Racconto mensile – Un lipogramma

Questo mese ero a corto di racconti, non sapevo cosa pubblicare. Poi è successo che qualche giorno fa discutevo di letteratura e giochi con un amico discendente dalla vecchia nobiltà napoletana e ci siamo messi a parlare di lipogrammi, cioè quel gioco di cui si hanno testimonianze già nell’antica grecia e rilanciato dall’OuLiPo (in Italia OpLePo), che consiste nello scrivere un testo senza utilizzare mai una lettera data in partenza. George Perec scrisse il romanzo La Disparition senza la lettera “e”, io mi cimentai altrove in un racconto senza la lettera “x” e l’esito fu positivo anche perché ebbi la buona idea di non ambientarlo nel mondo dell’enalotto. Il mio amico mi ha sottoposto un suo racconto privo della lettera “erre” che mi ha lasciato un po’ perplesso, ma dato che lui è una persona analogica mi ha chiesto di dargli una mano per metterlo on line in qualche modo, e allora, pur con tutti i miei dubbi, mi sono offerto di ospitarlo in questa mia rubrica. Ecco quindi il suo lipogramma in lettera R, giudicate voi.

Il pvincipe e il povevo – Lipogvamma del Mavchesino Vobevto Mavia Vanievi Della Voveve del Quavtieve Vomevo-Avenella.

C’eva una volta nel Vegno di Vocca Vuvida il Pvincipe Vigobevto che studiava l’avte di vegnave in attesa di succedeve al padve Viccavdo Cuov di Ghepavdo. Il suo pvecettove eva Vodvigo che gli insegnava Stovia e Geogvafia, Lettevatuva e Avti, compvesa quella della guevva, e pvincipalmente – mai pavola fu più oppovtuna – demagogia e populismo. Accadde che un bel giovno il Pvincipino uscì dal suo manievo e accompagnato dai suoi fidi scudievi si vecò al mevcato. Lungo la stvadina eva seduto a tevva un esseve misevabile che paveva un mucchietto di stvacci. Il misevo mendicante si chiamava Vomolo e quando il pvincipe passò a pochi metvi lui si spovse chiedendo la cavità. Il pvincipe si avvicinò pev ascoltave meglio e quegli disse che da tve giovni non mangiava. Allova il pvincipe con fave compassionevole vispose: “Vagazzo, devi sfovzavti pevché se non mangi vischi di movive”. Il misevabile contvaviato disse: “Altezza, questa bavzelletta è vecchia e non fa più videve”. Il pvincipe si inalbevò sentendosi oltvaggiato e fece avvestave lo scveanzato che gli aveva avvecato offesa ed ingiuvia, e lo fece conduvve nelle patvie galeve. Ma quando la seva vaccontò l’episodio al pvecettove il Pvincipe fu vimpvovevato da questi che gli fece notave il gvave evvove stvategico commesso, pevché se si fosse venuto a sapeve che aveva fatto incavcevave un povevo che chiedeva solo la cavità ciò lo avvebbe veso impopolave pvesso i sudditi. Vesosi conto del suo evvove, Vigobevto chiamò le guavdie e gli ovdinò di pvelevave il mendico dalle galeve e, pvima che facesse pavola con alcuno di quanto avvenuto, di tvasfevivlo nelle segvete del manievo. Qui con due pvodi guevvievi lo fece scavaventave nel fossato dove fu ovvibilmente divovato dai vegali coccodvilli e il pevicolo di diventave impopolave fu scongiuvato.

La movale è che pvima di fave una cosa bisogna pensavci bene due volte, anzi tve.

Racconto mensile – Il cavallo a colori

La vita scorreva statica nella Vallivida tagliata in due dal Rio Stinto che scorreva anch’esso slavato. Nell’acqua incolore si poteva vedere il pesce pagliericcio che nuotava piatto e facilmente lo si poteva pescare per preparare un tradizionale piatto insipido. La gente sapeva distinguere le tante sfumature di grigio, che dicono siano una cinquantina, forse un po’ troppe e di sicuro non necessarie, e sapeva apprezzare chi si distingueva per particolari attitudini, come ad esempio il professor Consueto che aveva il pollice verde: infatti nella sua casa coltivava la muffa verde. Ma la quiete della vallata un brumoso giorno fu turbata da uno strano accadimento, la comparsa di un misterioso cavallo colorato venuto da chissà dove. Nessuno aveva mai visto qualcosa del genere, nessuno sapeva neanche come si chiamassero quei colori, e c’era chi pensava che il cavallo fosse scappato da un circo attendato in qualche valle confinante, chi temeva che fosse radioattivo e chi ipotizzava che fosse un cavallo alieno, venuto da chissà quale pianeta, e a tutti i valligiani quei colori davano fastidio alla vista. Il cavallo da parte sua non si avvicinava a nessuno, pascolava nel pratone bigio, a volte correva a volte brucava l’erba pallida. Passavano i giorni, il cavallo non aveva aggredito nessuno né fatto cose spiacevoli, solo quel fastidio a guardarlo che si poteva evitare abbassando la visiera del cappello o indossando gli occhiali da sole che altrimenti erano inutilizzati, e così a poco a poco la gente smise di preoccuparsene e iniziò a fare come se il cavallo non esistesse. Passarono altri giorni e sarà stata l’aria smorta il clima fiacco o l’erba pallida, o forse tutte e tre le cose o chissà cos’altro, il cavallo iniziò a scolorire e nel giro di pochi mesi diventò grigio come tutto in quella valle, e dato che la gente neanche ricordava più il suo arrivo lo fecero accoppiare con alcune giumente e i puledri nacquero tutti di un rassicurante colore grigio spento, finché si spense anche il cavallo e niente.

