Buona educazione

La RAI, nonostante l’orribile programmazione che la rende uguale alla Mediaset, nei proclami si spaccia sempre per veicolo di educazione e rispetto. Ma norma di buona educazione è di rispettare impegni e orari, cosa che non mi pare di riscontrare nei nevrotici palinsesti RAI; ho conosciuto persone che si vantavano di essere ritardatari capaci di superare anche il muro delle 2 ore ma non mi pare siano approdati alla RAI. E sarebbe bella una diretta del Giro Donne, non integrale come per gli uomini, che poi diventa pallosa, ma neanche striminzita. Sarebbe bello ma purtroppo il Giro Donne lo trasmette la RAI e ieri, tra cambio di rete, con l’altra che non aveva ancora terminato la trasmissione precedente, e fiumi di pubblicità, abbiamo staccato a 12 km dalla fine con un gruppetto di fuggitive e ripreso 8 km dopo con il gruppo compatto. Il finale era con curve e ultimi metri in salita, praticamente un ottovolante, l’ideale per Marianne Vos. Elisa Balsamo è stata preceduta pure da Charlotte Kool che l’anno scorso fu quasi la sua bestia nera ma quest’anno ha soprattutto fatto da ultima donna per Lorena Wiebes, potremmo paragonarla a Martinello quando tirava le volate a Cipollini, ma non lo facciamo perché non sarebbe buona educazione paragonare al Cipollone l’esuberante ragazzona dei Paesi Bassi. Ma poi sarebbero bassi i paesi dell’ex Olanda? Dal Tour ci dicono che il punto più alto della Danimarca è il megaponte sullo stretto del Grande Belt su cui doveva passare la corsa gialla, 254 metri contro i max 172 della terraferma. Gente pragmatica questi danesi, hanno costruito un ponte sul loro stretto e l’altroieri abbiamo visto una pista da sci allestita su un termovalorizzatore, però non hanno certo le imprese conviventi che abbondano in Italia. Ma torniamo un attimo alle donne, nell’intervista la Vos ha praticamente ricambiato i complimenti ricevuti il giorno prima da Elisa junior, perché sono ragazze educate, pure nelle volate: prego prima tu (che ti prendo la ruota). E si sarebbe potuta vedere almeno qualche premiazione, al Giro il protocollo è più veloce che al Tour, ma, nonostante la fine del collegamento fosse prevista dopo un’altra mezzora, la RAI per continuare a dimostrarsi inaffidabile ha dato subito la linea al Tour, dove in realtà non sapevano neanche cosa farsene di quella linea, mancavano 120 km all’arrivo, e hanno aperto delle finestre su una finale di pallanuoto che non era ignorata ma tranquillamente trasmessa su Raisport, e allora spero che in futuro, durante una partita di calcio, aprano una finestra per sapere cosa sta accadendo a I soliti ignoti o altro gioco equipollente. I commentatori RAI sono tornati sulla crono di apertura e hanno rivelato che Gerainthomas dell’iperscientifica Ineos si era dimenticato di togliersi il giubbino e con questo indumento poco aerodinamico ha fatto una brutta gara. Mister G ha detto: “Qualcosa ho pagato per questo giubbino”, ma non intendeva dire 39 euro da OVS, si riferiva al tempo impiegato. Poi in RAI quanto costa il giubbino non ce l’hanno detto, ma un body costa migliaia di euro, e c’è da temere che se cadono e lo strappano rischiano anche di prendere gli scapaccioni e di andare a letto senza il riso scotto. Ma i commentatori hanno voluto infierire su Thomas rivelando un’altra sua affermazione: che impacciato dal soprabito ha fatto le curve peggio di come le avrebbe fatte sua moglie. Insomma, già è passata alla storia quella volta che Cassani, dicendo di aver visto Rasmussen allenarsi in un posto diverso da quello dove aveva detto di trovarsi, scatenò un putiferio che portò il danese a lasciare il Tour in maglia gialla, ora rischiano di far litigare il gallese con la moglie. Però questo è un Thomas diverso, sarà stato distratto il primo giorno ma nella tappa del ponte ci sono state diverse cadute e le ha evitate tutte. In realtà le aspettative per la giornata erano altre: ponte lunghissimo sul mare uguale vento uguale ventagli, ma il vento era contrario, ventagli non ce ne sono stati e contro la noia ci sono state solo le cadute e prima la fuga del mattino di Magnus Cort e pure Nielsen che ha vinto tutti e tre i GPM, e all’ultimo per festeggiare con il pubblico connazionale ha alzato le braccia come avesse vinto la tappa. Quella, la tappa corsa tra edifici che sembravano fatti con il Lego, con il finale che al contrario del Giro era in discesa, l’ha vinta Fabio Jakobsen, e l’occasione è stata gradita dai cronisti che hanno potuto ricordare ancora una volta l’incidente in Polonia due anni fa e i danni riportati e il fatto che gli diedero pure l’estrema unzione, e invece lui è arrivato alla più importante vittoria della carriera alla faccia degli uccellacci del malaugurio, nel senso degli estremi untori.

