La Zeriba Suonata – tipo il paradiso dentro la radio

Quello che spesso si dice della musica di Ariel Pink è che sembra uscire da una vecchia radio nei paraggi, e nel caso di Feels Like Heaven, tratto da Dedicated To Bobby Jameson, pubblicato dall’etichetta Mexican Summer nel 2017, verrebbe da chiedersi cosa sta trasmettendo quella radio, The Psychedelic Furs o The Smiths?

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La Zeriba Suonata – quanto fa 4 + 4

Nella Terza & Quarta Repubblica non importa sapere quanto fa 4 + 4, quello che conta è dire di essere onesti e volere il Cambiamento. Ma nella profonda Prima Repubblica 4 + 4 era uguale a Nora Orlandi, pianista e compositrice, nota soprattutto per un quartetto vocale, i 2 + 2, ma poi lei con un aumento di capitale ingrandì la ditta, fece altre assunzioni e cambiò la ragione sociale in 4 + 4. E per un ragazzino all’epoca un coro voleva dire dei distinti personaggi che cantavano badabadà o sciabadabadà, niente di che, poi per fortuna arrivano i revival e scopri gli scatenati beat della Signora Orlandi, come questa Soho, dalla colonna sonora del film A Doppia Faccia, del 1969, composta insieme ad Alessandro Alessandroni, uno che volendo poteva pure fischiare dietro alle signore per strada, perché il suo era un fischio d’autore, poi non pensiamo che lo facesse davvero, però gli Autori con la a maiuscola pare che possono permettersi tutto, ma mi pare che siamo usciti un po’ fuori tema, quindi tutto come al solito.

Miseria e Nobiltà (e altre banane)

Nel Regno Unito qualche testa salterà. E’ grave che con tutti i consiglieri e collaboratori a disposizione nessuno si sia accorto che per il grande matrimonio era stato scelto lo stesso giorno dello Zoncolan. Così lo Sposo non capiva il motivo per cui molti declinavano l’invito con le motivazioni più varie e anche meno credibili, mentre la Madre dello sposo pensava che fosse colpa dell’impresentabilità della Sposa nell’Alta Società, e hanno iniziato a capire come stavano le cose solo durante il ricevimento, quando gli ospiti superstiti hanno estratto dalle più recondite tasche dei loro lussuosi abiti radioline cinesi da 10 sterline per ascoltare i collegamenti dal Giro. E anche sul megaschermo collocato nel Parco si è iniziato con la diretta della Cerimonia, ma poi quando si è fatta ora si è cambiato canale e un’ovazione ha accolto l’inquadratura di The Prince Duke Count, il primo dei nobili a declinare l’invito al Royal Wedding, perché proprio quest’anno che la Androns è stata invitata a ben più importante evento non era proprio il caso, grazie, sarà per la prossima volta, non mancherà l’occasione. Si parte con qualcuno che non parte: Wellens quando c’è brutto tempo fa sempre lo sbruffone, attacca, dice che quando piove vince sempre lui, insomma si è buscato la bronchite. E a proposito di smargiassi, appena si stacca sulla salita del Duron Sam Bennett impenna con la bici, forse vuol dire che la girlfriend non è ancora tornata in Irlanda. Si scala lo Zoncolan, la salita degli indiani,

I campeggi dei tifosi.

