L’abilità non è tutto

Fino ai primi del secolo quando una corsa passava per strade non asfaltate si diceva che c’era un tratto sterrato, una piccola difficoltà in più e basta e così non ci si faceva caso più di tanto. Poi è scoppiata la moda del ciclismo-cosplay da correre sulle strade sterrate con bici e abbigliamento d’epoca o se preferite agghindati come alla Coppa Cobram e c’è stato il boom delle strade bianche. Qui mi ripeto dicendo che questa è l’ennesima dimostrazione dell’incapacità markettistica del Sud, perché in Belgio e Francia c’è il pavé, nel Centro Italia ci sono le strade bianche e al Sud ci sono semplicemente le strade scassate. Le strade bianche non piacciono a tutti e forse queste di Campo Felice non piacciono neanche agli abitanti del luogo che preferirebbero sfrecciarvi con l’auto a centinaia di kmh, e qualcuno espone un cartello con una scritta che suona ambigua: “Ciccone asfalta tutto”, cioè “tutto” e non “tutti” secondo quanto vorrebbe l’orribile frasario dei tifosi scemi di tutti gli sport e dei giornalisti scemi uguale. Di sicuro queste strade non piacciono a Remco Evenepoel, perché su questo terreno bisogna essere bravi a guidare la bici e invece Evenepoel, che non viene dal fuoristrada e manco dalla bmx o dalla pista ma dallo sport sbagliato, ammesso e non concesso che il calcio sia uno sport, ha già mostrato difficoltà in discesa. Ma Remco è ancora molto giovane e ha tanto da imparare, e poi è reduce da un grave infortunio per cui non bisogna mettergli pressione, non attendersi niente. E questo è proprio quello che fa il sito di Het Nieuwsblad, che infatti ogni giorno pubblica un articolo in cui spiegano perché è stato un bene che Evenepoel nella tappa del giorno non abbia preso la maglia rosa, un altro in cui si chiedono se il giorno dopo Evenepoel la prenderà questa maglia rosa, poi un’intervista a Evenepoel, e un supplemento di intervista a Evenepoel, e ancora, dato che ci sono molti columnist tra cui il team manager di Evenepoel, due o tre commenti che lo riguardano, insomma lo lasciano tranquillo. Ma l’esperienza e l’abilità non sono tutto, a volte non bastano, per dire oggi Mohoric è caduto proprio in discesa, si è ribaltato e ha sbattuto la testa a terra, e viene da dire meno male che la bici si è rotta perché sarebbe stato capace di risalirci, invece così sono arrivati i medici e l’hanno portato in ospedale. E l’esperienza in mtb non ha evitato a Valter di perdere la maglia rosa sulla salita in sterrato, mentre invece Evenepoel è arrivato buon quarto, ma la vittoria se l’è presa l’ex biker Bernal che grazie all’aiuto di Moscon ha recuperato un minuto e mezzo agli ultimi fuggitivi di giornata in pochi km e ha staccato gli avversari di classifica ottenendo la prima vittoria di tappa in un grande giro. E già, quando ha vinto il Tour non ha vinto tappe. Il Principe Duca Conte ne ha approfittato per farsi intervistare al Processo perché lui campa felice di rendita sul fatto di aver scoperto Bernal, anzi lanciato nel professionismo, perché a scoprirlo e segnalarglielo fu l’ex ciclista e scrittore Paolo Alberati, sempre che si possa parlare di scoperta per uno che è stato argento e bronzo mondiale da junior anche se in mtb. Oggi il nuovo idolo abruzzese Giulio Ciccone, che a volte si innervosisce ma è un bel passo avanti rispetto al sempre polemico Taccone e alla bestia da vittoria Di Luca, è arrivato secondo spinto anche dal tifo locale, ma c’è stato un momento di sconcerto quando al Processo hanno detto che Garzo (i ciclisti italiani tra di loro si chiamano troncando l’ultima sillaba del cognome), insomma Garzelli manda spesso dei “vocali” a Ciccone, ma ci siamo tranquillizzati quando abbiamo capito che si intendeva “messaggi vocali” e non le lettere che il Garzo notoriamente usa con molta creatività.

