Statistiche illustrate – Covid e più covid

Il 1° agosto si è riaperto il calendario World Tour con le Strade Bianche maschili e femminili. Il 18 agosto si corre il Giro dell’Emilia che per quest’anno tribolato dovrebbe essere l’unica altra occasione in cui in Italia correranno sia gli uomini che le donne. In questo arco di tempo nel mondo ci saranno state in campo maschile 11 corse a tappe e 9 in linea e in campo femminile 3 corse in linea e basta. Il problema non riguarda solo l’Italia, però qui alla cancellazione delle corse per dilettanti si è ovviato con la creazione di nuove gare semmai una tantum mentre per le donne nessuno ha pensato a fare altrettanto, neanche i supercittì, né Cassani che non sembra molto interessato alle donne in bicicletta al di là delle chiacchiere, né Salvoldi che sembra molto più interessato alla pista. Speriamo almeno che da questi dati nessuno voglia dedurre che nelle corse femminili c’è più rischio di contagi.

Le parole che non ti ho detto e se le ho dette facciamo finta di niente

Nei giorni della chiusura in cui nei media si parlava a vanvera si diceva pure che saremmo usciti migliori, che non ci credeva nessuno, e che quella era l’occasione per pensare a un nuovo modello di vita intendendo anche più ecologico e oggi sono tutti contenti perché ripartono le crociere, una delle più pacchiane e ingombranti dimostrazioni della mania di onnipotenza degli umani. Allora sembrava che per far ripartire il paese bastasse riaprirlo tornare a lavorare e l’economia si sarebbe rimessa in moto e invece no perché si aprono le porte delle case ma si trovano chiuse quelle delle aziende, perché pare che per far ripartire l’economia c’è bisogno non di lavoro ma di cassintegrazione e licenziamenti. E pure i cosiddetti populisti sono d’accordo con i licenziamenti e voi vi chiederete come è possibile se i lavoratori sono popolo cioè il cosiddetto target dei populisti, ma non c’è niente di strano perché visto che pure vengono gli stranieri a rubare il lavoro agli italiani allora tanto vale licenziarli prima e non dare questa soddisfazione agli stranieri. E quindi secondo la stessa logica si vuole la ripresa del turismo e può sembrare strano ma la migliore pubblicità è quella di far vedere strade intasate in cui le auto fanno ore di fila e se qualcuno propone di farci passare una corsa ciclistica tipo la Milano-Sanremo seguita in tutto il mondo così si vedono il mare e le alture e le cittadine quelli, i sindaci delle località turistiche, dicono “no” senza neanche aggiungere “grazie”. Beh, ne parliamo l’anno prossimo quando, se anche dovesse finire la storia della pandemia, non è detto che la corsa torni sulla riviera, perché il percorso nelle Langhe è piaciuto anche a quelli che non volevano cambiamenti della Sanremo. L’unico problema da risolvere è quello della lunghezza che supera i 300 km e non si può chiedere sempre una deroga all’UCI, e poi ci sono da aggiungere gli 8 km di trasferimento per partire comunque da Milano, e per questo la CCC non ha iscritto Mareczko che rischiava di arrivare staccato già al km zero. Per la CCC è stata proprio una giornata storta perché il mezzo capitano Trentin è caduto e non ci ha pensato due volte a ritirarsi, del resto si dice che lui soffre il caldo, almeno quando va male, però poi le vittorie più numerose le ha ottenute al Tour e alla Vuelta spesso col caldo ma facciamo finta che sia così. Il percorso è cambiato ma il protocollo è rimasto lo stesso, solo che i fuggitivi di giornata sono stati ripresi prima del solito e c’è stata più battaglia degli altri anni, prima con i gregari e poi con i capitani mentre i velocisti erano come passati al setaccio. Il più meritevole degli italiani è stato Jacopo Mosca, un ciclista che ha rischiato di non trovare più squadra dopo aver corso nella squadretta di Citracca & Scinto e si è salvato accettando una breve permanenza in una squadra di terza fascia. Sul Poggio nel gruppo di testa c’erano tre ciclisti che hanno vinto tre volte ciascuno il mondiale di ciclocross e che passati alla strada hanno già vinto belle corse ma nessuna monumento, però dei tre Stybar ha lavorato per Alaphilippe che ha staccato tutti e solo il secondo triplettista Van Aert ha tenuto duro per riportarsi sul primo in discesa, dove il francese ha rischiato molto emulando ora Bonifazio ora Geniez, per fortuna più il primo, e dietro tutti guardavano il terzo tricampione Van Der Poel che stavolta non li ha portati in carrozza come all’Amstel dell’anno scorso. Volata a due col più scafato Alaphilippe che non tirava e il gruppetto che rimontava e Van Aert che ha accettato la sfida ha fatto una volata lunga e di testa e ha vinto lo stesso e per ora il fenomeno più fenomenale è lui, buono anche per Van Der Poel che semmai la prossima volta avrà meno occhi addosso. Dicevo all’inizio di parole a vanvera, giovedì Pancani ha detto che in RAI avevano deciso di non mandare più le immagini dell’incidente di Jakobsen in Polonia perché troppo impressionante e così poche ore dopo a Radiocorsa le hanno mandate più volte e da tutte le angolazioni, poi dato che Van Aert era già uno dei favoriti per la Sanremo hanno pensato bene di aggiungere pure le immagini dell’incidente al Tour che provocò al belga uno squarcio nel muscolo tale che i medici gli proibirono di vederlo, e almeno quelli saranno stati di parola.

