una passione disinteressata

Il Signore lo aveva pure dotato di un buon cuore: era facile alle lacrime e all’entusiasmo; per di più ardeva di una passione disinteressata per l’arte, disinteressata per davvero, visto che proprio d’arte il signor Benevolenskij, a dire il vero, non ne capiva un’acca. (Ivan Sergeevic Turgenev, Memorie di un cacciatore, 1852)

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Non è semplice essere semplici

Nei giorni scorsi ho visto una puntata di Museo con vista su Alfred Wallis. Museo con vista è un programma della BBC condotto dal critico d’arte Gus Casely-Hayford che scende in strada non per dare voce alla famosa indignazione della gente della strada ma per andare sui luoghi dove nacquero le opere d’arte. Apro una parentesi: non è che i programmi culturali della BBC siano sempre migliori di quelli italiani, mi è capitato di vedere a distanza di poche settimane due programmi su Agatha Christie e quello condotto da Edoardo Camurri batte quello inglese di parecchie biciclette, anche perché la serie inglese da troppo spazio al lato gossip della biografia degli scrittori soprattutto problemi e disgrazie, ma chiudo la parentesi. Tornando a Wallis, era un marinaio e pittore praticamente naif. Nella sua St. Yves, cittadina portuale, il conduttore ferma un passante probabilmente turista per chiedergli un parere e quello risponde che non apprezza Wallis perché è troppo semplice, ma, data la sua tenuta composta da pantaloncini corti e giubbotto pesante, viene da pensare che quello forse non era l’interlocutore adatto per parlare di semplicità. Ci sono stati poi degli artisti che ammiravano molto Wallis, l’hanno fatto togliere dalla fossa comune in cui era finito e l’hanno fatto seppellire in una tomba con una lapide celebrativa, e questi artisti hanno realizzato opere con l’intento di arrivare alla semplicità di Wallis, ma le loro opere, sculture in particolare, che consistono in semplici forme, non è che siano apprezzate da tutti, non coinvolgono, forse perché gli artisti sono arrivati dopo un lungo percorso cerebrale a ritenere che quello fosse qualcosa di semplice. E allora o noi non siamo capaci di essere semplici o più semplicemente non riusciamo più a vedere o apprezzare la semplicità, che non troviamo più nella vita, nelle relazioni con gli altri, o peggio nelle contorte discussioni su di esse, nel lavoro e nella normativa che complica il lavoro partorita da menti complicate quanto forse i percorsi di quegli artisti che dicevo prima, tanto più poi in un paese che ha elevato a Dogma quella contorsione del linguaggio che è il congiuntivo.