Fernando contro tutto

Anche alla partenza della tappa di oggi ci sono brutte notizie, una interna e una esterna. Dall’estero arriva la notizia dell’annullamento della Parigi-Roubaix per il secondo anno consecutivo, una incongruenza dato che in Francia il Tour si correrà regolarmente e si disputano anche tante altre corse e corsette, una disdetta per le donne che non riescono a correre la prima edizione della prova femminile e anche per certi vecchietti come Stybar che non so quante altre occasioni avranno nelle loro carriere. E a proposito di vecchietti, l’altra notizia è il ritiro di Pozzovivo, e anche se era andato benino nella cronometro questo suo continuo infortunarsi e riprendersi sembra quasi accanimento terapeutico, e se a fine stagione non si ritira mi sa che bisognerà abbatterlo, dopo Rebellin ovviamente, salverei solo Casagrande perché l’ambiente delle marathon in mtb è pieno di vecchietti, c’è meno stress e poi finché non c’è stato il covid dopo le gare c’era il pasta-party in cui con la scusa di recuperare le energie si mangiavano cofane di spaghetti, altro che il riso scotto di Froome.

Ieri parlando di sicurezza e lancio delle borracce AdS incitava i ciclisti alla disobbedienza civile e a lanciarle tutti le dove gli pareva. Quando oggi a un certo punto ne sono volate alcune sembrava quasi che le avessero dato ascolto, ma gli uomini RAI si sono poi accorti che era una zona verde e quindi i ciclisti stavano rispettando le regole. Anzi, i corridori mi sa che vogliono evitare AdS e il suo Processo e per questo vanno a una media bassa per arrivare tardi e ridurre la durata della trasmissione che alle 18 si chiude. Un messaggio ambiguo arriva anche da Giada Borgato che, incerta se fosse più opportuno un attacco in contropiede o un colpo di mano, auspicava un attacco contromano. Ma Giada deve solo chiedere e viene subito accontentata. Succede che Fernando Gaviria, consapevole di non poter contare su un compagno capace di tirargli la volata, cioè quel Molano che è stato difeso proprio dalla Borgato, e forse ritenendosi battuto allo sprint, ha tentato il colpaccio che gli è riuscito più di una volta, quello da finisseur a corta gittata, e a 500 metri è partito in contropiede contro mano contro vento. A quel punto Ewan portato in carrozza dai compagni fin lì ha dovuto prendersi l’onere di inseguirlo, ma in progressione con i suoi tempi, e poi lui non teme il vento perché basso com’è il vento lo prende chi gli è alla ruota e quello era Cimolai, e sembrava proprio come se Ewan potesse finire per tirare la volata a Cimolai ma questi non è riuscito neanche a uscirgli dalla scia e anzi deve aver pensato che seguendo quel diavolo di un tasmaniano avrebbe fatto almeno secondo e così è stato. Ma a questo punto bisogna citare Fellini, non con la “e” finale che Felline è arrivato undicesimo e chissà se riuscirà mai a vincere una corsa importante, ma con la “i”, cioè proprio il regista che polemizzava con gli spot durante i film, e quelli che i film li trasmettevano farciti di pubblicità dicevano che vabbe’, ma se li gira pure lui, ma Fellini criticava quando e dove li inserivano, la famosa storia che non si interrompe un’emozione. E mi chiedo appunto se durante le partite di calcio dopo un gol mandano la pubblicità, semmai uno spottino breve, ma nel Giro Rai succede invece che appena arrivano i primi non solo partono tre minuti almeno di spot ma cambia pure trasmissione palco e commentatori, e quando riprendono il collegamento hai dimenticato pure che corsa era, e poi a sentire AdS altro che emozione, viene lo sconforto.

