Racconto mensile – Goldilockdown

In tutta la regione c’era stata una terribile epidemia e, per evitare i contagi, alla gente e agli animali era vietato uscire di casa. Riccioli d’Oro ne soffriva, il tempo lo passava dormendo mangiando e girando in tondo. La madre le diceva di leggere qualche favola ma lei rispondeva che le favole sono tutte assurdità e allora la madre le diceva di mettersi a giocare ai videogiochi e non rompere i marroni che non potevano neanche andare a cogliere nel bosco, perché non si poteva andare da nessuna parte. E nel bosco c’era la casetta degli orsi dove Babbo Orso si lamentava perché si sentiva in gabbia, mentre Mamma Orsa lo invitava a guardare il lato positivo della faccenda: Ora che non si può andare in giro nessuno può entrare nella nostra casa e venire a mangiare nelle nostre scodelle, a sedere sulle nostre sedie e a dormire nei nostri letti. Orsetto stava sereno perché diceva: Quelle brutte cose non succederanno più neanche quando si potrà uscire perché la televisione ha detto che dopo questa dura esperienza usciremo tutti migliorati e quindi nessuno farà più cose cattive.

Dopo qualche tempo l’epidemia finì e tutti poterono tornare a uscire. Un giorno Mamma Orsa aveva cucinato zuppa di salmone e come al solito l’aveva fatta troppo bollente, allora in attesa che si raffreddasse i tre orsi fecero un giretto in paese, che era a un centinaio di metri ma non essendo più abituati a camminare gli sembravano chilometri. Durante la loro assenza Riccioli d’Oro si intrufolò nella loro casa, mangiò in tutte le ciotole e quello che era avanzato lo buttò sui muri, poi con le scarpe sporche salì in piedi su tutte le sedie e saltò su tutti i letti, e alla fine, poiché la casetta degli orsi era di legno, prima di fuggire le diede fuoco.

Racconto mensile – Pippino e la pertica

Da oggi e fino a nuovo ordine ogni mese La Zeriba illustrata vi proporrà un racconto mensile, un racconto edificante che insegna le cose. Questo mese vi propongo in realtà il racconto scritto dal protagonista dell’ultima puntata di Nerobluastro.

