Allo scoperto

Oggi non era la giornata ideale per uscire allo scoperto, perché pioveva, ma in molti l’hanno fatto, a iniziare da quelli della RAI che lo hanno detto esplicitamente che loro fanno doposcuola. Cioè hanno detto che col ciclismo si imparano tante cose, la solita tiritera sullo sport come scuola di vita, e Giada Borgato ha subito invitato i ragazzi a chiudere i libri ogni tanto, e c’è da credere che lei lo facesse spesso, perché anche a sentire dei suoi allenamenti viene da pensare che si sia ritirata presto perché poco incline ai sacrifici, poi potremmo sbagliarci. Pancani dice che si può imparare la storia, ad esempio se volete sapere qualcosa sul massacro dei Catari seguite il Tour dove quello è diventato un tormentone. E poi si apprendono tutte le curiosità spicciole per le quali sarebbe bastato un redattore di un giornale di enigmistica senza scomodare uno scrittore parlante. Si possono imparare anche le lingue, ad esempio con il video di Valerio Piva che ieri incitava Taco Van Der Hoorn, un mantovano che ha vissuto in Belgio incitava in inglese un olandese e ha concluso il tutto con un “Porco Cane” che la RAI per fortuna non ha tagliato. Ma si impara pure la storia del ciclismo, che a me piace, mi piace l’aneddotica, molto meno l’agiografia, perché i ciclisti, come gli artisti e chiunque altro, sono uomini, ma poco ci manca che di qualcuno escano fuori pure i miracoli, non ho idea di quali potrebbero essere, a parte quello della moltiplicazione delle uova di Binda per vincere un Lombardia. E poi si impara la geografia, dei luoghi dove si corre o dove sono nati i ciclisti, altrimenti chi avrebbe mai sentito parlare di – cito a caso – Palù di Giovo, Sandrigo, Ornavasso, Oliveto Citra (è il paese di Albanese), Buja. Oggi sono passati per Lama Mocogno dove nacque Romeo Venturelli, un goloso e lussurioso sul quale sarebbe impossibile scrivere un’agiografia. La fuga del giorno si è via via ingrossata fino ad arrivare a 25 elementi. Ai tempi di L’Aquila 2010 Savoldelli disse che una fuga di 50 ciclisti prima si va a prendere e poi si vede chi c’è dentro. E con 25 come la mettiamo? La Ineos infatti ha lavorato per non farla dilagare e qualcuno ha gridato al sacrilegio perché Ganna stava facendo il suo lavoro di gregario, ed è vero che aveva la maglia rosa ma queste erano le regole d’ingaggio. Dentro c’era il ciclocrossista di turno, Quinten Hermans detto (dagli italiani) Quentin Hermans, anche lui come il compagno Van Der Hoorn con un brutto incidente nel curriculum ma a ben guardare il plotone è pieno di miracolati. Lui in genere è abituato a fare corsa parallela con Corné Van Kessel ma qui non siamo sui prati e si è dovuto accontentare del mezzo bidone Rein Taaramae. Ma non era questa la fuga bidone tanto auspicata. Dentro c’era anche il più famoso ciclista di Buja, Alessandro De Marchi, che si pensava in cerca della vittoria di tappa ma all’arrivo ha detto che era partito con l’intenzione di prendere la maglia rosa e c’è riuscito. La tappa è esplosa nel finale con uomini in testa crollati a pochi km dall’arrivo, capovolgimenti, e vittoria di Joe Dombrowski che faceva il fenomeno tra gli under 23 battendo Aru e Zakarin, e sarà pure vero che il sardo non brilla da anni, ma tra i tre è quello che ha vinto di più, un palmarés che molti ci metterebbero la firma. Dietro prima il gruppo ha ridotto di molto lo svantaggio e poi sono usciti allo scoperto gli uomini di classifica e il più pimpante sembrava Ciccone, anzi Landa, anzi Vlasov, anzi Bernal, mentre si sono staccati i protagonisti del Giro sgonfio dell’anno scorso, Hindley e Almeida. Ci sono tante gare nella gara, e in una di queste AdS sta cercando di battere il record di collegamenti persi, e dopo quello di Bramati mentre guidava, oggi ha perso quello con Bugno che, guarda caso, si era arrabbiato perché lei gli aveva attribuito una carica a casaccio. Secondo me ce la farà.