Bicilesionismo

A ora di pranzo ho sentito mezzo TG5 (facciamo TG 2,5) in cui hanno mandato un servizio su una rassegna di street art in Molise. Già in passato si sono occupati di Endless, lo street artist più innocuo del mondo, per non parlare di Jorit, quello che ha ritratto il calciatore innominabile per cui meglio non parlarne. E allora ho pensato che se ne parlano al TG5 anche la street art è ormai istituzionalizzata. Poi hanno celebrato un tuffatore 15enne che ha vinto l’argento ai mondiali. Ricordo minorenni celebrati anche in altri sport acquatici o presunti artistici, e calciatori diciottenni in nazionale, e nessuno ci ha mai trovato niente di strano, poi arriva un ciclista 18enne belga che vince tra gli élite, però l’anno dopo a 19 anni, e crea dubbi e polemiche e scombussola tutti, nella migliore delle ipotesi si discute del modo opportuno di far crescere i giovani ciclisti. E poi ogni piccola notizia su metodi di allenamento o attrezzature scatena polemiche e sospetti. E’ vero che i media generalisti danno spazio ai tuffi che non so quanto seguito abbiano e ignorano la partenza quasi simultanea di Giro Donne e Tour Uomini, ma il mondo del ciclismo è autolesionista, al punto che viene spontaneo il facilissimo gioco di parole e dire che è bicilesionista. Quest’anno i giudici francesi non hanno nemmeno aspettato le grand départ del Tour per scatenare sospetti, disponendo ulteriori ispezioni alla solita Bahrain financo delegando la polizia danese. L’anno scorso non hanno quagliato niente, quest’anno non hanno sequestrato niente, poi a me sembra che nessuno dei ciclisti passati per questa squadra abbia avuto una mutazione come quella di Bjarne Riis oltre 25 anni fa, e allora bene farebbe il Re del Bahrain a tagliare pure lui il petrolio alla Francia. Però nessuno ricorda mai le cose positive del ciclismo, ad esempio la promozione di una mobilità ecologica, a patto che il lavoratore che si sposta in bicicletta non pretenda di essere seguito dall’ammiraglia, e le vite salvate, tutti gli atleti strappati al calcio, Evelyn Stevens che lavorava per i fratelli Lehmann, e ora una storia quasi analoga, quella di un’altra statunitense, Kristen Faulkner dall’Alaska che faceva la promotrice finanziaria, ma poi ha lasciato tutto e dopo aver sfiorato la vittoria al Giro di Svizzera ha vinto oggi il cronoprologo del Giro d’Italia. In passato aveva fatto kayak, no canottaggio, no canottaggio indoor, non è chiaro, né è chiaro dove si svolga il canottaggio indoor: in un palazzetto enorme o direttamente nelle fogne? Ha corso presto per cui le è toccato rimanere un’ora e mezza cronometrata sulla hot seat riservata alla prima provvisoria, un’attività che non si può svolgere in smartworking, ma è stata tutto il tempo a sorridere diventando subito popolare. E’ una mattacchiona, forse pure più della Stevens, e dopo la gara è andata a tuffarsi in mare con la maglia rosa. Si è corso vicino al mare di Cagliari, 31 gradi e forte vento, qualcuno indossava un copricapo da cammelliere ma per la maggior parte degli italo-cittadini un clima così è perfino da invidiare. Per la vicinanza del Tour femminile la SDWorx non ha portato il podio dell’anno scorso, o meglio la vincitrice c’è ma è in ammiraglia, Moolman e Vollering non ci sono e nel caso della sudafricana è stato un grave sbaglio perché è una scalatrice e le montagne del Giro non le troverà al Tour. Però ci sono le due vecchiette (non che la Moolman sia giovanissima, anzi è al suo ultimo anno) ma non fanno più sfracelli come una volta. Nel cronoprologo di Caserta 8 anni fa Van Vleuten e Vos furono prima e seconda, oggi sesta e tredicesima. Della brabantina che ha avuto il dono da Dio ci hanno detto che prima della gara, ridendo e scherzando con le compagne, ha mangiato un panino con prosciutto e formaggio ma non ci hanno detto se prima ha recitato una preghiera di ringraziamento.