Pippino e la pertica

Filippo era un bambino così piccolo che il diminutivo Pippo non era sufficiente a descriverlo e allora lo chiamavano Pippino. Lui era un bambino che a scuola si annoiava e un giorno durante la lezione di ginnastica iniziò a salire sulla nuova pertica appena installata, e saliva e saliva e non si fermava, continuava a salire, la Maestra Massagrassa gli intimava di scendere giù e invece lui niente, continuava a salire e a salire scomparendo alla vista. E succedeva che strada salendo la pertica si trasformava in un albero e a un certo punto in una radura in mezzo alle fronde c’era una capanna, da cui Pippino vide uscire un essere brutto e peloso, così brutto che somigliava al Direttore Orcomanno. Pippino che era un tipo coraggioso si fece avanti e chiese al mostro se per caso era un orco cattivo e lui rispose: L’orco cattivo sarà quel buonannulla di tuo padre che non ti ha insegnato l’educazione a calci nel culo. Io, per tua norma, sono Samantho, monaco eremita salito quassù per meditare e trovare la serenità interiore. Pippino, con la sua bambinesca ingenuità che poteva essere scambiata per indisponente sfacciataggine, chiese: E l’hai trovata? E il Monaco, che iniziava a contrariarsi: Mi dici tu, stronzetto, come faccio a trovarla se sono appena arrivato e già si presenta un rompi******** a fare domande del c****? Pippino, come a voler confermare che la sua non era ingenuità ma proprio insolenza, disse: Eh, mi sa che sei ancora lontano da questa serenità, però non ti preoccupare perché non ho intenzione di restare qui con la puzza di piedi che si sente nell’aria. Samantho, sempre meno sereno, brontolò: Ma tu sei proprio un perfettino dei miei zebedei. Si dà il caso che su un’albero non si trova l’acqua corrente e bisogna attendere le piogge, e poi queste sono cose terrene, io sono venuto qui a 1400 metri sul livello del mare per elevarmi. Pippino, sinceramente incuriosito o semplicemente scettico, chiese: E come fai a dire che sono 1400 mslm, non mi pare di essere salito tanto? Il monaco ringhiò: C’è scritto sul depliant, saputello dei miei sandali. Ma tu hai detto che cercavi l’orco… Il bambino smentì: No, non lo cercavo, ma Samantho, come se non avesse sentito, continuò: … hai detto che cercavi l’orco e non voglio farti andare a f… andare via a mani vuote. Non sono un orco ma un povero monaco, non ho zecchini d’oro, ma posso darti questa pentola: non è piena di zecchini d’oro, ma di fagioli. E ora va in pace. Pippino ringraziò perché, come aveva detto la Maestra una delle poche volte che lui stava ad ascoltarla, a caval donato non si guarda in bocca, e salutò: Grazie e buona meditazione. E così il bambino affrontò il ritorno in discesa ma, dato che la lunga avventura gli aveva fatto venire fame, ogni tanto si fermava a mangiare qualche fagiolo dalla pentola, e man mano l’albero si ritrasformava in pertica, e quando ritornò nella sua palestra trovò ad attenderlo un sacco di gente, i carabinieri e i genitori allertati dalla Maestra, il Direttore Orcomanno e c’erano anche gli operai che due giorni prima avevano installato la pertica ed erano i più nervosi di tutti. Infatti per sbaglio avevano montato una pertica multidimensionale richiesta invece dal Principe Schrödinger il quale, accortosi dell’errore, aveva intimato agli operai di rimediare subito altrimenti li avrebbe condannati a morte paradossale, cioè sarebbero stati uccisi, però solo in una dimensione, nelle altre avrebbero continuato a vivere ma di stenti perché il salario gli sarebbe stato pagato nella dimensione in cui erano morti. Quando gli operai raccontarono questa loro disavventura nella scuola, la Maestra disse che quella, fino a prova contraria, era una repubblica dove non ci sono principi né altri nobili, e gli operai risposero che il Principe viveva in un’altra dimensione, una faccenda troppo lunga da spiegare tanto più che loro non ci avevano capito niente. Il ritorno di Pippino fece tirare un sospiro di sollievo a tutti, ma la madre, la Signora Filippa Filippica, si accorse che il figlio era arrossato e ingrossato come se avesse avuto una reazione allergia, e allora guardò nella pentola e gridò: Fagioli, ma tu sei allergico ai legumi. E il figlio si difese: E che ne sapevo io che i fagioli sono legumi? A scuola non li abbiamo ancora studiati. Allora la Filippica si rivolse al personale scolastico adirata: Possibile che a 8 anni mio figlio non abbia ancora studiato i legumi? La Maestra si impermalosì: Per primaria cosa non si permetti di venirci a imparare a noi il nostro mestiere, e per secondaria cosa i scolari sono come nostri figli e non ci vogliamo farli del male. E il Direttore aggiunse: Ma se anche li avessero studiati i legumi, quella testa di rapa di suo figlio non si sarebbe applicato. La Signora Filippica offesa gridò: Testa di rapa a mio figlio?! E Orcomanno senza scomporsi: Le teste di rapa non sono legumi. E la Filippica confusa la chiuse lì: Ah già, è vero. Comunque tutto è bene quel che finisce bene. E ognuno fece ritorno alle sue occupazioni. I carabinieri fecero un breve verbalino in cui scrissero solo: Questi sono tutti pazzi. La Signora Filippa Filippica e il marito Filippo senior Filippico portarono Filippo junior all’ospedale a fare la lavanda gastrica, il Direttore andò a giocare ai cavalli, la Maestra che nella confusione si era appropriata della pentola di fagioli tornò a casa a preparare la sua famosa torta fagiolona per la vendita di beneficenza della parrocchia, e gli operai iniziarono a smontare la pertica per portarla al legittimo richiedente Principe Schrödinger, e proprio all’ultimo momento dalla pertica scese un gatto malandato, sembrava mezzo morto.

