Sfigorama

Stamattina vado in libreria, compro altri libri che non so quando avrò il tempo di leggerli, Delitto e Castigo nella versione di Osamu Tezuka (J-Pop) e gli scritti di Coppi, questa mi giunge nuova. Il cattolico Fausto Coppi era erroneamente ritenuto comunista, stai a vedere che lo facevano scrivere su Rinascita o il Politecnico, no, si tratta di articoletti scritti su giornali sportivi, rotocalchi, c’è anche l’Unità, e introduzione a libri su di lui, tutto raccolto da Gabriele Moroni nel volume Non ho tradito nessuno e pubblicato da Neri Pozza in occasione del giubileo coppiano. Mi sposto nel settore rock, ci sono le solite biografie di nomi mai sentiti perché non seguo i talent, forse è per far spazio a questi personaggi che non c’è posto per l’autobiografia di Johnny Marr, all’improvviso arriva un esagitato a cercare un libro sulle canzoni che hanno salvato la vita, a chi non so, e quando si allontana, incuriosito, do un’occhiata al libro di cui ci sono troppe copie. La scelta è meglio di quel che temevo, ma all’improvviso, accortosi che stavo sfogliando sto libro, l’esagitato torna indietro e mi fa sapere che venerdì alle 18 ci sarà la presentazione del libro in quella sede, poi, forse accortosi di essere troppo invadente, si ritira come un velocista alle prime montagne. Beh, comunque avrei avuto la scusa giusta: il venerdì alle 18, dopo una settimana di duro lavoro e di ancor più duri Processi alle tappe, c’è il confronto telefonico con la redazione di Schiantavenna. E però mi chiedevo se davvero c’è qualcuno cui le canzoni hanno salvato la vita, e nel caso questi qui come stavano messi, a me per fortuna non lo chiedono, ma dovrei rispondere che a me la vita l’hanno salvata i medici; com’è difficile essere cool, normale che allora si segua pure uno sport sfigato come il ciclismo. Ma quello del salvavita è solo un nuovo modo di proporre liste, non so se dovuto a Wim Wenders che tanti anni fa disse che il rock gli aveva salvato la vita, o agli Indeep cui la vita la salvò un dj l’ultima notte o a chissà chi altro. Prima c’erano le cose da portare sull’isola deserta, e finché si trattava di libri andava bene, non avevi bisogno di altro e scegliendo quelli lunghi c’era come passare il tempo, ma i dischi, prima di partire per l’isola bisognerebbe assicurarsi che lì ci sia la corrente elettrica. Ma io non sono così asociale da voler partire per quell’amena località, e poi non so se la tivvù di stato dell’isola deserta trasmette il ciclismo. E, dicevo, forse ora si è passati a elencare le cose che hanno salvato la vita, le canzoni soprattutto, ma non sperate che ve le passi il sistema sanitario nazionale. E c’è qualcuno a cui la vita l’ha salvata il ciclismo? Boh, ma l’importante è che questo resti uno sport popolare, anche perché può permettere dei bei discorsetti al limite del populismo. C’è la discussa riforma che incombe e anche lo scrittore scende in campo e si schiera contro, perché il ciclismo non deve rischiare di diventare uno sport di élite come il golf o l’equitazione. Del resto, se diventasse uno sport d’élite non credo che si troverebbero due come Frapporti e Cima che vanno ancora una volta in fuga disperata. Stavolta non c’è Maestri e l’altra differenza è che il gruppo fa male i conti e va a prenderli troppo presto, così Bidard e Vervaeke, nascondendosi dietro Ciccone apparentemente partito solo per un GPM, tirano dritto e il gruppo deve fare gli straordinari, per cui alla volata di questa tappa pure ondulata arrivano stanchi, lo stilista rompe le scatole a Viviani mettendosi alla ruota del treno Deceuninck ma resta cucito, pardon, imbottigliato e sembra prepararsi un’altra vittoria di Pascalone, ma il tedesco è forte, regge bene in salita ma non è un dominatore, e nel giorno in cui altrove c’è la manifestazione dei sovranisti vince finalmente Calebino, l’australiano coreano che ha imparato il mestiere in Italia e corre per una squadra belga. Al processo c’è Hatsuyama che parla italiano meglio di Reverberi, il quale però capisce l’inglese di Monsieur Le Président, e sembra un ossimoro un francese che parla inglese ma forse Lappartient vuole fingersi super partes, lui che voleva ridurre Giro e Vuelta a vantaggio del Tour e vorrebbe allargare il numero di squadre World Tour possibilmente alle francesi Cofidis, Total e Arkéa Samsic. Valerio Conti si dimostra spiritoso e, dato che nei giorni scorsi ha detto di sapere a memoria i film di Verdone, gli fanno una sorpresa stile programma piagnucoloso e lo fanno parlare col regista che, poverino, sarà stato costretto a informarsi in fretta e furia su questo personaggio che fa questo sport davvero strano. Anche nelle interviste Roglic e Yates rivaleggiano, però nella specialità della antipatia. Franzelli dice che Simone è cambiato, l’anno scorso era spavaldo sempre all’attacco, e infatti quest’anno è sempre in difesa ma spavaldo uguale, tutto il contrario di Ignatas Konovalovas che, intervistato da Cicloweb, si tira fuori dalla lotta per la crono vinicola di domani, dicendo che si prenderà un giorno di riposo e spera che Roglic non vada troppo forte per poter restare entro il tempo massimo, lui che al Giro in totale ha vinto una tappa più dello stilista, che a pensarci bene vedrei meglio a qualche concorso ippico.