Alaphilippe ha avuto problemi meccanici sia alle Strade Bianche che alla Sanremo e chissà che il suo boss Lefevere, dopo aver minacciato di denunciare per tentato omicidio Groenewegen che ha buttato sulle transenne il suo Jakobsen, ora non denunci pure le strade italiane.

Il Ritorno della Memoria

Mi era già successo in passato ma ora nel giro di pochi giorni prima con l’attrice Olivia De Havilland poi con il chitarrista Peter Green e oggi con il giornalista Sergio Zavoli è successo che la televisione ne ha annunciato la morte e io mi sono chiesto: Ma era ancora vivo? E allora ho pensato che quando si ricordano disgrazie varie e qualcuno dice con tono ammonitorio che si rischia di perderne la memoria mi sa che ce l’hanno proprio con me.

Totò Peppino e la logica aristotelica

L’altroieri tutti i telegiornali erano scandalizzati perché una donna si era data fuoco e la gente nei paraggi invece di aiutarla si è messa a filmare la scena con gli smartufoni, cosa stiamo diventando dicevano, poi subito dopo tutti i telegiornali hanno mandato in loop le immagini di un pestaggio a Castellammare, le hanno mandate più volte nel timore che qualcuno si forse perso un pugno o una sediata. Con questo clima e tenendo conto che già si fanno viaggi sui luoghi di disgrazie, chissà che non aumenti questo tipo di turismo ai danni di quello diciamo tradizionale. Se così fosse Napoli e la Campania ne sarebbero avvantaggiati, una visita dove è stato freddato Caio, un giro nel bunker dove hanno trovato Tizio, qualche compagnia più intraprendente potrebbe organizzare roghi di rifiuti tossici per turisti in cerca di emozioni particolari. In caso contrario, se continuasse a prevalere il turismo verso arte e paesaggi, la Campania non potrebbe contare sulla promozione tramite lo sport perché qui esiste solo il pallone e il calcio è sport claustrofobico, durante la partita viene inquadrato solo lo stadio, si sbircia fuori solo nel  caso di risse che però, ricordiamolo, non hanno niente a che fare col calcio anche se quelli che si azzuffano sono tifosi organizzati che danno del tu a calciatori e dirigenti. E nessun cronista pallonaro divaga dal gioco parlando dei siti e della storia e dei personaggi famosi della città che ospita la gara, se qualcuno si azzardasse verrebbe fucilato. E comunque, dato che Albi non ha una grande squadra di calcio, non c’è il rischio che tra un corner e un arbitro cornuto qualcuno inizi a parlare del massacro dei catari che noi ciclofili invece sappiamo ormai a memoria. La Liguria però non è messa meglio, si parla solo di ponti che crollano, costoni che franano, strade bloccate, e quando con la Sanremo c’è l’occasione di mostrare la riviera con le sue bellezze i sindaci dicono di non essere interessati. C’è chi invece il ciclismo come mezzo di promozione turistica non si limita a sfruttarlo ma lo va a cercare. Il caso più clamoroso è quello dles Dolomites, che ha una copertura televisiva superiore a qualsiasi corsa professionistica e in realtà è difficile pensarlo come ciclismo, essendo in realtà una passerella di vip, semivip e leccavip, che