Nerobluastro – Addio all’Arma

Il primo omicidio è stato fuorviante perché la vittima era una donna, la scrittrice Nora Noriani, quindi tutti abbiamo pensato a un femminicidio e abbiamo dovuto rintracciare e interrogare i suoi ex, 274 escludendo i minorenni. Pure col secondo omicidio si è perso tempo, si trattava del giudice Ermes Ermellino, e via a indagare su tutte le sue sentenze e sugli imputati che ha condannato, ma alla fine non erano tanti né le une né gli altri, e infatti l’unica cosa che abbiamo scoperto è che i colleghi lo chiamavano “Dottor Rinvio”. Poi hanno ucciso l’ex terrorista Ascanio Ascosi che era più o meno agli arresti domiciliari e pensavamo a una vendetta oppure che qualcuno non voleva che raccontasse qualcosa, ma non abbiamo trovato niente di interessante. Poi è stato il turno del cantautore Fanco Frangicane e sospettavamo che fosse stato qualcuno che si era scocciato di sentire le sue lagne. Ma solo con l’omicidio del capitano Tazio Tazieri c’è stata la svolta, perché in centrale, parlando tra noi colleghi che seguivamo ognuno un singolo caso, ci siamo finalmente accorti che i 5 assassinati, tutti accoltellati alle spalle, avevano in comune il fatto di essere scrittori di gialli noir o polizieschi. E quindi c’era questo legame tra gli omicidi, molto probabilmente un’unica mano, l’assassino era un amante dei gialli, o forse li odiava, ma con tutti i lettori di gialli che ci sono era quasi impossibile circoscrivere le indagini. Allora il capo ci chiamò per dirci che l’indagine andava unificata e che l’assegnava a me. I giorni passavano ma era difficile fare passi avanti nell’indagine, finché ho avuto la “mia” soluzione e così sono andato nell’ufficio del Capo dove ho consegnato tutto, pistola compresa, annunciando con grande letizia che quello era il mio ultimo giorno di lavoro e che dal giorno successivo sarei stato un pensionato dello Stato. Il Capo iniziò a bestemmiare lamentandosi che era la terza volta in pochi mesi che doveva passare un’indagine a qualcun’altro, e io gli risposi: Ma se continua ad assegnare i casi ai poliziotti che sono a pochi mesi dalla pensione è logico che accada questo. E lui rassegnato: Ma così si usa nei polizieschi… Salutai e me ne andai, i colleghi erano sorpresi pure perché non avevo organizzato neanche una piccola festicciola, anche se non erano meravigliati, mi ritenevano un tirchio, ma a me non importava quello che pensavano, non mi importava più di niente, basta con i doveri e gli obblighi pure quando sei fuori servizio e basta con il fatto di non poter parlare del lavoro se non autorizzato, che poi manco mi interessava parlarne, e basta col divieto di esprimere opinioni, basta, ero un uomo libero che non sarebbe finito come tanti altri che non riuscivano mai a staccarsi davvero dal lavoro e ogni tanto passavano a salutare gli ex colleghi e a interessarsi delle varie indagini, no, io avevo chiuso e mi aspettava qualcosa di meglio e diverso. Venendo via dal lavoro per l’ultima volta, passai dalla stamperia dove mi consegnarono, appena sfornata, una copia del mio libro, sì, adesso avrei fatto lo scrittore, e dell’ultima indagine avevo saputo l’unica cosa che mi interessava, cioè che questo misterioso serial killer uccideva solo scrittori di gialli e polizieschi. E sì, perché al contrario di quello che anche voi starete pensando, non ho nessuna intenzione di scrivere quel genere di cose. Infatti questo libro che ho in mano caldo caldo parla di un bambino che a scuola si annoia e un giorno durante la lezione di ginnastica sale sulla pertica ma non si ferma, continua a salire, l’insegnante gli intima di scendere giù e invece lui niente, continua a salire e a salire scomparendo alla vista, finché…

Questa era l’ultima puntata di “Nerobluastro”.

