Sventure

Ci sono dei personaggi nel ciclismo o attorno ad esso che fanno un po’ paura. Ad esempio chi ha pensato lo spot del Giro d’Italia. C’è Vincenzo Nibali che esce di mattina per allenarsi e si trova in una nebbiosa brughiera e col diradarsi della nebbia vediamo uno sparpaglìo di ciclisti morti e alla fine tutti insieme raggruppati in un funereo plotone passano vicino a una serie di croci, e non so che idea hanno del ciclismo e quale ne vogliono dare i creativi del caso. Però in questa terra sventurata che ha bisogno di eroi e che ama la retorica e il melodramma e, fatto non secondario, pratica la piaggeria estrema, il video è stato da molti elogiato. In realtà in quel plotone ci sono due ciclisti ancora vivi, Moser e uno che dalla maglia e dal fatto che si accompagna con Gimondi si direbbe Merckx anche se non gli somiglia troppo, ma in ogni caso consiglierei a lui, a Moser e anche a Nibali di fare gli scongiuri. E a proposito di scongiuri, c’è una ciclista che inizia a far paura, ma non nel senso della retorica sportiva, perché Anna Van Der Breggen è forte, fortissima, ma non è questo il punto, ha iniziato quando dominava la Vos, poi è arrivata la Van Vleuten, poi è tornata la Vos, ma intanto Anna toma toma cacchia cacchia ha accumulato medaglie e trofei abbondando in qualità quantità e varietà. Le erano rimasti da vincere il campionato nazionale in linea e l’europeo e il mondiale a crono e in poco più di un mese ha ottenuto pure questi titoli, ma la cosa inquietante è come ha ottenuto le ultime due vittorie. Al Giro la scorsa settimana era terza ma la dominatrice Van Vleuten è caduta e si è rotta il polso e superare la Niewadoma è stato un gioco da ragazze, ieri ha al Mondiale a crono la favorita Chloé Dygert era in testa ma è caduta in un fosso anche se non è detto che avrebbe vinto perché Anna era in forte rimonta, però ricordando che anche alle Olimpiadi l’ex olandese ha vinto dopo una caduta della Van Vleuten verrebbe da pensare a male ma noi non crediamo in queste cose. Invece crediamo, speriamo che le altre cicliste, anche se si dice che gli sportivi sono scaramantici, non siano superstiziose, ma probabilmente, quando alla fine del 2021 Anna Van Der Breggen si ritirerà come anticipato, le cicliste tireranno un sospiro di sollievo.

Anna Van Der Breggen nel 2014 in maglia ciclamino, colore che porterebbe fortuna, a lei ovviamente.

La Zeriba 10 – Agnes Dei

La musica a mezza via tra classica/contemporanea e pop è terreno minato, c’è bisogno degli esperti che ne capiscono per sminarlo da truffe fuffe e muffe, ma a noi che siamo semplici ascoltatori non ci importa, non ci facciamo incantare dal capelluto incantatore di fabifazi ma ci piace la danese Agnes Obel, che ha iniziato studiando classica e dice che tra le sue influenze ci sono compositori dell’ottocento/novecento e Joni Mitchell e Roy Orbison e quando sul primo dei suoi quattro dischi, intitolato disco Philarmonics e subito acclamato e premiato, decide di fare una cover sceglie Close watch di John Cale, e finisce che l’accostano a chiunque, anche alle tante damigelle gotiche che popolano la musica odierna che quando l’ascolti non sai più se è odierna però sembra ieri che lo era, ma gotica o no se esistesse il Paradiso come lo descrivono i cattolici apostolici romani questa sarebbe la musica che vi si ascolterebbe e gli agnoletti con le loro arpe buttateli a mare se c’è il mare da quelle parti.

On Powdered Ground

Da Agnes Obel non aspettatevi una hit estiva.

Statistiche illustrate – le vittorie regione per regione

Marianne Vos dal 2007 al 2020 ha partecipato a 9 edizioni del Giro d’Italia vincendo 3 volte la classifica generale. Non è  mai tornata nell’ex Olanda a mani vuote vincendo in totale 28 tappe, per una media di 3 virgola 1 periodico tappe per ogni partecipazione. Il Giro Donne ha meno della metà delle tappe rispetto a quello maschile e quindi difficilmente esce dal continente, ma ha alternato gli arrivi di tappa nelle altre regioni, e quindi mi è venuta l’idea di un’altra statistica superflua, quantificando la suddivisione delle vittorie di tappa di Marianne regione per regione. Il maggior numero di vittorie l’ha ottenuto in Lombardia e in Piemonte, come potete constatare dalla tabella che potete pure non salvarvi perché difficilmente sono finite qui le vittorie della Vos.

