Frasi dimenticate – una frase storica

Non ho mai capito perché la frase di oggi è diventata tanto famosa e tanto citata, poi con l’affievolirsi della memoria ho iniziato anche ad avere dei dubbi su chi la pronunciò. Fino a qualche tempo fa ero convinto che fosse stato un radiocronista che poi la lasciò in eredità al figlio, che fece lo stesso mestiere del padre e scrisse uno dei libri più brutti e inutili sul ciclismo, un settore in cui pure abbondano volumi opportunistici sulle vicende di Alfonsina Strada, Gino Bartali, Marco Pantani e i dopati vari. E allora ho cercato di verificare e ho scoperto che non ne esisterebbe una registrazione, per cui, tenendo conto di come quella frase sia enfatica e perentoria, come scolpita nel marmo, ho iniziato a pensare che l’abbia solennemente pronunciata qualche personaggio storico.

La Zeriba Suonata – Julia prima e dopo

Nel 2015 lessi una recensione di Have You In My Wilderness di Julia Holter che mi incuriosì, lo comprai e diventò subito uno dei miei dischi preferiti, tra i più gradevoli degli anni 10, e più lo ascoltavo più mi piaceva. Eppure l’autrice è una musicista ritenuta sperimentale e alcune altre sue cose che ho avuto modo di sentire non sono proprio musica-leggera-anzi-leggerissima. Anche il successivo Aviary mi è piaciuto ma non conoscevo niente di precedente, e allora ho trovato le sue esibizioni live a KEXP, da cui vi propongo un brano da Loud City Song del 2013

In The Green Wild

e già che ci siamo ecco un pezzo scoppiettante da Aviary del 2019.

Les Jeux To You

La Zeriba Suonata – Giovani antenati di marmo

Non conosco molto né il dj produttore e fiancheggiatore dell’hip-hop americano Otis Jackson jr. in arte Madlib né il produttore e dj britannico Kieran Hebden in arte Four Tet, ho solo un paio di dischetti per ciascuno. I due sono di quei dj e produttori che spesso miscelano brani di altri musicisti e ora hanno realizzato un disco a 4 mani e chissà quanti piatti e manopole intitolato Sound Ancestors che è un vero piacere. I due hanno lavorato su un centinaio di frammenti sonori prendendo come riferimento il capolavoro del genere Entdtroducing … DJ Shadow. E succede che quando senti poche note familiari ti chiedi se stanno citando Roni Size/Reprazent o erano questi ultimi che già stavano campionando qualcun altro. Poi i dj, quelli buoni e non quelli che fanno i programmi radio con le scemate che vogliono essere simpatiche, si divertono oltre che a suonare anche a divulgare cose rare o quasi inaudite. Ma nonostante ciò un po’ sorprende sentire nel brano Dirtknock l’antico gruppo gallese Young Marble Giants, che, a pensarci bene, agli albori degli 80 con la loro musica scarna che si potrebbe definire musica pelle e ossa, erano la più autentica antitesi a tutto il chiasso degli anni 70, dalla pompa magna prog alla retorica hard dalle esagerazioni glam alla rabbia non sempre sincera punk.

Dirtknock

La Zeriba Suonata – colori iperborei

Strana carriera quella di Emiliana Torrini, che esordì col suo terzo disco, cantò per altri, scrisse una hit per Kylie Minogue, e però il suo ultimo album in studio risale al 2014. La sua musica è influenzata dal trip hop e da altre cose elettroniche, dal folk dei Fairport Convention e quasi inevitabilmente dalla sua conterranea Bjork, ma uno dei suoi brani più famosi, Jungle Drum, è praticamente un rockabilly. Poi nel 2016 ha inciso un album live con The Colorist Orchestra, una banda di squinternati musicisti belgi e olandesi che suonano strumenti acustici in maniera bizzarra o strumenti direttamente bizzarri, anche giocattoli, e si sono divertiti molto. Il disco contiene suoi vecchi brani ma anche un paio di pezzi scritti per l’occasione, tra cui quello che vi faccio ascoltare dall’esibizione per KEXP, una radio di Seattle che propone buona musica, se non altro perché piace a me, e per dire negli ultimi tempi ho visto i live di Django Django, Khruangbin e Kelly Lee Owens.