Nerobluastro- Colpo gobbo

Il Gobbo ha tentato un colpo al supermercato ma qualcuno ha lanciato l’allarme e lui è riuscito a prendere in ostaggio una cassiera, e ora siamo qui fuori per convincerlo ad arrendersi con le buone o con le cattive. Prima di ricorrere ai fucili, col megafono cerco di dialogare, ma quello non risponde, e allora mi viene spontaneo dirgli: Sei un osso duro, eh? Ma a quel punto risponde la cassiera: No, è duro d’orecchi, con uno non sente e con l’altro appena appena. Dite a me che farò da tramite. Allora ribatto: No, voglio sentire dalla sua voce cosa vuole. E l’ostaggio: Capitano, così facciamo notte. Lui è balbuziente, tartaglia ma di brutto. E sia, basta che si muova qualcosa: Ok, chiediglielo col labiale e fatemi sapere. Ma lei: Mica è semplice, lui vede sfocato. Ma a quel punto il Gobbo, infastidito da questa trattativa, trascina fuori la cassiera e rivolto più o meno verso gli agenti fa segno di non muoversi altrimenti spara alla donna, quindi si avvicina alla sua auto, che ha fatto dipingere color giallo fluo in modo che la possa riconoscere quasi facilmente. Ma proprio al momento di entrare nell’auto la donna riesce a divincolarsi mentre al Gobbo, entrato nell’abitacolo, non resta che tentare la fuga con la sua auto vistosa, e così parte a tutta urtando, non volutamente ma perché ci vede poco, contro due auto della polizia e poi esce dal parcheggio del supermercato a tutta velocità. Con le altre auto intatte iniziamo un inseguimento ma dopo due curve e un incrocio ne perdiamo le tracce e il gobbo la sfanga anche stavolta: una figuraccia, e infatti i colleghi ora si aspettano un cazziatone dal Comandante, ma io non mi preoccupo perché ho già la risposta pronta. Come previsto, il Comandante con tono sarcastico chiede com’è possibile che ci siamo fatti sfuggire un individuo messo così male, e io con animo sereno rispondo: Semplice, Capo, il Gobbo quanti più handicap ha tanto più è diversamente abile. E lui ci pensa un attimo su e dice: Già, il ragionamento non fa una piega. E così anche noi la sfanghiamo.

Nerobluastro – Un’indagine scorretta del Commissario Emendato

In fondo non c’è niente di strano, pure in passato succedeva che tornavano in auge vecchi riti religiosi o vecchie teorie, addirittura neanche tanto tempo fa c’erano quelli che dicevano che la terra è piatta, questo prima che con il turismo spaziale la gente pubblicasse sui social foto del pianeta visto da lassù, o da laggiù, boh. Ma dopo la Grande Bonifica della cultura e del linguaggio nessuno si aspettava che tornasse a circolare, anche se solo clandestinamente, la comicità dell’avanspettacolo e delle barzellette. Però con tutte le fonti i media i supporti e gli strumenti che la gente ha avuto a disposizione in tanti anni qualcosa poteva rimanere da qualche parte, semmai pure dimenticata, e poi riscoperta per caso. E il caso, nel senso dell’indagine, l’hanno affidato a me, il Commissario Salvo Emendato della squadra “Politicamente Corretto”, a pochi mesi dalla pensione come si usa nei poliziechi. Le barzellette e quelle battutacce da attori del dopoguerra sicuramente si tramandano per via orale, ma non solo, e infatti il Giudice Garanziotti sospetta che le barzellette spesso le raccontino le stesse categorie oggetto delle battute proprio per il modo in cui si diffondono, perché pare che le barzellette sui meridionali le scrivono sui pizzini, quelle sui gay oltre che per via orale si diffondono per via rettale, lo dice Garanziotti e mi fido ma non mi chiedete come, ma alla fine, se anche fosse così, la nostra società non può permettersi l’autoironia.

