armadilli

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Di chi sono le nuvole

C’è ad esempio quella di Fantozzi, ma questa mi sembra disegnata da Lorenzo Mattotti, eh?

Tutta la verità sui palloncini

Dicono che i cani somigliano ai loro padroni, ma non sempre è vero. Qualche anno fa di mattina incrociavo un omone grande e grosso che portava a spasso un cagnolino piccolo, che non so proprio in cosa poteva somigliare al padrone e che a confronto con lui sembrava ancora più piccolo, ed era tale la differenza di peso percepita che mi immaginavo che da un momento all’altro il cagnolino potesse iniziare a sollevarsi e rimanere sospeso in aria come un palloncino con il guinzaglio al posto del filo che gli impedisce di volare. Volevo scriverci un post ma non l’ho mai fatto sia perché non mi sembrava facile renderlo con un disegno sia perché avevo paura che qualcuno lo interpretasse come una cosa poetica, perché mi sembra che i palloncini c’hanno la poesia incorporata, che scatta in automatico, ma di quella poesia nell’accezione becero-lirica che si associa ai bambini, al mare, ai gabbiani, alla luna e alle stelle, spero di non aver dimenticato nulla. Poi nei giorni scorsi ho letto di un’istallazione artistica con anche dei palloncini e allora ho pensato di tirare fuori quella storiella del cagnolino-palloncino, però mi sono pure chiesto chissà l’artista cosa voleva davvero significare e che sarebbe opportuno dire che fine fanno i palloncini che volano via, che poi forse molti diranno che lo sanno già e che non stavano aspettando che lo scrivessi io, ma se me lo dicevate prima il post non lo scrivevo, ormai ci sono e continuo. I palloncini dicono tutti che finiscono per scoppiare e cadono a terra, spesso in mare, e che finiscono nell’apparato digerente o quello che ne fa le veci di animali soprattutto marini, pesci, cetacei, uccelli, rettili. E poi aggiungiamo che la figura del venditore di palloncini pure quella fa scattare la poesia, le intitolarono un film lacrimoso degli anni 70, il venditore di palloncini sarebbe quello che distribuendo questi lievi balocchi dietro modesto compenso suscita il sorriso nei bambini; un accidenti! Sappiate che uno storico venditore di palloncini casertano che si posizionava la domenica nei punti di maggiore confluenza di bambini li invitava invece a piangere perché impietosissero le mamme e le convincessero a comprare il palloncino. Questa è la cruda, dura, nuda verità.

La Zeriba Suonata – L’Australia non è uno Stato Unito però …

Ridendo e scherzando si è fatta ora: sono appena finite le feste, non è ancora finita invece la stagione del ciclocross e già è ora di andare giù sotto. E’ appena iniziato il Santos Tour, versione femminile del Tour Down Under, e la prima tappa è stata vinta dall’australo-trentina Letizia Paternoster, che solo pochi giorni fa era stata elogiata sul sito roseo da Maurizio Fondriest, però sospetto di conflitto di interessi in quanto suo compaesano. Ma a proposito di paesi, gli USA si sono spinti fino alle Hawaii, non oltre, l’Australia è roba del Commonwealth e quindi, se anche avesse voluto tenere fede al suo proposito, poi ritrattato, di dedicare un disco a ogni Stato dell’Unione, Sufjan Stevens non avrebbe avuto competenza sull’Australia. Ma a tutto c’è rimedio: gli Husky sono un gruppo di Melbourne che hanno inciso pochi dischi, ognuno con una differente etichetta, e in Forever So del 2011, inciso per la Sub Pop, la più famosa delle etichette di cui sopra, ci sono dei pezzi, come History’s Door, che, forse anche per la voce del cantante Husky Gawenda, mi ricordano i brani più pacati e meno orchestrali di Stevens. E allora diamo un consiglio a questi australiani senza fissa dimora discografica: invece di girovagare e elemosinare contratti, fatevi una vostra etichetta, potreste chiamarla Asthmatic Kangaroo.

