Le corse vere hanno le curve

Anche l’ultimo dei Moser, Moreno, lascia il ciclismo e ogni commentatore sociale vuole imporre la sua certezza: da chi ipotizza un ricorso al doping nei primi anni a chi tira in ballo i cattivi esempi in famiglia, ma io ricordo che quando fu protagonista di una lunga fuga al Mondiale under 23 del 2010 si disse che già aveva pensato di abbandonare, e per diventare buoni corridori se non campioni non bastano le doti fisiche, ci vuole la testa, la sua forse vagava altrove e va bene così; pure Venturelli, il più grande talento sprecato della storia del ciclismo, diceva di non avere rimpianti. Per uno che va via ecco uno che ritorna: Peter Sagan. Un mese fa aveva corso una buona Roubaix, era arrivato quinto perché aveva rinunciato alla volata per il quarto posto e per tutti era in crisi. Ieri ha vinto in California battendo un Mc Pinco qualunque e per tutti è tornato, forse non guasterebbe un po’ di senso delle proporzioni. Anche al Giro, va in fuga il giapponese superstite Sho Hatsuyama e lo scrittore Genovesi ne parla come di una impresa alla Chiappucci e prevede che domani ci saranno lungo la strada cartelli inneggianti al giapponese. Certo, se li scrive lui, perché Sho dimostra di non valere mezzo Maestri e il gruppo lo va a prendere senza sforzarsi più di tanto. Però Genovesi, che principalmente racconta aneddoti degni delle rubriche di curiosità nei giornali di enigmistica, ne approfitta per tirare fuori la vecchia tiritera secondo cui la sofferenza fa parte della cultura giapponese, e se fosse così chissà che goduria laggiù a vedere questa tappa in cui non è successo niente, si è corso piano e pure il TV di Démare e il GPM di Ciccone sono stati pacifici. Ma tutto quello che non è successo in corsa è successo dopo. Nell’ultimo chilometro ci sono due curve e sembra un arrivo ideale per qualche invenzione di Ewan o, in subordine, per qualche pistard come Viviani. In fondo i lunghi rettilinei sono favorevoli all’esercizio della forza bruta da parte del tedescone di turno, le curve stimolano la fantasia, anche se qualcuno potrebbe opporre che quando alla Parigi Tours si faceva tutta l’Avenue de Grammont quante cose succedevano e che pathos in quei due km. Però le curve sono più lontano dall’arrivo di quel che pensavo, Ewan rimane indietro e solo nei replay lo vediamo arrancare addirittura alla ruota di Mareczko, ed ecco che viene fuori Viviani ma chissà se vede una curva che non c’è o forse, dopo aver sbagliato ieri col pulsante del cambio, vuole stavolta premerlo sulla ruota di Matteo Moschetti, fatto sta che devia di molto e vince, ma danneggiando Moschetti che era molto ben lanciato e non è un’esagerazione pensare che avrebbe potuto vincere, perché l’anno scorso da continentale batté più volte i professionisti. Comunque al Processo fanno tutti finta di niente, avrei voluto vedere se la scorrettezza fosse stata di un foresto, quindi intervista a Viviani, felicitazioni, applausi, poi arriva la notizia che la giuria sta riguardando i filmati e a ruota segue il declassamento. Franzelli, tra un puntino sospensivo e l’altro, dice che ci siamo rimasti male, ma cosa dovrebbe dire Moschetti, che comunque passa solo dal quinto al quarto posto? Garzelli, non contento di cambiare le finali delle parole,  cambia pure il regolamento e dice che “secondo il regolamento non si potrebbe cambiare traiettoria”. Non si potrebbe? Nel regolamento c’è il condizionale? Intanto Gaviria proclamato vincitore non si trova, e quando lo recuperano ha una faccia mogia come se fosse stato declassato lui e neanche sul palco festeggia, poi dice che Viviani è un amico, è corretto e non ha sbagliato niente. Forse solidarietà tra l’élite dei velocisti contro i giovani che vogliono emergere? Certo, qualcuno penserà che in Italia declassano un italiano, ma in Francia è molto difficile che facciano lo stesso con un francese e per fare un  nome non a caso Démare l’ha fatta franca per scorrettezze peggiori, ma che in Francia si comportino così non è un buon motivo per fare altrettanto in Italia. E a proposito di Italia arriva il supercittì con la sua moviola a mostrarci una lieve scorrettezza di Démare verso Belletti, in realtà spallate reciproche, ma sembra che miri proprio a far squalificare pure il francese. Ma allora è un vizio: è ormai storia del ciclismo (oggi parliamo di storia) il fatto che fu proprio un suo accenno a dove aveva visto allenarsi Rasmussen che provocò l’allontanamento del danese da squadra e Tour. Ma tornando a Démare bisogna dire che, dopo aver toccato e deviato Belletti, è stato a sua volta costretto ad allargare da Moschetti ostacolato e deviato da Viviani. E, anche se ha perso, il giovane velocista qualcosa avrà imparato in questa sua prima volata nei grandi giri, cioè che quando sei al vertice non puoi permetterti di andare dove vuoi. A meno di non chiamarti Démare, ma ceci est un’autre histoire.