When We Dance

Classicomani e non

Non so chi ha inventato la parola “classicomane” o l’ha adattata al ciclismo, di sicuro la usa molto il sito Cicloweb per definire quei ciclisti che vanno forte soprattutto nelle classiche, tipo Gilbert o Van Avermaet, tipologia al momento rara in l’Italia dove il migliore nella specialità è Nibali che è il migliore in tutto mentre altri, Trentin Ulissi o Viviani, si potrebbero definire “tappomani” perché le loro vittorie più illustri in fondo sono le tappe dei grandi giri più che le semiclassiche o gli europei,  e altri ancora come Colbrelli e Nizzolo non sono neanche quello. E infatti Ulissi, deludente al mondiale, lanciato alla grande da Conti che al mondiale neanche c’era perché dimenticato da Cassani, ha vinto alla prima occasione utile di questo Giro, un arrivo in salitina, resistendo al resistibile ritorno di Sagan. Quello che invece non vuole rassegnarsi al ruolo di classicomane è Fuglsang che invece di andare alla Liegi a cercare di bissare il successo dell’anno scorso è venuto al Giro per fare classifica, ma nelle prime due tappe ha già perso i due principali gregari Lopez e Vlasov. Ma potremmo definire classicomane anche l’appassionato che preferisce le corse in linea a quelle a tappe e quell’appassionato sono io, e le domeniche del Giro saranno come quelle di decenni fa quando ancora non schifavo il calcio, cioè sarà tutto il ciclismo minuto per minuto perché si corrono in contemporanea le mie corse preferite, le classiche del Nord, e la corsa più dura del mondo nel paese più autoindulgente del mondo, o era il paese più bello del mondo? E infatti eccole le bellezze d’Italia quando stacco dai boschetti della Vallonia: viadotti di cui non si capisce il senso. Bisogna dire pure che il Sud non sa valorizzarsi perché mentre al nord Europa ci sono le stradine strette in pavé e nel senese ci sono le strade bianche che vanno molto di moda al sud ci sono le strade brutte; beh, perché in questi casi ci si dimentica dei tempi eroici del ciclismo eroico quando tutte le strade erano brutte? Meno male che qualcuno che ne capisce, e non è lo scrittore parlante, quando due ciclisti della stessa squadra, Viviani e Consonni, cadono in punti diversi fa notare che forse non è una coincidenza e forse non sono le brutte strade ma il brutto vizio di gonfiare troppo le gomme aumentando la performance ma perdendo il famoso grip che non è prerogativa del fuoristrada, però di queste cose si parla e subito dopo ci si dimentica. E comunque quando dalla Liegi si passa al Giro è un dispiacere perché almeno la metà delle volte sta parlando lo scrittore, ora ci dice di Camilleri ora degli abiti dei giullari che erano multicolori, come la maglia della EF che è stata multata però non per la bruttezza ma solo perché non era stata comunicata all’UCI nei tempi previsti, e quando di sera al TGiro propongono la sintesi della tappa e nel momento saliente della caduta dei due Cofidis si risente lo scrittore che blatera di colori dei giullari ci si rende conto ancora di più dell’assurdità della situazione, e ci si chiede perché non lo prestano a qualche altro sport, e non si capisce perché solo il ciclismo deve essere occasione per parlare e straparlare dei luoghi che ospitano gare. Dicevo due corse in contemporanea, oltre 400 km in totale ma anche a sommarle c’è stato poco spettacolo, tutto concentrato nei finali, gli ultimi 2 km al Giro e gli ultimi clamorosi 20 alla Liegi, fuga ripresa verso la fine in entrambe e Liegi decisa sulla Roche-aux-faucons dove sono andati via Alaphilippe Hirschi Roglic Pogacar con Kwiatkowski e Woods che arrancavano e sono rimasti dietro. Nessuno ha provato a evadere davanti e quando nel finale i quattro hanno iniziato a controllarsi Alaphilippe deve essersi ricordato dell’Amstel dell’anno scorso, e infatti dietro c’era Van Der Poel a tirare ma in mezzo c’era Mohoric che era partito in discesa e arrivato sul gruppetto di testa non li ha beffati ma ha finito per tirare la volata al campione del mondo. Ma oggi Alaphilippe forse sentiva troppo la pressione e ne ha combinate di tutti i colori. Già prima dei -50km aveva cambiato tre volte la bicicletta e pure gli scarpini, e nell’ultimo km ha sbandato prima a 900 metri e poi nel rettilineo finale danneggiando Hirschi e Pogacar, ha tagliato il traguardo alzando le mani troppo presto e Roglic l’ha infilato col colpo di reni. Difficile dire se Hirschi e Pogacar che sembravano ben lanciati potevano superarlo ma diciamo anche che per tutti questi errori oggi Alaphilippe non meritava la vittoria, e sta bene che sia andata a Roglic sia perché ci ha creduto fino all’ultimo sia perché, ridimensionato dall’esito del Tour, come già l’anno scorso anziché chiudere la stagione ha continuato con le corse in linea ed è ancora in tempo anche lui per cambiare mestiere e diventare classicomane. Alla fine la giuria impietosita ha retrocesso Alaphilippe per la deviazione finale così avrà meno rimpianti per come ha buttato la vittoria, ma se avesse vinto l’avrebbero squalificato ugualmente? Mistero, come un mistero è stata l’invisibile gara femminile che dicono sia stata vinta da Lizzie Deignan mentre delle protagoniste delle ultime gare solo Vos è arrivata ancora quarta, Longo Borghini Van Der Breggen e Van Vleuten  attardate, unica incrollabile certezza il ritiro di Puck Moonen che non dobbiamo giudicare oggi ma tra 4 anni quando vincerà il mondiale.