Marianne Vos nel 2014 quando non era vietato darsi la mano.

 

Senza precedenti

Tutto lo spettacolo che era finora mancato al Tour de France si è concentrato nella cronomezzascalata decisiva e non mi viene in mente un precedente simile a quello che è successo oggi al Tour. Non Fignon battuto dalle innovazioni tecnologiche di Moser al Giro e di Lemond al Tour, non Chiappucci troppo inferiore a cronometro rispetto allo stesso Lemond al Tour e a Indurain al Giro, non Rodriguez inferiore nella specialità anche a Hesjedal. E neanche Casagrande che in genere andava bene contro il tempo ma nel Giro del 2000 in maglia rosa si squagliò. Oggi finché si guardava la classifica avulsa Roglic contro Pogacar sembrava che lo sloveno in maglia gialla, forte soprattutto in questa specialità, stesse andando male, anche vedendolo meno composto del solito, ma all’arrivo, dove Dumoulin e Van Aert, in testa alla classifica provvisoria di giornata e candidati anche al prossimo mondiale, vedevano andare in fumo tutta la loro fatica da gregari, si è capito che Roglic non è andato male, quinto a pochi secondi dai compagni di squadra, ma è stato Pogacar ad andare forte all’inizio e fortissimo nel finale, gasato forse dall’andamento della gara. Pogacar è il secondo più giovane vincitore nella storia del Tour, più giovane anche di Bernal, ha vinto con neanche mezza squadra battendo il leader di uno squadrone spaventoso, ed è stata anche la sconfitta di un modo di correre inaugurato dalla Sky che è dispendioso per la squadra e stavolta però sparagnino per il capitano, che, al contrario di Froome e Thomas in passato, non ha mai fatto un attacco decisivo o forse non era in grado di farlo. Alla fine di questa avventura ci sono stati anche altri risultati minori ormai inattesi, come Richie Porte che nonostante i soliti ritardi e incidenti e cadute è riuscito a salire sul podio finale, e come Damiano Caruso entrato nei primi dieci a spese di un Valverde che dovrebbe decidersi a presentare la domanda di pensione. Oggi sulla salita conclusiva si è visto molto pubblico, invadente anche se con le mascherine, mentre al Giro Rosa c’è stato l’ennesimo arrivo tortuoso in un centro storico lastricato, come a voler dire che le vere corse delle donne hanno le curve. E anche Anna Van Der Breggen è stata sparagnina, avrebbe potuto legittimare una maglia rosa fortunosa con una bella vittoria nell’ultima tappa, ma lei che ha vinto diverse corse con fughe lunghissime non è plateale e poi non deve dimostrare niente a nessuno, ha lasciato andar via la fuga, la vittoria è andata alla francese Muzic più giovane di Pogacar, e lei ha brindato e ora fa più di un pensierino ai mondiali, dove l’ex Olanda, fermo restando che in ammiraglia c’è sempre Loes Gunnewijk le cui tattiche le capisce solo lei o forse neanche lei, al momento ha due cicliste molto più forti di tutte le altre, Vos per un arrivo in volata e Anna Van Der Breggen per lo sparpaglìo o una megafuga. In conclusione c’è chi esce male da queste tre settimane di ciclismo: la RAI. Stefano Rizzato è una mitraglia, parla così tanto e così velocemente che quando tace e passa la parola a Giada Borgato si ha la stessa sensazione di quando all’improvviso si spegne un trapano o un elettrodomestico rumoroso. E per il ciclismo maschile è tutto un disastro che presumibilmente si ripeterà col Giro, a partire dalla scelta di trasmettere su Rai 2 e subirne la rigida programmazione, dal TG Lis alle previsioni del tempo alle sedute del Parlamento, e poi i commentatori e la conduzione in studio di Antonello Orlando che sembra sempre non capire cosa succede, e i troppi stacchi per passare dalla diretta allo studio e la confusione tra gli argomenti di conversazione, spesso non pertinenti, per cui non si capisce di cosa si sta parlando e, per dire, durante la diretta si vedono immagini di Ciccone dell’anno scorso o si parla di nazionale o di ciclisti non presenti o si danno notiziole da giornalino di enigmistica semmai mentre c’è un raro momento di vivacità in gara. E oggi gran finale in cui, tra un’interruzione e uno stacco e l’imminenza di un altro programma, di tutte le reazioni al clamoroso epilogo del Tour e relativi drammi e gioie non si è visto niente.

