non è possibile

Il Buon Vecchio Zio Martin Mystere è il Detective dell’Impossibile e per questo, secondo me, sarebbe opportuno che indagasse su come sia possibile che ormai non è più possibile leggere Dylan Dog, che da quando è in mano a quel tipo imbevuto di luogocomunismo rock peggiora pure se ogni volta sembra impossibile poter fare peggio, con brutte storie, brutti disegni, che però uno può sempre spacciare per sperimentali, e dialoghi ridicoli, insomma un incubo, e se il loro obiettivo era l’orrore l’hanno raggiunto.

La Zeriba Suonata – Julia prima e dopo

Nel 2015 lessi una recensione di Have You In My Wilderness di Julia Holter che mi incuriosì, lo comprai e diventò subito uno dei miei dischi preferiti, tra i più gradevoli degli anni 10, e più lo ascoltavo più mi piaceva. Eppure l’autrice è una musicista ritenuta sperimentale e alcune altre sue cose che ho avuto modo di sentire non sono proprio musica-leggera-anzi-leggerissima. Anche il successivo Aviary mi è piaciuto ma non conoscevo niente di precedente, e allora ho trovato le sue esibizioni live a KEXP, da cui vi propongo un brano da Loud City Song del 2013

In The Green Wild

e già che ci siamo ecco un pezzo scoppiettante da Aviary del 2019.

Les Jeux To You

E Jah!

A giudicare dai titoli che si diede, Hailé Selassié non era un tipo modesto, ma quando incontrò i rasta gli disse di essere umano, di non commettere l’errore di confondere umano e divino, li ringraziava di tanta considerazione ma non era il caso e poi teneva un po’ da fare. Date le circostanze, per delicatezza non aggiunse che il reggae gli faceva un po’ schifo.

La Zeriba Suonata – La comodità del Diavolo

Mi sembra di avere già accennato ai miei tentativi falliti di farmi piacere il reggae giamaicano, ma non sono io che sono razzista, sono loro che sono rastafariani. In Giamaica avevano questa musica divertente che era il rocksteady e che parlava più o meno delle stesse cose di cui parlano il rock e il blues, poi si è trasformato in reggae che iniziò continuando sugli stessi argomenti, ma poi se ne appropriarono i rastafariani e divenne una cosa pallosa, testi diciamo religiosi o politicizzati, dreadlocks, marijuana, e come se non bastasse a Bob Marley piaceva pure il calcio. Ma le religioni, come tutte le grandi narrazioni, hanno bisogno di un villain, e anche nel rastismo torna comodo il Diavolo. C’era un cantante pure famoso, Max Romeo, che all’inizio era una persona normale, cioè voglio dire con i capelli normali, che poi gli sono cresciuti i dreadlocks pure a lui, ma che a metà anni 70 in combutta con Lee Scratch Perry, uno che faceva soprattutto musica mica predicozzi, realizzò un album intitolato War Ina Babylon, perché i rasta ce l’avevano con Babilonia, non ho mai capito se perché l’identificavano con l’Occidente schiavista o semplicemente perché nei Giardini Pensili di Babilonia non si coltivava la marijuana, e dentro c’era una canzone intitolata Chase The Devil, che se uno legge il titolo e non la ascolta non capisce ma poi vedremo. Max Romeo è ossessionato da questo Diavolo e dice di volersene liberare, si metterà una camicia di ferro e spedirà il Diavolo nello Spazio a cercare una nuova razza, e già vi dice qualcosa in più, vero? Ebbene, il Diavolo dopo una quindicina d’anni si prese la rivincita ma non in prima persona, delegò un quartetto di scriteriati che usava droghe sintetiche e non biologiche e attorno a un pezzo di quel brano composero il loro prodigioso psicapolavoro.

Max Romeo – Chase The Devil

Max Romeo prima e dopo la cura.

