Quiz Mitico

La Zeriba Illustrata vi propone un quiz di attualità attualissimo facile facile. Si tratta di indovinare chi ha detto la seguente frase:

Con gli anni si perde il bisogno di avere idoli e si capisce qualcosa di ben più importante. Gli atleti e le atlete sono uomini e donne come tutti gli altri. Hanno i loro punti di forza e le loro debolezze. 

  1. Lo scrittore Omero o chi ne faceva le veci.
  2. Il Duce Benito Mussolini dal balcone di Piazza Venezia mentre stendeva i panni.
  3. Il Sindaco della città di Napule in persona.
  4. Il cantante impegnato part-time Jovanotti.
  5. La ciclista Rossella Ratto.

La soluzione è qui sotto capovolta, ma non è difficile perché è la stessa di un precedente quiz.

Statistiche illustrate – dimissioni in massa

Fino a pochi mesi fa si diceva che l’Italia è un paese di commissari tecnici, ovviamente del pallone, che qualcuno arrivava a quantificare in 60 milioni. Ma da un po’ di tempo mi sa che molti hanno dato le dimissioni e ora fanno i virologi.

In questo grafico vediamo in rosso la curva dei contagi, in blu la curva dei virologi e in verde l’altimetria dello Zoncolan.

Vecchiacci

Lo zapping dovrebbe essere considerato sport estremo e praticato con molte cautele. Già sono un problema gli spot che partono a tradimento. Ieri in uno di questi c’era un vecchiaccio col pizzetto che faceva quel gesto tipo corna che fanno i fans del rock troglodita, ed era una faccia conosciuta, sì, era il cantante dei Ligajovapelù, già, erano tutti e tre cantanti, quello patetico, già, lo erano tutti e tre, insomma ho capito che il coronavirus non s’è portato i talent show. E a proposito della pandemia, mi è capitato di sentire un tipo che, con un accento alla Alan Friedman o alla Dan Peterson, diceva in sostanza che l’Italia non pensa al futuro, ai giovani, perché chiude le scuole per salvare i “vecchiacci”, e il tipo in questione era un vecchiaccio che parlava in diretta da un paese dove due vecchiacci si contendono il titolo di uomo più potente del mondo, anche se io ero convinto che quello più potente era il presidente cinese, ma non me ne intendo. E allora pensavo che per tagliare la testa al toro il prossimo virus fatelo che colpisce i giovani così si piglia una soluzione univoca.

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.