Ardenne ingrate per Dries Devenyns: ha lavorato alla Freccia per portare in testa ai 400 m Bagioli che è arrivato 19esimo e oggi per Alaphilippe che ha buttato via la corsa.

La Zeriba Suonata – tutta la vinta davanti

Una radio televisiva ascoltata per pigrizia durante l’agile lavoro, un pezzo mandato più volte che alla fine si è ficcato in testa, e allora, superando i miei pregiudizi sui cantautori, tra i quali questo tipo potrebbe essere stato iscritto anche a sua insaputa, e i (t)rappers, perché quel nome singolo e strano mi insospettiva, e infatti da quel genere proviene, ho visto tutti i video che ho trovato del cantante romano Gazzelle, e mi è venuto da pensare che sulle sue canzoni o almeno su alcune si potrebbe fare della facile sociologia su una generazione annoiata apatica disperata senza valori tendenzialmente anaffettiva e bla bla bla, ma non lo so, né lui aiuta molto perché per fortuna è un tipo riservato e non sta a raccontare i cavoli suoi come fanno altri soprattutto quelle che hanno avuto le malattie. Certo non è negativissimo come Vasco Brondi ma neanche allegro come Cesare Cremonini, a volte ricorda piuttosto il Luca Carboni malinconico, augurandogli di non crescere patetico come il bolognese che oggi sembra uscito da un film di Jerry Calà. Poi per quanto riguarda i valori e tutto quello che fa Premio Tenco questi per me sono dettagli, come valore vale di più la sua abilità con le rime e i giochi di parole, lui che ha tutta la vita davanti/ sì, davanti a un bar”, ma per chi ci tiene a quelle cose diciamo che nel video di Stelle filanti interpreta un rider che consegna un macpanino a un ragazzo nero, e infatti lui si è schierato contro le politiche del Capitano. Poi per quanto riguarda il discorso dell’apatia e della paura dei sentimenti qui vi posto apposta Martelli, il pezzo con più pathos.

