La Zeriba Suonata – Giuseppi

Se anche il suo nome è stato un errore di un impiegato dell’anagrafe vuol dire che negli USA gli ignoranti li assumono tutti lì. Giuseppi Logan nacque a Philadelphia nel 1935, suonava vari strumenti soprattutto sassofoni, è stato un grande virtuoso del free-jazz, ma aveva anche un brutto carattere forse per i suoi problemi mentali e di droga. Era ormai dimenticato e quasi barbone quando fu riconosciuto, e tornò a suonare prima di finire in una casa di riposo a New York dove è morto l’anno scorso per covid. Il jazz lo seguo poco ma quando in tivvù dicono “Giuseppi” mi viene sempre in mente Logan.

The Giuseppi Logan Quartet – Dance Of Satan

La Zeriba Suonata – la variante amazzonica

L’Amazzonia non è solo foreste inospitali e navi che scavalcano le montagne e non è neanche solo Brasile ma pure Perù. E proprio nell’Amazzonia peruviana il boom del petrolio negli anni 60 portò a molti contatti con i gringos con conseguenze anche sulla musica. Ci furono vari gruppi che importarono l’uso di chitarre a pedali e organi e mischiarono surf psichedelia soul e funk alla cumbia peruana, creando un genere definito poi chicha dal nome di una bevanda alcolica locale. Ma questa musica era diffusa soprattutto tra le classi sociali più basse e nei sobborghi e non trovò sostegno tra critici e intellettuali, per cui anche se arrivò fino alla capitale Lima non fu conosciuta all’estero e fu dimenticata, e pensate se invece fossero arrivati in Europa questi suoni briosi anziché le lagne degli Inti Illimani: gli anni 70 sarebbero stati meno deprimenti. Negli anni zero il musicista e dj francese Olivier Conan la scoprì grazie a rari vinili originali e fondò l’etichetta Barbès Records per diffonderla sia fondando un suo gruppo chiamato Chicha Libre sia soprattutto con i due volumi di The Roots Of Chicha (2007 e 2010). Io vi linko un pezzo per ciascun volume, e immagino che la ragazzina dell’oriente di cui al primo brano sia semplicemente una amazzone, perché l’Amazzonia è nella parte orientale del Perù.

Los Mirlos – Muchachita del Oriente

Compay Quinto – El Diablo

Il revival della chicha ha risuscitato alcuni gruppi, ma oggi rispetto al resto della musica latina è difficile scoprire le differenze dato che di roba scoperta ce n’è molta.

Racconti occulti – L’uomo che sognava i palazzi

Alvaro sognava di fare l’architetto e perciò dopo il diploma si iscrisse ad architettura, ma per lui esisteva solo la progettazione di edifici e non sopportava quelli che volevano fare gli arredatori di interni, e per questo arrivò a litigare col collega Thullio che era già stato suo compagno di scuola. Ma dopo un paio di anni i genitori morirono in un incidente e Alvaro fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare per vivere. Da allora fu preso dal lavoro, poi dal matrimonio con una collega d’ufficio e ogni tanto gli veniva l’idea di riprendere gli studi ma subito l’abbandonava perché non aveva tempo e anche pagarsi gli studi sarebbe stato un problema. Però la passione gli rimase, comprò in edicola tutti i fascicoli settimanali sui grandi dell’architettura, ma non trovò mai il tempo per leggerli, e poi cominciò la faccenda dei suoi strani sogni. Alvaro non sognava di volare o di fare sesso con qualcuna o di trovarsi all’improvviso in strada in mutande, almeno non ricordava di aver fatto sogni del genere, ma sognava solo palazzi e strade, sognava di imboccare tranquillamente una strada che non conosceva o che se la conosceva però era diversa, oppure sognava di voler andare in una strada che nel sogno aveva ben presente per entrare in un negozio di cancelleria in cui non andava da tempo, poi si svegliava e si accorgeva che quella strada e quel negozio non esistevano, ma poi in un sogno successivo ritornava la stessa strada solo che il negozio non era più di cancelleria ma di alimentari. E i palazzi nei suoi sogni erano sempre vecchi, barocchi, fatiscenti, forse perché lui era contrario ai restauri, infatti finché un palazzo non veniva toccato conservava comunque un suo fascino e inoltre poteva sempre pensare a come sarebbe stato una volta restaurato, ma invece quando il restauro veniva fatto davvero lui restava sempre deluso dal risultato. Un giorno, avendo finito un lavoro prima del previsto, volle fare una gitarella nella città pericolosa che gli avevano sempre sconsigliato ma dove di palazzi patrizi decaduti ne poteva vedere quanti ne voleva per il lunghissimo lentissimo declino di quella città, e successe che seguendo solo il filo degli edifici si ritrovò in una piazza con un mercatino perenne, dove pure gli avevano stra-sconsigliato di fermarsi, e si perse a vedere le bancarelle, poi nella vetrina di un piccolo negozietto vide un tablet e pensò di comprarlo, e il negoziante andò nel retrobottega e tornò con una scatola già chiusa. Solo quando si sedette in treno per il ritorno Alvaro aprì la scatola per vedere il tablet e dentro ci trovò un mattone, ma non volle mai ammettere la fregatura, non ne parlò neanche con la moglie. Però quel mattone lo mise nel suo studio e diceva che l’aveva trovato a terra e appena qualche ospite accennava a quello strano soprammobile lui iniziava a raccontare il suo sogno di fare l’architetto sottinteso di edifici, e a volte qualcuno replicava che solo pochissimi fortunati riescono a realizzare i propri sogni e quindi è meglio lasciarli perdere. Ma quando un ospite disse che valeva la pena di studiare architettura solo se si voleva fare l’interior designer Alvaro afferrò il mattone e cercò di colpirlo e lo fermarono appena in tempo. Allora la moglie di Alvaro buttò via quel mattone e così in quella casa finirono i discorsi sull’architettura e sui sogni e dopo un finirono anche quegli stessi sogni con dentro i palazzi.

