Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori

Racconti a colori – La luna giallo paglierino

Sulla Terra ormai chi guardava in su guardava Marte e non più la Luna. I poeti gli innamorati i pastori erranti i sognatori gli avventurieri si rivolgevano a Marte, miravano a Marte, e la Luna diventava sempre meno importante, e così successe che lei che già viveva di luce riflessa somatizzò questa perdita di attenzione perdendo anche luminosità, il suo colore non era più brillante ma diventò giallo paglierino. Solo gli animali continuavano a considerarla, anche se notavano il cambiamento, ad esempio i lupi quando si mettevano in posa per ululare si accorgevano che la scenografia non era più suggestiva come una volta. E accadde che un uccello notturno del colore del cielo scuro, di cui in genere a stento si vedeva solo il becco, notò che qualcosa era cambiato e voleva capire cosa era successo, e pensava di poter volare fino alla luna, e ormai aveva un unico pensiero e non si accorgeva che per quanto  volasse la luna era sempre lontana e non poteva  raggiungerla e non si accorgeva neanche di essere allo stremo, finché sfiancato cadde a terra morto. La mattina dopo, con la luce del sole sul marciapiede chiaro, quell’uccello nero ebbe il suo unico momento di visibilità, ma quel momento fu breve perché fu raccolto pietosamente dallo spazzino che con la paletta lo buttò nel bidone del suo carrettino, e a una signora che passava disse: “Ormai si trova di tutto per terra. Non mi meraviglierei una di queste mattine di trovare per terra pure la Luna che ormai non serve più a nessuno e mi toccherà pure di raccoglierla.” La morale di questa storia è che la gente parla a vanvera.

Racconti occulti – Ghiandaie dell’Inferno

Roberta era molto pigra, non lavorava e non studiava, il massimo del suo impegno era vedere i documentari sulla natura stravaccata sul divano. Quando suo padre Giovanni morì lei ne ereditò la cotoniera ben avviata nella quale il suo compito era incassare i guadagni, al resto provvedeva il personale. Vendette la casa paterna e si comprò una villetta in un parco. Di una decina di villette a schiera la sua era l’ultima, oltre c’era uno stradone che portava da qualche parte e dall’altro lato della strada un terreno abbandonato con solo una quercia rinsecchita, sul quale un giorno avrebbero costruito un altro schieramento di villette. Non avendo impegni Roberta aveva un sacco di tempo per guardarsi intorno e notava che tutti i suoi vicini avevano il prato davanti casa bello verde curato e fiorito e poi davanzali e balconi pieni di piante anch’esse ben curate e con fiori dai colori vivaci. Solo la casa di Roberta faceva eccezione perché lei non aveva il pollice verde, non sapeva dare alle piante la giusta quantità d’acqua, la corretta esposizione al sole e così fiori e piante si ammalavano rinsecchivano e quelle che non morivano si suicidavano. Roberta però avrebbe voluto una casa in fiore come le altre e iniziò a farsene un dramma e a non dormirci la notte. Finché una notte i vicini sentirono un urlo e il rumore di un vaso rotto a terra e qualcuno dalla finestra la vide uscire e camminare mogia verso lo stradone e poi sedersi su un paracarro. Qualcuno più ficcanaso o insonne degli altri raccontò di averla vista parlare nel buio con una figura misteriosa che metteva i brividi, un uomo alto e curvo, con un grosso cappello e un grosso mantello. Dal mattino successivo l’erba del prato di Roberta iniziò a crescere e le piante sui balconi a fiorire e in poco tempo la sua villetta diventò la più colorata del parco, una casetta di quelle che si vedono nelle cartoline. Passavano i giorni e ogni vicino si era ormai rassegnato a non avere la casa più fiorita del parco, quando un mattino uno di loro fu avvicinato da Roberta che gli chiese se aveva sentito quel versaccio della ghiandaia che l’aveva tenuta sveglia tutta la notte e il vicino fu contento di poterla contrariare rispondendo che aveva sentito solo la solita civetta ma nessuna ghiandaia che da quelle parti non ce n’erano. Allora di questa cosa Roberta preferì non parlare più con i suoi vicini, ma dato che continuava ad avere queste visioni o incubi si confidò con chi poteva capirla, i suoi amici ricchi e sfaccendati, ai quali confidò che era tormentata tutte le notti da queste ghiandaie dell’inferno col loro verso demoniaco, ma i suoi amici si dimostrarono insensibili perché capaci di dire solo che non sapevano che all’inferno ci fossero le ghiandaie, e il più stupido di tutti disse che le fiamme dell’inferno avrebbero dovuto rosolare per benino le ghiandaie che chissà se sono buone da mangiare. Peggio di tutti, la sua vecchia e nevrastenica compagna di scuola Zymilde si rivelò pure indiscreta perché racconto agli altri che Roberta le aveva confidato che per ottenere il dono del pollice verde aveva venduto l’anima al diavolo, la figura misteriosa di quella notte, e ora le ghiandaie venivano a tormentarla perché mantenesse il suo impegno. Passarono altri giorni e soprattutto altre notti tormentate fino a quella in cui si sentì un urlo terrificante venire dalla sua villetta, i vicini videro tutte le luci spegnersi all’interno e pensarono opportuno tornare a dormire. Nessuno vide Roberta la mattina dopo né le mattine successive. A poco a poco le piante rinsecchirono, il prato era sempre più incolto, poi una mattina arrivò una ghiandaia in quel parco, si posò un attimo su una persiana già cadente della casa di Roberta, ma si accorse che tutti i vicini la guardavano e intimorita volò via.

