Quintana l’avevo detto

Quel ciclista che sembra più vecchio di sé stesso e preoccupato solo di sé stesso e che dicono che ha un brutto carattere e che sorride poco, quel ciclista che non è mai riuscito a diventarmi antipatico l’avevo comunque visto cambiato nell’ultima tappa del Tour dell’anno scorso quando cercava fotografi e operatori per una immagine ricordo con tutti i ciclisti colombiani. Eppure aveva vinto Bernal non lui ma in un’intervista riconosce che Bernal è un fenomeno a parte, un caso isolato, ma il bello della faccenda è che lui stava parlando d’altro, cioè di manager loschi che illudono i giovanissimi colombiani prospettandogli grandi guadagni e la partecipazione al Tour ma poi una volta in Europa questi ragazzi vivono male e finiscono per abbandonare tutto. E Quintana dall’alto della sua autorità, che potremo definire incompleta perché sembrava destinato a vincere il Tour e invece ancora niente, ha denunciato questa cosa e forse aveva ragione chi nel suo impenetrabile volto dall’età imprecisabile vedeva l’orgoglio indio che secondo me non si manifesta con gli applausi isterici sui balconi.

La Zeriba Suonata – Black Surf Matters

Neanche io che negli anni 60 c’ero me li ricordavo e li ho scoperti per caso: un gruppo di neri che si chiamava Les Surfs e che in anni di black panters e blackxploitation faceva una musica bianca balneare come il surf, come è possibile? Semplice: non erano americani, erano quattro fratelli e due sorelle del Madagascar e quindi di sicuro non vaneggiavano un ritorno alla Madre Africa, ci stavano già. E da lì, dove vinsero un concorso e iniziarono ad avere molto successo, si trasferirono in Francia dove però li adattarono, diciamo così, a fare cover di canzoni di successo, ad esempio una versione francese di If I Had A Hammer, canzone di protesta di Pete Seeger resa famosa da Trini Lopez e poi presa a martellate da Rita Pavone; nel filmato possiamo anche verificare la divisione dei compiti in famiglia con le sorelle ottime cantanti e i fratelli soprattutto coristi e ballerini. E dato che dalla Francia andare a Sanremo è un attimo parteciparono a ben 4 edizioni del Festival e solo quando li vediamo avvicinarsi a Mike Bongiorno, che parlava italiano come un mattoide uscito da un libro di Celati o di Cavazzoni (“sono le emozioni che succedono”), ci accorgiamo della loro bassa statura che sembra gli procurasse molte simpatie. Dopo qualche anno i membri della famigliola iniziarono a prendere strade diverse, carriere soliste, riunioni parziali, e revival, hanno vissuto chi a Nizza chi in Canada chi in California e poi c’è stato chi è tornato in Africa ma solo per essere sepolto.

Con Les Surfs gli impresari risparmiavano sulle limousine.

Slovenia anno zero

Prima c’era stata una corsa a tappe nazionale in Vietnam neanche breve, poi si è iniziato a correre nella Slovenia, poco colpita dal COVID, con qualche criterium e infine ieri con il campionato nazionale che è stata quindi la prima corsa sotto la benedizione dell’UCI che ha concesso una deroga allo stop. Immagino che gli appassionati colpiti non dal COVID ma da crisi di astinenza abbiano cercato qualche collegamento, qualche sito, per seguire una corsa che non era neanche una qualunque, perché la Slovenia è forse il paese più emergente ma davvero emergente mentre altri, come l’Eritrea, pagano forse per le poche risorse e la marginalità nel mondo del ciclismo. E poi il percorso era impegnativo e ci si attendeva una sfida tra Roglic Pogacar e Mohoric, e per quanto bravo il primo correva da solo, mentre gli altri due potevano contare sul gioco di squadra dell’UAE e della Bahrain, e infatti ha vinto Roglic che però ha trovato l’estemporanea collaborazione di Mezgec sul quale forse erano puntati, o sarebbero stati puntati se ci fosse stata una tivvù, gli occhi dei suiveurs solidali con Garzelli: che maglia avrebbe indossato, quella gialla della Mitchelton o quella rosa della misteriosa Fundacion che aveva tutte le carte in regola? Beh, come già nei criterium precedenti Luka Mezgec correva con la vecchia maglia gialla dello sponsor australiano, e se Garzelli dovesse essere accolto in RAI come figliol prodigo ancorché soporifero siamo curiosi si sentire come commenterà gli scatti di Chaves e dei gemelli Yates, sonno permettendo.

