Chi è che fa notizia

Oggi i media danno ampio spazio all’assoluzione di un calciatore che a suo tempo fu accusato per una faccenda di scommesse e ovviamente è partita la lamentela per le vittime della giustizia e sbattute in prima pagina come mostri, però almeno la sua assoluzione ha fatto notizia, cosa che non vale per tutti, e lo dimostrano in ambito più ampio le notizie di questi giorni.

Il Parlamento italiano in coro ha invitato sia il Governo che il CONI a sostenere la causa di un marciatore italiano condannato dalla giustizia sportiva e assolto dalla giustizia ordinaria, con ciò implicando che IAAF WADA CIO e pure CIA abbiano complottato contro di lui, e se ne deduce che abbiamo un parlamento cospirazionista. Il ciclista Davide Rebellin fu squalificato quando era uno dei più forti al mondo nelle corse in linea, anni dopo anche lui è stato assolto dalla giustizia ordinaria ma, tranne una parentesi polacca, non ha mai trovato un ingaggio in squadre professionistiche, neanche in quelle professional italiane che non la contano mai giusta.

C’è un tennista italiano che potrebbe entrare addirittura nei primi 20 del ranking mondiale, ma il ciclista Diego Ulissi, che oggi rientra al G.P. Indurain, prima del problema cardiaco era stabilmente nei primi 10 della classifica UCI.

La diva del nuoto si è qualificata a reti unificate per la sua quinta Olimpiade. Brava, eguaglierà il record della ciclista Roberta Bonanomi, anche se lei non era una diva, con quel che ne consegue in termini di attenzione e soldi, e poi in quelle occasioni correva come gregaria, e in fondo nella sua carriera si è limitata a vincere un mondiale cronosquadre, il Giro del 1989 e qualche tappa al Tour.

Due di tutto

Nel 2018 Vincenzo Nibali correva per la Bahrain-Merida e il suo azzardo vincente alla Sanremo ispirò Kasia Niewadoma della Canyon-Sram che il giorno dopo vinse il Trofeo Alfredo Binda. Quest’anno la vittoria di Jasper Stuyven della Trek-Segafredo, che si era detto “All or nothing”, ha ispirato la compagna di squadra Elisa Longo Borghini che in verità non ne aveva tanto bisogno perché solo alle Olimpiadi di Rio corse per il piazzamento che comunque significava una medaglia. E rispondendo a uno scatto proprio di Niewadoma a 26 km dal traguardo Longo Borghini è partita da sola e quando dietro si è formato un piccolo gruppetto di inseguitrici non ha pensato che fosse il caso di aspettarle, cosa che avrebbe significato ricominciare tutto daccapo, ma ha continuato con la sua tenacia che la fa andare forte anche in discesa, nonostante nel 2013 nella discesa del circuito del campionato italiano sia andata a finire sotto un guard-rail pochi mesi dopo aver vinto il suo primo Trofeo Binda. Ma forse Elisa ha contato o sperato pure che dietro si guardassero e così è stato perché c’era Marianne Vos che fa ancora paura, non si vedeva in corsa ma quando Elisa è partita è comparsa improvvisamente in terza posizione, per le avversarie era come avere Alaphilippe Ewan Van Aert e Van Der Poel in una sola persona, e così che si guardassero o procedessero in doppia fila si sono sempre risparmiate e avevano ragione perché, nonostante abbia lavorato di più in quanto è orgogliosa e non si tira mai indietro e a 19 anni già si prendeva la responsabilità della corsa, Marianna ha vinto la volata delle battute per distacco. Due successi nel World Tour in due giorni per la Trek ma in Toscana si correva la prima edizione di una corsa dedicata all’altro storico Alfredo cioè Martini, non un grande omaggio perché in altri tempi una corsa così l’avrebbero definita open, c’erano solo due squadre della massima serie e, già che c’erano, Matteo Moschetti, anch’egli della Trek, ha vinto questa corsetta breve e piatta in una volata di gruppo pure setacciato da una caduta, ma meglio di nothing.