Racconti a colori – I cani blu

Avril viveva un periodo di pensamenti e riflessioni, e un giorno vagava alla deriva nelle campagne del nord della Francia mentre era sotto e sovrappensiero, cioè i pensieri la avvolgevano completamente, e imboccò una di quelle vecchie stradine di ciottoli e pietroni sconnessi dalle parti delle miniere di carbone abbandonate. Le pietre erano scivolose e allora dal centro della stradina si spostò verso i lati dove il cammino era meno disagiato, quando a un tratto dalla foresta spuntarono due enormi mostruosi cani blu. I cani iniziarono ad abbaiarle contro ma lei procedeva quasi come se non ci fossero, perché pensava che quelli erano la metafora del Male e non si è mai sentito di uno morso da una metafora, finché uno di quelli invece le morsicò una mano. Per sua fortuna in quel momento si trovò a passare un auto che accompagnava dei ciclisti che si allenavano a correre su quelle pietre che prima mise in fuga i cani e poi raccolse la donna ferita e scioccata e l’accompagnò al più vicino ospedale. I medici le curarono le ferite e le chiesero che razza di animale l’avesse morsa e lei rispose che era stata una metafora del male. I medici si guardarono perplessi e uno chiese: “Non ne ho mai sentito parlare, ci sono metafore da queste parti?” E l’altro rispose: “Che io sappia no, ma potrebbe averla abbandonata qualche appassionato di bestie esotiche”. L’infermiera, un po’ sorpresa da quel dialogo, disse che le battute sulle metafore erano roba da vecchio varietà ma il primo medico disse che lui non stava facendo battute e di queste metafore non aveva mai sentito parlare. L’infermiera, accortasi che il medico parlava seriamente, gli chiese com’era possibile che non le avesse studiate a scuola ma quello rispose che a scuola lui pensava soltanto a prendersi la promozione a ogni costo, calcando la voce su “costo”, per potersi iscrivere all’università. Comunque le ferite di Avril non erano gravi e fu presto dimessa. Lei ringraziò l’automobilista e si disse dispiaciuta per il disturbo ma lui rispose che anzi era stato un piacere, per una volta aveva portato all’ospedale un’estranea e non uno dei suoi ciclisti caduto o investito. Quell’episodio segnò profondamente Avril che continuava a pensare alla presenza del male nel mondo, e quando tornò a sud capitò che un giorno incrociò un tipaccio losco e arrogante che andava sempre in giro con un cane spaventoso e aggressivo che per di più non teneva al guinzaglio. La gente si lamentava, minacciava di chiamare i gendarmi ma il brutto ceffo diceva che il cane era innocuo, semmai proprio mentre abbaiava ai passanti o aggrediva altri cani di passaggio. Avril notò la scena e ne rimase molto colpita, si fermò davanti al tipo e con uno sguardo spiritato ringhiò: “Quel cane è una metafora del male!” Quello sguardo folle e quel tono di voce ancora più folle e quella frase follissima sconcertarono il teppista che da quel giorno non solo portò sempre ben stretto al guinzaglio il cagnaccio ma quando incrociava Avril cambiava strada.