Treno contro treno tra tre notizie

Oggi la tappa è partita con tre notizie, una buona una cattiva e una bah. La buona è il ritorno alle corse dell’Airone Rosa di Maastricht, che punta alla cronometro delle Olimpiadi e tornerà in gara al Giro della Svizzera, un po’ come dire che di lavorare per Roglic al Tour non se ne parla proprio. La notizia bah è la rielezione di Malagò alla Presidenza del CONI, c’erano due candidati dal mondo del ciclismo e avremmo visto volentieri al vertice dello sport italiano Antonella Bellutti, mentre l’altro speriamo solo che si convinca ad andare finalmente in pensione, insomma poteva andare peggio. La brutta notizia è il ritorno dello spot delle barrette miracolose che proprio pensavo scongiurato, ma come dicevano in RAI Cassani è capace di fare più cose contemporaneamente: cicloamatore, maratoneta, Commissario di Tutti i Commissari Tecnici, commentatore (attività iniziata quando ancora correva), autore di libri e almanacchi, testimonial di più sponsor e di iniziative varie, e può ancora puntare a presentare il prossimo Sanremo o succedere a Mattarella. Ma per quanto riguarda il commento tecnico c’è Giada Borgato che è sempre più preziosa, ad esempio quando Pancani stava ipotizzando, anche se con tutte le cautele, che forse ieri era posizionato troppo avanti il vigile frangiflutti che è stato travolto da Dombrowki (che deve essere il tipo che di fronte a un bivio lo imbocca), lei ha subito precisato che queste persone fanno corsi di aggiornamento e quindi sapeva dove mettersi. E poi è di Giada la perla linguistica della giornata, quando di Mollema dice: “Usa usare questi lunghi lunghi rapporti”, che è una frase pure musicale e potrebbe affiancare Cassani nella conduzione di Sanremo. Ma tornando al tema dell'(in)sicurezza, oggi ne è capitata un’altra da antologia (dell’orrore) con Pieter Serry abbattuto dall’ammiraglia della Bike Exchange, gente che dai tempi in cui si chiamavano Orica già sapevamo che non sanno portare gli autobus, e stavolta il guidatore, poi squalificato, era in amabile conversazione e scambio di indumenti con un auto dell’organizzazione, e come facilmente previsto dai ciclisti le regole per la sicurezza causano altro genere di incidenti. Serry tra l’altro quest’anno era già stato abbattuto dalla polizia in Catalogna. Sugli arrivi come quello di ieri un bel paragone viene da Matej Mohoric che non si fa problemi per non poter più andare in discesa nella posizione da lui inventata ma ha detto che arrivare nei centri cittadini come successo ieri è “come guidare le Formula 1 su un circuito di go-kart”. E Mohoric è stato uno dei protagonisti della tappa di oggi. I due corridori determinanti sono arrivati uno a quasi 9 minuti e l’altro a 19 minuti dal vincitore, ma si tratta di due passistoni, due treni che hanno lavorato per i compagni. Mohoric, dopo il ritiro di Capitan Landa, ha tirato per miriametri per portare all’arrivo il gruppetto con dentro Gino Mader che ha completato il lavoro, anche se nel finale ha temuto di essere beffato come alla Parigi-Nizza. Filippone Ganna invece si è inventato un ventaglio da falsopiano per sparpagliare il gruppo e semmai avvicinare i fuggitivi. De Marchi è stato la vittima principale di questo attacco e quando ha capito che non ce l’avrebbe fatta a raggiungere il gruppo dei migliori, e non sto parlando di banchieri, ha mollato e probabilmente già starà pensando a una vittoria di tappa da conciliare con la buona classifica di Dan Martin. Ma quelli che vanno più forte al momento sono i due sulla cui forma c’erano molti dubbi, Bernal ed Evenepoel, con Ciccone in subordine e criticato da Cassani perché non corre con giudizio. Ma alla fine, quando i precipitosi cronisti RAI stavano già dando la maglia rosa al ragazzino terribile belga che oggi aveva un’espressione da assassino cinico e spietato, o era soltanto inespressivo, facendo i conti si scopre invece che tomo tomo cacchio cacchio il primo in classifica è il giovane ungherese Attila Valter, primo in maglia rosa del suo paese, e che, come ci ricorda Het Nieuwsblad, fu uno di quelli che al mondiale bagnato di Harrogate caddero nelle pozzanghere della cronometro, e ora e sta a vedere che i francesi della Groupama dopo averci provato con i connazionali Pinot e Gaudu hanno trovato nell’est sovranista l’uomo per le corse a tappe. Come ormai tradizione celebriamo il processo al Processo, in cui AdS con l’incompetenza che le compete dice che la Ineos poteva benissimo venire al Giro solo con Ganna e Bernal, che forse voleva essere una esagerazione retorica, ma inopportuna nel giorno in cui hanno lavorato molto anche Moscon e Castroviejo, quest’ultimo anche con una ruota forata, e poi Martinez ha fatto un bell’attacco per far lavorare i rivali. Sempre più insostenibile, AdS fa le domande ma poi risponde lei stessa o non è contenta finché il malcapitato intervistato non dice quello che le aggrada, quando si dice il piacere di confrontarsi. Poi a fine giornata, da un altro sport, arriva una quarta notizia, pure questa buona e giusta, e dovrebbero essere d’accordo anche quelli che preferiscono i ciclisti che corrono spesso rispetto a quelli che si prefissano solo pochissimi obiettivi stagionali: Marcell Jacobs, uno che non ha paura di gareggiare e corre all’aperto e indoor, ha stabilito il nuovo primato italiano nei 100 metri togliendolo a uno che corre poco perché si risparmia e poi è impegnato a girare gli spot pubblicitari.