Kristen Faulkner prima era nervosa in attesa della fine, poi ha fatto splash.

Belle cose passate

Sono nato nel 1960 e quando nel 2014 ho iniziato a bloggare pensavo di essere già troppo vecchio in questo ambiente, poi invece ho scoperto che ci sono anche bloggers più anziani, anzi, direi che l’età media è alta, e penso sia quasi inevitabile che spesso i post rivelino rimpianti per i bei tempi passati che non ritornano più, quando si stava meglio, praticamente l’età dell’oro. Ma ammettiamolo che si può fare il “giovane” fino a un certo punto, ci si può sforzare di apprezzare le cose presenti, ma poi si finisce col ricordare con nostalgia quelle belle cose del nostro passato che erano oggettivamente migliori. E allora, in barba (ops) a quel bastian contrario di Aure70 che ci propone i suoi ricordi di diciamo ristrettezze economiche, eccovi una mia rassegna, parziale, di belle cose che purtroppo non ritornano più, preparate i fazzoletti ché verrà la lacrimuccia anche a voi.

Il surrogato di cioccolato, per gli intolleranti all’agiatezza, non so cosa ci fosse dentro, ricordo solo quelle tavolette piccole e sottili e quella scritta.

Il bustone gigante di patatine sul bancone della salumeria. La pasta venduta sfusa non l’ho vista, ma le patatine sì, potrà sembrare una pratica poco igienica, ma rafforzava il sistema immunitario, non come oggi che basta una piccola pandemia per ammalarsi.

La bella scuola classista di una volta, che non faceva discriminazioni, aveva un occhio di riguardo sia per il figlio del notaio che per il figlio del ricco commerciante del centro, a preservare l’attualità del libro Cuore.

Il sano realismo delle classi differenziali, che non metteva grilli nel piccolo cervello minorato di deficienti e handicappati, inutile illuderli, per loro non era possibile una vita come quella delle persone normali, ma un posto in prima fila nelle manifestazioni religiose nessuno glielo avrebbe negato.

L’insegnamento dei Valori, ad esempio l’amore per la Patria, col ricordo delle imprese eroiche dei nostri militari, come quelli che con i loro superbi aerei combatterono in Africa contro quei primitivi neri con le loro ridicole lance.

I giocattoli pubblicizzati sulle pagine di Topolino o del Corriere dei piccoli che lì rimanevano, ma durava poco, il tempo di crescere e iniziavi a pensare che pure Paola Pitagora rimaneva sulla carta.

I fumetti che alternavano due pagine a colori e due in bianco e nero, per combattere lo spreco ed evitare che i bambini si abituassero troppo bene.

Le casalinghe: in 13 anni di scuola dell’obbligo ricordo un compagno che aveva la madre insegnante, gli altri tutti figli di casalinghe, non perché mancasse il lavoro ma perché non rientrava nella mentalità diffusa.

Il riformatorio, pardon l’orfanotrofio religioso, in cui non tutti erano orfani, mica si era nei cartoni giapponesi, ma c’era anche qualche figlio di genitore indecentemente indigente. Tutti vestiti uguale, e meno di quanto avrebbe richiesto il clima per meglio temprarsi, ma amorevolmente seguiti sia dal prete quasi come se fossero suoi figli (nonostante avesse già i suoi due da mantenere), sia dagli insegnanti. Infatti frequentavano la scuola statale e nella mia classe in prima media dei 10 ai blocchi di partenza ne furono promossi ben 3.

Le assemblee studentesche in cui avevano diritto di parola tutti quelli che la pensavano allo stesso modo.