La crema del Giro scremato

Ieri mi sono costretto a vedere la presentazione del Giro d’Italia dal Castello del Valentino di Torino, in genere uno spettacolino noioso che cerco di evitare, ma ieri mi scappava da ridere per la ridicolaggine del tutto con effetti speciali e frecce tricolori, orchestra morriconeggiante e acrobati danteschi, retorica e pompa magna, un conduttore dalla cadenza da radio-dj che mi vanto di non aver riconosciuto, un anglofono che con un paio di cene risolleverebbe il settore della ristorazione italiana e finalmente una faccia familiare, Francesco Pancani, che però si è astenuto dal fare domande un minimo originali. Subito la brutta notizia della conferma di AdS alla conduzione del Processo, si spera almeno che a titolo di aggiornamento professionale abbia fatto un corso sull’ABC della democrazia, dopo le polemiche dell’anno scorso nel giorno dello sciopero. C’era anche Barbara Pedrotti non so se come giornalista o come parte voluta dall’occhio, certo è che se alcune giornaliste incidentalmente piacenti ci tengono a dimostrare di essere anche brave, lei mi sembra che ci tenga a dimostrare l’inverso, e prima si esibisce in versione Barbraless e poi con un abito vedo-non vedo-no,no,vedo. E per restare in tema, oltre alle squadre sono state presentate anche le maglie e, per la nota faccenda del carro di buoi, le indossavano quattro ragazze e l’importanza crescente delle maglie era diciamo resa visivamente dalla grandezza crescente della taglia di reggiseno. Oggi c’è il silenzio elettorale, cioè no, mi confondevo, e domani finalmente parte il Giro scremato d’Italia e allora vediamo qual’è la crema di questo Giro light, chi sono i protagonisti attesi, i nomi di spicco. Diciamo che se il Giro si fosse disputato un anno fa e avesse avuto alla partenza Nibali, che da tempo non iniziava una stagione così forte come fece alla Parigi-Nizza, Evenepoel giovane fenomeno dal potenziale ancora non conosciuto e Bernal vincitore uscente del Tour, si sarebbe presentato come un cremoso supergiro. Ma in questi mesi nell’ambiente gli ortopedici hanno avuto più lavoro degli epidemiologi e il campo partenti finisce per ricordare Fantozzi contro tutti, la scena in cui Fantozzi e colleghi tornavano in ufficio dopo la sgambata del giorno prima.

Vincenzo Nibali ha un’età, ma non è che Geraint Thomas sia tanto più giovane eppure è dato tra i favoriti del Tour. Forse in Francia ci sarebbe voluto andare pure Nibali ma lui è ligio alle norme e da un anno gareggia solo nel raggio di 300 metri da casa sua e quindi eccolo al Giro. Ma poche settimane fa si è rotto il polso in allenamento, lui ha detto che avrebbe fatto l’impossibile per partecipare ma che l’impossibile non sempre è facile, e dopo aver controllato sul vocabolario credo che abbia ragione, ma un po’ di impossibile l’ha fatto ed eccolo al Giro. Però ora l’osso è tenuto da una placca e 11 viti, per cui rischia di accumulare svantaggio non tanto in salita o a cronometro ma ai metal detector.

Remco Evenepoel è ancora giovanissimo ma ieri sembrava invecchiato di un lustro, non ha mai corso un grande giro e da quando è caduto nel burrone al Lombardia non ha mai gareggiato. Riprende a correre proprio al Giro, e poi dicono che non gli mettono pressione.

Egan Bernal ha dolori alla schiena che sarebbero causati dal fatto di avere una gamba più corta. Finché correva con il Principe Duca Conte si ricorreva ai rimedi della nonna, di Savio o di Bernal fa lo stesso, e gli mettevano un tacchetto sul pedale. Ma poi è passato alla iper-scientifica Ineos e la situazione è cambiata da “così” a “cos’ho?” Per dire, il primario della squadra aveva comprato degli occhiali a raggi X per guardare le ragazze. Ma cosa avete capito, brutti maiali? Voleva guardarne il viso coperto dalle mascherine, ma è successo che si è trovato a passare Kwiatkowski e il medico si è accorto che il polacco aveva una costola rotta e gli avevano appena fatto correre 300 km su e giù per i capi della Sanremo.

Pavel Sivakov dovrebbe correre come gregario di Bernal ma lui dice che nelle corse possono succedere tante cose, ma bisogna vedere a chi succedono, e forse lui non conosce il Primo Principio dell’Orografia secondo cui a ogni ascesa segue una discesa. Ora qualche secchione precisino dirà che a volte invece segue un falsopiano, va bene, ma prima o poi la discesa arriva, e se Pavel va forte in salita, a vederlo in discesa viene il dubbio che vivendo in Francia si alleni col Premiato Maestro Discesista Alexandre Geniez.