Binda frainteso

Ieri c’è stata la sobria presentazione del percorso del Giro d’Italia, per la quale le norme anti-covid scongiuravano a priori il rischio di pacchianate come quando calarono dall’alto Contador in una specie di gabbia per canarini. Ma qualcosa in RAI dovevano inventarsi per attirare pubblico per quello che è uno degli eventi più noiosi del ciclismo mondiale, ed ecco che proprio in apertura si avanza una bella bionda recante il trofeo senza fine, una bella ragazza che non sembra proprio a suo agio in quel ruolo tra modella e facchino e che soprattutto ha un viso che non mi è nuovo, e già, perché quando una persona la si vede sempre e solo in un contesto la volta in cui il contesto cambia si può non riconoscere subito, e infatti la biondina era Letizia Paternoster, ormai ragazza immagine del ciclismo italiano, e speriamo che l’abbiano pagata visto che le è toccato il compito più faticoso. Ma certo la partecipazione gioverà alla sua popolarità e potrà procurarle degli sponsor, di cui ha già dimostrato di fare buon uso quando di recente ha salvato una squadra di giovanissime. La Paternoster era senza casco e bicicletta ma con i tacchi e una gonna che, una volta seduta, le lasciava scoperte le gambe, e qui si vede ancora una volta come Alfredo Binda sia stato frainteso se non tradito. Non voglio di nuovo scrivere che la più importante classica femminile l’hanno intitolata a lui che era contrario al ciclismo femminile e diceva che le donne devono stare a casa, perché pensandoci in fondo la prima edizione della corsa c’è stata nel 1974 mentre Binda è morto nel 1986 e se avesse avuto da ridire o avesse voluto contestare l’uso del suo nome per una manifestazione che non gli piaceva avrebbe avuto il tempo per farlo, ma invece mi riferivo al fraintendimento di una sua famosa frase, in cui diceva, in cittigliese stretto e al netto di accenti e dieresi, che nel ciclismo “ghe voren i garun”, cioè ci vogliono le gambe. Ecco, lui intendeva la forza delle gambe, e invece in RAI chissà cosa hanno capito e quando la Paternoster si è seduta le telecamere fisse che in genere nel ciclismo inquadrano il rettilineo finale si sono fissate dietro il tavolo con Letizia, e con letizia degli spettatori. Del resto lo spettacolo ufficiale era ben poco spettacolare, una passerella di direttori e manager e amministratori e politici, e non poteva mancare il nuovo presidente della Federciclismo, l’ex pacer (=guidatore di derny) Cordiano Dagnoni, che la prima uscita infelice della sua presidenza l’ha fatta subito già all’acclamazione, e proprio sul ciclismo femminile, dicendo che se vogliono la bella presenza ce l’abbiamo, specificando poi che è quello che vogliono i media, lui non ci tiene. Durante la trasmissione, dai vari presenti e presenzialisti si sono sentite solo frasi impettite e dignitose, di circostanza, l’unica a scantonare, come se all’improvviso si fosse trovata davanti Kirsten Wild, è stata proprio Letizia che ha detto che quest’anno “è importante soprattutto per me”, mettendo il ciclismo al centro della sua annata e sé stessa al centro di un pomeriggio in cui si parlava di tutt’altro, perché poi viene fuori la ciclista decisa che tra l’altro può davvero vincere una medaglia olimpica, soprattutto nella madison con Elisa Balsamo, e in più può concentrarsi sulla pista al contrario di Ganna che dovrebbe correre pure su strada. E a proposito di Ganna e del percorso del Giro, che non si dica che gli organizzatori hanno cercato di favorire gli italiani, perché dopo l’exploit dell’anno scorso ci si poteva aspettare una decina di tappe a cronometro e invece sono solo due, di cui una nel giardino di casa Ganna ma questo è un dettaglio. Poi ci sarà lo Zoncolan, che Letizia ci ha tenuto a ricordare che fu affrontato prima dalle donne, e viene da chiedersi cosa succederà lassù, ma non per la classifica ché quella dello Zoncolan è sempre una tappa indecisiva per il risultato finale, come avrebbe potuto dire Giada Borgato se l’avessero chiamata a ingentilire ulteriormente l’ambiente, ma per i famosi indiani, perché non c’è motivo di pensare che a maggio il problema covid sarà risolto, e allora gli indiani usciranno ugualmente dalle loro riserve rosse arancioni e gialle per vedere la corsa? Sono uscite anche le tracce dei temi per gli esami, cioè no, pardon, volevo dire i famosi temi ed eventi da celebrare e ricordare nel doposcuola cui in RAI tengono molto: 700 anni dalla morte di Dante, 160 dall’Unità d’Italia, 100 dalla nascita di Alfredo Martini, 90 anni della maglia rosa. poi la tappa del vino, quella di Bartali, la Cima Coppi, la Montagna Pantani, lo Zampellotto Cassani, e chi più ne ha cortesemente se le tenga perché non se ne può più. Infine sono previsti molti chilometri di trasferimento, lo si sa già ora, per cui i ciclisti inizino a pensare da adesso quali contestare e a cercare qualcuno dietro cui nascondersi dato che il miliardario Adam Hansen si è ritirato.

