La Zeriba 10 – dal materialismo all’anti-materia

Tim Gane ha attraversato i secoli, cioè è passato da quello vecchio a quello nuovo come tanti, però sembra molto lontano il suo primo gruppo, quei McCarthy che negli anni 80 facevano irruento agit-pop marxista. Poi nei 90 c’è stata la svolta col retrofuturismo degli Stereolab e il loro pop elegante che miscelava ma non agitava melodie geometriche, ritmi periodici, musica da film, kraut-rock soprattutto Kraftwerk, anni 60 in particolare il futuro come lo vedevano negli anni 60. Dopo gli Stereolab, ammesso che si siano mai sciolti, Tim Gane negli anni 00 ha collaborato con l’elettivamente affine Sean O’Hagan e poi negli anni 10 ha formato i Cavern Of Anti-Matter, che hanno continuato a fare più o meno quel tipo di musica, forse più orientati al rock e con meno parti vocali, di sicuro senza la voce celestiale di Laetitia Sadier. Ascoltate per farvene un’idea

Melody in high feedback tones

Poi se potete trattenervi un po’ di più c’è quest’altro pezzo che sfiora la decina di minuti.

Void Beat

La Zeriba 10 – Agnes Dei

La musica a mezza via tra classica/contemporanea e pop è terreno minato, c’è bisogno degli esperti che ne capiscono per sminarlo da truffe fuffe e muffe, ma a noi che siamo semplici ascoltatori non ci importa, non ci facciamo incantare dal capelluto incantatore di fabifazi ma ci piace la danese Agnes Obel, che ha iniziato studiando classica e dice che tra le sue influenze ci sono compositori dell’ottocento/novecento e Joni Mitchell e Roy Orbison e quando sul primo dei suoi quattro dischi, intitolato disco Philarmonics e subito acclamato e premiato, decide di fare una cover sceglie Close watch di John Cale, e finisce che l’accostano a chiunque, anche alle tante damigelle gotiche che popolano la musica odierna che quando l’ascolti non sai più se è odierna però sembra ieri che lo era, ma gotica o no se esistesse il Paradiso come lo descrivono i cattolici apostolici romani questa sarebbe la musica che vi si ascolterebbe e gli agnoletti con le loro arpe buttateli a mare se c’è il mare da quelle parti.

On Powdered Ground

Da Agnes Obel non aspettatevi una hit estiva.

La Zeriba Suonata – 2 in 1

Tra rinvii e incertezze, i dischi programmati per questo periodo, almeno quelli che mi ero appuntati, po’ alla volta stanno uscendo, e ora è il turno di Kelly Lee Owens, che ha fatto passare tre anni dall’esordio anche per problemi personali. Nel nuovo album Inner Song la musicista gallese canta di più, e quando non ha voglia di cantare cede la parola al suo più famoso conterraneo, il più grande musicista vivente, John Cale, che però in Corner On My Sky non canta, e forse non ha più la forza per cantare, ma fa lo spoken word, insomma parla ma detto così fa più bella figura. Kelly tenta anche una cover e rifà a modo suo Arpeggi dei Radiohead, ma in sostanza è la stessa musicista che seduce con i pezzi lenti, quasi dream pop, e in Re-Wild sembra di sentire le Warpaint, e trascina quando si alza il ritmo a fini danzerecci. E poi ci sono i pezzi in offerta speciale 2 in 1 come On che parte lento e arriva veloce.

