L’orso Bruno

Oggi in campo ciclistico ci si attendeva la rimonta di Quintana o Valverde alla Vuelta ma non c’è stata, in compenso a Radiocorsa c’è stata una grande ripresa di Bruno Reverberi, il diesse che è stato più volte criticato anche da questo blog, per le scelte di mercato, per aver mandato via quelli che volevano fare anche pista e anche per i dubbi su come crescano i suoi corridori, tutti dubbi che rimangono anche se va riconosciuto che le piccole squadre non hanno a disposizione gli scienziati che lavorano per gli squadroni. Ma di lui nell’ambiente si parla bene, soprattutto qualcuno dice che è capace di raccontare aneddoti per ore e che è un piacere starlo ad ascoltare. E stasera questo aspetto è venuto fuori, nonostante le fastidiose interruzioni di De Luca che voleva portare il discorso dove gradiva lui neanche fosse Bragagna l’interruttore per antonomasia. Reverberi è un personaggio spesso polemico, severo con i suoi ciclisti,  ma anche schietto e onesto. Ha detto che quando aveva in squadra Van Impe era lui direttore sportivo a chiedergli come impostare la tappa. Ha parlato bene di Ciccone che è passato professionista con lui ma anche male: è uno dei pochi scalatori ma non può vincere un grande giro, è nervoso, dal suo futuro capitano Nibali ha solo da imparare perché tatticamente è scarso, però si è commosso a rivedere le immagini di quando Ciccone ha indossato la maglia gialla. E’ vero che ha parlato di ciclomercato con la delicatezza e i termini di uno che va a comprare la carne al supermercato sul tardi quando c’è rimasta poca merce, ma Reverberi ha fatto anche delle osservazioni sacrosante, una in particolare di cui c’era bisogno: a De Luca che diceva che il ciclismo ha sempre molto pubblico perché non costa niente ha ribattuto che ci sono anche quelli che fanno chilometri per andare a vedere 5 minuti di passaggio della corsa e questo costa, lasciatelo dire a uno che va a comprare i ciclisti al discount contando gli spiccioli rimasti nel borsellino.

I belgi poi, quelli che pagano per assistere alle gare di ciclocross, fanno anche le cartoline dei direttori sportivi.

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ricambiamento

Il leader provvisorio fino a nuovo ordine del partito delle banche neanche hanno fatto il governo e già ha detto andiamo a cambiare l’Italia. Ma l’Italia non la dovevano cambiare già quelli di prima? Ancora questi proclami presuntuosi che se stanno zitti fanno più bella figura, anzi meno brutta? Certo dalle sue parti la prudenza, la cautela non vengono mai premiati, lì non paga essere realisti, e non sono neanche più i tempi dei neorealisti o dei realisti socialisti. Poi, verrebbe da dire meno male, la realtà frastagliata e complessa nonostante tutto si mostra più democratica di quello che hanno in testa i politici e tutti i cambiamenti che dicono di voler fare rimangono spesso chiacchiere o abortiscono in compromessi grotteschi tipo la faccenda delle province. Ora se proprio volete cambiare qualcosa una ve la suggerisco io, anche se lo so che il ciclismo non è nei pensieri delle banche, tranne quel banchiere che scrive i libri col giornalista degli scoop. Dicevo, in Italia siamo da decenni impantanati nel tardo romanticismo degli scatti in salita con o senza lancio di bandana, il pubblico non ricorda che neanche José Fuente riusciva a vincere Giro o Tour, mentre gli organizzatori indigeni se proprio vogliono far finta di mettere una crono nelle loro gare inseriscono una breve cronoscalata, per non danneggiare gli scalatori italiani che manco ci sono. E pure il supercittì che dice di tenerci molto alle cronometro a volte fa delle scelte contradittorie. Eppure in prospettiva c’è da aspettarsi di più da Ganna e Affini, che nel Benelux hanno fatto doppietta nella cronometro, o da Paternoster ieri quarta in Belgio davanti a molte specialiste, che dagli scalatori che se dovessi dire un nome non me ne verrebbe in mente nessuno. E si potrebbe aggiungere che le uniche prove decenti di Bettiol dopo quel Fiandre che rischia di restare un episodio sono state proprio quelle a cronometro. Però per contro il grosso del plotone italiano, quelli che fanno attività in Italia, per questa mentalità e per queste scelte, non ha modo di provarsi, di fare esperienza, e ieri nella cronometro della Vuelta nessuno è arrivato nei primi 50. Ma ovviamente non mi aspetto niente, gli unici cambiamenti che vedrete sono i direttori di reti e tg e dei conduttori dei medesimi, che siano pronti a dare risalto ai proclami di cambiamento e ricambiamento.