la salita cara agli amanti del ciclismo sadico, e figuriamoci se non usciva quello che già che ci siamo chiede quando si farà il Crostis. Ma se già sullo Zoncolan bisogna fermare le ammiraglie e salire con le moto, sul Crostis come si prosegue, con gli asini messi gentilmente a disposizione da Bruseghin? Sadica pure la RAI che con il ricatto della tappa ci rifila i servizi sulla Grande Guerra e altre disgrazie che fa sempre piacere ricordare, soprattutto nelle fasi finali della corsa. Gli indiani dicevo, i tifosi sugli spalti del cosiddetto stadio naturale. Intanto, se a quello che anche quest’anno si butta tra i ciclisti con una volpe imbalsamata prima o poi gli rifilano un DASPO mi fanno un piacere personale. Ma prima hanno intervistato una coppia di anziani con una cagnetta che hanno raccontato dei figli che avevano iniziato a correre e poi hanno smesso per studiare, ogni anno seguono il Giro, e viene fuori che sono di Caserta, evidentemente qui non ci sono solo io a seguire il ciclismo, anche se lo sport più popolare rimane il parcheggio in terza fila. E all’inizio della salita la signora avrà forse pensato che il marito voleva offrirle dello champagne, ma in realtà lui aveva solo gridato Mo’ Esc Anton, quando lo scalatore basco è uscito dal gruppo iniziando la serie di attacchi. Poi, oltre a un deficiente con un ingombrante vestito da drago che ha pensato di avere più visibilità qui che a una fiera di cosplayers, ci sono i tifosi che offrono banane ai ciclisti col rischio che questi gliene consiglino un uso alternativo. All’inizio della fine lo scatto buono è quello di Froomolo, che con le sue froollate su una salita da rapportini ci va a nozze, si vede che è giornata per le  nozze, e va a vincere. Brailsford avrebbe chiesto a Froome, dopo la caduta in Israele, se voleva tornare a casa, e gli haters personali del kenyanglo pensavano che lui con la banale scusa della caduta si sarebbe intascato l’ingaggio israeliano e se ne sarebbe tornato a casa a preparare il Tour, ma Froomolo dimostra oggi che lui non ci pensava proprio, come direbbe Totò, a ritirarsi con la scusa della banana. Tra gli aspiranti alla vittoria, categoria in cui non rientra Aru, il primo a staccarsi alle froollate è Teobaldo, che almeno riesce ad attaccarsi a Dumoulin, che da parte sua, con la sua mole e le sue caratteristiche, deve salire col suo passo, invitto, sempre seduto, tanto che oggi lo chiameremo il Toro Seduto di Maastricht, soprannome che si intona con la cornice indiana, e tom tom cacchio cacchio alla fine perde poco, staccando di nuovo Pinot che pensavamo meglio.

Ma il Saronni dellUAE è lo stesso Saronni dei tempi di Tonkov?

Ora mi aspetto che quelli che il doping, i motorini, il salbutamolo, inizino a dire che, nascosto sotto i tre tunnel nel finale, Froome abbia tirato fuori l’inalatore magico e si sia dato il supermegaaiutino. A proposito, per i tifosi italiani sono lontani i tempi in cui da quel tunnel spuntava al comando Gibo Simoni, mentre per gli spettatori tivvù sono lontani i tempi in cui De Zan recitava quanti più nomi possibile all’arrivo, una sorta di democratico rispetto per i ciclisti, mente gli attuali, detti i nomi dei primi, lasciano scorrere gli altri, preferendo dire banalità sui principali protagonisti.

La Zeriba Suonata: un’alt-meteora

Funziona così: le generazioni si succedono e quando una di esse occupa manu militari tivvù radio e altri media cerca di convincere quelli delle altre generazioni che il decennio della propria fanciullezza o adolescenza o giovinezza è stato il migliore. In fondo si può scegliere; io per esempio mi rifiuto di considerare favoloso un decennio in cui c’era politica dappertutto, ci si inciampava, e tutto doveva essere classificato di destra o di sinistra, secondo le precise disposizioni derivanti dalle idee confuse dei figli di papà di destra o dei figli di papà di sinistra. Tutto questo finché non arrivarono le truppe alleate a liberarci, con in testa i carri armati punk seguiti da reggimenti new wave, no wave, pop, in particolare pop scozzese, ska. Diciamo che questa è una descrizione un po’, un po’ troppo, romanzata. Quello che è sicuro è che in questi revival si punta troppo sull’effetto nostalgia, e che al di là di orgogli e “scontri” generazionali, si cerca anche di dare un po’ di ossigeno, se non di riesumarli, a personaggi del passato ormai dimenticati. Ora è il turno dei fans dei 90, e in Italia è pieno di ammiratori di un gruppo chiamato come una moto, che presentò la novità di un cantante muto. Ci sono tanti cantanti ciechi, questo è normale, uno che ha difficoltà a leggere, che non può dedicarsi alle arti visive, facile che si butti sulla musica, ma un cantante muto? Ok, qualcuno dirà che era in realtà un ballerino, però pure i Prodigy avevano i ballerini, ma quelli cantavano. Venendo alla musica normale, gli anni 90 sono stati il decennio della migliore Bjork, e delle musiche nuove più o meno elettroniche, tutte con la loro etichetta, che spesso veniva rifiutata dagli stessi musicisti:  provate a dire a Tricky che faceva trip hop e state poi attenti che non vi morda. E la critica ha privilegiato questi generi e questi personaggi. Oppure preferiva il tedio dei Manic Street Preachers, o lo sperimentalismo dei Radiohead, anche se il loro successo nacque con brani più pop, oppure il grunge, una musica sostanzialmente reazionaria, che fu un passo indietro nella musica. Un gruppo un po’ dimenticato, che pure io avevo messo da parte, era irlandese, si chiamava (o si chiama tuttora) Ash. Facevano musica semplice come il loro nome, un rock fulminante punk pop powerpop o a volte quasi hardcore, ed erano ritenuti più adatti ai singoli, eredi insomma di Ramones Buzzcocks e direi anche Husker Du, e avevano il coraggio di titoli semplici come Oh Yeah, sul genere di She Loves You e Alright. Erano popolari al punto che furono chiamati a incidere il brano principale, non a caso omonimo, della colonna sonora di A Life Less Ordinary.

