La memoria e le figurine

Dicono che il banchiere per orientarsi tra le mezze calzette della politica italiana abbia una specie di album delle figurine con volti e nomi dei momentanei leaders e semileaders, curriculum penso di no perché il popolo sovrano ha voluto eleggere gente come noi, ignoranti e buoni a nulla. E pensavo che anch’io avrei bisogno di qualcosa del genere, non per i ciclisti che sono troppissimi e a volte me ne dimentico o li confondo tra quelli minori o mai emersi, per quello ci sono siti con tutte le notizie che occorrono, quelle pertinenti non il gossip, ma avevo pensato a una cosa del genere per tutti i personaggi dell’Orlando Furioso, che leggo il libro e poi me li dimentico poi vedo il vecchio sceneggiato Rai e poi li ridimentico. Ma per fortuna ci sono le televisioni a ricordarci le cose importanti, anche se a modo loro. Ad esempio proprio in questi giorni hanno ricordato la shoah e poi le foibe, tragedie della prima metà del secolo scorso, ma dimenticano cose accadute una decina di anni fa, crisi economiche, scandaletti piccanti, forse per poter dire grazie di essere venuto.

minuzie

Non ricordo dove e quando ho comprato ho comprato questo libricino, probabilmente a Napoli più di trenta anni fa, e in fondo non so neanche perché, vabbe’ per il piccolo formato, uno sfizio, non so chi sia Jean Bell, forse una vegliarda di cui si può trovare qualche libro di genere su amazon, e quasi mi sorprende che sia sopravvissuto a pulizie e traslochi ma invece eccolo ancora qua, e all’improvviso questo librino che vedevo ma senza farci caso l’ho pure letto, tutto sommato divertente e breve che non richiede segnalibro.

L’inimitabile Quino

Con tutta la simpatia per il personaggio, Mafalda è una striscia molto legata al suo tempo, e chissà come la mettono i puristi immacolati col fatto che la bambina era nato per una pubblicità, e nel marketing è ritornata sfruttata per mille gadget. Coraggioso e sicuro di sé è stato Quino se a un certo punto ha detto basta e ha iniziato ha pubblicare tavole senza personaggi fissi e senza parole, e se c’erano dei balloon contenevano altri disegni, piene di invenzioni e a volte quasi barocche: un inimitabile modello da imitare.

 

La Zeriba Suonata – calcestruzzo

Secondo i politici e i loro suggeritori, cioè gli imprenditori, il Paese deve ripartire dal cemento, anche se da tempo si sa che il calcestruzzo è deperibile e il crollo del ponte Morandi lo ha drammaticamente mostrato a tutti. Però, se il calcestruzzo non sarebbe adatto per l’edilizia, da esso almeno può ripartire pure la musica, anche se non proprio convenzionale, anzi “priva di melodia, solo rumori, urla, ferro e cemento” come quella dei trevigiani Béton Brut, che non significa Brutto Bestione, tanto più che quelli, i brutti bestioni attorniati da ragazze sculettanti, in genere fanno musica da classifica, ma è un rimando all’omonimo movimento architettonico. I Béton Brut sono La Suprema Assenza, Il Buio Oltre La Siepe e Oscura Speranza più la voce di Sylvia Schlecker e hanno inciso un 7 pollici picture disc in 23 copie intitolato Brutalismo, e a me piace molto l’idea delle stampe in numero molto limitato di copie, si tratti di dischi o di libri, e a vederlo in foto il disco si direbbe anch’esso di calcestruzzo, ma ciò non è possibile perché romperebbe la puntina o più probabilmente accadrebbe il contrario, e infatti è di vinile trasparente come trasparenti sono anche la busta e il foglio con i testi. Sul sito bandcamp del gruppo potete ascoltare il brano omonimo, che non è musica per tutti né vuole esserlo, di sicuro non piacerebbe ai muratori che con sufficienza potrebbero commentare: Questo sapevo farlo anch’io, un po’ come fanno alcuni di fronte alle opere d’arte non figurativa, ma il buon Bruno Munari diceva: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.”

