qualche riforma si può rimediare

“Riforma” è una parola che ci perseguita almeno dai tempi di Craxi e piaceva pure a quell’ex comunista incapace di dire qualcosa di sinistra. Con la pandemia sembrava circolare poco al pari delle persone ligie alle regole, ma poi con la faccenda dei soldi europei l’ha ritirata in ballo l’Europa medesima, e allora bisogna darsi da fare. La cosa migliore sarebbe quella di semplificare le leggi a beneficio di chi deve rispettarle o applicarle nel suo lavoro, ma le cose semplici non sono congeniali alle persone con le menti contorte e allora, dato che si parla sempre di riforme in generale senza specificare, le riforme per le riforme, e una vale l’altra, qualcosa si può rimediare, anche una riforma costituzionale, addirittura la prefazione della Costituzione (era la prefazione?) e cambiarla così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla Ristorazione”. Poi si può istituire il Ministero della Ristorazione, più importante e attuale di quelli inopportuni di ambiente cultura istruzione ricerca insomma quelle robe lì, e sono già due riforme. I tempi sono maturi, l’associazione dei Comuni ha chiesto di semplificare le norme, peraltro poco rispettate, sull’occupazione di suolo pubblico per concederne di più e più velocemente ai locali che devono esercitare all’aperto; visto a cosa mirano i discorsi sulla famigerata Burocrazia? Essendo il settore trainante dell’economia, dietro al quale sarebbe interessante sapere chi c’è, va sostenuto a tutti i costi, anche a scapito dei pedoni, perché del resto camminare se non è finalizzato a raggiungere un bar o un ristorante è solo una perdita di tempo.

Non più citta a misura d’uomo ma a misura di elicotterista.

L’etica protestante e lo spirito del ciclismo

A volte mi chiedo come si sarebbero evolute le teorie di certi pensatori se fossero vissuti di più, se fossero arrivati ai nostri giorni. Per esempio Darwin, oggi come potrebbe ancora sostenere l’evoluzione della specie, perlomeno del genere umano? Più probabilmente brucerebbe tutte le sue carte e si guadagnerebbe da vivere vendendo zucchero filato. E Max Weber, quello che i calvinisti vedono la grazia di Dio nella ricchezza e reinvestono i guadagni nell’attività economica, forse sarebbe d’accordo con me che aiuti e benefici economici dovrebbero essere concessi solo a persone di provata fede calvinista, e a quelli che invece i guadagni li spendono negli status symbols niente. Ma soprattutto si interesserebbe a Marianne Vos, questa ragazza che dice che ha avuto questo dono da Dio e cerca di fare del suo meglio. A volte Marianna sembra voler giustificare quello che altri chiamano cannibalismo, anche se, per dire, la vittoria che Roglic non lasciò a Mader sembrò ingordigia mentre la rimonta straordinaria della Vos su Lucy Kennedy al Giro del 2019 fu un gesto atletico da antologia, pure scolastica, va’! Ieri si è corsa l’Amstel Gold Race, una di quelle corse maschili dalla cui costola nacque la prova femminile che per la proprietà transitiva diventò subito importante a prescindere dal numero di edizioni disputate, e questo accadde soprattutto nel periodo dei problemi fisici dell’ipercampionessa che, al rientro, trovò una concorrenza più agguerrita, soprattutto le sue ex gregarie Van e Van, e inoltre non poteva più permettersi lo stakanovismo del passato. Proprio poco tempo fa le avevano chieste delle classiche che le mancavano e lei aveva messo le mani avanti rispondendo che non deve avere una cartella del bingo completa. Ma poi davanti ha messo la sua ruota e in tre settimane al suo già variegato palmarès ha aggiunto la Gent-Wevelgem e l’Amstel Gold Race. E poi avrà pure avuto un dono, la grazia, boh, ma quello che ottiene se lo suda. Ad esempio quest’anno corre nella neonata Jumbo Visma femminile, ma i soldi li hanno spesi tutti per la squadra maschile e lei spesso nei finali di gara si trova da sola contro tutte le altre che la guardano e aspettano di vedere cosa fa. Ieri però ha trovato una gregaria involontaria in Elisa Longo Borghini. E’ successo che Annemiek Van Vleuten con la sua voglia di strafare ha sbagliato il Cauberg, che va affrontato dosando gli sforzi, e la Vos le è andata dietro, chissà se per invitarla alla prudenza o perché l’ha sbagliato pure lei, fatto sta che si sono quasi piantate e sono state superate dalla Niewadoma che l’ha affrontato meglio, ma ancora meglio della polacca ha fatto Elisa che sembrava potesse fare il vuoto e invece quando Kasia si è riportata su di lei all’ultimo km le è venuta di nuovo la psicosi di sentirsi battuta in volata e prima ha rallentato, come se potesse avere una seconda occasione, e poi ha lanciato la volata lunga e a quel punto, mentre le SD Worx che erano in maggioranza lanciavano la volata per Demi Vollering, è partita la Vos e nonostante abbia alzato le braccia troppo presto ha vinto proprio davanti a chi mercoledì aveva commesso lo stesso sbaglio alla Freccia del Brabante ma in entrambi i casi è arrivata seconda. All’arrivo gli organizzatori avevano sobriamente predisposto un trono per i vincitori, e con le donne andavano sul sicuro vincesse la Vos la Van Vleuten o la Van Der Breggen. E come alla Gent-Wevelgem c’è stata anche qui l’accoppiata Vos-Van Aert per la Jumbo Visma, che a questa corsa tiene molto perché è la più importante nel loro paese basso, ma Van Aert non ha imparato la lezione di mercoledì scorso e trovatosi di nuovo a disputare la volata con Tommasino Pidcock ha voluto di nuovo partire lungo e in testa e per poco l’inglesino non lo rimontava di nuovo, anzi l’ha rimontato perché l’ha superato, ma solo dopo la linea, quindi c’è stato tutto un consulto di filmati e foto, e la tivvù inquadrava la foto sul telefonino di un giudice UCI che la mostrava a tutti e l’avrà inviata anche agli amici su whatsapp. Alla fine hanno assegnato la vittoria a Van Aert che l’ha dedicata al suo direttore sportivo Frans Maassen che qui vinse giusto 30 anni fa. Ecco, allora dopo aver visto e rivisto il suo arrivo Van Aert potrebbe vedere pure quello di Maassen che batté Fondriest con una volata scorrettissima, ma erano tempi in cui si favorivano gli atleti di casa in una corsa che col tempo si è evoluta, che se fossero rimasti a quel modo di fare il fotofinish se c’era bisogno l’avrebbero photoshoppato.