La disegnatrice dei capitani

E’ partito il Giro Scremato e la RAI si vanta di offrire la diretta integrale di tutte le tappe, ma i ciclisti non so se saranno contenti perché non potranno permettersi nessuna trasgressione, non potranno azzardare super-tuck, scie, retropoussette, lancio di borracce nelle aree naturali protette, neanche dita nel naso. L’inizio non fa ben sperare perché il primo partente, Tagliani, è incerto già sulla rampa di lancio della cronometro ma le cose miglioreranno. E’ una gara maschile ma è una donna la protagonista della giornata: Giada Borgato, prima donna a commentare il Giro, almeno in RAI; anche perché l’altra donna della squadra, AdS, è ritenuta una giornalista e sui suoi commenti no comment. Giada è ormai sicura e non tituba come agli inizi, ma si direbbe che abbia seguito un corso di aggiornamento tenuto da Garzelli sull’uso random delle vocali, perché quando Pancani parla di “capitani designati” lei preferisce dire “capitani disegnati”. In quel frangente si parlava di Pello Bilbao che dovrebbe correre per il capitano designato Mikelanda, ma Giada mette i dubbi manco volesse seminare zizzania nella squadra del suo compagno, che prudentemente non partecipa e forse preferirà il Tour. Ma la ragazza ne capisce di ciclismo, mica come Ads che non conosceva neanche Nuyens, e quando parte il giovane gregario Tobias Foss che nessuno si sognava di prendere in considerazione lei dice che potrebbe essere lui il capitano della Jumbo invece di Bennett, sembra in giornata eversiva, ma pochi minuti dopo Foss fa il miglior tempo e alla fine sarà terzo. AdS non so se l’ha apprezzato, ma ha cercato di condividerne i meriti dicendo “noi donne”, ma il suo Processo è stato un mezzo disastro. Infatti ha chiamato Davide Bramati al telefono ma si è accorta che il diesse stava guidando e gli ha chiesto di accostare prima, perché loro parlano di sicurezza sulle strade e non possono mostrare uno che telefona mentre guida. Bramati ha acconsentito ma non si è più sentito, aveva da fare e l’avrà mandata da qualche parte. Ma AdS ci spiega pure che il ciclismo è cultura perché nel colletto della maglia rosa c’è scritto un verso di Dante, pensa cosa ti escogitano le persone di cultura, ma ora non vogliamo sapere dove hanno scritto qualche frase dello scrittore Genovesi, ché in un paese dove tutti i pagamenti sono sospesi a noi che seguiamo il Giro ci tocca questa tassa qua di sentire Genovesi. E poi dato che AdS è sempre sul pezzo ogni giorno ci proporrà un pezzo di Sergio Zavoli, forse con l’audio in bianco e nero. Però c’è stata pure una corsa, in cui il norvegese Foss quasi sorprendente ma neanche tanto, avendo vinto un Tour de l’Avenir, è stato preceduto solo da due italiani in una giornata felice per i nazionalisti: 3 italiani nei primi 10, 7 nei primi 20, 13 nei primi 30, e fa piacere trovare al 16esimo posto Diego Ulissi ripresosi dai problemi cardiaci. Ma almeno a giudicare da oggi stanno tutti bene, Bernal e Nibali sono sui loro livelli, Evenepoel è settimo, Martin e Sivakov non sono caduti. Ganna voleva assolutamente vincere nel suo Piemonte e dato che – mi ripeto – i ciclisti non possono gettare il cuore oltre l’ostacolo perché si porterebbe dietro il cardiofrequenzimetro, ha fatto quello che in genere può costare una caduta, cioè ha pedalato pure in curva. Il povero Evenepoel crede che in Italia sia come in Belgio e che qui Ganna sia un supereroe, ma non è calciatore né motociclista né nuotatore e quindi già è tanto che lo conoscano dalle sue parti. Affini che era in testa e quasi ci sperava ha commesso due errori: ha rallentato in vista di una curva che in realtà non c’era e poi, quando è arrivato Ganna e di fronte alla prestazione dell’abituale rivale si è letteralmente tolto il cappello, ha mostrato di aver commesso lo stesso errore di Cesare Polacco, cioè non ha mai usato la brillantina Linetti, ma questa la capiscono solo i boomers. E a proposito di anziani, continuano i problemi economici dell’Astana, e quando Luigi Leone ha avuto un problema l’ammiraglia gli ha passato una bici normale comprata da Lidl a 9,99 euro e, dato che i vecchi sono come i bambini e Luis Leon è ormai un vecchietto, per tutto il resto della gara si è divertito a suonare il campanello conquistando così la prima maglia nera.