Classicomani e non

Non so chi ha inventato la parola “classicomane” o l’ha adattata al ciclismo, di sicuro la usa molto il sito Cicloweb per definire quei ciclisti che vanno forte soprattutto nelle classiche, tipo Gilbert o Van Avermaet, tipologia al momento rara in l’Italia dove il migliore nella specialità è Nibali che è il migliore in tutto mentre altri, Trentin Ulissi o Viviani, si potrebbero definire “tappomani” perché le loro vittorie più illustri in fondo sono le tappe dei grandi giri più che le semiclassiche o gli europei,  e altri ancora come Colbrelli e Nizzolo non sono neanche quello. E infatti Ulissi, deludente al mondiale, lanciato alla grande da Conti che al mondiale neanche c’era perché dimenticato da Cassani, ha vinto alla prima occasione utile di questo Giro, un arrivo in salitina, resistendo al resistibile ritorno di Sagan. Quello che invece non vuole rassegnarsi al ruolo di classicomane è Fuglsang che invece di andare alla Liegi a cercare di bissare il successo dell’anno scorso è venuto al Giro per fare classifica, ma nelle prime due tappe ha già perso i due principali gregari Lopez e Vlasov. Ma potremmo definire classicomane anche l’appassionato che preferisce le corse in linea a quelle a tappe e quell’appassionato sono io, e le domeniche del Giro saranno come quelle di decenni fa quando ancora non schifavo il calcio, cioè sarà tutto il ciclismo minuto per minuto perché si corrono in contemporanea le mie corse preferite, le classiche del Nord, e la corsa più dura del mondo nel paese più autoindulgente del mondo, o era il paese più bello del mondo? E infatti eccole le bellezze d’Italia quando stacco dai boschetti della Vallonia: viadotti di cui non si capisce il senso. Bisogna dire pure che il Sud non sa valorizzarsi perché mentre al nord Europa ci sono le stradine strette in pavé e nel senese ci sono le strade bianche che vanno molto di moda al sud ci sono le strade brutte; beh, perché in questi casi ci si dimentica dei tempi eroici del ciclismo eroico quando tutte le strade erano brutte? Meno male che qualcuno che ne capisce, e non è lo scrittore parlante, quando due ciclisti della stessa squadra, Viviani e Consonni, cadono in punti diversi fa notare che forse non è una coincidenza e forse non sono le brutte strade ma il brutto vizio di gonfiare troppo le gomme aumentando la performance ma perdendo il famoso grip che non è prerogativa del fuoristrada, però di queste cose si parla e subito dopo ci si dimentica. E comunque quando dalla Liegi si passa al Giro è un dispiacere perché almeno la metà delle volte sta parlando lo scrittore, ora ci dice di Camilleri ora degli abiti dei giullari che erano multicolori, come la maglia della EF che è stata multata però non per la bruttezza ma solo perché non era stata comunicata all’UCI nei tempi previsti, e quando di sera al TGiro propongono la sintesi della tappa e nel momento saliente della caduta dei due Cofidis si risente lo scrittore che blatera di colori dei giullari ci si rende conto ancora di più dell’assurdità della situazione, e ci si chiede perché non lo prestano a qualche altro sport, e non si capisce perché solo il ciclismo deve essere occasione per parlare e straparlare dei luoghi che ospitano gare. Dicevo due corse in contemporanea, oltre 400 km in totale ma anche a sommarle c’è stato poco spettacolo, tutto concentrato nei finali, gli ultimi 2 km al Giro e gli ultimi clamorosi 20 alla Liegi, fuga ripresa verso la fine in entrambe e Liegi decisa sulla Roche-aux-faucons dove sono andati via Alaphilippe Hirschi Roglic Pogacar con Kwiatkowski e Woods che arrancavano e sono rimasti dietro. Nessuno ha provato a evadere davanti e quando nel finale i quattro hanno iniziato a controllarsi Alaphilippe deve essersi ricordato dell’Amstel dell’anno scorso, e infatti dietro c’era Van Der Poel a tirare ma in mezzo c’era Mohoric che era partito in discesa e arrivato sul gruppetto di testa non li ha beffati ma ha finito per tirare la volata al campione del mondo. Ma oggi Alaphilippe forse sentiva troppo la pressione e ne ha combinate di tutti i colori. Già prima dei -50km aveva cambiato tre volte la bicicletta e pure gli scarpini, e nell’ultimo km ha sbandato prima a 900 metri e poi nel rettilineo finale danneggiando Hirschi e Pogacar, ha tagliato il traguardo alzando le mani troppo presto e Roglic l’ha infilato col colpo di reni. Difficile dire se Hirschi e Pogacar che sembravano ben lanciati potevano superarlo ma diciamo anche che per tutti questi errori oggi Alaphilippe non meritava la vittoria, e sta bene che sia andata a Roglic sia perché ci ha creduto fino all’ultimo sia perché, ridimensionato dall’esito del Tour, come già l’anno scorso anziché chiudere la stagione ha continuato con le corse in linea ed è ancora in tempo anche lui per cambiare mestiere e diventare classicomane. Alla fine la giuria impietosita ha retrocesso Alaphilippe per la deviazione finale così avrà meno rimpianti per come ha buttato la vittoria, ma se avesse vinto l’avrebbero squalificato ugualmente? Mistero, come un mistero è stata l’invisibile gara femminile che dicono sia stata vinta da Lizzie Deignan mentre delle protagoniste delle ultime gare solo Vos è arrivata ancora quarta, Longo Borghini Van Der Breggen e Van Vleuten  attardate, unica incrollabile certezza il ritiro di Puck Moonen che non dobbiamo giudicare oggi ma tra 4 anni quando vincerà il mondiale.

Ardenne ingrate per Dries Devenyns: ha lavorato alla Freccia per portare in testa ai 400 m Bagioli che è arrivato 19esimo e oggi per Alaphilippe che ha buttato via la corsa.

che poi uno può rimanere deluso

Ma forse per pubblicizzare il campionato del pallone mandano video con Piola o Riva? Perché il ciclismo deve sempre guardare al passato e alle sue leggende a volte romanzate a volte plausibili come l’accecamento di Polifemo? E hanno fatto questo spot sì con i ciclisti morti ma con questa atmosfera idealizzata che sembra il corrispettivo ciclistico di quelli del Mulino Bianco. Secondo me bisognerebbe presentare quello che verosimilmente si può verificare, basterebbero un allungo in discesa di Nibali o una volatina di Calebino. E perché alla RAI hanno preso il vizio di replicare delle azioni di corsa virate in bianco e nero come a dire sembrano imprese del ciclismo eroico ma poi se lo fanno così spesso vuol dire che sono imprese anche di questo ciclismo qua? E non pensano che uno semmai si aspetta le imprese eroiche su quelle salite che oggi non fanno neanche più selezione e poi dopo ci può anche rimanere deluso? 