Questa indagine è partita da un ritrovamento casuale, quando è stata perquisito lo studio del Notaio Palandrana e tra centinaia di testamenti falsi sono state trovate delle raccolte di barzellette pubblicate clandestinamente. Palandrana durante l’interrogatorio ha anche detto dove verrebbero stampate ma chi si fida della parola di un notaio? Così l’indagine ha preso altre strade e ora sono in cerca di una stamperia chiamiamola internazionale che pubblica raccolte di barzellette in varie lingue, e il posto più adatto per una cosa del genere è il quartiere delle minoranze etniche dove anche gli indigeni hanno attività illecite ben avviate. Qui ad esempio c’è il cambiavalute, tu gli dai soldi buoni e quello te li cambia in banconote per il doppio del valore però false. Là, dietro quella saracinesca mezza arrugginita e senza scritte, si nasconde “L’Orso Peloso”, il locale dove si organizzano feste per il cambio di stato civile in cui le donne si scatenano con ballerini nudi diversamente normodotati. Ah, guarda chi c’è, il povero Diotivede, sta scannerizzando con gli occhi una ragazza che viene pagata per agevolare piacere sessuale senza coinvolgimento sentimentale, lui non è un nostro informatore ma questa può essere l’occasione buona per diventarlo. –Ciao Diotivede, dai un’occhiata agli strumenti della lavoratrice? -Chi si vede! Buonasera Commissario, no, prendevo un po’ d’aria. -Fatti tuoi, però visto che sembri pratico del posto, ti propongo un affare: tu mi indichi dove stampano questi libricini e io in cambio faccio finta di non averti visto e non segnalo a quelli del Welfare come passa il tempo il signor Diotivede che da molti anni percepisce il sussidio per i non vedenti. -Ah, Commissario, un ricatto non è un’azione corretta. Beh, questi posti così sporchi hanno almeno il pregio di fornirti quello di cui hai bisogno e da un bidone di spazzatura accumulata in dispregio della raccolta differenziata afferro un punteruolo arrugginito e lo punto verso la faccia del cieco che sgrana gli occhi e, per intenderci meglio, gli spiego come la vedo io: Vero, ma forse sarebbe più corretto che io con questo oggettino ripristinassi l’armonia tra la realtà e la tua condizione sanitaria ufficiale. Lui non aveva capito proprio tutto tutto ma il senso generale l’aveva afferrato bene e allontanandosi dalla ragazza mi disse: Un cieco sviluppa gli altri sensi, ad esempio l’olfatto. Guardi quei gatti, perché si infilano in quel vicoletto? Perché c’è una pescheria. E perché c’è una pescheria in un posto così sporco? Perché la puzza di pesce serve a coprire l’odore delle stampe fatte con vecchi macchinari trovati chissà dove. E’ vero, ormai abbiamo così poca familiarità con la carta stampata che ci dimentichiamo quanto può puzzare soprattutto quando si tratta di una pubblicazione dozzinale. Grazie, ragazzo, ci vediamo, dico lasciando Diotivede che riprende ad annusare la ragazza agevolatrice e le chiede se fa sconti per i diversamente vedenti.

Infilo il vicolo e scopro che il cieco ci aveva visto giusto, spio da una finestra e vedo qualcuno attorno a una grossa stampante, impugno la pistola, che non ho voluto usare con Diotivede per non dare nell’occhio, e col classico calcione sfondo una porta che già era mezza marcia, e vedo che dentro ci sono tre persone, ci sono un francese un inglese e un napoletano: ora ci sto dentro fino al collo.

Nerobluastro – Il pescatore favoreggiatore

Prima che tramontasse il sole un vecchio pescatore si era assopito appoggiato a un albero e da lontano si faticava a distinguerlo perché la sua pelle raggrinzita era dello stesso colore della corteccia dell’albero cui era appoggiato e la sua bocca distesa in una specie di sorriso era simile a un solco nella pianta. Ma succede sempre che quando uno vorrebbe starsene in pace arriva un rompiscatole, quella volta si trattò di un tipo messo male che correndo fece rumore e svegliò il pescatore. Allora il tipo gli disse: Sono un assassino e ho fame fretta e sete, perché era un assassino carogna infame ma le cose le elencava in ordine alfabetico. Il vecchio spezzò il pane e verso il vino che non poteva negare a uno che moriva di fame e sete, e meno male che aveva i bicchieri di plastica perché quel tipo gli faceva un po’ schifo. Poi, senza neanche ringraziare perché sperava in qualcosa di meglio che pane senza companatico e vino, l’assassino riprese la sua fuga, e gli venne la memoria di qualcosa che era insieme un rimpianto e un dolore, il ricordo di aprile quando a casa sua da Pasqua fino alla domenica successiva si abbuffavano di capretti torte salate pastiere colombe uova di pasqua e poi dopo quelle abbuffate gli venivano dei tremendi dolori di pancia.

