Belle cose passate

Sono nato nel 1960 e quando nel 2014 ho iniziato a bloggare pensavo di essere già troppo vecchio in questo ambiente, poi invece ho scoperto che ci sono anche bloggers più anziani, anzi, direi che l’età media è alta, e penso sia quasi inevitabile che spesso i post rivelino rimpianti per i bei tempi passati che non ritornano più, quando si stava meglio, praticamente l’età dell’oro. Ma ammettiamolo che si può fare il “giovane” fino a un certo punto, ci si può sforzare di apprezzare le cose presenti, ma poi si finisce col ricordare con nostalgia quelle belle cose del nostro passato che erano oggettivamente migliori. E allora, in barba (ops) a quel bastian contrario di Aure70 che ci propone i suoi ricordi di diciamo ristrettezze economiche, eccovi una mia rassegna, parziale, di belle cose che purtroppo non ritornano più, preparate i fazzoletti ché verrà la lacrimuccia anche a voi.

Il surrogato di cioccolato, per gli intolleranti all’agiatezza, non so cosa ci fosse dentro, ricordo solo quelle tavolette piccole e sottili e quella scritta.

Il bustone gigante di patatine sul bancone della salumeria. La pasta venduta sfusa non l’ho vista, ma le patatine sì, potrà sembrare una pratica poco igienica, ma rafforzava il sistema immunitario, non come oggi che basta una piccola pandemia per ammalarsi.

La bella scuola classista di una volta, che non faceva discriminazioni, aveva un occhio di riguardo sia per il figlio del notaio che per il figlio del ricco commerciante del centro, a preservare l’attualità del libro Cuore.

Il sano realismo delle classi differenziali, che non metteva grilli nel piccolo cervello minorato di deficienti e handicappati, inutile illuderli, per loro non era possibile una vita come quella delle persone normali, ma un posto in prima fila nelle manifestazioni religiose nessuno glielo avrebbe negato.

L’insegnamento dei Valori, ad esempio l’amore per la Patria, col ricordo delle imprese eroiche dei nostri militari, come quelli che con i loro superbi aerei combatterono in Africa contro quei primitivi neri con le loro ridicole lance.

I giocattoli pubblicizzati sulle pagine di Topolino o del Corriere dei piccoli che lì rimanevano, ma durava poco, il tempo di crescere e iniziavi a pensare che pure Paola Pitagora rimaneva sulla carta.

I fumetti che alternavano due pagine a colori e due in bianco e nero, per combattere lo spreco ed evitare che i bambini si abituassero troppo bene.

Le casalinghe: in 13 anni di scuola dell’obbligo ricordo un compagno che aveva la madre insegnante, gli altri tutti figli di casalinghe, non perché mancasse il lavoro ma perché non rientrava nella mentalità diffusa.

Il riformatorio, pardon l’orfanotrofio religioso, in cui non tutti erano orfani, mica si era nei cartoni giapponesi, ma c’era anche qualche figlio di genitore indecentemente indigente. Tutti vestiti uguale, e meno di quanto avrebbe richiesto il clima per meglio temprarsi, ma amorevolmente seguiti sia dal prete quasi come se fossero suoi figli (nonostante avesse già i suoi due da mantenere), sia dagli insegnanti. Infatti frequentavano la scuola statale e nella mia classe in prima media dei 10 ai blocchi di partenza ne furono promossi ben 3.

Le assemblee studentesche in cui avevano diritto di parola tutti quelli che la pensavano allo stesso modo.

Gli studenti armati di manganello, e quelli politicamente più preparati anche con coltelli e pistole, che si affrontavano in nome dei loro ideali, altro che edonistici gavettoni. E a questo proposito voglio rivolgere un pensiero a quelli che non hanno potuto vedere realizzato il loro sogno rivoluzionario perché finiti ingabbiati in condizioni penose, costretti a fare il medico, l’avvocato, il banchiere o il giornalista.

L’ideologia che tutti i cervelli si porta via, così comoda perché dentro c’era già tutto pensato. Ma sono crollate davvero tutte le ideologie? No, c’è rimasta la religione, vuol gradire? No, grazie, come se avessi accettato.

Studenti e operai uniti nella lotta, bastava solo che gli studenti capissero che gli operai non erano quelli color verde fosforescente con le orecchie a punta e il più era fatto.