 

La democrazia e gli invisibili

La seconda tranche del Tour inizia con una tappa per velocisti, quindi il programma prevede: ore tot partenza, ore tot e un minuto fuga. Vanno i soliti Perez e Calmejane, il solitissimo Rossetto e De Gendt. Il gruppo si agita a sentire che De Gendt è di nuovo in fuga prevedendo che sarà dura andarlo a riprendere, ma quando si chiarisce che non si tratta di Thomas ma del giovane omonimo e neanche parente Aimé il gruppo si tranquillizza, e fa male perché sarà proprio De Gendtino a tirargli il collo fin quasi all’ultimo. In mezzo solo cadute e chi ne esce peggio, anzi esce proprio dalla gara, è Nicolino Terpstra, sfortunato in questo primo anno fuori dal wolfpack, ha perso sia le classiche che il Tour, ma se si riprende lo aspettiamo a quella Paris-Tours che gli si adatta ma gli sfugge sempre. Finora gli sprint sono stati vinti da ciclisti sempre diversi e tutti attendono di vedere chi sarà il primo a fare doppietta, e sta per riuscirci Golia Dylan Groenewegen ma Davide Calebino Ewan lo infilza al colpo di reni. Ewan è un corridore imprescindibile perché svolge un ruolo importantissimo, il capro espiatorio, diciamo che è il Signor Malaussène del gruppo, almeno per gli italiani che con le sue volate storte possono giustificare ora la sconfitta di Viviani ora la mancata rimonta di Bonifazio, in verità difficile a realizzarsi perché il ligure, corridore inquieto e alla ribalta solo per situazioni pericolose (vedi discesa dalla Cipressa), ha già fatto uno sforzo per chiudere un buco. E quindi da Abdu a Kirsipuu da McEwen a Ewan che ci sia un velocista così è una comodità. Alla fine ci sono le interviste calde di Giovannelli e mi scappa un excursus sulle interviste RAI. De Zan era educato ma se intuiva che poteva scatenarsi una polemica riusciva ad aizzare con cortesia gli interlocutori. Bulbarelli dava il lei ai ciclisti. AdS cercava lo scontro fisico con il servizio d’ordine per poter esercitare il suo vittimismo, ma le interviste erano comunque il suo meglio anche per l’empatia con i ciclisti che con lei si aprivano sempre in larghi sorrisi. Rizzato è ancora da rivedere. Giovannelli dopo un primo anno non malaccio ha iniziato a fare troppe e insistenti domande, è capace di andare più volte a toccare argomenti di cui gli intervistati non vogliono parlare, e oggi in particolare abbiamo visto Valverde guardarsi intorno come a cercare qualcuno che lo liberasse. Comunque nel dopo tappa Viviani in pratica ha detto che tutti i migliori velocisti hanno vinto una tappa e che con Ewan siamo al completo, come dire che gli altri non rientrano tra i grandi, e quando Giovannelli gli chiede se Ewan ha danneggiato Bonifazio lui ha risposto che non ha visto la volata, forse avrebbe aggiunto che inoltre non sa neanche chi sia questo Signor Bonifazio, mai visto, dal nome si direbbe un personaggio di Achille Campanile. Poi, quando i Pubblici Ministeri RAI hanno concluso le loro arringhe e chiesto in coro la condanna di Ewan a 20 anni di squalifica senza la condizionale, il condizionale invece lasciatelo che serve a Ballan che lo infila dappertutto,  arriva l’intervista a un tranquillo Bonifazio che si era arrabbiato sul traguardo ma sminuisce tutto e dice che sono cose che succedono nelle volate e che puntava non alla vittoria ma a un piazzamento per il bene della squadra. Noi per questo gli auguriamo quanto prima una vittoria importante, però intanto, in questo Tour democratico che distribuisce a tutti vittorie e premi, anche lui riceve un premio di consolazione: essendo riuscito a colpire col casco il telefonino di una spettatrice ha vinto un piccione viaggiatore di peluche.

La moda dell’estate è il fotofinish.

