La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”

Cambio di vocale

Aspettando i mondiali di ciclocross potete risolvere questo semplice cambio di vocale (Wxz, Wyz) che però non è ancora cambio generazionale. La soluzione potete trovarla negli ordini di arrivo delle gare di quest’anno.

l’opinabile libertà

Dicono che sui social c’è troppo odio, ma se poi scatta un blocco per qualcuno si tira in ballo la libertà di pensiero, o forse la si tira in ballo solo per potenti e loro serventi. E poi glorificano Montanelli ma non lo applicano, non intendo nel senso di sposare una minorenne africana, ma di sentire il parere delle streghe quando c’è la caccia alle stesse, o meno enfaticamente di sentire anche quelle opinioni che possono sembrare non condivisibili o inopportune. Ad esempio in questo anno di chiusure abbiamo sentito le ragioni di molti e anche i torti di alcuni, non vorrei citare ancora una volta gli artigiani del presepe a maggio, ma sarei curioso di sentire i perché dei tanti studenti e genitori proDAD e anche dei medici che non intendono farsi il vaccino, anche se fosse solo per capire se abbiamo a che fare con medici preparati o cospirazionisti o negazionisti, e invece niente, tutti condannati alla bannazione eterna.

Aggiunta finale (3,4)

Storie intrecciate

Uno è Richard Carapaz che l’anno scorso ha vinto il Giro d’Italia, e in genere chi vince il Giro al giro successivo, nel senso dell’anno dopo, punta al Tour de France. Ma Carapaz viene irretito dai soldi della Ineos, squadra piena di campioni, e almeno per stavolta per lui non c’è spazio al Tour. Poi succede che quei campioni con diritto di precedenza non sono in forma e Carapaz che stava preparando il Giro viene richiamato d’urgenza per il Tour, sacrificando la possibilità di bissare il successo in Italia e correndo in Francia senza preparazione specifica. L’altro è Michal Kwiatkowski, che alcuni in Italia si ostinano a pronunciare Chiattoschi. Le sue vicende ciclistiche si sono intrecciate spesso con quelle dell’amico e rivale Sagan e c’è stato un periodo in cui sembrava essere lui il vero fenomeno vincente, ha vinto per primo il mondiale e ha beffato l’amico a Harelbeke e a Sanremo. Ma prima il polacco e poi lo slovacco sembravano essere già sul viale del tramonto, anche se mitteleuropeo e non hollywoodiano. Sagan in questo Tour, dopo due settimane di tentativi, sembra essersi arreso, mentre Kwiatkowski sembra ritrovato avendo lavorato molto e bene per la causa di capitani smarriti. Lo svolgimento della tappa odierna è stato tale che si sono ritrovati in testa Carapaz e Kwiatkowski sicuri di arrivare al traguardo senza terzi incomodi, Carapaz che ha sacrificato il Giro per la squadra ed è in fuga per il terzo giorno consecutivo e Kwiatkowski che ha rischiato di sacrificare una carriera per fare il supergregario in più edizioni del Tour e oggi forse ha lavorato di più. Ora se Gianni seguisse il ciclismo chiederebbe alla sua amica Susi chi dei due deve vincere e chi deve lasciare la vittoria all’altro, ma anche se Susi avesse la soluzione del quesito non potrebbe comunicarla agli interessati perché non ha la radiolina. E quindi i due tagliano il traguardo abbracciati senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza e soprattutto togliendo le mani dal manubrio per cui potrebbe scattare la squalifica. Al fotofinish vince Kwiatkowski al cui palmarés mancava solo la tappa in un grande giro, cosa che dai tempi della specializzazione non è poi tanto scontata per gli uomini da classiche, vedi Tchmil.

In questa foto i due Ineos sembrano piuttosto due ubriaconi.

