La Zeriba Suonata – il Cane che aveva un’anima ma però era dannata

Fino a poco tempo fa a proposito dei Residents ci si domandava chi erano e se erano sempre gli stessi musicisti o qualcuno era cambiato dato che il gruppo è in giro dalla prima metà degli anni 70, ma ora invece la domanda è se è esistito davvero il bluesman nero Alvin Snow detto Dyin’ Dog, un seguace di Howlin’ Wolf che anni fa avrebbe suonato con un componente del gruppo e sarebbe poi scomparso. The Residents hanno “ripubblicato” su 7 pollici riccamente confezionati i brani, tutti all’insegna di morte e dannazione, dell’unico demo registrato da Alvin Snow, tra i quali spicca Bury My Bone, e poi hanno proposto un album di loro versioni dei suoi brani intitolato Metal, Meat & Bone, in cui collaborano anche altri musicisti come Black Francis/Frank Black in Die! Die! Die! Certo che un bluesman nero albino che si chiama Alvin Snow (cioé Neve), è meno probabile del catoblepa, e l’idea del musicista inventato non è neanche tanto nuova, spesso gli artisti inesistenti sono stati strumenti di beffe come fu con il pittore Jusep Torres Campalans “conosciuto” da Max Aub. E pure in Italia non molto tempo fa, dopo le altre beffe del progetto Luther Blissett, il più convenzionale Istituto Barlumen ha proposto la storia del grande rocker Leon Country. Se però l’idea non è originale quando senti il disco è tutt’altra musica, perché secondo me i vecchi Residents suonano più divertenti e anche personali di tutto il blues e il rock-blues che in questo secolo ci hanno proposto i vari musicisti americanofili, bluesologi, dietrologi, filologi, giratori di dischi e nostalgici.

Altrove e più altrove

Se uno vuole raccontare una storia di emigrazione deve raccontare una storia triste e con un pistolotto ideologico, non scherziamo, l’argomento è di sicuro richiamo, insomma vende, soprattutto tra il pubblico schierato, ed è oggetto di acceso e ipocrita dibattito politico. E ho l’impressione che ci si buttino anche persone che non hanno vissuto un’esperienza del genere, ma parlano di altri, semmai attenendosi a quello che si dice nel proprio schieramento. Shaun Tan, la mia grande scoperta di questo periodo (qui e qui), è un australiano nato in Australia e l’esperienza dell’emigrazione l’hanno fatta i suoi genitori malesi. Nel 2006 ha pubblicato The Arrival (in Italia L’approdo, Tunué, 2016), per il quale ci sono voluti 4 anni di studi e preparazione, un lungo periodo in cui ha letto libri e ascoltato aneddoti (che per me sono fonti storiche preferibili ai trattati dei professori) e si è documentato anche visivamente con dipinti, foto, cartoline, film (tra cui Ladri di biciclette), incisioni, e ha consultato l’archivio di Ellis Island. Ma quello che ne è uscito non è materiale per politici e sindacalisti, perché è il racconto di un doppio viaggio, affrontato prima da un padre e poi da moglie e figlia, in un luogo fantastico in cui paesaggi architetture e animali sono strambi come solo lui sa immaginarli, e il tutto è disegnato a matita molto dettagliatamente e colorato in grigio e seppia al computer. Si potrebbe definire un racconto senza parole, ma le parole ci sarebbero solo che sono in una lingua immaginaria. In quarta di copertina cartonata ci sono gli entusiastici apprezzamenti di Art Spiegelman, Marjane Satrapi, Craig Thompson e Brian Selznick, e se non vi fidate di me fidatevi di loro e cercate questo libro.

Posto un’immagine meno suggestiva per non fare spoiler visivo.