Racconto mensile – La Gazzella e la Lumaca (favola africana)

Nel Regno degli animali la Gazzella da tempo si vantava di essere l’animale più veloce, ogni occasione era buona per ripeterlo e diventava sempre più insopportabile. Altri animali come il Ghepardo o la Tigre avrebbero potuto contraddirla, avrebbero potuto sfidarla, avrebbero potuto sbranarla così facevano prima, ma preferivano non curarsi di lei. Quella che invece si stufò di tanta sbruffonaggine fu la Lumaca che sfidò a una gara di corsa la Gazzella, la quale accettò convinta che si sarebbe divertita a farsi beffe dell’avversaria, e così le due si diedero appuntamento a due giorni dopo. Tutti gli animali si incuriosirono e appassionarono alla sfida e avrebbero anche voluto scommettere ma l’allibratore Zenone non accettò puntate, perché ancora non si era ripreso dalle gravi perdite subite quando, in base a una sua teoria paradossale, aveva dato la Tartaruga vincente contro Achille piè veloce che invece vinse nettamente nonostante fosse convalescente dopo l’operazione al tallone. La lumaca aveva architettato un diabolico stratagemma per battere la Gazzella, andò da cento sue amiche lumache che vivevano lungo il percorso e a ognuna disse che quando la Gazzella sarebbe passata di lì avrebbe gridato “Lumaca!” e lei avrebbe dovuto rispondere “Sono già qui, ma non mi pare che vai così veloce”, così la Gazzella pensando che fosse sempre la stessa lumaca a risponderle e credendo di non riuscire a staccarla le sarebbe venuta una crisi isterica e si sarebbe ritirata e, se tutto andava bene, pure suicidata. E tutte le amiche furono d’accordo, ma per fare questo con i suoi tempi la Lumaca aveva impiegato quattro giorni mentre già due giorni prima alla Gazzella era stata assegnata la vittoria a tavolino perché l’avversaria non si era presentata. Allora la Lumaca chiese che sportivamente la Gazzella le concedesse la rivincita e quella acconsentì, tanto non gli costava nessuno sforzo. Solo che stavolta la Lumaca aveva pensato che per fare in tempo, invece di avvisare le amiche di persona avrebbe mandato un animale che avrebbe impiegato poco tempo facendo una volata, e trovandosi a passare da quelle parti il Tordo a lui pensò di rivolgersi la Lumaca. Il Tordo non se lo fece ripetere due volte, fece tutto il percorso della gara e si mangiò tutte le cento amiche della corridora, poi, pieno al punto da non riuscire nemmeno a volare, si riposò un attimo e in quell’attimo piombò su di lui lo Sparviero che lo catturò facilmente e se lo mangiò. La corsa partì e la Gazzella schizzò via e nemmeno la sfiorò l’idea di fare una cosa stupida come gridare “Lumaca”, come se Bolt durante i 100 metri si mettesse a gridare i nomi dei suoi avversari, anche se non sono sicuro al cento per cento che non l’abbia mai fatto quando era in vena di scherzi. La Gazzella vinse anche la seconda prova ma la Lumaca, non ancora doma, le chiese la “bella” e allora tutti gli animali spettatori scoppiarono a ridere e la Gazzella, ancora più sbruffona del solito, la canzonò dicendo: “Uè, bella, non lo sai che la bella si fa quando si va in parità e non mi pare questo il caso?” Così la Lumaca, resasi conto di aver fatto la terza figura di merda in poco tempo, avrebbe voluto scomparire dalla vista di tutti, e non sapendo come fare si ritrasse dentro quel guscio che fino ad allora le lumache avevano usato solo per parare le coltellate che si usa infliggersi tra parenti e conoscenti in ogni comunità di essere viventi. Ed è da allora che le lumache hanno adottato l’usanza di rientrare nel proprio guscio quando le circostanze lo richiedono.