Con le donne niente drammi, solo risate e brindisi.

Storie intrecciate

Uno è Richard Carapaz che l’anno scorso ha vinto il Giro d’Italia, e in genere chi vince il Giro al giro successivo, nel senso dell’anno dopo, punta al Tour de France. Ma Carapaz viene irretito dai soldi della Ineos, squadra piena di campioni, e almeno per stavolta per lui non c’è spazio al Tour. Poi succede che quei campioni con diritto di precedenza non sono in forma e Carapaz che stava preparando il Giro viene richiamato d’urgenza per il Tour, sacrificando la possibilità di bissare il successo in Italia e correndo in Francia senza preparazione specifica. L’altro è Michal Kwiatkowski, che alcuni in Italia si ostinano a pronunciare Chiattoschi. Le sue vicende ciclistiche si sono intrecciate spesso con quelle dell’amico e rivale Sagan e c’è stato un periodo in cui sembrava essere lui il vero fenomeno vincente, ha vinto per primo il mondiale e ha beffato l’amico a Harelbeke e a Sanremo. Ma prima il polacco e poi lo slovacco sembravano essere già sul viale del tramonto, anche se mitteleuropeo e non hollywoodiano. Sagan in questo Tour, dopo due settimane di tentativi, sembra essersi arreso, mentre Kwiatkowski sembra ritrovato avendo lavorato molto e bene per la causa di capitani smarriti. Lo svolgimento della tappa odierna è stato tale che si sono ritrovati in testa Carapaz e Kwiatkowski sicuri di arrivare al traguardo senza terzi incomodi, Carapaz che ha sacrificato il Giro per la squadra ed è in fuga per il terzo giorno consecutivo e Kwiatkowski che ha rischiato di sacrificare una carriera per fare il supergregario in più edizioni del Tour e oggi forse ha lavorato di più. Ora se Gianni seguisse il ciclismo chiederebbe alla sua amica Susi chi dei due deve vincere e chi deve lasciare la vittoria all’altro, ma anche se Susi avesse la soluzione del quesito non potrebbe comunicarla agli interessati perché non ha la radiolina. E quindi i due tagliano il traguardo abbracciati senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza e soprattutto togliendo le mani dal manubrio per cui potrebbe scattare la squalifica. Al fotofinish vince Kwiatkowski al cui palmarés mancava solo la tappa in un grande giro, cosa che dai tempi della specializzazione non è poi tanto scontata per gli uomini da classiche, vedi Tchmil.

In questa foto i due Ineos sembrano piuttosto due ubriaconi.

Erano due anni che il polacco non vinceva. Invece Andrea Pasqualon non vince da poco più di un anno, ma oggi c’è la Coppa Sabatini, la corsa più adatta a lui che vi ha ottenuto una vittoria e due secondi posti. Ebbene, quei secondi posti sono diventati tre perché la vittoria è andata al giovane neozelandese Smith. Lotte Kopecky invece di vittorie ne ha ottenute ma non ancora nel World Tour, è una giovane pistard che migliora su strada e oggi ha beneficiato di compensazioni strada facendo. Ieri la giovane russa Novolodskaya è caduta quando a pochi km dal traguardo aveva 30 secondi di vantaggio e Marianne Vos avrebbe detto che sarebbe stato difficile raggiungerla. Però oggi sempre sulle strade campane intanto la russa va di nuovo in fuga e di nuovo mostra incertezza nella conduzione della bici, e in seguito dentro l’ultimo km è la Vos ad andare giù, elemento centrale di un domino il cui ultimo definitivo tassello è Annemiek Van Vleuten che si rialza ma dolorante. Ora se al Tour dopo un GPM i ciclisti hanno trovato pure un paio di km di sterrato anch’essi ascendenti, volete che al Giro si facciano problemi a scegliere come rettilineo finale una strada in salita e in pavé nel centro di Maddaloni? No, e infatti vince una ciclista emergente nelle classiche del nord come Lotte Kopecky che prende la scia della moto della RAI, spesso troppo vicina al gruppo se non in mezzo, che le lancia la volata fungendo da keirin, anzi peggio, dato che nel keirin la motorella si sposta molto prima, e la belga vince nettamente. In serata si sperava in un aggiornamento su Van Vleuten dal TGR ma il notiziario folk dà precedenza all’attualità e quindi trasmette un’intervista inutile a un calciatore mentre alla tappa non accenna neanche per sbaglio.