Erano due anni che il polacco non vinceva. Invece Andrea Pasqualon non vince da poco più di un anno, ma oggi c’è la Coppa Sabatini, la corsa più adatta a lui che vi ha ottenuto una vittoria e due secondi posti. Ebbene, quei secondi posti sono diventati tre perché la vittoria è andata al giovane neozelandese Smith. Lotte Kopecky invece di vittorie ne ha ottenute ma non ancora nel World Tour, è una giovane pistard che migliora su strada e oggi ha beneficiato di compensazioni strada facendo. Ieri la giovane russa Novolodskaya è caduta quando a pochi km dal traguardo aveva 30 secondi di vantaggio e Marianne Vos avrebbe detto che sarebbe stato difficile raggiungerla. Però oggi sempre sulle strade campane intanto la russa va di nuovo in fuga e di nuovo mostra incertezza nella conduzione della bici, e in seguito dentro l’ultimo km è la Vos ad andare giù, elemento centrale di un domino il cui ultimo definitivo tassello è Annemiek Van Vleuten che si rialza ma dolorante. Ora se al Tour dopo un GPM i ciclisti hanno trovato pure un paio di km di sterrato anch’essi ascendenti, volete che al Giro si facciano problemi a scegliere come rettilineo finale una strada in salita e in pavé nel centro di Maddaloni? No, e infatti vince una ciclista emergente nelle classiche del nord come Lotte Kopecky che prende la scia della moto della RAI, spesso troppo vicina al gruppo se non in mezzo, che le lancia la volata fungendo da keirin, anzi peggio, dato che nel keirin la motorella si sposta molto prima, e la belga vince nettamente. In serata si sperava in un aggiornamento su Van Vleuten dal TGR ma il notiziario folk dà precedenza all’attualità e quindi trasmette un’intervista inutile a un calciatore mentre alla tappa non accenna neanche per sbaglio.

L’arrivo vittorioso di Kopecky e doloroso di Vos Van Vleuten e Spratt.

Gioco estivo gioco cattivo

Se la vostra edicola di fiducia ha chiuso perché è stata abbandonata dallo Stato e siete rimasti senza riviste di enigmistica niente paura: provvede subito La Zeriba Illustrata a proporvi un gioco bello fresco di stagione. E buon divertimento.

La Domenica della Zeriba – La Volpe e gli UVA

Ormai è alle porte quell’estate che rischiava invece di essere ai balconi e quindi ecco una favola di stagione fresca e succosa.

La Volpe e gli UVA

C’era una volpe che le sarebbe piaciuto andare al mare, farsi un bagno, sedersi sulla sdraio, leggersi i giornali con i fatti dei personaggi famosi, oppure il giallo che è uscito col giornale e quindi vuol dire che è un libro importante perché ha venduto parecchio, oppure fare i cruciverba, anche se non li finiva mai, e anzi una volta non aveva finito nemmeno unisci i puntini da 1 a 50 perché a scuola non era brava in matematica e insomma dopo il 20 era andata in confusione. E soprattutto le sarebbe piaciuto prendere il sole e abbronzarsi. E poi avrebbe sperato che o per l’abbronzatura o per il libro che stava a leggere, che uno poteva pensare che lei era una volpe istruita e intelligente, si avvicinasse un bel volpino e la invitasse a ballare o a bere una cosa e poi da cosa nasce cosa. Però non aveva i soldi per andare al mare e non c’era neanche nessuno che ce la portava. E allora lei diceva in giro che non andava al mare perché è pericoloso prendere il sole, i raggi UVA fanno male, e pure il mare è sempre sporco e le persone che andavano al mare non erano igieniche.

 

 

La Zeriba Suonata – il tempo rende ingiustizia

Sono anni che non seguo Sanremo quindi in merito non ho niente da dire, ma mi accorgo che i motivi per cui non lo seguo non sono musicali, in fondo pure le riviste di settore propongono tanta roba di scarso valore. Il primo scoglio per me sono i presentatori, Fabiofazio era il più insostenibile ma è acqua passata però Amadeus direttore artistico si candida come ossimoro del 2020. Un’altra cosa che mi scoraggia è la durata, i più giovani stenteranno a credere che negli anni 70 e forse anche 80 ci fossero varietà che duravano massimo un’ora ma anche meno, poi la dilatazione dei tempi fu voluta da Pippo Baudo mi pare, ma a farmi stare davanti a uno schermo per tanto tempo ormai ci riescono solo le corse sulle pietre. E poi l’ultima causa, che contribuisce anche ai tempi lunghi, sono gli ospiti non pertinenti: dai giornalisti ai premi nobel, dagli astronauti ai politici dismessi ci sono passati tutti, manca solo qualche discendente dei Catari a denunciare il massacro degli albigesi. Continua a leggere