Racconto mensile – Il gallo magnifico (fiaba africana)

In un villaggio dell’Africa subsahariana il vecchio Balengo era in fin di vita e mandò a chiamare il suo unico figlio Dandì. Quando il figlio arrivò Balengo gli disse che voleva lasciare la sua unica ricchezza in eredità a qualcuno, non gli veniva in mente nessuno e aveva pensato a lui. Ma siediti – disse Balengo, indicando una sedia di paglia sfondata – e prenditi un caffè, che è l’ultima cosa che ho fatto. E’ buono, è quello della pubblicità: “Caffè Chikorya, una tazza di Africa Subsahariana”. Dandì, guardando la miseria di quella capanna, chiese: Ma dove l’hai sentita la pubblicità se qui non c’è neanche una radio? E Balengo rispose: Quando arriva il griot, dato che solo cantando non ce la fa a campare, tra una storia e l’altra fa le pubblicità. Ma ora è arrivato il momento di ricongiungermi ai miei antenati, per cui sbrighiamoci. Qui fuori c’è un gallo magico, lo riconosci perché è tutto colorato, e anche perché è l’unico. E’ un combattente imbattibile che ha fatto la fortuna di tuo nonno e farà la tua, vedrai che diventerai così ricco da poter fare l’elemosina per scaricarla dalle tasse. Dandì, guardando di nuovo lo squallore in quella capanna di paglia e sterco di capra, chiese scettico: E come mai non ha fatto pure la tua fortuna? Balengo ammise: Eh, avrei dovuto organizzare i combattimenti, ma non ne avevo voglia, sai, l’indolenza, i ritmi lenti dell’Africa Subsahariana… , ma essendosi sforzato troppo per parlare morì. Dandì lo seppellì in fretta e furia, prese il gallo prima che lo facesse qualcun altro e tornò di corsa a casa per verificare se quello che aveva detto il padre era vero. Altroché, era verissimo, il gallo vinceva tutti i combattimenti, soprattutto quelli truccati, e in poco tempo il suo padrone si arricchì, buttò giù la sua capanna che non era vincolata dai Beni Architettonici Artistici Eccetera e fece costruire un maestoso palazzo circondato da un giardino in cui lussureggiavano molte piante. Il suo successo suscitava sempre più invidia, ma nulla poteva l’invidia contro l’indolenza degli africani subsahariani e quindi alla fine tutti si limitavano ad un’alzatina di spalle, lieve ché un’alzatona sarebbe stata troppa fatica. Ma quando Dandì si sposò con Morgana, una ragazza giovane e bella come una fata e appena eletta Miss Africa Subsahariana, suscitò la rabbia di quella brutta strega di Yagababa, vedova già pochi giorni dopo le nozze per espressa volontà del defunto marito. Costei infatti da sempre aspirava a sposare Dandì, cioè non proprio da sempre, diciamo da quando lui diventò ricco, perché prima le faceva un po’ schifo. E allora pensò di vendicarsi, anche a nome di tutti quei buoni a nulla della comunità, con una terribile trappola. Attirò il gallo nella sua proprietà e gli fece mangiare tutto il suo mais, tutto quello che riusciva a mangiare come diceva la pubblicità di un ristorante giapponese, e poi lo riportò indietro perché da solo non ce l’avrebbe fatta, essendo pieno come un fegato grasso. Poi il giorno dopo Yagababa andò al palazzo lamentandosi che il gallo si era mangiato tutto il suo mais e voleva che le fosse restituito. Dandì le propose di pagarglielo ma lei niente, voleva proprio il suo, quello che stava nella panza del gallo magico; lui le offrì tutto quello che voleva ma lei, dimostrando pessimo senso degli affari, insistette che voleva il suo mais e portò il caso davanti al Giudice Nkono Lakumba che diede ragione alla donna e ordinò che si procedesse al recupero del mais mediante estrazione dal corpo vivo del gallo. Dandì fece ricorso al T.A.R. dell’Africa subsahariana ma il ricorso fu rigettato per incompetenza territoriale, e così fu eseguita la sentenza, e per recuperare il bottino furono praticate delle aperture nel gallo che alla fine morì. Dandì seppellì il volatile sotto un albero di mango ai limiti del giardino e andò in depressione, non voleva fare niente e non si occupava di niente e nessuno al punto che anche la moglie lo abbandonò al suo destino e se ne andò rinunciando al palazzo, portando con sé solo i suoi sfarzosi abiti e un po’ di titoli del Credito Agricolo Subsahariano. Le era andata male con il “principe azzurro”, volle provare con l’uomo blu unendosi a una carovana di tuareg che la portò nell’africa sahariana dove però con il suo appellativo di Fata Morgana finiva per confondere le idee ai viandanti. Nel suo stato di apatia Dandì non poteva accorgersi che da quando il gallo era stato sepolto sotto il mango questi dava dei frutti molto saporiti, ma un giorno se ne accorse invece Yagababa perché, mentre gironzolava sotto le mura per godersi l’atmosfera funerea di quel luogo, da un ramo che sporgeva all’esterno le cadde in testa un frutto che lei addentò con una rabbia che però subito si trasformo in grande piacere per il sapore imbattibile di quel mango con quel suo retrogusto di pollo, e allora colse tutti i frutti che poteva divorandoli, poi chiamò suo figlio Sonebaba, nato in quei pochi giorni del suo matrimonio, che si arrampicò sull’albero e fece fuori tutti gli altri frutti rimasti, e poi abboffato e impacciato nei movimenti cadde al di là del muro. Le guardie accorsero, lo acciuffarono e lo trascinarono dal padrone per provare a dare una scossa a quella sua triste condizione. Dandì, inizialmente indifferente, si scosse dal suo torpore solo quando capi che il ladro di frutta era il figlio della causa della sua rovina e decise di vendicarsi. Fece allora catturare pure la madre che era rimasta fuori le mura per vedere che cosa era successo al figlio, e trascinò entrambi dal Giudice Lakumba reclamando i suoi manghi e chiedendo che la stessa giustizia che era valsa per Yagababa valesse pure per lui. Lakumba concluse che era una richiesta ragionevole e poteva essere accolta. La strega disperata chiedeva clemenza dicendosi pronta a offrire a Dandì qualunque cosa volesse purché risparmiasse il figlio, si diceva disposta a sacrificarsi facendo l’occhiolino e indicando con un cenno del capo la sua zona inguinale, ma poi a Dandì gli venne una ricaduta di apatia e proclamò che rinunciava alla sua pretesa e lasciò libero di vivere Sonebaba, che era agilissimo a salire sugli alberi e saltare i fossi ma per il resto non era una cima e di tutto l’accaduto non ci aveva capito molto. Yagababa fu contentissima a metà, cioè per il figlio, ma a quel suo sacrificio ormai ci aveva fatto un pensierino, e rivolta verso il cielo invocò gli Dei o chi per loro di mandare una fortuna a Dandì che era stato così magnanimo. La sua preghiera fu ascoltata e l’albero di mango iniziò a dare frutti d’oro, e quando Dandì sovrappensiero diede un morso a un frutto della nuova raccolta si spezzò un dente e maledisse quella brutta strega che non si faceva mai i cazzi suoi. Dato che era un periodo che gli Dei erano di buonumore e soddisfacevano tutte le richieste pervenute, due giorni dopo Yagababa fu investita sulle strisce da un’auto della scorta del giudice Lakumba e morì.