un traguardo volante

Dicono che 60 anni è un bel traguardo ma ora che l’ho tagliato spero che sia un traguardo volante e si continui per un altro po’, e non vorrei pretendere troppo ma spero che i GPM siano alle spalle. In 60 anni se ne vedono di cose ma, forse l’ho già scritto da qualche parte, sono sempre meno propenso a rimpiangere e mitizzare il passato e non mi è mai piaciuta l’espressione “ai miei tempi”, e questo non per fare il sempregiovane, non sarei credibile e non mi interessa, non ho mai voluto sembrare chissà chi, non mi interessa il parere degli altri né essere accetto in qualche ambiente o giro, ma non rimpiango il passato proprio perché l’ho visto e non è che c’è tanto da rimpiangere, c’erano cose positive e negative più o meno come ora, in qualsiasi  campo. Ad esempio nelle città ora l’inquinamento ambientale te lo dicono le centraline, decenni fa non era necessario perché lo smog si poteva vedere e forse pure toccare, te ne tagliavi un pezzo e lo portavi ad analizzare, negli alimenti c’erano i coloranti e conservanti, c’erano i giradischi su cui i dischi un po’ suonavano e un po’ saltavano, c’erano le siringhe di vetro e metallo, e non le tiro in ballo perché ne abbia fatto grande uso ma perché visti i rimpianti per gli oggetti del passato mi fa ridere pensare a quell’accidente lì. In Italia c’erano scuole impregnate di cultura risorgimentale e subdolamente classiste, e poi c’erano politici presentabili (alcuni), che avevano studiato (alcuni) ma che non hanno creato una cultura della cosa pubblica ma solo quella delle clientele e in più hanno fatto crescere e prosperare la criminalità organizzata. C’erano le ideologie e c’erano i ragazzi che le seguivano o credevano o fingevano, l’importante era acchiappare le ragazze e picchiare i ragazzi delle ideologie di fronte, e in tanti arrivavano a simpatizzare perfino per i terroristi. Oggi ci sono le fake news ma allora c’erano tante bugie su tutti i giornali e in tutti i telegiornali nessuno escluso e anche nei testi di quelle scuole risorgimentali. Poi c’era la cosiddetta cultura, quella in senso stretto, e gli influencer degli scorsi decenni volevano i libri e i film che trattassero di problemi problematici, ma mi pare che i maggiori rimpianti siano per la tivvù, educata ed educativa, o forse solo puritana, poi sono arrivate la pubblicità e le donne nude, e lì i Grandi Autori di Cinema d’Autore si sono ingelositi perché delle donne nude volevano l’esclusiva. C’è un ricordo locale che secondo me può spiegare la fascinazione per la tivvù di una volta. Le trasmissioni sono iniziate nel 1954 e ci sono voluti altri anni perché gli apparecchi si diffondessero nelle case, e credo che fino agli anni 90 ci siano stati un orario di inizio e uno di fine trasmissione, ma negli anni 60 e nei primi 70 si iniziava nel pomeriggio e si finiva di sera, tranne eccezioni, e ricordo il monoscopio e la voce di un’annunciatrice che interrompeva la musica e diceva siamo in attesa di collegarci col Giro d’Italia. Fino ai primi anni 70 in occasione della Fiera della Casa di Napoli trasmettevano, presumo solo in Campania, un film ogni mattina per tutta la durata della fiera, e nonostante fosse giugno ovvero l’inizio delle vacanze e si potesse fare qualsiasi altra cosa ci mettevamo a vedere quel film fosse uno comico con Totò o una storia strappalacrime, perché era una cosa nuova, che non esisteva, la tivvù era una cosa nuova, quella mattutina ancor di più. Ma oggi quando vedo qualche spezzone di vecchi varietà o qualche filmato di Carosello spesso mi chiedo ma davvero? E poi oggi c’è il famigerato internet, dove paradossalmente scrivono tanti del settore rimpiantistica e accusatori di internet medesimo, grazie al quale posso fregarmene dei palinsesti tutti uguali delle reti tivvù. E per l’eventuale futuro sono fiducioso di poter vedere ancora belle corse, non eroiche perché non mi interessa ma solo belle, di poter sentire ancora bella musica e non sarebbe male se a comporla ci riuscissero ogni tanto pure gli uomini, e di poter leggere ancora bei fumetti, forse tra tutti il mezzo che ha più potenziale da esplorare, purché non si limitino a supereroi e biografie, ché vanno molto quelle di personaggi del passato, e il fatto che spesso quei personaggi siano morti tragicamente e misteriosamente vuol dire che forse quei periodi non erano tanto mitici.

La Zeriba Suonata – da non confondere

Agli inizi degli anni 80 di gruppi che avevano successo facendo musica elettronica preferibilmente danzabile ce n’erano tanti, ma Dave Stewart & Barbara Gaskin non si potevano confondere con gli altri, non avevano iniziato come gruppo punk come i Duran Duran e a guardarli bene non erano neanche dei ragazzini. Infatti il tastierista Dave, da non confondersi con David Stewart degli Eurythmics, aveva fatto parte di Hatfield And The North e altri gruppi di Canterbury, nei quali aveva canticchiato Barbara Gaskin proveniente da un’altro gruppo canterburiano quasi folk, gli Spirogyra, da non confondersi con gli Spyro Gyra che invece erano americani e facevano jazz facile. Il duo con contorno di altri musicisti alternava composizioni di Stewart a cover di brani più o meno famosi di diverso genere, da canzoncine degli anni 60 a brani spigolosi degli XTC. Nel 1981 il loro primo successo fu una cover di un brano del 1963 di Leslie Gore.

