Storie intrecciate

Uno è Richard Carapaz che l’anno scorso ha vinto il Giro d’Italia, e in genere chi vince il Giro al giro successivo, nel senso dell’anno dopo, punta al Tour de France. Ma Carapaz viene irretito dai soldi della Ineos, squadra piena di campioni, e almeno per stavolta per lui non c’è spazio al Tour. Poi succede che quei campioni con diritto di precedenza non sono in forma e Carapaz che stava preparando il Giro viene richiamato d’urgenza per il Tour, sacrificando la possibilità di bissare il successo in Italia e correndo in Francia senza preparazione specifica. L’altro è Michal Kwiatkowski, che alcuni in Italia si ostinano a pronunciare Chiattoschi. Le sue vicende ciclistiche si sono intrecciate spesso con quelle dell’amico e rivale Sagan e c’è stato un periodo in cui sembrava essere lui il vero fenomeno vincente, ha vinto per primo il mondiale e ha beffato l’amico a Harelbeke e a Sanremo. Ma prima il polacco e poi lo slovacco sembravano essere già sul viale del tramonto, anche se mitteleuropeo e non hollywoodiano. Sagan in questo Tour, dopo due settimane di tentativi, sembra essersi arreso, mentre Kwiatkowski sembra ritrovato avendo lavorato molto e bene per la causa di capitani smarriti. Lo svolgimento della tappa odierna è stato tale che si sono ritrovati in testa Carapaz e Kwiatkowski sicuri di arrivare al traguardo senza terzi incomodi, Carapaz che ha sacrificato il Giro per la squadra ed è in fuga per il terzo giorno consecutivo e Kwiatkowski che ha rischiato di sacrificare una carriera per fare il supergregario in più edizioni del Tour e oggi forse ha lavorato di più. Ora se Gianni seguisse il ciclismo chiederebbe alla sua amica Susi chi dei due deve vincere e chi deve lasciare la vittoria all’altro, ma anche se Susi avesse la soluzione del quesito non potrebbe comunicarla agli interessati perché non ha la radiolina. E quindi i due tagliano il traguardo abbracciati senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza e soprattutto togliendo le mani dal manubrio per cui potrebbe scattare la squalifica. Al fotofinish vince Kwiatkowski al cui palmarés mancava solo la tappa in un grande giro, cosa che dai tempi della specializzazione non è poi tanto scontata per gli uomini da classiche, vedi Tchmil.

In questa foto i due Ineos sembrano piuttosto due ubriaconi.

Erano due anni che il polacco non vinceva. Invece Andrea Pasqualon non vince da poco più di un anno, ma oggi c’è la Coppa Sabatini, la corsa più adatta a lui che vi ha ottenuto una vittoria e due secondi posti. Ebbene, quei secondi posti sono diventati tre perché la vittoria è andata al giovane neozelandese Smith. Lotte Kopecky invece di vittorie ne ha ottenute ma non ancora nel World Tour, è una giovane pistard che migliora su strada e oggi ha beneficiato di compensazioni strada facendo. Ieri la giovane russa Novolodskaya è caduta quando a pochi km dal traguardo aveva 30 secondi di vantaggio e Marianne Vos avrebbe detto che sarebbe stato difficile raggiungerla. Però oggi sempre sulle strade campane intanto la russa va di nuovo in fuga e di nuovo mostra incertezza nella conduzione della bici, e in seguito dentro l’ultimo km è la Vos ad andare giù, elemento centrale di un domino il cui ultimo definitivo tassello è Annemiek Van Vleuten che si rialza ma dolorante. Ora se al Tour dopo un GPM i ciclisti hanno trovato pure un paio di km di sterrato anch’essi ascendenti, volete che al Giro si facciano problemi a scegliere come rettilineo finale una strada in salita e in pavé nel centro di Maddaloni? No, e infatti vince una ciclista emergente nelle classiche del nord come Lotte Kopecky che prende la scia della moto della RAI, spesso troppo vicina al gruppo se non in mezzo, che le lancia la volata fungendo da keirin, anzi peggio, dato che nel keirin la motorella si sposta molto prima, e la belga vince nettamente. In serata si sperava in un aggiornamento su Van Vleuten dal TGR ma il notiziario folk dà precedenza all’attualità e quindi trasmette un’intervista inutile a un calciatore mentre alla tappa non accenna neanche per sbaglio.

