Matematica e Fisica

I conti non tornano, l’UCI ha voluto per le donne il professionismo, stipendi decenti, pari numero di gare nei campionati internazionali, dirette tv per le gare World Tour, ma alle Olimpiadi le cicliste ammesse alla prova su strada sono la metà degli uomini, neanche una 70ina, un numero ridicolo. Forse in questo caso la colpa è del CIO ma l’UCI ha ancora molto da lavorare, per esempio pochi giorni fa in una maratona in mtb con partenza di massa totale, uomini e donne agonisti e amatori tutti insieme, la veterana Stropparo è stata penalizzata per aver sfruttato la scia non di una jeep o di una moto ma di ciclisti uomini, e questo secondo le regole dell’UCI. E il numero ridotto di partecipanti ha influito sull’esito sorprendente della prova olimpica perché il massimo di partenti per le nazioni più forti era di 4 per le donne e 5 per gli uomini, e l’ex Olanda quelle 4 le aveva giuste giuste: Van Der Breggen Van Vleuten e Vos, cioè le tre più forti degli ultimi anni, e la molto emergente ormai emersa Demi Vollering, per cui ci si poteva chiedere chi sarebbe stata la prima a partire per anticipare più le compagne che le avversarie e vincere in solitaria, come nelle ultime edizioni dei mondiali, ma anche, per contro, se ci fosse stato bisogno, chi si sarebbe sacrificata a tirare in favore delle altre. E sarebbe bastata una sola atleta in più, che per quanto titolata fosse appena appena meno forte, Brand o Blaak, che all’occorrenza si fosse presa l’onere di tenere l’andatura decente che oggi il gruppo non ha mantenuto per ore. La fuga è partita subito ma non tutte quelle davanti erano avventuriere perché c’erano due professioniste come Anna Plichta e Omer Shapira da non sottovalutare, ma ovviamente tutto il gruppo guardava le arancioni come ieri i colleghi guardavano i fenomeni, ma quelle niente, neanche un aiuto extra da compagne di club come Moolman che aveva una connazionale davanti, e la fuga ha dilagato. Il punto è che, tra una mezza tirata un mezzo attacco e alla fine una tardiva reazione soprattutto della squadra favorita, le attaccanti sono state prese tutte, tranne una, relativamente sconosciuta ma con una storia particolare: l’austriaca Anna Kiesenhofer. La ragazza in questione ha già 30 anni ed è una specie di incrocio tra Vittoria Bussi e Annemiek Van Vleuten. Della seconda ha la capacità di allenarsi da sola, pure troppo avendo avuto in passato un problema di overtraining, della prima il fatto di essersi “distratta” per studiare matematica, anche qui esagerando perché dopo la crisi per sovrallenamento ha preso anche un master e un dottorato, ma è forte a crono e ha vinto anche una corsa sul Mont Ventoux per cui è brava a correre in apnea, e infine, sempre come la Vittoria, non è molto brava a correre in gruppo. E forse per questo non ci ha pensato due volte ed è andata in fuga, e ha resistito cogliendo una vittoria che comunque dovrà essere ricordata anche come grande prestazione atletica, che potrebbe farle trovare di nuovo un posto in un team di prima fascia (alla Lotto Soudal la tennero solo un anno). Dietro Annemiek Van Vleuten, all’ennesimo tentativo, è riuscita a prendere il largo, ma per uno strano fenomeno fisico quando parte la Van Vleuten segue Elisa Longo Borghini, deve essere un fatto di magnetismo. Van Vleuten ha festeggiato come se avesse vinto, ma pare che in questa corsa senza radioline anche le informazioni scarseggiavano, però c’è da dire che Annemiek sembra cambiata da quando ha lasciato la sua saggia capitana Vos per mettersi in proprio e oggi non è più quella che scatenava i balletti sul palco ma una tipa che si allena pure troppo, pubblica tutti i suoi dati sui social, è arrivata a mettere i rulli in sauna per simulare il caldo umido del Giappone, eppure oggi non c’era uno straccio di app o di social che l’avvisasse che davanti c’era ancora la Kiesenhofer. Di fronte alle sue prestazioni mostruose spesso la chiamavano l’aliena ma a volte sembra alienata, e forse Marta Bastianelli non aveva tutti i torti quando fece un commento cattivo su di lei dopo il mondiale del 2019. Intanto questi Paesi Bassi che contano ancora sulle vecchiette dovrebbero cercare, semmai proprio tra queste, un nuovo commissario tecnico perché le tattiche di Loes Gunnewijk sono sempre incomprensibili a volerne dire bene. Ma forse anche in Italia si dovrebbe fare qualche cambio, anche se è arrivato l’ennesimo bronzo di Longo Borghini (2 olimpici, 2 mondiali, uno europeo più un argento sempre europeo), la quale all’arrivo ha fatto un gesto a dire che ha ottenuto questa medaglia col cuore, sarà, secondo me è che stavolta ha corso con giudizio e anche cinismo, ma sia la valutazione del percorso che le scelte fatte lasciano perplessi. Il percorso era duro e non si addiceva a Marta Bastianelli e in più Soraya Paladin non era in giornata, come le capita spesso quando corre in nazionale, l’esatto opposto di Tatiana Guderzo che invece si trasforma e stava anche andando fortissimo ma le è stata negata la soddisfazione della quinta olimpiade, che invece si è presa la tedesca Trixie Worrack. Ma in fondo le due cicliste con qualche tirata hanno contribuito a non far dilagare ulteriormente lo svantaggio e quindi al bronzo di ELB, e infatti dopo la gara erano contente, e significativo è anche il fatto che la meno soddisfatta di sé stessa era Marta Cavalli nonostante un ottavo posto in cotanto contesto, ma lei è una “tosta”. Salvoldi ha dalla sua le tante medaglie vinte, ma a volte con cicliste diverse da quelle per le quali si era corso (Ratto 2013 e Guderzo 2018), e poi comunque il fatto che lui faccia il lavoro che tra gli uomini fanno almeno 4 colleghi è un altro indice di quanto poco sia curato nella sostanza il settore femminile, e come diceva Totò (non Commesso), e come potrebbe confermare la Dottoressa in Matematica Anna Kiesenhofer, è la somma che fa il totale.