It’s My Party

Forse non tutti i cultori di Canterbury apprezzarono questa svolta ma il loro era un pop elegante mai pacchiano o da stadio, e in certi pezzi più vicini al folk finivano per somigliare alla musica che in quel periodo faceva la famiglia Brennan nel suo vario manifestarsi.

Make Me Promises

La Zeriba Suonata – settembre dipende da cosa

Il Carboni malinconico ma ascoltabile degli inizi come lo suonerebbe qualche gruppo britpop andato a male tipo gli Oasis o i Verve, così suona questa canzone di Gazzelle che canta che Settembre è un mese di m**** per ricominciare, anzi no è un mese perfetto, sembrano cambiamenti di opinione degni dei politici attuali ma la canzone è stata scritta nel 2019 ben prima del virus, e poi ricominciare dipende da cosa.

Settembre

La Zeriba Suonata – quando è meglio arrangiata

Con certe musiciste come Laura Marling, che dicono cantautrici, per dare un giudizio complessivo bisognerebbe conoscere i testi, le storie che racconta e pure come lo fa, ma dal punto di vista musicale c’è poco da fare, anche  il nuovo album Song For Our Daughter è tutto Joni Mitchell e Laura Nyro, Laura Nyro e Joni Mitchell, Laura Mitchell e Joni Nyro, fate voi, ma vi consiglio di ascoltare le versioni del disco, con più strumenti e arrangiamenti, e non quelle acustiche dal vivo che possono indurre sonnolenza.

Alexandra

 

La Zeriba 10 – Brass Pop

Uno dei migliori gruppi pop non solo degli anni 10 ma di tutto il secolo sono i Beirut di Zach Condon, newmexicano filoeuropeo che riveste le sue canzoni con ottoni e volendo anche fisarmoniche, ma non ha molto a che vedere col chiassoso Bregovic, e la sua musica può rendere più malinconici i matrimoni e meno tristi i funerali.

The Rip Tide (live)

Carriere e coccodrilli

Il Tour di quest’anno non passa per Albi ma per chi volesse sapere qualcosa del massacro dei Catari nessun problema perché si arriva a Lavaur, dove ne furono mandati al rogo 400, e l’occasione è gradita per un ripasso. Meno male che lo scrittore parlante che in genere si diverte con l’aneddotica macabra non ci dice pure la sua, ma quello che mi chiedo è se sono quelli della RAI che non perdono occasione per mettere in cattiva luce la Chiesa Romana più di quanto non faccia essa stessa o se sono quelli del Tour che ci tengono, e come al Giro ogni anno si ricordano Coppi Bartali e Pantani al Tour ricordano Desgranges e gli Albigesi. Stavolta c’è una doppia coincidenza. La prima è personale, in questi giorni stavo mettendo un po’ di ordine tra i libricini piccoli, tra i quali ci sono molti, pure troppi, Millelire, che compravo quasi all’ingrosso senza stare a selezionare, e tra questi ce n’è uno sui Catari che dimostra la furbacchioneria di Stampa Alternativa: infatti questo che viene presentato come racconto è solo un estratto da un libro ben più grande di C.R. Maturin che un’altra casa editrice avrebbe pubblicato, e in quanto tale sembra inconcluso, insomma è come quegli estratti omaggio che pubblicizzano i libri in uscita solo che in quel caso la pubblicità si pagava pure.

