Scuola all’avanguardia

Riaprono le scuole e di colpo la città cambia, aumentano il traffico e il casino. Pure, almeno elementari e medie si trovano a ogni angolo di strada e in genere gli scolaretti dovrebbero raggiungerle con pochi salutari minuti di cammino pedestre, ma i genitori se potessero li accompagnerebbe con l’auto fino al banco quei poveri figli. Ogni ministro dell’istruzione ha voluto fare la sua riforma, allo stesso modo ognuno ha la sua idea di scuola: chi pensa che dovrebbe fornire nozioni e chi pensa che dovrebbe fornire strumenti. Poi ci sono gli allarmisti per cui la scuola dovrebbe farsi carico di tutti i problemi sociali. Ma forse i più patetici sono quelli per i quali a scuola si dovrebbe studiare qualche scrittore/ artista/ musico che ritengono importantissimo, l’hanno detto pure per Vincino, dimenticando che la scuola genera soprattutto rifiuto per quello che si studia, e la diciamo fortuna dei maggiori scrittori italiani lo dimostra. E mi chiedo che traumi ha avuto da scolaretto il baustello Bianconi che canta: “Fra i Manzoni preferisco quello vero: Piero”, che, per chi non lo conoscesse, e penso siano molti, è quello che ha fatto tante cose, come i quadri senza colore e il fiato d’artista, ma è diventato famoso per un’altra serie perché, non bastasse il cesso di Duchamp, produsse la “Merda d’Artista” per di più in numerose copie (vasetti), e io a questi che preferiscono Piero quello vero gli direi: ci sono delle merde d’artista da restaurare, volete occuparvene voi? E mi dispiace che sia subito caduta, abbattuta dagli stessi vertici militari, la proposta del Ministro Anche Degli Interni di reintrodurre il servizio militare perché i genitori non hanno insegnato ai figli l’educazione, e non perché sia d’accordo, ma perché mi sarebbe piaciuto sentire un po’ di dibattito sull’argomento,  che forse toccava elettori e simpatizzanti del Min. medesimo. Però devo dire che non mi pare che i genitori si disinteressino dei figli, e, per esempio, vedo che gli insegnano come prendere una curva con l’auto messaggiando con una mano e con l’altra buttando il pacchetto di sigarette fuori dal finestrino. Ma il tema dell’educazione è complesso, e quale sia il metodo migliore chissà chi è in grado di dirlo. Io però mi chiedevo quale tipo di educazione familiare avesse avuto un personaggio famoso, talmente famoso che non ricordo che mestiere faceva, mi pare il comico, o forse l’avanguardista.

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La Zeriba Suonata – 40 anni fa

Forse qualcuno rimpiangerà i politici di 40 anni fa, quelli prima di Craxi e della generazione post-terremoto irpino-lucano, perché erano generalmente più grigi, più posati, più educati, più colti, meno invadenti, anche se non mancavano mai i servizi giornalistici sui libri di Andreotti e sulle mostre di quadri di Fanfani, e sapevano dare qualcosa a tutti: agli industriali 100 anni di cassa integrazione rinnovabili, ai furbettoni condoni e sanatorie, agli elettori minori un posticino di custode da qualche parte. Ma se non si è sviluppato il senso dello Stato e della cosa pubblica è anche per colpa loro, e poi quelle cose allora potevano permettersele, non c’erano ancora i vincoli europei. E’ vero che si parlava di debito pubblico e ogni comico almeno una volta nella sua carriera televisiva doveva dire la solita battuta che ogni neonato nasceva con già un tot di milioni/miliardi di debito, ma non si parlava mai di spread o di agenzie di rating, e pure di P.I.L. si parlava poco, e questa sigla per alcuni rimandava piuttosto ai Public Image Ltd, il gruppo di John Lydon, Keith Levene e Jah Wooble, fondamentale nel passaggio dal punk al postpunk, un argomento su cui si può dire e si dice tutto e il contrario di tutto, per cui molto meglio ascoltarli, e dal loro esordio tautologicamente intitolato Public Image First Issue del 1978 ecco Public Image.

La Zeriba Suonata – Regatta de Blonde

Negli anni ho comprato diversi dischi reggae, sia album di gruppi tra i più famosi e apprezzati che antologie, e il risultato è stato sempre lo stesso: noia e anche un senso di fastidio legato all’immaginario fatto di dreadlock canne e ritorno all’Africa; ma dove andate, e poi proprio in Etiopia, con la miseria che c’è là, non state bene in Giamaica? Infatti una delle cose che apprezzo di Usain Bolt, il corrispettivo di Sagan nell’atletica, è che non ha mai portato i dreadlock. Però mi piace quando il reggae lo fanno alcuni bianchi, non ovviamente Eric Clapton che in fatto di noia non accetta lezioni da nessuno, o quei gruppi che vorrebbero la pelle nera e i capelli non lavabili come ce ne sono in Italia, bensì tipo Kate Bush, Jonathan Richman o le versioni inacidite dei Prodigy. E poi c’era uno dei gruppi forse più annacquati del punk new wave, ma più che annacquati spiazzanti con la loro mescolanza di generi, i Blondie, che poi avevano quel di più rappresentato da Debbie Harry, una delle cantanti più sensuali dai tempi dell’Impero Romano. Uno dei pezzi reggae del repertorio dei Blondie è The Tide Is High, cover dei The Paragons, che a voler essere fiscali erano ancora rock steady, poi questo genere si biforcò: la variante divertente diventò ska e quella moscia reggae.