Praticamente la Regina dell’Ex Olanda.

La faccenda del pubblico

Questo calcio sta dappertutto: che ci fa nella pagina del ciclismo di Het Nieuwsblad? E’ che pure lì ha fatto notizia l’apertura degli stadi italiani al pubblico. In Belgio niente, due Fiandre senza pubblico che già uno sembrava strano, al secondo per strada c’era solo un ragazzino, lo svizzero Schar per ringraziarlo gli ha donato una borraccia ed è stato squalificato in flagranza di reato secondo l’Editto Lappartient, ma tutti gli altri ciclisti avevano invitato il pubblico a stare a casa perché così potevano salire sui marciapiedi senza il rischio di abbattere qualcuno. Pure la stagione del ciclocross è stata senza pubblico, tutti davanti al televisore, se passavi per le strade deserte del Belgio all’ora italiana di pranzo sentivi il rumore dei campanacci provenire dalle case. Però i fotografi hanno detto che le foto così venivano meglio. In Italia invece la decisione a gamba tesa del Banchiere di aprire gli stadi al 25% del pubblico ha scatenato un effetto domino e dal Ministero di Cultura Spettacolo e Fuochi d’Artificio hanno detto che allora bisogna aprire pure teatri e cinema. E il Banchiere, che è uomo di poche parole perché tiene da fare, ha detto: E sia. E ieri il TG diceva che dal 26 aprile andremo a cinema e a teatro, un messaggio volutamente ambiguo, perché detto così sembra che sia un obbligo, come vaccinarsi dato che non farlo è ritenuto un’attività sovversiva. Però posso tranquillizzarvi perché non sarete tenuti ad andare a vedere una simpatica commedia di quel simpaticone di Salemme o il remake del sequel de I Fantastici 4 contro King-Kong, per ora non c’è l’obbligo. Si sorvola invece sul pubblico del ciclismo, perché come fai a dire che sullo Zoncolan potrà andare solo il 25% degli indiani? E intanto oggi si corre l’Amstel Gold Race in un circuito chiuso e vedremo se esiste il Cauberg senza il pubblico, io credo di no, penso piuttosto che è una salita che il pubblico la porta da casa insieme alle birre.