La seconda coincidenza è che la tappa catara ha visto un massacro, per fortuna solo ciclistico, perché doveva essere una tappa tranquilla, ma non si può mai dire, succede che soffia il vento e possono partire i ventagli, e infatti la squadra tedesca Bora fa il diavolo a quattro, ma in senso figurato, non il loro connazionale che nonostante il covid anche quest’anno segue la corsa e mi viene il dubbio che se non in quattro si sia fatto almeno in due perché c’è una cosa che non capisco, cioè non mi spiego i salti che fa per l’età che dovrebbe avere. La Bora invece una cosa l’ha capita: Sagan ha due obiettivi, la maglia verde della classifica a punti e se possibile anche una tappa, ma si è capito che non è più in grado di battere i velocisti e per vincere deve farli fuori, e con quell’attacco molti velocisti si staccano, poi in un secondo momento altre squadre pensano di far fuori qualche uomo di classifica, non tanto Landa e Porte che in genere si fanno fuori da soli, ma Pogacar, e poi già che ci sono qualche altro velocista, e alla fine dopo tutta questa fatica Sagan non vince uguale, quello lo fa Van Aert che ormai ha raggiunto la statura da campione e tanto di cappello, però se qualche inimicizia è difficile che se la faccia la Bora che ha lanciato il fatale attacco ma ha fatto la sua corsa, la Jumbo non penso faccia simpatia nel peloton perché vuole vincere un po’ troppo, e se imposta la corsa come faceva in passato la Ineosky non dimentichiamo che gli inglesi per l’obiettivo principale hanno saputo anche sacrificare le vittorie parziali, costringendo Cavendish e Viviani a cambiare squadra e oggi sacrificando e anche consumando Kwiatkowski. Ma la Ineos sta cambiando ed è stata proprio diversa alla Coppi e Bartali dove ha vinto con uno scalatore, che sembrerebbe una cosa normale ma invece non lo è perché Narvaez si è scoperto veloce e ha vinto non per distacco ma con gli abbuoni. E poi hanno bisogno di ricambio, cercano giovani e si dice che ingaggino anche il fenomeno Tom Pidcock, ciclocrossista biker e vincitore della Roubaix under 23 che è la corsa più adatta ai fuoristradisti, però ha come idolo Wiggins che all’opposto veniva dalla pista, ma il sogno comune è il Tour e Pidcock già si è messo avanti col lavoro e ha perso peso, strada facendo ha vinto il Giro Under 23 prendendosi anche la tappa conclusiva col Mortirolo perché è uno che programma il futuro e pensa a quando sarà vecchio e agli amici del Pub dello sport potrà raccontare di quella volta che ha vinto su quella salita famosa. Però il mondo professionistico sarà diverso e già qui la sua ingordigia può aver dato fastidio: il suo compagno di fuga Vandenabeele alla fine della tappa l’ha applaudito ma non si capisce se per ammirazione o ironicamente avendo sperato che gli lasciasse la vittoria di tappa, e del resto Pidcock sembra uno smargiasso, per dire ha tagliato il traguardo dritto in piedi sui pedali, se il suo idolo è Wiggo speriamo non diventi pure mod e rompa anche lui con il rock e le lambrette e tutto quell’armamentario da lasciare in soffitta una volta per tutte, ma in fondo nel ciclismo ogni tanto c’è bisogno anche di qualche villain. Tornando alla Ineos, ci sono ciclisti ormai vecchi ma anche dei giovani che hanno subito mostrato i propri limiti, come Sivakov che cade spesso e non sa andare in discesa, però mai come il connazionale Zakarin, e qui arriviamo alla prima tappa pirenaica. C’è la classica fuga di uomini fuori classifica e sulla penultima salita passano in testa Peters e Zakarin, coppia male assortita perché il primo è bravo in discesa, come del resto tutta la sua AG2R tranne uno, e va a vincere, e forse a 26 anni è ancora presto per dirlo ma sembra avviato a essere uno di quei classici corridori che per qualche anno riescono a centrare tappe nei grandi giri e nient’altro, poi passati i pochi anni favorevoli continuano a tentare la fortuna ma non gli riesce più. A Zakarin invece non riescono le discese, è storia vecchia, le fa brutalmente brutte senza gli arabeschi di cui è capace il maestro del brivido Alexander Geniez, ed è già tanto che arrivi sano e salvo al traguardo. Tra gli uomini di classifica sembra non succedere molto, la Jumbo è la squadra più forte ma forse per mancanza di avversari, ma i colpi di scena arrivano lo stesso. Quest’anno prima del solito è arrivato un momento che è ormai diventato classico: la crisi di Pinot e quando non è una crisi