L’arrivo vittorioso di Kopecky e doloroso di Vos Van Vleuten e Spratt.

Buone notizie

Finalmente una buona notizia sul coronavirus: l’OMS sconsiglia il saluto con i gomiti anche se lo fa limitandosi all’aspetto medico e sorvolando sul fatto che sia ridicolo, e vorrei sapere chi l’ha pensato tanto più che sui gomiti dicevano che bisognava starnutire. Un’altra indicazione interessante viene dal Tour de France dove nel giorno di riposo sono stati effettuati i tamponi a oltre 700 persone e in un paese dove l’epidemia si diffonde peggio che in Italia sono risultati tutti negativi, anche se poi esce l’immancabile sospettone che dice che non è possibile ma come al solito è un sospetto campato in aria, e il dato ci dice che se si agisce con cautela davvero si può contenere la diffusione del virus, ma qui fino a prova contraria comandano i ristoratori e quindi niente, beccatevi il virus. Buone notizie anche per la Bora che finalmente riesce a vincere l’agognata tappa, va la fugona di giornata, davanti restano in quattro, in RAI dicono che Alaphilippe farà un sol boccone degli altri e due secondi dopo Alaphilippe si stacca senza più energie. Poi sul GPM Kamna passa con un secondino su Carapaz e riesce a dilatare il vantaggio in discesa e a vincere che se aspettavano Sagan stavano freschi. La stessa impresa al Giro Donne stava riuscendo a Elisa Longo Borghini che però aveva alla spalle un gruppo di inseguitrici rinfoltitosi strada facendo e se ce l’avesse fatta sarebbe stata una roba alla Cancellara, ma il gruppo l’ha ripresa negli ultimi km e a Terracina ha vinto di nuovo Marianne Vos che qui aveva già vinto 8 anni fa, e infatti intervistata ha detto che aveva bei ricordi, ma la domanda è come fa a ricordarsi tutte le sue vittorie che solo al Giro sono 27 più altre 200 su strada più quelle nel ciclocross più quelle su pista, di fenomenale ha pure la memoria.

Forse Lotte Kopecky e Marianne Vos non sono state avvisate in tempo.

Sulla spalla della maglia gialla

Domenica di salite laiche al Tour de France e di ascensioni religiose in Italia, Assisi al Giro Donne e Orvieto alla Tirreno Adriatico. Per il Tour c’era grande attesa per uno spettacolo che non c’è stato ma nessuno autorizzava a sperare. La Jumbo corre come faceva la Sky, gli avversari se attaccano rinculano o più facilmente si staccano strada facendo, ma quando Roglic parte per la volata in progressione Pogacar lo supera e guadagna un poker di secondi. Roglic ha lo squadrone al contrario di Pogacar che però lo segue come un’ombra e sembra un avvoltoio sulla sua spalla pronto ad approfittare di ogni occasione. Il giovane sloveno ha quasi 22 anni che si riducono a 20 nella faciloneria televisiva ed entusiasma lo staff RAI, tranne lo scettico Giancarlo Ferretti in veste di commentatore. Si dice che è giovane e può dominare per tanti anni, ma è lo stesso che si diceva di Berzin, Ullrich, Cunego, Andy Schleck, Quintana e infine di Bernal che infatti oggi è arrivato staccatissimo. Intanto gli sloveni vanno forte, o solo questi due sloveni, ché per esempio Mohoric è già tornato nell’anonimato, e Saronni diceva che è una questione di organizzazione, di soldi, ma la Slovenia non ha una grande corsa né una grande squadra, tranne una femminile ma a metà con l’Italia, e allora questa momentanea superiorità dei due la potrebbe spiegare  il fatto che a giugno già gareggiavano per il campionato nazionale mentre nel resto del mondo si correva sui rulli. Ma di Pogacar ci dice indirettamente Giada Borgato che ormai, tra tanti acclamati giornalisti ed ex campioni, sembra quella che più guarda in faccia la realtà anziché sfogliare album di foto in bianco e nero. Giada ci dice che nel ciclismo attuale, non solo in quello femminile ma anche in quello maschile, i giovani sono subito spinti a fare il massimo e non possono durare a lungo, e questo spiegherebbe quello che sembra il tramonto prematuro di Sagan e anche il fatto che due campionesse ancora giovani come Van Der Breggen e Blaak abbiano già programmato di smettere alla fine del prossimo anno. Giada Borgato, che non è stata una delle più forti al mondo ma ha pur vinto un campionato italiano per distacco, quando racconta che ha provato anche il ciclocross ma era troppo faticoso, ci fa capire lo sforzo intenso di quella disciplina, che familiarizza con l’acido lattico, e questo ci può spiegare gli altri successi di questi giorni, tutti di ciclocrossisti part-time, quello di Marianne Vos, che stranamente non aveva ancora vinto quest’anno, sul muro ripido di Assisi e la tripletta della Alpecin nel weekend: ieri Merlier e oggi Van Der Poel con un’azione delle sue e pure Vermeersch dalle parti di Anversa, e dopo l’arrivo sono sempre stremati perché hanno dato tutto, al punto che non riescono neanche a parlare, magari ne seguissero l’esempio i commentatori italiani.