Poi semmai sui lati B dei singoli si sbizzarrivano con titoli più articolati, come questo che manco mi ci metto a riscriverlo (è morto un coltello?).

Nel video di A life eccetera vediamo una chitarrista da poco entrata nel gruppo, Charlotte Hatherley. E’ lei la meteora del titolo del post, che dagli Ash uscì poco dopo per iniziare una carriera solista non molto fertile, al punto che nel 2017, dopo anni, è tornata a fare un disco e senza label. Ma l’esordio Grey Will Fade non andò male. Dentro c’era Summer, un pezzo che forse stona in questo periodo, ma pensate ad Adelaide, ai canguri, al Giro del Giù Sotto.

Tom Tom cacchio cacchio

Mi piace il ciclismo e seguo le corse a prescindere dai nomi e dalle nazionalità dei protagonisti. Però viene anche da chiedersi per quanti anni ancora potremo seguirlo. Il Giro d’Italia occupa una rete generalista e butta fuori i programmini di taglio e cucito, inteso sia come lavori domestici che come gossip, e i telefilmini che possono andare in replica quando arriva l’estate, però per le altre corse non è lo stesso, e devono sgomitare come velocisti all’interno dell’unico canale sportivo, contendendosi lo spazio con calcio, basket, calcio, sederi delle pallavoliste, calcio, biliardo, calcio, lippa, e a volte anche calcio. E per quanti anni ancora gli italiani vorranno vedere il giro senza poter esercitare l’hobby del nazionalista? Ricordando forse vecchi filotti, come le 5 tappe consecutive al Tour del 1991, qualcuno sperava che la vittoria di Nibali scatenasse un risorgimento ciclistico italiano, che cacciasse dal suolo italico il nemico, fagiani compresi, e invece subito, la tappa successiva, si è tornati alla realtà. Pochi italiani hanno partecipato all’evasione di massa, e fra loro qualcuno ha lavorato per il capitano, qualcuno ha dovuto arrangiarsi, e alla fine il meglio classificato è stato Busato, solo quinto. Uno e mezzo lottano per la classifica, nessuno vince le tappe, nessuno è costantemente nelle fughe dopo che Benedetti ha messo la testa a posto e si è trovato un lavoro da gregario. Si potrebbe fare un convegno con uno di quei titoli originali tipo “Ciclismo italiano: quale futuro?”. Qualcuno potrebbe dire che anche il campionato di calcio, pieno di stranieri, non perde interesse, ma lì c’è almeno l’attaccamento ai club, che nel ciclismo allo stato non c’è, né potrebbe esserci con squadre sempre cangianti, al più può sopravvivere solo in certe zone d’Italia, solo per i dilettanti, con le corse di strapaese tanto ambite, e poi, quando c’è una corsa internazionale, sono mazzate da australiani inglesi ed esteuropei, e poi ci si meraviglia che i giovani non crescono bene. Ci sembra quasi che qualunque straniero potrebbe migliorare il livello del ciclismo italiano. Beppe Conti dice spesso che è un peccato che Sagan non sia veneto, potrebbe chiamarsi Pietro Sagàn, ma ci potremmo accontentare di meno, ad esempio prendiamo i due superfuggitivi: Pavel Brutt potrebbe essere emiliano e chiamarsi Paolo Brutti (purché non canti) e Daniel Teklehaymanot potrebbe essere padano e chiamarsi Daniele Tecleaimanotti, ce lo vedo bene. E pure Alberto Rui Costa potrebbe essere italiano, ma anche no. Ma oggi inizia una serie di tappe, tutte potenzialmente decisive, e agli altri non so quanto spazio possa rimanere. Da oggi ogni occasione può essere buona per vincere la classifica, o salire sul podio, e non sfruttarla potrebbe lasciare grossi rimpianti. Non bisogna lasciarsi sfuggire le buone occasioni; prendete la RAI, ieri al processo è andato Purito Rodriguez, uno dei pochi che può dire qualcosa che valga la pena di ascoltare nel piattume banalume diffuso, e invece non l’hanno fatto parlare, perché c’era ospite d’onore specialissimo Nibali, i microfoni e le orecchie erano tutte per lui, e lui