La Zeriba Suonata – sentimentale sperimentale

William Doyle è un musicista elettronico britannico influenzato anche dalla musica ambient, ha iniziato con la ragione sociale East India Youth e un synth-pop che a volte si avvicinava a quello dei Django Django come in Turn It Away. Poi col suo nome ha pubblicato quattro dischi, l’ultimo dei quali è il recente Great Spans Of Muddy Time per la Tough Love Records. Dai siti specializzati o specializzandi viene accostato a nomi di sperimentatrici a me molto gradite come Julia Holter o Jeane Weaver, però sapete come sono questi inglesi, soprattutto quelli che suonano da soli e se fossero italiani li chiamerebbero cantautori parlando con rispetto, a un certo punto gli può partire la canzone sentimentale o che può sembrare tale e allora scatta la duratura influenza dell’americano Scott Walker che trovò l’America in Gran Bretagna.

Nothing At All

Il dipinto in copertina è del pittore olandese del 1600 Melchior d’Hondecoeter che si specializzò in soggetti volatili, si impara sempre qualcosa.

La faccenda del pubblico

Questo calcio sta dappertutto: che ci fa nella pagina del ciclismo di Het Nieuwsblad? E’ che pure lì ha fatto notizia l’apertura degli stadi italiani al pubblico. In Belgio niente, due Fiandre senza pubblico che già uno sembrava strano, al secondo per strada c’era solo un ragazzino, lo svizzero Schar per ringraziarlo gli ha donato una borraccia ed è stato squalificato in flagranza di reato secondo l’Editto Lappartient, ma tutti gli altri ciclisti avevano invitato il pubblico a stare a casa perché così potevano salire sui marciapiedi senza il rischio di abbattere qualcuno. Pure la stagione del ciclocross è stata senza pubblico, tutti davanti al televisore, se passavi per le strade deserte del Belgio all’ora italiana di pranzo sentivi il rumore dei campanacci provenire dalle case. Però i fotografi hanno detto che le foto così venivano meglio. In Italia invece la decisione a gamba tesa del Banchiere di aprire gli stadi al 25% del pubblico ha scatenato un effetto domino e dal Ministero di Cultura Spettacolo e Fuochi d’Artificio hanno detto che allora bisogna aprire pure teatri e cinema. E il Banchiere, che è uomo di poche parole perché tiene da fare, ha detto: E sia. E ieri il TG diceva che dal 26 aprile andremo a cinema e a teatro, un messaggio volutamente ambiguo, perché detto così sembra che sia un obbligo, come vaccinarsi dato che non farlo è ritenuto un’attività sovversiva. Però posso tranquillizzarvi perché non sarete tenuti ad andare a vedere una simpatica commedia di quel simpaticone di Salemme o il remake del sequel de I Fantastici 4 contro King-Kong, per ora non c’è l’obbligo. Si sorvola invece sul pubblico del ciclismo, perché come fai a dire che sullo Zoncolan potrà andare solo il 25% degli indiani? E intanto oggi si corre l’Amstel Gold Race in un circuito chiuso e vedremo se esiste il Cauberg senza il pubblico, io credo di no, penso piuttosto che è una salita che il pubblico la porta da casa insieme alle birre.

Dagli archivi dell’Area 51 una foto che dimostrerebbe l’esistenza del Cauberg senza pubblico.

La Zeriba Suonata – attualità drammatica

Quando si parla dell’attualità o della modernità di un artista io non capisco mai cosa si intenda, ma forse neanche quelli che ne parlano. Ad esempio ricordo che in passato quando si parlava della modernità di Dante, giusto per restare nell’attualità, si finiva a parlare della Democrazia Cristiana. Ma la sto prendendo un po’ da lontano e allora veniamo al dunque, diciamo che, se qualcuno oggi volesse fare una versione moderna e legata alla drammatica attualità di un classico brano romanticone, io ho una proposta per la sceneggiatura del video che vi vado a sottoporre.