I cantau… cough… dicevo, i cantaut… etciù! Scusate, mi è stata diagnosticata un’allergia a quelli là.

I politici di una volta, capaci di virtuosismi linguistici che legittimavano tutto senza sbilanciarsi. Emblematiche le “convergenze parallele” di Aldo Moro che hanno fatto scuola, basti vedere l’attuale governo “vengo anch’io” e la scissione del M5S con una parte che sta con Draghi e l’altra che appoggia il governo.

I “liberi” di Skorpio e Lanciostory, ai quali avrebbe dovuto riservare tutta la sua arte Roberto Recchioni invece di toccare Dylan Dog: Vade retro, Xabaras!

La diretta degli ultimi 5 km della Parigi-Roubaix, scelta felice perché iniziando la trasmissione quando non c’erano più tratti di pavé da percorrere si evitava al pubblico che gli venisse il mal di mare e che si annoiasse con una lunga diretta.

Farmaci e presidi

Al Giro è finita la pacchia, fino a Torino si è scherzato, quella di Superga era una salitella, ora arrivano le montagne con la emme maiuscola, e infatti a Torino sono volati i minuti di ritardo e la classifica è stata sconvolta, mentre da Cogne si scende con la classifica invariata: il ciclismo è una scienza inesatta. Dopo la débâcle del giorno prima la Ineos torna compatta in testa al gruppo a presidiare la corsa e lascia andare solo la fuga di giornata, nella quale si infila pure Van Der Poel che altrimenti si annoia, ma Stupor Mundi non va lontano. Con una settimana di ritardo rispetto alla tappa abruzzese c’è invece Giulio Ciccone, che può essere paragonato a vari ciclisti del passato e del presente: ha le doti diplomatiche del corregionale Vito Taccone, l’intelligenza tattica di Claudio Chiappucci e la fortuna di Sep Vanmarcke con cui si scambia le figurine di farmaci e presidi medico-chirurgici, meno male che almeno è forte. Dicevano che per migliorarsi Ciccone doveva stare calmo, non innervosirsi e non litigare come succede sempre quando è in fuga, e lui deve aver ascoltato i consigli perché stavolta ha litigato ripetutamente solo con il giovane colombiano Buitrago. Ha smesso solo quando sull’ultima salita è riuscito a staccare gli ultimi avversari, ma, quando il britannico Carthy si è riportato su Buitrago al suo inseguimento, Rizzato ha avvisato che essere in due è sempre meglio che essere da solo, e se questa norma in genere vale per il sesso può valere anche per il ciclismo. E com’è successo il giorno prima per la vittoria di Yates tutti hanno detto che questo è il vero Ciccone, ma non è vero che questo è quello vero, ormai sono arrivati alla maturità e possiamo dire che è vero tutto Ciccone come tutto Yates, quello che un giorno perde un giorno vince e l’altro crolla. Mica è obbligatorio essere campionissimi fortissimi, e del resto i grandi giri sono solo tre in un anno e se togli quelli vinti dagli sloveni resta poco. Anzi, Ciccone come pure lo Yates che c’è e anche il gemello che è altrove prima prendono coscienza dei loro limiti e rimodulano in base a essi le loro ambizioni è meglio è, e se Giulio non è il nuovo Nibali può essere il nuovo Mollema. Sul rettilineo finale Ciccone fa lo show, chiama l’applauso, lancia gli occhiali al pubblico come esplicitamente previsto dal contratto, e poi si mette a piangere, e dopo sarà festeggiato anche da quell’altro piagnone di Jumpin Perez, secondo è Buitrago pure lui piangente, è tutto un piagnisteo, non sappiamo se piange pure il terzo perché quando è prossimo al traguardo la RAI, oscurando gli arrivi almeno fino al sesto, manda la pubblicità, e verrebbe da augurargli che i soldi da essa ricavati vengano opportunamente spesi per farmaci e presidi medico-chirurgici.

Sapendo della propensione di Ciccone a lanciare gli occhiali, qualcuno del pubblico l’ha anticipato tirando i propri sulla sede stradale.