L’arrivo vittorioso di Kopecky e doloroso di Vos Van Vleuten e Spratt.

Gioco estivo gioco cattivo

Se la vostra edicola di fiducia ha chiuso perché è stata abbandonata dallo Stato e siete rimasti senza riviste di enigmistica niente paura: provvede subito La Zeriba Illustrata a proporvi un gioco bello fresco di stagione. E buon divertimento.

La Domenica della Zeriba – La Volpe e gli UVA

Ormai è alle porte quell’estate che rischiava invece di essere ai balconi e quindi ecco una favola di stagione fresca e succosa.

La Volpe e gli UVA

C’era una volpe che le sarebbe piaciuto andare al mare, farsi un bagno, sedersi sulla sdraio, leggersi i giornali con i fatti dei personaggi famosi, oppure il giallo che è uscito col giornale e quindi vuol dire che è un libro importante perché ha venduto parecchio, oppure fare i cruciverba, anche se non li finiva mai, e anzi una volta non aveva finito nemmeno unisci i puntini da 1 a 50 perché a scuola non era brava in matematica e insomma dopo il 20 era andata in confusione. E soprattutto le sarebbe piaciuto prendere il sole e abbronzarsi. E poi avrebbe sperato che o per l’abbronzatura o per il libro che stava a leggere, che uno poteva pensare che lei era una volpe istruita e intelligente, si avvicinasse un bel volpino e la invitasse a ballare o a bere una cosa e poi da cosa nasce cosa. Però non aveva i soldi per andare al mare e non c’era neanche nessuno che ce la portava. E allora lei diceva in giro che non andava al mare perché è pericoloso prendere il sole, i raggi UVA fanno male, e pure il mare è sempre sporco e le persone che andavano al mare non erano igieniche.

 

 

La Zeriba Suonata – il tempo rende ingiustizia

Sono anni che non seguo Sanremo quindi in merito non ho niente da dire, ma mi accorgo che i motivi per cui non lo seguo non sono musicali, in fondo pure le riviste di settore propongono tanta roba di scarso valore. Il primo scoglio per me sono i presentatori, Fabiofazio era il più insostenibile ma è acqua passata però Amadeus direttore artistico si candida come ossimoro del 2020. Un’altra cosa che mi scoraggia è la durata, i più giovani stenteranno a credere che negli anni 70 e forse anche 80 ci fossero varietà che duravano massimo un’ora ma anche meno, poi la dilatazione dei tempi fu voluta da Pippo Baudo mi pare, ma a farmi stare davanti a uno schermo per tanto tempo ormai ci riescono solo le corse sulle pietre. E poi l’ultima causa, che contribuisce anche ai tempi lunghi, sono gli ospiti non pertinenti: dai giornalisti ai premi nobel, dagli astronauti ai politici dismessi ci sono passati tutti, manca solo qualche discendente dei Catari a denunciare il massacro degli albigesi. Continua a leggere