Se squalificavano tutti quelli che hanno cambiato direzione vinceva Knees.

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La Liegi del cambiamento

In Belgio qualche tempo fa sono stati più di un anno senza governo e forse pochi ne sentivano la mancanza. In Italia invece abbiamo il governo customizzato, ognuno ne ha la sua fetta, e ci sono giornali che tengono per mezzo governo e criticano l’altro mezzo. Però con quota 100 questo governo ha consentito a Davide Rebellin di potersi finalmente ritirare a giugno dopo i campionati italiani, avendo totalizzato 48 anni di età più 52 anni di attività agonistica. Ma nonostante la sua età neanche lui è mai arrivato nel centro di Liegi. Da quest’anno invece sono stati tolti il Saint-Nicolas e l’arrivo ad Ans vicino al supermercato e si è tornati nel centro di Liegi non lontano dal Boulevard de la Sauvenière passando per il ponte sulla Mosa. Questa è anche l’ultimissima corsa della Sky, poi Puccio e compagni cambieranno sponsor e colori, che ancora non si sa quali saranno, forse, dovendo fare tutto in fretta, dipenderà dalla vernice che riusciranno a trovare, cercando anche nel supermercato di Ans. Il paradosso del ciclismo odierno è che per rendere più spettacolare una corsa bisogna toglierle le salite finali, all’Amstel è andata bene, la Freccia Vallona non vuole provare, per la Liegi una sola edizione è poco per poter giudicare, anche perché la pioggia ha fiaccato ulteriormente i ciclisti. Qualcuno in verità è venuto già fiaccato, come Daniel Martin, poi strada facendo si è ritirato Valverde. Ma non andate di fretta a credere finiti i ciclisti che hanno deluso nelle classiche: Valverde ha esordito ottimamente nelle Fiandre e pure Sagan, che qui non è neanche venuto, alla Roubaix è sembrato il migliore fino a pochi km dalla fine. Ion Izaguirre, intanto, continua ad avere problemi meccanici con una bici presa con la raccolta punti del supermercato di Ans, poi in una curva va dritto forse perché il percorso è cambiato lui è basco i cartelli sono in fiammingo quindi non riesce a raccapezzarsi. Ma oggi la corsa la fanno le seconde linee, quelli che De Zan chiamava i luogotenenti, i gregari, i portatori di borracce, Kangert su tutti, sulla Redoute ci si aspetta gli attacchi dei favoriti, niente, i Deceuninck fanno l’andatura ma non sanno che il loro capitano Alaphilippe non ne ha più, e quando attacca Fuglsang la coppia scoppia, così il finale viene divertente, con uno sparpaglio di corridori tutti a inseguire qualcun altro, Formolo è l’ultimo a staccarsi dal danese e arriva secondo, un domani qui potrà vincere, soprattutto se correrà ancora tanti anni come Rebellin. Fuglsang invece nel finale rischia di cadere ma rimane in piedi con un’acrobazia e lì tutti a ricordare il suo passato nella mtb e a elogiare la multidisciplinarietà, e buon per i Reverberi che erano impegnati a fare una figura barbin(a) con un 16esimo posto al Giro dell’Appennino, perché se fossero stati davanti al televisore avrebbero dovuto tapparsi le orecchie per non sentire. Arrivo nel centro di Liegi anche per la gara femminile, dove cambia l’olandese vincitrice rispetto alla Freccia di mercoledì e alla Liegi dell’anno scorso: la Van Vleuten, visto che le rincorse non le riescono più, ha preferito attaccare per prima e, in attesa che i premi nelle gare femminili vengano parificati a quelli dei maschi, stavolta ha vinto un blocchetto di buoni da spendere nel supermercato di Ans.

