Prime nozioni di economia domestica

Ho letto che nelle scuole giapponesi sta aumentando l’insegnamento di educazione finanziaria e di economia domestica perché i genitori riterrebbero imbarazzante parlare di soldi con i figli. Se l’Italia facesse lo stesso chissà se i programmi sarebbero asettici e ministeriali o con contenuti sponsorizzati.

Statistiche illustrate (e suonate) – Boom!

Dico sempre le stesse cose ma stavolta c’ho le prove. Nella rassegna stampa di ieri tutti esultavano per l’aumento del tasso di occupazione, ma qualche bastian contrario faceva notare che rispetto ai dati del 1977 non sono aumentati gli occupati ma è diminuita la popolazione e con essa il numero di persone in età lavorativa su cui calcolare la percentuale. Quello che dico sempre è che l’unica cosa che mi è rimasta impressa dei miei vani studi di statistica e metodologia della ricerca sociale è che ai numeri si può far dire quello che si vuole.

Charles Trenet – Boum!

Statistiche illustrate – E’ stata la matita di Dio

Lo spazio è pieno di satelliti che inquinano e lasciano detriti. Sopportiamo perché pensiamo che quei satelliti svolgano delle funzioni importanti, per le comunicazioni le esplorazioni o lo spionaggio, ma non è sempre così. Un satellite porterà nello spazio gli scarpini di un calciatore amico di boss e dittatori e anche i messaggi dei suoi sudditi orfani. C’è chi dice che gli manca più del nonno e chi dice che ora starà facendo divertire gli angeli giocando a pallone, ma in tal caso gli consiglierei, dato l’ambiente, di non fare battute sulla mano di Dio. Ma la statistica dov’è? Eccola: nel 2013 ci fu un referendum per chiedere agli abitanti delle Falkland/Malvinas se volevano stare di qua o di là, cioè se volevano continuare a essere sudditi della Regina o diventare cittadini presumibilmente affamati di un paese in cui governi populisti si succedono a governi populisti. Lo 0,20 % degli elettori votò per l’Argentina.

Visibìlia – Fumetti in tv

In libreria ho trovato un numero di Linus dedicato a Umberto Eco e a leggere i suoi scritti mi è tornata la voglia di leggere i fumetti, non intendo quelli in volumoni, pure cartonati forse perché hanno un complesso di inferiorità, ma quelli da albo o giornaletto e magari ce ne fossero di decenti in edicola. Ci sono state molte clip realizzate con l’animazione, ne ricordo soprattutto nei favolosi anni zero, ma ci sono stati anche alcuni video che si rifacevano al linguaggio dei fumetti, dellle bandes dessinées, dei comics.

The Alan Parsons Project – Don’t Answer Me (diretto da D.J. Webster)

A-Ha – Take On Me (diretto da Steve Barron)

The Pipettes – Judy (autore ignoto?)

C’est la même chose

Se non è Albi è Carcassone, c’est la même chose, ogni anno il Tour arriva nei luoghi degli Albigesi e la RAI, i media francesi non so, ricorda sempre il massacro dei Catari come se tra i morti ci fosse stato qualche loro antenato o parente, ma pure un cognato va bene, c’est la même chose. I Catari erano dei puritani rompicoglioni che predicavano umiltà e povertà ed erano critici verso l’edonistica Chiesa, ovviamente quella di allora, non certo quella umile di oggi al di là di qualche piccolo sfarzo dorato. E il Papato con grande umiltà e carità cristiana sterminò gli Albigesi, e ogni anno la RAI ci propina la stessa storia. Ma qualcosa che sta per cambiare nel Tour c’è, quel modo di correre spettacolare e spesso inconcludente che tanto ha entusiasmato gli appassionati potrebbe declinare, cose che succedono nello sport, sono solo eventi passeggeri. Prendete l’atletica, ho sentito che il vincitore dei 100 metri ai mondiali non sorride mai: lo stile Bolt è stato archiviato. E i giovani terribili del ciclismo crescono e diventano più accorti, e se per Pogacar stavolta sarebbe comunque necessaria qualche azione da lontano per recuperare il grande distacco, Van Aert invece si infila nell’ennesima fuga verso Carcassonne ma dopo qualche km capisce che non hanno grandi speranze di arrivare e si rialza, però se fosse rimasto davanti forse avrebbe evitato una caduta. Non so se i Jumbo sono superstiziosi, sta di fatto che il 17 gli ha portato male. Rambic non parte perché è ancora ammaccato, ma in corsa prima cadono Van Aert e Kruijswijk che si ritira, poi Vingegaard medesimo e Benoot, e un po’ si riequilibria la situazione tra la Jumbo e la UAE, e a questo punto è messa meglio la Ineos.