Alberto e Marta, però non quelli del fumetto

Gli italiani sono logorroici, per abbreviare il nome del Giro d’Italia lo chiamano la Corsa più dura del Mondo nel Paese più bello del mondo, invece i fiamminghi no, il Giro delle Fiandre lo chiamano il Giro o la Corsa, per antonomasia, così come quel muro che nella cittadina di Geraardsbergen porta a una cappella, e che per motivi misteriosi per un certo periodo è stato chiamato di Grammont, loro lo chiamano il Muro della Cappella o il Muro e basta, cioè senza dire “e basta”. Perché questa corsa per i belgi è più importante del campionato mondiale, lo hanno detto in tv, hanno detto pure che vincendo qui si entra nella Storia e, con un piccolo sforzo aggiuntivo, dalla Storia si può passare nella Leggenda. Questa è l’Università del ciclismo, lo ha detto Ballan che va ancora in giro con l’alloro, prima di lui l’avevano detto soltanto un milione e mezzo di commentatori, e quello delle miss sul podio è un bacio accademico. E si ferma tutto il Belgio, tutti scendono in strada, forse anche i valloni, e se qualche turista ignorante vuole visitare un museo, perché com’è noto prima che inventassero il ciclismo da queste parti facevano i pittori, trova tutto chiuso, perché il personale dei musei è in strada, e se quel turista ignorante vuole almeno mangiare trova chiusi pure bar e ristoranti, sono tutti in strada, però non c’è problema, per sfamarsi si può scendere in strada e cercare qualche gruppo di tifosi che fanno il barbecue sui bordi delle strade rigorosamente in pavé o almeno malandate, perché loro possono permetterselo, fa parte della cultura locale, non come nel Sud Italia dove le strade fanno semplicemente schifo, e però se quel turista si fa offrire qualcosa da mangiare dai tifosi poi deve anche accettare le ben più cospicue offerte di bevande alcoliche, perché qui è vietato essere astemi, e se ti beccano le autorità ti danno il foglio di via e le guardie ti accompagnerebbero alla frontiera, ma non oggi, perché tutte le forze dell’ordine del Belgio sono impegnate a fare il servizio in moto al seguito della corsa, per garantire la sicurezza dei ciclisti ed evitare che, secondo le usanze locali, siano investiti da altre moto, in un continuo controllo incrociato motociclistico. Ma è tutto comprensibile perché questa è la corsa per eccellenza, la vincono solo grandi campioni, gente che ha fatto la Storia del Ciclismo, come Evert Dolman, Cees Bal, René Martens e Johan Lammerts, per non parlare di Stijn Devolder che l’ha vinta due volte e non ha ancora capito come ha fatto, anche perché Tommeke per compassione non ha voluto dirgli nulla. E oggi Devolder è ancora in gara, corre nella squadra del giovane Van Der Poel e può trasmettergli la sua esperienza, solo che con l’età molto avanzata la memoria non è più quella di una volta e Devolder dice di aver corso anche con il nonno di Mathieu. Ecco, quel nome, se si sposano una francese e un olandese, per esempio Corinne e Adrianus, che nomi sceglieranno per i figli? Potrebbero scegliere un nome in inglese per non scontentare nessuno, ma se gli olandesi sembrano non tenerci, i francesi sì, e allora si possono trovare dei nomi uguali in francese e olandese, come David e Mathieu, e il secondo leggetelo in francese, leggetelo in neerlandese, che poi nessuno lo sa come si pronuncia, ma non leggetelo in inglese tipo Mèttiu, come fanno Bramati e Ballan, perché di sicuro il ragazzo non è stato chiamato Matthew, ma poi torniamo su di lui. La Ronde, dicevo, è una corsa unica, noi italiani abbiamo potuto apprezzarla dal 1989, perché prima per le classiche ci si accontentava delle finestrelle di 5km che De Zan apriva in altre trasmissioni, a cose già fatte, perché quasi mai capitava come alla Liegi del 1987 con Roche e Criquelion che entravano in Liegi con un netto vantaggio mentre Argentin non era apparso in grande forma. Invece dal 1989 con la Coppa del Mondo le tivvù, non necessariamente la RAI, trasmettevano una bella fetta di quasi tutte le corse, e imparavamo anche le lingue, o quanto fossero difficili, Aankmost o Kop Van De Wedstrijd dopo un po’ si potevano pure capire ma Lasterketa Burua no, si capiva solo che il neerlandese è difficile ma il basco è arabo, insomma ci siamo capiti, e solo dopo un lungo periodo sovranista anche in Euzkadi hanno adottato l’inglese. E le corse si potevano conoscere meglio, ma si capì subito che la Ronde è un’altra cosa, solo la Roubaix può competere. Il maggior interrogativo filosofico-meditativo che mi sia mai posto è se dopo la morte si può continuare a seguire la Ronde, e non mi accontenterei degli highlights. Ma volendo esere terreni, quale altra corsa può entrare nel vivo a più di 100 km dall’arrivo, come è successo oggi? E poi qui pure la coda del gruppo fa spettacolo, anche perché l’entusiasmo del pubblico contagia i ciclisti: il kazako Gidich, ad esempio, sapevamo che è un velocista, ma non pensavamo che si mettesse a fare il surplace su uno dei tanti muri. E Zico Waeytens approfitta di un rallentamento per salutare una donna con un bambino in braccio, ma poiché non è uno dei corridori più famosi, non sappiamo chi sia quella donna e speriamo che la cosa non provochi qualche crisi sentimentale. E se c’è da fare spettacolo chi più del Mathieu di cui sopra? A un certo punto vuole mostrare alla madre che sa salire sul marciapiede con una sola gamba e una sola mano, ma si cappotta e si tiene il braccio, questa volta si è rotto, dispiace, no, risale in sella e in quattro e quattro otto fa una rimonta che manco Cancellara o Totò al Giro d’Italia, torna nel gruppo di testa, fa una derapata su un altro marciapiede, e sembra il più forte di tutti, ma arriva solo quarto, solo il vincitore sembra al suo livello, ma quello non sbaglia niente, non spreca energia e si trova anche un gregario d’eccezione, cioè Sep Vanmarcke. Il belga il suo tentativo lo fa ma non ha buon esito, e allora lui, che è sempre tra i favoriti e ha vinto una Het Nieuwsblad, si mette a lavorare per un compagno che in carriera non ha vinto una corsa, però forse all’interno della squadra sanno quanto va forte, e la cosa curiosa è che questo ancora giovane ciclista è italiano, ed è quell’Alberto Bettiol che negli anni scorsi già mostrava di andare forte ma cadeva spesso. Gli italiano aspettavano Matthew Trentin e invece ecco Bettiol che parte sul Vecchio Kwaremont e nel percorso attuale è come attaccare sul Kapelmuur in passato, là dove attaccarono Bartoli, Bugno e Ballan, e se aggiungete Bortolami vedete che gli italiani con la B usano vincere la Ronde. C’è da precisare una cosa su questo muro: è vero che i fiamminghi sono affezionati alla Corsa tutta e a tutti i suoi aspetti e passaggi, ma quel nome non è un affettivo salingeriano, il Buon Vecchio Kwaremont, il muro è detto così per differenziarlo dal Nuovo Kwaremont. Forse dietro si guardano un po’ troppo, la Deceuninx si è sfaldata e non è riuscita a controllare la corsa, e mentre Van Aert sembra già coinvolto nelle rivalità tra grandi che finiscono per controllarsi per non favorire gli avversari, Van der Poel invece scalpita, e così va via anche il secondo che è il giovane danese Asgreen, mentre dietro si comporta bene fino in fondo anche il vecchio esordiente Valverde. Ora verrebbe da pensare che siamo a un ricambio generazionale, precoce perché Van Avermaet e Vanmarcke lascerebbero spazio ai giovani senza essere riusciti a vincere, e il primo ricorda Criquelion che vinse un mondiale e un Fiandre ma cercò invano la Liegi a casa sua, e i giovani sarebbero Bettiol, i due dal ciclocross, Jungels che fa bene a lasciar perdere i grandi giri, e questo Asgreen, ma anche qui bisogna andarci cauti, in fondo l’anno scorso si incensavano i danesi Pedersen e Valgren e quest’anno invece non si sono ancora visti, mentre Gilbert due anni fa ha dimostrato che per vincere c’è  sempre tempo, e poi c’è Sagan che non saprei in quale delle due categorie inserire. Potremmo dire che anche Nibali potrà iniziare a pensare alla pensione perché l’Italia ha trovato qualcuno in grado di vincere le classiche monumento, augurando a Bettiol di ottenere qualche vittoria in più rispetto a Oliver Zaugg, ma non dovrebbero esserci problemi, ha poco più di 25 anni e per trovare un vincitore del Fiandre più giovane bisogna tornare a Boonen, da junior è stato campione europeo a crono, poi ha ottenuto molti piazzamenti in classiche minori del world tour e, cosa anch’essa importante, ha corso sempre in squadre del world tour, come tutti gli italiani che si fanno valere nelle corse più importanti, perché la crisi del ciclismo italiano in Italia non dipende solo dai soldi ma anche dalla vecchia mentalità dei vecchi team manager che sarebbe opportuno approfittassero di quota 100. E anche se non ne aveva bisogno per vincere, pure Marta Bastianelli è andata a correre in una squadra straniera, oggi ha vinto la prova femminile come supposto da questo blog dopo la rinuncia al Trofeo Binda, e la sua compagna di squadra Bertizzolo ha detto che impara molto dalla Bastianelli, e per una che l’anno scorso diceva che gli esempi da imitare li aveva in altri sport anche questa è una bella lezione, e se trasferisce qualche lezione pure al moroso, oggi quasi invisibile, male non gli farà.