Il favorito di Letizia Paternoster per il Giro è sempre Vincenzo Nibali, che casualmente corre nella sua stessa squadra.

La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”

Partendo dalle priorità

Anche le priorità sono opinabili. In questo periodo io avrei detto che le priorità del governo sono l’emergenza sanitaria e la crisi economica conseguente, invece poi scopro che almeno secondo l’ex premier jettatore le priorità sono i servizi segreti e il ponte sullo stretto di Messina. Allora non ci sarebbe niente di male se il governo, che ha un ministro apposito, si interessasse pure delle critiche del CIO sulla legge di riforma dello sport che lo renderebbe non indipendente dalla politica, come vuole invece il regolamento olimpico. Il CIO è estraneo alle beghe italiane, la vicenda non l’ho seguita molto, non conosco la riforma né mi interessa, però mi chiedo se la questione riguarda solo l’Italia, se in paesi come il Bahrain, gli Emirati Arabi, il Kazakhistan, lo sport è davvero indipendente dalla politica. Il CONI che invece è interessato dice che se non si cambia la legge ci saranno sanzioni, ma nel caso non credo si arriverebbe all’esclusione dell’Italia dalle Olimpiadi, forse si tratterà di sanzioni pecuniarie che l’Italia non avrebbe problemi a pagare visto che già butta tanti soldi che non ha, o la perdita delle Olimpiadi invernali che neanche sarebbe un problema, figuraccia più figuraccia meno. Però qui si continua a parlare tranquillamente di atleti che preparano le olimpiadi ma gli atleti non so se sono tanto tranquilli, tenuto conto pure del fatto che non è certo che poi si svolgano questi giochi di Tokyo viste le ondate continue di covid. E questa incertezza potrebbe avere conseguenze sui programmi degli atleti e forse le ha già, insomma questo è il secondo anno olimpico consecutivo e non so se tutti vogliono fare le stesse rinunce già fatte l’anno scorso, quando ad esempio i biker hanno rinunciato a tutta o quasi la stagione del  ciclocross. Sarà forse per questo che alcuni avranno pensato meglio l’uovo oggi che un’incerta gallina domani, hanno gareggiato nei campi hanno disputato i campionati italiani e forse faranno pure i mondiali, per la gioia del cittì Scotti che in passato si disperava per questo. Poi qualcuno tra loro oltre alla programmazione olimpica ha avuto problemi di salute o infortuni, ma comunque sia ieri a Lecce c’erano tutti ai campionati disputati su un percorso disegnato da Vito Di Tano, e a suo merito va detto che non si è fermato ai tempi di quando correva e vinceva soprattutto quando c’erano da fare molti tratti a piedi, è attivissimo e al passo coi tempi e il percorso era quasi tutto da fare in bici. E tra gli uomini ha vinto proprio un biker, Gioele Bertolini, che per la mtb olimpica non sarebbe neanche certo di essere selezionato, tanto più che quest’anno agli avversari si aggiungerà Jakob Dorigoni, campione uscente e ieri secondo, che non ha trovato ingaggi su strada. Tra le donne è tornata l’altra biker Chiara Teocchi, seconda davanti alla Lechner che non era in grandi condizioni, ma la notizia è la vittoria di Alice Maria Arzuffi. Suonava strano che la prima italiana a vincere nel Superprestige non avesse ancora vinto il campionato nazionale élite, ma trovava sempre la Lechner scatenata, ieri c’è riuscita e dato che corre per un team belga Het Nieuwsblad ha scritto “Eindelijk Arzuffi”, che significa “finalmente Arzuffi”.  Chi il mondiale non dovrebbe correrlo è Fabio Aru, e diciamo che uno che arriva decimo mentre i posti sono cinque non dovrebbe essere selezionato, e tra l’altro uno che non aveva punti non avrebbe dovuto partire dalla prima fila, forse ci saranno le wild card pure per questo? E allora perché tutte queste attenzioni? Intanto diciamo che lui ha ottenuto risultati che altri professionisti, come Trentin, quando tornavano nei  campi non ottenevano, facendo solo le comparse. Ma l’impressione è che questa specialità così povera si attacchi anche alla popolarità di Aru per avere pubblicità, e vedendo il video diffuso la settimana scorsa pure dalla Gazzetta, in cui c’è Aru coperto di fango dalla testa ai piedi che cerca di lavarsi almeno le mani con l’acqua di un bidone, chissà quanti ragazzi potrebbero appassionarsi a questa disciplina, tanti, forse.