Brutalismo

Perline di Sport – Lieutenant Bruyère

Adriano De Zan definiva “luogotenenti” quei gregari che non si limitavano a portare l’acqua e tirare il gruppo o spingere il capitano, ma potevano essere anche dei consiglieri e soprattutto a volte avevano le loro occasioni di correre per vincere e casomai vincevano davvero, per esempio Palmiro Masciarelli supergregario di Moser oltre che capostipite di una famiglia numerosa di ciclisti. Ma erano comunque tempi in cui all’interno delle squadre, meno numerose di quelle di oggi che arrivano anche a trenta ciclisti, i ruoli erano più netti e il capitano, gira e gira, era sempre lo stesso. Figuratevi allora i gregari di Eddy Merckx che voleva vincere pure i traguardi volanti. Il vallone Joseph Bruyère, nato appena oltre confine a Maastricht, passò professionista nel 1970 e fu un fortissimo gregario di Eddy Merckx ma, quando iniziò il declino del capitano, Bruyère riuscì a vincere tappe di Grandi Giri, indossò pure la maglia gialla, e soprattutto vinse due volte la più importante corsa dalle sue parti, la Liegi Bastogne Liegi, nel 1976 e nel 1978, sempre per distacco. Nella telecronaca della seconda vittoria potete ammirare lo stile orrendo del compagno di fuga Michel Pollentier, la spinta che costui riceve da un tifoso definita “scandalosa” dal cronista, l’arrivo scenografico sul Boulevard de la Sauvenière, e si può anche notare la differenza del percorso in cui la selezione si faceva sulle Côtes de la Redoute e des Forges. Bruyère però seppe vincere anche sulle pietre di Fiandra portandosi a casa tre Het Volk, di cui l’ultima pochi giorni prima del ritiro nel 1980.

La figurina di Bruyère

Lo spione

C’è poco da fare, certe notizie divertenti si trovano solo su Het Nieuwsblad, e dire che i siti italiani manco ne hanno argomenti di conversazione e potrebbero trovarne almeno di traduzione, anche se la fonte originale è Cyclingnews ma HN è lesto a riferire. Hanno chiesto a Roger De Vlaeminck la sua squadra ideale e tra i sette nomi citati dal Signor Roubaix, oltre al fratello Eric e agli italiani Attilio Rota e Stefano Giuliani, c’è un nome completamente dimenticato e riesumato per la circostanza, uno di quei nomi fiamminghi pronunciati da Adriano De Zan nelle sue distinte telecronache e sepolto nell’inconscio o nel subconscio o in qualche fenditura della memoria: Herman Van Der Slagmolen, vincitore in carriera solo di due corsette minori. E il bello è che la caratteristica principale di questo gregario che lo fa preferire ad altri, il suo ruolo specifico, era quello di spione, ma non è che faceva microfilm o passava dossier segreti al principale, più semplicemente di sera guardava cosa bevevano Merckx e Gimondi e poi riferiva al capitano che ne traeva le sue conclusioni, cose loro.

oppure i giochi

In giro è pieno di altruisti che aiutano gli altri, e nessuno lo fa con secondi fini e nessuno dona cibo già scaduto, e allora per equilibrare le statistiche mi tocca fare l’egoista, che mi viene pure bene, e dato che per esempio andare in libreria, quando ci si poteva andare, e trovare troppa gente mi dava fastidio, io non sono di quelli che predicano la lettura e non mi lamento se la gente non legge e non discrimino in base a questo, e dico pure non affollatevi nelle librerie che non c’è spazio, e poi credo che ognuno è libero di fare del proprio tempo quello che vuole, leggere non è obbligatorio, e posso dire per la mia personale esperienza che più liberamente e stranamente ci si arriva alla lettura e si scoprono gli autori e meglio è, non è certo la scuola o un senso del dovere culturale che fanno appassionare ai libri. E dubito pure che in questi giorni forzatamente casalinghi ci sia un grande aumento di lettori e letture, forse saranno aumentati giochi e giocatori, ma mi raccomando, che i giochi entrino nelle vostre case con garbo e non vi prendano la mano, altrimenti diventate ludopatici e poi il sistema sanitario nazionale, che ha altri cavoli cui pensare, vi deve pure curare.