E poi dicono il Paese dello stile e della bellezza: Elisa Longo Borghini, dopo aver corso con una divisa opportunamente bianca, è stata costretta ad andare sul palco con questa tenuta da pizzaiola.

La Zeriba Suonata – ritorno almeno al presente

Dopo varie puntate dedicate alla musica irlandese del passato ora bisognerebbe ritornare al futuro, ma per quello ci vorrebbe una macchina del tempo e purtroppo Elon Musk progetta cose più banali come i viaggi nello spazio e di quelli nel tempo non si interessa, e allora torniamo almeno al presente e proprio con la compagna di Musk.

In fatto di tecnologia non sono molto aggiornato, però pensavo che se i robot sono macchine intelligenti ce ne dovrebbe essere già qualcuno in grado di interagire con un computer e, quando quello con il test CAPTCHA gli chiede se è un robot, che sia anche capace di rispondere cose tipo: Ma certo che no, cosa vai a pensare?

Grimes – Be A Body – live

Su una torta piccola ci vuole una ciliegia grande

Quello che dicono gli esperti prima della tappa quello succede in corsa. Gli esperti prevedevano un’alleanza tra la Deceuninx per una vittoria di tappa con Almeida e la Bike Exchange per la vittoria di tutto il Giro con Yates, e puntualmente hanno attaccato la DSM per Bardet e la Bahrain per Caruso. Il siciliano alla fine è stato l’unico che ha provato a ribaltare il Giro, è partito da lontano in discesa, ha staccato Bardet, non è riuscito a vincere il Giro ma almeno ha vinto la tappa, e in fondo oggi con Bernal non c’era molto da fare, stava bene e pure la sua squadra. Più di tutti è stato eccezionale Martinez che ha fatto un ritmo notevole nel finale, ha staccato man mano gli avversari, pure Yates e proprio nel tratto più duro dove si attendeva un suo attacco, a 2 km dall’arrivo ha avuto la prontezza di riflessi di arretrare un attimo a due millimetri dal traguardo volante per lasciare l’abbuono al capitano, ha ripreso subito a tirare e quando i due Ineos rimasti soli sono apparsi alle spalle di Bardet mi è sembrato di sentire ciuff ciuff, poi all’ultimo chilometro si è fatto da parte come se avesse finito le energie ma ha solo respirato un attimo ed è ripartito per mantenere il terzo posto di tappa. Certo che la novità dei traguardi volanti con abbuono a pochi km dalla conclusione della tappa è una genialata che ci dovrebbero spiegare, ma farebbero prima e meglio a non riproporla in futuro. Tornando a Caruso, nei giorni scorsi aveva detto che non barattava il podio per una vittoria di tappa ma ha ottenuto entrambe le cose, e sono tanti gli apprezzamenti sulla sua professionalità, ma sulla faccenda del gregario che ha lavorato sempre per gli altri si sfiora quasi il pietismo, e allora rassicuriamo chi non segue molto il ciclismo, non è che lo tenevano chiuso in uno stanzino per farlo uscire solo per la corsa e minacciandolo di fargli vedere le puntate del Processo di AdS se non si fosse comportate bene. Caruso alle Olimpiadi di Rio è stato l’unico italiano a correre sia la prova in linea che la cronometro, ha più volte avuto la possibilità di fare la sua corsa e al Giro di Svizzera del 2017 è arrivato secondo dietro Spilak, lo