Questo post contiene un grave errore per uno che si dice belgiofilo. Se hai scoperto qual’è l’errore invia la soluzione in busta chiusa al supermercato di Ans: potrai vincere un buono per un punto interrogativo.

Più apprezzato dai belgi che dagli italiani?

Statistiche illustrate – I primi di contorno

Una cosa che volevo proporre come una curiosità mi sembra che ci dica in realtà qualcosa di interessante, cioè che la mondializzazione del ciclismo fa un passo avanti e poi uno indietro. Dopo l’entusiasmo per le corse in Africa, arriva la Milano Sanremo e non ci sono né etiopi né eritrei, del resto sembra già terminata l’esperienza nel professionismo di due bandiere come Teklehaymanot e Debesay, e il primo degli africani all’arrivo è il sudafricano bianco Reinardt Janse Van Rensburg, buon 26esimo. Il primo dei baltici è il lettone Neilands 35esimo, che l’anno scorso iniziò l’azione proseguita da Nibali. Non convocati giapponesi e cinesi, il miglior asiatico è il giovane kazako Gidich 88esimo. Gli israeliani non si sa mai a quale continente appartengono, nello sport mi sembra che stiano prudentemente in Europa, comunque l’unico era Sagiv 136esimo. Subito dopo c’è un gruppetto di diabetici che hanno partecipato in massa alla fuga di giornata ma, una volta ripresi, non si sono abbattuti e hanno continuato fino all’arrivo con in testa lo spagnolo Lozano 138esimo, che però la fuga l’ha mancata. Non è stato più vario il Trofeo Binda dove la sudafricana Moolman è arrivata 12esima dopo aver lavorato per Marianna, e neanche qui c’erano cicliste dell’africa nera, però c’era la solida giapponese Yonamine 27esima, mentre le kazake si sono ritirate. Infine l’israeliana Shapira è arrivata 46esima. In chiusura vi propongo pure un gioco: scoprite qual’è il personaggio presente in tutte e tre le vignette sottostanti, cioè nelle foto degli ultimi tre podi della Sanremo. Avete indovinato? Bravi.

Mariannacosplay

Finalmente si comincia a correre sulle strade non asfaltate con la corsa del giornale fiammingo, che è ritenuta un piccolo Fiandre e della corsa principale si è presa il finale dismesso all’inizio del decennio, col passaggio sul Muro per antonomasia e l’arrivo a Meerbeke. Poi, tra una settimana, si correrà sulle strade bianche senesi, che gli esperti ci dicono non essere la stessa cosa del pavé. La corsa senese, che non è più sponsorizzata dalla banca locale che ha avuto altri problemi, è nata per scissione da una corsa amatoriale in costume e attrezzatura d’epoca, definita – si spera scherzosamente – “Eroica” per quella retorica retrograda per cui il ciclismo di una volta era eroico, senza doping (in realtà senza antidoping), a pane e salame per chi poteva permetterselo, perché c’era la miseria, se no solo pane, oppure uova in quantità (cfr. Binda) eccetera. La corsa in costume ha ormai più imitazioni del famoso settimanale enigmistico e dovunque in Italia e nel mondo ci sono “Eroiche”, Mitiche”, “Epiche”, “Laoocontiche”, “Georgiche”, “Bucoliche”, “Liriche” e via con l’Epos, e c’è da sperare che queste corse vengano affrontate col giusto spirito e con senso dell’umorismo, altrimenti diventerebbero solo delle Coppe Cobram. Dal 2015 esiste anche la corsa agonistica femminile e ovviamente Marianne Vos avrebbe voluto aprire l’albo d’oro di una gara che in pochi anni è diventata una classica, e per prepararsi tutta la Rabo-Liv partecipò nel 2014 proprio alla gara amatoriale, che si svolge in autunno e non a marzo come la gara per i professionisti. In quell’anno la Rabo aveva dominato la stagione vincendo Giro e Mondiale, e Marianne aveva in testa un’idea grandiosa: vincere alle Olimpiadi di Rio sia su strada che in mtb. Però c’era qualcosa che non andava: il Giro l’aveva vinto con un grande aiuto da parte delle gregarie che avevano fermato l’unica avversaria, la scalatrice Abbott, anche con qualche scorrettezza, e poi aveva perso il mondiale, battuta dalla compagna Pauline Ferrand-Prévot che stava per completare una tripletta di maglie iridate avendo quella della mtb e in attesa di quella del ciclocross. E all’inizio dell’annata successiva Marianne sarebbe andata in crisi per sovrallenamento, seguita quasi a ruota dalla compagna Pauline che andò in crisi psicologica, da cui sarebbe uscita, secondo il gossip, grazie alla relazione col biker Absalon, un ragazzo d’oro, nel senso delle medaglie. E intanto emergevano le altre gregarie, Van Vleuten, Van Der Breggen, Niewadoma, Brand, che in ordine sparso lasciavano la squadra che poi avrebbe perso anche lo sponsor. Comunque sia, ignare di questo variegato futuro e del fatto che la prima edizione competitiva sarebbe stata vinta dalla americana filo-italiana Megan Guarnier, le ragazze si schierarono alla partenza della corsa amatoriale vestite da Alfonsine Strada (bianca, ovviamente), quasi delle cosplayers, e si fecero fotografare in varie pose divertenti, loro che sul palco delle presentazioni e delle premiazioni sono state le prime a ballare sotto la guida dell’animatrice Annemiek, insomma niente a che vedere con lo stile Sky.

