Roxane

Uno scrittore che si può permettere di buttare lì nel discorso Tankink Tjallingii e Ten Dam, ma una casa editrice con una grafica amatoriale che non si permette neanche mezza illustrazione in copertina. E allora per animare un po’ il post una foto ce la metto io, crepi l’avarizia.

La Zeriba Suonata – gemelle separate

Hanno molto in comune: entrambe sono nate nel 1977, entrambe nel 1996, a soli 19 anni, hanno pubblicato la loro prima opera nei rispettivi settori artistici, in entrambi i casi è stato un esordio molto apprezzato, ed entrambe, anche se non si somigliano, sono belle di una bellezza autentica e non plastificata, ma, poiché nessuna è perfetta, entrambe sono molto poco prolifiche.

Chiara Zocchi è nata a Varese. Nel 1996 ha pubblicato Olga, edizioni Garzanti con in copertina un disegno a pastello di un quasi irriconoscibile Matticchio. Quando è in pieno vigore lo schiamazzo notturno e anche diurno degli scrittori cannibali, Chiara scrive il diario di una bambina che ha un padre violento che finisce in galera e un fratello violento e drogato che muore di aids, e con queste premesse si potrebbe pensare a un altro effimero libello cannibalesco o a una cosa pallosa e risaputa, e invece non c’è niente di splatter e l’occhio bambinesco e ingenuo della protagonista rende la lettura finanche divertente, e anni fa quando arrivai alla fine del libro avrei iniziato a leggerlo da capo, ma invece l’ho rifatto solo in questi giorni, anche per questo post, e la lettura è sempre un piacere. Ricordo che su un giornale dell’epoca, forse Comix, proprio uno della generazione cannibale, lo scrittore fasullo Aldo Nove, scrisse un articolo soltanto sulla bellezza della ragazza incontrata in un programma televisivo. In seguito Chiara Zocchi ha fatto studi universitari, ha scritto poco, articoli per giornali retrogradi come L’Avvenire e Rolling Stone, e solo nel 2005 ha pubblicato un altro libro intitolato Tre voli sempre con Garzanti, ma poi l’ha rinnegato. Le ultime notizie relative a compiti scritti ci dicono che è suo il testo per un libro pop-up di Valerio Berruti intitolato La giostra di Nina e pubblicato da Gallucci. Ma oltre allo scritto lei fa  anche l’orale, canta le sue bislacche canzoni, semmai alternandole a letture di brani di Olga, come in questa sua esibizione da artista di strada

sotto i portici di Bologna.

Fiona Apple è di New York e poco più che bambina ha vissuto esperienze peggiori di quelle di Olga, come lei stessa ha più volte raccontato. Di queste e altre brutte storie sono pieni i testi delle sue canzoni, dal primo album Tidal a Fetch The Bolt Cutters che è uscito in questi giorni. Le due protagoniste di questo post si sono “incontrate” di nuovo nel 2005: quando Chiara pubblicò il secondo libro lei era “già” al terzo disco, tra l’altro uscito dopo contrasti vari. In 25 anni ha pubblicato solo 5 dischi e per l’ultimo ci si è messo pure il covid a rimandarne più volte l’uscita. La sua musica è folk, blues, canzone americana da Joni Mitchell al musical passando per Suzanne Vega, e abitando entrambe a New York può darsi pure che lei ci è davvero passata da Suzanne Vega, ma secondo me poi ha suonato il citofono e se n’è scappata. A proposito di musical ascoltate e vedete la bellissima Paper bag, su When The Pawn del 1999, accompagnata da un video con ballerini molto “ini”. Il nuovo album è stato molto ben accolto dalla critica, ma di certo non è il più immediato all’ascolto, anche se il suo unico vero difetto è la brutta copertina dove si vede un dettaglio del viso con un occhio sgranato che, tra l’altro, anziché far apprezzare la bellezza dei suoi occhi, la fa quasi assomigliare a quella politica burina che si è autoproclamata difensora delle partite iva. Ma, a proposito di latrati, vi propongo la title-track in cui alla fine si sentono anche i  suoi cani che però sono regolarmente accreditati sul disco e chissà che non abbiano aperto anche loro una partita iva.