si fanno pubblicità reciproca con i luoghi che ospitano la gara, che poi sarebbe meglio se venisse ridotta a semplice pedalata in quanto l’albo d’oro c’ha i suoi innominati, e per contorno democratico ai Vip che partecipano di diritto, ci sono tutti gli amatori che si contendono i posti limitati per l’iscrizione, ma, con quello che costano l’attrezzatura e eventuali additivi da aspiranti squalificati, non si possono neanche ritenere poveri comuni mortali. Ma quest’anno anche la maratona dolomitica è stata cancellata, e quindi il più grosso spot in bicicletta è diventata la Tre Valli Varesine che per l’occasione ha fagocitato Bernocchi e Agostoni e l’hanno chiamata Gran Trittico Lombardo, ma in realtà era la Tre Valli travestita neanche bene. La Tre Valli ha avuto sempre una diretta più lunga di qualsiasi corsa italiana, escluse Sanremo e Lombardia, quest’anno più delle stesse Strade Bianche di categoria UCI superiore, ed è sempre stata una passerella per politici e amministratori locali, ricordiamo Cunego con Bossi, e poi dicono Nibali che correva per il Re del Bahrain, però noi ringraziamo perché ne approfittiamo per vederci una porzione abbondante di corsa, ma quest’anno è venuto storto per tutti e ci si è messa pure la pioggia, per promozione hanno mandato immagini assolate dell’anno scorso, l’elicottero non poteva alzarsi, poche immagini della corsa che ci mancava solo la voce di De Zan, poca passerella, facce coperte dalle mascherine, le miss potevano anche avere i baffi vai a sapere, e per ultimo, dato che gli appassionati italiani vogliono vedere vincere gli italiani ma sembrava di essere tornati ai tempi prima di Viviani e Bettiol, se ne va in discesa lo straniero Gorka Izagirre e non lo prendono più, neanche Nibali che fa la corsa, la agita, è il primo italiano all’arrivo battendo in volata gente più veloce di lui, e non so se questo può portare meno turisti a Varese ma non credo. Però non è un risultato a sorpresa e ora vi spiego perché. Nel ciclismo si fa largo uso della logica aristotelica, ad esempio Nibali ha vinto il suo tour nella tappa sul pavé e sotto la pioggia? Se ne desume che ogni volta che c’è brutto tempo e le strade sono messe male Nibali è favorito, ne gode addirittura, pavé, sterrato, buche, se buttassero pure le puntine a terra sarebbe il massimo, povero Nibali che non può farsi una pedalata tranquillo su strade scorrevoli. E allo stesso modo quando piove vanno forte i ciclocrossisti e gli uomini dei paesi freddi e piovosi, e manco a farlo a posta c’erano due squadre belghe piene di crossisti, il traguardo volante l’ha vinto Quinten Hermans che, per come sono passati veloci questi mesi virali, sembra ieri che correva per i prati inseguendo quelli che inseguivano Van Der Poel, e la corsa l’ha vinto Gorka il fratello di Ion, che sembrava quello meno forte ma non ne siamo più tanto sicuri, che in inverno si diletta a fare il ciclocrossista ed è anche basco, e a dar retta ai telecronisti i Paesi Baschi devono essere tipo la Milano di Totò e Peppino.

Eppure il fango non c’era.

Il Passato e la Memoria che bello!