Tobias Foss disegnato male.

La Zeriba Suonata – La comodità del Diavolo

Mi sembra di avere già accennato ai miei tentativi falliti di farmi piacere il reggae giamaicano, ma non sono io che sono razzista, sono loro che sono rastafariani. In Giamaica avevano questa musica divertente che era il rocksteady e che parlava più o meno delle stesse cose di cui parlano il rock e il blues, poi si è trasformato in reggae che iniziò continuando sugli stessi argomenti, ma poi se ne appropriarono i rastafariani e divenne una cosa pallosa, testi diciamo religiosi o politicizzati, dreadlocks, marijuana, e come se non bastasse a Bob Marley piaceva pure il calcio. Ma le religioni, come tutte le grandi narrazioni, hanno bisogno di un villain, e anche nel rastismo torna comodo il Diavolo. C’era un cantante pure famoso, Max Romeo, che all’inizio era una persona normale, cioè voglio dire con i capelli normali, che poi gli sono cresciuti i dreadlocks pure a lui, ma che a metà anni 70 in combutta con Lee Scratch Perry, uno che faceva soprattutto musica mica predicozzi, realizzò un album intitolato War Ina Babylon, perché i rasta ce l’avevano con Babilonia, non ho mai capito se perché l’identificavano con l’Occidente schiavista o semplicemente perché nei Giardini Pensili di Babilonia non si coltivava la marijuana, e dentro c’era una canzone intitolata Chase The Devil, che se uno legge il titolo e non la ascolta non capisce ma poi vedremo. Max Romeo è ossessionato da questo Diavolo e dice di volersene liberare, si metterà una camicia di ferro e spedirà il Diavolo nello Spazio a cercare una nuova razza, e già vi dice qualcosa in più, vero? Ebbene, il Diavolo dopo una quindicina d’anni si prese la rivincita ma non in prima persona, delegò un quartetto di scriteriati che usava droghe sintetiche e non biologiche e attorno a un pezzo di quel brano composero il loro prodigioso psicapolavoro.