Ormai al vecchio il sonno era passato ma ancora non si decideva ad alzarsi e tornare a casa, e mentre non si decideva arrivarono due gendarmi con le armi e i pennachi regolamentari e a cavallo, per muoversi meglio sull’argine del fiume, e chiesero al pescatore se lì vicino fosse passato un assassino. Il vecchio rispose: E da cosa avrei dovuto riconoscerlo? Non è che gli assassini quando incontrano qualcuno si presentano dicendo: “Piacere, sono un assassino”. Uno dei gendarmi disse che quest’assassino qui aveva una brutta faccia da carogna e l’altro annuiva ma il vecchio replicò: Ma voi gendarmi siete ancora fermi a Lombroso. Non avete letto “La banalità del male” di Hannah Arendt? I due gendarmi si guardarono in faccia sconcertanti, poi uno, stufatosi di quelle risposte, rivolse un dito minaccioso al pescatore e disse: Bada bene, se scopriamo che hai aiutato un assassino vai in galera per favoreggiamento! poi girarono i cavalli e ripresero il loro cammino. Il vecchio si rialzò perché i cavalli avevano approfittato della sosta per liberare gli intestini e lì non si poteva restare e molto lentamente si diresse verso la sua casa dove in realtà non aveva piacere di tornare. A casa infatti l’aspettavano, si fa per dire ma in realtà a loro non gliene fregava niente, la moglie Rosa e il figlio Farabundo. In paese tutti conoscevano bene la bocca di Rosa, per quello che era capace di dire e anche di fare, perché lei era una pettegola maligna e quando parlava faceva delle smorfie marcate come ad accentuare l’autorità delle sue maldicenze, ma va detto che in fondo era democratica perché non si accaniva su nessuno in particolare e nessuno tralasciava, compresi il marito e il figlio. Quest’ultimo aveva lasciato presto la scuola perché non sopportava l’idea di dover studiare matematica, diceva di essere un artista e che i freddi numeri erano per le persone mediocri, e il padre avrebbe voluto che almeno imparasse il mestiere del fabbro andando a bottega dallo zio, ma quello niente, si comprò una chitarra a 5 corde, in realtà era a 6 corde ma il mi cantino era spezzato e non aveva voglia di sostituirlo, e strimpellava noiose canzoni impegnate di sua composizione messe insieme alla bell’e meglio, anzi alla brutt’e meglio, scopiazzando cantanti francesi e americani, ma intanto aveva ormai compiuto 40 anni e continuava a vivere sulle spalle dei genitori.

Il pescatore, non avendo nessuna voglia di sentire le dicerie della moglie e le lagne del figlio, quella sera impiegò due ore per tornare a casa. Ma quando vi si stava ormai avvicinando notò folla e luci, cosa insolita per quel posto a quell’ora, e avanzando si accorse che erano proprio davanti a casa sua e le luci erano delle auto della polizia, sentiva che avevano ammazzato due persone e si faceva largo tra i curiosi e gli agenti dicendo che era il padrone di casa, e dentro trovò i due gendarmi di prima che, capita la situazione, lo invitarono a riconoscere i due corpi, e poi si guardarono in faccia e uno disse all’altro: Ecco, ora si accorgerà di cosa può significare aiutare un assassino. Ma quando il vecchio pescatore tornò da loro dicendo che i due cadaveri erano di sua moglie e di suo figlio aveva un solco lungo il viso che sembrava una specie di sorriso.

