e se erano sempre gli stessi musicisti o qualcuno era cambiato dato che il gruppo è in giro dalla prima metà degli anni 70, ma ora invece la domanda è se è esistito davvero il bluesman nero Alvin Snow detto Dyin’ Dog, un seguace di Howlin’ Wolf che anni fa avrebbe suonato con un componente del gruppo e sarebbe poi scomparso. The Residents hanno “ripubblicato” su 7 pollici riccamente confezionati i brani, tutti all’insegna di morte e dannazione, dell’unico demo registrato da Alvin Snow, tra i quali spicca Bury My Bone, e poi hanno proposto un album di loro versioni dei suoi brani intitolato Metal, Meat & Bone, in cui collaborano anche altri musicisti come Black Francis/Frank Black in Die! Die! Die! Certo che un bluesman nero albino che si chiama Alvin Snow (cioé Neve), è meno probabile del catoblepa, e l’idea del musicista inventato non è neanche tanto nuova, spesso gli artisti inesistenti sono stati strumenti di beffe come fu con il pittore Jusep Torres Campalans “conosciuto” da Max Aub. E pure in Italia non molto tempo fa, dopo le altre beffe del progetto Luther Blissett, il più convenzionale Istituto Barlumen ha proposto la storia del grande rocker Leon Country. Se però l’idea non è originale quando senti il disco è tutt’altra musica, perché secondo me i vecchi Residents suonano più divertenti e anche personali di tutto il blues e il rock-blues che in questo secolo ci hanno proposto i vari musicisti americanofili, bluesologi, dietrologi, filologi, giratori di dischi e nostalgici.

FRUGALI-BUM-TA’

Nel varietà della politica italiana qualcuno invocava il modello fiscale olandese, molto conveniente per chi ha i soldi e vuole continuare a tenerli tutti per sé, però neanche il tempo di raccontare una barzelletta al pubblico pagante che al numero successivo l’Olanda che poi si chiamerebbe Paesi Bassi invece di ringraziare te la trovi alla guida della compagnia di giro dei paesi frugali e diciamo la verità: la frugalità non si addice a un paese crapulone come l’Italia.

 

La prima caratteristica

Fino a oggi quando succedeva qualcosa di brutto tutti dicevano che era stata la Burocrazia, però quando poi chiedevano ai testimoni di descriverla, com’è fatta, così possiamo identificarla e catturarla, nessuno sapeva dire niente, e si continuava a non sapere niente di questo mostro. Ma ora con il Decretone Semplificazione possiamo delineare qualche caratteristica della bestia. Lasciate stare i vecchietti che vogliono la pensione o miserie del genere, qui si sta lavorando alla ripresa del Paese, e allora per velocizzare le cose si è stabilito che per gli appalti, invece di perdere tempo ed energie per fare un bando che favorisca la ditta amica, che non è una cosa semplice, si affida l’appalto direttamente senza gara alla stessa ditta che la gara l’avrebbe vinta, così tutti risparmiano tempo e si consolidano le clientele, e quindi tornando al mostro possiamo dedurre che esso è un nemico di politici amministratori e traffichini, e questa è la sua prima caratteristica svelata al popolo. Il cerchio si stringe.

La Burocrazia catturata in una foto sulla cui autenticità gli esperti nutrono molti dubbi.