Che bella Le Strade Bianche di sabato scorso, la gara nata per germinazione dall’Eroica, sulle strade eroiche dell’eroico ciclismo del Passato, a me è piaciuto vederla e a tanti è piaciuto correrla, compresa Tatiana Guderzo nonostante i dieci minuti di ritardo dalla prima, ma Tatiana ci dice anche che tutti dicono che le Strade Bianche sono difficili col freddo e con la pioggia ma è col caldo che fan più morti e poi aggiunge che per la polvere si scivola ancora di più e non si vede la strada e poi si crea in bocca una pellicola con sabbia, e tenuto conto che questi non sono più i tempi eroici ma al momento sono i tempi del covid (anche se ci sono pur sempre gli eroi applauditi dai balconi) e nessun medico oggi consiglierebbe di fare gargarismi con la polvere anche se quella nobile delle crete senesi, forse non era salutare correre subito qui con questo clima, e proprio questa corsa  si poteva rimandarla all’anno prossimo o almeno all’autunno quando c’è pure la gara cosplay. Poi ieri domenica c’è stato il ricordo della strage alla stazione di Bologna, era agosto 1980, quindi non c’erano ancora state le elezioni negli USA, non era Reagan il Presidente e non poteva esserci l’edonismo reaganiano, in Italia il clima era ancora quello degli anni 70 e solo l’anno dopo ci sarebbe stato il referendum sulle leggi anti-terrorismo, che belli quegli anni, vero? C’erano le ideologie con tutto il pensiero già pensato a portata di mano, c’era l’impegno politico e c’erano le stragi, le sparatorie, gli studenti che andavano a scuola armati ma non perché avevano visto Gomorra, allora c’era solo Sandokan che non piaceva agli studenti di sinistra, mentre quelli di destra non volevano essere da meno e si impegnavano a modo loro, hanno sempre avuto il mito dell’uomo forte e infatti negli anni si sono messi a leggere Mishima e Pasolini e c’è qualcosa che non torna ma non è un problema mio. E per il 40ennale della strage c’è stato l’intervento del Presidente che mi ha fatto pensare due cose. La prima è che se si creasse un software che di ogni avvenimento, dal ricordo di una strage alla morte di un personaggio famoso, riuscisse a dire cose così precisamente corrette e così desolatamente vuote, si potrebbero risparmiare in futuro le spese e il fastidio delle elezioni di un nuovo presidente. La seconda cosa che mi ha fatto pensare è che il Presidente ha ovviamente detto che bisogna ricordare, e allora quest’anno siamo già oltre la metà non è il caso, ma se dall’inizio del prossimo ci mettessimo a contare tutte le cose di cui in un anno si dice che bisogna ricordarle, e di ogni disgrazia accaduta in Italia e nel Mondo c’è sempre qualcuno pronto a dire che si rischia di perderne la memoria e lo dicono con un tono accusatorio che mi verrebbe da rispondere ma cosa volete che è già tanto se non dimentico le chiavi quando esco, ecco, se si contassero tutti questi fatti da ricordare penso che ne verrebbe fuori una statistica interessante, anche se forse proprio alla CGIA di Mestre la cosa non importerebbe, e forse un dato del genere ci farebbe capire che la nostra memoria, che già deve contenere le cose da fare e gli acquisti e le cose da pagare, non è sufficiente e non so se si può potenziare. Sarà per questo che con tutta la memoria dell’olocausto durante le guerre balcaniche abbiamo visto accadere le stesse cose? Forse basterebbe ricordare una sola cosa che comprende tutte le altre, cioè che l’essere umano è una brutta bestia. E proprio in questi giorni c’è stata un’altra dimostrazione di come la memoria possa essere corta. Parlando di una rissa a Castellammare di Stabia e della movida violenta, una psichiatra giustificazionista ha detto che i giovani durante il lockdown sono stati costretti e ora vogliono sfogarsi. Ora forse pure la mia memoria è ormai limitata, ma mi pare che la movida presso i locali e le discoteche era violenta anche prima del virus, e quella cittadina del napoletano in cui sono stato una sola volta 30 anni fa, cioè molto tempo prima del covid, avendone una spiacevole impressione, non mi pare che fosse un posto dove in anni recenti per strada si donassero i fiori ai passanti.

Tatiana Guderzo che in futuro, quando smetterà di correre, sarà un’indimenticabile ciclista del passato.

La Zeriba 10 – Suonate, suonate, le streghe son tornate!

Questo è un post ignorante, di fantasia, su una scena, una tendenza che non esiste ma vedo solo io, ed è basato non sulla conoscenza dei testi ma sulla suggestione dei titoli e delle immagini.

Alcune sono in giro dagli anni zero ma hanno continuato e si sono evolute negli anni 10 cui è dedicata questa rubrica, altre sono più giovani, fanno folk gotico o psichedelico, sono donne che ammaliano più della fattucchiera Amelia, non stanno a piangersi addosso perché qualche uomo le ha lasciate, anzi, se qualcuno le ha lasciate non so se è ancora vivo per poterlo raccontare agli amici o più opportunamente alla polizia, e la loro parola preferita sembra che sia “blood”.

