L’inimitabile Quino

Con tutta la simpatia per il personaggio, Mafalda è una striscia molto legata al suo tempo, e chissà come la mettono i puristi immacolati col fatto che la bambina era nato per una pubblicità, e nel marketing è ritornata sfruttata per mille gadget. Coraggioso e sicuro di sé è stato Quino se a un certo punto ha detto basta e ha iniziato ha pubblicare tavole senza personaggi fissi e senza parole, e se c’erano dei balloon contenevano altri disegni, piene di invenzioni e a volte quasi barocche: un inimitabile modello da imitare.

 

La Zeriba Suonata – calcestruzzo

Secondo i politici e i loro suggeritori, cioè gli imprenditori, il Paese deve ripartire dal cemento, anche se da tempo si sa che il calcestruzzo è deperibile e il crollo del ponte Morandi lo ha drammaticamente mostrato a tutti. Però, se il calcestruzzo non sarebbe adatto per l’edilizia, da esso almeno può ripartire pure la musica, anche se non proprio convenzionale, anzi “priva di melodia, solo rumori, urla, ferro e cemento” come quella dei trevigiani Béton Brut, che non significa Brutto Bestione, tanto più che quelli, i brutti bestioni attorniati da ragazze sculettanti, in genere fanno musica da classifica, ma è un rimando all’omonimo movimento architettonico. I Béton Brut sono La Suprema Assenza, Il Buio Oltre La Siepe e Oscura Speranza più la voce di Sylvia Schlecker e hanno inciso un 7 pollici picture disc in 23 copie intitolato Brutalismo, e a me piace molto l’idea delle stampe in numero molto limitato di copie, si tratti di dischi o di libri, e a vederlo in foto il disco si direbbe anch’esso di calcestruzzo, ma ciò non è possibile perché romperebbe la puntina o più probabilmente accadrebbe il contrario, e infatti è di vinile trasparente come trasparenti sono anche la busta e il foglio con i testi. Sul sito bandcamp del gruppo potete ascoltare il brano omonimo, che non è musica per tutti né vuole esserlo, di sicuro non piacerebbe ai muratori che con sufficienza potrebbero commentare: Questo sapevo farlo anch’io, un po’ come fanno alcuni di fronte alle opere d’arte non figurativa, ma il buon Bruno Munari diceva: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.”

Brutalismo

Perline di Sport – Lieutenant Bruyère

Adriano De Zan definiva “luogotenenti” quei gregari che non si limitavano a portare l’acqua e tirare il gruppo o spingere il capitano, ma potevano essere anche dei consiglieri e soprattutto a volte avevano le loro occasioni di correre per vincere e casomai vincevano davvero, per esempio Palmiro Masciarelli supergregario di Moser oltre che capostipite di una famiglia numerosa di ciclisti. Ma erano comunque tempi in cui all’interno delle squadre, meno numerose di quelle di oggi che arrivano anche a trenta ciclisti, i ruoli erano più netti e il capitano, gira e gira, era sempre lo stesso. Figuratevi allora i gregari di Eddy Merckx che voleva vincere pure i traguardi volanti. Il vallone Joseph Bruyère, nato appena oltre confine a Maastricht, passò professionista nel 1970 e fu un fortissimo gregario di Eddy Merckx ma, quando iniziò il declino del capitano, Bruyère riuscì a vincere tappe di Grandi Giri, indossò pure la maglia gialla, e soprattutto vinse due volte la più importante corsa dalle sue parti, la Liegi Bastogne Liegi, nel 1976 e nel 1978, sempre per distacco. Nella telecronaca della seconda vittoria potete ammirare lo stile orrendo del compagno di fuga Michel Pollentier, la spinta che costui riceve da un tifoso definita “scandalosa” dal cronista, l’arrivo scenografico sul Boulevard de la Sauvenière, e si può anche notare la differenza del percorso in cui la selezione si faceva sulle Côtes de la Redoute e des Forges. Bruyère però seppe vincere anche sulle pietre di Fiandra portandosi a casa tre Het Volk, di cui l’ultima pochi giorni prima del ritiro nel 1980.