Racconto mensile – L’insostenibile infinitezza dell’essere

Ero al Teatro Nazionale su Piazza Nazionale da dove si dirama Viale Nazionale. La Compagnia Nazionale di Furio Mandrillo rappresentava una reinterpretazione del Macbeth in cui Ophelia non muore. All’improvviso in platea si ode un tonfo, come di un corpo che cade a terra, e l’urlo di una donna. Si accendono le luci e la stessa voce femminile grida: Aiuto, sta male. C’è in sala uno studioso di miti nordici? Sembrava quasi che si rivolgesse a me. Io infatti sono Gunnar Nicolino Camargues e insegno Mitologia Iperboreale all’Università Nazionale che affaccia sull’altro lato di Piazza Nazionale. Mi alzo e accorro, ma, già che ci troviamo a gridare, grido anch’io: Ma non sarebbe meglio chiamare un medico? E riconosco nell’uomo crollato e ormai morente il mio Esimio Collega Prof. Giorgio Borgio. Mi chino su di lui perché è evidente che vuole comunicarmi le sue ultime volontà. E infatti l’esimio con un filo di vista mi riconosce e con un filo di voce mi dice: A te, solo a te posso rivelare il segreto che, una volta rivelato, se fai come ti dico, può salvarmi. Posso rivelartelo? E io: Dimmi, già che ci sono. E lui: La realtà è che non sono io che sto morendo, ma è mio figlio Aleffio che sta sognando che io muoio. Fingendo compassione per lui e disapprovazione per il figlio di lui, dico a 3 quarti di voce: Quel figlio d’un cane! E lui, anche se mezzo morto, anzi 3 quarti morto, si offende: Come ti permetti di offendere mio figlio, che poi in realtà offendi me che mi dai del cane? E io che già mi sono un po’ scocciato, anche perché presento noie, gli faccio: Non meniamo il can per l’aia. Che vuoi che faccia? E lui di nuovo si risente: Ancora con sto cane? Io sto più di là che di qua, e più preciso non posso essere data l’infinità dello spazio, e tu continui a offendere? Per farti perdonare corri da mio figlio e sveglialo prima che finisca il sogno. Io con tutta la calma e la diplomazia di cui sono capace gli chiedo: E dove sta ora quel figlio di buona donna? Lui si arrabbia come se dovesse campare altri 100 anni: Come ti permetti di offendere quella santa donna di mia moglie? Comunque mio figlio nell’infinità del tempo e dello spazio sta qui e in ogni luogo possibile e non mi sta sognando adesso ma domani. Ah, ora tutto è chiaro! E in quel momento Giorgio Borgio muore. E sì, perché pensando all’impossibilità di svegliare uno che non si sa dove sta dormendo, ho rinunciato a priori all’idea di tentare l’impresa e quindi quello, il figlio, l’indomani avrebbe fatto tutto il sogno completo che il padre muore e quello è morto davvero, non so se mi sono spiegato. E questo è stato difficile da spiegare anche al medico legale Bjorn Centellinares che doveva constatare il decesso e ha semplicemente contestato: Ma mi volete pigliare per il culo?