Papa mamma

Sarà vero che Papa Giovanni Paolo I, detto il Papa dal volto umano, fu avvelenato, e che Bonifacio VIII dopo lo schiaffo di Giacomo Colonna Sciarra, invece di porgere l’altra guancia, replicò con un’empia capocciata in bocca, e che Celestino V fece il gran rifiuto per dedicarsi alla mountain bike? Chi può dirlo? I segreti vaticani sono segretissimi. Ed è vero che ci fu una Papessa donna di sesso femminile che per giunta ebbe un figlio? Beh, questo abbiamo chi può dircelo: Aure1970 nella sua pierangiolesca rubrica 5 cose che ancora non sai sulla Papessa Giovanna.

Immagine NON presa da internet, ma dalle mie scatole, nel senso cartonaceo.

Burocrazia e Fantasia

La famosa lotta alla famigerata Burocrazia secondo me è difficile proprio perché potrebbe essere semplice, cioè per risolvere il problema basterebbe semplificare le norme, ma le cose semplici possono farle solo persone capaci di cose semplici e non quelli che invece si incartano con leggi che nascono già contorte perché vanno dietro al chiacchiericcio dell’attualità. Ora in questa battaglia scendono in campo addirittura Nathan Never e Legs Weaver che nell’albo ancora in edicola, o forse non più, indagano per conto di una ditta di demolizioni che fornisce argomenti utili alla causa. Devo dire che Legs Weaver la preferivo quando aveva un albo tutto suo e girava per le pagine mezza nuda, e che in questo periodo sto comprando qualche albonello (=albo di Bonelli) per le medaglie celebrative degli 80 anni della ditta. Ho apprezzato un numero di Julia, ho perso quelli di Martin Mystère e con grande sorpresa ho scoperto che è ancora possibile leggere un Dylan Dog decente, a patto che non ci metta mano l’attuale curatore. E questo albo di NN non è male, però la Bonelli ormai è un’istituzione e in quanto tale si propone anche fini educativi, come fa il Giro d’Italia della RAI, e ad esempio in questa storia alcuni personaggi sono di quelle persone che si chiudono in casa con la loro strumentazione elettronica ed evitano i contatti umani, e così viene toccato un tema sociale scottante che proprio perché tale sarebbe meglio non toccarlo, però semmai un’altra volta si potrà parlare anche del tema delle ustioni. Ma per l’argomento principale abbiamo il titolare della ditta di demolizioni che ha un’ufficio che neanche Jeff Bezos, polemizza contro le tempistiche delle amministrazioni comunali e si rivela filosofo cinico e persona onesta, ma è un imprenditore di fantasia.

non è possibile

Il Buon Vecchio Zio Martin Mystere è il Detective dell’Impossibile e per questo, secondo me, sarebbe opportuno che indagasse su come sia possibile che ormai non è più possibile leggere Dylan Dog, che da quando è in mano a quel tipo imbevuto di luogocomunismo rock peggiora pure se ogni volta sembra impossibile poter fare peggio, con brutte storie, brutti disegni, che però uno può sempre spacciare per sperimentali, e dialoghi ridicoli, insomma un incubo, e se il loro obiettivo era l’orrore l’hanno raggiunto.

