Due ragazzi nel sole

La tappa di oggi è la più a sud di questo Giro, ma non è che oltre c’è scritto Hic Sunt Leones, però per esempio hic est un velodromo scoperto costruito e dopo poche gare abbandonato, il Comune non ha né soldi né interesse a gestirlo e lo cede a tempo determinato alla Federazione Ciclistica e già i ragazzi premono per entrarvi e poter fare attività, ma sono quelli che fanno atletica leggera, perché il Tempio del Pallone (che non sappiamo se è oracolare, dovremmo chiederlo allo scrittore) non ha la pista intorno e per gli aspiranti atleti va bene anche quella lì a 4 corsie e di lunghezza ridotta. Qui neanche il già lontano periodo d’oro (o similoro) di Commesso & Figueras ha smosso qualcosa, quindi è inutile lamentarsi della geografia del Giro. Ed è inutile lamentarsi di Capitan Puccio e Sboron Yates che innescherebbero cadute se poi si riesce a cadere le stesso, e se Landa e Zakarin e pure Majka sono degli specialisti del settore oggi si è aggiunto Roglic, ma niente di grave. E dopo tante cadute, volate, botte, polemiche e tanta pioggia era quasi certo che oggi andava la fuga, che quindi è stata più combattuta e numerosa.  Roglic, nonostante oggi sia caduto e abbia ancora poca esperienza di corse di vertice, si sta dimostrando più scafato di Simone, per lo meno di quello dell’anno scorso, perché è stato l’unico di classifica a non rimanere imbottigliato l’altro ieri e perché ha capito che non era il caso di tenere ancora la maglia rosa con tutti gli adempimenti connessi, per cui deve aver detto Volete proprio andare in fuga? E allora andate ma già che ci siete pigliatevi pure questa maglia rosa. E la fuga è andata, ha preso molto vantaggio, c’erano dentro giovani di belle speranze come Oomen, vecchie volpi come Plaza e Amador, e qualcuno sopravvalutato come Rojas che ha vinto poco e per lo più grazie a Valverde. Però quando Fausto Masnada si è accorto che erano in 13 e il 13 porta male è partito deciso anzichenò e Valerio Conti  ha capito che era il treno buono da prendere, il tram cui attaccarsi, cioè no, insomma ci siamo capiti, e nessuno è riuscito a recuperare, ma tra questi c’era Carboni che avrebbe comunque preso la maglia bianca di miglior giovane e non ha quindi niente a che spartire con Calboni che alla Coppa Cobram si presentò con le braccia ingessate per non correre. Masnada ci teneva a vincere e Conti era maglia rosa virtuale, sembrava logica la spartizione del bottino, però agli ultimi km sembrava che iniziassero a mercanteggiare: -La tappa a me e a te la rosa. -No la rosa a te che io vorrei la tappa. -Ma  non ce la faccio a prendere la maglia. -Guarda, io mi prendo la tappa e vicino alla maglia ci metto pure una foto di Savio con dedica. –Affare fatto! E lì è spuntato pure il sole a illuminare i due ragazzi, Masnada, che era andato fortissimo prima del Giro ma un conto è pensare che forse l’Androni quest’anno una tappa la vinceva un altro è vincere davvero, e Valerio Conti che prende la rosa con un ora e due minuti di vantaggio su Denz e peccato che il suo fan Sgarbozza non era in studio, ma sui Castelli Romani sarà sicuramente sceso in strada a fare i caroselli e avrà convinto il parroco a suonare le campane. Quelli che erano al Processo, invece, hanno fatto una serie di domande banali e risapute ai due protagonisti, ma anche lì Conti si è ben comportato, però certi giornalisti e scrittori si meriterebbero Ganna, non Filippo ma Luigi che quando vinse il primo Giro e qualcuno gli chiese qual’era la sua più viva impressione dopo la vittoria rispose: L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü !

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Cambiano il tempo, i tempi e i templi

Il Giro riparte ammaccato, chi è ferito chi è attardato chi è un po’ autoemotrasfuso, poi ci sono Bibì Sivakov e Bobò Hart che sono stati sculacciati da Capitan Puccio che, per colpa delle loro marachelle, ha fatto una figuraccia in mondovisione incolpato della maxicaduta dell’anno (perché si spera non ce ne siano di peggiori): Salvatore avrebbe voluto fare qualcosa di importante in questa corsa ma non intendeva proprio questo. Se il Sir Petrolchimico fosse un riccone appassionato come Tinkov (che qualche giorno fa si è fatto fotografare con Sir Brailsford, che simpatiche canaglie, forse non tanto simpatiche), probabilmente avrebbe dato l’ordine di mettere nel sacchetto del rifornimento dei due monelli solo panini con il petrolio, ma credo che per Sir Ineos questa squadra sia un business come un altro, e quindi è stato ancora Puccio a dover punire le piccole pesti sequestrandogli i pupazzetti di Zorro. Intanto arrivano aggiornamenti dall’inchiesta Aderlass, che significa salasso e non sappiamo se c’è un riferimento all’onorario del medico coinvolto, e nubi minacciose si addensano sul mondo del ciclismo, ah no, pardon, quelle sono le nuvole vere di questo maggio buio e tempestoso. I cicloodiatori, che come tutti gli haters che si rispettino (si fa per dire) vanno sui siti delle cose che non gli piacciono, dicono che in tutti tutti gli sport c’è il doping e quindi il ciclismo è uno schifo, oppure che il ciclismo è lo sport più finto dopo il wrestling, e quest’ultima cosa ha confortato moltissimo Dani Navarro che pensava di avere una clavicola e tre costole rotte e i polmoni perforati e invece era tutta una finta. I più fantasiosi dicono che i controlli si dovrebbero fare durante le gare, interrompendole, e questa pure è una buona idea, soprattutto per chi, oltre a quelli con Giovannelli, volessero farsi qualche selfie anche con i commissari. Però si potrebbe fare una cosa del genere anche con il calcio, anzi è uno sport più adatto a una cosa del genere, che potrebbe anche far digerire meglio i controlli in quel mondo lì, già il gioco si ferma più volte, per perdere tempo non è che puoi stare a fare sempre sostituzioni, le panchine non sono infinite, e poi durante il gioco si può fare tutto, scommettere su un ribaltone a pochi minuti dalla fine della gara e del ribaltone medesimo, vedere con la VAR qualche azione di qualche minuto prima perché l’arbitro, col passare del tempo, ci ha pensato su bene e forse poteva esserci un rigore, tanto poi si recupera, 8 minuti, 10 minuti, quello è uno sport serio, mica come il ciclismo. Oggi la tappa è breve, si parte dopo pranzo con la porchetta sullo stomaco. Petacchi c’ha pure altro sullo stomaco, perché è coinvolto in quell’inchiesta lì, ma lui è pulito, non ha mai fatto trasfusioni, andava a pane salame e a volte salbutamolo, ma solo perché pensava fosse un altro tipo di affettato, con quel nome lì puoi confonderti. Però lui non fa niente per scacciare i sospetti, con i suoi commenti esangui ti chiedi se è proprio lo stesso che andava a 100 all’ora per baciar la bimba sua, che allora era famosa, gli facevano le foto e le mettevano sui giornali, e per edulcorare la sua uscita dallo staff RAI è arrivato il Megadirettore Dott Ing Gran Secchion Auro Bulbarelli che ora ha la barba e chissà che non gli sia venuta a seguire le prime tappe, e anche a sentire Petacchi. Visto l’andazzo delle prime tappe, chi lavora non si affretta a tornare a casa, chi non lavora può approfittarne per leggere qualche libricino breve come Don Chisciotte, Gargantua e Pantagruel o Guerra e pace. Ma questa è una tappa breve, potrebbe concludersi prima del tramonto e, dicevo le nuvole, dopo giorni in cui la carovana gongolava per essere nell’occhio del ciclone, oggi si è usciti dall’occhio e si è entrati nel ciclone. C’è il ritiro a km zero di Dumoulin dolorante, una diversa composizione della fuga con dentro Tafino Orsini, ma cambiando il nome degli addendi il risultato non cambia, e così c’è il ricongiungimento e vince Pascalone. Poi ci sono le interviste silenziose di Giovannelli, tra cui una a Nibali che è un’occasione persa per capire il miracolo di ieri. Nibali era dietro Puccio e anche lui se l’è presa col mezzo corregionale, ma nonostante ci siano telecamere dappertutto e pure le inutili camerette sulla bici e cellulari tra il pubblico nessuno ha visto come abbia fatto a restare in piedi e Giovannelli manco glielo ha chiesto. Ma i ciclisti all’arrivo, stanchi zuppi e infreddoliti, parlano poco, al contrario del logorroico scrittore che, mentre in fondo al gruppo c’è confusione e c’è gente che fora e che si stacca e sarebbe interessante capire cosa succede e di chi si tratta, lui ci spiega la differenza tra il tempio normale e il tempio oracolare, e poi al Processo, tutto imbacuccato, ha detto che se il clima continua così non sa se ce la farà ad arrivare a Verona; noi gli consigliamo di fare come i ciclisti e cercare di risparmiare quanto più possibile le energie, e anche parlare è uno spreco di energie.