Dagli archivi dell’Area 51 una foto che dimostrerebbe l’esistenza del Cauberg senza pubblico.

La Favola del Principe e della Carta Selvaggia

Qualche mese fa Erreciesse stava distribuendo le wild-card per il Giro, una alla Eolo, una alla Bardiani, una alla Vini Zabù, poi va a guardare nello scatolo delle wild-card e non ce ne sono più, lo rigira, niente, e la Androni resta senza. Il manager della squadra, il Principe Duca Conte, ci rimane male e polemizza con Erreciesse ma anche con una delle tre squadre promosse tirando in ballo pure storie di doping. Passa un po’ di tempo e proprio in quella squadra si verifica il secondo caso di doping in meno di un anno, col rischio di una sospensione da parte dell’UCI. Poi il colpo di scena, il patròn di questa squadra, ricordato nei libri di storia del ciclismo anche per aver voluto ingaggiare a tutti i costi Danilo Di Luca proprio prima del Giro 2013, nel quale il detentore di uno dei più brutti soprannomi della storia medesima, “il Killer di Spoltore”, risultò positivo al test-antidoping che gli valse la radiazione come manco Riccò, dicevo, il patròn, per tagliare la testa al toro, ha ritirato la squadra dal Giro restituendo la wild-card a Erreciesse, che a sua volta ha subito telefonato al Principe che però non c’era, l’hanno cercato dappertutto, dal console del Bhutan, dall’ambasciatore del Gabon, dal Principe di Monaco, alla fine l’hanno rintracciato da un monaco del Principato omonimo e gli hanno detto che avevano ritrovato la sua wild-card e ora poteva venire al Giro d’Italia gradito ospite. Così tutto è finito bene e tutti vissero felici e contenti, almeno fino al prossimo caso di doping.

smascherine

Il TG, non importa quale perché tanto sono tutti con un piede nel governo e uno fuori, dopo la quotidiana lamentela dei ristoratori, ci fa sapere che sono state sequestrate grandi quantità di mascherine cinesi non a norma. Ma nonostante questo e la diffidenza degli italiani per quello che arriva dalla Cina continuiamo a importarle, anche perché di fabbricarle in Italia non se ne parla. Purtroppo la CGIA di Mestre non ci fornisce statistiche sulle aziende che sono nate in quest’ultimo anno, cioè nella consapevolezza della situazione della pandemia. Ma per quello che posso constatare, dal mio lavoro e dalle rare passeggiate, di aziende che producono mascherine o altri prodotti utili a questa causa non se ne vedono, invece nuovi bar e ristoranti sì, anche in centro, perché quello è per molti il senso della vita.

La Zeriba Suonata – attualità drammatica

Quando si parla dell’attualità o della modernità di un artista io non capisco mai cosa si intenda, ma forse neanche quelli che ne parlano. Ad esempio ricordo che in passato quando si parlava della modernità di Dante, giusto per restare nell’attualità, si finiva a parlare della Democrazia Cristiana. Ma la sto prendendo un po’ da lontano e allora veniamo al dunque, diciamo che, se qualcuno oggi volesse fare una versione moderna e legata alla drammatica attualità di un classico brano romanticone, io ho una proposta per la sceneggiatura del video che vi vado a sottoporre.

Piove. Lei è fuori a un locale che si chiama Pink Flamingo. Le misurano la temperatura ed entra. Siede a un metro e mezzo da lui e iniziano a parlare. A un certo punto Lui dice: Toglimi le mani di dosso! Lei risponde: Guarda che le ho disinfettate con la soluzione alcolica. Lui continua: Io non ti appartengo, lo vedi e indicando il proprio viso coperto dalla mascherina le dice: Guarda questa faccia per l’ultima volta. E a quel punto a lei viene un dubbio, si abbassa la mascherina e fa altrettanto con la sua e poi esclama: Io non ti ho mai conosciuto. E neanche tu mi conosci. E lui: Infatti. Con queste mascherine è facile sbagliarsi. Io aspettavo un’altra, e ora quando viene devo rifare daccapo tutta questa scena madre, uffa. Così i due si salutano dicendosi Hello, Goodbye.

Soft Cell – Say Hello, Wave Goodbye

Pink Flamingo in pink.