metafisica dei tubolari

In questo momento ci sono cose più importanti, però in questa desertificazione del calendario ciclistico ieri è stato come se l’assetato nel deserto, appunto, che è un classico delle vignette, invece che semplice acqua avesse trovato un’aranciata fresca o un cocktail, a seconda dei gusti, perché la prima tappa della pur rabberciata Parigi-Nizza, pure a futuro incerto dato l’evolversi della situazione in Francia e l’arrivo vicino al confine con l’Italia, con il clima freddo e piovoso e i paesaggi nordeuropei e anche una salitella in pavé ricordava proprio le classiche del nord. E poi si sono dati battaglia i grossi nomi con in testa Alaphilippe che con gesti plateali in favore di telecamera mostrava di avere le mani infreddolite, facendo venire il sospetto che, più che di Hinault o in subordine Jalabert, aspiri a essere l’erede di Voeckler. Poi all’arrivo è stato infilato dal tedesco Schachmann mentre il leader dell’AG2R Bardet è rimasto attardato e fa piacere non per lui che fa il suo mestiere ma per la sua squadra, una di quelle che non hanno sospeso completamente l’attività, come Astana e Movistar, ma hanno soltanto rinunciato alle gare italiane,  che se avessero aspettato a fare annunci gli organizzatori italiani gli avrebbero risparmiato la figura poco simpatica. Intanto si spera che tutte le gare saltate, che chissà quante saranno alla fine, trovino una ricollocazione in un calendario già sballato dalle Olimpiadi a loro volta incerte, ma c’è anche il fatto che non si pensa a trovare un posticino a giugno, in contemporanea con Svizzera e Delfinato, o a luglio, quando c’è il Tour, o ad agosto con la concorrenza dei giochi olimpici e soprattutto di Capodarco, e neanche nel pienissimo settembre con Vuelta ed Europei, ma nell’orgia di ottobre, la Classicissima di Primavera dopo la Classica delle foglie morte, un paradosso temporale. Ma se qualche organizzatore di corse per ora cancellate, non avendo l’ok dall’UCI per una nuova data, pensasse di farne una gara nazionale? Una Sanremo o un Giro aperti alle squadre continental, corridori e squadre e sponsor italiani in quantità, spazi televisivi che non ci sarebbe motivo di negare, perché ricordiamo che in fondo, anzi in gran fondo, in Italia la gara con la diretta più lunga è una corsa amatoriale, quella sarebbe una bella avventura. Però, qualunque cosa si decida, l’importante è che finisca la parabola del virus, anche se per qualcuno sembra che il problema principale sia la diretta in chiaro delle partite del pallone. E a questo proposito gli aspiranti commentatori ricordino che quando si gioca a porte chiuse bisogna sempre dire che si gioca in un clima surreale.

venerdì in coriandoli

C’è stata martedì scorso una diretta su RAI3 dal Carnevale di Viareggio dove c’era un carro con il pupazzo di Greta e l’ideatore ha detto che l’anno scorso ne avevano fatto uno con Frida Kahlo.

Poi qualcuno ha detto che Greta sicuramente ci salverà tutti ma il suo staff dovrebbe consigliarle di vestire meglio.

Qui invece qualcuno che evidentemente non trovava abbastanza persone su cui spruzzare le schifezze spray le ha usate per disegnare sui tronchi degli alberi della villetta in pieno centro.

La Domenica della Zeriba – Storia del Re cialtrone

Oggi non vi propongo né favole né fiabe ma la storia  di un Re e mi scuserete se tratto anche argomenti scabrosi ma con i regnanti e i cortigiani inevitabilmente si finisce a parlarne. Consiglio pertanto ai minori di leggere questo racconto in compagnia dei genitori purché non siano militanti del MOIGE.