Racconti occulti – La storia delle Isole Folas

In mezzo all’Oceano Pacifico, ad appena mille miglia marine dalle isole Pitcaim, in una zona di vulcani sommersi, un bel giorno ci fu un violentissimo terremoto. Le prime navi che solcarono quel tratto di mare videro quattro piccolissime isole che non erano segnate su nessuna carta geografica: erano terre emerse dopo il terremoto e la comunità scientifica internazionale le chiamò Isole Folas. Le isole politicamente erano in acque internazionali e non appartenevano a nessuno stato ma la cosa non interessava a nessuno perché erano disabitate. I primi esploratori, che in realtà erano solo uomini di mare di passaggio che avevano deviato la rotta per curiosare, videro delle spiagge rosa e alberi sconosciuti che furono definiti palme ragno e nient’altro perché poi si era fatta ora e bisognava risalire a bordo e riprendere il viaggio. Ma alcuni ricconi e potenti della Terra subito misero gli occhi su quelle isole perché la loro lontananza da qualsiasi altro paese le rendeva ideali per dei loro progettissimi personali. Il Banchiere internazionale Beaugarde pensava di crearvi un porto franchissimo, il Miliardario Mulon una base aerospaziale privatissima da cui far partire voli siderali per ricchissimi, l’Emiro Benghodi un resort per una clientela selezionatissima, il Generalissimo Gaugolle un carcere di massimissima sicurezza per criminali pericolosissimi e irrecuperabili. In verità non è che su quei quattro isolotti ci fosse lo spazio per fare quelle cose, ma nessuno se ne rendeva conto per il semplice fatto di non esserci stato di persona. Poi c’erano quelli che si opponevano a tutti questi progetti perché quegli illustri personaggi non potevano vantare nessun diritto su quelle isole, e ci furono firme di artisti e intellettuali famosissimi di quelli che se pubblicano un libro il giorno dopo l’uscita è già esaurito, e poi manifestazioni di piazza dappertutto tranne che alle Isole Folas dove non c’erano piazze ma neanche lo spazio per realizzarle. E si fece tanto di quel chiasso che nessuno ascoltò il vulcanologo e oceanografo Prof. Modestino che fece notare che così come erano emerse quelle isolette avrebbero potuto reimmergersi al prossimo terremoto e ormai c’eravamo quasi, ma non si sentiva nulla e così quando ci fu un nuovo terremoto le isole come erano apparse così scomparvero sotto il mare e tutti si meravigliarono, e chi vide sfumare il suo progetto chi vide venir meno un motivo per protestare, l’unico a guadagnarci qualcosa fu il Professor Modestino perché ci aveva scommesso 10 euro con il meteorologo Colonnello La Muffa che invece era convinto che almeno un altro annetto a galla le Isole Folas ci sarebbero rimaste.