Poi all’arrivo provateci voi a far rispettare il distanziamento sociale.

 

Nessun genio, due compari, due polli

Uno è livornese. Ha un buon lavoro, fa il commissario tecnico della nazionale di ciclismo. Poi un giorno incontra un amico, un pilota spagnolo, che gli dice che vuole mettere su una squadra di ciclismo di prima fascia e ha pensato proprio a lui per il ruolo di direttore sportivo. E il livornese accetta e si dimette dalla nazionale. Quando si incontrano per la seconda volta il pilota spagnolo dice che quella squadra forse è meglio farla di seconda fascia, però crescerà, e il livornese dice che va bene, vincerà le corse e troverà gli sponsor e crescerà man mano, e lo spagnolo aggiunge che semmai per iniziare va bene pure di terza fascia, vediamo, ma poi crescerà. Quando i due si incontrano per la terza volta il livornese chiede notizie delle squadra, a che punto stiamo, e lo spagnolo cade dalle nuvole e dice: Quale squadra?

L’altro è di Varese ma vive in Spagna. Pure lui ha un buon lavoro, fa il commentatore tecnico di ciclismo in RAI, e bisogna riconoscergli che nei caldi pomeriggi estivi, nella controra, il suo tono concilia il sonnellino, e così uno dorme e sogna una tappa battagliata del Tour, poi si sveglia all’ultimo chilometro e pensa che è successo davvero. Ma c’è un ex ciclista, pure lui spagnolo, che conosce un tipo che ha una Onlus e vuole comprare una squadra australiana in difficoltà, forse è pure quella una forma di beneficenza, perché no? Il varesino mette in moto le sue conoscenze, avrà un ruolo nella squadra e si dimette dalla RAI, l’affare si fa, si incontrano le parti, pare che firmano, poi il benefattore spagnolo forse parla un po’ troppo, o troppo presto, forse all’australiano gli vengono dei dubbi, ma una Onlus ce li avrà i milioni che occorrono per una squadra di ciclismo? Così finisce che lo spagnolo dice che è tutto a posto, l’australiano dice che non se ne fa niente, e il varesino sconfortato dice che lui ci ha messo la faccia, sì, ma forse ci ha rimesso diciamo il rovescio della faccia.

Ora sono maturi e un po’ dimessi, ma quando erano giovani e vincenti pensavi chi li batte questi due, chi potrà mai metterli nel sacco?

