Cure fai da te

Linus e La Gazzetta dello Sport in occasione del Giro d’Italia hanno realizzato un numero speciale intitolato Extralinus con racconti e fumetti su ciclismo e biciclette più alcuni classici (Peanuts e Calvin & Hobbes) che non hanno bisogno di pretesti. E tranne i classici che non hanno bisogno di commenti qualcosa di buono c’è, come ad esempio due raccontini di Giorgio Scerbanenco e il fumetto di Alessandro Tota, poi c’è anche una cosa per fortuna breve dello scrittore parlante ma non è la sua peggiore.

21st Century Schizoid Cycling

Il ciclismo non è un mondo a parte che ha i suoi valori e propone un diverso modello di vita e in un mondo schizofrenico non è un’eccezione. La schizofrenia la vedi per strada e dilaga nei media: l’altro ieri in un tg l’allarme per il ritorno del covid e la necessità di osservare le famose regole è stato seguito da una lamentazione per il turismo che è ostacolato proprio dall’osservanza delle stesse regole, e poi l’invito alle forze dell’ordine a vigilare contro i parcheggiatori abusivi era mixato con un servizio in cui invece si scherniva un vigile definito zelante per aver multato degli sposi troppo chiassosi. Così il mondo del ciclismo invoca la sicurezza ma la parte non pedalante è affetta da un sadismo che si manifesta soprattutto nella scelta dei percorsi con l’inserimento di muri anche al 30% e tratti di sterrato. Clamoroso il caso che nessuno nota dell’ex Pozzato che ha organizzato il campionato italiano e ora che non tocca più a lui pedalare vi ha inserito una stradina in pavé che starebbe meglio nel fuoristrada. Il Lombardia da qualche anno ha il problema della Colma di Sormano che culmina in un muro ripidissimo seguito da una lunga e pericolosissima discesa, basterebbe dire che l’ha scovato il Sergente Torriani. Eppure col caldo e la preparazione precaria se almeno quest’anno giravano da un’altra parte non c’era il rischio che vincesse Démare o Ackermann. Tre anni fa in quei tornanti vari corridori precipitarono nel vuoto ma la discesa è ancora là e protezioni in più non sono state previste. Nibali che alla sua età o forse solo in questa fase della stagione non riesce più a staccare gli avversari in salita si è buttato per quella discesa come pochi sanno fare. Il giovane Evenepoel, che è un fenomeno ma comunque sopravvalutato per i limiti che ha in volata in discesa e sul pavé, cercando di non farsi staccare è volato oltre un muretto fratturandosi il bacino. La Trek di Nibali intanto aveva fatto la selezione decisiva e si è formato in testa un gruppo di 6 di cui 3 della Trek che sono riusciti ad arrivare quarto quinto e sesto, mentre Fuglsang si sentiva talmente bene che non ha sfruttato neanche tanto il gioco di squadra con Vlasov e si è portato dietro Bennett finché gli stava bene per poi lasciarlo. Fuglsang ha impiegato anni per capire che doveva lasciar perdere i grandi giri e puntare alle classiche. Chi invece ha impiegato meno anni a capire la differenza tra Giro d’Italia e Giro delle Pesche Nettarine è stato Formolo, ma ha cambiato squadra e il suo nuovo team sarà pure diventato più ricco ma continua a non capirci molto e l’ha inviato al Delfinato, dove almeno ha vinto una tappa, e qui ha puntato su Ulissi che se non ha vinto quest’anno non vincerà più. Dopo la corsa la RAI ha proposto pochi minuti di commenti pomposamente denominati “Processo” ma il conduttore Orlando è il personaggio meno indicato per un ruolo che dovrebbe essere quasi da accusatore rompiscatole discutendo delle cose che non sono andate bene, al punto che in presenza di Vegni ha avuto la faccia di dire che è andato tutto ma veramente tutto bene, dimenticando il volo di Evenepoel e l’incidente capitato a Schachmann nel finale, quando un’anziana automobilista non contenta di essere entrata nel percorso ha tagliato la strada al tedesco che è sbattuto contro l’auto rompendosi la clavicola. Ai tempi di Torriani i ciclisti sul Sormano si fermavano stravolti, venivano spinti, erano belle scene per gli spettatori sadici, ma oggi che i ciclisti sono più preparati neanche quello basta più e allora per fortuna c’erano le immagini della caduta e dell’incidente da mandare più volte da tutte le angolazioni possibili, e quando ancora non erano arrivate le prime immagini di Evenepoel la regia senza avvisare ha mandato il filmato del volo di De Plus di tre anni fa e qualcuno ha equivocato creando ancora più allarme e confusione, e della sicurezza se ne parlerà un’altra volta, ma sempre per scherzo, perché se davvero un giorno dovesse esserci più sicurezza chissà cosa dovrà inventarsi la tivvù per un pugno di audience, forse dovrà copiare la gazzetta e mandare il gossip su quell’ex ciclista figlio di ciclista o i video di Letizia Paternoster.