E’ passato qualche anno e, anche se era praticamente impossibile riuscire in un solo giorno a trovare una persona che non si conosce in un posto che non si sa, mi sento lo stesso in colpa per non essere riuscito a sventare la morte dell’esimio defunto. Finché succede che un giorno mi trovo con il Rabbino Levy Stabbsztir al mercatino delle pulci di Cracovia e gli racconto tutto l’episodio, ma in particolare lui vuole sapere com’era vestita la donna che era col morto, se era formosa, se aveva la scollatura, e non capisco cosa c’entra col mio senso di colpa, poi, guardandosi intorno con occhio sospettoso, mi dice: Non è prudente stare qua. Io non sono d’accordo perché effettivamente incomincia a prudermi qualcosa, non la coscienza ma la schiena, forse qualche pulce evasa dal mercatino, ma acconsento a seguirlo ed entriamo nel Bar Mitzvah, dove ci sono solo due vecchiette che prendono tè e cornetto azzimo. Ci sediamo, ordiniamo due spremute di carciofo, poi il rabbino dice: Ecco, guarda il fiume, lo vedi come scorre? Ti sembra normale? E io: Si. Perché, c’è qualcosa di strano? Tutti i fiumi scorrono. E lui: E invece si, perché quello che vedi è il Reno, ma a Cracovia c’è la Vistola. Allora vuol dire che ha scorso un po’ troppo. Però nell’infinità dello spazio la differenza tra Reno è Vistola è infinitesimale, lo dice la parola stessa. Al che, sempre più confuso, ordino tre paste, due caffè, un’altra spremuta e un vassoio di biscotti che infilo nelle varie tasche del mio soprabito. Quando ci alziamo il Rabbino si dirige alla cassa a pagare per entrambi ma diventa rosso in volto quando sente il totale. Ma io che qualcosa ho imparato da tutti questi incontri posso confortarlo dicendo: Nell’infinità del tempo dello spazio e delle risorse auree universali, cosa vuoi che sia qualche dollaro in più? E me ne vado, per nulla meravigliato che in Polonia si paghi in dollari, perché nell’infinità dello spazio eccetera eccetera e ci siamo capiti.

Racconto mensile – Hans e Greta

C’erano una volta due giovani ambientalisti ecologisti naturalisti di nome Hans e Greta che amavano camminare nella natura incontaminata annusandone i profumi e contemplando alberi e fiori e colli e corsi d’acqua e osservando la fauna nella sua vita selvatica.

Un giorno camminavano nella intricata foresta di Hinterlandia ed ecco che Hans incocciò l’alto e nodoso fusto di uno spioppo, Greta scivolò sull’escremento dell’ippocapro e subito dopo inciampò nella radice del querciolmo secolare, entrambi ammiravano in alto tra le foglie il volo maestoso del falco peregrino, poi seguivano divertiti il zigozagare nel rivo dei sardanelli d’acqua dolce e le draganelle che saltavano sulle ninfee viola, si udiva il richiamo d’amore dello ziurlo, quando un piccolo girattolo corse tra le gambe di Greta che si chiedeva dove andasse così di fretta, ah ecco, l’inseguiva un simpatico lepredone che riuscì alfine ad afferrarlo e con i suoi forti denti gli triturò le ossa per poterlo digerire meglio, ed è in questi dettagli che si può ammirare la meravigliosa perfezione della natura. Ma giunti in una radura i loro occhi furono colpiti, oltre che dalle gocce dei colombardieri, anche da un’inattesa quanto stonata presenza: una casetta tutta d’amianto. I ragazzi si chiesero chi mai ad abitasse in una così tossica magione: una mente ingenua o malefica? Bisognava bussare per appurare. Toc Toc, aprì una vecchina dalla faccia rugosa e dal tono gentile. I due naturalisti con grande naturalezza finsero di essersi smarriti nella foresta e con la scusa di chiedere indicazioni sulla strada si introdussero nella casa. L’ospitale vecchina li fece accomodare e gli offrì delle merendine aprendo un pacco di junkakes di marca “Buonifuori” preparati con olio di palma biologico e zucchero di cannabis. I ragazzi rifiutarono cercando, per educazione, di non mostrare il loro ribrezzo per quei tossici prodotti industriali, e senza tanti preamboli chiesero alla vecchia se sapeva che l’amianto è pericoloso, ma lei ridendo tirò fuori da un cassetto un vecchio depliant degli anni 60 tutto scolorito dove si parlava dell’eternit come del materiale del futuro e mostrò anche una cartolina che raffigurava una casetta d’amianto nel bel mezzo di una foresta, e concluso esortando i ragazzi a non dare retta a tutte le chiacchiere allarmiste che fanno circolare quei… come si chiamano… quei cospricazzionisti. Hans e Greta si guardarono perplessi ma in quel mentre iniziarono a sentire una puzza disgustosa e chiesero alla vegliarda da dove proveniva e lei li portò in un’altra stanza dove in un grosso forno stavano bruciando copertoni materiali di risulta e altre schifezze e disse: Questa roba me la portano quasi ogni giorno dei bravi ragazzi di città con un camioncino e io li brucio con piacere perché sarebbe un peccato buttarli nel bosco e inquinare l’ambiente. E appena dette queste cose si sentì il rumore di un camioncino e poi il campanello della porta: erano proprio quei ragazzi di città con un altro carico. I due ambientalisti rimasti soli si guardavano perplessi e Greta disse: Qui ridendo e scherzando si è fatto tardi e mi è venuta fame. Assaggio una merendina, una sola non mi farà male. Hans approvò e ne prese una anche lui e non l’aveva neanche scartata che Greta afferrò la seconda dicendo che era proprio buona. In breve quando la vecchiazza rientrò con la nuova immondizia il pacco era vuoto e lei si complimentò con i ragazzi per l’appetito però si accertò che non si fossero presi anche i punti per ottenere un favoloso premio, il “Coccodrone”, il simpatico drone che batte tutte le leggi sulla privacy e se necessario può mordere le persone che hanno da ridire. Tranquillizzatasi alla vista dei punti intatti, la vecia si accorse che i ragazzi avevano mangiato ma non avevano bevuto nulla e andò a prendere una bottigliona di “Cosca Cola” da due litri, ma al ritorno li trovò addormentati.