un fumetto terapeutico

Chissà se esistono comunità di recupero per nerd, geek, otaku e affini. Nel caso, ai pazienti, come cura omeopatica, si potrebbe somministrare il libro Cosplayers di Dash Shaw, tradotto in Italia da Coconino nel 2017. Shaw è un fumettista statunitense che con uno stile di disegno molto semplice alterna tavole fitte di piccole vignette ad altre con pochissime vignette se non una sola, ed è molto apprezzato da illustri suoi colleghi come Chris Ware e David Mazzucchelli. In questa storia racconta di due ragazze, una cosplayer aspirante attrice e l’altra aspirante regista, che cercano il successo ma facendo quello che piace loro e che, come tutti i personaggi che incontrano, sembrano ignorare evitare o dribblare la realtà. Il libro è di quelli che si prestano a più letture e quindi anche se mostra l’alienazione dei personaggi chissà se quegli ipotetici pazienti leggendolo realizzerebbero di essere in una situazione esistenziale da cui volere uscire o sarebbero piuttosto confortati nel loro modo di vivere.

La Zeriba Suonata – un’altra svolta

Nei giorni scorsi a reti unificate è stato ricordato l’ottantesimo compleanno di Joan Baez e hanno mostrato anche immagini del Rolling Thunder Tour di Bob Dylan nei medi anni 70, immagini all’epoca trasmesse anche dalla RAI. In quel periodo Dylan incise Desire, il primo suo album che ho potuto ascoltare attentamente, non male come approccio, ma neanche il tempo di sentire pure le sue canzoni famose che arrivò una svolta clamorosa, altro che il passaggio al rock elettrificato per arrivare al capolavorone Blonde On Blonde che scandalizzò i puristi folk, un passaggio che ebbe il momento iniziale e simbolico al Newport Folk Festival, dove una quarantina di anni dopo i Pixies al completo fecero il percorso inverso. La svolta clamorosa che dicevo e che fece inorridire tutti i suoi fans hippies e sinistrati fu invece quella verso il cristianesimo, allora spiazzante oggi molto meno perché Dylan si è rivelato un personaggio sfuggente che non a caso nella biografia cinematografica I’m Not There, che non ho ancora visto, è stato interpretato da sei attori diversi compresa una donna tra l’altro bellissima come Cate Blanchett. Ma nella sua carriera a gimkana quella trilogia di gospel cristiano non è certo una delle cose migliori, però secondo me non lo sono neanche gli inni di protesta che cantava nei primi sessanta pieni di retorica andata a male, La risposta soffia nel vento, I tempi stanno per cambiare, Il mio nome è mai più, no, quest’ultima no, meglio pure alcuni dischi usciti dopo la funzione come Infidels e Real Live. Ma da Slow Train Coming che era il primo e anche il migliore di quei tre dischi vi faccio sentire Man Gave Names To All The Animals non nella versione originale ma in quella di Johnny Cash, uno che aveva una vita intera di peccati da farsi perdonare.

Johnny Cash – Man Gave Names To All The Animals

l’opinabile libertà

Dicono che sui social c’è troppo odio, ma se poi scatta un blocco per qualcuno si tira in ballo la libertà di pensiero, o forse la si tira in ballo solo per potenti e loro serventi. E poi glorificano Montanelli ma non lo applicano, non intendo nel senso di sposare una minorenne africana, ma di sentire il parere delle streghe quando c’è la caccia alle stesse, o meno enfaticamente di sentire anche quelle opinioni che possono sembrare non condivisibili o inopportune. Ad esempio in questo anno di chiusure abbiamo sentito le ragioni di molti e anche i torti di alcuni, non vorrei citare ancora una volta gli artigiani del presepe a maggio, ma sarei curioso di sentire i perché dei tanti studenti e genitori proDAD e anche dei medici che non intendono farsi il vaccino, anche se fosse solo per capire se abbiamo a che fare con medici preparati o cospirazionisti o negazionisti, e invece niente, tutti condannati alla bannazione eterna.

Aggiunta finale (3,4)

Facciamolo questo paragone

Da decenni quelli che vogliono fare i tipi al passo coi tempi dicono che le soap, le serie, le fiction, sono il corrispettivo odierno dei poemi classici, epici, cavallereschi e chissà di cos’altro. E allora facciamolo questo paragone, e chiediamoci: se l’Orlando Furioso intendeva anche celebrare la Corte d’Este, Gomorra e tutte le altre serie criminali vogliono forse omaggiare qualcuno?

Illustrazione di Grazia Nidasio.

 

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?