Prendete Marissa Nadler: dopo aver cantato storie antiche e di amori tragici e di morti fantasmi pazzi e inferni vari, alla fine dice di voler essere ricordata per i suoi crimini.

For My Crimes

Ma in effetti l’idea della scena non è proprio campata in aria perché la Nadler ha collaborato con le due prossime streghette. La delicata Emily Jane White cantava l’America Vittoriana, era una pupilla di David Tibet, ma lui, al contrario di quello che si dice, non è un individuo satanico, ha rinnegato il termine folk apocalittico che avrebbe buttato lì per celia, di Crowley apprezza l’umorismo ma non le teorie, studia il copto e le religioni e si preoccupa degli animali, mentre lei dice che bisogna essere più veloci del Diavolo.

Faster Than The Devil

Poi c’è Angel Olsen che, al di là dell’aspetto da bella ciaciona, pure canta storie truci e malaticcie.

Lark

Più cheta sembra Natalie Mering ma già si sceglie un nome d’arte con dentro il sangue, Weyes Blood, e poi ora è sirena seduttrice ora eremita sulle montagne in compagnia solo di animali ora va in giro vestita di nero a parlare di magie cattive.

Bad Magic

Le streghe passate in rassegna finora sono tutte americane, non di Salem ma di metropoli o di città di mare, ma ce ne sono anche altrove, e volete che non ce ne sia una in un paese selvaggio come la Nuova Zelanda? Ecco Aldous Harding e, come dicevano i telegiornalisti, le immagini si commentano da sole.

The Barrel 

La lunga estate fredda illustrata

Se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano in un’altra parte del mondo figuriamoci la fortissima eruzione di un vulcano. Nel 1815 il vulcano Tambora nelle isole della Sonda causò sconvolgimenti climatici al punto che l’anno dopo, cioè 2 secoli prima che la casa di Greta andasse a fuoco, in estate ci fu brutto tempo e per questo motivo gli ospiti di una villa sul Lago di Ginevra furono costretti a rimanere al chiuso come se ci fosse stato il lockdown. Quei 5 personaggi erano il medico John William Polidori, nessuna parentela con quel Giancarlo che circa 150 anni dopo si tolse lo sfizio di provarsi sia la maglia rosa che quella gialla ma non divaghiamo, e i poeti romantici Percy Bysshe Shelley e George Gordon Byron, più due donne scappate di casa e unitesi a loro ovvero Mary Wollstonecraft Godwin moglie di Shelley e la sua sorellastra Claire Clairmont amante di Byron. E, sapete come sono fatti questi artisti, si annoiano facilmente e allora Lord Byron lanciò una sfida artistico-letteraria per cui ognuno doveva scrivere una storia di fantasmi. I poeti partivano con i favori del pronostico essendo del mestiere ma dopo un po’ si annoiarono mentre il medico invece scrisse Il vampiro che diede il via a un ricco filone letterario. Ma il botto lo fece Mary Shelley che era un’esordiente diciannovenne, quindi solo da poco nella categoria under 23, e grazie alla sua fantasia e a suggestioni derivanti dalle chiacchiere sul galvanismo e gli esperimenti sull’elettricità animale, durante una notte buia e tempestosa come neanche nei romanzi di Snoopy ebbe una prima visione su cui decise di costruire il suo racconto Frankenstein. Spinta a proporre il racconto agli editori, Mary si trovò di fronte al loro scetticismo, perché convinti che quella storia paurosa non potesse averla scritta una leggiadra fanciulla ma fosse opera di quel debosciato del marito. Ma come è noto tutto finì bene: il libro fu pubblicato e diventò un classicissimo, i poeti Shelley e Byron morirono giovani e Polidori si suicidò. La storia della fantasiosa Mary Shelley è stata di recente raccontata dalla scrittrice canadese Linda Bailey nel volume Mary La ragazza che creò Frankenstein pubblicato in Italia da Rizzoli/Mondadori con le magnifi(goti)che illustrazioni della catalana Julia Sardà, ex colorista per Disney da cui si è poi affrancata e ha fatto proprio bene.

P.S. Julia Sardà sa disegnare pure le biciclette.