Poi in serata una clamorosa smentita alle maldicenze: in Francia, alla 4 giorni di Dunkerque, vince il francese Venturini battendo il fortissimo Groenewegen (curioso che anche lì la maglia del leader è rosa) ma viene squalificato. Non c’è più lo sciovinismo di una volta.

Fiumi di libri

Il Giro d’Italia sta ai libri sul ciclismo come Lucca comics sta ai fumetti, la maggior parte delle novità le trovate in queste occasioni. In libreria ho visto due titoli che sconsiglierei a priori anche se proprio i titoli non li ricordo ma ne ricordo bene gli autori. Uno l’ha scritto il banchiere sempre aiutato dallo stesso giornalista quindi due motivi in uno per girare alla larga. L’altro sul dualismo tra Merckx e Gimondi l’ha scritto il dimenticato Giorgio Martino, spalla di De Zan e pioniere del giornalismo soporifero. Invece in questi giorni ho letto un libro vecchiotto: Storie esemplari di piccoli eroi di Cesare Fiumi nell’edizione Feltrinelli del 1996, forse più reperibile nella ristampa Dalai del 2011. Fiumi, scrittore e giornalista del Corriere, racconta di alcuni sportivi, tra cui 6 ciclisti, non campionissimi, e per i miei gusti lo fa con un po’ troppa retorica, quella sui valori la gente semplice la terra la montagna, e la prefazione di Gianni Mura sfiora la blasfemia quando paragona l’autore a Gianni Celati, però è un libro interessante, soprattutto in questi tempi di santificazioni, in cui solo Beppe Conti con le sue storie segrete e i suoi pettegolezzi sembra mettere un po’ di pepe nelle vicende. Si dice che il tempo è galantuomo, ma non ne sarei tanto sicuro, poi è una questione di gusti, perché col tempo si perdono i racconti minimi di chi ha vissuto le cose e restano solo gli storici, a volte non meno parziali, e privilegiare i lati positivi dei personaggi omettendone o dimenticandone difetti peccati e scorrettezze non rende un buon servizio neanche a loro perché li disumanizza. Poi ognuno si fa un’idea delle persone sulla base della propria esperienza e i pareri inevitabilmente divergono, per cui in questo libro è interessante anche scoprire il Merckx di Balmamion, il Gimondi di Motta, il Coppi di Terruzzi e il Bartali di Magni. Infine ci sono due che non parlano male di nessuno, Bitossi e Martini, e per come li conosciamo la cosa non ci meraviglia, però mette a rischio il luogo comune dei maledetti toscani, ed è un problema perché i luoghi comuni sono così comodi, se vengono meno ci tocca sforzarci a cercare di capire la realtà.

 