La Zeriba Suonata – tra mito e soap

Ci sono tanti miti nella musica per lo più ingiustificati, personaggi di cui si sa tutto e quel tutto è davvero troppo, semmai si dice che sono morti misteriosamente, ma chissà se si tratta di morti davvero misteriose o piace, o conviene vederci un po’ di mistero che fa brodo. Invece una che il mito lo rasentava era Annette Peacock: pochi dischi, poche foto per lo più vecchie. Poi ci sono quelli che a periodi rivalutano pezzi di cultura di massa che tra l’altro dicono che le soap opera sono il corrispettivo odierno dei miti, beh, in questa storia abbiamo pure la soap. Annette infatti prende il cognome dal primo marito Gary Peacock che collaborò con Paul Bley il quale forse collaborò un po’ troppo e si mise con Annette mentre sua moglie Carla si sposò con Michael Mantler che diede il cognome alla figlia Karen e poi si mise con Steve Swallow, insomma il jazz sembra un posto dove tutti si congiungono con tutte e viceversa. Annette Peacock è una musicista per lo più elettronica che fa quel genere di musica di cui si scrive sia sulle riviste di rock che su quelle di jazz, quando se ne scrive, perché lei ha composto per altri prima di incidere e comunque sono pochi i suoi dischi, concentrati soprattutto tra fine anni 70 e fine anni 80. Tra i suoi ammiratori c’era anche quel vecchio marpione di David Bowie che per decenni le ha chiesto di collaborare con lui. Come i dischi anche le foto di Annette sono poche  e in esse è sempre giovane e bella, anche sulle copertine dei dischi più recenti, in alternativa ci sono suoi ritratti, e viene da pensare che non voglia mostrarsi invecchiata o che sia miracolosamente rimasta così, che abbia fatto un patto con il diavolo o abbia uno specchio che invecchia al posto suo, no, niente di tutto questo, forse è solo perché appunto pubblica pochi dischi. E infatti nel 2000, quando Manfred Eicher  le fece incidere An Acrobat’s Heart per la sua ECM, fu realizzato un breve documentario in cui lei non aveva problemi a mostrarsi, prossima ai 60 anni, ancora fascinosa e baldanzosa in abito maculato per le strade di Oslo, e così svaporò un possibile mito. Di vecchi filmati invece non se ne trovano, solo una versione live di Back To Beginning, un brano contenuto nel primo album solista di Bill Bruford, storico batterista britannico anche nei King Crimson e suo collaboratore qui ricambiato.

statue di gente che scriveva

In provincia non è come nelle grandi metropoli, ci si contenta, per esempio qui proprio in centro c’è una statua a figura intera di un mezzo olandese che era un grafomane, 3 volumi solo di lettere, però non gliel’hanno fatta per quello, ma perché facendo di mestiere l’architetto costruì un palazzo con giardino a pochi passi, e quindi di gente che come primo lavoro scriveva c’è solo un busto per Gianvolfango Goethe, uno scrittore minore, non come quel giornalista poeta eroe navigatore e se non erro pure santo che tiene una statua a Milano. E pensavo che quel rammollito del giovane Werther non si sarebbe ucciso se, invece di quell’altro rammollito di Goethe, avesse conosciuto il virile giornalista che gli avrebbe riso in faccia, semmai gli avrebbe mollato pure qualche benefico ceffone e gli avrebbe ringhiato: “Questa Lotte pare che ce l’ha solo lei.” Perché il mondo è pieno di donne e lui da uomo di mondo aperto verso le altre civiltà non faceva differenze: bionde brune bianche nere maggiorenni minorenni, basta che respiravano, e se non respiravano pazienza, ce n’erano delle altre. Però almeno con il busto di Goethe stiamo tranquilli, nessuno lo calcola, forse neanche  lo conoscono, invece quello importante che sta a Milano lo imbrattano, perché lo accusano, ma ingiustamente perché, come ricordano i suoi difensori, lui diceva: “Se c’è una caccia alle streghe, vado prima di tutto a sentire le ragioni delle streghe”. E prima sentiva le ragioni delle streghe poi, hai visto mai, da cosa nasce cosa.

La Zeriba 10 – una meteora anzi no

La gallese Kelly Lee Owens era stata finora una meteora avvistata nel 2017 grazie all’album che portava il suo nome. Il disco pubblicato dall’etichetta Smalltown Supersound conteneva Anxi, uno dei miei pezzi preferiti del decennio, nel quale canta la norvegese Jenny Hval, che sarà oggetto di una prossima puntata. La musica di Kelly Lee è dance elettronica con forti influenze dream pop o viceversa, in pratica suona come le Warpaint senza gli elementi rock. Poi non so se è corretto parlare di meteora dopo soli 3 anni dall’esordio e per una musicista di 32 anni, ma per l’estate è annunciato un nuovo album, quindi il problema è ormai superato.

