inclusione e solidarietà

Se qualcuno nel vostro ambiente di lavoro per fare carriera, per raggiungere i suoi obiettivi, mette in cattiva luce qualche collega, cosa ne penate di costui? Non ha la vostra stima? E allora non facciamo distinguo tra ambienti di lavoro. Nella Quickstep, o come ora si chiama, Fabio Sabatini sembrava quasi corresponsabile dei disastri di Marcello Bellicapelli di cui era tutor, e con la pausa di riflessione di quest’ultimo si è visto dove stava il problema. L’ex e neo compagno di squadra di Sabatini, il Viviani che piange sempre, se vince piange, se perde piange, dopo una primavera fallimentare perché ha mostrato i suoi grossi limiti nelle classiche, al Giro chissà dove stava con la testa e si è spesso lamentato della squadra, in pratica questo significava criticare il povero Sabatini di non essere in grado da solo di fare il lavoro che altre volte fanno Asgren-Lampaert-Morkov-Richeze. Dai tempi di Cipollini questi massimi velocisti fanno gli sbruffoni con i supertreni al loro servizio e a volte bullizzano i desperados che se la cavano da soli e a volte gli va pure bene. Certo, anche loro sono partiti da zero, sgomitando e piano piano sono arrivati a un livello tale da spingere le squadre a regalargli il trenino. Ma poi si adagiano e non sembrano più capaci di cavarsela da soli, e viene da chiedersi qual’è il vero distacco tra loro e quelli che arrivano quarti sesti o undecimi buttandosi nella mischia. Comunque, nonostante le sconfitte e le voci sul suo passaggio a un altro team, Viviani, in uno squadrone pieno di tanti ciclisti capaci di vincere, ha ottenuto intanto di correre pure il Tour, e, dato che lì non troverà il Gaviria che sembra già in declino ma il più forte del momento, quel Groenewegen che fa paura già dal nome, come direbbe lo scrittore parlante, ha ottenuto quattro corridori al suo servizio, che significa lasciare solo tre posti agli altri del cosiddetto wolfpack. E così la squadra non ha incluso né Stybar né Gilbert, cioè il più grande degli ultimi 10/15 anni, un corridore che per trovargli un paragone si è andati fino a Sean Kelly. Il ciclista quasi apolide, lui dice di essere belga ma Het Nieuwsblad lo etichetta come vallone, c’è rimasto male, ed è curioso che un ciclista quasi unico per la sua forza e la sua versatilità pure abbia più volte trovato personaggi capaci di farlo fuori: prima Greg Van Avermaet nelle prove sul pavé eppure non in una squadra fiamminga ma svizzero-americana, ora, direttamente o meno, il buon Viviani. La Zeriba Illustrata vuole esprimere invisibile solidarietà sia al pesce pilota Fabio Sabatini sia al campionissimo Filippo Gilbert che qualcosa al Tour si sarebbe inventato, semmai non di finire in un burrone come l’anno scorso.

“They’ll stone you when you are young and able…”

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La Zeriba Suonata – sulle strade di Kaunas

Sul pavé e sulle stradine strette e polverose della Dwars Door Het Hageland finalmente è successo: finalmente Krists Neilands ha vinto una corsa che non fosse il campionato nazionale, facendo grossi passi in avanti per non essere ricordato solo come quello che scattò sul Poggio prima di Nibali.

Ovvio che Neilands diventi il favorito anche per i prossimi campionati nazionali, dove dovrà guardarsi da Skujins e dalle vecchie glorie Saramotins e Smukulis. Intanto in Estonia stanno andando forte sia i velocisti che gli uomini da corse a tappe come Kangert e Taaramäe, mentre in Lituania, contro il temibile Bagdonas, che fu compagno di Sam Bennett alla scuola di Sean Kelly, auspichiamo la vittoria di Siskevicius, che se vincesse davvero potrebbe dire: Scusate il ritardo. E lì, a Kaunas, nei primi anni 70, in pieno regime sovietico, quando il lituano Kasputis e l’estone Kirsipuu erano bambini, si presume non viziati per forza di cose, e il lettone Vainsteins non era ancora nato, un branco di teppisti si ribellava ai soviet a suon di marmitte e rock blues-garage-psichedelico, come i Gintaréliai.

 

LA ZERIBA SUONATA – una donna inaffidabile

Quando nel 2007 la graziosa Annie Clark, col nome d’arte St. Vincent, incise il suo primo disco intitolato Marry Me, in tanti avrebbero risposto all’appello, e forse, tra questi, molti che già negli anni 80 avrebbe voluto sposare Suzanne Vega. Ma la title track è rivolta a un certo John. In realtà quelli che seguono il gossip (e io che non lo seguo l’ho saputo dopo) conoscono i gusti della cantante, perché diciamo che per amanti sceglie donne famose, modelle e attrici, ma questi sono fatti suoi. Quello che interessa noi è il fatto che da tempo era annunciato un nuovo disco, è anche uscito  un singolo, ma dell’album nessuna notizia, e anzi si dice che ora Annie, che già ha esordito come regista in un film a episodi, sia impegnata col cinema e stia preparando una versione al femminile di Dorian Gray. Forse frequentare David Byrne non le ha fatto bene: prima ha iniziato a proporre bizzarre coreografie nelle sue esibizioni canore, e ora si da al cinema. Vabbe’, vorrà dire che ci vedremo ‘sto film. Nell’attesa, prima della proiezione e anche del documentario e dei trailer, ecco proprio Marry Me, quasi una canzone classica americana, qui in una versione live risalente ai primi anni della carriera solista, quando lei era meno diva e meno scatenata (qui, ad esempio, potete vedere una più recente sequenza di schitarrate e balletti) ma sempre simpatica.