Abbinamenti

Ieri ho voluto comprare un fumettino di Zerocalcare di appena 20 pagine, ma il fascicoletto era un inserto de L’Espresso, settimanale illeggibile nel quale tocca vedere pure che l’ultima pagina che fu del placido Umberto Eco è ora affidata a una scrittrice odiatrice ma che sta dalla parte giusta quindi nessuno se ne lamenta. Pazienza, però nel cellophane c’è pure un libercolo di poesie di Pasolini, ve le leggete voi, ma non è ancora finita perché, non so se la domenica funziona così, in abbinamento c’è l’altrettanto illeggibile quotidiano La Repubblica, sul qualche ci sono 4 righe 4 sul ciclismo e il cruciverba di Bartezzaghi che se si risparmiava le definizioni sui capigruppo del PD era meglio, poi nient’altro da segnalare. Sono sprechi che forse possono permettersi perché hanno aiuti dallo Stato questi giornali che predicano in coro i tagli alla spesa pubblica. E forse predicano anche la riduzione degli imballaggi e delle confezione degli alimenti, per cui la carta dei giornali si può sprecare così ma se fai la spesa devi portare a casa biscotti o fette biscottate già sbriciolati. Poi ci sono abbinamenti come quelli che si sono verificati negli ultimi due weekend di corse del World Tour che fanno piacere perché vengono premiati quei team che hanno sia la squadra maschile che quella femminile: la settimana scorsa in Italia doppia vittoria della Trek-Segafredo e ieri alla Ghent-Wevelgem doppietta della Jumbo-Visma con Wout Van Aert, che ha battuto tre italiani che non hanno voluto azzardare il colpaccio da finisseur, e Marianne Vos nella cui collezione mancava questa corsa.

La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”

Cambio di vocale

Aspettando i mondiali di ciclocross potete risolvere questo semplice cambio di vocale (Wxz, Wyz) che però non è ancora cambio generazionale. La soluzione potete trovarla negli ordini di arrivo delle gare di quest’anno.

l’opinabile libertà

Dicono che sui social c’è troppo odio, ma se poi scatta un blocco per qualcuno si tira in ballo la libertà di pensiero, o forse la si tira in ballo solo per potenti e loro serventi. E poi glorificano Montanelli ma non lo applicano, non intendo nel senso di sposare una minorenne africana, ma di sentire il parere delle streghe quando c’è la caccia alle stesse, o meno enfaticamente di sentire anche quelle opinioni che possono sembrare non condivisibili o inopportune. Ad esempio in questo anno di chiusure abbiamo sentito le ragioni di molti e anche i torti di alcuni, non vorrei citare ancora una volta gli artigiani del presepe a maggio, ma sarei curioso di sentire i perché dei tanti studenti e genitori proDAD e anche dei medici che non intendono farsi il vaccino, anche se fosse solo per capire se abbiamo a che fare con medici preparati o cospirazionisti o negazionisti, e invece niente, tutti condannati alla bannazione eterna.

Aggiunta finale (3,4)

Storie intrecciate

Uno è Richard Carapaz che l’anno scorso ha vinto il Giro d’Italia, e in genere chi vince il Giro al giro successivo, nel senso dell’anno dopo, punta al Tour de France. Ma Carapaz viene irretito dai soldi della Ineos, squadra piena di campioni, e almeno per stavolta per lui non c’è spazio al Tour. Poi succede che quei campioni con diritto di precedenza non sono in forma e Carapaz che stava preparando il Giro viene richiamato d’urgenza per il Tour, sacrificando la possibilità di bissare il successo in Italia e correndo in Francia senza preparazione specifica. L’altro è Michal Kwiatkowski, che alcuni in Italia si ostinano a pronunciare Chiattoschi. Le sue vicende ciclistiche si sono intrecciate spesso con quelle dell’amico e rivale Sagan e c’è stato un periodo in cui sembrava essere lui il vero fenomeno vincente, ha vinto per primo il mondiale e ha beffato l’amico a Harelbeke e a Sanremo. Ma prima il polacco e poi lo slovacco sembravano essere già sul viale del tramonto, anche se mitteleuropeo e non hollywoodiano. Sagan in questo Tour, dopo due settimane di tentativi, sembra essersi arreso, mentre Kwiatkowski sembra ritrovato avendo lavorato molto e bene per la causa di capitani smarriti. Lo svolgimento della tappa odierna è stato tale che si sono ritrovati in testa Carapaz e Kwiatkowski sicuri di arrivare al traguardo senza terzi incomodi, Carapaz che ha sacrificato il Giro per la squadra ed è in fuga per il terzo giorno consecutivo e Kwiatkowski che ha rischiato di sacrificare una carriera per fare il supergregario in più edizioni del Tour e oggi forse ha lavorato di più. Ora se Gianni seguisse il ciclismo chiederebbe alla sua amica Susi chi dei due deve vincere e chi deve lasciare la vittoria all’altro, ma anche se Susi avesse la soluzione del quesito non potrebbe comunicarla agli interessati perché non ha la radiolina. E quindi i due tagliano il traguardo abbracciati senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza e soprattutto togliendo le mani dal manubrio per cui potrebbe scattare la squalifica. Al fotofinish vince Kwiatkowski al cui palmarés mancava solo la tappa in un grande giro, cosa che dai tempi della specializzazione non è poi tanto scontata per gli uomini da classiche, vedi Tchmil.