Nel nome e cognome del padre

Se non contiamo i parenti stretti dei ciclisti, in Italia di spettatori nei campi del ciclocross ne rimangono davvero pochi, ma anche nel resto del mondo questa sembra una disciplina diciamo per famiglie, basti pensare a quante coppie di fratelli ci sono nel plotone. E di conseguenza lungo il percorso sono tutti o quasi in tenuta diciamo sportiva, e per questo ai Mondiali colpiva la Signora Alvarado in abiti civili, in quell’ex aeroporto militare, che cercava di reggere la figlia iridata con un braccio solo perché all’altro aveva l’ombrello. Ieri era un giorno particolare, una data palindroma e la Candelora e il Giorno della Marmotta, ma non ci risulta che fosse la festa del Papà o del Figlio, eppure nell’ultima giornata di gare hanno vinto i figli illustri o illustrandi di padri illustri. In una giornata con cielo cupo e basso che sembrava un fumetto di Enki Bilal, col fango che ha reso più duro il percorso, Thibau Nys figlio di Sven ha vinto tra gli juniores e Mathieu Van Der Poel figlio di Adrie ha stravinto il suo terzo titolo élite, tanti quanti il suo ex e futuro rivale Wout Van Aert che è in ripresa dall’incidente splatter del Tour, quanti Zdenek Stybar passato alla strada per diventare il migliore sulle pietre ma che per ora è solo il miglior finisseur e con quest’abilità ha vinto a San Juan forse anche per non sentire la mancanza di quello che ha lasciato, e infine quanti ne hanno ottenuti in totale i due illustri padri che non avevano un buon rapporto con i mondiali. Il legame tra padri e figli è particolare, ne ha dato prova Luca Bramati che commentava per la RAI lungo il percorso e ha detto di aver riconosciuto nel gruppo la figlia Lucia da un particolare che solo l’occhio paterno può cogliere: la bicicletta. Ma Bramati che tanto diplomatico non è durante la gara élite ha raccontato che i due italiani in gara erano stati lasciati soli con i meccanici, mentre il resto della comitiva nazionale era già in viaggio di ritorno. Certo, quest’anno ci sono stati più convocati del solito e, al contrario degli altri anni e delle stesse attese, c’erano anche due élite; il cittì ha detto che l’impegno andava premiato, ma forse il motivo principale era la vicinanza della Svizzera che ospitava le gare e chissà che alcuni non si siano mossi con mezzi propri. Ma non c’è da aspettarsi molto in Italia, e infatti anche in termini di risultati ci sono state solo tre donne nelle prime 10 tra élite e under 23, basti pensare che la RAI ha previsto la trasmissione domenicale alle 14.30, ma invece di mandare la diretta della gara élite ha mandato la differita degli juniores, e questa scelta apparentemente assurda aveva il suo motivo politico-pubblicitario: la gara juniores durava meno e finiva in tempo per l’inizio di una partita del campionato nazionale di pallavolo. E come diceva Bertolt Brecht suonando il campanaccio: Sventurata la terra che ha bisogno di pallavolisti, se ricordo bene.

Dall’alto in senso orario: Sven, Adrie, Mathieu, Thibau.

La Zeriba Suonata – sbattuti a Pordenone

Decenni fa già alla visita militare per far familiarizzare i ragazzi con l’ambiente minacciavano quelli che non si comportavano bene di sbatterli a Pordenone, forse perché è una città al confine, ma nonostante Caserta sia quasi al centro pure mi chiedevo se per contro quelli di Pordenone li minacciavano di sbatterli a Caserta. Tanto, le probabilità statisticamente erano alte, Caserta ai tempi del servizio di leva obbligatorio era piena di caserme, ed enigmisticamente si tratta di un cambio di consonante: Caserta-caserma, e pare che pure Stendhal già ai tempi del Grand Tour si lamentò di questa cosa. Però in quegli anni lì a Pordenone succedeva qualcosa di grosso, anzi di grande, un Grande Complotto, proprio così, The Great Complotto, ma non roba da cospirazionisti, roba da punk, un movimentato movimento, una cosa multimediale forse meno squillante di quello che succedeva a Milano ma una delle vicende fondamentali della storia del punk italiano, a livello della scena di Bologna, e se non ne sapete molto ma siete curiosi potete cercare il cofanetto libro+CD+altro che la Shake Edizioni realizzò qualche anno fa (titolo quasi ovviamente: The Great Complotto). E di questa cosa i pordenonesi  vanno ancora fieri, e forse non ne usciranno mai vivi. Prendiamo i Tre Allegri Ragazzi Morti, quando Toffolo e compagni si sono guardati allo specchio, però senza le maschere, e hanno contemporaneamente avvertito dolorini qui e lì, hanno capito che non potevano continuare a fare gli adolescenti, però da adulti gli prendono i 5 minuti di nostalgia per il glorioso passato e cantano di una città dove c’erano i punk meglio vestiti al mondo, un po’ come dire il nano più alto del mondo, ma va bene così. Tutto questo succede in Calamita, brano con chitarrine alla REM tratto sempre da Sindacato dei sogni, nel cui video c’è una ballerina online che balla con sullo sfondo un disegno di Alessandro Baronciani, pesarese.