EINDELIJK!

La meglio gioventù del 2020

Quelli che hanno la memoria corta hanno detto che questo è stato l’anno del ricambio generazionale nel ciclismo e quelli che ne capiscono hanno detto che sì vabbe’ però i vecchi in quest’anno compresso hanno impiegato più tempo a trovare la forma. Ai primi la Zeriba Illustrata potrebbe ricordare le tante promesse che anziché campioni sono state meteore, e pure il caso fresco fresco di un Bernal, che scopriamo avere problemi fisici auguriamogli risolvibili, dovrebbe invitare i commentatori ad andare con i piedi di piombo, e ai secondi si potrebbe ricordare l’ultratrentenne Roglic che è andato forte da subito e fino all’ultimo. E allora secondo la Zeriba chi potrebbe essere nominato miglior ciclista illustrato del 2020, mica Roglic? No, lui fa quello che può e lo fa bene, non è uno che può staccare i meglio scalatori in salita e deve accontentarsi di fare le volatone lunghe per pigliare gli abbuoni e poi sperare di non essere staccato lui o battuto a cronometro. E ritornando sulla faccenda del mondiale e dell’aiuto che non ha dato a Van Aert che invece è stato suo supergregario al Tour, nessuno pensa che per la  causa della Slovenia aveva lavorato Pogacar in persona e per far vincere Roglic non certo il fiammingo. Ecco, Pogacar, neanche lui lo direi ciclistissimo del 2020, ha corso poco dopo il Tour, bravo ragazzo dicono, ha commosso il vecchio Colnago, ma è così giovane e già così focalizzato su pochissimi obiettivi annuali. Neanche ci possono entusiasmare Hart e Hindley che si sono contesi il Giro più scarso dai tempi di Hesjedal e Rodriguez. Filippone Ganna è stato certamente il migliore degli italiani, ma nonostante un presente pesante con i 5 mondiali vinti finora e le 4 vittorie di tappa in un solo Giro se ne parla sempre come di un ragazzino promettente. Alla fine per qualità delle vittorie e quantità pure, nel senso che non si sono risparmiati tra strada e cross, i  migliori sono stati Wout Van Aert e Mathieu Van Der Poel, una classica monumento cadauno, e finalmente protagonisti dello scontro tanto atteso nell’occasione ideale, il Giro delle Fiandre, che, grazie anche all’ennesima distrazione di Alaphilippe che ha pur vinto il mondiale ma è andato la metà dell’anno scorso, si sono contesi fino al fotofinish, e una storia così in genere si definisce da copione hollywoodiano, per cui direi che il ciclista dell’anno è stato Van Der Poel, o forse no, a pensarci bene Van Aert, no, Van Der Poel, no, forse Van Aert, quanto tempo ho per rispondere?