Se vi piace il cinema avvicinatevi a un qualunque concorso ippico e vi sembrerà di stare nel film Il Conte Max.

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La Zeriba Suonata – sembrano cose e-levate

Il nuovo disco di Holly Herndon, sperimentatrice elettronica, si intitola Proto (4AD) e in pezzi come Frontier, che sembra gli Alt-J che eseguono Bjork, quella prodotta da Arca, ha qualcosa di religioso. Chi non l’ha mai ascoltata si penta e faccia ammenda, poi, se ha un vitello grasso lo ammazzi, così pure lui impara a mangiare come un porco. Oggi quanti ne abbiamo? 18 maggio? Eh, credo che questo sarà uno dei miei brani dell’anno.

La Zeriba Suonata – il Giappone esiste ancora

Il Giappone lancia l’allarme interno perché scarseggia la manodopera. Al Giro lo scrittore parlante cerca di appassionare il pubblico alla vicenda di Hatsuyama, che però ha già 30 anni e sembra più una presenza di colore e dovuta allo sponsor, un passo indietro rispetto a validi professionisti come Arashiro e Beppu, o Abe che correva con la Mapei ed è l’unico giapponese ad aver vinto la Japan Cup. Ma il Giappone esiste ancora.

Sul finire degli anni 70 i giapponesi iniziarono a lanciare cartoni animati sulla penisola. La Autorità avvisavano i bambini di non avvicinarsi: erano pericolosi. Quei cartoni pieni di mostri, alieni, orfanelli e orfanelle, però non della curva omonima, erano così diversi da quelli cui era abituato l’Occidente, e poi alcuni era molto violenti, mentre qui eravamo abituati a simpatici animali antropomorfi che cercavano di mangiarsi o di farsi esplodere a vicenda. Ma l’accusa più infamante era che venivano fatti con il computer, come dire opera del Demonio, disumani, e mi sono spesso chiesto quanti di quelli che lanciavano questa accusa in seguito hanno magnificato le magie della computer grafica di Pixar Dreamworks eccetera. In difesa dei cartoni giapponesi, e anche dei fumetti che allora non erano ancora arrivati in edicola, uscì un numero di Eureka, sempre di quell’annata particolare con Castelli e Silver, e quella rivista non era come Linus su cui si discuteva soprattutto di politica però a volte anche di politica. Ma della musica giapponese cosa sapevamo negli anni ottanta? C’era Ryuichi Sakamoto, famoso soprattutto per il film Furyo (di cui fu interprete e compose la colonna sonora, con il tema cantato da David Sylvian, nome gradito anche agli snob di ogni genere) e poi nient’altro, sapevamo solo che lì c’erano collezionisti che cercavano di tutto, anche il prog, anche quello italiano che qui era bandito perché bisogna riconoscere che in quanto a chiusure spesso punk e new wavers non erano da meno rispetto all’intellettualume di sinistra. E poi, negli anni novanta, con la musica elettronica il nu jazz e il revival lounge, i musicisti giapponesi che erano attivissimi in questi generi invasore l’Italia e l’Occidente, o almeno gli stereo occidentali, e capitanati dai Pizzicato Five sbarcarono Fantastic Plastic Machine, Kyoto Jazz Massive, Tokyo’s Coolest Combo, United Future Organization, Cornelius e Kahimi Karie, una delle migliori cantanti afone del mondo. Furono pubblicate due compilation intitolate