Giada Borgato con uno che sciupa la fotografia.

Le cose cambiano

Il ciclismo è uno sport in cui bisogna essere sempre attenti e concentrati, ma mica solo i ciclisti i direttori sportivi e tutti quelli dell’organizzazione, anche gli spettatori, soprattutto quando ci sono più corse contemporaneamente. Se poi ci si mettono pure i gemelli Yates che vogliono essere protagonisti uno di qua e l’altro di là ci si confonde ancor di più, e in attesa che l’anno prossimo si separino e che uno dei due, forse Adamo ma chi può dirlo, vada a correre nella squadra britannica dove non volevano correre, nell’attesa Yates vince ma Yates va in crisi, sì, ma quale, e allora pure un telecronista può andare nel pallone. Pancani dice che Adam Yates è stato in maglia rosa, poi si corregge, in maglia gialla a questo Tour e Simon invece vince e va in maglia blu alla Tirreno-Adriatico, ma a complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che in  Italia ci sono un paio di squadre con la divisa blu, poi al Giro ce ne sarà una con la divisa rosa che è la squadra di quello che ha vinto al Tour dove c’è una squadra con la divisa gialla che è proprio quella della maglia gialla, non so se mi sono spiegato. A parte questo ieri c’erano due tappe dure e sono state spettacolari, in Italia Woods è subito crollato, Hamilton si è ridimensionato, gli Astani come volevasi dimostrare non potevano mantenere la forma di agosto e Gerainthomas migliora e avanza cazzimmoso ma il Giro non si potrà vincere di sola cazzimma. Al Tour invece c’è il finale thrilling, quei sentimentaloni della RAI dicono che la Bora meriterebbe di vincere una tappa per quanto ha lavorato fin qui e Schachmann  ci va vicino, ma al suo inseguimento si lancia Martinez che si ricorda di aver vinto il Delfinato non molto tempo fa e si avvicina portandosi dietro Kamna che non gli dà un cambio perché compagno della testa della corsa, e allora sembra un giallo in cui vedi avanzare la vittima sapendo che l’assassino lo pugnalerà alle spalle, quando il colombiano raggiungerà il tedesco l’altro tedesco scatterà fresco e riposato e lo staccherà, ma in una tappa del genere su un muro finale del genere di fresco e riposato non c’è nessuno e il giovane ma accortissimo Martinez vince lo stesso. Dietro tra i big gli sloveni staccano tutti gli altri colombiani, cioè quelli di classifica, qualcuno dei quali avrebbe proposto un’alleanza per battere gli sloveni ma è una parola, mentre infine i francesi crollano ed escono dalla top ten. E i commentatori italiani maligni dicono che il Tour era stato disegnato per i francesi. Gli stessi commentatori, viceversa, benignano quando il Giro viene disegnato per gli italiani o le italiane, come dicono che sarebbe successo per il Giro Donne appena partito con una cronosquadre vinta dalla Trek e prima maglia rosa appunto a Elisa Longo Borghini 12 anni dopo la Luperini, e però sarà comunque dura contro le ex olandesi. E’ un Giro senza salite alpine perché diversamente dal solito va verso il centro sud, le cose cambiano, dopo il coronavirus il centro sud sembra diventato più ricettivo, mentre al nord ci sono segnali contrastanti perché si sono offerti per ospitare il mondiale ma hanno rinunciato volentieri a manifestazioni meno visibili come gli europei su strada e gli europei under 23 su pista, gli piace vincere, pardon, organizzare facile. Che poi qualcosa al sud stia cambiando lo dimostra un episodio accaduto ieri. Nel paese natale di Totò Commesso un ex vicepremier è stato contestato e ha replicato che lì il problema non è la Lega ma la camorra, eppure sembra ieri che l’ex vice era anche ministro degli interni e il problema non era la camorra ma le ONG, vedi come cambiano le cose.