Nervi a fior di pelle e pelle di banana

Al giro scremato oggi c’è stata una tappa piatta piattissima, quasi una tappa di trasferimento come c’erano una volta e come una volta c’è stata la fuga-parenti con Lorenzo Fortunato accolto a Bologna come avesse appena vinto il Giro. C’è spazio per gli Extraliscio che all’inizio mi incuriosivano, oggi meno, perché quel loro leader lì non mi convince, non mi sembra sincero, e poi c’è l’intervistatrice che tra Romagna e Pantani provoca un’ondata di banalità e luoghi comuni. C’è tempo anche per riprendere qualche moto che sfreccia sull’autodromo di Imola, ma questa è una cosa inopportuna in quanto è stato vietato il super-tuck perché pericoloso e perché il pubblico era portato a emulare i discesisti folli, ma se si ritiene che il pubblico del ciclismo è facilmente impressionabile non mostrategli le moto col rischio che poi lo spettatore si metta a correre nel traffico cittadino piegandosi nelle curve, che poi non è molto lontano da quello che accade realmente nelle città. Ma il fatto è che il Giro in bici è sponsorizzato dai motori, anzi c’è una guerra di sponsor tra i due commissari. Il Super Commissario di Tutte le Nazionali Cassani pubblicizza una marca d’auto, mentre una marca concorrente è reclamizzata da Saligari, che passò al ciclismo con molta voglia di imparare e per questo faceva sempre domande, tanto che Baronchelli disse che gli sembrava un commissario e da lì gli venne il nomignolo, e poi nello stesso spot ci si mette pure Pastonesi che gironzola su una motorella eufemisticamente definita bici a pedalata assistita. Però quest’anno Cassani non è più testimonial delle barrette miracolose e forse per ripicca mangia prodotti genuini locali in favore di telecamera. Siamo dalle sue parti, il supercittì ne approfitta per ricordare Monica Bandini ma per dare l’idea del tempo passato dalla vittoria mondiale di Bandini e compagne fa una cosa che sarebbe contro le buone maniere, cioè chiede l’età di Giada Borgato che però non si fa problemi a dirla, e del resto se qualcuno fosse curioso basta un qualsiasi sito di ciclismo. Si va verso il mare e si pensa alle vacanze, ma si scopre anche una grave carenza legislativa perché il legislatore ciclistico ha proibito ai ciclisti di lanciare borracce e gettare cartacce, ma delle bucce di banana, che sono biodegradabili ma scivolose, non ha detto niente e allora che si fa? In attesa di una risposta dall’UCI i ciclisti possono approfittarne per alimentarsi con tutto quello che non rientra nelle categorie delle cartacce e delle borracce e portarsi dietro uova, come Binda, gavette pentole tegami e volendo anche una moka ma quella forse non serve poi vedremo perché, e poi si può continuare a sperimentare con le lingue e ancora Garzelli parla di “pelle di banana”. L’andamento lento si vivacizza in vista del traguardo volante e, sarà che le varie classifiche non sono ancora definite, quest’anno non ci sono cortesie per i traguardi parziali ma sprint combattutissimi, i fuggitivi Tagliani e Marengo fanno una volata che sembrano WVA e MVDP e poi arriva lanciatissimo il gruppo. L’avevano appena definita una tappa rilassata e rilassante, ma con un relax simile chi ha bisogno di stress? In gruppo diventano tutti nervosi, ecco perché dicevo che della moka non hanno bisogno, Sivakov la settimana scorsa aveva detto che il capitano è Bernal ma che in corsa può succedere di tutto, e infatti è caduto. Poco dopo è caduto anche Landa, stavolta non per colpa sua ma per una deviazione improvvisa di Dombrowski che ha abbattuto un vigile spartitraffico, e così il Giro scremato perde altri pezzi. Intanto la regia continua a perdere le volate e a non far capire cosa succede e si perde le acrobazie di Caleb Ewan che vince uno sprint confuso in cui l’unica certezza è il secondo posto di Giacomo Nizzolo che si avvia a stabilire un record. Ma ancora più confuso è il Processo dove AdS invita a parlare tre persone contemporaneamente e subito toglie la parola a tutte e tre per sentire una quarta. Poi accenna al rapporto di Alessandro De Marchi con la scrittura, ma rimanda a domani, e allora c’è l’internet per scoprire che ha partecipato a un libro a più mani pubblicato da quelli di Bidon, ma quest’anno un’altra iniziativa interessante è il Diario dall’ammiraglia di Giovanni Ellena, diesse al servizio del Principe Duca Conte, pubblicato su Cicloweb.

Una simpatica action figure in pelle di banana raffigurante il Delfino di Bibione Franco Pellizzotti.