Racconti a colori – Il Bosco dei buchi neri

Quella mattina Bolice non voleva saperne di svegliarsi e la mamma Bolena la scaraventò dolcemente dal letto e la mise con la faccia sotto un getto di acqua fresca. Bolice rischiava di fare tardi a scuola e fece la solita veloce colazione con le merendine Boscodifrutta, le merendine consigliate dai dietologi perché erano senza zucchero con farina integrale e frutti di bosco amari e bastava un morso perché passasse l’appetito e così i bambini non ingrassavano. Presa la cartella Bolice uscì correndo di casa e per far prima pensò di tagliare per il Bosco, come venivano chiamati i Giardini Bonaventura. Appena entrata fu affiancata da Bosconiglio e Boscoiattolo che le chiesero perché corresse. Lei rispose che era tardi e Bosconiglio rispose che non era mai tardi e se anche lo fosse stato conosceva un trucco per non essere più in ritardo: varcare la soglia temporale dell’Albero Bucato ed entrare nel Magico Mondo Fatato del Regno di Borupo. Così Bosconiglio e Boscoiattolo si infilarono in un albero cavo invitando la bambina a seguirli e poiché Bolice credeva a tutte le sciocchezze che le raccontavano si infilò in quel buco e rimase incastrata, mentre i due animali risalirono per il tronco e andarono a nascondersi dietro una siepe per godersi tutta la scena. Bolice iniziò a gridare attirando l’attenzione dei pochi passanti e accorse la Maestra Bomarziale che aveva lasciato la sua classe a fare il compito di aritmetica ed era andata a fare la spesa. Riconoscendo la sua peggiore allieva, la Maestra le chiese: “Come sei entrata lì dentro?” e Bolice, indisponente come al solito, replicò. “E lei come è uscita qui fuori?” Colta in castagna la maestra scappò via e Bolice continuò a gridare e stavolta la sentì il giardiniere Boberto che stava amoreggiando su una panchina con Madama Bovaristo. Il giardiniere capì che l’unica soluzione era tagliare il tronco e così prese una sega e iniziò a darsi da fare. In quel momento arrivò trafelato il Dottor Evaristo Bovaristo che sospettava che sua moglie lo tradisse e per spiarla aveva lasciato i suoi pazienti nello studio, ma prima che potesse avvicinarla gli tagliò la strada il malato Bonagura che si sentiva tutti i sintomi della bonemia e pretendeva un consulto al volo, ma il volo lo prese lui perché il dottore lo scostò bruscamente facendolo cadere nel laghetto dei cigni. Finalmente il Dottore raggiunse sua moglie e scorgendo un uomo dietro l’albero gridò: “Ah, quello è il tuo amante!” ma girando attorno al tronco si accorse che il giardiniere era alto robusto e per di più aveva in mano una sega mezza arrugginita e se la squagliò urlando sottovoce: “A casa facciamo i conti.” Il giardiniere intanto era riuscito a liberare Bolice che lo ringraziò e per riconoscenza voleva regalargli la merendina Boscodifrutta che teneva nella cartella, ma il giardiniere disgustato disse: “No, come se avessi accettato” e girandosi per tornare da Madama Bovaristo con cui aveva lasciato in sospeso l’amoreggiamento quasi si scontrò con Nonno Bomarello che disse: “Hai detto come se avessi accettato, ma te mica la usi l’accetta, come facevano i boscaioli ai miei tempi. Te usi la sega, troppo comodo, sono bravi tutti così” e così il nonnino raggiunse il malato nel laghetto dei cigni.  Il Dottore affannato e affranto si sedette su una panchina appartata a lamentarsi e allora Bosconiglio e Boscoiattolo che avevano visto tutta la scena uscirono da dietro la siepe e finsero di consolarlo dicendo di volergli rivelare un segreto: “Devi sapere che in questo bosco c’è il varco segreto per il Magico Mondo Fatato del Regno di Borupo, un mondo parallelo dove le cose prendono un corso diverso e le mogli non tradiscono i mariti, una specie di ucronia. Seguici e lì troverai tua moglie che non conosce né giardinieri né altri uomini e ti aspetta a braccia aperte” e gli indicarono un altro albero cavo, e in quel giardino non ne mancavo certo di alberi cavi o vecchi o malati, anche perché il giardiniere che avrebbe dovuto prendersene cura si curava piuttosto delle mogli dei dottori che dovrebbero curare gli ammalati se non fossero presi dal sospetto che qualcun altro si prendesse cura della moglie e insomma il giardiniere passava il tempo a mostrare i suoi muscoli a Madama Bovaristo e gli alberi andavano in malora. E poiché gli innamorati infelici credono a tutte le sciocchezze che li confortano, quando i due animali si avviarono verso il buco dell’albero il Dottor Bovaristo uomo di scienza gli andò dietro di nuovo speranzoso.