Nel nome e cognome del padre

Se non contiamo i parenti stretti dei ciclisti, in Italia di spettatori nei campi del ciclocross ne rimangono davvero pochi, ma anche nel resto del mondo questa sembra una disciplina diciamo per famiglie, basti pensare a quante coppie di fratelli ci sono nel plotone. E di conseguenza lungo il percorso sono tutti o quasi in tenuta diciamo sportiva, e per questo ai Mondiali colpiva la Signora Alvarado in abiti civili, in quell’ex aeroporto militare, che cercava di reggere la figlia iridata con un braccio solo perché all’altro aveva l’ombrello. Ieri era un giorno particolare, una data palindroma e la Candelora e il Giorno della Marmotta, ma non ci risulta che fosse la festa del Papà o del Figlio, eppure nell’ultima giornata di gare hanno vinto i figli illustri o illustrandi di padri illustri. In una giornata con cielo cupo e basso che sembrava un fumetto di Enki Bilal, col fango che ha reso più duro il percorso, Thibau Nys figlio di Sven ha vinto tra gli juniores e Mathieu Van Der Poel figlio di Adrie ha stravinto il suo terzo titolo élite, tanti quanti il suo ex e futuro rivale Wout Van Aert che è in ripresa dall’incidente splatter del Tour, quanti Zdenek Stybar passato alla strada per diventare il migliore sulle pietre ma che per ora è solo il miglior finisseur e con quest’abilità ha vinto a San Juan forse anche per non sentire la mancanza di quello che ha lasciato, e infine quanti ne hanno ottenuti in totale i due illustri padri che non avevano un buon rapporto con i mondiali. Il legame tra padri e figli è particolare, ne ha dato prova Luca Bramati che commentava per la RAI lungo il percorso e ha detto di aver riconosciuto nel gruppo la figlia Lucia da un particolare che solo l’occhio paterno può cogliere: la bicicletta. Ma Bramati che tanto diplomatico non è durante la gara élite ha raccontato che i due italiani in gara erano stati lasciati soli con i meccanici, mentre il resto della comitiva nazionale era già in viaggio di ritorno. Certo, quest’anno ci sono stati più convocati del solito e, al contrario degli altri anni e delle stesse attese, c’erano anche due élite; il cittì ha detto che l’impegno andava premiato, ma forse il motivo principale era la vicinanza della Svizzera che ospitava le gare e chissà che alcuni non si siano mossi con mezzi propri. Ma non c’è da aspettarsi molto in Italia, e infatti anche in termini di risultati ci sono state solo tre donne nelle prime 10 tra élite e under 23, basti pensare che la RAI ha previsto la trasmissione domenicale alle 14.30, ma invece di mandare la diretta della gara élite ha mandato la differita degli juniores, e questa scelta apparentemente assurda aveva il suo motivo politico-pubblicitario: la gara juniores durava meno e finiva in tempo per l’inizio di una partita del campionato nazionale di pallavolo. E come diceva Bertolt Brecht suonando il campanaccio: Sventurata la terra che ha bisogno di pallavolisti, se ricordo bene.

Dall’alto in senso orario: Sven, Adrie, Mathieu, Thibau.

La Zeriba Suonata – sbattuti a Pordenone

Decenni fa già alla visita militare per far familiarizzare i ragazzi con l’ambiente minacciavano quelli che non si comportavano bene di sbatterli a Pordenone, forse perché è una città al confine, ma nonostante Caserta sia quasi al centro pure mi chiedevo se per contro quelli di Pordenone li minacciavano di sbatterli a Caserta. Tanto, le probabilità statisticamente erano alte, Caserta ai tempi del servizio di leva obbligatorio era piena di caserme, ed enigmisticamente si tratta di un cambio di consonante: Caserta-caserma, e pare che pure Stendhal già ai tempi del Grand Tour si lamentò di questa cosa. Però in quegli anni lì a Pordenone succedeva qualcosa di grosso, anzi di grande, un Grande Complotto, proprio così, The Great Complotto, ma non roba da cospirazionisti, roba da punk, un movimentato movimento, una cosa multimediale forse meno squillante di quello che succedeva a Milano ma una delle vicende fondamentali della storia del punk italiano, a livello della scena di Bologna, e se non ne sapete molto ma siete curiosi potete cercare il cofanetto libro+CD+altro che la Shake Edizioni realizzò qualche anno fa (titolo quasi ovviamente: The Great Complotto). E di questa cosa i pordenonesi  vanno ancora fieri, e forse non ne usciranno mai vivi. Prendiamo i Tre Allegri Ragazzi Morti, quando Toffolo e compagni si sono guardati allo specchio, però senza le maschere, e hanno contemporaneamente avvertito dolorini qui e lì, hanno capito che non potevano continuare a fare gli adolescenti, però da adulti gli prendono i 5 minuti di nostalgia per il glorioso passato e cantano di una città dove c’erano i punk meglio vestiti al mondo, un po’ come dire il nano più alto del mondo, ma va bene così. Tutto questo succede in Calamita, brano con chitarrine alla REM tratto sempre da Sindacato dei sogni, nel cui video c’è una ballerina online che balla con sullo sfondo un disegno di Alessandro Baronciani, pesarese.