Il ritorno delle parole viventi

La Nave di Teseo, la casa editrice voluta da Umberto Eco, difetta di seriosità, avendo pubblicato ad esempio un audace diario di Elena Stancanelli al limite della perversione, gli ultimi pensieri di quel gran mattacchione di Ermanno Cavazzoni, e inoltre cercando piaceri a fumetti accompagnandosi con Igort in Oblomov vedovo Coconino. Ma una casa editrice ogni tanto deve anche ristampare qualcosa che non si trova più in commercio e loro hanno pensato bene di tirare fuori dalla polvere dei secoli, anzi degli anni dall’ultima edizione, le filastrocche nonsense di Fosco Maraini scritte in linguaggio metasemantico (tipo il grammelot). Queste poesie sono ora raccolte, insieme a un’introduzione della figlia Toni Maraini, in Gnòsi delle Fànfole e possono trasformare i vostri giorni smègi e lombidiosi in giorni a zìmpagi e zirlecchi. L’unica pecca di questo libro, per i miei gusti, è il fatto che non sia illustrato, ma d’altronde è comprensibile, provateci voi a disegnare un Lonfo che, com’è noto, non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta, ma quando soffia il bego a bisce bisce sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.

Il mondiale più pazzo del mondo

Viene il sospetto che l’UCI abbia assegnato i mondiali del 2016 a Doha per creare un paragone per il futuro in cui si potrà criticare un mondiale ma poi si dirà Sì, però Doha era peggio. Nella ridente, ammesso che c’abbiano qualcosa da ridere, cittadina del Qatar ora si svolgono i mondiali di atletica, anch’essi criticati, troppo caldo, una delle poche immagini che ho visto è quella di una maratoneta seduta a cui facevano un po’ di vento, però qui il problema è l’opposto, non tanto il percorso che non sarebbe malvagio, ma i problemi che crea la pioggia in un paese che dovrebbe esserci abituato e invece vediamo strade allagate ma non vediamo molte immagini perché ci sono difficoltà con le riprese televisive.

Un momento della prima fase di corsa.

