Il quadernone che ha sfidato i secoli

Non mi piace sentire l’espressione “ai miei tempi”, soprattutto da persone più giovani, pardon, meno anziane di me, e non capisco quelli della mia generazione che hanno o avevano degli interessi e oggi criminalizzano internet. Se vogliamo limitarci all’esempio della musica, ricordo la difficoltà che ancora negli anni 80 si aveva a informarsi, e non solo per il fatto che per alcuni giornalisti la recensione era un’occasione di sfogo delle proprie pretese liriche e non uno strumento per far capire che accidenti di musica c’era in quei dischi peraltro non sempre facilmente reperibili, e poi i giornali quelli erano, o Rockerilla o le fanzines o quei mensili che trattavano in diretta quello che nel secolo successivo sarebbe stato definito Classic Rock. Ma ancora più difficile era riuscire ad ascoltare qualcosa per farsene un’idea e non comprare sulla fiducia. Quando anche StereoRAI si aggiunse alle poche radio libere e liberate dai cantautori, se un disco veniva proposto più di una volta facile che il brano trasmesso era lo stesso. Ma anche per chi aveva altri gusti o interessi informarsi, ascoltare, vedere non era per niente facile, mentre oggi internet non vi da tutto perché il tutto forse sarebbe un po’ troppo (e di sicuro la foto di Ballerini che vince il Giro della Campania davanti alla Reggia non si trova, per dire), ma consente cose una volta impensabili, e voi (cioè loro) vi lamentate solo perché qualcuno ne fa un uso improprio o smodato? A cavallo tra la fine dei 70 e l’inizio degli 80 era anche peggio, e del fenomeno punk che iniziava a prendere piede anche in Italia forse era più facile trovare qualche notiziola su giornali locali, giornaletti e rotocalchi (L’Intrepido?) e primi programmi pruriginosi in tv come Odeon. In tale clima i fratelli Stefano e Fabrizio Gilardino, che oggi si interessano di musica video e cinema, per raccogliere informazioni per uso personale annotavano su un quadernone notizie, formazioni di gruppi e anche qualche ritaglio da quei giornali. Quel quaderno fatto per uso personale fu conservato dal più giovane, che di recente ha voluto mostrarne qualche pagina su facebook, raccogliendo molti consensi. E Goodfellas, che oltre a distribuire dischi fa anche l’editore, in combutta con Spittle ha voluto pubblicare l’intero quaderno in un libro intitolato Il Quaderno Punk. 1979-1981 La nascita del nuovo rock italiano che contiene anche interviste ad alcuni superstiti della scena, cioè membri di Confusional Quartet, Clito, Dirty Actions, No Submission/Wax Heroes e Jumpers/198X, e, siccome si volevano rovinare, ci hanno aggiunto un dischetto con ben 21 registrazioni dell’epoca. Bisogna dire che quella grafica stile quaderno che abbiamo visto in tante pubblicazioni per giovani con due g e che ormai è venuta a noia, qui è giustificata essendo propria dell’originale, anche se le aggiunte odierne sono stampate sullo stesso sfondo quadrettato. Quello che viene fuori è un mondo in cui era davvero difficile anche suonare dal vivo, figuriamoci pubblicare, i punk non erano ben visti, si aggiungevano rivalità e forse gelosie, di cosa poi? Nomi che ricorrono frequentemente sono quelli di Jo Squillo iperattiva e iperambiziosa e le Clito, primo gruppo punk italiano interamente femminile, che oggi verrebbero catalogate nell’Italia del No di cui cianciano i giornali iperliberisti, e che furono capaci di mandare a quel paese anche Fellini. Poi spunta ogni tanto quella violenza politicizzata e cretina dell’epoca, cui piano piano si sta ritornando, e i punk le prendevano sia da quelli di destra che da quelli di sinistra, e c’è anche il giovane Maurizio Cattelan che già aveva la cazzimma che faceva intravedere la “sua natura di star capricciosa”. Alcuni dei musicisti di cui si parla non sembra ci tenessero a suonare proprio il punk, c’era chi veniva da altre esperienze musicali, e qui c’è secondo me una differenza tra la scena italiana e quella inglese, nel legame col passato, che c’era per tutti o quasi al di là dei proclami tardofuturisti di voler rompere con esso. In Italia non c’era tanta ostilità con i freakkettoni, era una situazione più fluida, basti pensare a una lunga versione psicodelirante di Bau Bau Baby inserita nella ristampa di Inascoltable, primo disco degli Skiantos. In Inghilterra invece i ragazzi terribili, che poi venivano intervistati insieme ai più pacati genitori, ascoltavano glam o The Who.