Viviani contro tutti

Prima Viviani si è lamentato del trenino, ma non si riferiva al numero di vagoni, semplicemente avrebbe preferito Richeze e Morkov, che a questo punto dobbiamo pensare che guideranno Jacobsen alla scoperta del Tour de France. Eppure Sabatini, che con Viviani ha già corso alla Liquigas, fino all’altro ieri era ritenuto uno dei migliori in quel ruolo, ma ora sembra un po’ caduto in disgrazia, forse a causa degli anni con Kittel in cui più che pilotarlo doveva cercarlo in mezzo al gruppo, ma poi si è capito dov’era il problema. E può darsi che la squadra tenga di più all’olandese emergente, mentre Viviani che non è neanche sicuro che resti, pur con tutte le sue vittorie, sembra essersi ridimensionato a velocista semplice, incapace di evolversi nelle classiche che non siano quelle estive meno selettive. Poi si è lamentato non solo della squalifica ma anche di tutte le sanzioni annesse: multa in danaro, secondi in classifica, punti nella classifica omonima che è un obiettivo di Elia, e forse pure qualche punto sulla patente. E allora, pensando che ci sono poche tappe adatte a lui e che sarà molto difficile vincere la maglia ciclamino, dice che ci arrivo a fare a Verona? Sì, c’è lo striscione d’arrivo appeso al balcone di casa, o giù di lì, ma meglio cercarsi un altro obiettivo stagionale. Quasi una ritorsione contro l’organizzazione del Giro d’Italia, come dire voi non mi proteggete e lasciate che mi squalifichino e io, come uno dei tanti tedesconi che si sono succeduti negli anni, me ne torno a casa dopo poche tappe e a Verona ci arrivo prima, così quelli che finiranno il Giro saranno ancora di meno e voglio vedere a chi la date poi la maglia ciclamino. E se davvero dovessero ritirarsi i meglio velocisti prima delle meglio montagne si rischia che a punti vinca ancora una volta lo stilista Nizzolo, il Balmamion della classifica a punti, che ora è allertato e deve iniziare a cercarsi scarpe e bicicletta da abbinare alla maglia ciclamino. Il Giro non riserva sorprese neanche nelle fughe, c’è il solito trio Cima-Frapporti-Maestri, poi Montaguti perde la sella e ai cinefili ricorda Fantozzi ai ciclofili ricorda il traditore Marco Aurelio Fontana che è passato al motociclismo, anche se quelle cose lì le chiamano e-bike. Lungo la strada ci sono persone facilmente suggestionabili con bandiere del Giappone e cartelli per Sho, e in fondo quelli per Weylandt e per Scarponi sono ormai consumati. L’unica sorpresa ma neanche tanto sono le cadute. L’uomo di punta del Wolfpack, il forte Knox, cade di nuovo ma il patatrac avviene a pochi km dall’arrivo: c’è il babysitter Puccio che si guarda intorno perché non vede quei discoli di Sivakov e Coso Hart e si distrae un po’ troppo, mentre Hamilton, il vincitore della Coppi e Bartali, devia di lato, Puccio urta il gregario dello sborone e cade innescando un effetto doppio domino, insomma una caduta a 360 gradi, in cui l’uomo di classifica che ne esce peggio è il sanguinante Tom Dumoulin. Il finale è in salita, il gruppo si assottiglia e in testa restano 3 velocisti e mezzo: il mezzo è Calebino, poi c’è il sorprendente Pascalone che fa cose che Marcello Bellicapelli se le sognava, c’è Démare anche senza l’ausilio dell’ammiraglia e Viviani arrabbiato, ma è lui il primo a cedere mentre attaccano gli emiratini per Ulissi. Però anche Carapaz è arrabbiato per come gli è andata la corsa finora e parte per anticipare i velocisti, Ulissi e Ewan forse temporeggiano o forse non sono in grado di replicare, però quando parte il ciclistino mezzo australiano e mezzo coreano (anzi, facciamo un quarto e un quarto perché il totale deve fare 0,50) quasi raggiunge l’ecuadoriano. Ewan era il favorito di oggi, c’era ma forse ha buttato via la vittoria, e continua a essere un punto interrogativo, è un ciclista discontinuo oppure ha un potenziale enorme di cui neanche lui è consapevole? Pensando che l’unica classica che ha corso in primavera è stata la Sanremo c’è da chiedersi se non abbia sbagliato di nuovo squadra, ma forse neanche lui sa bene cosa vuole fare da grande (ehm… nel senso dell’età). Si arrivava a Frascati e al Processo c’è la crema del ciclismo laziale, il redivivo Sgarbozza che si fa preferire ai nuovi commentatori e Marta Bastianelli che sembra sempre poco a suo agio con la tivvù e viene da dire buon per lei. Dumoulin perde minuti e tutti stanno a chiedersi se le conseguenze della botta sono gravi ma nessuno pensa che, dovendo correre pure il Tour, l’olandese potrebbe lasciare il Giro ormai compromesso per recuperare meglio. Sgarbozza critica la squadra che ribattezza UAE Emirati perché lui avrebbe voluto vedere vincere il conterraneo Valerio Conti. Franzelli, parlando delle cadute e delle scorrettezze, chiede se non c’è troppa esasperazione, ma lo chiede a Moschetti che è un esordiente e non ha termini di paragone, mentre Sgarbozza critica lo svolgimento delle tappe, che non affaticano abbastanza i ciclisti e gli lasciano le energie per questi finali agitati, ma è un’occasione persa perché avrebbe potuto piuttosto raccontare le volate di Basso e Zandegù, al cui confronto Viviani e Moschetti sono anime candide. Garzelli infine segnala i comportamenti pericolosi degli spettatori, soprattutto quelli che si fanno i selfie, e tutti invitano il pubblico a seguire la corsa e lasciar perdere il cellulare, poi danno la linea a Ettore Giovannelli che, anche se non ci sono ciclisti nei paraggi, è circondato da spettatori, soprattutto anziani che con i telefonini riprendono tutto, cioè stanno a filmare Giovannelli, e domani potranno mostrare orgogliosi il video ai conoscenti dicendo: Guardate, a due passi da me c’era uno famoso della tivvù, coso, come si chiama?