La figurina di Bruyère

Lo spione

C’è poco da fare, certe notizie divertenti si trovano solo su Het Nieuwsblad, e dire che i siti italiani manco ne hanno argomenti di conversazione e potrebbero trovarne almeno di traduzione, anche se la fonte originale è Cyclingnews ma HN è lesto a riferire. Hanno chiesto a Roger De Vlaeminck la sua squadra ideale e tra i sette nomi citati dal Signor Roubaix, oltre al fratello Eric e agli italiani Attilio Rota e Stefano Giuliani, c’è un nome completamente dimenticato e riesumato per la circostanza, uno di quei nomi fiamminghi pronunciati da Adriano De Zan nelle sue distinte telecronache e sepolto nell’inconscio o nel subconscio o in qualche fenditura della memoria: Herman Van Der Slagmolen, vincitore in carriera solo di due corsette minori. E il bello è che la caratteristica principale di questo gregario che lo fa preferire ad altri, il suo ruolo specifico, era quello di spione, ma non è che faceva microfilm o passava dossier segreti al principale, più semplicemente di sera guardava cosa bevevano Merckx e Gimondi e poi riferiva al capitano che ne traeva le sue conclusioni, cose loro.

oppure i giochi

In giro è pieno di altruisti che aiutano gli altri, e nessuno lo fa con secondi fini e nessuno dona cibo già scaduto, e allora per equilibrare le statistiche mi tocca fare l’egoista, che mi viene pure bene, e dato che per esempio andare in libreria, quando ci si poteva andare, e trovare troppa gente mi dava fastidio, io non sono di quelli che predicano la lettura e non mi lamento se la gente non legge e non discrimino in base a questo, e dico pure non affollatevi nelle librerie che non c’è spazio, e poi credo che ognuno è libero di fare del proprio tempo quello che vuole, leggere non è obbligatorio, e posso dire per la mia personale esperienza che più liberamente e stranamente ci si arriva alla lettura e si scoprono gli autori e meglio è, non è certo la scuola o un senso del dovere culturale che fanno appassionare ai libri. E dubito pure che in questi giorni forzatamente casalinghi ci sia un grande aumento di lettori e letture, forse saranno aumentati giochi e giocatori, ma mi raccomando, che i giochi entrino nelle vostre case con garbo e non vi prendano la mano, altrimenti diventate ludopatici e poi il sistema sanitario nazionale, che ha altri cavoli cui pensare, vi deve pure curare.

Tutto quel discorso era solo una scusa per mettere questa vignetta.

Pattini d’argento, e anche di bronzo

Quando nel 1865 la scrittrice educatrice statunitense Mary Mapes Dodge scrisse il romanzo per ragazzi Hans Brinker, or the Silver Skates, noto in Italia come Pattini d’Argento, un bestseller con un’altissima concentrazione di buoni sentimenti, non poteva sapere che i Paesi Bassi in cui l’aveva ambientato sarebbero diventati la nazione dominatrice del pattinaggio di velocità su ghiaccio, la disciplina pattinata che personalmente preferisco non solo perché più affine al ciclismo ma anche perché meno incasinata dello short-track, che è più selvaggio del keirin, e per niente frou frou come l’artistico. E lì nell’ex Olanda il pattinaggio è molto seguito, il pubblico non è costituito da un’élite perché vi abbiamo visto un anziano signore vestito in maniera un po’ diciamo rustica che ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca un panino incartato e l’ha passato alla moglie, e i pattinatori famosi si accoppiano fra loro e diventano oggetto di gossip, le pattinatrici si spogliano del body a favore dei giornali, ma l’attenzione non è solo per gli atleti locali, tra i quali sembra che a volte non ci sia grande spirito di squadra, un po’ come avviene da quelle parti anche nel ciclismo femminile, e durante gli Europei che si sono svolti in questo weekend a Heerenveen c’era la giusta attenzione per la ceca ipermedagliata Martina Sablikova, che in passato correva pure in bici, e per l’italiana Francesca Lollobrigida, che è diventata un personaggio sia per i buoni risultati che per l’aspetto più che gradevole, in questo essendo anche “pronipote d’arte” di Gina, ex attrice e scultrice oggi dedita alle lamentazioni mediatiche. Ma è successo che proprio nella gara preferita dalla Lollo, la mass start, una via di mezzo tra scratch e corsa a punti, le paesane bassine, o come si chiamano ora le ex olandesi, il gioco di squadra l’hanno fatto e hanno vinto con Irene Schouten, una delle bellezze da rotocalco, e la campionessa uscente Lollobrigida ha preso l’argento dopo il bronzo nei 3000 metri, però d’argento si vince la medaglia e non i pattini.