Fetch The Bolt Cutters

La Zeriba Suonata – calcestruzzo

Secondo i politici e i loro suggeritori, cioè gli imprenditori, il Paese deve ripartire dal cemento, anche se da tempo si sa che il calcestruzzo è deperibile e il crollo del ponte Morandi lo ha drammaticamente mostrato a tutti. Però, se il calcestruzzo non sarebbe adatto per l’edilizia, da esso almeno può ripartire pure la musica, anche se non proprio convenzionale, anzi “priva di melodia, solo rumori, urla, ferro e cemento” come quella dei trevigiani Béton Brut, che non significa Brutto Bestione, tanto più che quelli, i brutti bestioni attorniati da ragazze sculettanti, in genere fanno musica da classifica, ma è un rimando all’omonimo movimento architettonico. I Béton Brut sono La Suprema Assenza, Il Buio Oltre La Siepe e Oscura Speranza più la voce di Sylvia Schlecker e hanno inciso un 7 pollici picture disc in 23 copie intitolato Brutalismo, e a me piace molto l’idea delle stampe in numero molto limitato di copie, si tratti di dischi o di libri, e a vederlo in foto il disco si direbbe anch’esso di calcestruzzo, ma ciò non è possibile perché romperebbe la puntina o più probabilmente accadrebbe il contrario, e infatti è di vinile trasparente come trasparenti sono anche la busta e il foglio con i testi. Sul sito bandcamp del gruppo potete ascoltare il brano omonimo, che non è musica per tutti né vuole esserlo, di sicuro non piacerebbe ai muratori che con sufficienza potrebbero commentare: Questo sapevo farlo anch’io, un po’ come fanno alcuni di fronte alle opere d’arte non figurativa, ma il buon Bruno Munari diceva: “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima.”

Brutalismo

Non è un paese per illustratori

Questa è una normale edizione italiana di un libro per ragazzi come ce ne sono tante: c’è il nome dello scrittore o come in questo caso della scrittrice, il titolo, la casa editrice che qui è una delle maggiori, un’illustrazione e il prezzo, qui economico. E apparentemente non c’è nient’altro e invece c’è un gioco, una specie di caccia al tesoro, perché si tratta di trovare il nome dell’illustratore, che non sempre o quasi mai è l’autore stesso del racconto, ma chi sarà, dove sarà scritto? In quarta di copertina, o nel risvolto, oppure in quarta o quinta pagina, scritto piccolo, perché non pare importante. Eppure l’illustratrice del libro sopra non è una qualunque, si tratta di Anna Laura Cantone che ha vinto premi, fa disegni simpatici e simpatica sembra anche lei, ha uno stile caratteristico e riconoscibile che come si dice ha già fatto scuola, ha realizzato con Enzo D’Alò dei film animati, ma come il gufetto protagonista del libro ripeteva di avere paura del buio così io ripeto che l’Italia non è un paese per illustratori. Cioè a lavorare mi sembra che si lavori, quanto si guadagna non so, ma la gloria qui è pochina, ristretta al settore, eppure qui c’è il Premio Andersen, il più importante premio per i libri per ragazzi, e ci sono mostre, ma di nicchia e dentro una nicchia si sta scomodi a disegnare, non puoi muovere bene le braccia e non puoi appoggiare il foglio. Anche il settimanale Internazionale, che è quello che da più spazio agli illustratori, a volte ne scrive il nome piccolo piccolo in un angolo del disegno. Qui sono apprezzati soprattutto quelli che sanno disegnare culi femminili, per cui se siete ragazzi e da grandi volete fare i disegnatori esercitatevi a disegnare quello per quando Manara andrà in pensione.