Gli studenti armati di manganello, e quelli politicamente più preparati anche con coltelli e pistole, che si affrontavano in nome dei loro ideali, altro che edonistici gavettoni. E a questo proposito voglio rivolgere un pensiero a quelli che non hanno potuto vedere realizzato il loro sogno rivoluzionario perché finiti ingabbiati in condizioni penose, costretti a fare il medico, l’avvocato, il banchiere o il giornalista.

L’ideologia che tutti i cervelli si porta via, così comoda perché dentro c’era già tutto pensato. Ma sono crollate davvero tutte le ideologie? No, c’è rimasta la religione, vuol gradire? No, grazie, come se avessi accettato.

Studenti e operai uniti nella lotta, bastava solo che gli studenti capissero che gli operai non erano quelli color verde fosforescente con le orecchie a punta e il più era fatto.

I cantau… cough… dicevo, i cantaut… etciù! Scusate, mi è stata diagnosticata un’allergia a quelli là.

I politici di una volta, capaci di virtuosismi linguistici che legittimavano tutto senza sbilanciarsi. Emblematiche le “convergenze parallele” di Aldo Moro che hanno fatto scuola, basti vedere l’attuale governo “vengo anch’io” e la scissione del M5S con una parte che sta con Draghi e l’altra che appoggia il governo.

I “liberi” di Skorpio e Lanciostory, ai quali avrebbe dovuto riservare tutta la sua arte Roberto Recchioni invece di toccare Dylan Dog: Vade retro, Xabaras!

La diretta degli ultimi 5 km della Parigi-Roubaix, scelta felice perché iniziando la trasmissione quando non c’erano più tratti di pavé da percorrere si evitava al pubblico che gli venisse il mal di mare e che si annoiasse con una lunga diretta.

L’America in ginocchio

Prima della partenza del campionato USA le cicliste si sono inginocchiate per protestare contro la decisione della Corte suprema sul diritto di abortire. Non ce ne da notizia la Gazzetta né Tuttobiciweb né l’Osservatore Romano, ma l’insostituibile Het Nieuwsblad.

Il Pirata e gli scultori

Marco Pantani, il ciclista romagnolo morto in circostanze mai chiarite in maniera convincente, lungi dall’essere lasciato riposare in pace come vorrebbe la religione cattolica prevalente in Italia, continua a essere oggetto di libri scandalistici, trasmissioni televisive scandalistiche e monumenti scandalosi. Ormai Pantani sta al ciclismo come San Pio alla religione di cui sopra: il loro culto, nato in anni di ipercomunicazione, ha superato quello di colleghi del passato che probabilmente nel loro ambito hanno fatto di più e di meglio. Binda, Coppi, Bartali, Gimondi, San Sebastiano, Sant’Antonio, l’altro Sant’Antonio, non sono nessuno in confronto alle odierne icone pop. E a 18 anni dalla sua morte la discutibile e triste mitologia del ciclista che correva senza casco ha generato già un discreto numero di indiscreti monumenti, sorti nei luoghi legati a episodi della sua carriera: qua ha attaccato, là è caduto, qui ha riempito la borraccia, lì ha fatto il miracolo della moltiplicazione delle bandane. A queste opere probabilmente ne seguiranno altre, ma se Padre/San Pio è ritratto quasi sempre nella posa della benedizione, sul laico campione gli artisti hanno potuto sbizzarrirsi. Di tutti i monumenti pantaniani a me, che sono ignorante in arte con specializzazione in ignoranza dell’arte contemporanea, piace soltanto la grande biglia con dentro la foto del ciclista a imitazione di quelle usate per giocare in spiaggia, un’opera molto pop che fu posta nel piazzale della Mercatone Uno ma è poi rotolata da qualche parte dopo il fallimento della società.

Poi ci sono sculture che sono delle semplici raffigurazioni del ciclista nell’adempimento del suo dovere, come quella di Cesenatico, e infine ci sono le stranezze, per non dire gli orrori, di cui vi propongo la mia personale Top Five.
Il Carpegna basta
Pantani non era tipo da ritiri in altura. Per allenarsi gli bastava la montagna vicino casa per la gioia dei sostenitori del ciclismo analogico, quello eroico dei tempi eroici. Il monumento sul Carpegna incrocia la leggenda con il superpop e il campione sportivo diventa un supereroe perché raffigurato come la Torcia Umana. Pantani della sua preparazione diceva: Il Carpegna mi basta, e pure il monumento sul Carpegna basterebbe, ma purtroppo ne abbiamo degli altri.