Racconti occulti – Il serpente nella neve

Sono tempi di faciloneria e di pressapochismo e voi potreste pensare di trovarvi di fronte a un refuso, ma invece questa è davvero la storia di un serpente, un serpente verde. Gruno era un serpente verde non solo nel senso del suo colore ma anche perché era ecologista. Per questo gli amici gli regalarono una sveglia biodegradabile fatta con amido di mais. Gruno apprezzò molto il regalo e quando le giornate iniziarono ad accorciarsi e si alzò un venticello fresco Gruno si ritirò nella sua solita tana per predisporsi al letargo serpentino e regolò la suoneria della sveglia sulla primavera. Ma la sveglia biodegradabile si degradò prima del tempo e la suoneria trillò a gennaio. Il serpente si svegliò a fatica e avvertiva qualcosa di strano, gli sembrava di aver dormito poco, però se era suonata l’ora bisognava muoversi, così cacciò la testa fuori dalla tana e con grande sorpresa vide il paesaggio tutto imbiancato. Quella era una scena mai vista proprio perché in inverno aveva sempre dormito e la curiosità vinse il freddo e uscì alla scoperta di quel mondo sconosciuto. Il paesaggio imbiancato, i fiocchi di neve, poi la galaverna, la luce intensa di tutto quel bianco, gli alberi con le foglie imbiancate o senza foglie, e poi là in fondo il lago ghiacciato, e il serpente si chiedeva dove erano andate le anatre che lo affollavano, forse pure loro in letargo. Ma Gruno iniziava a sentire sonno e freddo e alla lunga la natura l’ebbe vinta e il serpente rientrò nella tana e si riappisolò sognando il sole e il cielo azzurrissimo e rondini e alberi verdi e sterminati campi di mais, e sognò un contadino che coglieva il mais e diceva che con quello avrebbero costruito oggetti biodegradabili, penne e bottiglie e sveglie, e sognò di mordere quel contadino.

Racconti a colori – Cappuccino Rosso

In una radura del bosco di Selvagrama c’era un avamposto di frati cappuccini. A capo c’era l’Abate Majorano, poi il questuante Fra Sangallo e infine Fra Rossello che era chiamato Cappuccino Rosso perché arrossiva facilmente, bastava che prendesse freddo o che bevesse un bicchiere di Rosolio in più o che confessasse una giovinetta non abbastanza timorata di Dio. In un’altra radura, in una pittoresca casetta viveva Nonna Polifemia, la nonna di Fra Rossello. Dovete sapere che la mamma di Rossello, Iridania, morì quando lui aveva solo 7 anni e sul letto di morte fece giurare a Polifemia di fare da madre al piccolo, e lei si impegnò molto per mantenere il suo giuramento, anche quando lui aveva ormai 50 anni e lei 95, e anzi per continuare a badare al nipotino lo seguiva dovunque si spostasse, e ora aveva comprato questa casetta nel bosco. Ma ormai era piuttosto Fra Rossello che doveva badare alla nonna e ogni tanto le portava da mangiare. Un giorno uscì dal rifugio per portare una torta di frutti di bosco alla nonnina e come accadeva spesso incontrò un lupo che tutti chiamavano il lupo cattivoro perché non era un bravo cacciatore, non era capace neanche di acchiappare un urogallo un leprotto ma neanche un ghiro e riusciva a predare solo gli animali in cattività, quelli delle fattorie chiusi nelle loro gabbie. Però il lupo era un bravo conversatore e gli piaceva discutere con Fra Rossello che da parte sua ricambiava perché era molto devoto a San Francesco. E anche quella volta iniziò una vivace conversazione.