La ciclista dell’anno viene troppo facile dire Anna Van Der Breggen che ha vinto tutto o quasi, e infatti io lo dico facilmente, a dimostrare che in campo femminile le trentenni tengono bene, anzi addirittura quest’anno la più forte sembrava ancora una volta la quasi quarantenne Van Vleuten, ma poi si è infortunata. In più c’è stato il ritorno ai livelli del passato della Signora Deignan, e forse neanche lei ci sperava, a volte ha vinto facendo gioco di squadra con la migliore italiana, Longo Borghini, come alla Course dove erano tutte contro Marianne Vos che però con un po’ di accortezza in più poteva farcela. In questi giorni sono andato a rivedere i mondiali su strada e prima ancora nel cross che la volpina vinse a 19 anni, correndo con forza astuzia e già come se fosse il faro del movimento, e non c’è paragone con le attuali giovani emergenti, tra le quali spiccano la Wiebes che vince già da tre anni ma solo volate preferibilmente lanciate dalle compagne, la Paternoster che quest’anno si è vista solo su pista e si spera che non si distragga molto con i suoi video, e la Balsamo che delle tre è la più versatile e affidabile. Ma una citazione, che se questa fosse una premiazione sarebbe un premio speciale, va fatta per la belga Lotte Kopecky: nel 2017 ha vinto il primo mondiale dell’americana in coppia con la rivale D’Hoore con cui sembra non parli molto e la pista è il suo obiettivo olimpico, è migliorata molto su strada vincendo la tappa del Giro in provincia di Caserta, quella in cui cadde Van Vleuten, e poi invece di riposarsi ha voluto provare il ciclocross e ci ha preso gusto a inzaccherarsi di fango andando forte anche in Coppa del Mondo, e un ipotetico premio alla multidisciplinarietà sarebbe senz’altro suo. Anche Fabio Aru è tornato a divertirsi nel ciclocross, e chissà che, covid o non covid, non sia finita la triste stagione dei lunghi ritiri in altura.

Anna Van der Breggen si prepara per Tokyo 2021 ex 2020.

Zona arancione

I campionati europei di ciclocross si disputano a s’Hertogenbosch nell’ex Olanda, ma le cicliste ex olandesi non hanno certo bisogno di motivazioni ulteriori, però si corre senza pubblico ma le cicliste di cui sopra non hanno bisogno neanche dell’incitamento dei tifosi. E infatti a un certo punto, nel secondo giro, erano in 5 in testa alla gara e non creavano una macchia arancione solo perché l’ex caraibica Ceylin Alvarado indossa la maglia iridata, e alla fine, dopo aver vinto di nuovo in volata su Annemarie Worst, su quella ha messo prima la maglia della nazionale e poi quella di campionessa europea eppure non faceva tutto questo freddo, anzi dopo aver visto ieri le immagini del cross quasi balneare di Gallipoli viene da dire che invece di puntare a far entrare il ciclocross nel programma delle olimpiadi invernali si potrebbe mirare direttamente a quelle estive. Poi terza è arrivata quella Lucinda Brand che, come Lechner o Longo Borghini, un oro internazionale proprio non vuole vincerlo, ma oggi è stata danneggiata anche dall’immancabile pronostico RAI, perché quando si era portata in testa il commentatore Luca Bramati ha detto questa mi fa paura e tempo due millesimi di secondo Brand è caduta, anche se in verità per cadere lei non ha bisogno delle profezie RAI.