Dal vivo Kelly Lee Owens con la mano sinistra si aggiusta i capelli, con la destra tiene il microfono e con l’altra smanetta.

La Zeriba Suonata – Grafica e altri disastri

Negli anni novanta e ancora negli anni zero in Italia sono stati pubblicati molti brutti libri. Stampa Alternativa lanciò i millelire per dimostrare che i libri potevano costare poco, ma in realtà quella era una furbata e quei libricini non potevano costare di più: erano formato cartolina, e si trattava di operine minori e brevi di autori famosi o di autori esordienti spesso meritevoli dell’anonimato fino agli sciocchezzai che allora andavano di moda sulla scia di Io speriamo che me la cavo. Però altre case editrici vollero sfruttare il momento e si misero a pubblicare classici e classicini fuori diritti su carta di pessima qualità, brutti oggetti, ma almeno letture spesso importanti a portata di tutti in un paese che ha scarsi rapporti con le biblioteche. Ma c’erano molti libri in quegli anni che, a prescindere dal prezzo, avevano un brutto aspetto grafico, ancora oggi da quello puoi riconoscere in che periodo sono stati stampati, e per dire c’erano  volumi di narrativa che somigliavano alle dispense per i concorsi. Forse anche il computer, le cui potenzialità erano ancora da conoscere ed espandere, usato con pressapochismo ha avuto il suo ruolo. Lo stesso accadeva con i video, e ancora nel 2010… ma adesso ci arriviamo. La mia forse eccessiva curiosità mi spingeva a comprare in edicola una rivista chiamata :Ritual: che in realtà era una fanzine di lusso e trattava di musica tardo-dark e di simpatici gruppi neogotici neofolk neopagani o semplicemente neonazisti, e infatti gli articoli più interessanti erano quelli sui fantasmi e sui cimiteri. C’erano musicisti supponenti che quando incidevano un disco sembrava che avessero scritto un trattato di filosofia. E in copertina facilmente finiva Elena Alice Fossi, sia come cantante dei Kirlian Camera che per il suo progetto SPECTRA*paris, fondamentalmente per i metri quadrati di epidermide scoperti, ma del resto nei concerti di queste musiche che facilmente sfociavano nel rockazzo metallazzo il pubblico non è che andava lì per vedere manoscritti autografi di Wittgenstein, e allora nel settore c’era da rivaleggiare con Cristina Scabbia. Nel 2010 SPECTRA*paris pubblicarono License To Kill, cd + dvd, e sia la confezione che i video avevano una grafica orribile con caratteri illeggibili e brutti disegni e animazione a iniziare dalla presentatrice virtuale, una cosa paradossale per un gruppo che puntava quasi tutto sull’immagine. Della musica non saprei cosa dire, non malvagia dal vivo ma tediosa su disco, forse l’elemento migliore della compagnia era la bassista e chitarrista Marianna Alfieri che a momenti ricordava, soprattutto quando indossava l’abito di pelle, la sua ben più illustre collega Suzi Quatro, e il clou del breve dvd è l’esibizione a Odeon Tv presumibilmente all’interno di una trasmissione sportiva. Questo filmato, da cui vi propongo Mad World, cover dei Tears For Fears, ha un grande valore come documento dell’epoca, non nel senso sociologico, ma perché le immagini sono proposte pari pari alla messa in onda con le notizie che scorrono in sovrimpressione e se vi interessa sapere contro chi giocavano la Fiorentina l’Atalanta o la Sampdoria la vostra curiosità può essere soddisfatta.

Elena Alice Fossi e Marianna Alfieri.

La Zeriba Suonata – le lotte per i – beep- diritti

ATTENZIONE: contiene parolacce e pure qualche indicativo dove voi mettereste il congiuntivo.