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La Radia

Carlo Emilio Gadda, nelle sue Norme per la redazione di un testo radiofonico, commissionategli dalla RAI, scriveva che in un testo per la radio il commentatore, l’espositore, non deve sopraffare l’autore di cui si discorre e pertanto si raccomandava che all’autore fossero riservati due terzi o al peggio tre quinti della durata della trasmissione. E sarà perché quest’operina è troppo breve per trarne un libro, sarà perché leggere un discorso scritto è cosa  diversa dall’ascoltarlo, quando  Adelphi ne ha voluto trarre un libricino ha capovolto quelle proporzioni, per cui il testo gaddiano occupa 18 pagine e la postfazione 26 e scritta per giunta con caratteri più piccoli. In questa postfazione leggiamo tra l’altro che il bellicoso scrittore di manifesti Filippo Tommaso inventò il neologismo la “radia” per le trasmissioni radiofoniche, ma il termine cadde subito in disuso con una velocità che avrebbe dovuto essere gradita alla simpatica combriccola dei futuristi, e immaginiamo che questo ennesimo scivolone sia stato per Filippone Tommasone un boccone amaro da ingoiare anche se simultaneista e cangiante.

La Zeriba Suonata – tipo il paradiso dentro la radio

Quello che spesso si dice della musica di Ariel Pink è che sembra uscire da una vecchia radio nei paraggi, e nel caso di Feels Like Heaven, tratto da Dedicated To Bobby Jameson, pubblicato dall’etichetta Mexican Summer nel 2017, verrebbe da chiedersi cosa sta trasmettendo quella radio, The Psychedelic Furs o The Smiths?

La Zeriba Suonata – quanto fa 4 + 4

Nella Terza & Quarta Repubblica non importa sapere quanto fa 4 + 4, quello che conta è dire di essere onesti e volere il Cambiamento. Ma nella profonda Prima Repubblica 4 + 4 era uguale a Nora Orlandi, pianista e compositrice, nota soprattutto per un quartetto vocale, i 2 + 2, ma poi lei con un aumento di capitale ingrandì la ditta, fece altre assunzioni e cambiò la ragione sociale in 4 + 4. E per un ragazzino all’epoca un coro voleva dire dei distinti personaggi che cantavano badabadà o sciabadabadà, niente di che, poi per fortuna arrivano i revival e scopri gli scatenati beat della Signora Orlandi, come questa Soho, dalla colonna sonora del film A Doppia Faccia, del 1969, composta insieme ad Alessandro Alessandroni, uno che volendo poteva pure fischiare dietro alle signore per strada, perché il suo era un fischio d’autore, poi non pensiamo che lo facesse davvero, però gli Autori con la a maiuscola pare che possono permettersi tutto, ma mi pare che siamo usciti un po’ fuori tema, quindi tutto come al solito.

Miseria e Nobiltà (e altre banane)