Tutto quel discorso era solo una scusa per mettere questa vignetta.

Pattini d’argento, e anche di bronzo

Quando nel 1865 la scrittrice educatrice statunitense Mary Mapes Dodge scrisse il romanzo per ragazzi Hans Brinker, or the Silver Skates, noto in Italia come Pattini d’Argento, un bestseller con un’altissima concentrazione di buoni sentimenti, non poteva sapere che i Paesi Bassi in cui l’aveva ambientato sarebbero diventati la nazione dominatrice del pattinaggio di velocità su ghiaccio, la disciplina pattinata che personalmente preferisco non solo perché più affine al ciclismo ma anche perché meno incasinata dello short-track, che è più selvaggio del keirin, e per niente frou frou come l’artistico. E lì nell’ex Olanda il pattinaggio è molto seguito, il pubblico non è costituito da un’élite perché vi abbiamo visto un anziano signore vestito in maniera un po’ diciamo rustica che ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca un panino incartato e l’ha passato alla moglie, e i pattinatori famosi si accoppiano fra loro e diventano oggetto di gossip, le pattinatrici si spogliano del body a favore dei giornali, ma l’attenzione non è solo per gli atleti locali, tra i quali sembra che a volte non ci sia grande spirito di squadra, un po’ come avviene da quelle parti anche nel ciclismo femminile, e durante gli Europei che si sono svolti in questo weekend a Heerenveen c’era la giusta attenzione per la ceca ipermedagliata Martina Sablikova, che in passato correva pure in bici, e per l’italiana Francesca Lollobrigida, che è diventata un personaggio sia per i buoni risultati che per l’aspetto più che gradevole, in questo essendo anche “pronipote d’arte” di Gina, ex attrice e scultrice oggi dedita alle lamentazioni mediatiche. Ma è successo che proprio nella gara preferita dalla Lollo, la mass start, una via di mezzo tra scratch e corsa a punti, le paesane bassine, o come si chiamano ora le ex olandesi, il gioco di squadra l’hanno fatto e hanno vinto con Irene Schouten, una delle bellezze da rotocalco, e la campionessa uscente Lollobrigida ha preso l’argento dopo il bronzo nei 3000 metri, però d’argento si vince la medaglia e non i pattini.

L’unico dato certo

L’unica cosa certa è che oggi sono 60 anni dalla morte di Fausto Coppi. Per il resto non ricordo quando trovai questa e altre figurine in un negozietto di Napoli, o era una bancarella, sarà stato 25/30 anni fa, e non so a che anno risale precisamente, comunque alla fine degli anni 50.

Poupoulismo

Raymond Poulidor ha vissuto almeno tre vite, o tre carriere per non esagerare: una lunga da ciclista, una da testimonial del Tour e una breve da nonno orgoglioso di cotanto nipote. E da qualche anno sembrava migliorata la sua reputazione, come se l’eterno secondo ora apparisse un po’ meno secondo, come se vi avessero contribuito le vittorie del nipotino Mathieu. Ma ai tempi delle rivalità perdenti con Anquetil e Merckx, anche se poi perdeva pure con Gimondi, Poupou era così popolare che c’erano tanti gadget con la sua immagine: oltre alle cartoline c’erano portachiavi e perfino un piatto di porcellana di Limoges, ma più recente è un gioco da tavolo chiamato Allez Poupou in cui per vincere bisogna arrivare secondi, e non so se questo si può ritenere un omaggio.