La crema del Giro scremato

Ieri mi sono costretto a vedere la presentazione del Giro d’Italia dal Castello del Valentino di Torino, in genere uno spettacolino noioso che cerco di evitare, ma ieri mi scappava da ridere per la ridicolaggine del tutto con effetti speciali e frecce tricolori, orchestra morriconeggiante e acrobati danteschi, retorica e pompa magna, un conduttore dalla cadenza da radio-dj che mi vanto di non aver riconosciuto, un anglofono che con un paio di cene risolleverebbe il settore della ristorazione italiana e finalmente una faccia familiare, Francesco Pancani, che però si è astenuto dal fare domande un minimo originali. Subito la brutta notizia della conferma di AdS alla conduzione del Processo, si spera almeno che a titolo di aggiornamento professionale abbia fatto un corso sull’ABC della democrazia, dopo le polemiche dell’anno scorso nel giorno dello sciopero. C’era anche Barbara Pedrotti non so se come giornalista o come parte voluta dall’occhio, certo è che se alcune giornaliste incidentalmente piacenti ci tengono a dimostrare di essere anche brave, lei mi sembra che ci tenga a dimostrare l’inverso, e prima si esibisce in versione Barbraless e poi con un abito vedo-non vedo-no,no,vedo. E per restare in tema, oltre alle squadre sono state presentate anche le maglie e, per la nota faccenda del carro di buoi, le indossavano quattro ragazze e l’importanza crescente delle maglie era diciamo resa visivamente dalla grandezza crescente della taglia di reggiseno. Oggi c’è il silenzio elettorale, cioè no, mi confondevo, e domani finalmente parte il Giro scremato d’Italia e allora vediamo qual’è la crema di questo Giro light, chi sono i protagonisti attesi, i nomi di spicco. Diciamo che se il Giro si fosse disputato un anno fa e avesse avuto alla partenza Nibali, che da tempo non iniziava una stagione così forte come fece alla Parigi-Nizza, Evenepoel giovane fenomeno dal potenziale ancora non conosciuto e Bernal vincitore uscente del Tour, si sarebbe presentato come un cremoso supergiro. Ma in questi mesi nell’ambiente gli ortopedici hanno avuto più lavoro degli epidemiologi e il campo partenti finisce per ricordare Fantozzi contro tutti, la scena in cui Fantozzi e colleghi tornavano in ufficio dopo la sgambata del giorno prima.

Vincenzo Nibali ha un’età, ma non è che Geraint Thomas sia tanto più giovane eppure è dato tra i favoriti del Tour. Forse in Francia ci sarebbe voluto andare pure Nibali ma lui è ligio alle norme e da un anno gareggia solo nel raggio di 300 metri da casa sua e quindi eccolo al Giro. Ma poche settimane fa si è rotto il polso in allenamento, lui ha detto che avrebbe fatto l’impossibile per partecipare ma che l’impossibile non sempre è facile, e dopo aver controllato sul vocabolario credo che abbia ragione, ma un po’ di impossibile l’ha fatto ed eccolo al Giro. Però ora l’osso è tenuto da una placca e 11 viti, per cui rischia di accumulare svantaggio non tanto in salita o a cronometro ma ai metal detector.

Remco Evenepoel è ancora giovanissimo ma ieri sembrava invecchiato di un lustro, non ha mai corso un grande giro e da quando è caduto nel burrone al Lombardia non ha mai gareggiato. Riprende a correre proprio al Giro, e poi dicono che non gli mettono pressione.

Egan Bernal ha dolori alla schiena che sarebbero causati dal fatto di avere una gamba più corta. Finché correva con il Principe Duca Conte si ricorreva ai rimedi della nonna, di Savio o di Bernal fa lo stesso, e gli mettevano un tacchetto sul pedale. Ma poi è passato alla iper-scientifica Ineos e la situazione è cambiata da “così” a “cos’ho?” Per dire, il primario della squadra aveva comprato degli occhiali a raggi X per guardare le ragazze. Ma cosa avete capito, brutti maiali? Voleva guardarne il viso coperto dalle mascherine, ma è successo che si è trovato a passare Kwiatkowski e il medico si è accorto che il polacco aveva una costola rotta e gli avevano appena fatto correre 300 km su e giù per i capi della Sanremo.

Pavel Sivakov dovrebbe correre come gregario di Bernal ma lui dice che nelle corse possono succedere tante cose, ma bisogna vedere a chi succedono, e forse lui non conosce il Primo Principio dell’Orografia secondo cui a ogni ascesa segue una discesa. Ora qualche secchione precisino dirà che a volte invece segue un falsopiano, va bene, ma prima o poi la discesa arriva, e se Pavel va forte in salita, a vederlo in discesa viene il dubbio che vivendo in Francia si alleni col Premiato Maestro Discesista Alexandre Geniez.

Simon Yates è il grande favorito, il che la dice lunga sullo stato delle cose. Nel 2018 ha dato spettacolo ma poi ha pagato gli sforzi, ora dice che starà più accorto, quindi darà mezzo spettacolo, oppure con biglietto a metà prezzo per militari e bambini, difficile che vinca la classifica generale, molto più probabile che vinca quella delle smargiassate.