Hans e Greta dormirono 12 ore filate facendo sogni bui e tempestosi e il mattino dopo si svegliarono con la bocca impastata e l’alito adulterato e impiegarono un po’ di tempo per ricordarsi dove erano, ma si ricordarono del giorno prima, della casetta di amianto e dei rifiuti bruciati e delle merendine quando viderò la nonnina avvicinarsi con due tazza fumanti di caffè Buatta, quello della pubblicità “Caffé Buatta: una tazza di Hinterlandia” e un pacco gigante di frollini “Indultini” con malto e smalto, sempre di marca “Buonifuori” perché lei ci teneva a consumare solo prodotti della sua terra, e poi comprando quelli di marca Buonifuori si faceva anche una buona azione perché erano fabbricati da una cooperativa di ex e futuri detenuti, e poi in ogni caso era difficilissimo trovarne di altre marche perché i produttori facevano capire ai supermercati che non gradivano vedere in giro prodotti della concorrenza. Tornando a Hans e Greta, essi si diedero una mossa e dissero che dovevano proprio andarsene, ringraziarono di tutto la vecchiaccia, scapparono fuori e corsero verso le soglie del bosco, dove correttamente decentrato c’era il supermercato L.U.R.I.D. che ai soli possessori della fidelitycard riservava l’offerta 3×2 sui prodotti Buonifuori e se si sbrigavano facevano in tempo a fare la tessera e accaparrarsi quanti più pacchi possibile di merendine.