Nerobluastro – presentazione e primo racconto

Avete passato un anno a leggere gialli neri e polizieschi, ma ora per l’estate gli editori e le poche edicole rimaste si preoccupano di farvi cambiare un po’ aria e vi offrono polizieschi neri e gialli. La Zeriba Illustrata non vuole passare per snob e ogni domenica di agosto vi proporrà un raccontino del genere veloce veloce, ma non sarà proprio nero perché bisogna averci la vocazione e la cultura specifica, sarà piuttosto nerobluastro, cioè come il colore dell’inchiostro gentilmente consentito, in alternativa al nero fondamentalista, per la compilazione dei moduli analogici quando non si faceva tutto on line. Del resto se avete mai fotocopiato un foglio scritto con inchiostro blu sapete che il risultato è una schifezza, proprio come i racconti che potrete leggere qui. E per rispettare un’altra tradizione estiva, anche se più propriamente televisiva, solo il primo racconto sarà una replica, già pubblicato su questo blog qualche anno fa e leggermente modificato per l’occasione. Buona Lettura.

Un’inchiesta dell’Ispettore Bartleby

La mattina del solstizio d’estate la Signora Nippers telefonò alla polizia visibilmente agitata, anzi udibilmente agitata, e urlò che al risveglio aveva trovato suo marito Mister Turkey visibilmente morto, disteso accanto a lei nel letto come l’aveva lasciato la sera prima di addormentarsi, ma con un pugnale nella schiena che la sera prima non c’era. Nel quartiere la coppia era molto chiacchierata, si diceva che quel pollo di Turkey, grande grosso e fesso ma ricco, si era fatto abbindolare da quella ex spogliarellista, che l’aveva sposato per soldi e gli metteva le corna senza che lui se ne accorgesse; soliti pettegolezzi, gelosie, pregiudizi. Il caso fu affidato all’Ispettore Bartleby, che arrivò sommessamente sul luogo del delitto, mentre altri poliziotti erano indaffarati nei rilievi del caso. Il Sergente Gingernut gli andò incontro e gli indicò i vari presenti, poi gli chiese: Vuole interrogare la moglie, unica testimone? L’Ispettore, senza voltarsi a guardare la signora, rispose: Avrei preferenza di no. Il Sergente allora gli chiese se voleva sentire il maggiordomo, la domestica e il giardiniere, ma Bartleby rispose: Avrei preferenza di no. Il Sergente era perplesso ma a un certo punto si illuminò in viso, perché uno della scientifica aveva una torcia in mano  e nella confusione gliel’aveva puntata in faccia, e allora disse: Ispettore, ci risulta che il defunto aveva altri eredi; vuole che li convochiamo? E Bartleby rispose: Avrei preferenza di no. In quel momento si trovò a passare il medico legale e il Sergente, come se volesse fermare una corriera che stava partendo, gridò: Vuole sentire il responso del medico? E Bartleby, guardandosi le scarpe, disse:  Avrei preferenza di no.

Il caso fu archiviato.

Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori

Racconti a colori – La luna giallo paglierino

Sulla Terra ormai chi guardava in su guardava Marte e non più la Luna. I poeti gli innamorati i pastori erranti i sognatori gli avventurieri si rivolgevano a Marte, miravano a Marte, e la Luna diventava sempre meno importante, e così successe che lei che già viveva di luce riflessa somatizzò questa perdita di attenzione perdendo anche luminosità, il suo colore non era più brillante ma diventò giallo paglierino. Solo gli animali continuavano a considerarla, anche se notavano il cambiamento, ad esempio i lupi quando si mettevano in posa per ululare si accorgevano che la scenografia non era più suggestiva come una volta. E accadde che un uccello notturno del colore del cielo scuro, di cui in genere a stento si vedeva solo il becco, notò che qualcosa era cambiato e voleva capire cosa era successo, e pensava di poter volare fino alla luna, e ormai aveva un unico pensiero e non si accorgeva che per quanto  volasse la luna era sempre lontana e non poteva  raggiungerla e non si accorgeva neanche di essere allo stremo, finché sfiancato cadde a terra morto. La mattina dopo, con la luce del sole sul marciapiede chiaro, quell’uccello nero ebbe il suo unico momento di visibilità, ma quel momento fu breve perché fu raccolto pietosamente dallo spazzino che con la paletta lo buttò nel bidone del suo carrettino, e a una signora che passava disse: “Ormai si trova di tutto per terra. Non mi meraviglierei una di queste mattine di trovare per terra pure la Luna che ormai non serve più a nessuno e mi toccherà pure di raccoglierla.” La morale di questa storia è che la gente parla a vanvera.