un pronostico opportuno

Dato che non centro quasi mai un pronostico ho pensato che era opportuno farne uno per la cronometro finale della Tirreno-Adriatico, ed eccolo: come da recente tradizione della corsa, una signora con cagnolino attraverserà la strada al passaggio di qualche ciclista, preferibilmente della Bora.

Tacchi alti e pedalare

Mi piaceva pensare che il razzismo avesse un fondamento principalmente economico, e che se per dire i neri fossero stati tutti belli e ricchi come gli Obamas non ci sarebbero stati problemi, ma peccato che poi c’erano pure tutti quelli poveri, brutti o entrambe le cose. Poi ho letto la vicenda della disegnatrice Nicholle Kobi e mi sono dovuto ricredere. Nicholle Kobi è una parigina nata a Kinshasa che disegna solo donne nere, belle, con i capelli afro e i tacchi alti, ma sembra che i francesi le rimproverassero appunto di disegnare solo donne nere, mai una bianca, insomma come se avessero detto a Modigliani che non disegnava mai una donna col collo tozzo, e alla fine ha preferito l’America. Letta questa storia sono corso subito a cercare suoi disegni su internet, e scorrevo e vedevo donne in tutte le pose, in tutte le situazioni, spesso sensuali, a volte anche in carrozzella, e a quel punto ho pensato che anch’io avrei potuto rimproverarle qualcosa: mai una donna in bicicletta. Poi ho trovato pure quelle, e allora è tutto ok e non stiamo a sottilizzare se non portano il casco, forse per quei capelli afro, e hanno i tacchi alti che non sono l’ideale per pedalare.