Racconto mensile – Le fate ignorate

Da quando erano morti prima la madre Perlacea e poi il padre Bigio la giovane Cenerina era sempre triste e arrabbiata perché la matrigna Bianca e le sorellastre Linda e Pinta la bullizzavano la mobbizzavano e la costringevano a fare la lavatrice tutti i giorni. In più matrigne e sorelligne vestivano capi firmati mentre lei comprava vestitini da poco al Discount della Moda. Se poi vogliamo dirla tutta il suo vero nome era Airona ma la chiamavano Cenerina per prenderla in giro. Un bel giorno arrivò la notizia che l’erede al trono Principe Ferzinando cercava moglie e avrebbe organizzato un grande serata di ballo e karaoke nel Salone delle Feste del Castello per conoscere le più belle fanciulle del Regno e verificare se ce n’era una che valesse la pena di sposare. Allora tutte le ragazze del Regno ritenendo di valere la pena si prepararono per la serata approntando abiti e trucchi per fare colpo sul Principe, soprattutto Linda e Pinta tirarono fuori i loro abitini bianchi succinti vedo e non vedo, in pratica 50% vedo subito e 50% vedo alla consegna. Solo Cenerina era sconsolata perché col suo abitino della festina grigio a fiori grigi non aveva il coraggio di andare al ricevimento. E disperandosi e lamentandosi ad alta voce vagava sconsolata e senza rendersene conto entrò nel Bosco Incantato, che si diceva abitato da molte fate, però lì dentro era come se i poteri sovrannaturali fossero limitati e una volta spalmati su un vasto bacino d’utenza di fate a ognuna ne toccava solo un pezzetto, spesso insufficiente a soddisfare anche le più modeste richieste di intervento soprannaturale. La prima ad avvicinare Cenerina fu la Fata Zurlina che con tono suadente le disse: Cenerina, io posso farti avere molti zucchini d’oro con cui potrai vivere nell’agiatezza e non essere costretta a lavori domestici. Ma la ragazza rifiutò l’offerta dicendo che se avesse potuto sposare il Principe le ricchezze sarebbero venute da sé. E Zurlina fu solo la prima di una lunga serie di fate che lei snobbò. Seguirono infatti Fata Fatò che disse di poterle risolvere il problema degli inestetismi della cellulite, poi Fata Fatella le propose un detersivo magico per la lavatrice, Fata Fiatella le suggerì un rimedio per l’alitosi, Fata Fatma le prospettò un fiabesco matrimonio con un principe arabo fondamentalmente monogamo, Fata Fatwa si impegnò a farle ottenere una solenne condanna a morte per il Principe Ferzinando se non l’avesse sposata e Fata Fatta le propose un fungo che procurava visioni magiche in cambio di 5 zucchine d’oro. Ultima arrivò Fata Sfatò che volle solo metterla in guardia: Io conosco i fati di tuti, pardòn, di tutti, e ti consiglio di infiaschiartene di questo ricevimento, perché è tutta una messinscena suggerita dall’addetto stampa della Casa Reale. In realtà è stato già deciso che Ferzinando sposi la Principessa Borromea Tolomea del Regno confinante per saldare un’alleanza politica e militare, ma sarà solo un matrimonio di facciata perché Borromea Tolomea in qualche modo avrà un figlio per la faccenda della discendenza e Ferzinando potrà continuare a divertirsi con i ragazzini che frequentano il Palazzo Reale e non certo giocando con la playstation, non so se mi spiego. Ma a Cenerina tutte queste fate sfigate sembravano solo delle comari di paese, dalle vedute piccine e buone solo a sparlare, e così si inoltrò ancora di più nel bosco, finché non le si parò davanti un tipo dall’aspetto ributtante ma abile nel parlare e circonvenire gli incapaci locali, il quale così si presento: Ciao Cenerina, Io sono il Mago Magagna. Non volendo ho ascoltato i tuoi lamenti e sono lieto di dirti che posso fornirti un rimedio ai tuoi crucci. E ancora scettica Cenerina chiese: Sì? E come? Il Mago disse: Seguimi nel mio antro, pardòn, nella mia magica magione, e ti mostrerò la mia bacchetta magica. Cenerina lo seguì e così rimase incinta. La cosa fece molto arrabbiare la matrigna Bianca che, ancora giovanile, si ritrovava ad essere anche nonnigna. Ma questo fu nulla in confronto al fallimento delle illusioni di Linda e Pinta, perché le cose andarono proprio come aveva predetto la Fata Sfatò, e Bianca per consolarle le picchiò con un tronco di betulla accusandole di essere buone a nulla. Da allora in famiglia i rapporti di forza cambiarono, Cenerina nel tempo libero bullizzava le sorellastre, ma per loro fortuna ne aveva poco di tempo libero, perché gli eventi la costrinsero a darsi una mossa, e allora contattò la Fata Zurlina per ottenere un prestito a condizioni non molto svantaggiose e aprì una lavanderia a gettone. Passarono gli anni e il figlio, cui per esterofilia fu dato il nome Grey, decise di contattare un’altra di quelle fate del Bosco, che erano sempre disponibili perché non avevano niente da fare, e si trattava proprio della Fata Sfatò con cui si mise in società per fondare un giornale scandalistico, i soldi li metteva sua madre Airona e la materia prima la forniva la fata impicciona. Il giornalino svelò tutti gli scandali e scandaletti della Famiglia Reale, contro cui a un certo punto il popolo insorse, ma anche il Regno Confinante fu attaccato dal tabloid, e così i due paesi una volta alleati si dichiararono guerra. Grey si era dato la zappa sui piedi perché fu chiamato alle armi e tornò a casa solo dopo tre anni passati al fronte, ferito e pieno di parassiti di tutte le specie, poi trovò che il giornalino era stato chiuso dalla milizia per attività antipatriottiche, ma potè vivere decentemente con il vitalizio riconosciuto ai reduci di guerra dalla neonata repubblica. Vi starete chiedendo cosa ne fu della madre. Airona riaprì la lavanderia dopo essere sopravvisuta in tempo di guerra con il mercato clandestino, ma dato che lei in fondo non era molto cinica non si era data alla borsa nera ma si era limitata alla borsa grigia.