L’unico dato certo

L’unica cosa certa è che oggi sono 60 anni dalla morte di Fausto Coppi. Per il resto non ricordo quando trovai questa e altre figurine in un negozietto di Napoli, o era una bancarella, sarà stato 25/30 anni fa, e non so a che anno risale precisamente, comunque alla fine degli anni 50.

Poupoulismo

Raymond Poulidor ha vissuto almeno tre vite, o tre carriere per non esagerare: una lunga da ciclista, una da testimonial del Tour e una breve da nonno orgoglioso di cotanto nipote. E da qualche anno sembrava migliorata la sua reputazione, come se l’eterno secondo ora apparisse un po’ meno secondo, come se vi avessero contribuito le vittorie del nipotino Mathieu. Ma ai tempi delle rivalità perdenti con Anquetil e Merckx, anche se poi perdeva pure con Gimondi, Poupou era così popolare che c’erano tanti gadget con la sua immagine: oltre alle cartoline c’erano portachiavi e perfino un piatto di porcellana di Limoges, ma più recente è un gioco da tavolo chiamato Allez Poupou in cui per vincere bisogna arrivare secondi, e non so se questo si può ritenere un omaggio.

Tutta colpa del testosterone

C’è una donna imprenditrice che sponsorizza la più importante squadra italiana di ciclismo femminile più altre cose. Tra queste un premio che per il 2019 è stato assegnato in questi giorni. C’è stato il premio per il miglior under 23 uomo, per il miglior junior uomo, per il miglior direttore sportivo uomo, e tra i tanti uomini presenti, compreso un cantante con lo sguardo furbacchione della folta scuderia di Cantando Ballando, c’era una donna perché anche a lei toccava un premio. E perché è stata premiata Alessandra Cappellotto, che è stata la prima italiana a vincere un mondiale e ha vinto anche un campionato italiano e tappe al Giro dove è stata due volte seconda in classifica e al Tour dove è stata una volta terza, e ora si impegna per la salute delle cicliste giovanissime inimicandosi anche il cittì supermedagliato, cosa ha fatto di buono per meritarsi il premio? Semplice, è stata simpatica. E poi dicono che è colpa del testosterone.