Storia del Re cialtrone

Il Primo Ministro Baiocchi avrebbe voluto essere un abile stratega, un politico capace di tessere tele in cui intrappolare gli altri Stati, ma ogni tanto gli pigliavano i cinque minuti, sputava fuori quello che pensava veramente, e tutto il lavoro diplomatico fatto con tanta attenzione cadeva come un castello di carte quando colui che con tanta cautela l’ha eretto all’improvviso indica a un compare una cortigiana scollata e col dito indice butta tutto giù. Il Generale Zampetti era stato nominato a capo delle Forze Armate perché era il più anziano e più elevato di grado e però non era più in grado, voglio dire non era più in grado di fare il comandante, perché era ormai talmente rincoglionito che non azzeccava più una mossa. Il Cavalier Ardesio al Bar del Castello si vantava di molte ed eroiche imprese, ma nessuno era mai stato testimone di almeno una di queste, né a nessuno interessava eventualmente smentirlo. L’unica Realmente interessata ad ascoltarlo era la giovane e bella Regina Santilla, con la quale Ardesio riusciva ad essere più coinvolgente, soprattutto quando la montava a guisa di cavalla per meglio compenetrarsi nel racconto delle sue imprese equestri. Il Santone Borghetti, monaco consigliere del Re, ritenuto l’eminenza grigia del Regno, in realtà si preoccupava soprattutto di combattere il Demonio che cercava, a suo dire, di impossessarsi della Regina Santilla. Secondo lui il Demonio cercava di entrare nella Regina attraverso i pertugi che il corpo umano naturalmente offre e pertanto li vegliava costantemente e, quando ce n’era bisogno, vi entrava lui stesso con ogni mezzo, per scacciare il Demonio e fargli capire lì chi comandava. Pertanto gli unici consigli che dava al Re erano su dove dovesse andare, con una scusa qualunque, per toglierselo dalle scatole e poter prendersi cura, indisturbato, della Regina. Il ritrattista di Corte, Baschiatti, era bravo soprattutto a dipingere paesaggi, nature morte, ma con l’anatomia era scarso. Però doveva fare i ritratti, e allora impiegava moltissimo tempo a farli, cancellava, correggeva, rifaceva, poi alla fine comunque veniva fuori una mezza schifezza e il quadro veniva riposto nelle Reali Soffitte. I ritratti che gli richiedevano più tempo erano quelli della Regina, che lui convinceva a posare nuda perché la sua bellezza fosse immortalata, tramandata a imperitura memoria, e assurgesse a universale canone di bellezza nei secoli dei secoli amen, diceva lui. Il Medico di Corte Dottor Pedìculo era molto insicuro, e ad ogni sintomo accusato dal Sovrano dichiarava l’opportunità di sentire un secondo parere, accrescendo così la Regale Ipocondria. Però questo accadeva solo col Re, perché con la Regina egli non richiedeva mai un secondo parere, profondendo responsabilmente tutte le sue energie e la sua scienza in attentissime visite, in cui la faceva spogliare, e poi tastava, palpava, approfondiva, per poter giungere a certa conclusione, e in genere concludeva che la regina era sanissima e in ottima forma. Ecco, la Regina Santilla, lei voleva solo una cosa: insisteva col Regale Consorte perché si annettesse uno stato, uno qualunque, anche piccolo, purché avesse uno sbocco a mare, in modo da poter fare i bagni a gratis. Il Re infine, Marsupio III, portava la corona e, come tutte le teste coronate, era un cialtrone, e quindi non vale neanche la pena di stare qui a parlarne.

 

La Zeriba Suonata – la coppia più bella del mondo

“Ero un’autostoppista adolescente e lui mi ha dato uno strappo. Stiamo girando insieme da allora”. Questa bella frase di Poison Ivy però suona triste se la si legge quando il giro è già finito per la morte di Lux Interior nel 2009 dopo 37 anni di matrimonio e rock’n’roll. Non ho pensato a mettere questa frase nel giorno degli innamorati ed è meglio così, perché non erano tipi convenzionali questi due che formarono The Cramps e suonavano un rockabilly punk psichedelico, si rifacevano a un immaginario da fumetti e b-movie horror e fantascientifici ma all’occorrenza andavano oltre Duchamp, perché il nudo che scendeva le scale lo fecero cadere e scoprirono che si trattava di una ragazza.

La Zeriba Suonata – serve chilled

Tutta quella musica tipica degli anni 90 fino ai primi zero, acid jazz trip hop jungle drum’n’bass big beat eccetera, l’ho sentita a sua tempo, molta mi è piaciuta a suo tempo, ma poi sono passato ad ascoltare altro e a volte ho pensato che non sarei tornato mai più ad ascoltarla, di certo non mi veniva la voglia. Poi invece per varie stimolazioni sono tornato a sentire varie cose e molte mi piacciono ancora, non sono arrivato fino a sentire Moby, questo no, ma Fat Boy Slim sì e mi ha confermato le perplessità che avevo all’epoca. Il suo genere definito big beat nasceva sulla scia dei Chemical Brothers, di cui avevo visto i video in anni in cui la cosa era più facile, forse ero più informato sui programmi o forse ancora non dilagava la musica latinoamericana spesso inascoltabile, e ho comprato un dvd antologico per rivederli. Mi ricordavo gli scheletri fuori dall’armadio di Hey Boy Hey Girl, praticamente il loro inno che procedeva per piccole variazioni, e la potente batteria e i trucchetti psichedelici un po’ retro di Let Forever Be, cantata da uno che era fratello e forse anche chimico cioè Noel Gallagher il fratello di Liam che così ebbe l’occasione per cantare un bel pezzo, non come le sue scopiazzature. Ma non ricordavo Out Of Control, musicalmente forse a metà strada tra i due brani che dicevo prima, un video con un’ironia direi banskyana, e in fondo si dice che l’artista misterioso sia un musicista della scena di Bristol. In conclusione, in the heat of the moment la musica dei Chemical Brothers mi piaceva, oggi servita fredda mi piace ancora di più.