Vignette artistiche

A leggere alcuni miei vecchi post si potrebbe pensare che non mi piacciano le vignette. In realtà le leggo (e le disegno pure per occasioni generalmente invisibili, come questo blog), alcune mi piacciono altre no, e gli aspetti su cui sono spesso stato critico sono il modo di pubblicarle, spesso così piccole al limite dell’illeggibilità, la mancanza del nome dell’autore almeno dove si potrebbe, e poi il fatto che alcuni temi, alcune situazioni, siano abusati e sembrino rivelare una certa mentalità retrograda del disegnatore, e mi riferivo in particolare a quelle vignette risapute sui ruoli di moglie e marito, quelle viste e riviste sui giornali di enigmistica, a base di mogli che chiacchierano o fanno spese folli con i soldi dei mariti i quali lavano i piatti al loro posto o dormono sul divano o litigano col cane per il possesso del medesimo, e poi quelle sull’arte diciamo del 900 o delle avanguardie. Poi è uscito un librotto quadrato intitolato Arte? Non mi faccia ridere! La critica d’arte secondo il disegnatore umorista, per Officina libraria, 2017, a cura di Chiara Gatti e Francesco Botter, con dentro nomi famosi come Bort, Carnevali, Cavallo, Coco, Danilo, Gal e altri ancora, e il bello è che questo volumotto in libreria non era nel settore fumetti/umorismo/varie/cazzate ma proprio nel settore arte. 

E devo dire che mi sono ricreduto sulle vignette sull’arte, perché a rileggerle sembra che gli obiettivi del disegnatore spesso siano piuttosto il pubblico o la critica. Inoltre, sarà la selezione effettuata, alcuni degli autori hanno praticato anche l’arte quella ufficiale seria che si espone nei musei e nelle gallerie e ci sono i vernissage e quelle cose che poi a volte finiscono nelle vignette stesse. Ma se volessimo continuare a pensare che la gran parte delle vignette da giornale enigmistico rappresentano una visione delle cose retrograda, dovremmo dire che l’opposto sono le vignette del settimanale americano The New Yorker, che è un giornale intellettuale, all’avanguardia, che parla di cose all’ordine del giorno, in Italia selezionate e pubblicate da Internazionale, e, toh, in un’altra libreria ne trovo un’antologia fresca fresca, natalizia: The New Yorker. L’amore e altri sbagli, Rizzoli/Mondadori, 2018. Ma nel raffronto tra le due edizioni, una faccenda tutta italiana, ne esce vincente il primo libro, brossurato ma con le pagine cucite, e soprattutto nomi e note biografiche sugli autori, mentre il secondo, tratto da una più corposa antologia americana, è un vistoso cartonato con le pagine incollate, con una introduzione brevissima, nessuna notizia sugli autori (se li riconoscete bene, altrimenti niente perché la pubblicazione non è nata per fare scienza), ed è diviso per argomenti, ma tra i tanti manca quello più newyorchese di tutti cioè il lettino dell’analista. E io proprio su quell’argomento feci una piccola parodia della vignetta del New Yorker pubblicata sull’ultima pagina di Internazionale, per pubblicarla in una mia vecchia fanzine (una di quelle occasioni invisibili di cui scrivevo sopra) che tanto per cambiare aveva, la fanzine, un nome tratto dal ciclismo, e dato che era all’epoca l’ultima dal punto di vista tecnologico e non solo, si chiamava Maglia Nera. Quella vignetta oggi ve la propongo colorata.

E in un accesso eccessivo di presunzione l’ho stampata in bianco e nero su carta adesiva e l’ho incollata sull’ultima pagina di quell’antologia.

 

 

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Il quadernone che ha sfidato i secoli