l’ultimo assembramento

Veniamo da ore di assembramenti pericolosi. A Napoli la ggente esasperata e impoverita che voleva protestare contro coprifuoco e chiusure, non disponendo di mezzi ha dovuto ricorrere ai fumogeni e alle bombe carta della Caritas e di questo passo a Capodanno dovranno fare “Bum” con la bocca. Ma se si vede il lato positivo delle cose qui ci escono 4 o 5 puntate di Gomorra, anche se non l’ho mai visto e non se si si tratta di una fiction o di un tutorial. Al Giro invece si continua a parlare della protesta, al punto che ricompaiono anche personaggi come De Zanino, cioè di quelli che al ciclismo ritornano solo quando c’è qualcosa di scandaloso o presunto tale da sfruttare. A ripensare all’accaduto e a quanto ho scritto ieri per oggi, è stato un bene che volente o nolente portavoce dei ciclisti sia risultato Adam Hansen, perché visto l’accanimento con cui cercavano di scovare e isolare i colpevoli, più che Vegni i suoi alleati – e dato che non mi piace generalizzare sono sicuro che se nel gruppo RAI ci fosse stato Pancani si sarebbe assistito a qualcosa di più decente – dicevo, se poi si fosse mirato a ricattare il colpevole, ma cosa gli fai a Adam Hansen che con lo stipendio da ciclista ci compra le sigarette per il giardiniere e il maggiordomo? Anzi Hansen ha detto ancora due cose interessanti, che si conoscono in anticipo le tappe ma non i famigerati spostamenti, e poi ha parlato di sistema immunitario, non so se AdS sa di cosa si tratta, e allora quelli che per ricordare tappe nella neve non sono andati indietro ai tempi eroici ma, bontà loro, si sono fermati già a Nibali 2013, si ricordino pure che allora non c’era il COVID. E qui semmai si può notare il risultato contraddittorio dello stop dei ciclisti che poi si sono assembrati dove potevano. Alla fine dispiace solo che Cerny, autore di una bella azione come non ne abbiamo ancora viste da nessuno dei primi tre in classifica, non riceverà il premio per la tappa per la decisione del sergente Vegni di non dare i premi ai ciclisti scioperati ma devolverli in beneficenza, e che triste populismo che è la beneficenza pubblicizzata. Poi dicono che la tappa di oggi ha riconciliato col ciclismo, sarà, l’Impronunciabile ha corso a ruota del compagno Dennis, dimostrando che la Ineos è ancora la squadra più forte anche se non ha vinto il Tour, e poi a ruota di Hindley che ha fatto qualche scattino inefficace, mentre dietro Almeida dimostrava di essere tra questi il giovane con più carattere e più senso dello spettacolo e Kelderman sembrava assente, e non a  caso stamattina era il favorito di Cassani. L’ex olandese nella sua carriera avrà avuto tanti problemi, di cui sappiamo forse solo una parte, ma non poteva vincere un giro corso solo limitando i danni, però speriamo per lui che gli assegnino almeno un premio per il miglior finto tonto, perché era davvero incredibile la faccia di (medaglia di) bronzo con cui ha ringraziato RCS per aver accolto le loro richieste. Finisce che i due contendenti rimasti sono a pari tempo, neanche un minimo distanziamento sociale, perché la tappa l’ha vinta l’Impronunciabile (non c’è uno di quei grandi professionisti della RAI capace di una cosa semplicissima come chiedere a Tao Geoghegan Hart come si pronuncia Tao Geoghegan Hart, invece di chiederlo a diesse italiani  che già hanno problemi con la lingua madre), e poi ci dicono che ha rischiato di diventare giocatore del pallone ma si è salvato iniziando a correre sul velodromo dove si svolsero le Olimpiadi di Londra del 1948, cioè dopo 72 anni il velodromo è ancora lì. E che fine hanno fatto i velodromi delle Olimpiadi di Roma, o quello di Monteroni e di tutti i mondiali successivi? E poi dicono che in Italia non ci sono ciclisti.