Piove. Lei è fuori a un locale che si chiama Pink Flamingo. Le misurano la temperatura ed entra. Siede a un metro e mezzo da lui e iniziano a parlare. A un certo punto Lui dice: Toglimi le mani di dosso! Lei risponde: Guarda che le ho disinfettate con la soluzione alcolica. Lui continua: Io non ti appartengo, lo vedi e indicando il proprio viso coperto dalla mascherina le dice: Guarda questa faccia per l’ultima volta. E a quel punto a lei viene un dubbio, si abbassa la mascherina e fa altrettanto con la sua e poi esclama: Io non ti ho mai conosciuto. E neanche tu mi conosci. E lui: Infatti. Con queste mascherine è facile sbagliarsi. Io aspettavo un’altra, e ora quando viene devo rifare daccapo tutta questa scena madre, uffa. Così i due si salutano dicendosi Hello, Goodbye.

Soft Cell – Say Hello, Wave Goodbye

Pink Flamingo in pink.

Caballeria

Sembra ieri che i Movistar andavano al Tour col tridente, un po’ spuntato in verità, per cercare di contrastare lo strapotere degli ex Sky, ma, dopo aver ceduto ai Jumbo il ruolo di rivali degli inglesi, quest’anno non hanno ancora vinto una corsa, manco una tappina. Eppure il budget c’è, anzi per la squadra femminile hanno puntato altissimo strappando Annemiek Van Vleuten proprio allo squadrone olandese che da quest’anno ha aperto la filiale femminile. E allora mettiamola così, gli spagnoli sono un po’ tradizionalisti, per cavalleria hanno dato la precedenza alle signore, e ieri finalmente Annemiek ha infranto la quaresima vincendo la Dwars Door Vlaanderen, e lo sponsor sarà contento che tra tanti ciclisti e cicliste ha vinto una che indossa la maglia di campionessa europea e quindi non con i colori sociali. E ora chissà che, dopo le donne, non diano la precedenza pure agli anziani così che toccherà a nonno Alejandro di vincere.

Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori

Umarell part-time

Non c’è bisogno di essere vecchi per fare gli umarell. C’è un giornalista televisivo che ha scritto un libro in cui dice che in Italia ci sono 5 milioni di italiani che lavorano e tirano la carretta e gli altri sono scrocconi, cioè prendono bonus e sussidi vari, e come esempio di poca voglia di lavorare ha parlato di un posto di responsabile di stalla a 3.000 euro al mese che nessuno vuole, ma qui la colpa è della scuola che insegna Dante invece della cura di equini e bovini. Dai calcoli l’autore dice di aver tolto soltanto gli under 20 e gli over 65, quindi tra gli scrocconi ha contato pure gli invalidi, pure quelli che stanno attaccati ai macchinari. La prima impressione è che questa indagine farebbe rivalutare pure gli studi della CGIA di Mestre che sono leggerissimamente di parte, ma almeno di questo il telegiornalista non può essere accusato, perché lavora per una tivvù che si augura che ci siano molti sfaccendati  che abbiano tempo da perdere a guardare altri sfaccendati più o meno VIP, accasati o isolati.

 

Racconti a colori – La luna giallo paglierino

Sulla Terra ormai chi guardava in su guardava Marte e non più la Luna. I poeti gli innamorati i pastori erranti i sognatori gli avventurieri si rivolgevano a Marte, miravano a Marte, e la Luna diventava sempre meno importante, e così successe che lei che già viveva di luce riflessa somatizzò questa perdita di attenzione perdendo anche luminosità, il suo colore non era più brillante ma diventò giallo paglierino. Solo gli animali continuavano a considerarla, anche se notavano il cambiamento, ad esempio i lupi quando si mettevano in posa per ululare si accorgevano che la scenografia non era più suggestiva come una volta. E accadde che un uccello notturno del colore del cielo scuro, di cui in genere a stento si vedeva solo il becco, notò che qualcosa era cambiato e voleva capire cosa era successo, e pensava di poter volare fino alla luna, e ormai aveva un unico pensiero e non si accorgeva che per quanto  volasse la luna era sempre lontana e non poteva  raggiungerla e non si accorgeva neanche di essere allo stremo, finché sfiancato cadde a terra morto. La mattina dopo, con la luce del sole sul marciapiede chiaro, quell’uccello nero ebbe il suo unico momento di visibilità, ma quel momento fu breve perché fu raccolto pietosamente dallo spazzino che con la paletta lo buttò nel bidone del suo carrettino, e a una signora che passava disse: “Ormai si trova di tutto per terra. Non mi meraviglierei una di queste mattine di trovare per terra pure la Luna che ormai non serve più a nessuno e mi toccherà pure di raccoglierla.” La morale di questa storia è che la gente parla a vanvera.