Romain Bardet era uno che sembrava forte nelle gare a tappe, ma non ha ottenuto questi grandi risultati, e allora forse a pensarci bene potrebbe fare meglio nelle corse in linea dove…, no, neanche lì, insomma ci stiamo ancora pensando.

Da quanto si è visto al Tour Of The Alps, al contrario di Sivakov, Daniel Martin può risolvere il problema delle difficoltà in discesa in maniera radicale: proverà a tagliare direttamente per i dirupi.

Se qualcuno avesse praticato il lockdown estremo e fosse tornato solo dopo l’autunno da un isolamento totale e avesse saputo che il Giro 2020 era stato vinto da Tao Impronunciabile Hart davanti a Jay Hindley avrebbe pensato o a una caduta generale degli avversari o a una epidemia di covid nel plotone. Noi ci siamo invece limitati ad attendere un segnale di vita dall’australiano, che è giovane e se deve fare degli errori di gioventù deve approfittarne adesso e non attendere la vecchiaia, questo per definizione, insomma un po’ più di vivacità nelle prime corse, e invece niente.

E poi per la classifica ci sono ancora i tanti sottocani, capeggiati da Mikel Landa e Wilco Kelderman, che anche quando hanno avuto l’occasione della vita si sono guardati bene dal coglierla. Però ci sono anche le vittorie di tappa, e per quelle ci sono quei corridori portati per le corse in linea, come Gianni Moscon, o cronomen come Filippo Ganna, che appunto, no, niente, devono fare i gregari. E ancora, per lo spettacolo non necessariamente agonistico ci sono Peter Sagan e Simon Pellaud, ma le regole anti-covid e soprattutto le nuove proibizioni UCI gli impediranno di interagire col pubblico o di impennare senza mani e senza piedi o di firmare libri in corsa o di fare selfie o di scambiare figurine e borracce o chissà che altro, e allora alla fine restano i velocisti.

Caleb Ewan non può puntare all’Olimpiade che si corre su un percorso impegnativo né al Mondiale che ha tratti in pavé che dovrebbero essere indigesti per uno piccolo come lui, e dato che però lui non è un velocista qualunque si è posto un obiettivo ambizioso: vincere tappe in tutti e tre i grandi giri. Ma anche se non avrà lo stress della classifica generale non potrà concluderli tutti e tre, per cui voi dite che il Giro è la corsa più dura del mondo e allora alla prima occasione Calebino farà le valigie.

C’è solo una persona che in questo periodo va più piano di Elia Viviani ed è Elena Cecchini. Allora, per restare in famiglia, Elia con la sua esperienza da pistard potrebbe provare a lanciare le volate al fratello Attilio, hai visto mai?

5 anni fa Fernando Gaviria era praticamente imbattile su pista, il giovane promettentissimo che prometteva moltissimo e tutti se lo contendevano. Oggi cercano di disfarsene ma nessuno lo vuole.

Compatibilmente con la presenza alla settimana della moda, sarà alla partenza, almeno a quella perché all’arrivo è difficile dato il suo ginocchio volubile, lo stilista e campione italiano ed europeo Giacomo Nizzolo che non ha mai vinto una tappa in un grande giro. Ora o mai più, più probabile la seconda.

Una delle cose più agghiaccianti che mi è mai capitato di leggere è stata la descrizione, fatta dalla fidanzata, dello stato di Fabio Jacobsen dopo l'”incidente” in Polonia. Dylan Groenewegen fece quella che alcuni definirebbero una volata di mestiere, di giustezza, e sono gli stessi che in pratica hanno rimproverato a Longo Borghini di non aver stretto alle transenne Van Vleuten all’ultimo mondiale. Groenewegen è stato squalificato, è stato socialmente insultato e minacciato, ed è difficile immaginare in che condizioni psicologiche più che fisiche rientrerà. Invece le transenne, che a un certo punto sembravano le uniche colpevoli, non sono state squalificate, e anzi il Giro di Polonia è stato premiato dalla Polonia come miglior evento sportivo in Polonia dello scorso anno, figuriamoci il peggiore. Con altrettanto cattivo gusto una nota rubrica televisiva di ciclismo non perde occasione di mostrare e rimostrare l’incidente da tutte le inquadrature, ma se non altro ci ricordano l’accaduto, che alcuni giudici di gara sembrano aver già dimenticato continuando a vedere il mestiere e la giustezza dove invece ci sono solo plateali scorrettezze.