Secondi

Nei media la notizia della vittoriona di Filippone Ganna ha avuto meno spazio di quella della positività del gemello Simone al coronavirus manco fosse positivo al nandrolone, ma c’è una notizia ben più inquietante e ce la dà l’irrinunciabile Het Nieuwsblad: sui social sta avendo successo la maglia scarabocchiata pasticciata della EF, e se anche la gente stradale iniziasse a indossarla sarebbe un motivo sufficiente a chiedere il secondo lockdown. Proprio in occasione della vittoria di Ganna scrissi che ormai non ci speravo più nella vittoria di Puccio attesa da anni, ma oggi va in fuga e sembra anche il più in forma tra i fuggitivi, tra i quali però ci sono due della Israel che non solo fanno il gioco di squadra ma non sono neanche due ciclisti qualunque bensì due ex recordman dell’ora. E quando parte Dowsett sembra che anche stavolta per Puccio non c’è niente da fare, però un momento, sull’ultima salitella gli inseguitori recuperano parecchio e Puccio può farcela, e invece tornati sul piano Dowsett riprende a guadagnare e vince, e dietro il siculumbro vince la volatina per il secondo posto. Aspettavamo Puccio e invece spunta Pucci, o Fuffi o Bobby o come si chiamerà il cagnolino zoppo che entra nel percorso e nessuno riesce a fermare, ma per fortuna non provoca altre cadute che già siamo al completo, grazie. Dopo le interviste, al Processo si inizia a parlare di COVID e se qualcuno non ne può più e passa su RAISport a vedere il mondiale di mtb ed è a digiuno della materia, ascoltando il commentatore Luca Bramati non penserebbe mai che è il preparatore atletico e team manager di Eva Lechner, perché prima critica la criticabile scelta del cittì Celestino di non convocare altre donne, almeno Martina Berta e poi l’Austria che ospita le gare è vicina e la trasferta non  costava molto, poi ammira divertito l’azione con cui la giovane Frei stacca l’altoatesina, ma poi Eva dalla quarta posizione rimonta e va in zona medaglia e alla fine arriva seconda con un colpo di reni che è una cosa rara nella disciplina, e ottiene un’altra medaglia che però non è neanche stavolta l’oro ma per quello c’è sempre la mia idea della marathon dopo le olimpiadi, però pure gli europei tra una settimana, eh? Ormai diciamo sempre che questo è un periodo strano, e oggi, per la stagione e il terreno fangoso, sembra quasi ciclocross ma bisogna fare uno sforzo per ricordarsi che è mtb, e comunque nella gara femminile non è un caso che le prime due, la tricampiona Ferrand-Prévot e Eva Lechner, sono anche ciclocrossiste, mentre in campo maschile di crossisti non ce ne sono molti, non Van Der Poel che come materia olimpica vuole portare proprio la mtb ma quest’anno preferisce le residue classiche del nord allo scontro con l’octocampione Schurter, che neanche ci sarebbe stato perché Nino è nono mentre a sorpresa vince Sarrou, e quarto arriva Luca Braidot a proposito del quale Bramati ci regala una delle sue perle, dicendo  che è difficile distinguerlo dal gemello Daniele soprattutto quando hanno la maglia azzurra, e viene da chiedersi se è più facile quando hanno entrambi la maglia del C.S. Carabinieri, forse i gradi sono diversi, chissà. 

Ma Eva quando riuscirà a essere finalmente la prima donna?