Simon Yates è il grande favorito, il che la dice lunga sullo stato delle cose. Nel 2018 ha dato spettacolo ma poi ha pagato gli sforzi, ora dice che starà più accorto, quindi darà mezzo spettacolo, oppure con biglietto a metà prezzo per militari e bambini, difficile che vinca la classifica generale, molto più probabile che vinca quella delle smargiassate.

Romain Bardet era uno che sembrava forte nelle gare a tappe, ma non ha ottenuto questi grandi risultati, e allora forse a pensarci bene potrebbe fare meglio nelle corse in linea dove…, no, neanche lì, insomma ci stiamo ancora pensando.

Da quanto si è visto al Tour Of The Alps, al contrario di Sivakov, Daniel Martin può risolvere il problema delle difficoltà in discesa in maniera radicale: proverà a tagliare direttamente per i dirupi.

Se qualcuno avesse praticato il lockdown estremo e fosse tornato solo dopo l’autunno da un isolamento totale e avesse saputo che il Giro 2020 era stato vinto da Tao Impronunciabile Hart davanti a Jay Hindley avrebbe pensato o a una caduta generale degli avversari o a una epidemia di covid nel plotone. Noi ci siamo invece limitati ad attendere un segnale di vita dall’australiano, che è giovane e se deve fare degli errori di gioventù deve approfittarne adesso e non attendere la vecchiaia, questo per definizione, insomma un po’ più di vivacità nelle prime corse, e invece niente.

E poi per la classifica ci sono ancora i tanti sottocani, capeggiati da Mikel Landa e Wilco Kelderman, che anche quando hanno avuto l’occasione della vita si sono guardati bene dal coglierla. Però ci sono anche le vittorie di tappa, e per quelle ci sono quei corridori portati per le corse in linea, come Gianni Moscon, o cronomen come Filippo Ganna, che appunto, no, niente, devono fare i gregari. E ancora, per lo spettacolo non necessariamente agonistico ci sono Peter Sagan e Simon Pellaud, ma le regole anti-covid e soprattutto le nuove proibizioni UCI gli impediranno di interagire col pubblico o di impennare senza mani e senza piedi o di firmare libri in corsa o di fare selfie o di scambiare figurine e borracce o chissà che altro, e allora alla fine restano i velocisti.

Caleb Ewan non può puntare all’Olimpiade che si corre su un percorso impegnativo né al Mondiale che ha tratti in pavé che dovrebbero essere indigesti per uno piccolo come lui, e dato che però lui non è un velocista qualunque si è posto un obiettivo ambizioso: vincere tappe in tutti e tre i grandi giri. Ma anche se non avrà lo stress della classifica generale non potrà concluderli tutti e tre, per cui voi dite che il Giro è la corsa più dura del mondo e allora alla prima occasione Calebino farà le valigie.

C’è solo una persona che in questo periodo va più piano di Elia Viviani ed è Elena Cecchini. Allora, per restare in famiglia, Elia con la sua esperienza da pistard potrebbe provare a lanciare le volate al fratello Attilio, hai visto mai?

5 anni fa Fernando Gaviria era praticamente imbattile su pista, il giovane promettentissimo che prometteva moltissimo e tutti se lo contendevano. Oggi cercano di disfarsene ma nessuno lo vuole.

Compatibilmente con la presenza alla settimana della moda, sarà alla partenza, almeno a quella perché all’arrivo è difficile dato il suo ginocchio volubile, lo stilista e campione italiano ed europeo Giacomo Nizzolo che non ha mai vinto una tappa in un grande giro. Ora o mai più, più probabile la seconda.

Una delle cose più agghiaccianti che mi è mai capitato di leggere è stata la descrizione, fatta dalla fidanzata, dello stato di Fabio Jacobsen dopo l'”incidente” in Polonia. Dylan Groenewegen fece quella che alcuni definirebbero una volata di mestiere, di giustezza, e sono gli stessi che in pratica hanno rimproverato a Longo Borghini di non aver stretto alle transenne Van Vleuten all’ultimo mondiale. Groenewegen è stato squalificato, è stato socialmente insultato e minacciato, ed è difficile immaginare in che condizioni psicologiche più che fisiche rientrerà. Invece le transenne, che a un certo punto sembravano le uniche colpevoli, non sono state squalificate, e anzi il Giro di Polonia è stato premiato dalla Polonia come miglior evento sportivo in Polonia dello scorso anno, figuriamoci il peggiore. Con altrettanto cattivo gusto una nota rubrica televisiva di ciclismo non perde occasione di mostrare e rimostrare l’incidente da tutte le inquadrature, ma se non altro ci ricordano l’accaduto, che alcuni giudici di gara sembrano aver già dimenticato continuando a vedere il mestiere e la giustezza dove invece ci sono solo plateali scorrettezze.