In questa foto i due Ineos sembrano piuttosto due ubriaconi.

Erano due anni che il polacco non vinceva. Invece Andrea Pasqualon non vince da poco più di un anno, ma oggi c’è la Coppa Sabatini, la corsa più adatta a lui che vi ha ottenuto una vittoria e due secondi posti. Ebbene, quei secondi posti sono diventati tre perché la vittoria è andata al giovane neozelandese Smith. Lotte Kopecky invece di vittorie ne ha ottenute ma non ancora nel World Tour, è una giovane pistard che migliora su strada e oggi ha beneficiato di compensazioni strada facendo. Ieri la giovane russa Novolodskaya è caduta quando a pochi km dal traguardo aveva 30 secondi di vantaggio e Marianne Vos avrebbe detto che sarebbe stato difficile raggiungerla. Però oggi sempre sulle strade campane intanto la russa va di nuovo in fuga e di nuovo mostra incertezza nella conduzione della bici, e in seguito dentro l’ultimo km è la Vos ad andare giù, elemento centrale di un domino il cui ultimo definitivo tassello è Annemiek Van Vleuten che si rialza ma dolorante. Ora se al Tour dopo un GPM i ciclisti hanno trovato pure un paio di km di sterrato anch’essi ascendenti, volete che al Giro si facciano problemi a scegliere come rettilineo finale una strada in salita e in pavé nel centro di Maddaloni? No, e infatti vince una ciclista emergente nelle classiche del nord come Lotte Kopecky che prende la scia della moto della RAI, spesso troppo vicina al gruppo se non in mezzo, che le lancia la volata fungendo da keirin, anzi peggio, dato che nel keirin la motorella si sposta molto prima, e la belga vince nettamente. In serata si sperava in un aggiornamento su Van Vleuten dal TGR ma il notiziario folk dà precedenza all’attualità e quindi trasmette un’intervista inutile a un calciatore mentre alla tappa non accenna neanche per sbaglio.

L’arrivo vittorioso di Kopecky e doloroso di Vos Van Vleuten e Spratt.

Gioco estivo gioco cattivo

Se la vostra edicola di fiducia ha chiuso perché è stata abbandonata dallo Stato e siete rimasti senza riviste di enigmistica niente paura: provvede subito La Zeriba Illustrata a proporvi un gioco bello fresco di stagione. E buon divertimento.

La Domenica della Zeriba – La Volpe e gli UVA

Ormai è alle porte quell’estate che rischiava invece di essere ai balconi e quindi ecco una favola di stagione fresca e succosa.

La Volpe e gli UVA

C’era una volpe che le sarebbe piaciuto andare al mare, farsi un bagno, sedersi sulla sdraio, leggersi i giornali con i fatti dei personaggi famosi, oppure il giallo che è uscito col giornale e quindi vuol dire che è un libro importante perché ha venduto parecchio, oppure fare i cruciverba, anche se non li finiva mai, e anzi una volta non aveva finito nemmeno unisci i puntini da 1 a 50 perché a scuola non era brava in matematica e insomma dopo il 20 era andata in confusione. E soprattutto le sarebbe piaciuto prendere il sole e abbronzarsi. E poi avrebbe sperato che o per l’abbronzatura o per il libro che stava a leggere, che uno poteva pensare che lei era una volpe istruita e intelligente, si avvicinasse un bel volpino e la invitasse a ballare o a bere una cosa e poi da cosa nasce cosa. Però non aveva i soldi per andare al mare e non c’era neanche nessuno che ce la portava. E allora lei diceva in giro che non andava al mare perché è pericoloso prendere il sole, i raggi UVA fanno male, e pure il mare è sempre sporco e le persone che andavano al mare non erano igieniche.