La Zeriba Suonata – il Cane che aveva un’anima ma però era dannata

Fino a poco tempo fa a proposito dei Residents ci si domandava chi erano e se erano sempre gli stessi musicisti o qualcuno era cambiato dato che il gruppo è in giro dalla prima metà degli anni 70, ma ora invece la domanda è se è esistito davvero il bluesman nero Alvin Snow detto Dyin’ Dog, un seguace di Howlin’ Wolf che anni fa avrebbe suonato con un componente del gruppo e sarebbe poi scomparso. The Residents hanno “ripubblicato” su 7 pollici riccamente confezionati i brani, tutti all’insegna di morte e dannazione, dell’unico demo registrato da Alvin Snow, tra i quali spicca Bury My Bone, e poi hanno proposto un album di loro versioni dei suoi brani intitolato Metal, Meat & Bone, in cui collaborano anche altri musicisti come Black Francis/Frank Black in Die! Die! Die! Certo che un bluesman nero albino che si chiama Alvin Snow (cioé Neve), è meno probabile del catoblepa, e l’idea del musicista inventato non è neanche tanto nuova, spesso gli artisti inesistenti sono stati strumenti di beffe come fu con il pittore Jusep Torres Campalans “conosciuto” da Max Aub. E pure in Italia non molto tempo fa, dopo le altre beffe del progetto Luther Blissett, il più convenzionale Istituto Barlumen ha proposto la storia del grande rocker Leon Country. Se però l’idea non è originale quando senti il disco è tutt’altra musica, perché secondo me i vecchi Residents suonano più divertenti e anche personali di tutto il blues e il rock-blues che in questo secolo ci hanno proposto i vari musicisti americanofili, bluesologi, dietrologi, filologi, giratori di dischi e nostalgici.

Statistiche illustrate – Celestino Quinto

L’attuale cittì della nazionale di mtb Mirko Celestino quando correva su strada ha vinto belle corse, prima tra tutte il Lombardia, e ha ottenuto dei secondi posti pesanti, da tutti i punti di vista, primo secondo posto fra tutti quello nella sua Sanremo. Inoltre Celestino è arrivato quinto al Giro del Lazio 1999, al Pantalica 2002, alle due classiche tedesche di Francoforte e Amburgo nel 2003, al Melinda sempre nel 2003 e al Campionato italiano nel 2005.

La sorprendente vittoria di Gasparotto al campionato nazionale nel 2005. Celestino due titoli italiani li ha vinti nella mtb marathon.