  • Lupo: Ciao Fra Rossello, Che porti di bello? Hai qualcosa per me? – Rossello: No, è una torta per la nonnina. Noi cappuccini stiamo facendo un fioretto e questo mese mangeremo solo cose dolci, niente cose salate. – L: Pensa te il sacrificio. – R: Comunque il dolce non va bene per i canidi. – L: Già, mi farebbe male ai denti, ma non mi piace il nome “canide”, manco fossero i cani le bestie più importanti della specie, mentre invece sono solo lupi imborghesiti. – R: Orgoglioso. – L: E anche affamato. In questo bosco non c’è niente, solo bacche. – R: Quelle non vanno bene neanche per noi uomini. Bacche tabacco e venere riducono l’uomo in cenere. – L: Contala giusta Frate, il detto non dice Bacche ma Bacco, ma tu col vinello ci dai dentro, lo sanno tutti. – R: Solo un po’ durante la messa, e poi se anche fosse è un peccato veniale. – L: Da quando un peccato di gola è un peccato veniale? E’ stato derubricato? Fate e disfate a vostro piacere? – R: Pensa a te che uccidi anche se per mangiare. – L: Magari ci riuscissi. Ma dimmi una cosa frate che io non ci arrivo. Dio crea tutti gli animali, sono le sue creature, Dio ama le sue creature, ma poi queste povere creature per sopravvivere devono mangiarsi tra di loro, com’è questa storia? – R: I disegni divini sono imperscrutabili. – L: Troppo comodo cavarsela così. – R: E poi nella Bibbia è scritto che nel Regno messianico il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto e il leone si ciberà di paglia, come il bue. – L: Pure l’uomo si ciberà di paglia come il bue? – R: Questo non lo dice. – L: Glissa, però il lupo deve abitare con l’agnello. Buono l’agnello. – R: Al forno, con patate e vino rosso, non mi ci far pensare, diavolo tentatore, che sto facendo il fioretto. – L: Eh, qua è come se lo stessi facendo anch’io il fioretto.

E così in amena conversazione arrivarono alla casa della nonnina, Lupo si accorse che c’era il pick-up del cacciatore e preferì salutare il frate e allontanarsi. Da un po’ di tempo il cacciatore Atalanto aveva preso a frequentare la casa della nonnina, ogni tanto le portava un po’ di cacciagione, perché lui che non era devoto di San Francesco e mirava spesso agli animali aveva preso di mira anche quella casetta e studiava il modo di farsela lasciare dalla nonna che ormai doveva essere prossima al trapasso, ma aveva capito che per raggiunger il suo scopo altro che al lupo, doveva sparare all’adorato nipote Cappuccino Rosso.

Racconti occulti – La cucina di Tereso

Tereso era cresciuto in una famiglia molto tradizionale e per lui cucinare lavare e cucire erano occupazioni da donne mentre piantare chiodi aggiustare finestre e segare gambe di mobili di legno traballanti erano lavori da uomini. Ma quando era ormai prossimo ai 40 anni la madre Signora Giacinta, che gli chiedeva sempre quando si decideva a farsi una famiglia ma lui col suo lavoro precario non poteva, morì e lui rimase solo. Dopo un mese passato a mangiare scatolette panini con affettati e gli avanzi immangiabili del ristorante per cui faceva il fattorino, Tereso si guardò intorno, notò che sfortunatamente a casa sua i mobili erano di materiale plastico, gli infissi di alluminio e all’interno delle mura correvano imperscrutabili fili della corrente per cui piantarvi chiodi non era il caso, e decise allora di imparare a cucinare. Iniziò a seguire tutti i programmi televisivi sull’argomento, dal tutorial sulla cucina povera “Quello che passa il convento” in cui però Suor Ercolina finiva sempre per preparare la sua specialità, gli strozzapreti alla puttanesca, ai talent con giudici gli chef severi, tipo “Pasticcieri pasticcioni” e “Le mousse inquietanti”. Dopo mesi di apprendimento ed esperimenti diventò bravo e riuscì perfino a farsi promuovere cuoco dal ristorantino “Brodomonte” per il quale lavorava, un locale che faceva cucina etnica saracena, dove facevano tutto col grano saraceno, pure le polpette di soia. A quel punto Tereso pensò che era finalmente possibile invitare a casa sua per una cenetta la cameriera del locale Berbera, che in realtà si chiamava Barbara, ma il proprietario del locale la chiamava così perché voleva che lì tutto sembrasse maghrebino, e anche lui si faceva chiamare Maomet ma in realtà si chiamava Mao Xe Lu e si guardava bene dal mostrare i suoi occhi a mandorla in sala. Tereso aveva sempre avuto l’impressione che la signorina Berbera ricambiasse la sua simpatia, ma con il suo lavoro precario non aveva mai osato, ora invece osò osare e la ragazza, che tanto ragazza non era più manco lei, subito acconsentì. La sera della cenetta la cucina di Tereso emanava odori che facevano venire l’acquolina in bocca a tutto il palazzo, finché Berbera arrivò con un abitino stretto e il trucco ancora più marcato del solito, una cosa che Tereso giustificava in una donna che a una certa età non aveva ancora trovato l’uomo della sua vita. E la sera passò tra un boccone e una chiacchiera quando a un certo punto Berbera accennò al fatto che sua madre, buonanima, era stata sfortunata. Tereso le chiese perché e lei rispose che la madre era una bella donna, lui aspettava solo un pretesto per farle i complimenti e disse che allora la figlia aveva preso dalla madre, che però non capiva perché era stata sfortunata. E Berbera disse che se fosse vissuta in tempi recenti avrebbe fatto la escort e si sarebbe arricchita, invece ai suoi tempi fu una semplice prostituta. A quel punto Tereso, che era pur sempre cresciuto con un’educazione tradizionale, pensò che questo spiegava tutto, e i sorrisi invitanti e il trucco pesante e la facilità con cui aveva accettato l’invito, e allora non fu la disillusione il problema bensì il timore che se l’avesse portata a letto la mattina dopo quella gli avrebbe presentato il conto da pagare. E così Tereso iniziò a cercare una scusa per chiudere la serata e rimandarla a casa, ma non ce ne fu bisogno perché si distrasse con la caffettiera e ci pensarono i pompieri a chiudere la seratina e raffreddare gli spiriti. Il giorno dopo Tereso si licenziò dal ristorante e andò a lavorare come commesso nel negozio di ferramenta vintage Bricol Agé.