Il nero sfina ma il rosa è un’altra cosa.

Ridotti all’ossimoro

Avrete saputo che nei giorni scorsi nel Parco della Reggia di Caserta è morto un cavallo che trainava un calesse per turisti pigri. Forse la gente dovrebbe assecondare un po’ di più le proprie inclinazioni e chi è pigro dovrebbe starsene a casa sul divano e i monumenti vederli nei documentari. Se invece le persone si fanno il giro in carrozza a guisa di aristocratici per ostentazione, per fare i grandi, allora sarebbe comunque meglio che come misura precauzionale, direi perfino igienica, se ne stessero ugualmente a casa, oppure se proprio si ritengono tanto grandi che si facciano la loro reggia personale e dentro ci facciano quello che gli pare, ci scorrazzino con una carrozza trainata da varani di Komodo, basta che non vadano in giro. Voi direte che ci sono anche persone che hanno problemi a camminare, e avete ragione pure voi, ma per quelli c’è anche un servizio di navette, e peccato che l’architetto Luigi Vanvitelli non pensò pure a una linea di metropolitana, il massimo del progresso è una specie di ascensore all’interno del Palazzo. Purtroppo la Direzione non va nella direzione che auspicherei, anche perché i cosiddetti Beni Artistici Eccetera hanno come obiettivo principale quello di staccare biglietti, tanti biglietti, e sostituirà il servizio di carrozze a cavallo con le golf-car, così quelli che vogliono fare i grandi potranno sentirsi come Tyger Woods e fantasticare di congiungersi carnalmente con Lindsey Vonn. A proposito di storie erotiche, chi non è pratico del Parco della Reggia deve sapere che i vetturini dicevano agli sprovveduti turisti che avrebbero potuto vedere tutto il parco ma non è vero perché a un certo punto, poco oltre la metà, c’è una curva in salita troppo ripida, e forse lo sarà anche per le golf-car, e quindi lì le carrozze non arrivavano, tagliando fuori dal giro, oltre al suggestivo Giardino Inglese, le ultime fontane tra le quali spicca quella che raffigura l’episodio mitologico di Diana e Atteone.

Il Bagno di Venere nel Giardino Inglese: si lavavano molto queste divinità.

Diana era la Dea della caccia e stava esercitando la sua specifica funzione quando per il troppo caldo si spogliò per farsi un bagno, ma nei paraggi gironzolava Atteone, che era un suo collega perché si sa che l’uomo è cacciatore. Atteone non poté fare a meno di vedere la Dea in quella diciamo inedita veste, Diana se ne accorse e temeva una revenge porn con la tecnologia dell’epoca, cioè che Atteone andasse in giro a raccontare quello che aveva visto, ma qualcuno sospetta pure che tra i due ci fosse un’accesa rivalità venatoria, così per risolvere i suoi problemi lo trasformò in cervo, grazie ai suoi superpoteri, perché la faccenda di superpoteri e superproblemi non pensate che l’hanno inventata quelli della Marvel. Atteone non si accorse subito della sua metamorfosi anche perché non era reduce da una notte agitata ma se ne avvide solo guardandosi in una fonte, ma purtroppo per lui neanche i suoi 50 cani 50 lo riconobbero e lo sbranarono.

E pensavo che la civiltà di questa parte di mondo non ha fatto un grande affare ad abbandonare il simpatico carrozzone dell’Olimpo con tutti quei dei e semidei che ne combinavano di tutti i colori e quante ancora ne avrebbero combinate a cominciare da quel vecchio porco di Giove, per sostituirlo con le tristi religioni monoteiste basate su sofferenza penitenza e odio per la concorrenza perché l’espressione “dialogo interreligioso” è solo un ossimoro grandioso .