Il parere di un noto stilista sull’incidente di Dumoulin.

 

Le telefonate impossibili: Rodriguez

Per la prima puntata di questa nuova rubrica abbiamo telefonato a Alejandro Valverde e oggi per le pari opportunità chiamiamo Purito Rodriguez, che per anni è stato il suo grande rivale, vabbe’, per qualche annetto, insomma per due corse: Mondiale e Lombardia 2013.

-Pronto, parlo con Purito Rodriguez?

-No, yo soy Cacaito Rodriguez.

-Ehm, … ho sbagliato, scusi, buonasera.

Ma che ç@##o di numero mi hanno dato? Ma poi pure questi ispanici, hanno tutti gli stessi cognomi!

 

Le telefonate impossibili: Don Alejandro

Diciamo la verità: il grande assente del Giro 2019 è Alejandro Valverde, che all’estero non so ma in Italia è stato oggetto di un cambiamento di gabbana come solo in Italia sanno fare, pensate a certi politici del passato remoto o recente o anche dell’attualità, questi ultimi vedrete tra qualche annetto. Solo che Valverde fa più degno mestiere e il cambiamento è stato in senso positivo. Ritenuto attendista, sparagnino, dopato, per un breve periodo ha anche interpretato il villain nei confronti di Rodriguez, preferito dal pubblico come se Purito chissà che ciclista spettacolare fosse e invece era solo uno specialista delle rampe finali che ha dato il meglio di sé nelle interviste, anche se con avversari come Ba(nala)sso non era difficile. E dicevo Valverde, oggi è esaltato come grande campione, forse anche perché il tempo cambia la prospettiva, rende più rispettabili, e, per quel che mi riguarda, penso che uno che va forte per tanti anni qualcosa di suo deve averlo, e forse pure Armstrong lo aveva, ma gli ha nociuto anche il fatto di non essere un signore come invece è ritenuto Valverde, non a caso chiamato Don. Ho telefonato a Valverde giovedì scorso verso le ore 22.00.

-Buonasera Don Alejandro, disturbo? Cosa stava facendo?

-Buonasera. Sto collegandomi con la tv italiana.

-Vuole seguire la presentazione del Giro?

-No, per carità! Quella musica de mierda a palla che palle! Non essendoci costretto la evito volentieri, la lascio a Annemiek che appena sente una musichetta qualunque subito si mette a ballare. No, volevo vedere la Corrida.

-Scusi Don, ma qui in Italia non ci sono le corride, certe manifestazioni  cruente non le abbiamo, siamo un popolo evoluto.

-A giudicare dai vostri ministri non si direbbe. Comunque io intendevo la Corrida di Corrado.

-Ma Corrado è morto.

-Davvero? Così giovane?

-Mica tanto!

-Ma io pongo me stesso come riferimento. Comunque la Corrida so che la trasmettono ancora da qualche parte.

-Si, ma non stasera.

-Ma voi in Italia fate sempre repliche e repliche delle repliche. State ancora replicando Drive In e Colpo Grosso?

-Eh, gli italiani sono nostalgici.

-Ho saputo anch’io del Salone del Libro di Torino.

