La Zeriba Suonata – giugno di tanti anni fa

Nel 1944 io non c’ero ma so che qui di sicuro c’erano la guerra e la miseria, però neanche i musicisti del giorno c’erano e, anche se in America la guerra poteva sembrare lontana, non so come poi gli è venuto in mente di pensare che quello doveva essere un bel periodo, e poi perché? Perché Henry Miller e Anaïs Nin si scrivevano le lettere? Ma fate sul serio? Comunque loro sono Jeff Mueller, Sean Meadows, Doug Scharin e Fred Erskine, tutti provenienti da altri gruppi e che come ragione sociale della loro nuova band scelsero proprio June of 44. Sono ritenuti tra i principali gruppi di math o post-rock, roba sperimentale, dove “math” sta per “matematica” e non per “mattone”, ma credo che questa musica, anche se a un primo ascolto può sembrare più un mattone, possa piacere anche a quelli che si vantano del fatto che a scuola non andavano bene in matematica, come se la cosa gli conferisse un’aura trasgressivo-poetica.

June of 44 – Air # 17

Con Altan non si può

A volte quando leggo un libro ne posto qualche citazione, perché quello sono in grado di farlo, una recensione non mi azzardo. Però con un libro di Altan non si può: cosa scegli? Al limite si potrebbe pensare di selezionare un paio di vignette e dire “ecco, queste sono quelle meno riuscite”, ma non ce ne sono.

E’ tutto finito, circolare!

Questa volta parliamo di donne

Guardavo il meteo, quello su Canale 5 con la mia meteorologa preferita, e pensavo che in questo paese ci sono sempre state relazioni pericolose, c’è un governo con l’inciucio migliore che si possa immaginare, e per restare nell’ambito TV la RAI ha affidato più volte la presentazione di Sanremo alla De Filippi finendo con il fare pubblicità alla cosiddetta concorrenza e al sistema talent, però il Giro per le previsioni si affida ai tristi uomini di fiducia della RAI invece di consultare Stefania Andriola che con il mondo del ciclismo ha avuto a che fare. Ma poi le previsioni meteo della RAI si rivelano pure sbagliate, doveva piovere o nevicare sull’ultima tappa di montagna e così non è stato alla faccia dei cultori del ciclismo più sadico che eroico. In genere non sto ad ascoltare quello che dice lo scrittore parlante, ma stavolta ho sentito che ha accennato a una ballerina della Belle Epoque che soggiornava da quelle parti, Cléo De Mérode, dice che era bellissima, e dato che all’epoca c’erano già le fotografie, e non c’è bisogno di cercare quadri o interpretazioni di illustratori come per la famosa Charlotte che non la dava a Goethe, o al giovane Werther se preferite, dicevo sono andato a cercare le foto e in effetti Cléo era bella di una bellezza non datata, cioè direi moderna. Poi l’argomento è gradito al governissimo migliorissimo che vorrebbe tornare ai fasti della Belle Epoque, già ha decretato il bonus terme, allo studio c’è il bonus casinò grazie al quale si potranno detrarre dalla dichiarazione dei redditi le perdite al casinò, ed è stato proposto all’UE di spostare la sede da Strasburgo a Baden Baden. In seguito lo scrittore parlante è stato più pertinente quando a 8 km dall’arrivo, in piena Marmolada, ha detto che in quella zona vive la marmotta, e questa notizia è in tema con il Giro perché sembra di essere nel film Ricomincio da capo (Il giorno della Marmotta), ogni giorno uguale all’altro. Infatti davanti c’è la fuga nella quale si infilano il solito Van Der Poel e Vendrame dopo le recriminazioni del giorno prima, ma saranno i primi a staccarsi anche se Vendrame fa in tempo a litigare con qualcuno, e con una bella fuga dalla fuga prima si prende la Cima Coppi sul Pordoi e poi vince sul Passo Fedaia uno dei giovani italiani più promettenti, Alessandro Covi, figlio di Marilisa Giucolsi che correva negli anni 90 che furono un altro periodo dorato per le cicliste italiane, mentre dietro il gruppo con la Bahrain tira come se Mikelanda preparasse l’attacco della sua vita, e invece quando i gregari finiscono il lavoro lui resta lì, e l’attaccone lo fa Jay Hindley che stacca Carapaz e in 3 km gli prende un minuto e mezzo. Carapaz va in crisi e pure Landa lo supera, ma a questo punto, comunque finirà con la crono conclusiva, non potremo più sminuire il Giretto del 2020 perché Hindley è vivo e lotta insieme alla Bora. Il Garzo che per tutto il Giro ha avuto da ridire sulla Bora del suo amico Gasparotto, che chissà cosa gli ha fatto, e ha elogiato la Bahrain, ha detto che Landa non era il Landa che conosciamo: infatti il Landa che abbiamo conosciuto in tutti questi anni sarebbe già caduto nelle prime tappe. Il Processo ha mantenuto l’impegno di alternare come ospiti 6 campionesse, sempre elogiate da Fabretti che le ha fatte parlare più di quanto usasse in passato la signora AdS, e stavolta è stato il turno di Marta Cavalli, ancora lei? E’ da un mese è mezzo che l’immagine sullo sfondo del mio pc è la sua vittoria all’Amstel con dietro tutti i gruppetti dispersi sul vialone di Valkenburg, non se ne può più.