E poi tra i velocisti alcuni inseriscono Davide Cimolai, ma quelli sono i soliti scemi che vogliono fare gli scherzi.

Gradite un Giro scremato?

Non so a voi, ma a me sembra imbarazzante vivere in un paese dove c’è già chi va dicendo che il settore che più contribuisce al PIL è quello della ristorazione, che se un domani vai all’estero e qualcuno di etnia estera ti chiede quale è la principale attività economica del paese devi rispondere: magnare e bere. E così poi succede che quando un ciclista forte, sempre di etnia estera, viene a correre il Giro e semmai vince pure e poi se n’esce con le solite storie sulla corsa dura e il paesaggio e il pubblico, gli italiani, sarà perché sono allenati, se la bevono subito. E continuano a lamentarsi dello strapotere del Tour e sul Giro ripetono lo slogan: “La Corsa Più Dura Del Mondo Nel Paese Più Ridicolo Del Mondo”, o era diverso? Non so, non sono ferrato negli slogan. La verità è che al Giro vengono a correre quelli che al Tour proprio non ci possono andare, perché la squadra non li ha selezionati o perché c’è qualche faccenda ancora da chiarire e se deve scoppiare uno scandalotto meglio che capiti a quelli che corrono il Giro. La crema del ciclismo partecipa al Tour perché lo vogliono gli sponsor, perché è più ricco, perché è più seguito, più popolare, e poi sarà anche vero che c’è più stress ma quello si allevia con i soldi. E non solo al Tour partecipano i massimi capitani, ma per affiancarli con i compagni più forti possibili ci vanno anche quelli che in assenza del leader potrebbe correre per vincere. Però l’assenza al Giro di grandi favoriti potrebbe anche significare una corsa più spettacolare. Può succedere? Vediamo due esempi recenti, diciamo uno a favore di questa tesi e uno contrario. Nella stagione del ciclocross le gare più combattute e spettacolari sono state le prime, quando i due fenomeni erano a riposo, poi sono arrivati prima Van Aert e poi Van Der Poel, che manco hanno lottato molto perché un giorno dominava l’uno mentre l’altro aveva dei problemi e la volta dopo era il contrario, e di spettacolo se n’è visto di meno. Invece il Giro d’Italia di ottobre scorso, persi per strada i pochi favoriti, si è risolto in un duello tra due ragazzini nei quali solo un commentatore che avesse fatto il pieno di eccitanti anfetamine e simpamine, come i ciclisti di una volta, avrebbe potuto vedere i futuri protagonisti delle corse a tappe, e infatti i due già sono tornati nel semi-anonimato, ma soprattutto quell’ultima cronometro decisiva che avrebbe dovuto essere ricca di pathos fu a senso unico. E allora c’è una sola cosa in cui sperare e che può salvare lo spettacolo: la temutissima fuga bidone.

Un bidone ci salverà.

La memoria e le figurine

Dicono che il banchiere per orientarsi tra le mezze calzette della politica italiana abbia una specie di album delle figurine con volti e nomi dei momentanei leaders e semileaders, curriculum penso di no perché il popolo sovrano ha voluto eleggere gente come noi, ignoranti e buoni a nulla. E pensavo che anch’io avrei bisogno di qualcosa del genere, non per i ciclisti che sono troppissimi e a volte me ne dimentico o li confondo tra quelli minori o mai emersi, per quello ci sono siti con tutte le notizie che occorrono, quelle pertinenti non il gossip, ma avevo pensato a una cosa del genere per tutti i personaggi dell’Orlando Furioso, che leggo il libro e poi me li dimentico poi vedo il vecchio sceneggiato Rai e poi li ridimentico. Ma per fortuna ci sono le televisioni a ricordarci le cose importanti, anche se a modo loro. Ad esempio proprio in questi giorni hanno ricordato la shoah e poi le foibe, tragedie della prima metà del secolo scorso, ma dimenticano cose accadute una decina di anni fa, crisi economiche, scandaletti piccanti, forse per poter dire grazie di essere venuto.