La Zeriba Suonata – attenti al liberismo

In Italia fino a poco tempo fa sembravano tutti liberisti, così dicevano, criticavano lo Stato invadente, ma non era vero e infatti si lamentavano se lo stesso Stato non li metteva in guardia contro il maltempo e non gli raccomandava di portarsi l’ombrello. Poi col covid sono diventati tutti statalisti e vogliono dare qualcosa allo Stato. Ma che avete capito? Non tasse e tributi, solo il rischio d’impresa. E chissà che in futuro non chiedano allo Stato di occuparsi pure della loro vita sentimentale, per non correre un altro tipo di rischio, quello di imbattersi in una ragazza che pratichi l’amore liberale e sia contro i monopoli.

Microdisney – This Liberal Love

La Zeriba Suonata – Le Signore Jones e i pirati

Quando mi capita di zappare, o zappingare non saprei, dalle parti di qualche programma con i vip non mi meraviglio di non conoscere molti dei personaggi presenti dato che sono carente in cultura televisiva, però poi mi dicono che buona parte di questi sono famosi più che altro perché hanno avuto una relazione con altri vip, forse ce l’hanno scritto pure sulla carta d’identità, in pratica la proprietà transitiva della vippaggine. Però non penso che nel 1979 per incidere un disco fosse sufficiente l’essere comparsa in foto sul retro della copertina di un altro disco, oggi famoso allora non saprei, irriconoscibile e appoggiata a un’auto con l’autore del disco medesimo che cercava di congiungersi con lei more uxorio in quanto suo partner titolare. Ma sicuramente la ragazza in questione, Rickie Lee Jones, di etnia fricchettona, aveva rivelato notevoli doti di autrice ed interprete, più che l’anello di congiunzione tra Joni Mitchell e Tom Waits, cioè quel suo fidanzato. Due anni dopo incise Pirates, un altro grande disco che in copertina ha una foto di Brassai con la dieresi sulla “i”. E direi che se fosse stata una gara, a quel punto tra Rickie Lee e Tom Waits, nonostante il Blue Valentine della foto suddetta, era pari o forse era in leggero vantaggio la signora. Ma dopo è andata che Tom Waits ha pubblicato due dischi monumentali, Swordfishtrombones e Rain Dogs, mentre la Jones ha avuto una carriera discontinua e, per non essere da meno del suo ex in quanto a stramberie, tanto per dire a quel capolavoro fece seguire Girl At Her Volcano, un 10 pollici che non so se oggi è una rarità da collezionisti, io ce l’ho ma me lo tengo. I pirati che Rickie Lee Jones aspettava nella canzone omonima erano pirati metaforici.

Rickie Lee Jones – Pirates

Norah Jones ha venticinque anni meno di Rickie Lee e le due non sono parenti. Norah è figlia del sitarista indiano Ravi Shankar, famoso soprattutto negli anni dei trip per l’India, però ha vissuto solo con la madre, e per me comunque questo era solo un dato biografico, perché i grandi della musica, da John Lennon a Yoko Ono da Bob Dylan a Tim Buckley, non è che abbiano generato dei geni musicali. Dalla figlia dell’idolo di tanti fricchettoni e vissuta in una famiglia monca forse qualcuno si sarebbe aspettato chissà che musica strana, invece la signora Jones 2 non poteva fare musica più tradizionale: country blues e jazz a forte rischio abbiocco. Ma sarebbe un peccato addormentarsi durante l’ascolto di un suo disco perché si rischierebbe di perdersi qualcuno di quei pezzi che quando li azzecca le vengono proprio bene, come You’ve Ruined Me, contenuto in The Fall, album del 2009 più pop e pure leggermente elettronico, che si apre con Chasing Pirates, e anche qui i pirati di cui lei va in caccia sono metaforici. Ma un’altra cosa che a me piace di questa cantante, oltre al suo aspetto assai grazioso, è il fatto che sembra cantare e comportarsi molto naturalmente, senza costruirsi un personaggio, senza cantare (finto) sofferto come una donna che fuma beve e si droga, però mai quanto il figlio, e che è stata lasciata prima dai genitori poi dal marito che l’ha picchiata e infine è finita sotto un camion sulle polverose strade americane.