Come un Pantani in una grondaia
Sul Mortirolo il ciclista è raffigurato a cavalcioni di una struttura metallica che sembra una grondaia. A guardare bene si notano dei segni come l’abbozzo di una bicicletta, ma non si è andati oltre per non rischiare di cadere nel figurativismo, che già ai tempi eroici del ciclismo eroico sembrava una cosa brutta.

Sballato
Sul Colle Fauniera c’è Pantani in sella a un blocco quasi indistinto. Sono gli artisti che proprio si rifiutano di raffigurare una bicicletta o questo è un omaggio a quella cultura dello sballo che il ciclista non sembrava disdegnare? Infatti quel coso più che una bici sembra un toro meccanico.

San Marco Decollato
Si dice che sia iniziato il processo di beatificazione di Gino Bartali. Pantani lo supera e viene direttamente santificato, quindi del monumento sorto ad Aulla non suoni blasfemo l’accostamento a San Giovanni Decollato.

Finale slapstick
Gran finale. Anche i francesi, sempre accusati di sciovinismo, hanno omaggiato il ciclista italiano con una struttura posta sul Galibier in pietra acciaio e vetro sabbiato, con prevalenza della parte trasparente. Il rischio è che chi dovesse prendere in discesa la famosa salita alpina e non si accorgesse dell’opera, o scendesse alla Geniez, potrebbe infrangerla come in una comica dei tempi eroici del cinema eroico.

La Zeriba Suonata – Acqua

Dopo il Covid e la guerra slava in heavy rotation nei notiziari e nei dibattiti c’è la siccità. Qualcuno in Piemonte proponeva di razionare l’acqua chiudendola di notte, una misura che decenni fa al sud sarebbe stata inopportuna perché ci sono stati periodi in cui l’acqua arrivava nelle tubature solo di notte, o se andava bene dal tardo pomeriggio, ma essendo una faccenda che riguardava il meridione non veniva vista come emergenza ma come fenomeno folkloristico locale. E la tivvù fornisce consigli su come risparmiare acqua anche nei piccoli gesti quotidiani come quando ci si lavano i denti. Però, dico io, dato che della siccità se ne parlava da tempo, ma ci si preoccupava di più della penuria in altre tubature, ci si poteva svegliare prima, almeno tre settimane, quando finiva l’anno scolastico e c’era il rituale deficiente dei gavettoni, che se qualcuno dovesse prendere alla lettera la parola “maturità” ha subito l’occasione per ricredersi. Si poteva invitare i ragazzi a non sprecare l’acqua con i gavettoni, tanto più perché fino a poco tempo fa ogni venerdì si ringretinivano, e, nel caso in cui l’appello fosse fluito da un orecchio all’altro meglio di altri liquidi, intervenire anche con la forza, mandando l’esercito. Certo non si sarebbe potuto pretendere che i militi sparassero sui ragazzi, ma almeno che usassero gli idranti.

The Incredible String Band – The Water Song

Una seria alternativa alla danza della pioggia, scientificamente provata, è l’organizzazione di corse ciclistiche: ieri ha piovuto a San Giovanni al Natisone (Pordenone), sui campionati italiani crono, e sul Giro della Svizzera femminile vinto da Lucinda Brand che, essendo una crossista, nell’acqua ci sguazza.

Gold is the new Green

Lo sport agonistico costa e pertanto non c’è evento sportivo che non sia anche evento spottivo. Non chiedetevi perché Rai Coso trasmetta un evento che semmai ha poco seguito piuttosto che un altro, il motivo è economico. Anche il Barone De Coubertin forse oggi farebbe pubblicità, semmai per le azioni di qualche multinazionale, con lo slogan: L’importante è partecipare. Le Dolomiti in ambito ciclistico ospitano due grossi eventi e lo spazio dedicatogli dalla RAI è inversamente proporzionale al loro spessore agonistico: lunga maratona televisiva per la Maratona Dles Dolomites riservata a cicloamatori, fanatici e vips, una direttina facendo a sportellate con altri sport (sport e sportellata hanno per caso la stessa radice?) per la Sellaronda Hero, ritenuta la marathon in mtb più dura del mondo e forse anche per questo unica gara di questa disciplina onorata con la diretta. Gli organizzatori di entrambe le manifestazioni ci tengono a far sapere che si preoccupano del rispetto dell’ambiente, ma quando si punta a richiamare i turisti la schizofrenia è dietro l’angolo, o dietro la parete rocciosa, perché è difficile conciliare i numeri che soddisfino ristoratori e albergatori con la salvaguardia del paesaggio. Da parte loro gli organizzatori della Sellaronda, che non si chiama più così ma con il nome della marca d’auto che sponsorizza e profuma l’ambiente, hanno raccomandato ai bikers di non buttare a terra i loro rifiuti, atteggiamento che nel ciclismo su strada viene multato, e hanno realizzato un palco riciclando tappi di plastica, poi chissà dopo cosa ne faranno, dove l’andranno a buttare. Ma girato l’angolo ecco l’attacco di schizofrenia tamarra: quando, annunciati da musica a palla, arrivano sul traguardo i vincitori c’è il lancio di coriandoli che nessuno ci ha detto se sono ecosostenibili o biodegradabili.