C’erano alte aspettative per un mondiale ospitato da un paese che ha fatto molti progressi in questo sport, anzi è all’avanguardia nella ricerca e ha la squadra più forte del mondo, poi in una regione che ha ospitato la grande partenza del Tour 2014, c’erano molte aspettative e stiamo ancora aspettando, ah è finita? Purtroppo l’UCI non chiede lumi, o lumini visto il personaggio, al giornalista storico e anche preistorico Beppe Conti, perché lui ha rigidamente fissato le regole sui percorsi dei mondiali e può anche dire chi deve vincere e in quali corse deve primeggiare con la maglia iridata: due classiche monumento e i grandi giri, un identikit che non corrisponde a Rui Costa ma neanche a Marino Basso. Ed eccole, riproposte per la milleunesima volta, le immagini del mondiale che Bitossi perse per una grave vacatio legis, perché ancora non c’è una norma che impedisca di correre alle persone col cognome “Basso”. L’altro ieri dicevo chissà che Rizzato non si infili nelle docce delle donne, non l’ha fatto e almeno l’avrebbero arrestato, ma lui è inarrestabile e oggi si piazza davanti ai bagni chimici e manco a farlo apposta becca subito un olandese, anzi il più importante che gli risponde tranquillo, tanto stavolta non deve partire a tutta come nel ciclocross. Ma quale partenza a tutta? Non solo il percorso viene modificato e accorciato per allagamenti vari, ma si parte anche in ritardo, anzi in ritardo sul ritardo, e l’assurdo è che c’è anche un lungo tratto di trasferimento, ma un tratto triste perché davanti c’è la macchina della giuria e non i brindisi come al Tour né l’auto con lo sgargiante Fanini e le sue sobrie miss come al Toscana Donne. E i ciclisti sono così infreddoliti che approfittano di questo tratto no contest per fare i bisogni che non hanno potuto fare nei bagni chimici per non incappare in Rizzato o perché il freddo ha richiesto uno svuotamento supplementare. La fuga mattutina ha difficoltà a partire e il primo a fare sul serio non è un eritreo o un iraniano, che manco ci sono gli iraniani da quando l’antidoping ha beccato i più vincenti, ma Daniel Martin in persona, ma la fuga che prende consistenza comprende gente pesante: Roglic, Quintana, Carapaz, Dillier, Polanc e rotti. Dietro rompe Gilbert, nel senso che cade e rompe la bici e il vecchietto viene confortato dal ragazzino Evenepoel che gli dice Ti aiuto io ad attraversare la strada, no, pardon, ti riporto io sul gruppo: si ritirano entrambi e il pubblico e i social elogiano il ragazzino che salverà il mondo il venerdì e forse pure la domenica compatibilmente col programma di corse, ma questa non è l’unica buona azione della giornata, poi vedremo. Intanto si ritira pure Valverde colpito da reumatismi, gotta e altre malattie della vecchiaia e dichiara che è un mundial de locos, poi segue Ulissi salvato da un incidente meccanico che lo attarda e gli fornisce la scusa buona per ritirarsi lui che con l’acqua non va d’accordo. Il ritiro di Lutsenko è sorprendente per gli uomini RAI, ma il kazako aveva fatto il bello e il cattivo tempo, anzi solo il bello, nelle premondiali italiane corse in genere col bel tempo e sui 200 km, altra cosa sono 261 km di freddo e pioggia. Attaccano delle seconde linee cui se ne aggiungono altre e si palesa l’incubo del mondiale 97 vinto da Tizio davanti a Caio. Dicevo le buone azioni, tra gli attaccanti Kung si accorge che a Teunissen è rimasto un gel e glielo chiede e l’olandese cattivo perché al Tour non faceva bene il gioco di squadra glielo passa senza problemi: sarà il gesto che deciderà la corsa, e che mi ha fatto pensare alle differenza tra il ciclismo e il nuoto che è uno sport per divi e fighetti, provate a chiedere a un nuotatore avversario se vi passa la borraccia, vi guarderà strano, e poi c’è anche il fatto che dopo la corsa i ciclisti tornano in albergo in bici ma non si è mai visto un nuotatore che torna in albergo nuotando, ma vabbe’. Poi scatta Van Der Poel e si porta dietro Trentin, sono le uniche prime linee che si portano sulla testa, e alla fine rimangono in 5 tra cui Trentin e Moscon. Quest’ultimo si candida a diventare la versione maschile di Tatiana Guderzo perché ai mondiali si trasforma e lavora per Capitan Trentin e alla fine sarà il primo a staccarsi ma poi recupera e con sorpresa il primo a staccarsi è improvvisamente Van Der Poel, svuotato, quel gel di Teunissen era l’ultimo rimasto a disposizione di tutta l’Olanda che ora muore di fame, mentre l’Italia ha fame di vittoria e l’ultimo giro è percorso nella convinzione della facile vittoria di Trentin, anche quando resta solo con Kung e Pedersen perché Moscon si ristacca. Ma questo mondiale punisce la presunzione: la spavalderia di Van Der Poel e non quella di Trentin ma dei suiveurs italiani. Trentin sembra il più forte, il più fresco, il più concentrato, guarda che c’ha pure il ghigno, è una gara a interpretare le sue espressioni, dietro lo stopper Bettiol gongola, l’ammiraglia dice che la corsa è finita, dietro non possono rientrare, Ballan dall’emozione si incarta e pronuncia Mattreo Trentin, Pedersen si stacca e si riporta sotto ma sarà stanco, il nostro è il più veloce, è il più lucido perché in RAI dicono che ha le mani basse sul manubrio e in realtà le hanno tutti e tre, ultimo km, rettilineo finale, a 200 metri parte Trentin supera Pedersen che non si smonta gli esce dalla ruota e vince, vatti a fidare di quelli che si chiamano Matteo. Continua l’interpretazione di Trentin, sembra molto deluso, pare vorrebbe andare via dal podio, in realtà sembra tremare. Deluso? No, infreddolito, deluso non tanto perché non è partito troppo presto e non ha perso di poco ma Pedersen ha vinto nettamente, è stato il più forte. Ma alla fine torna in mente il canone beppecontiano e nessuno dei primi tre risponde ai requisiti del campione del mondo ideale, anzi nessun dei primi quattro perché poi arriva Moscon, ed è il quinto che li possiede quei requisiti ed è forse l’unico che oggi può avere dei rimpianti, cioè il solito Peter Sagan partito all’inseguimento troppo tardi. Se vogliamo entrare nei dettagli e vedere i migliori risultati del podio odierno nelle monumento è presto fatto: Trentin 2 volte decimo a Sanremo, Kung 11 a Roubaix, il migliore proprio Mads secondo al Fiandre, chiamalo carneade! Pedersen è il primo danese a vincere il mondiale, non c’era riuscito neanche Sorensen, è ancora giovane, col tempo sapremo se questa è stata un’edizione importante che ha incoronato un campione come fu nel 1999 con lo sconosciuto Oscar Freire oppure no. Trentin alla fine non fa drammi, dice che domani sorgerà il sole da qualche parte e che la vita continua lo stesso, l’ha presa molto meglio della Bastianelli, diamo alle cose il loro giusto peso, prendiamola con ironia come quei tifosi, presumo fiamminghi, che sventolavano una variante della loro bandiera su cui invece che il leone delle Fiandre c’era per un gioco di parole anglofone Ned Flanders dei Simpson.