Ciclismo e politica

Il mondiale di ciclismo femminile ha sfiorato il milione di telespettatori ed erano di sicuro tutti interessati alla gara dal momento che questo sport non concede niente al voyeurismo, come potrebbe essere invece con l’esposizione di glutei nella pallavolo o nel salto in lungo oppure con la seconda pallina infilata sotto il gonnellino nel tennis. Quindi del mondiale maschile che fa molti più ascolti bisognava approfittare per usi promozionali e politici, e diciamo che per la promozione turistica bisogna ringraziare la regia internazionale per le riprese davvero spettacolari, riprese (nel senso del participio passato) anche da Het Nieuwsblad. Dopo che Vicenza per disinteresse politico ha perso i mondiali, questi sono stati poi riassegnati all’Italia per la faccenda del COVID, e la politica in senso lato si è fatta viva durante la diretta RAI. Durante la quotidiana auto-celebrazione Pancani è arrivato a dire che senza l’intervento dell’Italia i mondiali non si sarebbero disputati, ma non  è vero perché c’era già pronta la Francia, e poi è disceso tra i suoi sottoposti il Direttore Bulbarelli che, dopo aver riconosciuto le difficoltà di un Giro in autunno e aver minacciato la presenza di due nuovi commentatori di cui non ha fatto i nomi limitandosi a dire che il Giro l’hanno vinto (ohibò, Gotti? Basso?), ha riportato la polemica tra il Presidente del CIO e il Governo italiano. In sostanza il CIO prevede che i comitati olimpici nazionali siano totalmente indipendenti dalla politica, ma secondo Bach la legge di riforma italiana non sarebbe conforme alla Carta Olimpica, mentre il Ministro nega tutto, anche che sia previsto un meeting sulla questione. E’ vero che i politici italiani spiccano per incompetenza e incapacità che non possono compensare con la mania di protagonismo, però è anche difficile credere che i comitati olimpici siano indipendenti dalla politica in paesi come la Russia, il Kazakhistan, il Bahrain eccetera, ma anche nei democratici paesi europei. Poi l’esito del campionato mondiale almeno ha tolto ai politici italiani un’occasione per vantarsi di meriti non loro; infatti ha vinto Julian Alaphilippe che tra l’altro avendo come cittì della nazionale Thomas Voeckler sta migliorando molto anche sul piano delle smorfie. Tra gli sconfitti possono avere rimpianti Pogacar e Van Aert. Pogacar forse si è sentito colpevole o in debito verso Roglic per avergli strappato il Tour, e oggi forse ha corso per lui attaccando al penultimo giro, e avrebbe avuto bisogno di uno specchietto retrovisore per le tante volte che si è girato, forse voleva stancare gli avversari, ma se l’avesse fatto all’ultimo giro poteva giocarsi la vittoria. Van Aert non ha creduto in un tentativo con Nibali Uran e Landa, forse l’idea di un attacco con Landa gli faceva venire da ridere, e quando invece è partito Alaphilippe non gli è riuscito di andargli dietro, e l’inseguimento di Van Aert + 4 ha favorito l’attaccante, perché i 4 erano frenati dal fatto che Van Aert è molto più veloce ma lui a sua volta era frenato dal fatto che i 4 non collaboravano. Il punto è che nella banda dei 4 c’era Roglic, che nella circostanza correva per un’altra nazione ma in genere è compagno di squadra di Van Aert che molto ha lavorato per la causa di un Tour che il capitano sloveno non ha saputo vincere e quindi avrebbe potuto sentirsi un po’ in debito, anche giustamente, a differenza di Pogacar che in Francia ha solo fatto la sua corsa. Comunque i 4 avevano ragione su Van Aert che per il secondo posto ha lanciato la volata in testa e si è tolto tutti dalla ruota. Infine il mondiale della squadra di Cassani è stato più anonimo di quello che si temeva, si può discutere su qualche gregario, dell’esclusione di Mosca ad esempio, ma non avrebbe cambiato la sostanza, perché ogni tanto si intravede un nome nuovo, un futuro campione, ma poi alla fine ci si affida sempre a Nibali che a 36 anni avrà risentito più di altri dei mesi passati solo a fare i rulli.

Anche il Premier ha ringraziato i ciclisti italiani.