qualche riforma si può rimediare

“Riforma” è una parola che ci perseguita almeno dai tempi di Craxi e piaceva pure a quell’ex comunista incapace di dire qualcosa di sinistra. Con la pandemia sembrava circolare poco al pari delle persone ligie alle regole, ma poi con la faccenda dei soldi europei l’ha ritirata in ballo l’Europa medesima, e allora bisogna darsi da fare. La cosa migliore sarebbe quella di semplificare le leggi a beneficio di chi deve rispettarle o applicarle nel suo lavoro, ma le cose semplici non sono congeniali alle persone con le menti contorte e allora, dato che si parla sempre di riforme in generale senza specificare, le riforme per le riforme, e una vale l’altra, qualcosa si può rimediare, anche una riforma costituzionale, addirittura la prefazione della Costituzione (era la prefazione?) e cambiarla così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla Ristorazione”. Poi si può istituire il Ministero della Ristorazione, più importante e attuale di quelli inopportuni di ambiente cultura istruzione ricerca insomma quelle robe lì, e sono già due riforme. I tempi sono maturi, l’associazione dei Comuni ha chiesto di semplificare le norme, peraltro poco rispettate, sull’occupazione di suolo pubblico per concederne di più e più velocemente ai locali che devono esercitare all’aperto; visto a cosa mirano i discorsi sulla famigerata Burocrazia? Essendo il settore trainante dell’economia, dietro al quale sarebbe interessante sapere chi c’è, va sostenuto a tutti i costi, anche a scapito dei pedoni, perché del resto camminare se non è finalizzato a raggiungere un bar o un ristorante è solo una perdita di tempo.

Non più citta a misura d’uomo ma a misura di elicotterista.

La Favola del Principe e della Carta Selvaggia

Qualche mese fa Erreciesse stava distribuendo le wild-card per il Giro, una alla Eolo, una alla Bardiani, una alla Vini Zabù, poi va a guardare nello scatolo delle wild-card e non ce ne sono più, lo rigira, niente, e la Androni resta senza. Il manager della squadra, il Principe Duca Conte, ci rimane male e polemizza con Erreciesse ma anche con una delle tre squadre promosse tirando in ballo pure storie di doping. Passa un po’ di tempo e proprio in quella squadra si verifica il secondo caso di doping in meno di un anno, col rischio di una sospensione da parte dell’UCI. Poi il colpo di scena, il patròn di questa squadra, ricordato nei libri di storia del ciclismo anche per aver voluto ingaggiare a tutti i costi Danilo Di Luca proprio prima del Giro 2013, nel quale il detentore di uno dei più brutti soprannomi della storia medesima, “il Killer di Spoltore”, risultò positivo al test-antidoping che gli valse la radiazione come manco Riccò, dicevo, il patròn, per tagliare la testa al toro, ha ritirato la squadra dal Giro restituendo la wild-card a Erreciesse, che a sua volta ha subito telefonato al Principe che però non c’era, l’hanno cercato dappertutto, dal console del Bhutan, dall’ambasciatore del Gabon, dal Principe di Monaco, alla fine l’hanno rintracciato da un monaco del Principato omonimo e gli hanno detto che avevano ritrovato la sua wild-card e ora poteva venire al Giro d’Italia gradito ospite. Così tutto è finito bene e tutti vissero felici e contenti, almeno fino al prossimo caso di doping.

Addio Super Tuck

Come era stato annunciato da tempo, terminano oggi le avventure di Super Tuck, il supereroe che non potendo gettare il cuore oltre l’ostacolo perché attaccato al cardiofrequenzimetro getta lo sterno oltre il manubrio. Il primo a interpretare Super Tuck è stato Matej Mohoric, seguito da Michal Kwiatkowski e Peter Sagan, ma la maggiore popolarità l’ha avuta con l’interpretazione di Chris Froome, a cui sono seguiti tanti altri, anche semplici caratteristi. Super Tuck è stato sconfitto dal suo acerrimo nemico, il villain David Lappartient nei panni di Monsieur Le Président, che l’ha messo in condizione di non nuocere, non tanto ai professionisti , ché di incidenti causati da quella postura non se ne ricordano, quanto ai giovani che lo emulano. Ed è qui che a guisa di fagiano parte la domanda: si tratta del solito autolesionismo del ciclismo (che sarebbe più corretto definire bicilesionismo) o è solo il suo pubblico a essere psicolabile e facilmente suggestionabile? Perché diversamente anche nell’automobilismo e nel motociclismo, per evitare emulazioni, dovrebbero mettere un limite di velocità di 70 km orari, anche 50 nei centri abitati come nel G.P. di Monaco. In realtà c’è pure un’altra cosa che mi chiedo: se Evenepoel fosse stato accucciato in quella posizione scendendo dalla Colma di Sormano sarebbe volato oltre il muretto?

Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori

mix al quadrato

Il musicista Thurston Moore nel 2004 pubblicò un libro sui mixtape che nel 2008 fu tradotto in Italia da Isbn col titolo Mix Tape. L’arte della cultura delle musicassette. Il libro lo comprai perché mi incuriosiva e perché era un bell’oggetto, ma lo misi lì, in attesa di essere letto come tanti altri, e nelle mie letture non si rispetta la fila perché ci sono libri che arrivano freschi freschi e scavalcano tutti gli altri ma nessuno gli dice niente. Comunque al tempo le cassette già non le consideravo più e ancora oggi stento a capire la nostalgia verso questi oggettini precari, forse in realtà è più verso l’atto della diciamo creazione di compilazioni spesso realizzate con secondi fini, e, dicevo, già mi erano rimaste pochissime musicassette, e quelle che non mi riusciva di trovare in originale su cd me le feci riversare, e i mixtapes, quasi soltanto registrazioni dalla radio, erano già andati. Poi di recente c’è stato un post sul blog myspiace che ne affrontava l’aspetto grafologico e che mi ha fatto ricordare di quel libro neanche nascosto o sepolto sotto altri, poi ho riascoltato un po’ di cose della gioventù sonica, e qui apro una parentesi veloce: mi chiedo cosa ascoltavano prima quelli che hanno avuto una Rivelazione con i Nirvana, forse lo Zecchino d’Oro, chiusa parentesi. Insomma mi sono letto il libro che non ci vuole neanche molto, di cui Thurston Moore ha scritto l’introduzione e un breve elogio dell’analogico, per il resto ci sono interventi di vari artisti e musicisti con le foto e brevi ricordi di cassette scambiate, per cui si può dire che anche il libro è un mix. Trattandosi di artisti poi capitava che le copertine fossero illustrate. Anche Moore e i suoi amici compilatori, come pure Paolo Plinio Albera su myspiace, dicono che spesso le cassette erano un mezzo, spesso miserello e destinato all’insuccesso, per tentare di conquistare qualcuno/a ma erano anche strumento di scambio di informazioni tra appassionati, e alla fine viene fuori soprattutto la passione per la musica, e a vedere le liste di brani dei vari mixtapes si nota la quantità e la varietà dei nomi, e dato che sono soprattutto americani e inglesi più qualche tedesco o australiano i personaggi coinvolti mi ha sorpreso trovarvi anche una canzone di Claudio Rocchi. E secondo me proprio per questo motivo il libro dovrebbero leggerlo quelli per i quali sembra che la storia della musica sia stata fatta solo da una decina di nomi, geni veri o presunti, e tutti gli altri fanno massa degna neanche di considerazione, e ce ne sono persone che la pensano così, tra i bloggers e nei giornali di rock classico, e probabilmente non si sognerebbero mai di mettere in quell’Olimpo il nome che invece più ricorre in quelle tracklist, da solo o con il suo gruppo, cioè ??? .

Racconti a colori – La luna giallo paglierino

Sulla Terra ormai chi guardava in su guardava Marte e non più la Luna. I poeti gli innamorati i pastori erranti i sognatori gli avventurieri si rivolgevano a Marte, miravano a Marte, e la Luna diventava sempre meno importante, e così successe che lei che già viveva di luce riflessa somatizzò questa perdita di attenzione perdendo anche luminosità, il suo colore non era più brillante ma diventò giallo paglierino. Solo gli animali continuavano a considerarla, anche se notavano il cambiamento, ad esempio i lupi quando si mettevano in posa per ululare si accorgevano che la scenografia non era più suggestiva come una volta. E accadde che un uccello notturno del colore del cielo scuro, di cui in genere a stento si vedeva solo il becco, notò che qualcosa era cambiato e voleva capire cosa era successo, e pensava di poter volare fino alla luna, e ormai aveva un unico pensiero e non si accorgeva che per quanto  volasse la luna era sempre lontana e non poteva  raggiungerla e non si accorgeva neanche di essere allo stremo, finché sfiancato cadde a terra morto. La mattina dopo, con la luce del sole sul marciapiede chiaro, quell’uccello nero ebbe il suo unico momento di visibilità, ma quel momento fu breve perché fu raccolto pietosamente dallo spazzino che con la paletta lo buttò nel bidone del suo carrettino, e a una signora che passava disse: “Ormai si trova di tutto per terra. Non mi meraviglierei una di queste mattine di trovare per terra pure la Luna che ormai non serve più a nessuno e mi toccherà pure di raccoglierla.” La morale di questa storia è che la gente parla a vanvera.

barchette di carta

La mia ignoranza della vela è tale che non ho capito neanche se la gente si appassiona all’America’s Cup perché sogna una barca o perché la potenza economica degli sponsor con annesso bombardamento mediatico gli fa credere che sia un grande spettacolo e un evento importante per la Patria. Anzi, in questa competizione ero pure convinto che ci fosse qualcosa di avventuroso, velieri che navigavano in alto mare, invece dalle poche immagini che i TG propinano a chi ha cercato di scansarle, si vede che queste regate si svolgono in uno specchio di mare che può essere seguito dall’occhio umano o presunto tale degli spettatori a terra, segnato per di più da linee di gesso virtuale a uso dello spettatore televisivo. In passato mi meravigliavo di sentire persone che tutt’al più avranno affrontato col salvagente l’acqua dove si tocca parlare della Coppa come di una partita di pallone, e già c’erano opinionisti di quartiere ferrati in materia. Ma quello che ho trovato più ridicolo è il tono dei servizi dei telegiornali, retorica nazionalistica di tipo risorgimentale se non mussoliniana. E quando è arrivata la sconfitta si è data la colpa al vento, un po’ come si dà la colpa dei disastri alla montagna-killer o all’autostrada-killer, e si è detto che i neozelandesi erano allenati a gareggiare col vento, come se nel ciclismo, per rimanere in tema ventoso, si dicesse che i belgi portano via i ventagli perché sono abituati a correre in quelle condizioni. Insomma scuse puerili, ma allora sarebbe meglio che si dessero alle barchette di carta.