Carenza di religione

Forse l’esclamazione “non c’è più religione” non si usa più come una volta ma devo dire che non ho mai avuto l’impressione che ci fosse tutta questa carenza di religione, anzi mi pare che ce n’è pure troppa. Però oggi al Tour sono successe tante cose che avrebbe potuto farlo dire. Intanto, a proposito di religione, come capita spesso si arriva ad Albi e la squadra ciclistica della RAI, che al Giro fa il doposcuola e al Tour i compiti per le vacanze, ancora una volta ricorda la strage degli albigesi. Questi albigesi erano catari e non volevano fondare una comunità laica di nudisti drogati, erano anzi dei puritani rompicoglioni, ma Innocenzo III con un gesto di grande pietà ne ordinò la cancellazione dalla faccia della terra. Tornando alle meno cruente battaglie ciclistiche, gli organizzatori vanno a cercare muri sterrati al 30%, salite a quota 3000 per sperare in qualche secondo di distacco tra gli uomini di classifica e poi basta una tappina per velocisti a fare sfracelli. In realtà la tappa non è piattissima, e poi c’è il vento, e la EF cerca di creare dei ventagli. Infatti quando i ventagli si creano proprio Uran e compagni rimangono indietro e neanche l’uomo delle Fiandre Alberto Bettiol riesce a dare una mano al capitano. Molti uomini di classifica rimangono indietro, Pinot fin qui accorto, Ciccone con tutta la Trek e pure Fuglsang, mentre Nibali dice “andate pure, io faccio un po’ tardi”. Quando si parla del trenino Ineosky si pensa sempre alle salite percorse a un’andatura forte e costante che impedisca gli attacchi avversari e ci si dimentica che alcuni di quei diciamo vagoni nel tempo libero corrono e a volte vincono nelle classiche del nord: Kwiatkowski, Moscon, Rowe, Van Baarle e pure l’ex vagone Thomas vinse a Harelbeke. E sono proprio gli inglesi quelli che oggi ne escono meglio. Molti uomini di classifica attardati, molti velocisti invece no, si va allo sprint e il ciclocrossista Van Aert batte al colpo di reni il pistard Viviani, che sarebbe una cosa da non crederci, se Van Aert non fosse un fenomeno, e immagino che dopo questa stagione su strada Toon Aerts e i suoi colleghi ciclopratisti si sentiranno rincuorati pensando che non sono loro a essere scarsi, sono quei due che sono davvero dei fenomeni. Di Viviani sorprendono pure le dichiarazioni dopo la tappa perché non da la colpa né ai compagni né all’arrivo in leggera ascesa né al riscaldamento globale e riconosce che Van Aert è più forte, e pensare che la Jumbo è venuta col velocista più potente e finora in effetti ha vinto tre volate ma con tre uomini diversi. Poi un’inattesa notizia bomba: tra gli attardati c’è pure Landa che sembra anche nervosetto e quelli della Movistar dicono che un francese lo ha buttato a terra, in un primo momento si fa il nome di Bardet, poi si accusa Barguil. La giuria esamina il filmato, sarebbe clamoroso che un francese venisse squalificato al Tour, ma alla fine nessun provvedimento: ah, allora c’è ancora religione.

La Panini fece anche la figurina di Innocenzo III: non c’era più religione!

Statistiche illustrate – la maglia blu

Dopo che per un paio di anni la maglia azzurra o blu fu assegnata alla prima italiana di tappa senza però una classifica finale, dal 2010 al Giro Rosa fu istituita la maglia blu per la classifica avulsa delle italiane, e non so se definirla una trovata sciovinista o pessimista, come a dire che tanto un’italiana non avrebbe vinto la classifica generale, e di sicuro non è stata di buon auspicio perché negli anni 10 effettivamente nessuna italiana ha vinto il Giro. A conclusione del decennio la maglia blu è stata vinta 5 volte da Elisa Longo Borghini, 4 da Tatiana Guderzo e 1 da Fabiana Luperini, anche se va detto che le ultime due, in assenza di maglia, sono state prime delle italiane Tatiana anche nel decennio precedente e Luperini anche nei 90.

Elisa Longo Borghini premiata con l’action figure della maglia blu.

il fumettista sottinteso

Quando si pensa ai grandi fumettisti in generale, o soltanto a quelli argentini, forse vengono in mente Alberto Breccia che invecchiando sperimentava invece di classicheggiare, oppure Carlos Trillo poliedrico e prolifico, o Quino di cui si ricorda soprattutto Mafalda, un fumetto importante ma un po’ invecchiato e che ha occupato solo una piccola parte della sua carriera, in cui si è dedicato per lo più a tavole mute spesso geniali. Invece forse non viene in mente, o almeno non subito, Guillermo Mordillo, anche lui autore di tavole mute spesso geniali, che, a differenza di quelle di Quino in bianco e nero e con frequenti riferimenti a temi sociali, erano a colori e più surreali, con utilizzi impropri di animali, per lo più giraffe ed elefanti che ben si prestano a questa bisogna. Forse troppo popolare, troppo merchandising, beh, in questo neanche i Peanuts e Mafalda scherzano, calendari cartoline diari segnalibri, forse sottovalutato, o forse soltanto dato per scontato, sottinteso.