non si è fatto pregare, almeno non ulteriormente, e Nibali, almeno quando è in gara, è un lapalissiano convinto, sto bene, se posso attaccare attacco, se non ce la faccio mi stacco, rispetto gli avversari, bene la squadra (la Bahrain, ma voi potete pure chiamarla semplicemente Pellizzotti). Passiamo alla tappa, che è dolomitica, e sarà tappina o tappone, dolo o mitico, Dumoulino o Dumoulone? E invece va ancora la fuga delle seconde linee, dei luogotenenti, delle mezze punte, dei gregari, dei mediani, dei mediocri, dei perdenti, vabbe’ non esageriamo, insomma degli altri, non c’è Polanc che prevedibilmente perde quello che aveva guadagnato ieri, e, a conferma di quello che dicevo, ci sono due eterne speranze italiane, Vilella e il redivivo o ritornante Rosa, ma lavorano per capitani foresti. Fa piacere che in un giro in cui c’è stato tanto, troppo fairplay, per le maglie diciamo minori non ci sia già il no contest, il lasciarla a quello in testa alla classifica per non pestargli i piedi, come a volte accadeva, ma ci sia ancora lotta, come per la maglia azzurra, con Fraile e Landa che ancora se la contendono. E forse il dividersi su due obiettivi nuoce a Landa, perché quando resta in testa col solo Van Garderen, riesce a perdere come l’altro giorno con Nibali, e se qualcuno tante volte avesse sospettato che Landa avesse lasciato la tappa all’ex compagno nel giorno dedicato all’altro ex compagno, si rassicuri, è tutto regolare, è Landa che si comporta da pollo. Va detto onestamente che lo spagnolo ha avuto anche difficoltà con la radiolina, perché a un certo punto, col suo segnale potentissimo, Radio Maria si è sovrapposta alla voce di Cioni. E curiosamente vince l’americano col nome strano, nel giorno in cui qualcuno ipotizzava per lui addirittura una forma di depressione, e lo invitava a rollandizzarsi, e chissà che Tejay non gli abbia dato retta. La fuga non ha mai preso il quarto d’ora di vantaggio come da tradizione del genere, e a oltre 50 km sembrava che non ci fosse speranza, perché dietro sembrava che stesse per succedere qualcosa di clamoroso. Infatti attacca Quintana, come fosse Contador, vuole fare l’impresa, oppure è un bluff, gli altri non si muovono, Nibali salirà col suo ritmo, no, scatta anche lui, lo riprende e lo stacca oppure scoppia, intanto raggiunge Quintana, se ne vanno loro due, Dumoulin non si scompone e tomo tomo in poco tempo li raggiunge. Nella salita successiva gli scattini di Quintana non fanno paura a Dumoulin, che si diverte a scattare anche lui, e i tre favoriti iniziano a controllarsi, fanno quasi il surplace, ma Quintana e Nibali fanno la figura di Roche e Criquelion a Liegi nell’87, solo che di Argentin ce ne sono tanti: uno o due alla volta scattano gli altri uomini di classifica, Pinot e Pozzovivo, Zakarin, Kruijswqualchecosa e Mollema, e Dumoulin dice ai rivali: Mo’ annateli a pija’! E però alla fine Tom è sempre più roseo, mentre rischiano addirittura il podio sia Nibali, nero in volto, sia Quintana, che è sempre imperscrutabile e poi, come direbbe Silvio B, è abbronzato. Nelle interviste dopo tappa Dumoulin dice di non capire i due rivali, che hanno rischiato il podio, e rincara la dose dicendo che sarebbe bello se davvero lo perdessero, per niente diplomatico e anche bambinone: per il nuovo Indurain ripassate che non è ancora disponibile. Al corrente di queste affermazioni, Nibali, a differenza di ieri, non si risparmia, e di Dumoulin dice che è spavaldo ma anche bravo, oscilla tra le accuse e la diplomazia, parla addirittura di karma, e sinceramente da Nibali il karma non me lo sarei mai immaginato, ma comunque si capisce che, appena gli capita l’occasione, cercherà di far rimangiare a Dumoulin quello che ha detto, che per l’olandese sarà sempre meglio del gel lassativo.