E poi tra i velocisti alcuni inseriscono Davide Cimolai, ma quelli sono i soliti scemi che vogliono fare gli scherzi.

La Zeriba Suonata – una scheggia viva

Quando ho presentato il disco di Madlib e Four Tet ho scritto di aver riconosciuto un frammento di RoniSize/Reprazent, ma non che io sia un esperto, è che il pezzo Brown Paper Bag da cui è tratta quella scheggia era famoso e accompagnato da un bel video. E a dimostrare che non sono un esperto c’è che dopo mi chiedevo se quella non era a sua volta una citazione, proprio perché non so niente della realizzazione dell’album Free Forms, e in fondo Roni Size è un dj e smanettone e l’anno prima il suo collega DJ Shadow aveva inciso il disco tutto frammenti Endtroducing…, che tra l’altro ha ispirato Madlib e Four Tet. Insomma per farla breve c’era un modo per verificare come stavano le cose, cercare una versione live di quel pezzo, dove si può vedere che il brano era suonato eccome, e il valente contrabbassista era Si John.

RoniSize/Reprazent- Brown Paper Bag live

La Zeriba Suonata – La variante indiana

La cosa migliore che si può dire del gruppo The Vaccines è che hanno scelto quel nome in tempi diciamo non sospetti, per il resto, anche se di gruppi brit-pop inutili ce ne sono stati tanti da quando hanno inventato il termine ad oggi, come loro credo pochi, e allora non ci curiamo di loro ma parliamo della variante indiana. Se la Gran Bretagna nel suo splendido isolamento vecchio e nuovo ha voluto colonizzare mezzo mondo, inevitabile che ci siano diversi musicisti britannici di origine indiana. Sheila Chandra era attiva già negli anni 80, la sua musica è stata definita ambient ethereal folk ma la definizione più brutta è world music. Però questa Songbird è praticamente pop. Ne scrivo al passato perché una sindrome alla bocca ha messo fine ai suoi virtuosismi vocali. Un piccolo boom dei musicisti indiani c’è stato negli anni 90, con il musicista e produttore Nitin Sawhney molto richiesto, ma ci sono stati anche dei cosiddetti one-hit-wonder. White Town (al secolo Jyoti Mishra) ebbe molto successo con Your Woman e i Cornershop con Brimful Of Asha. Io pensavo che fossero spariti e invece proprio per questo post sono andato a verificare e ho constatato che hanno continuato le loro carriere, White Town elettronico e danzabile, con Cut Out My Heart quasi à la Soft Cell, mentre ai Cornersop vengono meno bene le cose brit-brit, meglio quelle bizzarre come England Is A Garden. Però negli anni 90 i miei preferiti erano i Raissa, gruppo trip-hop composto da Paul Sandrone e Raissa Khan-Panni, di origini anche indiane. Dall’unico loro disco che mi manca, Believer, vi propongo il video difficile da trovare ma che al tempo passava sulle tivvù italiane: Walk Right Through. Dopo tre dischi i due musici hanno sciolto i Raissa e formato The Mummers. Ma quel cognome lì, “Khan”, mi viene il sospetto che sia molto diffuso, come “Singh”, ammesso che siano cognomi, e insomma Raissa Khan-Panni non è parente della pachistana Natasha Khan dei Bat For Lashes, più recenti e forse anche più famosi, però li ascoltiamo lo stesso con What’s A Girl To Do. in conclusione penso che questi ascolti siano sufficienti a dimostrare che questa variante indiana qui non fa male, anzi.

La Zeriba Suonata – Sami, not same

Con questa rubrica in soli due giorni dall’Australia dei Dead Can Dance, che vennero in Europa a suonare musica medievale senza chiedere il permesso, voliamo al capo opposto del mondo, dove anche la lappone, o sami, norvegese Mari Boine, che è in giro da oltre 30 anni, ci suona un po’ arcana, o forse esotica, o semplicemente diversa dalla musica diciamo mainstream occidentale, per quanto influenzata da rock e jazz.