La Zeriba Suonata – il Concettone di Maggio

I Perturbazione hanno composto una serie di canzoni che poi hanno ricondotto dentro un’unica storia di un amore perturbato e ne hanno tratto un disco intitolato (Dis)amore (Ala Bianca) previsto per marzo ma poi uscito a maggio e ci vuole coraggio a fare un concept-album di 70 minuti in tempi di ascolti veloci e distratti, così lamentano i giornalisti del settore, ma in verità pure io, checché ne dicano i recensori di cui sopra, una scorciatina gliel’avrei data. Dal punto di vista musicale vi si possono trovare tutte le influenze che si preferiscono: chi ci vede gli americani, chi gruppi enfatici, perfino i Procol Harum, chi i cantautori, io ci metterei i miei scozzesi a iniziare da Stuart Murdoch. Ma l’unica influenza certa è quella degli Smiths, anche perché se ne cita I Know It’s Over (cortesemente in originale e non nella brutta versione del figlio di Tim Buckley) e come esempio di sonorità e andamenti dondolanti smithsiani eccovi Mostrami una donna.

Un concept-album è un salto nel vuoto?

La Zeriba Suonata – la musica come piacere

Basta seguire per 2 o 3 giorni un paio di tivvù di quelle collegate alle radio per accorgersi che girano sempre gli stessi pochi video e tra tante banalità e tristezze in questo periodo spicca una cantante dotata anche di una voce notevole ed espressiva con un retrogusto direi addirittura di Billie Holiday. Sono andato ad approfondire e ho scoperto che Celeste, all’anagrafe Celeste Epiphany Waite, è nata in California da madre britannica e padre giamaicano, si è trasferita da piccola in Gran Bretagna e si è avvicinata alla musica ascoltando Aretha Franklin e Ella Fitzgerald, è molto apprezzata dalla critica, ha ottenuto premi e riconoscimenti vari, ha cantato alla BBC e a Glastonbury, ha duettato con quel simpaticone di Paul Weller, eppure nonostante tutto ciò non ha ancora inciso un album vero e proprio, anche se dovrebbe esserne pronto uno intitolato col suo nome. Ma ugualmente mi chiedo se il concetto di album non sia una cosa vecchia, cui siamo legati noi che abbiamo conosciuto i vinili nella loro prima vita, ché quella attuale sa di accanimento terapeutico, e forse ai giovani come Celeste di anni 26 appena compiuti non interessa tanto. Il video di cui scrivevo si intitola Stop This Flame ed è stato girato a New Orleans, è un trascinante rhythm’n’blues e vi consiglio di vederlo fino in fondo perché nella parte tagliata dalle tivvù c’è la cantante in mezzo alla banda con tipica strumentazione locale e tutto, la musica i suonatori le ballerine e il pubblico che si fa coinvolgere, rivela la musica come piacere e non doglianza come in Italia, e viene da chiedersi perché alle feste patronali da queste parti non invitino una banda così anziché quei tromboni che suonano residui ottocenteschi degni del Maestro Scannagatti. Del brano c’è anche una versione dal vivo, potremmo definirla da pub-soul, con le donne tra il  pubblico che ballano da sedute e Celeste che sfoggia anche le altre sue doti. Ma nel suo repertorio c’è anche del soul più d’atmosfera come nel brano Strange, così d’atmosfera da sfiorare quasi il trip-hop alla Portishead. Per cui direi che allo stato l’interprete c’è, l’augurio è che in futuro abbia un repertorio anche migliore.

pessimissimi

Già negli anni 80 notavo l’abuso del termine “mitico” anche per persone e personaggi di cui si sapeva molto, pure troppo, quindi per niente favolosi, ma forse l’uso di un linguaggio esclamativo superlativo potremmo anche farlo risalire ai tempi di Canzonissima, chissà. E poi la situazione è solo peggiorata, al punto che dare gli auguri sembrava ormai una cosa da pidocchiosi, bisognava dire auguroni o augurissimi. E i media, almeno quelli più seguiti e quelli meno fantasiosi, anziché stemperare o contenere hanno fatto peggio e ogni notizia doveva essere esagerata e se la notizia non c’era la si inventava. Fino a poche settimane fa, ad esempio, se un centenario pieno di acciacchi moriva in ospedale si parlava di un caso di malasanità, oggi medici e infermieri sono tutti eroi. Insomma la considerazione degli operatori sanitari è cambiata da un estremo all’altro, quello che resta immutabile è il fatto che certi media sono pessimi, anzi pessimissimi.