con molta fantasia Sushi 3003 e Sushi 4004. Ma poi la moda è passata, qualche gruppo si è sciolto, Yasuharu Konishi dei Pizzicato Five si è messo a fare musica triste (l’ottimo One and ten very sad songs), però ovviamente in Giappone si continua fare musica di tutti i generi, c’è stato l’altra moda effimera, almeno in occidente, del visual kei, ci sono anche scambi culturali, diciamo così, come la collaborazione tra Pastels e Tenniscoats, e ora esordisce su disco un gruppo di cui si sa ancora poco: i Minyo Crusaders. L’album si intitola Echoes Of Japan e sembra che si tratti di canzoni folk cantate in giapponese ma suonate secondo vari generi musicali. In copertina sono indicati la prefettura d’origine dei brani e il genere che essi si preoccupano di indicare, forse per evitarci lo sforzo di capirlo e il rischio di dire sciocchezze. Si va dalla cumbia al reggae, dall’afro funk all’ethiopian jazz, dal beguine al boogaloo di Tanko Bushi.

 

Fiumi di libri

Il Giro d’Italia sta ai libri sul ciclismo come Lucca comics sta ai fumetti, la maggior parte delle novità le trovate in queste occasioni. In libreria ho visto due titoli che sconsiglierei a priori anche se proprio i titoli non li ricordo ma ne ricordo bene gli autori. Uno l’ha scritto il banchiere sempre aiutato dallo stesso giornalista quindi due motivi in uno per girare alla larga. L’altro sul dualismo tra Merckx e Gimondi l’ha scritto il dimenticato Giorgio Martino, spalla di De Zan e pioniere del giornalismo soporifero. Invece in questi giorni ho letto un libro vecchiotto: Storie esemplari di piccoli eroi di Cesare Fiumi nell’edizione Feltrinelli del 1996, forse più reperibile nella ristampa Dalai del 2011. Fiumi, scrittore e giornalista del Corriere, racconta di alcuni sportivi, tra cui 6 ciclisti, non campionissimi, e per i miei gusti lo fa con un po’ troppa retorica, quella sui valori la gente semplice la terra la montagna, e la prefazione di Gianni Mura sfiora la blasfemia quando paragona l’autore a Gianni Celati, però è un libro interessante, soprattutto in questi tempi di santificazioni, in cui solo Beppe Conti con le sue storie segrete e i suoi pettegolezzi sembra mettere un po’ di pepe nelle vicende. Si dice che il tempo è galantuomo, ma non ne sarei tanto sicuro, poi è una questione di gusti, perché col tempo si perdono i racconti minimi di chi ha vissuto le cose e restano solo gli storici, a volte non meno parziali, e privilegiare i lati positivi dei personaggi omettendone o dimenticandone difetti peccati e scorrettezze non rende un buon servizio neanche a loro perché li disumanizza. Poi ognuno si fa un’idea delle persone sulla base della propria esperienza e i pareri inevitabilmente divergono, per cui in questo libro è interessante anche scoprire il Merckx di Balmamion, il Gimondi di Motta, il Coppi di Terruzzi e il Bartali di Magni. Infine ci sono due che non parlano male di nessuno, Bitossi e Martini, e per come li conosciamo la cosa non ci meraviglia, però mette a rischio il luogo comune dei maledetti toscani, ed è un problema perché i luoghi comuni sono così comodi, se vengono meno ci tocca sforzarci a cercare di capire la realtà.