Nel loro remare tra i generi, Chris Stein la biondina e i loro soci hanno anche imbarcato il calypso con Island Of Lost Souls. Guardatene il video: forse sarebbe stata così L’Isola dei Morti se il pittore Arnold Böcklin fosse stato giamaicano e pure molto fumato.

Bicicletas

Oggi parte il Giro di Spagna e ne approfitto per parlare brevemente di Antoni Mirò, nessuna parentela con Joan, nato nel 1940 ad Alcoi, nella Comunità Valenciana, un artista che ho conosciuto tramite l’arte postale, ma che è anche grafico, pittore e scultore. Le sue opere trattano soprattutto temi sociali, ma ha realizzato anche molte opere sia grafiche che plastiche con oggetto fantasiose biciclette.

Questa per esempio è un’opera 2D.

E questa è 3D.

E qui potete vederle tutte le biciclette di Antoni Mirò.

 

La Zeriba Suonata – tra Belgio e Olanda

Qualche anno fa il malefico Dottor Verbruggenstein nel suo maniero di Aigle faceva dei terribili esperimenti, sfasciava la Coppa del Mondo che lui stesso aveva creato, e che aveva un senso, per dare vita a un brutto mostro dal nome cangiante, UCI Pro Tour poi UCI World Tour, e nel contempo innestando parti di Belgio e Lussemburgo nella natia Olanda creò l’ENECO Tour che doveva essere il Giro del Benelux, e ne uscì fregata proprio l’Olanda che perse il suo Giro, mentre il Belgio e il Lussemburgo non hanno rinunciato al loro. Ora quella corsa, che ha cambiato denominazione perché ha cambiato sponsor, e si chiama Binck Bank Tour,  ed è stata vinta da Mohoric che piano piano sta raggiungendo i livelli cui era atteso, si corre tra Belgio e Olanda, e tra questi due paesi si svolge la vicenda di Chantal Acda, folksinger belga nata nel paese confinante, che ho scoperto da poco grazie al breve disco live realizzato col chitarrista americano Bill Frisell: niente di nuovo ma fatto molto bene.

Invece tutt’altra musica con l’olandese al cento per cento Elisabeth Esselink, che è nata a Delft, la città di Vermeer, e non fa ciclismo o pattinaggio, ma musica, e se mi chiedete che genere di musica vi rispondo sui generis, e in genere col nome d’arte Solex: inafferrabile, inclassificabile, canta campiona collabora suona.

canapa

Stamattina ho accennato a un fumetto da edicola che si sfascia, ma capisco che le case editrici da qualche parte devono ridurre i costi, e così ci sono quelle che risparmiano sulle copertine, non commissionandole a un fotografo o a un disegnatore, ma scegliendo immagini già esistenti, foto, quadri, disegni, che dovrebbero avere qualche attinenza col libro. Ed ecco, per esempio, che per un recente libro campano che parla della produzione industriale e manifatturiera della canapa è stata scelta una famosa foto di Robert Doisneau, un’immagine che direi molto pertinente, non so se siete d’accordo.

Perplex alla Reggia 

Il Palazzo Reale di Caserta e il Parco ospitano la mostra “Marco Lodola – Giovanna Fra. Tempus – Time”. Cito il comunicato stampa: “Il titolo della mostra è un voluto riferimento al trait d’union che Marco Lodola e Giovanna Fra, grazie alle loro opere, creano fra il Tempus, la dimensione temporale legata all’antichità, al classico, alla storica sede espositiva e il Time, sintesi del mondo contemporaneo.” Avete capito? No? Eppure è facile, quando una mostra di arte contemporanea è ospitata in un museo o in un complesso di un’altra epoca si dice sempre che dialoga con il sito che la ospita; o forse credevate che quest’ultimo si limitasse a fare solo da contenitore, che poi non ci sarebbe neanche niente di male? Il catalogo è pubblicato da Skira e, oltre agli interventi di critici di quelli più famosi e televisivi, ci sono anche i pareri di Renzo Arbore, Aldo Busi, Jovanotti, Piero Chiambretti, Roberto D’Agostino, Salvatore Esposito, Ciro Ferrara, Antonio Stash Fiordispino, Enzo Iacchetti, Max Pezzali, Andrea Pezzi, Red Ronnie, manca solo il Gabibbo, forse aveva da fare. Le tele di Giovanna Fra le trovate all’interno del Palazzo, le sculture luminose di Marco Lodola invece soprattutto nel parco, se lo visitate di giorno potete vedere solo la struttura, direi lo scheletro, ma di sera si illuminano come le luminarie delle feste patronali, solo che non ci sono pure le bancarelle che vendono torrone e zucchero filato. I soggetti ritratti direi che sono fondamentalmente pop, abbiamo atleti, ballerini, animali anche fantastici, Pegaso, Diabolus, Cocteau, Freddy Mercury (uno dei miti che meno digerisco. Se solo i fans dei Queen ascoltassero gli Sparks). Poi c’è raffigurato un chitarrista e il titolo dell’opera è Fausto. Fausto chi? Ah già, Mesolella: questa specie di dimenticanza mi fa sentire ancora più estraneo del solito al  cosiddetto territorio. E poi c’è l’immagine di una donna che sta per spogliarsi, chi sarà, Dita Von Teese, Edwige Fenech? No, il titolo è Serratura, e dato che poi c’è il Gobbetto l’impressione è di essere passati dal pop all’avanspettacolo. Il materiale con cui sono fatte queste sculture è il persplex, e infatti io rimango un po’ perplex (per restare alle battute da avanspettacolo) di fronte al tutto, ma va bene così.