La Zeriba Suonata – Ora basta!

Abbiamo pazientato 6 anni! Ora basta: è uscito Radiate Like This, il nuovo album di Emily Kocal, Jenny Lee Lindberg, Stella Mozgawa e Theresa Wayman. Le avevamo lasciate ai tempi di New Song che sgallettavano colorate di notte in città ridendo e scherzando, le ritroviamo ora bianche e nere di mattino sul mare, più quiete, perlomeno più quiete del mare sottostante.

Champion

Ma gli elementi che componevano la loro pozione musicale di streghe-sirene ci sono ancora tutti, dalla new wave al trip-hop/dreampop, dalla psichedelia alla danza sensuale.

Stevie

Sarebbe il caso di avvisare anche Mosca e Kiev che è uscito il nuovo delle Warpaint, così per andare a sentire i “Colori di Guerra” diranno basta alla guerra vera.

Il Concertone e il Festival

Ragazzi che state festeggiando il Primo Maggio in Piazza, permettete una domanda antipatica? Se state festeggiando vuol dire che siete lavoratori, allora cosa fate ancora lì a mezzanotte? Domani mattina non dovete svegliarvi presto per andare a lavorare? Possibile che fate tutti il turno di notte? Mi fate rabbia, ma non perché io invece devo alzarmi presto e uscire altrettanto per quel motivo lì del lavoro (questo post è stato scritto prima e programmato), anzi preferisco quando in giro c’è poca gente e si cammina meglio, bensì perché la RAI mantiene la tradizione di trasmettere il concertone-ossimoro, che è istituzionale ma vi si recita la parte degli alternativi contestatori trasgressivi, ma non trasmette più la corsa di Francoforte dal nome cangiante. E visti i risultati non gli si può neanche dare torto. La corsa ha almeno il merito storico di essere nata per pubblicizzare la birra locale spingendo la concorrenza olandese a fare altrettanto con una corsa che quella sì è diventata molto importante. I primi segni di cedimento della gara tedesca si ebbero quando fu esclusa dal calendario delle Coppa del Mondo, ma ancora attirava i reduci dalla stagione delle classiche. Poi un periodo di alti e bassi e infine, dopo qualche anno in cui doveva contare sulla partecipazione delle squadre di terza fascia, è stata inserita nel World Tour ma ciò non ha migliorato di molto il suo prestigio. La birra aveva già smesso di sponsorizzare la corsa che ha cambiato il traguardo collocato ora nel quartiere degli affari, e nonostante qualche salitella si è conclusa sempre in volata. Quest’anno poi hanno pure accorciato la lunghezza a livello di gare per under 23 e la volatona era ancora più probabile. Sarebbe stato bello che nel centro degli affari arrivasse la fuga di un operaio gregario ma anche stavolta ha prevalso l’élite dei velocisti, anche se un po’ decaduta, Bennett Gaviria Kristoff, un podio buono 3 o 4 anni fa. E alla fine per la RAI non è stato un cattivo affare ignorare la classica del quartiere degli affari, ma almeno potevano trasmettere il Festival lussemburghese, che non sarebbe andato in conflitto con il concertone, perché quel Festival, dedicato a Elsy Jacobs, la prima campionessa del mondo su strada, è ovviamente una corsa ciclistica e ovviamente, dato il periodo, ha vinto un’italiana e nel turn-over di vincitrici stavolta era il turno di Marta Bastianelli prossima alla pensione.

“Grazie dei fior”