Racconto mensile – Dagli appendini alle ante

Che suo figlio Malberto sarebbe diventato un ragazzo maldestro la signora Amaretta lo sospettò già quando lo espulse dal suo corpo con grande difficoltà. Le prime conferme le ebbe quando il bambino avrebbe dovuto iniziare a essere autosufficiente e invece gli cadevano le cose dalle mani, soprattutto il cibo, e urinava fuori dal vasino. E la signora Amaretta cercava di correggere questo suo difetto col rimedio che può concepire solo un cuore di Mamma, e anche gli arti di Mamma: schiaffoni e quando necessario anche calcioni. Poi quando arrivò il momento di andare a scuola la signora si accorse che il figlio non era solo maldestro ma anche mancino, perché impugnava penne e matite con la sinistra, insomma era maldestro e malsinistro. E allora Amaretta pensò bene di affidare il bimbino alle amorevoli cure delle pie suore iscrivendolo all’Istituto Suore Riparatrici Madre Ercolina e Figlie S.r.l. Quel “figlie” nella ragione sociale lasciava perplesse molte mamme, soprattutto pensando alla differenza di età tra la Superiora e le altre suore e anche alla somiglianza tra loro accentuata dalla folta peluria che cresceva sul viso di tutte, ma Amaretta ammoniva le altre mamme ricordando che Golia disse chi è senza peccato scagli la prima pietra e Davide non se lo fece ripetere due volte, anche se le sfuggiva la morale di questa storia. Tornando a Malberto, ogni volta che prendeva la penna o la matita o il cucchiaio durante la refezione la Suora gli dava una bacchettata su quella che era ritenuta la mano del Diavolo. E Malberto cercava di scrivere e disegnare con la destra ma gli venivano degli scarabocchi illegibili. E poi quando di sera tornava a casa si chiudeva nella sua stanza a disegnare con la sinistra senza essere visto da nessuno, e disegnava i suoi compagni di scuola o gli animali che aveva studiato, convinto di averli ritratti per bene, ma in realtà disegnava esseri mostruosi e deformi. Un’altra cosa che faceva disperare la signora Amaretta era il fatto che, per quanto gli comprasse i vestiti più costosi e li stirasse con impegno, il figlio sembrava uno straccione, perché non era capace di deporli come si deve. Si tirava i cassetti sui piedi, faceva cadere i maglioni per terra, soprattutto l’armadio era un suo nemico, tutto in quell’antro gli era ostile, dagli appendini, da cui cadevano le camicie come se non le avesse mai appese, alle ante tra le quali rimanevano sempre chiusi un lembo o una manica di camicia spiegazzandosi. E la madre si arrabbiava e gli chiedeva gridando come avrebbe fatto quando lei sarebbe morta. Ridendo e scherzando Malberto arrivò all’ultimo anno delle superiori, quando l’insegnante di disegno Professor La Crosta fu licenziato perché sorpreso in un museo a palpare il sedere di una statua di Canova e fu sostituito dal vice-professore Parassitele, che a 62 anni era ancora supplente ma scriveva su diversi giornali d’arte on-line. E il nuovo venuto appena vide gli scarabocchi di Malberto si convinse di essere di fronte a un genio, un naif, un selvaggio, un surrealista, e lo spinse a dipingere dei quadri proponendosi come suo agente e critico fiancheggiatore, e subito recensì entusiasticamente le opere del ragazzo e organizzò anche una mostra alla Galleria-Pizzeria Cataratta. In seguito, vedendo la facilità con cui a Malberto cadevano le cose dalle mani, lo convinse a buttare appendini sulle tele poste a terra e cosparse di colla, l’unico problema era staccare le tele dal pavimento, e insomma in poco tempo Malberto diventò un artista ricco e famoso che non aveva la minima idea di cosa stesse facendo ma quello non era un problema. La madre di fronte a questo successo pensò che i tentativi di correggere l’inclinazione del ragazzo erano stati un grosso errore e che, se lei non aveva colpe perché ignorante e si auto-assolse, la Suora che era nel ramo pedagogico aveva sbagliato e andava punita, ma non voleva certo commettere un reato proprio ora che beneficiava del successo del figlio. Si limitò pertanto a mettere in giro la voce che le Figlie erano in realtà vere figlie naturali partorite da Suora Ercolina in persona, ma i vari interlocutori, anziché scandalizzarsi, erano contenti di avere la conferma di quello che avevano sempre sospettato, per loro era la stessa soddisfazione che si prova a indovinare la soluzione di un gioco, per cui Amaretta non riuscì a danneggiare la reputazione dell’Istituto, ma in fondo non le importava più niente. Inoltre non doveva neanche più impegnarsi a stirare gli abiti del figlio perché essendo un artista più andava in giro smandrappato e meglio era. E qui si conclude questa storia che ci dà un grande insegnamento, che però non ricordo qual’è, l’avevo scritto su un foglietto ma non lo trovo più, deve essermi caduto da qualche parte.

Racconto mensile – Goldilockdown

In tutta la regione c’era stata una terribile epidemia e, per evitare i contagi, alla gente e agli animali era vietato uscire di casa. Riccioli d’Oro ne soffriva, il tempo lo passava dormendo mangiando e girando in tondo. La madre le diceva di leggere qualche favola ma lei rispondeva che le favole sono tutte assurdità e allora la madre le diceva di mettersi a giocare ai videogiochi e non rompere i marroni che non potevano neanche andare a cogliere nel bosco, perché non si poteva andare da nessuna parte. E nel bosco c’era la casetta degli orsi dove Babbo Orso si lamentava perché si sentiva in gabbia, mentre Mamma Orsa lo invitava a guardare il lato positivo della faccenda: Ora che non si può andare in giro nessuno può entrare nella nostra casa e venire a mangiare nelle nostre scodelle, a sedere sulle nostre sedie e a dormire nei nostri letti. Orsetto stava sereno perché diceva: Quelle brutte cose non succederanno più neanche quando si potrà uscire perché la televisione ha detto che dopo questa dura esperienza usciremo tutti migliorati e quindi nessuno farà più cose cattive.

Dopo qualche tempo l’epidemia finì e tutti poterono tornare a uscire. Un giorno Mamma Orsa aveva cucinato zuppa di salmone e come al solito l’aveva fatta troppo bollente, allora in attesa che si raffreddasse i tre orsi fecero un giretto in paese, che era a un centinaio di metri ma non essendo più abituati a camminare gli sembravano chilometri. Durante la loro assenza Riccioli d’Oro si intrufolò nella loro casa, mangiò in tutte le ciotole e quello che era avanzato lo buttò sui muri, poi con le scarpe sporche salì in piedi su tutte le sedie e saltò su tutti i letti, e alla fine, poiché la casetta degli orsi era di legno, prima di fuggire le diede fuoco.