La Zeriba 10 – e lode

Da quando negli anni 90 è stato inventato il termine brit-pop per definire un genere musicale che in realtà si può dire nato agli inizi dei 60 col merseybeat i musicisti britannici hanno creato più gossip che pop brillante e se si escludessero scozzesi e gallesi che hanno la musica nel sangue e ci si limitasse agli inglesi il quadro sarebbe ancora più sconfortante dominato da gruppi inutili e presuntuosi. Una delle più grandi eccezioni è tutta degli anni 10 con i londinesi Django Django che compongono canzoni tra XTC e Canterbury con più strumentazione anche elettronica e nel 2015 hanno inciso Born Under Saturn che io consiglierei a tutto lo zodiaco.

Break The Glass

Quindi più synth e più ritmo rispetto al britpop standard, a volte come fossero un mix di XTC Depeche Mode e Chemical Brothers quelli più psichedelici.

Shot Down

La Zeriba Suonata – 1900 lire

Dagli anni 80 agli anni zero anch’io a volte ho comprato dischi per corrispondenza, c’erano negozi che penso esistano ancora che avevano una pagina di pubblicità sui mensili musicali e inviavano per posta i loro cataloghi fitti di titoli, si passava molto tempo a leggerli tutti, a sottolineare o evidenziare, e anche poi inevitabilmente ad assottigliare, e le liste iniziavano sempre dalle offerte in ordine crescente di prezzo. I primi titoli costavano 1900/2900 lire ed erano rassicuranti perché sono stati lì per anni, e uno pensava che dovevano essere davvero brutti se nessuno li prendeva neanche se glieli tiravano dietro. E invece no, c’erano nomi validi, chissà perché non avevano il cosiddetto favore del pubblico, motivi misteriosi, non li avete presi allora e oggi dovreste sborsare ben più di quell’euro che costavano perché ora sono oggetto di culto. Due gruppi li presi all’epoca e un terzo l’ho recuperato in altro formato ma glissiamo.

C’erano ad esempio i dB’s che, guidati da Peter HolsappleChris Stamey, facevano un power pop davvero brillante,  l’anello di congiunzione tra XTC e REM (tutti nomi di tre lettere), una versione leggermente new wave di Alex Chilton e Flamin’ Groovies. 

Neverland

Gli Alley Cats suonavano un rockabilly influenzato dal (post)punk, ma erano superati a destra dai revivalisti Stray Cats e a sinistra da selvaggi fuoriclasse come Cramps e Gun Club. Però anche la loro musica si ascoltava con piacere.

Escape From The Planet Heart

Infine abbiamo i fratelli Nikki Sudden e Epic Soundtracks, che non erano fratellastri, avevano scelto quei curiosi nomi d’arte perché non gli piaceva il loro cognome Godfrey, gli piaceva invece la fantascienza di Gerry Anderson da cui presero il titolo per il primo album A Trip To Marineville. La loro musica era più che altro psichedelia e rumorismi vari con qualche scheggia di punk mancuniano, ma si può dire che erano un autentico gruppo punk: più voglia che capacità di suonare e dischi autoprodotti, anche se poi la Rough Trade li comprò tutti. Il loro gruppo si chiamava Swell Maps, ma poi i due hanno continuato con altri vari progetti tra cui il più famoso è stato The Jacobites. Da quel primo album vi propongo Blam!! con due punti esclamativi, uno per fratello.

Blam!!

E dal secondo album eccovi Border Country con strumentazione non proprio ortodossa.

Border Country

E ora in chiusura vorrei chiedervi solo una cosa: se non li avete comprati a suo tempo questi dischi, cosa ne avete fatto allora di quelle 2/3 mila lire, cosa ci avete comprato?

