Visibìlia – Floria e fauna

Floria Sigismondi nacque a Pescara, cosa credevate? Ma già a due anni i previdenti genitori cantanti d’opera si trasferirono in Canada. Floria ha iniziato disegnando e dipingendo, poi si è data anche alla scultura alla fotografia e alla regia. Ha diretto spot pubblicitari, un film sulle Runaways, il primo gruppo di Joan Jett, clip pubblicitarie e soprattutto musicali. I suoi video malati la fanno accostare a Chris Cunningham (clic e clac), il suo stile è caratterizzato da ritmo spezzato, effetti di luce, soggetti fuori fuoco e presenza di insetti e serpenti. E altra bella fauna è quella con cui ha lavorato, da quel sarchiapone di Marylin Manson ai White Stripes che erano sposati ma dicevano di essere fratelli. Si dice che una volta abbia definito i suoi video come “entropici sottomondi abitati da anime torturate e esseri onnipotenti”, e chissà se un’altra volta sarebbe stata capace di ripetere questa definizione pari pari. Un video che illustra bene lo stile di Floria Sigismondi è Push It dei Garbage, il gruppo composto da tre produttori e dalla cantante Shirley Manson che non era parente di Marylin ed era la vera forza del gruppo, la conditio sine qua non, non so se mi sono spiegato.

Push It

Se fosse stato un film

Hai voglia a parlare di universi parelleli e cose del genere, oggi sono 50 anni dal mondiale di Gap e vincitore risulta ancora Basso davanti a Bitossi. Ma se fosse stato un film si poteva immaginare, e pure realizzare volendo, un finale alternativo: a poche decine di metri dall’arrivo sulla sede stradale irrompe il cane di Zandegù, forse sfuggito al controllo del proprietario o forse proprio no, che corre contro Basso e lo fa cadere, ma voleva solo giocare, così vince Bitossi, secondo Guimard e terzo Merckx. Mi piace.

“Effetti speciali” fatti in casa.

Prime nozioni di economia domestica

Ho letto che nelle scuole giapponesi sta aumentando l’insegnamento di educazione finanziaria e di economia domestica perché i genitori riterrebbero imbarazzante parlare di soldi con i figli. Se l’Italia facesse lo stesso chissà se i programmi sarebbero asettici e ministeriali o con contenuti sponsorizzati.

Pirenaica

Al Tour ci sono state tre tappe pirenaiche e allora ho pensato che della prima scrivo al passato, della seconda al presente e della terza al futuro.

All’inizio della tre giorni sui Pirenei si è fatto l’appello. Qualcuno non è partito perché positivo al covid, qualcun altro perché ammaccato, e poi c’è il caso Morkov. Il danese era arrivato fuori tempo massimo, non è stata la squadra ad abbandonarlo ma è stato lui a dire lasciatemi qui, mettetevi in salvo voi. E’ voluto arrivare a tutti i costi anche se fuori tempo massimo, come Siskevicius alla Roubaix di qualche anno fa, solo che il lituano trovò il velodromo chiuso mentre lui ha trovato il direttore del Tour in persona a fargli i complimenti e chissà come si dice “sticazzi” in danese. Ma gli è parso strano che se ne si sia parlato più di una sua vittoria e si è pure sentito in colpa verso i compagni perché gli sembrava di averli traditi. E mentre lui si faceva di questi problemi, i lupi del pacco omonimo hanno passato in piscina la giornata di riposo facendo tuffi più o meno acrobatici, Lampaert che si buttava come se cadesse sul pavé e Jakobsen che faceva pure la capriola, ma questo non stava più di là che di qua e poi è resuscitato? Gli Israel invece se ne sono andati a fiume, chissà che non sia stato un suggerimento del lato africano di Froome, ma poi vedremo che ha pagato più la giornata al fiume che quella in piscina. Pure le squadre dei due primi in classifica hanno fatto la conta, per i Jumbo c’era Benoot acciaccato, per l’UAE c’era Soler con problemi di stomaco che la tivvù sembrava quasi volerci offrire in diretta, e alla fine anche lui è arrivato fuori tempo massimo. E come se non bastasse, dopo che Pogacar ha fatto due tre attacchi senza risultato, sì è messo a tirare il compagno Majka ma a un certo punto ha rischiato di cadere per l’ennesimo problema meccanico della loro bici italiana, non facciamo nomi ma sarà una coincidenza? La prima e meno difficile delle tre tappe pirenaica non ha detto niente per i primi due posti ma per i successivi ha visto Quintana avanzare e Bardet retrocedere. Per la tappa invece anche stavolta è arrivata la fuga, e tra vari scalatori l’ha spuntata invece un passista, il canadese Hugo Houle della Israel che andò a fiume, il quale aveva l’asso nella manica, il valore aggiunto dei ciclisti, cioè un parente morto cui dedicare una tappa. Suo fratello correva come lui ma 10 anni fa fu ucciso da un autista ubriaco e da allora avrebbe voluto dedicargli una vittoria, ci ha messo un po’ di tempo ma almeno gli ha dedicato una vittoria importante.