Fa caldo, la tivvù propone le immagini quasi porno di Kristoff che respira con fatica, il suo compagno Pasqualon dice di aver bevuto 40 borracce, Pidcock dopo l’arrivo si butta in una fontana, e soprattutto abbiamo la conferma empirica, se le teorie dei teorici non fossero sufficienti, del riscaldamento globale. André Bancalà si occupa dello stato del percorso e dice che da decenni misura la temperatura dell’aria e del terreno e la prima è aumentata di 1 o 2 gradi e la seconda di 4. Manco l’avessero sentito, dopo pochi km ritornano gli attivisti del clima, sono anche meno dei 7 dell’altra volta e soprattutto non hanno capito niente perché si stendono sull’asfalto, ma se a terra la temperatura è aumentata di più avrebbero fatto meglio ad arrampicarsi sugli alberi. Non sono difficili né la rimozione dei manifestanti né la tappa, eppure qualche velocista si stacca, e Mørkøv, il pesce pilota di Jakobsen nonché collezionista di medaglie su pista, va subito in difficoltà e, per quanto lo elogino sempre quando va tutto bene, viene abbandonato a sé stesso, non è un vip e non gli spetta qualche compagno ad aiutarlo, e così arriva fuori tempo massimo e se Jakobsen arriva a Parigi la volata se la tira da solo. Pure qui si dovrebbe andare alla volata chi c’è c’è, ma due passistoni tentano il colpaccio: Gougeard e Thomas, il francese Benjamin da non confondersi con il gallese Geraint, anche lui collezionista di medaglia della pista e fidanzato con la compagna di squadra Martina Alzini, pure lei ben messa in quanto a medaglie. Thomas rimane da solo e da buon pistard corre dietro derny, con la moto ripresa che svolge sfacciatamente tale ruolo, e così lo riprendono solo a 500 metri dal traguardo e vince Jasper Philipsen prendendosi dei discreti rischi. Pogacar si complimenta con lui, come del resto fa con tutti, di questo passo quando si ritirerà, invece che il commentatore o il diesse o il venditore di biciclette, farà l’ambasciatore.

Cosa avrebbe detto Mafalda del riscaldamento globale?

Rapaci

Annemiek Van Vleuten sembra una tipa che va per i fatti suoi, e se così fosse lei che vince gare importanti potrebbe essere rapace e prendere i soldi (dei montepremi) e scappare, ma ha detto che la condizione delle cicliste migliora non se aumentano i montepremi ma se alzano gli stipendi. La grande promotrice del ciclismo femminile Giada Borgato ricorda che ai “suoi” tempi a un certo punto bisognava pensare al futuro e molte lasciavano. Però pure le cicliste di oggi non è che facciano sempre le scelte migliori. Elisa Balsamo studia lettere per fare la giornalista e la sua carriera, che già ora sarebbe tanta roba, potrà agevolarla, e poi ci sono quelle che fanno studi attinenti allo sport, ma Anastasia Carbonari è iscritta a scienze politiche che ai “miei” tempi, di molto precedenti quelli “borgatari”, sfornava molti disoccupati. Ma l’aiuterà lo studio delle lingue, c’è bisogno di interpreti, per dire ieri Umberto Martini ha tradotto l’intervista di Elisa Balsamo dall’italiano in italiano. Ieri la Carbonari era in fuga con altre quattro, tra cui Giorgia Bariani che da parte sua avrà studiato ciclismo con profitto, perché tra i prof maschi a volte si vedono attacchi telefonati che uno pensa ma dove vuoi andare, lei invece quando la fuga declinava ha fatto un attacco da manuale.