In questa foto Cléo de Mérode sembra una mezza fricchettona degli anni 70.

Il giorno dei millepiedi scalzi

Lo scrittore parlante dice che non è vero che l’ultima tappa è come l’ultimo giorno di scuola, come ha sempre sostenuto Cassani, perché l’ultimo giorno di scuola si è solo contenti mentre il Giro vorresti che non finisse mai, ma immagino che i ciclisti stanchi e ammaccati non siano molto d’accordo. Una cronometrina di 17 km non poteva stravolgere la classifica e così Jay Hindley vince il 105esimo Giro d’Italia, e gli italiani possono prendersi un po’ di merito per questa vittoria giusto per quei pochi mesi in cui il ragazzo ha corso in Abruzzo. Quel periodo non gli è stato sufficiente per imparare a parlare italiano, e a Rizzato dice che non può chiedergli di dire qualche parola nella lingua di Dante, eppure non ci vuole nulla, basterebbe dire Pape Satàn, pape Satàn Aleppe e farebbe tutti fessi e contenti, come si dice nella lingua non proprio di Dante. Però mi chiedo se dagli italiani Jay non abbia appreso piuttosto la nobile arte della ruffianeria, quella che fece vestire i Maneskin con la bandiera americana quando suonarono a Las Vegas ma fece pure indossare al brit Mick Jagger la maglietta di Paolo Rossi quando cantò e sculettò, più la seconda, a Milano nel 1982. E infatti Hindley dice che la maglia rosa è la più bella, de gustibus, e che il Trofeo senzafine è il più bel trofeo che abbia vinto, e qui è facile perché non so quanti altri trofei abbia vinto. Dicono che è venuto al Giro senza fare proclami, ma ha anche pronunciato la programmatica e già storica frase: “non siamo qui per mettere i calzini ai millepiedi”, presumo che nel Giù Sotto sia il corrispettivo della faccenda delle bambole da pettinare. Rispetto al 2020 Hindley ha corso meglio la cronometro finale ma la vittoria è andata a Matteo Sobrero, nel cui curriculum vitae la parentela con Filippone Ganna viene prima del titolo tricolore. Nibali con il quarto posto finale e Valverde con l’undicesimo concludono il loro ultimo Giro, la gente li invita a ripensarci, io invece li invito a tenere duro: Hasta la pensione siempre! Chi chiude malissimo il Giro è la RAI, perché prima arriva AdS con due taniche di retorica e non ne risparmia neanche una goccia perché a casa ne ha tante altre, poi al Processo arriva Cipollone che viene ritenuto un’autorità e invece è solo un triste umarell, anche se ascoltarlo può consolare chi ha superato i sessanta e crede di essere troppo vecchio, ma l’esperienza mi dice che non c’è un’età precisa in cui si può iniziare a rimpiangere la propria età dell’oro, io per esempio non ho ancora iniziato, e Cipollone dice che le fughe da lontano ai suoi tempi non arrivavano (e come fece Saligari a vincere a Caserta nel 1994?) e se c’era Pantani eccetera, e si contraddice anche, e contraddicendosi si espone troppo perché prima tira in ballo la solita accusa alla troppa tecnologia e ai misuratori di potenza, poi quando spara che gli italiani hanno insegnato il ciclismo a tutto il mondo dice che la matematica (intende la scienza) nello sport l’hanno introdotta Conconi e Ferrari, cioè quei due scienziati che dagli anni 80 erano dietro a tanti successi italiani non solo nel ciclismo ma in tanti sport di resistenza e poi è finita che il secondo è stato radiato e il primo è stato “prescritto”, i bei tempi dell’ematocrito a 60 che non ritornano più. E per far parlare l’umarell, interrotto solo e non abbastanza dalle interviste ai protagonisti di questo Giro, agli altri ospiti Colbrelli e Guderzo più addentro al ciclismo odierno non sono state rivolte domande, eppure se ne poteva fare una a Tatiana quando sono state accolte due sciatrici degli anni 90 indicate come esempi per le loro eredi attuali, cioè si poteva chiedere a Guderzo se ha avuto bisogno di esempi e se negli anni 90, quando era ragazzina, sapeva che al Tour de France Luperini e compagne vincevano la classifica e la metà delle tappe, forse non lo sapeva perché la tv dava molto più spazio allo sci. Ma Cipollone non ha finito lo show e, quando l’incauto Hindley parla dei sacrifici fatti stando lontano da casa (in realtà sembra che a causa del covid non vedeva i genitori da più di due anni), il giovane umarell dice che il giovane ingrato e viziato dovrebbe essere contento di stare lontano dalla famiglia, forse perché fa lo sport che gli piace o forse perché restando in famiglia non si può nemmeno picchiare la compagna perché è diventato reato, anzi il Cipollone che lasciava il Tour dopo poche tappe per andarsene al mare aggiunge che se fosse stato vivo Alfredo Martini gli avrebbe raccontato la vita vera, i veri sacrifici di quando ci volevano 9 giorni di viaggio per andare al Tour perché c’erano i bombardamenti, ma se Martini fosse ancora vivo anche a 101 anni sarebbe più lucido di Cipollone.