psicologica sono i postumi di cadute e lui cade spesso, ma secondo me da lui non c’era da aspettarsi più niente già dopo il Delfinato in cui si è trovato inaspettatamente in testa per il ritiro di Roglic e anche allora, nonostante il minore prestigio della corsa, c’è stato il solito psicodramma. Poi sull’ultima salita attacca Pogacar e Roglic lo lascia andare dimostrando che non ha imparato bene la lezione di Carapaz al Giro dell’anno scorso. Invece Pancani sta imparando a convivere con lo scrittore parlante e si diverte a coglierne le contraddizioni, come quella sugli animali prede, che a sentire lo scrittore a volte sono poveri e a volte uno spettacolo della natura. E a proposito di animali, si passa dalle parti di una chiesa dove c’è un coccodrillo appeso al soffitto, Pancani chiede se ci siano casi del genere anche in Italia e lo scrittore dice che ce ne sono due, ma dato che a letture di fumetti è messo male, credo Bonelli e Bunker, non può ricordare la bella storia Il santo coccodrillo di Jerrry Kramsky e Lorenzo Mattotti adattata pure per il cinema di animazione come episodio del film collettivo Peur(s) du noir. Paure, traumi, blocchi psicologici, chissà cosa affligge Pinot. E idem da qualche anno per Fabio Aru che nella seconda tappa pirenaica si ritira e Beppe Saronnni, contattato dalla RAI, più che prendersela con Aru di cui però riconosce i limiti caratteriali che sono ormai acclarati, accusa chi nella squadra ha deciso di portarlo al Tour quando era evidente che non era in forma. Quel Saronni che diede una svolta alle carriere di Tonkov prima e di Simoni poi ormai nella UAE ha solo un ruolo di rappresentanza, tipo Mattarella, solo che a differenza del Capo dello Stato quando parla non fa il compitino correttino e precisino ma accusa attacca ironizza e non è per niente diplomatico, quello gli riusciva solo quando faceva il commentatore per la RAI e forse in quel ruolo è stato il migliore, e oggi le sue accuse sono arrivate fino in Belgio dove Het Nieuwsblad le ha comunicate al popolo fiammingo. Ora Aru può pensare a prepararsi per correre il Giro ottobrino, ma forse è troppo presto, allora la Vuelta novembrina, o forse è presto anche per quella, e allora facciamo direttamente l’Herald Sun Tour, no quello no perché è la prima corsa cancellata del 2021, o forse sì proprio per quello. Ma il Tour può fare a meno di Pinot e di Aru, anche se per Saronni la UAE perde un aiuto importante per Pogacar che per lui è un grande talento naturale, ma dicevano lo stesso pure per Aru, comunque la tappa viene spettacolare, della fuga di giornata resta davanti il giovane svizzero Hirschi che rischia di fare l’impresa e tutti a elogiarlo e a dire che ha un grande futuro, ma dicevano lo stesso pure per Aru, e i big solo negli ultimi 2 km raggiungono lo svizzerotto che non tenta il tutto per tutto per arrivare da solo sperando semmai che dietro si guardino, anche perché dietro si guarderanno pure ma tirano tutti, ma gioca d’azzardo rifiata un attimo e si fa riprendere per potersela giocare allo sprint, più che Lutsenko alla Tirreno Adriatico dell’anno scorso, e quasi ci riesce, se fosse partito più tardi, se non fosse partito dall’ultima posizione, bah, vince Pogacar davanti a Roglic, i due sloveni si rispettano ma si danno battaglia, e se al mondiale faranno gioco di squadra sarà difficile batterli. Oggi c’è il riposo, tamponi per tutti, e un sospettino viene, o meglio un timore, perché, ammesso e non concesso che Merckx e Pantani in epoche diverse siano stati vittime di complotti per farli fuori dal Giro, forse sarebbe ancora più facile eliminare qualcuno con una positività fasulla non al doping ma al coronavirus, ma per temere problemi in materia non c’è bisogno di pensare a complotti, bastano i ritrovati tifosi invadenti sulle salite, in particolare sul Peyresourde dove non c’erano né distanziamento né mascherine e si avvicinavano ai ciclisti pericolosamente, ma certo un elefante come il Tour non è facile da gestire. Più facile col giro under 23, dove semmai si potevano evitare le ridicole gomitate ma sul palco erano tutti con le mascherine, comprese le miss di cui non si è potuto mai vedere il volto, due belle ragazze che potevano essere notate da qualche produttore e scritturate per girare uno spot di qualche assicurazione facile o di qualche vino nel tetrapack e invece niente, carriere stroncate dal coronavirus.

Fotogramma da “Peur(s) du noir”.