A sinistra Anastasia Carbonari, a destra Giorgia Bariani.

Ma la tappa era piattissima, l’hanno ripresa e un po’ di selezione l’ha fatta una caduta, poi a 150 metri dall’arrivo c’era una curva e chi voleva vincere doveva infilarsi in testa, l’avrebbe fatto Marianne Vos se fosse stata più giovane e spericolata, o se fosse stato ciclocross, invece è stata una faccenda tra giovani irresponsabili con Elisa Balsamo a precedere Charlotte Kool e così sono arrivate al traguardo. Marianne si è limitata a scuotere il capo, ma Kool e Consonni hanno picchiato sul manubrio e forse le loro biciclette sono uscite più ammaccate di quelle delle cicliste cadute, tra cui Emma Norgsaard Bjerg che si teneva il braccio, curiosamente nel giorno in cui anche il marito Mikkel Bjerg si è sentito male al Tour. In Francia per le interviste più che la conoscenza delle lingue occorre la pazienza. Peter Sagan da giovane era un simpatico birbone ma oggi è diventato un tipo scomodo da intervistare, e dice talmente tante volte “vedremo” che si avvia a battere il record detenuto da Gianni Bugno. Anche al Tour la tappa era piatta e quasi tutta poco movimentata, e allora a divertire il pubblico ci hanno pensato Rolf Sorensen e Davide Cassani che battibeccavano a distanza ricordando i guai combinati nelle cronosquadre. Ma l’argomento del giorno era sempre quello dei piazzamenti di Wout Van Aert, tre secondi posti consecutivi, ci si è messo pure un giocatore di pallamano a sminuire il fenomeno belga, e qualcuno ha contato, tra strada e ciclocross, 100 secondi posti nella sua carriera. Allora io sono andato a verificare le vittorie su un noto sito di statistiche ed erano di più: 109, ma ho dovuto subito aggiornare il conto, perché Van Aert è buono e caro, si è pure fatto prestare il nonno dall’arcirivale Mathieu paragonandosi a Poulidor, che conosceva davvero perché si incontravano sui palchi del ciclocross.

Poi però si è stufato e con un attacco di squadra su una salitella è partito e ha fatto il vuoto, e dietro dei suoi compagni Roglic non è riuscito a seguire Vingegaard mentre il rivale Pogacar si è distratto. Van Aert ha tirato dritto come fosse una cronometro e ha vinto, mentre dietro Philipsen è arrivato secondo ma ha festeggiato credendo di aver vinto, forse quel tipo in maglia gialla che un centinaio di metri più avanti mimava il volo di un rapace l’avrà preso per un’aquila normanna o per un condor che pasa e non lo vedi più.

Il Pirata e gli scultori

Marco Pantani, il ciclista romagnolo morto in circostanze mai chiarite in maniera convincente, lungi dall’essere lasciato riposare in pace come vorrebbe la religione cattolica prevalente in Italia, continua a essere oggetto di libri scandalistici, trasmissioni televisive scandalistiche e monumenti scandalosi. Ormai Pantani sta al ciclismo come San Pio alla religione di cui sopra: il loro culto, nato in anni di ipercomunicazione, ha superato quello di colleghi del passato che probabilmente nel loro ambito hanno fatto di più e di meglio. Binda, Coppi, Bartali, Gimondi, San Sebastiano, Sant’Antonio, l’altro Sant’Antonio, non sono nessuno in confronto alle odierne icone pop. E a 18 anni dalla sua morte la discutibile e triste mitologia del ciclista che correva senza casco ha generato già un discreto numero di indiscreti monumenti, sorti nei luoghi legati a episodi della sua carriera: qua ha attaccato, là è caduto, qui ha riempito la borraccia, lì ha fatto il miracolo della moltiplicazione delle bandane. A queste opere probabilmente ne seguiranno altre, ma se Padre/San Pio è ritratto quasi sempre nella posa della benedizione, sul laico campione gli artisti hanno potuto sbizzarrirsi. Di tutti i monumenti pantaniani a me, che sono ignorante in arte con specializzazione in ignoranza dell’arte contemporanea, piace soltanto la grande biglia con dentro la foto del ciclista a imitazione di quelle usate per giocare in spiaggia, un’opera molto pop che fu posta nel piazzale della Mercatone Uno ma è poi rotolata da qualche parte dopo il fallimento della società.