Nel Regno Unito qualche testa salterà. E’ grave che con tutti i consiglieri e collaboratori a disposizione nessuno si sia accorto che per il grande matrimonio era stato scelto lo stesso giorno dello Zoncolan. Così lo Sposo non capiva il motivo per cui molti declinavano l’invito con le motivazioni più varie e anche meno credibili, mentre la Madre dello sposo pensava che fosse colpa dell’impresentabilità della Sposa nell’Alta Società, e hanno iniziato a capire come stavano le cose solo durante il ricevimento, quando gli ospiti superstiti hanno estratto dalle più recondite tasche dei loro lussuosi abiti radioline cinesi da 10 sterline per ascoltare i collegamenti dal Giro. E anche sul megaschermo collocato nel Parco si è iniziato con la diretta della Cerimonia, ma poi quando si è fatta ora si è cambiato canale e un’ovazione ha accolto l’inquadratura di The Prince Duke Count, il primo dei nobili a declinare l’invito al Royal Wedding, perché proprio quest’anno che la Androns è stata invitata a ben più importante evento non era proprio il caso, grazie, sarà per la prossima volta, non mancherà l’occasione. Si parte con qualcuno che non parte: Wellens quando c’è brutto tempo fa sempre lo sbruffone, attacca, dice che quando piove vince sempre lui, insomma si è buscato la bronchite. E a proposito di smargiassi, appena si stacca sulla salita del Duron Sam Bennett impenna con la bici, forse vuol dire che la girlfriend non è ancora tornata in Irlanda. Si scala lo Zoncolan, la salita degli indiani,

I campeggi dei tifosi.

la salita cara agli amanti del ciclismo sadico, e figuriamoci se non usciva quello che già che ci siamo chiede quando si farà il Crostis. Ma se già sullo Zoncolan bisogna fermare le ammiraglie e salire con le moto, sul Crostis come si prosegue, con gli asini messi gentilmente a disposizione da Bruseghin? Sadica pure la RAI che con il ricatto della tappa ci rifila i servizi sulla Grande Guerra e altre disgrazie che fa sempre piacere ricordare, soprattutto nelle fasi finali della corsa. Gli indiani dicevo, i tifosi sugli spalti del cosiddetto stadio naturale. Intanto, se a quello che anche quest’anno si butta tra i ciclisti con una volpe imbalsamata prima o poi gli rifilano un DASPO mi fanno un piacere personale. Ma prima hanno intervistato una coppia di anziani con una cagnetta che hanno raccontato dei figli che avevano iniziato a correre e poi hanno smesso per studiare, ogni anno seguono il Giro, e viene fuori che sono di Caserta, evidentemente qui non ci sono solo io a seguire il ciclismo, anche se lo sport più popolare rimane il parcheggio in terza fila. E all’inizio della salita la signora avrà forse pensato che il marito voleva offrirle dello champagne, ma in realtà lui aveva solo gridato Mo’ Esc Anton, quando lo scalatore basco è uscito dal gruppo iniziando la serie di attacchi. Poi, oltre a un deficiente con un ingombrante vestito da drago che ha pensato di avere più visibilità qui che a una fiera di cosplayers, ci sono i tifosi che offrono banane ai ciclisti col rischio che questi gliene consiglino un uso alternativo. All’inizio della fine lo scatto buono è quello di Froomolo, che con le sue froollate su una salita da rapportini ci va a nozze, si vede che è giornata per le  nozze, e va a vincere. Brailsford avrebbe chiesto a Froome, dopo la caduta in Israele, se voleva tornare a casa, e gli haters personali del kenyanglo pensavano che lui con la banale scusa della caduta si sarebbe intascato l’ingaggio israeliano e se ne sarebbe tornato a casa a preparare il Tour, ma Froomolo dimostra oggi che lui non ci pensava proprio, come direbbe Totò, a ritirarsi con la scusa della banana. Tra gli aspiranti alla vittoria, categoria in cui non rientra Aru, il primo a staccarsi alle froollate è Teobaldo, che almeno riesce ad attaccarsi a Dumoulin, che da parte sua, con la sua mole e le sue caratteristiche, deve salire col suo passo, invitto, sempre seduto, tanto che oggi lo chiameremo il Toro Seduto di Maastricht, soprannome che si intona con la cornice indiana, e tom tom cacchio cacchio alla fine perde poco, staccando di nuovo Pinot che pensavamo meglio.

Ma il Saronni dellUAE è lo stesso Saronni dei tempi di Tonkov?