Vanishing Gala

Alla fine Putin ha invaso l’Ucraina incurante del fatto che i blog italiani fossero a favore della Pace, ci deve essere stato un problema di comunicazione. La guerra creerà un grosso disagio per gli italiani perché dopo essere diventati esperti di epidemiologia e virologia devono ripartire daccapo e farsi una cultura su strategie politiche e militari, anche se le due materie sono in qualche modo collegate perché questa è la prima guerra da quando abbiamo capito che in certi laboratori si scherza con i virus con quel che ne può conseguire. Comunque spero che gli italiani si impegnino perché di qualcuno che ne capisce di cose internazionali abbiamo davvero bisogno.

La classica paradossale

Che una corsa alla sua prima edizione sia definita “classica” ormai non suona più paradossale perché non è una novità, soprattutto in Spagna, e la “Clásica Jaén Paraíso Interior” si corre in Andalusia e arriva a Úbeda, città patrimonio dell’Umanità. Non è una novità neanche che ci siano molti tratti di sterrato, anzi ormai è una moda, sembra quasi che agli organizzatori di corse ciclistiche le strade asfaltate gli facciano schifo, e neanche il nome del vincitore sorprende, perché il qazaqo Lutsenko inizia l’annata da dove aveva concluso la precedente con la vittoria sugli sterrati serenissimi. La gara spagnola si corre tra gli ulivi mentre in Italia in genere si corre tra le vigne, ma la vera particolarità della Clasica di Jaen è straordinaria. Infatti questa corsa si conclude con tre giri di un circuito in cui ci sono alcune salite anche ripide, ma i commentatori di RAI-Sport ci dicono che, a differenza delle Strade Bianche, nella corsa spagnola non ci sono discese.

Fermi tutti.

Si fa un giro tornando al punto di partenza, si sale ma non si scende. Questo contraddice le nostre rudimentali nozioni di geografia e di fisica, forse lungo il percorso c’è un varco spazio-temporale? Non mi è sembrato, forse solo la meccanica quantistica può spiegare questo paradosso. La prima edizione della classichetta è andata bene, non ci sono stati incidenti gravi, ma se nella prossima un gatto dovesse tagliare la strada ai ciclisti, questi non devono preoccuparsi perché si tratta del gatto di Schrödinger, quindi qualcuno cadrà ma contemporaneamente resterà in piedi e continuerà la corsa.

Lutsenko nella classica posizione dello scalatore.

cosa bolle in pentola

E’ mezzanotte e a quest’ora, col favoreggiamento delle tenebre, alcuni individui che di giorno con i loro cappelli a cono e i loro mantelli possono passare inosservati, sono chiusi nei loro antri-laboratori a tentare quello che la scienza ufficiale non osa, frenata dalle lobbies plutogiudaicocristianopetrolchimiche. Essi sono alchimisti, cercano la pietra filosofale che può mutare il vile metallo in oro, le banconote in bitcoin (e viceversa) e le pacchianate di Jeff Koons in opere d’arte, oppure ambiscono a generare la vita umana da quella vegetale, in particolare dalla mandragora dopo che gli esperimenti con le teste di rapa hanno dato risultati insoddisfacenti e rinfoltito le fila dei parlamentari. Se volete saperne di più su questo mondo misterioso non vi resta che scoprire le 5 cose che non sapete sull’argomento, sfruttando il reticolo di gallerie sotterranee che collega tutti i blog del mondo ed entrando ibi dove vi attende Aure1970, anfitrione in odore di conflitto di interessi.