 

 

La Zeriba Suonata – il tempo rende ingiustizia

Sono anni che non seguo Sanremo quindi in merito non ho niente da dire, ma mi accorgo che i motivi per cui non lo seguo non sono musicali, in fondo pure le riviste di settore propongono tanta roba di scarso valore. Il primo scoglio per me sono i presentatori, Fabiofazio era il più insostenibile ma è acqua passata però Amadeus direttore artistico si candida come ossimoro del 2020. Un’altra cosa che mi scoraggia è la durata, i più giovani stenteranno a credere che negli anni 70 e forse anche 80 ci fossero varietà che duravano massimo un’ora ma anche meno, poi la dilatazione dei tempi fu voluta da Pippo Baudo mi pare, ma a farmi stare davanti a uno schermo per tanto tempo ormai ci riescono solo le corse sulle pietre. E poi l’ultima causa, che contribuisce anche ai tempi lunghi, sono gli ospiti non pertinenti: dai giornalisti ai premi nobel, dagli astronauti ai politici dismessi ci sono passati tutti, manca solo qualche discendente dei Catari a denunciare il massacro degli albigesi. Continua a leggere

Nel nome e cognome del padre

Se non contiamo i parenti stretti dei ciclisti, in Italia di spettatori nei campi del ciclocross ne rimangono davvero pochi, ma anche nel resto del mondo questa sembra una disciplina diciamo per famiglie, basti pensare a quante coppie di fratelli ci sono nel plotone. E di conseguenza lungo il percorso sono tutti o quasi in tenuta diciamo sportiva, e per questo ai Mondiali colpiva la Signora Alvarado in abiti civili, in quell’ex aeroporto militare, che cercava di reggere la figlia iridata con un braccio solo perché all’altro aveva l’ombrello. Ieri era un giorno particolare, una data palindroma e la Candelora e il Giorno della Marmotta, ma non ci risulta che fosse la festa del Papà o del Figlio, eppure nell’ultima giornata di gare hanno vinto i figli illustri o illustrandi di padri illustri. In una giornata con cielo cupo e basso che sembrava un fumetto di Enki Bilal, col fango che ha reso più duro il percorso, Thibau Nys figlio di Sven ha vinto tra gli juniores e Mathieu Van Der Poel figlio di Adrie ha stravinto il suo terzo titolo élite, tanti quanti il suo ex e futuro rivale Wout Van Aert che è in ripresa dall’incidente splatter del Tour, quanti Zdenek Stybar passato alla strada per diventare il migliore sulle pietre ma che per ora è solo il miglior finisseur e con quest’abilità ha vinto a San Juan forse anche per non sentire la mancanza di quello che ha lasciato, e infine quanti ne hanno ottenuti in totale i due illustri padri che non avevano un buon rapporto con i mondiali. Il legame tra padri e figli è particolare, ne ha dato prova Luca Bramati che commentava per la RAI lungo il percorso e ha detto di aver riconosciuto nel gruppo la figlia Lucia da un particolare che solo l’occhio paterno può cogliere: la bicicletta. Ma Bramati che tanto diplomatico non è durante la gara élite ha raccontato che i due italiani in gara erano stati lasciati soli con i meccanici, mentre il resto della comitiva nazionale era già in viaggio di ritorno. Certo, quest’anno ci sono stati più convocati del solito e, al contrario degli altri anni e delle stesse attese, c’erano anche due élite; il cittì ha detto che l’impegno andava premiato, ma forse il motivo principale era la vicinanza della Svizzera che ospitava le gare e chissà che alcuni non si siano mossi con mezzi propri. Ma non c’è da aspettarsi molto in Italia, e infatti anche in termini di risultati ci sono state solo tre donne nelle prime 10 tra élite e under 23, basti pensare che la RAI ha previsto la trasmissione domenicale alle 14.30, ma invece di mandare la diretta della gara élite ha mandato la differita degli juniores, e questa scelta apparentemente assurda aveva il suo motivo politico-pubblicitario: la gara juniores durava meno e finiva in tempo per l’inizio di una partita del campionato nazionale di pallavolo. E come diceva Bertolt Brecht suonando il campanaccio: Sventurata la terra che ha bisogno di pallavolisti, se ricordo bene.

Dall’alto in senso orario: Sven, Adrie, Mathieu, Thibau.