Ora mi aspetto che quelli che il doping, i motorini, il salbutamolo, inizino a dire che, nascosto sotto i tre tunnel nel finale, Froome abbia tirato fuori l’inalatore magico e si sia dato il supermegaaiutino. A proposito, per i tifosi italiani sono lontani i tempi in cui da quel tunnel spuntava al comando Gibo Simoni, mentre per gli spettatori tivvù sono lontani i tempi in cui De Zan recitava quanti più nomi possibile all’arrivo, una sorta di democratico rispetto per i ciclisti, mente gli attuali, detti i nomi dei primi, lasciano scorrere gli altri, preferendo dire banalità sui principali protagonisti.

La Zeriba Suonata: un’alt-meteora

Funziona così: le generazioni si succedono e quando una di esse occupa manu militari tivvù radio e altri media cerca di convincere quelli delle altre generazioni che il decennio della propria fanciullezza o adolescenza o giovinezza è stato il migliore. In fondo si può scegliere; io per esempio mi rifiuto di considerare favoloso un decennio in cui c’era politica dappertutto, ci si inciampava, e tutto doveva essere classificato di destra o di sinistra, secondo le precise disposizioni derivanti dalle idee confuse dei figli di papà di destra o dei figli di papà di sinistra. Tutto questo finché non arrivarono le truppe alleate a liberarci, con in testa i carri armati punk seguiti da reggimenti new wave, no wave, pop, in particolare pop scozzese, ska. Diciamo che questa è una descrizione un po’, un po’ troppo, romanzata. Quello che è sicuro è che in questi revival si punta troppo sull’effetto nostalgia, e che al di là di orgogli e “scontri” generazionali, si cerca anche di dare un po’ di ossigeno, se non di riesumarli, a personaggi del passato ormai dimenticati. Ora è il turno dei fans dei 90, e in Italia è pieno di ammiratori di un gruppo chiamato come una moto, che presentò la novità di un cantante muto. Ci sono tanti cantanti ciechi, questo è normale, uno che ha difficoltà a leggere, che non può dedicarsi alle arti visive, facile che si butti sulla musica, ma un cantante muto? Ok, qualcuno dirà che era in realtà un ballerino, però pure i Prodigy avevano i ballerini, ma quelli cantavano. Venendo alla musica normale, gli anni 90 sono stati il decennio della migliore Bjork, e delle musiche nuove più o meno elettroniche, tutte con la loro etichetta, che spesso veniva rifiutata dagli stessi musicisti:  provate a dire a Tricky che faceva trip hop e state poi attenti che non vi morda. E la critica ha privilegiato questi generi e questi personaggi. Oppure preferiva il tedio dei Manic Street Preachers, o lo sperimentalismo dei Radiohead, anche se il loro successo nacque con brani più pop, oppure il grunge, una musica sostanzialmente reazionaria, che fu un passo indietro nella musica. Un gruppo un po’ dimenticato, che pure io avevo messo da parte, era irlandese, si chiamava (o si chiama tuttora) Ash. Facevano musica semplice come il loro nome, un rock fulminante punk pop powerpop o a volte quasi hardcore, ed erano ritenuti più adatti ai singoli, eredi insomma di Ramones Buzzcocks e direi anche Husker Du, e avevano il coraggio di titoli semplici come Oh Yeah, sul genere di She Loves You e Alright. Erano popolari al punto che furono chiamati a incidere il brano principale, non a caso omonimo, della colonna sonora di A Life Less Ordinary.

Poi semmai sui lati B dei singoli si sbizzarrivano con titoli più articolati, come questo che manco mi ci metto a riscriverlo (è morto un coltello?).

Nel video di A life eccetera vediamo una chitarrista da poco entrata nel gruppo, Charlotte Hatherley. E’ lei la meteora del titolo del post, che dagli Ash uscì poco dopo per iniziare una carriera solista non molto fertile, al punto che nel 2017, dopo anni, è tornata a fare un disco e senza label. Ma l’esordio Grey Will Fade non andò male. Dentro c’era Summer, un pezzo che forse stona in questo periodo, ma pensate ad Adelaide, ai canguri, al Giro del Giù Sotto.