Altra tappa altra conta: Majka il giorno prima ha preso una bella botta e non parte, lasciando Pogacar con soli tre compagni, anzi con due più Hirschi. Eppure quei due fanno in corsa quello che non hanno fatto per tutto il Tour, si mettono a tirare e setacciano il gruppo, praticamente quello che faceva la Sky. E viene da pensare che, al di là dei risultati, queste tappe segnano un cambiamento nel ciclismo moderno che tanto poco piace a Uran. I ragazzi stanno crescendo e mettendo la testa a posto e perciò da adesso in poi correranno con giudizio, pure troppo, staremo a vedere. Ma Pogacar deve recuperare molto e allora non aspetta l’ultima salita per scattare ma attacca già sulla penultima, a 2 o 3 metri dal GPM, e Vingegaard rimane attaccato. Poi si ricongiunge Mc Nulty e riprende a tirare per Pogacar, dal quale in RAI si aspettano un attacco a tre km dalla fine, nel tratto più duro della salita verso l’aeoporto di Peyragudes, il terzo aeroporto in questo Tour che forse spera così di incitare i ciclisti a volare, ma manco il gatto e la gabbianella, a 3 km non scatta nessuno e si va allo sprint tattico e non si capisce se i due contendenti non ne hanno più o temono di non averne, alla fine vince Pogacar e guadagna solo 4 secondi d’abbuono. Per la terza volta consecutiva c’è un ciclista da solo che rischia di arrivare fuori tempo massimo, è Fabio Jakobsen che andò in piscina, lasciato solo come il suo apripista Morkov nonostante possa vincere l’ultima tappa, però i compagni ormai più jene che lupi fanno il tifo per lui, chissà come si dice “sticazzi” in neerlandese, ma alla fine ce la fa per una sporca dozzina di secondi ed è uno in meno che lascia il Tour.

Sempre insieme.

La terza tappa pirenaica partirà da Lourdes ma i ciclisti non verranno benedetti, neanche partiranno per covid tre vecchietti, Caruso Erviti e Froome cui avrà fatto male l’acqua del fiume? E poi altri due saranno allegramente buttati giù dalle moto. Ciccone andrà in fuga per i GPM e per litigare con qualcuno ma fallirà, anche perché la gara la faranno gli uomini di classifica, e stavolta Pogacar attaccherà più volte sulla penultima salita ma Vingegaard sempre dietro, insisteranno anche in discesa e lì prima il danese slitterà ma riuscirà a rimanere in piedi, poi cadrà lo sloveno ma l’avversario invece di filarsela lo aspetterà e si sincererà delle sue condizioni e Pogacar gli stringerà la mano. E tutti a elogiare il fairplay, anche i sostenitori del ciclismo di una volta in bianco e nero, ma un gesto del genere col cavolo che l’avreste visto ai tempi eroici del ciclismo eroico, neanche da qualche corridore in odore di santità, anzi sarebbe stata un’occasione per guadagnare terreno. Poi i malpensanti diranno che sarà stata una scelta strategica o qualcosa di simile, ma se si dice che lo sport insegna i valori e insegna a comportarsi nella vita vera, allora meglio proporre queste immagini piuttosto che un calciatore dalle dubbie frequentazioni che fa un gol con la mano e poi dice che non è stato lui ma Dio in persona. Diciamo che di questo gesto aveva bisogno pure la Jumbo per certi atteggiamenti poco sportivi e anche perché Van Aert a volte sembra che aspiri a diventare lo sceriffo del gruppo. Ma tornando alla corsa, sull’ultima salita verso Hautacam Vingegaard troverà proprio Van Aert, in fuga dal mattino, il quale con una trenata staccherà Pogacar e così Vingegaard andrà a vincere davanti allo sloveno.

La terza tappa ha entusiasmato gli uomini della RAI che hanno potuto fare retorica in abbondanza sul fairplay, e Rizzato ha mitragliato che vorrebbe che questo Tour così bello non finisse mai e che forse pure Vingegaard avrebbe voluto che gli ultimi 300 metri non finissero mai. Mai? Ma ci sei o ci fai? Giovannelli e Pancani, da parte loro, si sono inseriti di forza in un’iniziativa di Gerainthomas che a ogni tappa lasciava il suo giubbotto a un tifoso per passarlo a un altro nella tappa successiva fino a Parigi dove verrà messo all’asta, e che la RAI si sia intrufolata e abbia tolto lo sfizio a un qualche tifoso mi pare poco sportivo. Ma il mattatore è Garzelli. Lui, e non solo lui, abusa di una espressione ormai antipatica quando, per sottolineare la superiorità di Pogacar Vingegaard e Van Aert, dice che fanno un altro sport, ma allora ciò vuol dire che Garzelli, dato che in alcuni anni correva solo il Giro e in altri anni neanche quello, fa il commentatore di uno sport che non ha praticato. Bisogna riconoscere che solo uno con la sua esperienza e la sua competenza può spiegarci certe cose e dirci ad esempio che “quando cadi ti fai male”. Meno pratica ha con la lingua, pratica l’anacoluto come se si divertisse a fare le finte, e dello schwa o degli asterischi non se ne farebbe niente perché con lui saltano i generi e i numeri, ma il Garzo vive in Spagna ed è comprensibile, però se andiamo in campo neutro, cioè né italiano né spagnolo, ecco che il berlinese Simon Geschke, ex maglia a pois e figlio di uno storico velocista della DDR, può fantasiosamente diventare Sàimon Sghècce.

Insiemissimi.

Il mio Colombre

Niente di drammatico, non sono acquamarino e quindi non potrei essere perseguitato da un colombre personale che poi alla fine si rivela tanto una brava persona. Volevo solo intendere che, letto il racconto di Dino Buzzati, ho voluto provare pure io a disegnare quello squalo col muso da bisonte.