Quando mi capita di parlare con qualcuno molto più giovane di me mi rendo conto che è arrivato alla musica popolare in una fase molto più avanzata rispetto a quando ci sono arrivato io, sono successe molte più cose rispetto a quante se ne erano sentite sino ad allora, e orientarsi e conoscere non deve essere facile e meno male che per informarsi ci sono riviste, libri e siti, tra cui non di certo il blog che state leggendo. Chi oggi ascolta (t)rap deve sapere che il rap non esisteva in natura e che la musica si faceva con strumenti con o senza corrente e se ce n’era qualcuno elettronico era molto fisico, come il moog che per portarlo in giro c’era bisogno del nulla osta degli assessorati all’urbanistica e alla mobilità, e pure il computer immaginavamo che fosse ancora come quello nelle vignette, più grande del moog pieno di pulsanti e lucine e con la risposta su una striscia di carta. Poi a un certo punto venne fuori che in America i neri per suonare avevano preso a usare gli stessi dischi di vinile, quelli c’erano, con le manacce li facevano andare velocemente avanti e indietro sul piatto sotto la puntina che non era una bella cosa, si rovinavano, con quel che costavano, e su quelle basi recitavano versi in ritmo e in rima, e quest’ultima cosa non era una novità, né tra i neri e neanche tra i bianchi e in fondo pure la poesia in versi con una metrica ha il suo ritmo. Ma insomma quello che ne usciva non erano canzoni cantate, era roba che lasciava perplessi, anche quando ci si buttò un jazzista famoso come Herbie Hancock. E questo con tutto un contorno di break dance e street art. Allora chi poteva fungere da Carro di Troia per farci avvicinare al rap, forse qualche bianco? Sì, ma non quei tamarri degli Aerosmith che duettarono con i Run DMC. Beh, ci riuscirono tre facce da schiaffi, tre cazzoni che sembravano scartati da Animal House, e infatti scelsero giustamente di chiamarsi Beastie Boys, anche se va detto che lottavano per i loro diritti ancorché opinabili. E anche nella loro musica c’era il metallazzo ma non come influenza, bensì come ingrediente nel loro calderone che in fondo quella della contaminazione era una strada che poteva prendere la musica per non ripetersi, e ditemi voi se il punk che già scimmiottava sé stesso poteva più raggiungere quella potenza, ma i tre da ragazzacci quali erano prendevano per il culo anche i gruppi metal e tutto il già stantio immaginario rock. Il loro primo disco, una bomba, una cosa epocale, si intitolava Licensed To Ill e di quella licenza di ammalarsi (sarà quello il significato?) uno dei tre ha abusato al punto di morire di tumore a soli 47 anni: era Adam Yauch, quello che nel video di Pass The Mic, dice: “My name is MCA”, ma questo brano l’ho scelto tra i tantissimi anche per la sinuosa linea di basso. I BB esordirono con la storica etichetta rap DEF JAM, prima degli stessi Public Enemy, i quali, per dimostrare che anche tra i neri c’erano delle notevoli facce da schiaffi, al duro e pure puro Chuck D affiancarono Flavor Fav, e mi chiedo se in questi giorni di manifestazioni negli USA si ricordano di loro e suonano i loro pezzi come se fosse Fight The Power. Quei rappers cantavano, o meglio parlavano, con energia, con rabbia, poi dopo, soprattutto nella generazione dopo i due famosi morti ammazzati, sono arrivati altri che cantavano, o parlavano, così piano che neanche si capivano e sembrava che ti stavano facendo un piacere, ma chi ti ha chiesto nulla? Ma i generi musicali prendono le loro strade e non date la colpa ai personaggi di cui ho raccontato se in tivvù a tradimento vi trovate davanti Fabri Fibra.

E con la morte di Adam Yauch la foto sulla copertina del doppio antologico “The Sounds Of Science” con i tre che per finta si raffiguravano come vecchi non può essere replicata dal vero e quindi resta solo una delle loro tante burle.