-Non intendevo in quel senso. Comunque l’avevo chiamata per invitarla ad andare sul Canale 65, vedrà qualcosa, o meglio qualcuno, che la rincuorerà.

-Canale 65? Ecco, … cos’è, un programma sulla mtb?

-Si, sono servizi sulle gare marathon in Italia.

-Ma quello mi sembra una faccia conosciuta, un po’ invecchiato… Sì, mi pare Francesco Casagrande, ha smesso di correre quando io ho iniziato. Avrà 60 anni.

-No, meno di 50, e non ha smesso, è solo passato alla mtb. Vede che a quell’età si può ancora gareggiare?

-E quell’altro invece me lo ricordo, è Riccardo Chiarini, correva nel decennio scorso, ma sarà vecchissimo pure lui!

-Ehm, sì…, però è più giovane di lei, Don.

Tut tut tut

Ma che è successo, è caduta la linea?

Dove passano i ciclisti

Il Giro che partirà sabato si corre tutto in Italia, ma non c’è bisogno degli sconfinamenti né della partenza per sentire certe polemiche localistiche, basta, in qualsiasi periodo dell’anno, un annuncio di percorsi o future partenze e ci sono sempre quelli che si lamentano del fatto che il Giro non tocca il sud e che a volte per di più parte dall’estero. La risposta più pronta è che ospitare una tappa costa e non tutte le località sono interessate. Il ciclismo costa, anche mettere su una squadra, e dopo qualche team che rappresenta paesi non molto democratici ora c’è pure l’azienda che estrae petrolio senza badare per il sottile, ma è difficile che possa sponsorizzare una squadra il contadino equo e solidale che ti vende il cioccolato a km 100000. Però qui parliamo di percorsi e al Sud sono poco interessati ma non solo al Giro, al ciclismo in generale. La Sicilia ha i suoi campioni e ora anche una corsa a tappe. La Puglia ha ancora delle corse dilettantistiche, la Basilicata ha Pozzovivo, la regione ciclisticamente messa peggio è la Campania, che ha un solo ciclista professionista, Vincenzo Albanese, nato nel salernitano migrato pure lui in Toscana e purtroppo finito a correre nella Bardiani, e se non fosse per il Santuario di Montevergine o per Benevento non avrebbe visto neanche le poche tappe degli ultimi anni. Proprio a Benevento c’era l’unico team dilettantistico, che per motivi misteriosi schiera il valido colombiano Rubio, ma per continuare hanno dovuto fondersi con una squadra abruzzese. Corse UCI non ce ne sono, e neanche per under 23, era prevista solo una tappa del Giro d’Italia di ciclocross, su un percorso ridicolo, ma è stata spostata altrove. A Marcianise, ex centro agricolo riconvertitosi al grande commercio, c’è un velodromo voluto da un appassionato senza discepoli, presto abbandonato e appetito da altri sport. Lo storico ciclocross del Borgo di Casertavecchia, che ospitò anche i campionati nazionali, non si corre più. C’è qualche garetta di mtb o granfondo, e l’ultima classica del ciclismo dilettantistico, la Coppa Caivano, si è riciclata come ultima delle tre tappe del Giro della Campania donne, corsa nazionale con classifica a punti e non a tempi. Quest’ultima corsa si è svolta nello scorso fine settimana, in contemporanea con la granfondo di Ischia, e le maggiori attenzioni dei media e i testimonial (Chiappucci, Cipollini, Beppeconti, Di Rocco, Lelli) erano per la seconda, ma del resto les Dolomites dimostrano che prevale l’interesse turistico alberghiero. Per il Giro della Campania, dominato da due atlete multidisciplinari, la pistard Martina Fidanza (due tappe) e la crossista Silvia Persico (una tappa e la classifica), ci sono stati da un lato servizi veloci e approssimativi della TGR che ha dato molto più spazio allo spottone ischitano e comunque all’insegna del tutto bene, e dall’altro lato servizi sui siti e giornaletti locali che hanno parlato solo dei disagi degli automobilisti, che in un mondo in cui tutti sono sempre connessi non capisco come facciano a essere sorpresi da eventi del genere, e solo da voci e chiacchiere è filtrato che alcune cicliste si siano dovute cimentare anche nella gimkana, tra le auto ovviamente. Ora non so come si fa a lamentarsi che il Giro non passi da queste parti.

La nuova bandiera della Campania.