La Zeriba Suonata – una canzone per il 2020

Tra Rockerilla cui è rimasto solo il nome e Rumore spappolato preferisco un altro mensile che ha il coraggio di scrivere cose controcorrente, intendendo per corrente quella del rock giovane e alternativo, e di interessarsi anche a musicisti e generi almeno apparentemente estranei a un certo immaginario, e ciò nonostante i residui ideologici di alcuni collaboratori forse tra più vecchi a volte suonino un po’ assemblea studentesca anni 70. Però è anche il giornale su cui scrivono uno storico come Riccardo Bertoncelli e un eterno curioso come Vittore Baroni, e trovare su quel giornale che come disco del mese, anzi dei due mesi luglio e agosto, abbiano scelto Mordechai dei texani Khruangbin, già ospiti di questo blog, è una sorpresa, un po’ come quando una classica importante viene vinta da un ciclista con poche vittorie ma che sta simpatico e sei convinto che i numeri ce li abbia, facciamo Vansummeren alla Roubaix. Finora i Khruangbin, comunque difficili da etichettare, sembravano un gruppo quasi lounge e non è che col nuovo disco la musica sia cambiata di molto, però un po’ sì, c’è più funk, anche un accenno di dub e c’è più spazio per le voci. Dal vivo direi che sono uno degli spettacoli più gradevoli e senza scenografie né effetti speciali, ma per quella sensazione di flusso continuo non solo musicale che forniscono. Lui, il chitarrista Mark Speer, con la sua chitarra che a volte ricorda il Santana più lounge (e dire che il messicano non è mai stato uno dei  miei preferiti) e lei, Laura Lee e da poco anche Ochoa cognome del nonno, con il basso e con quel sovrappiù estetico che nonostante non sia giovanissima stimola sinesteticamente i sensi del pubblico maschile, si muovono lenti e sinuosi per il palco, si inchinano al pubblico facendoti sospettare che lo stiano prendendo per il culo, a volte eseguono danze di corteggiamento, e poi sullo sfondo c’è il batterista Donald Johnson che sembra quasi estraneo al gruppo, non indossa la divisa sociale consistente in una lunga parrucca bruna e sembra che stia lì per fare i mestieri, il mestiere del batterista, e invece è nel gruppo dagli inizi avendo conosciuto Speer quando entrambi cantavano in un coro gospel, mentre solo dopo è arrivata Laura. I Khruangbin dicono di essere influenzati dalle musiche di vari paesi, esotici sia per noi che per i texani, ma la loro musica, come dicevo, finisce per suonare come un unico flusso organico (anche se questa espressione potrebbe far pensare a sostanza secrete dall’organismo ma non intendevo quello). E per me in Mordecai c’è anche una delle canzoni e dell’anno, e anche il video è uno dei più belli dell’anno, un brano ballabile e malinconico allo stesso tempo, quindi adatto per questo 2020 che è venuto difettoso.

So We Won’t Forget

E poi all’interno del disco ci sono i disegni.

sensazionale

La Gazzetta riesce sempre ad andare sotto le più rosee aspettative. L’ho comprata dopo tanto tempo per un inserto sulla stagione ciclistica e ho trovato una (per me) nuova rubrica intitolata  “dentro la notizia” con commenti tra cui uno sulla vittoria di Evenepoel a Burgos, e la cosa bella è che il commento c’è ma è la notizia che, girando e rigirando il giornale, non si trova. Ma forse la Gazzetta è avanti e con i nuovi media che ti danno le notizie in tempo reale ritiene che il quotidiano debba dare altro, commenti appunto, e allora aspetto il giorno in cui sul giornale non ci siano più risultati e classifiche del pallone. Ma a proposito di Evenepoel viene fuori una cosa interessante, perché si parla tanto di lui come fenomeno per la giovane età, la cosa fa sensazione, ovviamente autorizza i sospettoni a sospettare, ci siano pure i fenomeni 14enni negli altri sport (che poi uno per ragazzi di quella età dovrebbe forse porre altre domande) ma giovani ancorché maggiorenni nel ciclismo puzza, no? Ebbene, se anche vincesse il Giro, il ragazzo Evenepoel  non sarebbe il più giovane vincitore della storia perché era ancora più giovane di lui un ciclista eroico dei tempi eroici ancorché informatissimo più dei medici sui preparati, presumo eroici, da assumere o meno.

Remco e la sua ex che ha lasciato perché gli ricordava una cartina altimetrica, e invece c’è bisogno di staccare dal ciclismo almeno nei momenti intimi.

La Zeriba Suonata – gemelle separate

Hanno molto in comune: entrambe sono nate nel 1977, entrambe nel 1996, a soli 19 anni, hanno pubblicato la loro prima opera nei rispettivi settori artistici, in entrambi i casi è stato un esordio molto apprezzato, ed entrambe, anche se non si somigliano, sono belle di una bellezza autentica e non plastificata, ma, poiché nessuna è perfetta, entrambe sono molto poco prolifiche.