Dove osano i fagiani

Agli italiani piace dire che qui per qualsiasi cosa ci vuole una spintarella. Alimentano questo che è più di un luogo comune forse anche per giustificare il proprio operato, così fan tutti. Però guardate Moreno, ci ha provato con la spintarella e gli è andata male. Allora lo spagnolo ha pensato che gli rimaneva un’ultima cosa da fare per rendersi utile alla squadra, e ha prestato la sua radiolina, che per ora non gli serve, a Pibernik, così lo sloveno stasera può ascoltare la seconda serata dell’Eurofestival senza scaricare la batteria della sua radio personale. Chissà se la vittoria parallela di ieri sarebbe stata sufficiente a Pibernik per essere ingaggiato in un circuito post giro. In passato c’erano questi circuiti che servivano a guadagnare e a fare passerella, poi in Italia sono scomparsi. Ai tempi di Gibo per qualche anno c’è stata una cronoscalata, e quest’anno era annunciato un nuovo circuito. Però si può fare anche qualcosa di diverso. Ad esempio, in Belgio, quando finisce la stagione del ciclocross, c’è anche una gara di salto in alto con la bici. E quindi anche in Italia si è pensato a qualcosa del genere; infatti, dopo il giro, al Lido El Rey De Las Islas, a Milano però Marittima, ci sarà una gara di limbo in bicicletta, già ingaggiati Caleb Ewan e Jakub Mareczko, probabili anche Cavendish e il Dumoulin francese, Samuel della AGR, l’unico che Pozzovivo può guardare dall’alto in basso. Però ora basta distrazioni, c’è l’arrivo a Terme Luigiane. Con quel finale in salita è una tappa adatta agli uomini da classiche; infatti nel 2003 vinse Garzelli, che era un uomo da classiche ma non se n’è mai accorto, e ha concluso la carriera con un GP di Francoforte battendo Ciolek in volata, 6 Valli Varesine (insomma il calcolo è facile: ha vinto due volte la Tre Valli, non c’è bisogno di chiamare il mateomatico) e un secondo posto alla Liegi. Però è un arrivo per uomini da classiche vallonate, e cosa ci fa in fuga Jasper Stuyven che è uomo da pavé? Beh, comunque è veloce, la squadra crede in lui e infatti, tra i 5 di testa, c’è anche il compagna Mads Pedersen, che si ammadsa di lavoro ed è il primo a staccarsi. Un’altra cosa negativa che si dice degli italiani è che non gli piace lavorare, e chi sono io per smentirlo? Poi lavorare si lavora, chi il lavoro ce l’ha e anche tanti che ufficialmente non ce l’hanno, però aspettarsi che ci si vada canticchiando allegramente come i 7 nani è un po’ troppo. A meno di non fare lo stesso lavoro che faceva Helmut Newton, ma forse è meglio lasciar stare. E insomma se Simone Andreetta si risparmia e salta dei cambi non è per furbizia, è che non ne ha più. E infatti è il secondo a staccarsi e, quando i tre superstiti davanti rallentano molto per studiarsi, non ha la forza per rientrare e superarli in tromba come fosse Argentin. E davanti c’è Postlberger, che a un certo punto quatto quatto prende qualche metro di vantaggio, ma gli altri due conoscono i loro polli e anche i loro fagiani e non lo mollano. E vanno alla volata. La lancia lo svizzero Dillier, bravo passista a corto di vittorie individuali importanti, ma Stuyven sembra che riesca a superarlo, e invece no, Dillier resiste, e in fondo è pure un seigiornista, non so se mi spiego, in un giorno positivo per i pistard, visto che a Dunkerque ha vinto quel giovane marpione di Benjamin Thomas. Dillier se oggi non è un uomo da classiche forse un giorno lo diventerà. Ma ci vuole uno scalatore come Gibo Simoni a rilevare che entrambi hanno sbagliato a fare la volata, con le mani alte sul manubrio e non in basso. Invece durante il Processo c’è Pozzato, nuovo inviato RAI in gruppo, che è stato fotografato mentre mangiava cannoli siciliani, e allora dice di seguire la dieta a zona, cioè in ogni zona d’Italia assaggia il cibo locale. Questa è un’affermazione che farebbe inorridire gli scienziati della Sky, se solo avessero contatti col mondo esterno e sentissero cosa si dice là fuori.

Al ritmo della canzone che i Gibson Brothers dedicarono a Jakub “Kuba” Mareczko, nella carovana una ragazza con i capelli rinforzati si esercita nel limbo con l’ammiraglia della Katusha.