Gente che pensano sempre ai soldi

Da quando c’è la pandemia con i problemi economici collaterali la CGIA di Mestre si è scatenata a fornirci dati e studi, e sono sempre in negativo, che poi così c’è il rischio che gli viene la depressione, e allora ascoltate un modesto consiglio, non state sempre a pensare ai soldi, distraetevi un po’, non dico vedetevi il ciclismo, ma chessò interessatevi di cultura ogni tanto, e se non sapete cos’è non c’è problema, apposta c’abbiamo l’internet, se digitate “cultura” su google qualcosa dovreste trovare.

La Zeriba Suonata – Madame et messieurs

Ho scoperto Madame neanche tanto tempo fa con il video Baby che ritrovo con piacere nell’eponimo album di esordio. Nonostante duri 46 minuti la prima volta che l’ho ascoltato ho avuto l’impressione che fosse troppo lungo, forse perché qualche pezzo si poteva tagliare, o forse perché ci sono troppo featuristi, teppisti e trappisti che per di più non possono aggiungere molto alle canzoni di una con la sua personalità e la sua voce, che a volte, come si diceva per certi cantanti jazz, suona quasi come uno strumento, diciamo uno strumento elettronico, come in Bamboline peruviane. Le sue storie sono mediamente disperate, problema che mi pare diffuso tra i giovani e i semigiovani, ma ci sono storie e storie e ci sono modi e modi di raccontarle e Madame non spacciava, come altri che ce lo vengono pure a raccontare per la gioia di quei critici che nel curriculum di un musicista gradiscono la fedina penale sporca, e poi suona sincera, a differenza ad esempio di quei finti rocker che hanno vinto il festival. Insomma verrebbe da dire che non ci sono più i giovani di una volta e, anche se la faccenda della gioventù non mi riguarda da un bel pezzo, per reazione mi viene voglia di ascoltare quei ragazzi che musicalmente nascevano già vecchi ma almeno cantavano siamo giovani corriamo ecologici e se ne andavano in giro su un letto.

Madame a Sanremo in miniatura, a pochi centimetri dal tradizionale arrivo di Via Roma.

Perline di sport – il resto è tipo mito

Da qualche decennio, soprattutto nei linguaggi giovanilistico e giornalistico, si parla a sproposito di miti e leggende, riferendosi anche a eventi e persone miserelli o che comunque si conoscono bene e non hanno un’aura di mistero. Poi ci sono manifestazioni che si auto-pompano dandosi nomi altisonanti, e questo purtroppo succede nella MTB, come nel caso della Capoliveri Legend Cup che si è svolta all’Isola d’Elba. Quest’anno la gara è stata inserita all’interno degli Internazionali d’Italia e forse anche per la situazione che si vive e la scarsità di gare c’è stato un campo di partenti di livello mondiale. E in questi giorni i siti specialistici hanno più volte ricordato quando nel 1994 all’Isola d’Elba si disputò una tappa della Coppa del Mondo, che allora aveva uno sponsor ingombrante, e ci fu uno degli ultimi duelli tra John Tomac e Ned Overend, due miti della disciplina anche perché tra i pionieri. Entrambi vinsero il campionato mondiale, anzi proprio le prime due edizioni, Tomac cominciò con la bmx, era fortissimo anche nel downhill e portò a termine un Fiandre e una Roubaix, Overend era più vecchio di 12 anni. Ma il modo migliore di portare i miti sulla terra e renderli umani è di andarli a vedere, e l’unico filmato soddisfacente che ho trovato di quella gara non è in italiano, perché è vero che la campionessa del mondo in carica era Paola Pezzo, ma aveva vinto il mondiale del 1993, battendo tra l’altro Jeannie Longo, senza l’ausilio della scollatura, e quindi questo era uno sport ancora di nicchia, una nicchia all’aria aperta. Nel video è interessante anche la fauna, sia il pubblico e gli addetti ai lavori a volte con abitini vistosi che sapevano ancora di anni 80, sia i concorrenti, tra in quali un altro pioniere come il riccioluto Tinker Juarez e lo svizzero Thomas Frischknecht appartenente a una dinastia di fuoristradisti, il ciclocrossista Fabrizio Margon e il futuro stradista Dario Cioni, l’eclettica Maria Paola Turcutto e l’onnipresente Jeannie Longo. Alla fine vinsero la canadese Alison Sydor e il 39enne Ned Overend, ma l’epica battaglia non fu a base di sportellate, ci fu una grande rimonta di Overend su Tomac, ma non vediamo il momento del sorpasso e possiamo giudicare solo in base a poche immagini, e vuol dire che almeno per stavolta qualcosa lo lasciamo al mito.

Elba, Coppa del Mondo MTB 1994

Paola Pezzo