Chiara Zocchi è nata a Varese. Nel 1996 ha pubblicato Olga, edizioni Garzanti con in copertina un disegno a pastello di un quasi irriconoscibile Matticchio. Quando è in pieno vigore lo schiamazzo notturno e anche diurno degli scrittori cannibali, Chiara scrive il diario di una bambina che ha un padre violento che finisce in galera e un fratello violento e drogato che muore di aids, e con queste premesse si potrebbe pensare a un altro effimero libello cannibalesco o a una cosa pallosa e risaputa, e invece non c’è niente di splatter e l’occhio bambinesco e ingenuo della protagonista rende la lettura finanche divertente, e anni fa quando arrivai alla fine del libro avrei iniziato a leggerlo da capo, ma invece l’ho rifatto solo in questi giorni, anche per questo post, e la lettura è sempre un piacere. Ricordo che su un giornale dell’epoca, forse Comix, proprio uno della generazione cannibale, lo scrittore fasullo Aldo Nove, scrisse un articolo soltanto sulla bellezza della ragazza incontrata in un programma televisivo. In seguito Chiara Zocchi ha fatto studi universitari, ha scritto poco, articoli per giornali retrogradi come L’Avvenire e Rolling Stone, e solo nel 2005 ha pubblicato un altro libro intitolato Tre voli sempre con Garzanti, ma poi l’ha rinnegato. Le ultime notizie relative a compiti scritti ci dicono che è suo il testo per un libro pop-up di Valerio Berruti intitolato La giostra di Nina e pubblicato da Gallucci. Ma oltre allo scritto lei fa  anche l’orale, canta le sue bislacche canzoni, semmai alternandole a letture di brani di Olga, come in questa sua esibizione da artista di strada

sotto i portici di Bologna.

Fiona Apple è di New York e poco più che bambina ha vissuto esperienze peggiori di quelle di Olga, come lei stessa ha più volte raccontato. Di queste e altre brutte storie sono pieni i testi delle sue canzoni, dal primo album Tidal a Fetch The Bolt Cutters che è uscito in questi giorni. Le due protagoniste di questo post si sono “incontrate” di nuovo nel 2005: quando Chiara pubblicò il secondo libro lei era “già” al terzo disco, tra l’altro uscito dopo contrasti vari. In 25 anni ha pubblicato solo 5 dischi e per l’ultimo ci si è messo pure il covid a rimandarne più volte l’uscita. La sua musica è folk, blues, canzone americana da Joni Mitchell al musical passando per Suzanne Vega, e abitando entrambe a New York può darsi pure che lei ci è davvero passata da Suzanne Vega, ma secondo me poi ha suonato il citofono e se n’è scappata. A proposito di musical ascoltate e vedete la bellissima Paper bag, su When The Pawn del 1999, accompagnata da un video con ballerini molto “ini”. Il nuovo album è stato molto ben accolto dalla critica, ma di certo non è il più immediato all’ascolto, anche se il suo unico vero difetto è la brutta copertina dove si vede un dettaglio del viso con un occhio sgranato che, tra l’altro, anziché far apprezzare la bellezza dei suoi occhi, la fa quasi assomigliare a quella politica burina che si è autoproclamata difensora delle partite iva. Ma, a proposito di latrati, vi propongo la title-track in cui alla fine si sentono anche i  suoi cani che però sono regolarmente accreditati sul disco e chissà che non abbiano aperto anche loro una partita iva.

Fetch The Bolt Cutters

Non è un paese per illustratori

Questa è una normale edizione italiana di un libro per ragazzi come ce ne sono tante: c’è il nome dello scrittore o come in questo caso della scrittrice, il titolo, la casa editrice che qui è una delle maggiori, un’illustrazione e il prezzo, qui economico. E apparentemente non c’è nient’altro e invece c’è un gioco, una specie di caccia al tesoro, perché si tratta di trovare il nome dell’illustratore, che non sempre o quasi mai è l’autore stesso del racconto, ma chi sarà, dove sarà scritto? In quarta di copertina, o nel risvolto, oppure in quarta o quinta pagina, scritto piccolo, perché non pare importante. Eppure l’illustratrice del libro sopra non è una qualunque, si tratta di Anna Laura Cantone che ha vinto premi, fa disegni simpatici e simpatica sembra anche lei, ha uno stile caratteristico e riconoscibile che come si dice ha già fatto scuola, ha realizzato con Enzo D’Alò dei film animati, ma come il gufetto protagonista del libro ripeteva di avere paura del buio così io ripeto che l’Italia non è un paese per illustratori. Cioè a lavorare mi sembra che si lavori, quanto si guadagna non so, ma la gloria qui è pochina, ristretta al settore, eppure qui c’è il Premio Andersen, il più importante premio per i libri per ragazzi, e ci sono mostre, ma di nicchia e dentro una nicchia si sta scomodi a disegnare, non puoi muovere bene le braccia e non puoi appoggiare il foglio. Anche il settimanale Internazionale, che è quello che da più spazio agli illustratori, a volte ne scrive il nome piccolo piccolo in un angolo del disegno. Qui sono apprezzati soprattutto quelli che sanno disegnare culi femminili, per cui se siete ragazzi e da grandi volete fare i disegnatori esercitatevi a disegnare quello per quando Manara andrà in pensione.