Racconti occulti – Ghiandaie dell’Inferno

Roberta era molto pigra, non lavorava e non studiava, il massimo del suo impegno era vedere i documentari sulla natura stravaccata sul divano. Quando suo padre Giovanni morì lei ne ereditò la cotoniera ben avviata nella quale il suo compito era incassare i guadagni, al resto provvedeva il personale. Vendette la casa paterna e si comprò una villetta in un parco. Di una decina di villette a schiera la sua era l’ultima, oltre c’era uno stradone che portava da qualche parte e dall’altro lato della strada un terreno abbandonato con solo una quercia rinsecchita, sul quale un giorno avrebbero costruito un altro schieramento di villette. Non avendo impegni Roberta aveva un sacco di tempo per guardarsi intorno e notava che tutti i suoi vicini avevano il prato davanti casa bello verde curato e fiorito e poi davanzali e balconi pieni di piante anch’esse ben curate e con fiori dai colori vivaci. Solo la casa di Roberta faceva eccezione perché lei non aveva il pollice verde, non sapeva dare alle piante la giusta quantità d’acqua, la corretta esposizione al sole e così fiori e piante si ammalavano rinsecchivano e quelle che non morivano si suicidavano. Roberta però avrebbe voluto una casa in fiore come le altre e iniziò a farsene un dramma e a non dormirci la notte. Finché una notte i vicini sentirono un urlo e il rumore di un vaso rotto a terra e qualcuno dalla finestra la vide uscire e camminare mogia verso lo stradone e poi sedersi su un paracarro. Qualcuno più ficcanaso o insonne degli altri raccontò di averla vista parlare nel buio con una figura misteriosa che metteva i brividi, un uomo alto e curvo, con un grosso cappello e un grosso mantello. Dal mattino successivo l’erba del prato di Roberta iniziò a crescere e le piante sui balconi a fiorire e in poco tempo la sua villetta diventò la più colorata del parco, una casetta di quelle che si vedono nelle cartoline. Passavano i giorni e ogni vicino si era ormai rassegnato a non avere la casa più fiorita del parco, quando un mattino uno di loro fu avvicinato da Roberta che gli chiese se aveva sentito quel versaccio della ghiandaia che l’aveva tenuta sveglia tutta la notte e il vicino fu contento di poterla contrariare rispondendo che aveva sentito solo la solita civetta ma nessuna ghiandaia che da quelle parti non ce n’erano. Allora di questa cosa Roberta preferì non parlare più con i suoi vicini, ma dato che continuava ad avere queste visioni o incubi si confidò con chi poteva capirla, i suoi amici ricchi e sfaccendati, ai quali confidò che era tormentata tutte le notti da queste ghiandaie dell’inferno col loro verso demoniaco, ma i suoi amici si dimostrarono insensibili perché capaci di dire solo che non sapevano che all’inferno ci fossero le ghiandaie, e il più stupido di tutti disse che le fiamme dell’inferno avrebbero dovuto rosolare per benino le ghiandaie che chissà se sono buone da mangiare. Peggio di tutti, la sua vecchia e nevrastenica compagna di scuola Zymilde si rivelò pure indiscreta perché racconto agli altri che Roberta le aveva confidato che per ottenere il dono del pollice verde aveva venduto l’anima al diavolo, la figura misteriosa di quella notte, e ora le ghiandaie venivano a tormentarla perché mantenesse il suo impegno. Passarono altri giorni e soprattutto altre notti tormentate fino a quella in cui si sentì un urlo terrificante venire dalla sua villetta, i vicini videro tutte le luci spegnersi all’interno e pensarono opportuno tornare a dormire. Nessuno vide Roberta la mattina dopo né le mattine successive. A poco a poco le piante rinsecchirono, il prato era sempre più incolto, poi una mattina arrivò una ghiandaia in quel parco, si posò un attimo su una persiana già cadente della casa di Roberta, ma si accorse che tutti i vicini la guardavano e intimorita volò via.