La Zeriba Suonata – riabilitazione di una cattiva maestra

Negli anni 70 le principali band di folk irlandese erano i Planxty, praticamente un supergruppo, i più tradizionali Chieftains capeggiati dallo zampognaro Paddy Moloney vagamente somigliante a Carlo Delle Piane, e infine un’azienda a conduzione familiare, i Clannad dei tre fratelli Brennan (scritto nella più comoda versione inglese) con i due zii Duggan cui, agli inizi degli anni 80, si aggregò la sorella minore Eithne. Leggere i nomi di questi musicisti significava entrare nel misterioso mondo dei nomi gaelici in cui i cognomi differiscono anche tra maschi e femmine: Maire e Eithne Ni Braonain, Pol e Ciaran O Braonain e vi risparmio gli accenti che mettono pure sulle maiuscole e poi un giorno scopriremo che di questi nomi forse esiste una pronuncia più facile. I Clannad rispetto a gruppi più tradizionali erano già più orientati al jazz, ma niente che non succedesse pure in Inghilterra con i Pentangle mentre i Fairport Convention erano più rock e gli Incredible String Band erano diciamo più psichedelici. Nell’album Fuaim del 1982 il quintetto diventa un sestetto, ma per poco.

Nel 1983, dopo che Eithne è uscita dal gruppo, con Magical Ring i Clannad iniziano una svolta verso una musica più eterea ed elettronica. Il grande successo arriva prima con alcuni brani scritti per serie tv e poi con l’album Macalla del 1985 in cui compare il trombone, ma non lo strumento bensì Trombono Vox. Intanto la sorellina, scegliendo il più facile nome Enya, scrive due colonne sonore, ma per l’esordio solista deve attendere fino al 1988 quando con Watermark fa il botto, anche se per chi seguiva i Clannad la sua musica poteva sembrare il prosieguo del percorso familiare. Inoltre era un periodo particolare, sia per l’esplosione di molte cantanti, chi meno dotata (Tanita Tikaram, Tracey Chapman) chi negata per il music business (Michelle Shocked) chi epocale come Suzanne Vega che tutti volevamo sposare, e poi a distanza di decenni ci abbiamo riprovato con St. Vincent, ma anche perché si ascoltava sempre più la musica New Age, in cui, come spesso accade con le mode, ci si infilava di tutto, compreso il duo Tuck & Patti che ebbero forse il maggior successo tra tutti, e che abbiamo scoperto essere gli zii di St. Vincent che sta sempre in mezzo e per fortuna non è loro parente dal punto di vista prettamente musicale. Quindi anche Enya fu buttata nel calderone, come precorritrice, quasi una cattiva maestra, fino ad essere ospite di Fabio Fazio senza chiedersi dove aveva sbagliato per piacere anche all’uomo senza qualità. Ma oggi quel fenomeno è stato dimenticato e molti dei seguaci si presume siano morti, chi di noia, chi per carenze nutritive per aver seguito strane diete e chi, cercando di vivere a contatto con la natura in terre inospitali, ucciso da tribù che non hanno mai visto l’uomo bianco, almeno non in quello stato. Altri poi a un certo punto per reazione potrebbero essersi convertiti ai Prodigy o al death metal norvegese e di sicuro non  si sente più parlare di Andreas Vollenweider o di William Ackermann, mentre invece uno dei nomi più interessanti di questi ultimi anni, l’americana Weyes Blood, dice di essere influenzata da Enya e di adottare anche i suoi trucchi con la voce, ed è un bel sentire.

Nel frattempo i Clannad altro che New Age, avevano preso la piega di un ancor più pesante classic rock con assoli e pompe magne, e allora meglio la carriera solista di Maire, che, forse per affinità con la sorellina, ha scelto il nome di Moya (o forse perché così si pronuncia, e allora non era poi tanto difficile), ma comunque oggi è più seriosa e ricorda quasi il percorso di Antonella Ruggiero, partita da un’ora d’amore poi passata per la mitteleuropa e finita a cantare in Vaticano. Amen.