E infatti proprio alla fine c’è una bella notizia a saperla vedere: proprio in chiusura scorre l’ordine d’arrivo e 46esimo ultimo arrivato e comunque non ritirato è il ceco Vakoc che dopo un grave incidente non si sapeva neanche se sarebbe tornato a correre.

Eccezionalmente un’occhiata al twitter di Trentin e trovo tutt’altro, perché scrive: “La cosa peggiore del discorso di Greta Thunberg all’ONU sono tutte le persone che applaudono e fanno gridolini. Forse non hanno capito che loro sono gli imputati e non il pubblico di uno show televisivo.”

 

il buongiorno si vede dal mattino quindi non si vede quasi mai

Le notizie del televideo che leggo durante la prima colazione sono relative alle ore notturne e quindi riguardano in genere l’altra parte del mondo diviso per fusi orari dove ci sono capi di stato pittoreschi ma pericolosi, in genere Kim Coso e il Biondo, ma stamattina c’era pure il Brasiliano che vorrebbe dare una spuntatina all’Amazzonia ma viene attaccato da Monsieur Le Président in persona che fa l’ecologista a casa loro, all’estero.  E pensavo che in questa tendenza a voler fare quello che a ognuno pare sulla Terra chissà che un giorno qualcuno non voglia costruire una torre, un grattacielo, più alto delle più alte montagne, in fondo già ci siamo arrivati al km verticale, e dare il proprio nome all’edificio per rendere immortale il suo nome e la sua idea ambiziosa, appena in tempo prima che venga la fine del pianeta e con essa la fine della memoria di tutto.