La Zeriba Suonata – I cartoni del Nord Levante

Non sono della generazione dei cartoni giapponesi che poi si scoprì che si chiamano anime, sono più vecchio, della generazione dei cartoni di Hanna & Barbera, Warner Bros, Disney credo ma non ricordo bene, forse più i documentari, e poi di quel Gustavo che non era proprio adatto ai bambini, questo per dire che non ho neanche nostalgie di quei cartoni verso cui in realtà ero diffidente come tanti in Italia, e forse uno dei primi passi per superare i pregiudizi fu uno storico numero di Eureka nell’anno magico in cui fu diretto da Castelli e Silver che ne combinarono tante che si potrebbero definire i Blues Brothers del fumetto italiano. Di quelle serie erano famosissime anche le sigle e negli anni ci sono stati diversi musicisti che le hanno reinterpretate, chi non spirito goliardico o qualcosa che ci somiglia chi con nostalgia ebete e chi neanche si capisce, come ad esempio  nel 1997 gli Üstmamò con Heidi. Probabilmente il primo che ebbe l’idea di suonare quelle sigle fu nel 1991 Paolo Pax Calzavara che la propose subito a Erik Ursich, musicista che negli anni ha dato vita a diversi gruppi (Grimoon, Kleinkief, Señor Tonto) e che possiede macchinari per le registrazioni e strumenti elettronici come Buchla e Moog. Fu così che nel Veneto, dove si dice che la gente, almeno quella seria, pensa solo a lavorare e non a queste sciocchezze, nacquero Piripacchio e i Mostriciattoli, un gruppo che tra alti e bassi, cambi di formazione scioglimenti riunioni e demotapes, nel 1998 è arrivato allo scioglimento definitivo salvo reunions. Però la costante del gruppo è di aver proposto, oltre a loro brani surreali e verrebbe da dire demenziali se il termine non fosse abusato, solo sigle precedenti a quella che Ursich definisce “riforma daveniana”, cioè solo i brani che venivano composti da musicisti professionisti tra cui Detto Mariano e alcuni degli Area, prima che arrivasse la reduce dello Zecchino d’Oro, il più vecchio talent italiano, a proporre canzoncine edulcorate e stucchevoli a volerne dire bene. La musica dei Piripacchio e i mostriciattoli era hard-core a volte in levare, ma non avevano niente a che fare con l’ondata di gruppi ska-punk cazzoni che nei 90 si sarebbe abbattuta sull’Italia come ennesima sciagura musicale nostrana, e se vogliamo trovare un paragone direi i Primus anche se non li citano tra le loro ispirazioni, poi diciamo che sapevano suonare e che non volevano dissacrare e sbeffeggiare quei cartoni e quelle sigle di cui ancora oggi sono grandi estimatori. Quando i Piripacchio suonavano insieme ad altri gruppi, questi preferivano esibirsi prima, perché dopo non avrebbero avuto audienza, e provate a immaginare per il pubblico che si beccava qualche gruppo che faceva musica pretenziosa, tardo-dark grunge o chissà che altro, che boccata d’ossigeno dovevano essere i Piripacchio. Di recente Vacca Stracca Recordings, l’etichetta di Ursich, ha pubblicato Tutto, antologia che comprende tutto quello che Piripacchio e i mostriciattoli hanno pubblicato su demotape e anche brani messi da parte in attesa di tempi migliori, cofanetto che potete richiedere sulla loro pagina facebook costì. In questo spezzone dal vivo potete vedere che il pubblico ai loro concerti pogava senza problemi e poi, dato che nel live sfuma nel finale, ecco la versione in studio di Fantaman che si presta benissimo all’irruenza punk.

a occhi chiusi

Se volete che il prezzo di un libro sia direttamente proporzionale al numero di pagine, alla lunghezza delle storie e al tempo di lettura, allora le Logosedizioni non fanno al caso vostro, perché i loro volumi cartonati sono da intendersi più come libri d’arte: belle illustrazioni per brevi storie che si leggono in pochissimo tempo. Io ho fatto un’eccezione per Lorenzo Mattotti che seguo da una 40ina di anni e che è ai vertici delle mie preferenze da quando la Corazzata Anselmo II entrò nella baia dell’Isola di Sant’Agata. Per una collana dedicata ad attività umanitarie Mattotti ha disegnato Blind, una storia che descrive il passaggio dalla cecità alla vista, da un bianco e nero, più macchie che figure, che ricorda il suo Hänsel e Gretel, ai suoi pastelli coloratissimi. Avevo visto un’anteprima su internet ma “dal vivo” è un’altra cosa e comunque spesso i libri di Mattotti li compro a occhi chiusi, e tutti dovrebbero poterli vedere, poi se non gli piacciono quello è un altro discorso.

Il poeta nel racconto dentro le canzoni, così non vi distraete

Stamattina scrivevo di musicisti che quando incidono un album si atteggiano come se avessero scritto un trattato di filosofia, ora invece vi segnalo un album che di filosofia parla esplicitamente. L’anglobresciano Roger Rossini in arte Jet Set Roger, dopo un concept album, si dice così, dedicato a quel giovale mattacchione di H.P. Lovecraft e a un suo leggendario (nel senso che non ci sarebbe mai stato) viaggio nel Polesine, questa volta con Un rifugio per la notte (Snowdonia, 2019), ripete l’operazione pari pari, cioè disco a tema e breve fumetto del serbo Aleksandar Zograf, ispirandosi all’omonima novella di Robert Louis Stevenson che ha come protagonista François Villon, poeta maledetto truffatore delinquente, e niente di strano che abbia interessato il creatore del Dr Jekyll che nel racconto gli fa avere un un dialogo con un vecchio giudice sulla difficoltà di separare il bene dal male. Roger Rossini introduce il tutto con alcune pagine in cui scrive di letteratura e filosofia e aggiunge di voler strappare l’ascoltatore alla “fruizione distratta ed insipida della musica così come viene fatta oggi”. Già, non dimentichiamo la  musica che, dato l’argomento, si sposta sempre più verso il folk e semmai un progressive più sobrio, non quello pacchiano che fu detto barocco, mentre mi sembra fuori luogo tirare in ballo gli immancabili cantautori italiani come fa qualche sito, e ci si allontana sempre più dal pop con cui anche i Jet Set Roger degli inizi cercarono il loro cosiddetto posto al sole, forse sperando di trovare un po’ di pubblico distratto e insipido. Io invece video non ne ho trovati, beccatevi la copertina.