Racconti occulti – Ghiandaie dell’Inferno

Roberta era molto pigra, non lavorava e non studiava, il massimo del suo impegno era vedere i documentari sulla natura stravaccata sul divano. Quando suo padre Giovanni morì lei ne ereditò la cotoniera ben avviata nella quale il suo compito era incassare i guadagni, al resto provvedeva il personale. Vendette la casa paterna e si comprò una villetta in un parco. Di una decina di villette a schiera la sua era l’ultima, oltre c’era uno stradone che portava da qualche parte e dall’altro lato della strada un terreno abbandonato con solo una quercia rinsecchita, sul quale un giorno avrebbero costruito un altro schieramento di villette. Non avendo impegni Roberta aveva un sacco di tempo per guardarsi intorno e notava che tutti i suoi vicini avevano il prato davanti casa bello verde curato e fiorito e poi davanzali e balconi pieni di piante anch’esse ben curate e con fiori dai colori vivaci. Solo la casa di Roberta faceva eccezione perché lei non aveva il pollice verde, non sapeva dare alle piante la giusta quantità d’acqua, la corretta esposizione al sole e così fiori e piante si ammalavano rinsecchivano e quelle che non morivano si suicidavano. Roberta però avrebbe voluto una casa in fiore come le altre e iniziò a farsene un dramma e a non dormirci la notte. Finché una notte i vicini sentirono un urlo e il rumore di un vaso rotto a terra e qualcuno dalla finestra la vide uscire e camminare mogia verso lo stradone e poi sedersi su un paracarro. Qualcuno più ficcanaso o insonne degli altri raccontò di averla vista parlare nel buio con una figura misteriosa che metteva i brividi, un uomo alto e curvo, con un grosso cappello e un grosso mantello. Dal mattino successivo l’erba del prato di Roberta iniziò a crescere e le piante sui balconi a fiorire e in poco tempo la sua villetta diventò la più colorata del parco, una casetta di quelle che si vedono nelle cartoline. Passavano i giorni e ogni vicino si era ormai rassegnato a non avere la casa più fiorita del parco, quando un mattino uno di loro fu avvicinato da Roberta che gli chiese se aveva sentito quel versaccio della ghiandaia che l’aveva tenuta sveglia tutta la notte e il vicino fu contento di poterla contrariare rispondendo che aveva sentito solo la solita civetta ma nessuna ghiandaia che da quelle parti non ce n’erano. Allora di questa cosa Roberta preferì non parlare più con i suoi vicini, ma dato che continuava ad avere queste visioni o incubi si confidò con chi poteva capirla, i suoi amici ricchi e sfaccendati, ai quali confidò che era tormentata tutte le notti da queste ghiandaie dell’inferno col loro verso demoniaco, ma i suoi amici si dimostrarono insensibili perché capaci di dire solo che non sapevano che all’inferno ci fossero le ghiandaie, e il più stupido di tutti disse che le fiamme dell’inferno avrebbero dovuto rosolare per benino le ghiandaie che chissà se sono buone da mangiare. Peggio di tutti, la sua vecchia e nevrastenica compagna di scuola Zymilde si rivelò pure indiscreta perché racconto agli altri che Roberta le aveva confidato che per ottenere il dono del pollice verde aveva venduto l’anima al diavolo, la figura misteriosa di quella notte, e ora le ghiandaie venivano a tormentarla perché mantenesse il suo impegno. Passarono altri giorni e soprattutto altre notti tormentate fino a quella in cui si sentì un urlo terrificante venire dalla sua villetta, i vicini videro tutte le luci spegnersi all’interno e pensarono opportuno tornare a dormire. Nessuno vide Roberta la mattina dopo né le mattine successive. A poco a poco le piante rinsecchirono, il prato era sempre più incolto, poi una mattina arrivò una ghiandaia in quel parco, si posò un attimo su una persiana già cadente della casa di Roberta, ma si accorse che tutti i vicini la guardavano e intimorita volò via.