 

Le telefonate impossibili: Don Alejandro

Diciamo la verità: il grande assente del Giro 2019 è Alejandro Valverde, che all’estero non so ma in Italia è stato oggetto di un cambiamento di gabbana come solo in Italia sanno fare, pensate a certi politici del passato remoto o recente o anche dell’attualità, questi ultimi vedrete tra qualche annetto. Solo che Valverde fa più degno mestiere e il cambiamento è stato in senso positivo. Ritenuto attendista, sparagnino, dopato, per un breve periodo ha anche interpretato il villain nei confronti di Rodriguez, preferito dal pubblico come se Purito chissà che ciclista spettacolare fosse e invece era solo uno specialista delle rampe finali che ha dato il meglio di sé nelle interviste, anche se con avversari come Ba(nala)sso non era difficile. E dicevo Valverde, oggi è esaltato come grande campione, forse anche perché il tempo cambia la prospettiva, rende più rispettabili, e, per quel che mi riguarda, penso che uno che va forte per tanti anni qualcosa di suo deve averlo, e forse pure Armstrong lo aveva, ma gli ha nociuto anche il fatto di non essere un signore come invece è ritenuto Valverde, non a caso chiamato Don. Ho telefonato a Valverde giovedì scorso verso le ore 22.00.

-Buonasera Don Alejandro, disturbo? Cosa stava facendo?

-Buonasera. Sto collegandomi con la tv italiana.

-Vuole seguire la presentazione del Giro?

-No, per carità! Quella musica de mierda a palla che palle! Non essendoci costretto la evito volentieri, la lascio a Annemiek che appena sente una musichetta qualunque subito si mette a ballare. No, volevo vedere la Corrida.

-Scusi Don, ma qui in Italia non ci sono le corride, certe manifestazioni  cruente non le abbiamo, siamo un popolo evoluto.

-A giudicare dai vostri ministri non si direbbe. Comunque io intendevo la Corrida di Corrado.

-Ma Corrado è morto.

-Davvero? Così giovane?

-Mica tanto!

-Ma io pongo me stesso come riferimento. Comunque la Corrida so che la trasmettono ancora da qualche parte.

-Si, ma non stasera.

-Ma voi in Italia fate sempre repliche e repliche delle repliche. State ancora replicando Drive In e Colpo Grosso?

-Eh, gli italiani sono nostalgici.

-Ho saputo anch’io del Salone del Libro di Torino.

-Non intendevo in quel senso. Comunque l’avevo chiamata per invitarla ad andare sul Canale 65, vedrà qualcosa, o meglio qualcuno, che la rincuorerà.

-Canale 65? Ecco, … cos’è, un programma sulla mtb?

-Si, sono servizi sulle gare marathon in Italia.

-Ma quello mi sembra una faccia conosciuta, un po’ invecchiato… Sì, mi pare Francesco Casagrande, ha smesso di correre quando io ho iniziato. Avrà 60 anni.

-No, meno di 50, e non ha smesso, è solo passato alla mtb. Vede che a quell’età si può ancora gareggiare?

-E quell’altro invece me lo ricordo, è Riccardo Chiarini, correva nel decennio scorso, ma sarà vecchissimo pure lui!

-Ehm, sì…, però è più giovane di lei, Don.