La Zeriba Suonata – Grafica e altri disastri

Negli anni novanta e ancora negli anni zero in Italia sono stati pubblicati molti brutti libri. Stampa Alternativa lanciò i millelire per dimostrare che i libri potevano costare poco, ma in realtà quella era una furbata e quei libricini non potevano costare di più: erano formato cartolina, e si trattava di operine minori e brevi di autori famosi o di autori esordienti spesso meritevoli dell’anonimato fino agli sciocchezzai che allora andavano di moda sulla scia di Io speriamo che me la cavo. Però altre case editrici vollero sfruttare il momento e si misero a pubblicare classici e classicini fuori diritti su carta di pessima qualità, brutti oggetti, ma almeno letture spesso importanti a portata di tutti in un paese che ha scarsi rapporti con le biblioteche. Ma c’erano molti libri in quegli anni che, a prescindere dal prezzo, avevano un brutto aspetto grafico, ancora oggi da quello puoi riconoscere in che periodo sono stati stampati, e per dire c’erano  volumi di narrativa che somigliavano alle dispense per i concorsi. Forse anche il computer, le cui potenzialità erano ancora da conoscere ed espandere, usato con pressapochismo ha avuto il suo ruolo. Lo stesso accadeva con i video, e ancora nel 2010… ma adesso ci arriviamo. La mia forse eccessiva curiosità mi spingeva a comprare in edicola una rivista chiamata :Ritual: che in realtà era una fanzine di lusso e trattava di musica tardo-dark e di simpatici gruppi neogotici neofolk neopagani o semplicemente neonazisti, e infatti gli articoli più interessanti erano quelli sui fantasmi e sui cimiteri. C’erano musicisti supponenti che quando incidevano un disco sembrava che avessero scritto un trattato di filosofia. E in copertina facilmente finiva Elena Alice Fossi, sia come cantante dei Kirlian Camera che per il suo progetto SPECTRA*paris, fondamentalmente per i metri quadrati di epidermide scoperti, ma del resto nei concerti di queste musiche che facilmente sfociavano nel rockazzo metallazzo il pubblico non è che andava lì per vedere manoscritti autografi di Wittgenstein, e allora nel settore c’era da rivaleggiare con Cristina Scabbia. Nel 2010 SPECTRA*paris pubblicarono License To Kill, cd + dvd, e sia la confezione che i video avevano una grafica orribile con caratteri illeggibili e brutti disegni e animazione a iniziare dalla presentatrice virtuale, una cosa paradossale per un gruppo che puntava quasi tutto sull’immagine. Della musica non saprei cosa dire, non malvagia dal vivo ma tediosa su disco, forse l’elemento migliore della compagnia era la bassista e chitarrista Marianna Alfieri che a momenti ricordava, soprattutto quando indossava l’abito di pelle, la sua ben più illustre collega Suzi Quatro, e il clou del breve dvd è l’esibizione a Odeon Tv presumibilmente all’interno di una trasmissione sportiva. Questo filmato, da cui vi propongo Mad World, cover dei Tears For Fears, ha un grande valore come documento dell’epoca, non nel senso sociologico, ma perché le immagini sono proposte pari pari alla messa in onda con le notizie che scorrono in sovrimpressione e se vi interessa sapere contro chi giocavano la Fiorentina l’Atalanta o la Sampdoria la vostra curiosità può essere soddisfatta.

Elena Alice Fossi e Marianna Alfieri.