Max Romeo – Chase The Devil

Max Romeo prima e dopo la cura.

Il Giro Scremato – prima dell’anteprima

Il Giro d’Italia 2021 secondo me è un giro scremato, ma di questa cosa, che ha a che fare con gli assenti e le condizioni dei presenti, scriverò nei prossimi giorni. Oggi volevo parlare solo della crema, ma non quella ciclistica, proprio quella pasticciera. Prima della immersione full e anche fool nel ciclismo maschile di vertice o quasi col giro prossimo venturo, diciamo che nel ciclismo femminile l’aspettativa di vita agonistica è bassa, molte cicliste lasciano a 25 anni o anche prima, pure tra le tante medagliate di Salvoldi. Il nuovo Presidente federale si è detto sorpreso che le cicliste italiane pur vincendo molto non siano valorizzate dai media, nonostante il bell’aspetto, ma le cicliste devono correre e non fare le soubrettes o le isolane famose, e in questo sport non si guadagna granché, né possono essere tutte arruolate nella polizia penitenziaria, anche perché le carceri diventerebbero ingestibili se ci fosse molto traffico in bici nei corridoi. E per il futuro, cioè per quando smetteranno di correre, neanche le più forti hanno grandi prospettive, anche se c’è una bicampionessa olimpica candidata addirittura per la Presidenza del CONI però con poche speranze contro due vecchi marpioni. C’è una campionessa mondiale agguerrita sindacalista, qualche giornalista e commentatrice, qualcuna è salita in ammiraglia mentre qualcun’altra ne è già scesa, e poi c’è un’indimenticata multi-campionessa italiana che fa il tecnico della pista. Tra i ritiri precoci c’è quello di Elena Franchi, una delle migliori scalatrici italiane, nel 2019 fu 18esima al Giro a 23 anni, un risultato che in campo maschile le sarebbe valso un lauto ingaggio e una scatola di petardi di Beppe Conti, lei invece non solo non è stata ingaggiata da squadre di vertice ma addirittura è finita in piccole squadrette che al Giro neanche vengono invitate, e così all’inizio di quest’anno ha deciso di ritirarsi per fare la pasticciera. Sui social ha scritto che non bisogna aver paura di seguire i propri sogni, e forse qualcuno potrà pensare che fare il pasticciere non sia granché come aspirazione, ma pensate a Carapaz che sognava di fare il muratore. Certo il periodo non è ideale per questa attività, ma per quanto i proprietari di bar e ristoranti si lamentino e prospettino chiusure definitive, in giro non vedo nuovi esercizi che vendono mascherine o detergenti, ma bar vicino a nuovi ristoranti vicino ad altri nuovi bar, e nella vetrina di uno di questi nuovi baretti ho scorto una cosa che non mi aspettavo: una barretta di quelle pubblicizzate da Cassani, ci sarà qualcuno che le preferisce ai cornetti con la crema. Comunque, male che vada, nel senso appunto delle chiusure dei locali, un ristoro è sempre meglio del niente che si guadagna in bicicletta.

E così la pasticciera Elena Franchi può infischiarsene dei pasticci regolamentari dell’UCI.