Tre metri sopra il mare

Se c’è un Paese davvero Basso quello è la Zelanda con località al di sotto del livello del mare. Nell’ex Olanda si è fatto il percorso inverso rispetto all’Italia convivente: qui si sottrae la sabbia dai litorali che arretrano per cementificare il paese, lì si prende la terra in prestito dal mare al quale però presumibilmente verrà restituita quando il livello degli oceani si alzerà tra l’indifferenza e lo scetticismo di tanti, perché bisogna avere fiducia nella scienza ma solo quando fa comodo. E chissà che da quelle parti non si consideri zona collinare la città di Hulst con i suoi tre metri sul livello del mare. Hulst ha ospitato una prova di Coppa del Mondo su un percorso che presentava dislivelli piccoli ma ripidi, quelli in salita non si potevano affrontare in bicicletta e quelli in discesa stuzzicavano giovani scavezzacolli. Così nelle gara femminile si sono ulteriormente esaltate le giovani spericolate, mentre le veterane hanno rischiato meno, Marianne Vos ha una certa età e Denise Betsema è ragazza bi-madre, e poi Lucinda Brand come suo solito in partenza sembrava dire andate avanti voi, io vi raggiungo più tardi, e anche stavolta è stata di parola e nonostante qualche errore in più del lecito ha vinto battendo Puck Pieterse che come le altre ragazzine si sente giovane e forte e parte a tutta ma poi cede alla distanza. Ma pure la Vos resiste con tutte o parte delle sue forze al ricambio generazionale e ormai ha preso l’abitudine di cadere davanti a Fem Van Empel e superare nel finale Shirin Van Anrooij. In campo maschile ci voleva un salto di catena di Wout Van Aert per impedirgli di lottare per l’ottava vittoria su otto gare, e dico solo “lottare” perché il vincitore Tom Pidcock è andato davvero forte e poi vorrà dire qualcosa sul tipo di percorso il fatto che ai primi tre posti siano arrivati i tre piccoletti con Iserbyt secondo e Van Der Haar terzo, e insomma quell’incidente ci ha probabilmente privati di una spettacolare lotta tra Golia contro tre David. Però se il salto di catena può capitare, mi pare che ai jumbo (Wout e Marianna) capiti più spesso che ai rivali: non è che la squadra spende troppi soldi per i deliziosi chetoni cucinati in tutte le ricette e poi rimangono solo gli spicci per l’attrezzatura e per le catene adattano quelle dello sciacquone?

All’inizio della nuova annata ciclistica Marianne Vos mette le cose in chiaro con le giovani emergenti.

Nel mezzo del cammin di nostra morte

Un politico del passato disse che l’aritmetica non è un’opinione perché doveva far quadrare i conti, mica come il Banchiere che vuole solo dare, quello che c’è, sta rovistando nelle casse dello Stato per vedere cosa è rimasto, poi si chiuderà per fallimento. Dalla frase di quel politico è stata tratta quella oggi popolare secondo cui la matematica non è un’opinione, ma questa affermazione è opinabile. E di sicuro il matematico può essere un opinionista, come dimostra Piergiorgio Odifreddi. Ma forse non tutti sanno che il matematico mediatico è anche membro dell’OpLePo, ovvero l’Opificio di Letteratura Potenziale, la versione italiana dell’OuLiPo di Queneau, Perec e Calvino. E nell’introduzione a un volume che l’OpLePo ha pubblicato per le celebrazioni dantesche, Odiffreddi ci fornisce la sua opinione sul tenore di tali celebrazioni, ovviamente provocatoria ma che secondo me illustra bene questo Paese retrogrado e sepolcrale, questo popolo di poeti suicidi, di eroi fucilati, di santi martirizzati, di navigatori affondati, ben rappresentato dal Presidente che ha sempre la frase fatta adatta alle circostanze ma vuota come una casa abbandonata. Scrive Odifreddi:

Le celebrazioni dantesche, che in teoria avrebbero dovuto rallegrare il settimo centenario della morte del poeta, in pratica ci hanno spesso inferto lugubri autopsie storico-critiche di un poeta morto e sepolto, invece di liete rianimazioni linguistiche di un bel poema addormentato nella selva. D’altronde, come gli indovini del Canto XX dell’Inferno, gli storici e i critici sono condannati dalla loro stessa professione a camminare in retromarcia, con la testa orrendamente girata all’indietro verso il passato e i trapassati.