Racconti a colori – L’Orco Celestino

Vallegrona era una ridente località dove tutti, persone animali piante e anche qualche minerale, erano sconsideratamente allegri. Il Sindaco Felice Lieto non iniziava una riunione del consiglio senza raccontare prima una storiella divertente e le barzellette le scriveva anche dentro le delibere e alle cerimonie pubbliche faceva le pernacchie mentre alzavano la bandiera. In quel paese ogni essere vivente era pure ridente, c’erano la iena ridens e il picchio picchiatello, i salici ridenti e gli abeti ebeti. Vallegrona confinava con Valluttuosa, una piangente località il cui borgomastro Addolorato Della Nicchia aveva fatto costruire un cimitero grande la metà del paese. Qui infatti la morte era il pensiero principale e tutti gli esseri viventi, pardon, morenti erano tristi e cupi, e c’erano barbagianni civette e gufi, salici piangenti e cipressi depressi. A Valluttuosa tutti erano molto indispettiti dall’allegria di Vallegrona e la ritenevano un’offesa per la sacra gravità della Vita, e per porre un giusto freno a questo che era a tutti gli effetti un peccato pensarono di provocare una disgrazia, di attirare una calamità su quel luogo, e pensa che ti ripensa decisero di invocare un orco che viveva su un’alta rupe lontana, offrendogli in dono dieci buoi con le corna all’ingiù, dieci cervi orfanelli e dieci avvoltoi, perché seminasse paura e terrore in quel paese perduto. L’orco accettò e affrontò il lungo e disagiato cammino come una passeggiata di piacere, finché a grandi falcate e col suo alone di insetti fosforescenti entrò a Vallegrona, e qui successe quello che non si sarebbe mai aspettato, ma il fatto è che l’orco era Celestino di nome e di fatto, e quel suo colorito vivace e festoso anziché la paura scatenò l’ilarità nel paese che già rideva di suo. Celestino stizzito diede un pugno sul tetto del municipio ma la cosa fece scompisciare ancora di più i cittadini. L’orco di fronte a quelle reazioni prima rimase deluso e sconcertato ma poi si arrabbiò moltissimo e decise di vendicarsi dell’affronto rifacendosi su chi l’aveva esposto a quella mortificazione, e digrignando i denti e urlando e sputacchiando entrò in Valluttuosa dove per anni seminò il panico e gli abitanti vissero felici e contenti di essere spaventati a morte.