Tut tut tut

Ma che è successo, è caduta la linea?

un Giro sbriciolato

Dicono che i ciclisti stanno iniziando a stufarsi del Tour, troppa grandeur, troppo caos, buon per il Giro che in fondo è la corsa più dura del mondo nel paese più bello del mondo, o viceversa, insomma è uguale, e infatti quest’anno il Giro ha un percorso più interessante di quello del Tour, vabbe’, ci sono quelle tre cronometro, sono un po’ troppe, comunque c’è un campo partenti superiore a quello del Tour, è vero che non ci saranno Quintana, Bardet, Pinot, Uran, Enrique Mas, però ci sarà uno tra Froome e Thomas e poi tutti gli altri. Aru non c’è, forse hanno scoperto la causa dei suoi problemi, forse, e di sicuro si è dovuto operare, però non è che un nome solo cambia molto, gli altri ci sono tutti. Dopo tanti tentennamenti, che forse stavano solo nella testa degli italiani, dopo tante voci, finalmente si è saputo chi verrà al Giro tra Froome e Thomas: nessuno, tutti e due al Tour. Però almeno sarà l’occasione per i giovani Bernal e Moscon di mostrare quanto valgono, finalmente potranno correre da capitani. Bernal si è rotto la clavicola in allenamento, Moscon non è in forma, gli capita, spesso direi, se ha il contratto in scadenza mi sa che il Sir Petrolchimico non glielo rinnova, ma un posto in una professional italiana lo trova, ai diesse italiani piace dire che vogliono rilanciare un talento, prima che si ritiri definitivamente. E quindi la Ineos deve puntare sui ragazzini che sono andati bene al Tour Of The Alps anche grazie a un gregario come Froome che li ha accompagnati per la manina ma qui non ci sarà, e dato che il vecchio Knees è un tiratore scelto, cioè l’hanno scelto solo per tirare come un asino di Bruseghin e basta, il più esperto diventa Puccio cui toccherà fare la chioccia ai due pivelli, tra i quali sembra più forte Coso Hart ma la squadra gli preferisce come capitano Sivakov perché neanche loro sanno come si pronuncia il suo nome. Valverde non viene, gli acciacchi dell’età, non sarà la gotta, quella, che io sappia, ce l’ha solo Paperone, mai sentita una persona reale che dicesse di avere la gotta, però l’Embatido dovrebbe un po’ riguardarsi, non nel senso di riguardarsi i video di quando vinceva, ma stare attento ai colpi di freddo, agli sforzi che gli può venire il colpo della strega. Però c’è pur sempre Landa, dicono che ha avuto problemi a un’unghia, dicono che forse è una scusa, ma lui non ha bisogno di scuse per un altro flop, il suo nome in questo è una garanzia. E c’è Jungels che in primavera ha fatto tutt’altro correndo sul pavé ma ha detto che può gareggiare per la classifica, e anch’io sono convinto che, con i suoi mezzi, se si inserisse in una fuga bidone che arrivasse all’arrivo con una mezzora di vantaggio, facciamo pure tre quarti d’ora, poi potrebbe puntare a un mezzo podio. In conclusione chi rimane? Dumoulin, Lopez e il gemello Simone che fa lo smargiasso e dice che gli altri dovrebbero farsela sotto, non so se si riferisce a Dumoulin, certo non il massimo della simpatia, aggiungete che dopo la lezione dell’anno scorso sarà più cauto e sparagnino e vedrete che non vedrete lo Yates spettacolare dell’anno scorso. E poi ci sarebbe Nibali, ma tra una cosa e l’altra, tra un Giro d’Italia e un Lombardia s’è fatto tardi, e scopriamo che nessuno ha mai vinto alla sua età. Ah, poi ci sarebbe il Roglic, il fenomeno n. 2 dell’anno, dopo Mathieu, però sta andando fortissimo dall’inverno e qui potrebbe anche partire forte ma sarà difficile esca vivo dalla terza settimana, quella che dicono tutti gli espertoni. Però, dai, potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.