In questa bella foto a colori eroici ammiriamo da sinistra: Paolina con la maglia iridata, Caterina con la maglia verde, Marianna con la maglia rossa, Lucinda con la maglia bianca, un’ospite non competitiva, e accovacciata Rosanna con la maglia di papà Gerardo.

lettere in andata e ritorno

Quelli che la fanno drammatica e seriosa dicono che le parole sono pesanti, possono far male, però non dicono mai quanto pesano le parole. Ma allora poi  ci sono anche quelle più pesanti e quelle più leggere? E qual è la loro unità di misura? I fiumi di parole dei Jalisse dovrebbero misurarsi in litri, e le altre? Per un breve periodo ho creduto che si misurassero in epigrammi, poi, quando ho scoperto che il singolare è epigramma e non epigrammo, ho capito che neanche questa era una valida unità di misura. Che poi queste unità di misura sono convenzioni umane, e se, per dire, il Governo del Cambiamento col reddito di cittadinanza abolisce la povertà, vuol dire che l’importo del reddito di cittadinanza è l’unità di misura della miseria, anzi, per essere brevi come richiedono i tempi, è l’unità di miseria. Insomma il fatto è che è uscito il volume Ogni mare è ramingo di Guido Pistori, e dal titolo sembrerebbe una raccolta di poesie ma figuratevi se uno prosaico come me si comprava un libro di poesie, no, ma si dovrebbe già sospettare dal fatto che l’editore si chiama il Palidromo che si tratta proprio di una raccolta di palindromi, che, per chi non fosse addentro all’enigmistica e ai giochi di parole, sono quelle parole o frasi che si leggono allo stesso modo in entrambi i sensi, che se alle lettere sostituite le strade e le salite vedrete che le corse come la Kuurne-Bruxelles-Kuurne e la Liegi-Bastogne-Liegi non sono palindrome, ma, tornando al libro, a me sarebbe piaciuto potervi dire, oltre al numero di palindromi, che sono ben 484 (numero palindromo e quadrato di 22, numero anch’esso palindromo), anche il peso complessivo, ma ciò non è possibile dato che la ricerca sul peso delle parole è ancora a zero, e allora fa niente. E cercando vagamente su internet mi è uscita una vignetta che illustra quello che potrebbe essere stato il primo palindromo della storia dell’umanità. Siamo nel Paradiso terrestre, Adamo vede Eva e, dato che l’Eden non si sa bene dove fosse localizzato e per andare sul sicuro gli abitanti parlavano inglese, da perfetto gentleman si presenta dicendo: “Madam I’m Adam”.