Endoscopia del Giro d’Italia

E’ stato bello ma è durato poco, intendo il periodo in cui la presentazione del Giro d’Italia era trasmessa solo da Gazzetta TV e uno mica si metteva a cercarla, anzi aveva l’occasione di evitare un sacco di chiacchiere e si trovava direttamente davanti al fatto compiuto: il disegno della corsa e via. Invece da qualche anno c’è di nuovo la diretta RAI e uno che fa, non la vede? E così ecco lo spettacolino impettito e dignitoso (fonte: sempre Jane Fonda in A piedi nudi nel parco), con direttori e autorità varie che dicono banalità, ma almeno stavolta non ci sono banchieri, mentre a condurre c’è Antonello Orlando che continua a incespicare quando parla ma è sempre meglio di Simpatia Fabretti che resta tra il pubblico a scrivere sullo smartufone. E a Orlando è affidato anche il servizio iniziale con una valanga di retoricissimi luoghi comuni. Dopo un discorsetto sul Giro biodegradabile c’è stato un servizio sul villaggio partenza in cui si è detto che ci sarà pure un po’ di inquinamento acustico a causa degli spettacolini ma in fondo fa parte della festa, e qui io personalmente non sono d’accordo e non capisco perché da qualche anno gli eventi sportivi devono essere sempre accompagnati da  musica ad altissimissimo volume, per non parlare del fatto che quando c’è pure un dj è sempre qualche d********* che fa battutine degne di lui. Poi c’è un momento RAI 5 o meglio la vocazione del Giro RAI a fare doposcuola con un servizio culturaloide su Budapest. Poi c’è la presentazione dei due ospiti, il vincitore uscente Richard Carapaz, che per l’occasione somiglia più a Pozzovivo che a Chiappucci, e per tenersi buono anche il pubblico del pomeriggio televisivo c’è un servizio al limite del lacrimoso sulla famiglia Carapaz. Poi c’è l’altro ospite, forse più atteso, Peter Sagan e dopo la precedente mezzora piena di discorsini insulsi e noiosi a Sagan è bastata una parola una per fare l’elettroshock a un pubblico già addormentato: dato che lui stesso aveva anticipato che avrebbe fatto un annuncio importante tutti si aspettavano che confermasse la sua partecipazione al Giro e invece quando Orlando gli ha chiesto se verrà lui ha risposto semplicemente: “Vediamo”, anche se poi ha specificato che possono succedere tante cose, una frase che avrebbe dovuto consigliargli gli autoscongiuri. L’impressione è che Sagan non sia uno che vuole fare il simpaticone a tutti i costi, come certi conduttori radiofonici e dj’s, tantomeno vuole fare il trasgressivo come certi musicisti trasgressori, è semplicemente una persona intelligente che può quindi trovarsi a disagio in queste tristi circostanze. E insomma dopo altre chiacchiere si è fatto tardi e c’è stata finalmente la presentazione delle tappe in fretta e furia, con Andrea De Luca incaricato di leggerla velocissimamente con l’ausilio di un video inquietante per la presenza di un cursore, una specie di biscia rosa o di verme solitario schifoso o di sonda endoscopica, che serpeggiava sul percorso in 3D e non faceva capire nulla delle altimetrie. Si parte dall’Ungheria e qui c’è la prima sorpresa, il ritorno in Italia penserete voi è in Trentino in Friuli o nei paraggi? No, è in Sicilia e senza giornata di riposo in mezzo, e si sorvola sul trasferimento, ma nel Tardis non c’è posto per tutta la carovana. Le tappe in Sicilia ormai sono obbligatorie per incentivare Nibali a partecipare perché se non ci fosse neanche lui per chi dovrebbero tifare gli italiani? Poi si passa in continente e dopo un paio di km sul Tirreno si passa sullo Ionio e poi sull’Adriatico e anche per stavolta niente Campania né ci sarebbe motivo di passarci dato il nullo interesse delle amministrazioni locali. E qui Antonello Orlando dice quella cosa che dovrebbe essere proibita per legge o almeno per regolamento RAI, cioè che dopo la prima settimana non sapremo chi vince ma forse sapremo chi non potrà vincere. Nelle successive due settimane ancora mare e c’è da sperare che ci sia anche vento perché checché ne dicano i pantanisti che già hanno criticato il percorso meglio i ventagli che certe salite, quindi una tappa partirà dalla base delle Frecce Tricolori e il loro  capo dice che hanno tante cose in comune col ciclismo, spero bene di no, e poi si sale a Nord, ci sono un po’ di montagne anche famose anche francesi, le cronometro stranamente sono quasi normali e non cronoscalate, c’è una tappa che va verso sud e infatti arriva a Asti, e alla fine si arriva a Milano. Il Gran Capo di RAI Sport Auro Bulbarelli dice che si deve arrivare a fare meglio del Tour, sarà, ma alla presentazione del Tour è pieno di ciclisti mentre qui oltre ai due ospiti citati non ci sono altri ciclisti vivi, cioè no, volevo dire in attività, non si vede neanche Cassani, e c’è il capo del sindacato Gianni Bugno ma cosa può dire, “vediamo” l’ha già detto Sagan e gli ha rubato la battuta.