Non mi piace sentire l’espressione “ai miei tempi”, soprattutto da persone più giovani, pardon, meno anziane di me, e non capisco quelli della mia generazione che hanno o avevano degli interessi e oggi criminalizzano internet. Se vogliamo limitarci all’esempio della musica, ricordo la difficoltà che ancora negli anni 80 si aveva a informarsi, e non solo per il fatto che per alcuni giornalisti la recensione era un’occasione di sfogo delle proprie pretese liriche e non uno strumento per far capire che accidenti di musica c’era in quei dischi peraltro non sempre facilmente reperibili, e poi i giornali quelli erano, o Rockerilla o le fanzines o quei mensili che trattavano in diretta quello che nel secolo successivo sarebbe stato definito Classic Rock. Ma ancora più difficile era riuscire ad ascoltare qualcosa per farsene un’idea e non comprare sulla fiducia. Quando anche StereoRAI si aggiunse alle poche radio libere e liberate dai cantautori, se un disco veniva proposto più di una volta facile che il brano trasmesso era lo stesso. Ma anche per chi aveva altri gusti o interessi informarsi, ascoltare, vedere non era per niente facile, mentre oggi internet non vi da tutto perché il tutto forse sarebbe un po’ troppo (e di sicuro la foto di Ballerini che vince il Giro della Campania davanti alla Reggia non si trova, per dire), ma consente cose una volta impensabili, e voi (cioè loro) vi lamentate solo perché qualcuno ne fa un uso improprio o smodato? A cavallo tra la fine dei 70 e l’inizio degli 80 era anche peggio, e del fenomeno punk che iniziava a prendere piede anche in Italia forse era più facile trovare qualche notiziola su giornali locali, giornaletti e rotocalchi (L’Intrepido?) e primi programmi pruriginosi in tv come Odeon. In tale clima i fratelli Stefano e Fabrizio Gilardino, che oggi si interessano di musica video e cinema, per raccogliere informazioni per uso personale annotavano su un quadernone notizie, formazioni di gruppi e anche qualche ritaglio da quei giornali. Quel quaderno fatto per uso personale fu conservato dal più giovane, che di recente ha voluto mostrarne qualche pagina su facebook, raccogliendo molti consensi. E Goodfellas, che oltre a distribuire dischi fa anche l’editore, in combutta con Spittle ha voluto pubblicare l’intero quaderno in un libro intitolato Il Quaderno Punk. 1979-1981 La nascita del nuovo rock italiano che contiene anche interviste ad alcuni superstiti della scena, cioè membri di Confusional Quartet, Clito, Dirty Actions, No Submission/Wax Heroes e Jumpers/198X, e, siccome si volevano rovinare, ci hanno aggiunto un dischetto con ben 21 registrazioni dell’epoca. Bisogna dire che quella grafica stile quaderno che abbiamo visto in tante pubblicazioni per giovani con due g e che ormai è venuta a noia, qui è giustificata essendo propria dell’originale, anche se le aggiunte odierne sono stampate sullo stesso sfondo quadrettato. Quello che viene fuori è un mondo in cui era davvero difficile anche suonare dal vivo, figuriamoci pubblicare, i punk non erano ben visti, si aggiungevano rivalità e forse gelosie, di cosa poi? Nomi che ricorrono frequentemente sono quelli di Jo Squillo iperattiva e iperambiziosa e le Clito, primo gruppo punk italiano interamente femminile, che oggi verrebbero catalogate nell’Italia del No di cui cianciano i giornali iperliberisti, e che furono capaci di mandare a quel paese anche Fellini. Poi spunta ogni tanto quella violenza politicizzata e cretina dell’epoca, cui piano piano si sta ritornando, e i punk le prendevano sia da quelli di destra che da quelli di sinistra, e c’è anche il giovane Maurizio Cattelan che già aveva la cazzimma che faceva intravedere la “sua natura di star capricciosa”. Alcuni dei musicisti di cui si parla non sembra ci tenessero a suonare proprio il punk, c’era chi veniva da altre esperienze musicali, e qui c’è secondo me una differenza tra la scena italiana e quella inglese, nel legame col passato, che c’era per tutti o quasi al di là dei proclami tardofuturisti di voler rompere con esso. In Italia non c’era tanta ostilità con i freakkettoni, era una situazione più fluida, basti pensare a una lunga versione psicodelirante di Bau Bau Baby inserita nella ristampa di Inascoltable, primo disco degli Skiantos. In Inghilterra invece i ragazzi terribili, che poi venivano intervistati insieme ai più pacati genitori, ascoltavano glam o The Who.

La Radia

Carlo Emilio Gadda, nelle sue Norme per la redazione di un testo radiofonico, commissionategli dalla RAI, scriveva che in un testo per la radio il commentatore, l’espositore, non deve sopraffare l’autore di cui si discorre e pertanto si raccomandava che all’autore fossero riservati due terzi o al peggio tre quinti della durata della trasmissione. E sarà perché quest’operina è troppo breve per trarne un libro, sarà perché leggere un discorso scritto è cosa  diversa dall’ascoltarlo, quando  Adelphi ne ha voluto trarre un libricino ha capovolto quelle proporzioni, per cui il testo gaddiano occupa 18 pagine e la postfazione 26 e scritta per giunta con caratteri più piccoli. In questa postfazione leggiamo tra l’altro che il bellicoso scrittore di manifesti Filippo Tommaso inventò il neologismo la “radia” per le trasmissioni radiofoniche, ma il termine cadde subito in disuso con una velocità che avrebbe dovuto essere gradita alla simpatica combriccola dei futuristi, e immaginiamo che questo ennesimo scivolone sia stato per Filippone Tommasone un boccone amaro da ingoiare anche se simultaneista e cangiante.

il più grande direi

Oggi pomeriggio sono andato in libreria e lì per il mio senso civico ho spostato un libraccio sul calcio messo inopportunamente davanti ai libri sul ciclismo, non tutti, questo va detto, degni di attenzione, dato che ancora ci sono quelli di Di Luca e Riccò che nessuno li vuole. Ma nessun libro avrebbe potuto coprire il nuovo e forse definitivo libro su Coppi, che però stava su un tavolo. Qualcuno dice che in questi anni Auro Bulbarelli in RAI era quasi in un sottoscala, roba da mobbing, e probabilmente il tempo a disposizione l’ha utilizzato per scrivere con Giampiero Petrucci il librone Coppi per sempre, pubblicato da Gribaudo in questi giorni, un volume voluminoso illustrato strapieno di immagini anche a colori oltre 500 pagine di grandi dimensioni rilegato una cosa enorme. E pensavo a quella domanda stupida, qualcuno direbbe oziosa, se era più grande/forte Coppi o Merckx, e io penso che forse ci si potrebbe limitare a chiedersi se in Belgio hanno mai pubblicato un libro così grande su Eddy Merckx, che comunque su questo ha scritto la prefazione. E mi immagino le presentazioni del libro e la gente che si accalca per farselo firmare dall’autore e poi tutti contenti qualche giorno a letto con i muscoli indolenziti e la colonna vertebrale compromessa dallo sforzo. Se tanto mi da tanto, io semmai, se lo pubblicano, mi compro il libricino piccino picciò su Pozzovivo.