sloveno che faceva il fenomeno solo in Svizzera, sarà una questione di campi magnetici, boh. Insomma gli mancava solo la vittoria importante che è finalmente arrivata e, a detta del suo diesse Pellizzotti, è la ciliegia grande su una torta piccola. Da gregario di lungo corso Caruso ha ringraziato in gara il suo gregario di giornata Bilbao e poi nelle interviste tutta la squadra, dicendo che se hanno fatto tutto questo in 5 (3 si sono ritirati) si chiedeva cosa avrebbero fatto al completo. Cioè pure con Lando, pardòn, Landa? Meglio non saperlo.

Il gregario ringrazia il suo gregario, cioè no, il capitano ringrazia il suo capitano, insomma ci siamo capiti.

Non era la Slovenia

Dopo il Tour dell’anno scorso conteso da due sloveni tutti esaltavano la Slovenia e Saronni che c’era stato diceva che lì ci sono gli investimenti e già dalla scuola vedono i ragazzi per quale disciplina sono portati. Chissà se si faceva così già quando a scuola ci andava Roglic perché il forte ciclista ha iniziato facendo salto con gli sci. E poi oltre Pogacar chi altro c’è? Giovani promettenti non mi pare, un talento inconcludente come Mohoric famoso più per un modo di andare in discesa che a giorni sarà bandito e qualche onesto ciclista che ogni tanto riesce pure a vincere. Ma non era la Slovenia che dovevano osservare, bisognava andare a vedere cosa succede in Danimarca, perché ormai ogni giorno c’è un danese che vince, a volte due, come pochi mesi fa quando due Pedersen vinsero due classiche nello stesso giorno. E vincono classiche e tappe, per ora non ancora i Grandi Giri ma per quelli potrebbe candidarsi il giovane Jonas Vingegaard che sta vincendo alla Coppi e Bartali. Può darsi che ora, come è già successo qualche anno fa con il boom degli inglesi, escano fuori i sospettoni che avranno pure la battuta troppo facile: c’è del marcio in Danimarca, contenti loro. Intanto ieri Kasper Asgreen, che non a caso è pure campione nazionale, ha fatto un’impresona all’E3 Prijs andando due volte in fuga e vincendo sulle stesse strade del Giro delle Fiandre, unica differenza oltre al chilometraggio è il fatto che qui affrontano prima il più breve Paterberg e poi il buon Vecchio Kwaremont, e secondo me è più micidiale la sequenza inversa.

La Zeriba Suonata – il ritorno di Saturno

E così, visto che nello spazio siderale non c’è la zona rossa, Saturno si è incontrato con Giove ed era parecchio tempo che non succedeva, dicono 800 anni, di sicuro da prima del 1998, quando Goldie, tre anni dopo Timeless, caposaldo del drum’n’bass, incise Saturnz Return, disco tanto lungo quanto pesante, in cui si salvavano poche cose, e tra queste direi il brano Demonz, con suoni bizzarri e un po’ diabolici, forse quelli che avrebbero generato i deperiani diavoli di caucciù a scatto se si fossero dati alla musica jungle. Però anche qui viene fuori la prolissità di Goldie, perché se il brano durava la metà era meglio, ma in quel periodo si dovevano riempire i cd fino all’orlo, e questo era pure doppio.

Demonz

Negli anni 90 si incontrarono pure gli astri di Bjork e Goldie, ma ai tempi del ritorno di Saturno la storia con vulcanica ragazza era già finita.