Ricambi rimpianti e altre cose connesse al tempo che passa

Con la Liegi-Bastogne-Liegi finisce la primavera delle classiche senza neanche l’appendice del G.P. di Francoforte e si potrebbe fare un bilancio. Con il rinvio della Roubaix all’autunno rimanevano tre classiche monumento e si partiva con tre fenomeni, tre giganti, tre grandi, tre tenori, che però avevano finora vinto una monumento cadauno, un po’ poco per dei fenomeni, ma potevano rimpinguare il palmarès vincendone una ciascuno di questa collezione primaverile e sarebbero stati tutti contenti. Invece niente, i tre grandi tornano a casa con classiche minori: Van Der Poel con le Strade Bianche, Alaphilippe con la Freccia Vallone e Van Aert con la Gent-Wevelgem e un’Amstel sempre più dubbia vinta con un fotofinish che non ha convinto nessuno, e forse quelli che parlavano dei tre grandi non sapevano contare fino a quattro, perché se Stuyven e Asgreen sono stati delle sorprese relative Pogacar proprio no, anzi il vincitore del Tour ultimo scorso aveva avvisato tutti già alla Tirreno-Adriatico battendo tutti e tre i grandi in un colpo solo. E paradossalmente la sua vittoria alla Liegi potrebbe anche fargli venire un doppio rimpianto, sia per la Freccia di mercoledì non corsa per una positività in squadra sia per la Liegi dell’anno scorso in cui Alaphilippe con la sua deviazione frenò sia Pogacar che il suo futuro cioè attuale compagno Hirschi. Volendo metterla sul drammatico si potrebbe dire che la volata di ieri è stata iconica ed emblematica di un cambio generazionale, con Valverde che lancia la volata in testa, Woods che sembra poterlo superare ma finisce per lanciare Alaphilippe che a sua volta fornisce la scia a Pogacar e basta così. Ma il cambio generazionale sembra riguardare anche la generazione Sagan, ammesso che esista, perché se lo slovacco sembra in declino il suo storico amico-rivale Kwiatkowski sembra riciclarsi come regista e chioccia dei giovani, e casomai in questo ultimo ruolo dovrebbe insegnare a quel disastro di Sivakov ad andare in discesa. E anche per le donne, per stare al passo con gli uomini, ci vorrebbe un ricambio generazionale visto che l’élite mondiale è composta da veterane tra le quali la più giovane è Elisa Longo Borghini prossima ai 30. E allora, se per le volate ci sono già ad alto livello Wiebes e Balsamo, per le gare più impegnative la danese Ludwig non fa ancora il cosiddetto salto di qualità, mentre più promettente è la nederlandese Demi Vollering. Anche se ha buttato via una Freccia del Brabante per aver voluto alzare troppo presto le braccia la ragazza ne capisce di ciclismo e mercoledì ha insistito con la dubbiosa Anna Van Der Breggen perché corresse per vincere alla Freccia Vallone, le ha detto di non preoccuparsi che sotto al Muro di Huy ce la portava lei e così è stato. E per ricambiare ieri la campionessa del mondo nel finale si è messa in testa col suo ritmo che impediva attacchi, ha staccato Marianne Vos che è meglio non portare alla volata, e poi ha preso in ostaggio Van Vleuten Niewadoma e Longo Borghini e ha tirato fino a poche centinaia di metri, e a questo punto un’altra avrebbe potuto sentire troppa responsabilità, invece Vollering è partita e ha vinto nettamente e ha festeggiato con la capitana che pure nel ruolo di gregaria è un fenomeno, ma l’anno prossimo davvero Vollering rischia di trovarsi addosso troppe responsabilità in una squadra che in un sol colpo perde Van Der Breggen Blaak e D’Hoore, e pure il rapporto d’amicizia con Anna dovrà cambiare un poco. La campionessa infatti abbandonerà per cambiare completamente vita e passerà dal ciclismo al … ciclismo, diventerà direttore sportivo della squadra e all’occorrenza dovrà fare qualche cazziatone alla futura capitana, anche se non sembra una cosa congeniale a lei e vorrà dire che delegherà Chantal Blaak che la seguirà in questa avventura. Ma una cazziata si spera che l’abbia fatta pure la Bronzini all’amica Elisa che col terzo posto a Liegi davanti proprio alla Niewadoma può rimpiangere, anche lei, un’Amstel buttata via. Però almeno, a forza di piazzamenti, Elisa Longo Borghini è tornata in testa alla classifica del World Tour che si contende con Marianne Vos non so se mi spiego, e se fosse stata nuotatrice o tennista con questa notizia ci avrebbero aperto tutti i telegiornali.