Norah Jones – Chasing Pirates

La Zeriba Suonata – non perdiamo tempo

il sito di Internazionale quasi ogni settimana propone una cinquina di novità musicali e il nome principale, quello di apertura della rubrica e per cui vengono spese più parole, non di rado secondo me non vale la spesa, trattandosi perlopiù di cantanti che stanno “dalla parte giusta” come il cosiddetto Boss, trappers che stanno dalla parte sbagliata, rappers con l’ego esuberante o poppute popstars. Non così l’ultima volta quando hanno presentato la ghanese Amaarae, scrivendo che è in uscita il suo primo album di cui però non trovo traccia né su Amazon né su discogs, però ormai anch’io che ho un’età e sono legato al disco fisico ho accettato l’idea della musica liquida fluida gassosa e stavolta non mi riferisco al dream pop. E in fondo questo fatto ha dei lati positivi se si pensa a quanti gruppi in passato si sono sciolti per non aver potuto pubblicare un disco, che poteva essere anche quello d’esordio, e semmai i sopravvissuti ne hanno visto la pubblicazione a distanza di decenni. Per cui non perdiamo tempo e ascoltiamo questa cantante che fa pop intercontinentale molto elettronico e si definisce fluida anche dal punto di vista sessuale, che compone canzoni brevissime, anche inferiori ai 3 minuti (e questo per me è un altro fatto positivo) e in particolare le vengono bene soprattutto quelle che cominciano con “F”.

Fluid

Fancy

Ora immagino che qualcuno di voi, ascoltando questa esile vocina tra Kahimi Karie e Billie Holliday, più la prima, sospetterà che la ragazza dal vivo è carente, e allora eccovi pure un’esibizioncella live.

Lonely

Io però questo disco lo voglio, se è tutto così è il mio disco dell’anno, non scherziamo.

La Zeriba Suonata – allegro ma non troppo

Oggi concludo questa veloce trilogia sugli allegri anni 80 con un video, che credo di avervi già proposto, del più scozzese dei gruppi australiani: The Go-Betweens. Volevo rivederlo perché è allegro, ma poi guardandolo mi sono accorto che suo malgrado (del video) non mi faceva tanta allegria, perché mi veniva da chiedere quando avrei avuto di nuovo l’occasione di farmi una passeggiata a lunga gittata per la città guardando il cielo gli edifici le ragazze pure un libro con le figure e mi rendevo conto che questo dubbio più che alla contingenza del virus era dovuto al degrado della città, che non aveva certo bisogno di ebike e monopattini, al lavoro e insomma a cose più consolidate.

Streets Of Your Town

Che libro sarà?

La Zeriba Suonata – cose che non si possono ignorare

Ieri scrivevo che nei primi anni 80 la musica cambiò e diventò meno cupa, anche se quello in fondo fu un decennio in cui si suonava di tutto, e nel 1985 c’erano tanti gruppi che facevano pop con le chitarrine. Quell’anno uscirono Meat Is Murder che alcuni ritengono il migliore degli Smiths, il disco più folk dei REM che per Fables Of The Reconstruction si fecero produrre da Joe Boyd, Steve McQueen dei Prefab Sprout, The Clock Comes Down The Stairs dei Microdisney, e molti di questi musicisti da ragazzini seguivano il punk ma poi iniziarono a guardare al soul, al folk, al pop anni 60 come The Jesus And Mary Chain che in Psychocandy seppellivano melodie sixties sotto metri cubi di rumore. Eppure tra tutti questi capolavori il disco che preferivo era The Wishing Chair dei 10,000 Maniacs, che suonava tipo i Fairport Convention alle prese con ritmi new wave. Ma in seguito quel livello non lo raggiunsero più né il gruppo né la cantante Natalie Merchant quando si mise in proprio.

Can’t Ignore The Train

Mai più così sbarazzina.

