L’Australia non è la Francia

Quest’anno molte volte la RAI ci ha proposto le immagini della vittoria di Nibali a Sanremo e altrettante volte si poteva vedere alle sue spalle la volatona dell’australocoreano Caleb Ewan che ha seminato gli altri velocisti cercando di acciuffare in extremis il toscomessinese. E tenuto conto che certe imprese sono rarissime e che Nibali nel 2019 punterà alle corse a tappe e che Ewan era partito forte, per me era lui il grande favorito della Sanremo. Però oggi al Giro del Giù Sotto è venuto fuori il suo lato negativo, quello del velocista che si fa strada a codate e testate, e tenuto conto che l’Australia non è la Francia dove al Tour è vietato squalificare i ciclisti locali, Caleb ha vinto ma niente gli ha impedito di essere retrocesso all’ultimo posto. Sarei curioso di sapere cosa ha detto il commentatore della tivvù cangura Robbie McEwen, il velocista non più forte ma di sicuro più spettacolare degli anni zero però anche lui a volte falloso. Quest’anno Ewan punta anche al Tour de France, dove dovrebbe trovare Bouhanni con cui si è già scontrato nel 2016 ad Amburgo. Il bello è che i due tipetti, quando vengono intervistati, hanno sempre quell’aspetto sereno e serafico, due angioletti, gli manca solo l’aureola, o forse l’hanno persa facendo a cornate con i colleghi?

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In questo libro Ourednik a ricordi di momenti storici alterna ricordi personali.

 

Il quadernone che ha sfidato i secoli

Non mi piace sentire l’espressione “ai miei tempi”, soprattutto da persone più giovani, pardon, meno anziane di me, e non capisco quelli della mia generazione che hanno o avevano degli interessi e oggi criminalizzano internet. Se vogliamo limitarci all’esempio della musica, ricordo la difficoltà che ancora negli anni 80 si aveva a informarsi, e non solo per il fatto che per alcuni giornalisti la recensione era un’occasione di sfogo delle proprie pretese liriche e non uno strumento per far capire che accidenti di musica c’era in quei dischi peraltro non sempre facilmente reperibili, e poi i giornali quelli erano, o Rockerilla o le fanzines o quei mensili che trattavano in diretta quello che nel secolo successivo sarebbe stato definito Classic Rock. Ma ancora più difficile era riuscire ad ascoltare qualcosa per farsene un’idea e non comprare sulla fiducia. Quando anche StereoRAI si aggiunse alle poche radio libere e liberate dai cantautori, se un disco veniva proposto più di una volta facile che il brano trasmesso era lo stesso. Ma anche per chi aveva altri gusti o interessi informarsi, ascoltare, vedere non era per niente facile, mentre oggi internet non vi da tutto perché il tutto forse sarebbe un po’ troppo (e di sicuro la foto di Ballerini che vince il Giro della Campania davanti alla Reggia non si trova, per dire), ma consente cose una volta impensabili, e voi (cioè loro) vi lamentate solo perché qualcuno ne fa un uso improprio o smodato? A cavallo tra la fine dei 70 e l’inizio degli 80 era anche peggio, e del fenomeno punk che iniziava a prendere piede anche in Italia forse era più facile trovare qualche notiziola su giornali locali, giornaletti e rotocalchi (L’Intrepido?) e primi programmi pruriginosi in tv come Odeon. In tale clima i fratelli Stefano e Fabrizio Gilardino, che oggi si interessano di musica video e cinema, per raccogliere informazioni per uso personale annotavano su un quadernone notizie, formazioni di gruppi e anche qualche ritaglio da quei giornali. Quel quaderno fatto per uso personale fu conservato dal più giovane, che di recente ha voluto mostrarne qualche pagina su facebook, raccogliendo molti consensi. E Goodfellas, che oltre a distribuire dischi fa anche l’editore, in combutta con Spittle ha voluto pubblicare l’intero quaderno in un libro intitolato Il Quaderno Punk. 1979-1981 La nascita del nuovo rock italiano che contiene anche interviste ad alcuni superstiti della scena, cioè membri di Confusional Quartet, Clito, Dirty Actions, No Submission/Wax Heroes e Jumpers/198X, e, siccome si volevano rovinare, ci hanno aggiunto un dischetto con ben 21 registrazioni dell’epoca. Bisogna dire che quella grafica stile quaderno che abbiamo visto in tante pubblicazioni per giovani con due g e che ormai è venuta a noia, qui è giustificata essendo propria dell’originale, anche se le aggiunte odierne sono stampate sullo stesso sfondo quadrettato. Quello che viene fuori è un mondo in cui era davvero difficile anche suonare dal vivo, figuriamoci pubblicare, i punk non erano ben visti, si aggiungevano rivalità e forse gelosie, di cosa poi? Nomi che ricorrono frequentemente sono quelli di Jo Squillo iperattiva e iperambiziosa e le Clito, primo gruppo punk italiano interamente femminile, che oggi verrebbero catalogate nell’Italia del No di cui cianciano i giornali iperliberisti, e che furono capaci di mandare a quel paese anche Fellini. Poi spunta ogni tanto quella violenza politicizzata e cretina dell’epoca, cui piano piano si sta ritornando, e i punk le prendevano sia da quelli di destra che da quelli di sinistra, e c’è anche il giovane Maurizio Cattelan che già aveva la cazzimma che faceva intravedere la “sua natura di star capricciosa”. Alcuni dei musicisti di cui si parla non sembra ci tenessero a suonare proprio il punk, c’era chi veniva da altre esperienze musicali, e qui c’è secondo me una differenza tra la scena italiana e quella inglese, nel legame col passato, che c’era per tutti o quasi al di là dei proclami tardofuturisti di voler rompere con esso. In Italia non c’era tanta ostilità con i freakkettoni, era una situazione più fluida, basti pensare a una lunga versione psicodelirante di Bau Bau Baby inserita nella ristampa di Inascoltable, primo disco degli Skiantos. In Inghilterra invece i ragazzi terribili, che poi venivano intervistati insieme ai più pacati genitori, ascoltavano glam o The Who.

il ciclismo un momento

Qualcuno, forse pochissimi, forse nessuno, si sarà chiesto perché non sto scrivendo niente sul ciclismo. Eh, forse perché non ho niente da dire in questi giorni, e non mi entusiasmano più di tanto le anticipazioni su chi sarà al Giro e chi no, perché poi sarà la corsa la cosa più importante, come dicono i francesi per il Tour, e in questo periodo storico si dovrebbe intendere in senso negativo vista la poca spettacolarità delle ultime edizioni, fatta eccezione per quella del 2014. In realtà la cosa più interessante di questo inizio d’anno è l’uno-due di Jolanda Neff nel ciclocross, in cui il due è una corsa svizzera con avversarie valide ma l’uno è una gara del terzo circuito belga, per di più intitolata a Sven Nys, e si può dire che la svizzerotta entra così nell’affollato olimpo del cross femminile. Ma poi se avessi scritto un post sulla Neff qualcuno avrebbe potuto pensare che mi sono fatto trascinare dalla di lei avvenenza e allora soprassiedo, come se non avessi scritto nulla.