Poi ci sono sculture che sono delle semplici raffigurazioni del ciclista nell’adempimento del suo dovere, come quella di Cesenatico, e infine ci sono le stranezze, per non dire gli orrori, di cui vi propongo la mia personale Top Five.
Il Carpegna basta
Pantani non era tipo da ritiri in altura. Per allenarsi gli bastava la montagna vicino casa per la gioia dei sostenitori del ciclismo analogico, quello eroico dei tempi eroici. Il monumento sul Carpegna incrocia la leggenda con il superpop e il campione sportivo diventa un supereroe perché raffigurato come la Torcia Umana. Pantani della sua preparazione diceva: Il Carpegna mi basta, e pure il monumento sul Carpegna basterebbe, ma purtroppo ne abbiamo degli altri.

Come un Pantani in una grondaia
Sul Mortirolo il ciclista è raffigurato a cavalcioni di una struttura metallica che sembra una grondaia. A guardare bene si notano dei segni come l’abbozzo di una bicicletta, ma non si è andati oltre per non rischiare di cadere nel figurativismo, che già ai tempi eroici del ciclismo eroico sembrava una cosa brutta.

Sballato
Sul Colle Fauniera c’è Pantani in sella a un blocco quasi indistinto. Sono gli artisti che proprio si rifiutano di raffigurare una bicicletta o questo è un omaggio a quella cultura dello sballo che il ciclista non sembrava disdegnare? Infatti quel coso più che una bici sembra un toro meccanico.

San Marco Decollato
Si dice che sia iniziato il processo di beatificazione di Gino Bartali. Pantani lo supera e viene direttamente santificato, quindi del monumento sorto ad Aulla non suoni blasfemo l’accostamento a San Giovanni Decollato.

Finale slapstick
Gran finale. Anche i francesi, sempre accusati di sciovinismo, hanno omaggiato il ciclista italiano con una struttura posta sul Galibier in pietra acciaio e vetro sabbiato, con prevalenza della parte trasparente. Il rischio è che chi dovesse prendere in discesa la famosa salita alpina e non si accorgesse dell’opera, o scendesse alla Geniez, potrebbe infrangerla come in una comica dei tempi eroici del cinema eroico.

La Zeriba Suonata – migranti

Oggi è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, la denominazione è al singolare ma riguarda una pluralità di persone anche variegata, non ci sono solo gli ukraini. Secondo i dizionari “migrante” è genericamente chi si sposta verso nuove sedi, poi il termine nell’uso è divenuto sinonimo di “emigrante” con le annesse implicazioni socio-economiche, ma letteralmente si può definire migrante anche chi vuole andare in una Isla de encanta donde no hay sufrimiento.

Pixies – Isla De Encanta

Scrivere dei pregiudizi senza pregiudizi

Il modo migliore di affrontare i problemi, secondo me, è quello di analizzarli senza pregiudizi, perché non è che si risolvono con gli slogan e le prescrizioni di corretto comportamento. Anche per questo ho apprezzato un post molto sincero di henye98 sull’inclusività. Di mio sull’argomento posso aggiungere solo che l’errore che possono fare le vittime di pregiudizi e discriminazioni è quello di preoccuparsi di essere accettati a tutti i costi.