La Zeriba Suonata – Speranza

Il periodo veramente cupo, so che mi ripeto, sono stati gli anni 70 contrassegnati dalla violenza e dalla partigianeria acritica, almeno in Italia, ma se si guardava al resto del mondo non andava meglio perché il terrorismo era anche altrove e poi c’erano dittature e colpi di stato e soprattutto la divisione del mondo in due blocchi col rischio di una guerra atomica anche solo per un malinteso o perché la donna che faceva le pulizie nella stanza dei bottoni poteva toccarne inavvertitamente qualcuno e far partire un missile. E forse anche per questo dalla fine dei 70, dopo lo sfogo punk, la musica si incupì, ma non è che poteva durare a lungo, altrimenti uno poi gli viene la depressione, e non è che i ragazzi che già vestivano da beccamorti potevano continuare ad andare per cimiteri che ormai li avevano visitati tutti. E allora per esempio nel 1983 i Cure, dopo aver toccato il fondo con Pornography, iniziavano a buttarla sul divertimento, Siouxsie And The Banshees con il live Nocturne invece la buttarono sulla psichedelia, almeno secondo Claudio Sorge storico giornalista di Rockerilla che in quel periodo a causa del fenomeno Paisley Underground aveva presso una fissa con quel genere, e i Cocteau Twins svolazzavano leggeri nell’etere. I Bauhaus infine si sciolsero e se non l’avessero fatto loro bisognava che qualcuno li sciogliesse, anche nell’acido se necessario: il loro ultimo disco Burning From The Inside conteneva il singolo meno convincente She’s in parties, una pacchianata gotica come King Volcano e una pinkfloydaggine come Slice Of Life, ma proprio alla fine del disco c’era un pezzo quasi interamente strumentale, solo con i cori alla fine e senza l’istrionismo solista di quel sarchiapone di Peter Murphy, uno dei tanti che all’epoca si ispiravano a Brian Ferry, e quel brano sostenuto dalla chitarra di Daniel Ash si intitola Hope e sembrava la speranza di un futuro migliore, che ci fu ma ovviamente senza di loro.

Bauhaus – Hope

Ro ed io

Tra i tanti che sono morti per il covid o per le sue complicanze c’è Ro Marcenaro. Io non lo conoscevo, di persona intendo, e allora vi chiederete perché questo titolo. Non lo conoscevo di persona ma evidentemente non lo conoscevo bene neanche come artista, sapevo che faceva animazione e videoclip musicali ma non che fossero suoi i vecchi caroselli del Fernet Branca con la plastilina, e sapevo che era illustratore ma non ricordavo che facesse pure satira. E allora mi sono detto ma vuoi vedere… e sono andato a vedere. Anni fa, quando gli enti locali potevano spendere e spandere, c’erano mostre e concorsi, di fumetti o di satira, aperti a tutti, e a volte partecipavo, e qualche volta ne usciva pure un catalogo democratico che non separava il grano dal loglio e quando si disponevano le vignette in ordine alfabetico mi ritrovavo nella pagina con Altan, troppo onore, troppissimo. E insomma volevo vedere se in quei pochi cataloghi spuntava Marcenaro, ed eccolo infatti in quello dell’edizione 1990 di Satira Oggi dedicata all’informazione nel 2000.  La vignetta di Marcenaro più che satirica sembra un omaggio al fondatore del giornale che spesso lo ospitava.

La mia vignetta invece era sul gap generazionale nella comunicazione e, ammesso che ci fosse e avendo allora trent’anni, non so dire dove mi potevo collocare.

 

 

La Zeriba Suonata – vicini di casa

Tutti dicono di non essere razzisti ma vorrei vedere cosa penserebbero se sul loro pianerottolo venisse ad abitare un nero, giamaicano con i dreadlock, o forse i dreadlock i giamaicani non li portano più ma solo i centrosocialisti, e che suona pure reggae. Però se uno vuole la tranquillità condominiale non è che sarebbero preferibili tre ragazze sgallettate che invitano anche le loro amiche nere anche se svedesi e tutte insieme si mettono a suonare reggae. Per quel poco che ne so c’era il rocksteady che poi si è biforcato e la parte divertente è diventata ska e quella pallosa è il reggae, che fa venire in mente tutto un immaginario di canne e capelli intrecciati e pure sporchi. Ho fatto vari tentativi di farmelo piacere, ho comprato vari dischi, beh questo non mi piace ma forse quello, no e neanche quell’altro, pure Bob Marley uffa, e mi ricordo quando decenni fa si diceva che i bianchi non potevano suonare blues che non era  musica loro, e di sicuro ai neri veniva decisamente meglio, soprattutto poi se confrontati a Eric Clapton detto Manolenta, o Manomorta ora non ricordo, ma il reggae secondo me viene meglio ai bianchi, o alle bianche, pure se tedesche come Ari Up, la cantante delle Slits che nel 1981 si esibirono a Berlino, e da quel live vi propongo un classico rocksteady di John Holt, e diciamo infine che la cantante, la più sballata del gruppo, la chitarrista Viv Albertine e la giovane corista Neneh Cherry dal luminoso futuro si prendono la scena con le loro danze, ma in un angolo del palco fa un gran lavoro la bassista Tessa Pollitt, tanto di capello se solo ci fosse lo spazio per un cappello sulla sua capigliatura.

Man Next Door