Mari Boine – Radiant Warmth

Invece la bi-connazionale (in quanto norvegese e di origine sami) Ane Brun suona più anglo-convenzionale, folk-pop e folk-rock, acustica ed elettronica, e questo video in particolare è molto lontano dalla selvatica natura che ci proponeva la prima. In più, se fate caso alla data di pubblicazione, con questa idea ha preceduto vari altri claustro-video.

Ane Brun – Trust

Mari a colori e Ane in bianco e nero

La Zeriba Suonata – Misteri italiani all’estero

Questo è un post pieno di misteri, ce ne sono più che in programma tivvù di Carlo Lucarelli. E per iniziare in tono partiamo dall’altro capo del mondo, il Down Under, dove ai lividi albori degli anni 80 si forma un gruppo musicale con un nome che mette allegria perché richiama il ballo: Dead Can Dance. Il gruppo, che in sostanza è il duo Lisa Gerrard-Brendan Perry, presto si trasferisce in Gran Bretagna dove vengono ingaggiati dall’etichetta 4AD. All’inizio fanno musica dark ma poi per essere più al passo coi tempi si mettono a suonare musica medievale e arcana con strumenti desueti. Inoltre, a giudicare da qualche titolo e da qualche copertina, sembrano affascinati dal visionario pittore Hieronymus da ‘s-Hertogenbosch, cittadina che evidentemente genera fenomeni visto che c’è nata pure Marianne Vos, che non c’entra ma era giusto per pigliare una boccata d’aria. E c’è proprio un famoso dipinto di Bosch sulla copertina dell’album Aion del 1990 dove dentro invece i DCD suonano un saltarello, antica danza dell’Italia centrale. Perché? Boh.

Dead Can Dance – Saltarello

Nella scuderia 4AD negli anni 90 c’era un’atra Lisa, però questa americana, che si potrebbe definire anticipatrice di quel gruppetto di dark ladies canterine che nel secolo successivo, cioè questo, non costituisce una vera e propria scena ma delle affinità in nero tra di loro direi che ci sono: Emily Jane White, Chelsea Wolfe, Weyes Blood, Angel Olsen, Lana del Rey e via inquietando, con l’unica differenza che Lisa Germano aveva un aspetto tranquillo da brava ragazza, un’insospettabile, mentre se prendiamo una a caso, per non fare nomi Marissa Nadler, per dirla con Totò una con una faccia così si arresta a priori. Ma veniamo al dunque, Lisa Germano nel 1994 incide Geek The Girl in cui all’inizio verso la metà e alla fine del disco si sente un motivetto citato solo nelle note interne come “italian folk tune called Frascilita”. Ma il punto è che di questo motivetto siciliano nessuno sa niente, e su internet si trova solo gente che chiede se esiste davvero questa canzone. Il mistero si infittisce.

Lisa Germano – Frascilita + My Secret Reason

Gli orrori del passato spiegati ai post-millenials

Tra tutte le guerre che ci sono state nel mondo da quando la guerra finì, quelle che più colpirono gli italiani furono le guerre iniziate 30 anni fa nell’ex Jugoslavia dove la caduta del cosiddetto comunismo fece esplodere l’insofferenza reciproca di popoli, o il sinonimo che preferite, costretti a convivere dal Maresciallo Tito, un tipo che non mi meraviglia che sia stato rimpianto da qualcuno, perché si sa che i militari cattivi sono solo quelli dell’altra sponda, in senso politico. E queste guerre colpirono gli italiani soprattutto perché erano le più vicine a noi, dall’altra sponda, in senso geografico, in luoghi dove molti andavano a passare le vacanze a buon mercato. In questi conflitti si commisero orrori degni (si fa per dire) del nazismo, ma questo non poteva giustificare altri orrori, e invece sul finire di quelle guerre in Italia venne generata un’orrida creatura che neanche la vivace fantasia di Mary Shelley avrebbe potuto partorire: il LigaJovaPelù, un mostro a tre bocche che gettava nel panico la popolazione sbraitando: Il mio nome è maipiù!, un messaggio peraltro condiviso dai malcapitati che appunto si auguravano di non incontrare mai più quel mostro. Allora ai giovani dico che è importante ricordare gli orrori del passato per evitare che si ripetano in futuro, e mi riferisco al LigaJovaPelù, non alle guerre che quella è una guerra persa.