Liberati

Quando il Mondo era diviso in due blocchi, e lo sport era diviso in dilettantismo e professionismo, nell’Est Europa di professione i ciclisti facevano i dilettanti. All’epoca il G.P. della Liberazione di Roma era una corsa importantissima per i dilettanti, anche se la definizione di Mondiale di Primavera era esagerata e sciovinistica perché era una gara né lunga né selettiva e spesso finiva in volata. Poi la corsa ha perso un po’ di importanza, ma nel 2016 le affiancarono una gara femminile, internazionale anche se di classificazione inferiore, che prendeva il posto del G.P. Liberazione di Crema. Due edizioni le vinse Marta Bastianelli che ci teneva perché laziale, la terza la vinse Letizia Paternoster, poi il G.P. Liberazione ha avuto dei problemi e per due anni non si è disputato. Oggi ritorna e in tono trionfalistico hanno detto che si fa in tre, ma oltre alla gara principale, per under 23 ex dilettanti, c’è una prova per juniores e una per allievi e, forse a evitare che in Italia si faccia un po’ troppo per il ciclismo femminile, della gara delle donne si sono liberati.

La faccenda del pubblico

Questo calcio sta dappertutto: che ci fa nella pagina del ciclismo di Het Nieuwsblad? E’ che pure lì ha fatto notizia l’apertura degli stadi italiani al pubblico. In Belgio niente, due Fiandre senza pubblico che già uno sembrava strano, al secondo per strada c’era solo un ragazzino, lo svizzero Schar per ringraziarlo gli ha donato una borraccia ed è stato squalificato in flagranza di reato secondo l’Editto Lappartient, ma tutti gli altri ciclisti avevano invitato il pubblico a stare a casa perché così potevano salire sui marciapiedi senza il rischio di abbattere qualcuno. Pure la stagione del ciclocross è stata senza pubblico, tutti davanti al televisore, se passavi per le strade deserte del Belgio all’ora italiana di pranzo sentivi il rumore dei campanacci provenire dalle case. Però i fotografi hanno detto che le foto così venivano meglio. In Italia invece la decisione a gamba tesa del Banchiere di aprire gli stadi al 25% del pubblico ha scatenato un effetto domino e dal Ministero di Cultura Spettacolo e Fuochi d’Artificio hanno detto che allora bisogna aprire pure teatri e cinema. E il Banchiere, che è uomo di poche parole perché tiene da fare, ha detto: E sia. E ieri il TG diceva che dal 26 aprile andremo a cinema e a teatro, un messaggio volutamente ambiguo, perché detto così sembra che sia un obbligo, come vaccinarsi dato che non farlo è ritenuto un’attività sovversiva. Però posso tranquillizzarvi perché non sarete tenuti ad andare a vedere una simpatica commedia di quel simpaticone di Salemme o il remake del sequel de I Fantastici 4 contro King-Kong, per ora non c’è l’obbligo. Si sorvola invece sul pubblico del ciclismo, perché come fai a dire che sullo Zoncolan potrà andare solo il 25% degli indiani? E intanto oggi si corre l’Amstel Gold Race in un circuito chiuso e vedremo se esiste il Cauberg senza il pubblico, io credo di no, penso piuttosto che è una salita che il pubblico la porta da casa insieme alle birre.

Dagli archivi dell’Area 51 una foto che dimostrerebbe l’esistenza del Cauberg senza pubblico.

La Zeriba Suonata – Più ultimo del Buscadero

E’ uscito il nuovo disco di questa cantante un po’ retrò, e il fatto che sia influenzata dal trip-hop non cambia questa considerazione perché, come ci ricordano in questi giorni le riviste di settore, è comunque storia di 30 anni fa. Chemtrails Over The Country Club forse non è all’altezza del precedente ma merita.

Yosemite

Nelle foto del disco compaiono alcune donne, più o meno giovani, più o meno attraenti, più o meno rifatte, tra le quali spicca una bellezza familiare: è Natalie Mehring, o Weyes Blood, che però nel disco canta solo nella cover di For Free di Joni Mitchell, di cui avevano già proposto una versione dal vivo e in ammollo.

For Free