Ridotti all’ossimoro

Avrete saputo che nei giorni scorsi nel Parco della Reggia di Caserta è morto un cavallo che trainava un calesse per turisti pigri. Forse la gente dovrebbe assecondare un po’ di più le proprie inclinazioni e chi è pigro dovrebbe starsene a casa sul divano e i monumenti vederli nei documentari. Se invece le persone si fanno il giro in carrozza a guisa di aristocratici per ostentazione, per fare i grandi, allora sarebbe comunque meglio che come misura precauzionale, direi perfino igienica, se ne stessero ugualmente a casa, oppure se proprio si ritengono tanto grandi che si facciano la loro reggia personale e dentro ci facciano quello che gli pare, ci scorrazzino con una carrozza trainata da varani di Komodo, basta che non vadano in giro. Voi direte che ci sono anche persone che hanno problemi a camminare, e avete ragione pure voi, ma per quelli c’è anche un servizio di navette, e peccato che l’architetto Luigi Vanvitelli non pensò pure a una linea di metropolitana, il massimo del progresso è una specie di ascensore all’interno del Palazzo. Purtroppo la Direzione non va nella direzione che auspicherei, anche perché i cosiddetti Beni Artistici Eccetera hanno come obiettivo principale quello di staccare biglietti, tanti biglietti, e sostituirà il servizio di carrozze a cavallo con le golf-car, così quelli che vogliono fare i grandi potranno sentirsi come Tyger Woods e fantasticare di congiungersi carnalmente con Lindsey Vonn. A proposito di storie erotiche, chi non è pratico del Parco della Reggia deve sapere che i vetturini dicevano agli sprovveduti turisti che avrebbero potuto vedere tutto il parco ma non è vero perché a un certo punto, poco oltre la metà, c’è una curva in salita troppo ripida, e forse lo sarà anche per le golf-car, e quindi lì le carrozze non arrivavano, tagliando fuori dal giro, oltre al suggestivo Giardino Inglese, le ultime fontane tra le quali spicca quella che raffigura l’episodio mitologico di Diana e Atteone.

Il Bagno di Venere nel Giardino Inglese: si lavavano molto queste divinità.

Diana era la Dea della caccia e stava esercitando la sua specifica funzione quando per il troppo caldo si spogliò per farsi un bagno, ma nei paraggi gironzolava Atteone, che era un suo collega perché si sa che l’uomo è cacciatore. Atteone non poté fare a meno di vedere la Dea in quella diciamo inedita veste, Diana se ne accorse e temeva una revenge porn con la tecnologia dell’epoca, cioè che Atteone andasse in giro a raccontare quello che aveva visto, ma qualcuno sospetta pure che tra i due ci fosse un’accesa rivalità venatoria, così per risolvere i suoi problemi lo trasformò in cervo, grazie ai suoi superpoteri, perché la faccenda di superpoteri e superproblemi non pensate che l’hanno inventata quelli della Marvel. Atteone non si accorse subito della sua metamorfosi anche perché non era reduce da una notte agitata ma se ne avvide solo guardandosi in una fonte, ma purtroppo per lui neanche i suoi 50 cani 50 lo riconobbero e lo sbranarono.

E pensavo che la civiltà di questa parte di mondo non ha fatto un grande affare ad abbandonare il simpatico carrozzone dell’Olimpo con tutti quei dei e semidei che ne combinavano di tutti i colori e quante ancora ne avrebbero combinate a cominciare da quel vecchio porco di Giove, per sostituirlo con le tristi religioni monoteiste basate su sofferenza penitenza e odio per la concorrenza perché l’espressione “dialogo interreligioso” è solo un ossimoro grandioso .

La Zeriba Suonata – la folla era scatenata

E’ morta Elsa Quarta, cantante leccese che ha avuto una certa fama negli anni 60, un’epoca in cui c’era una netta divisione tra interpreti, musicisti e parolieri e i primi si può dire che dovevano accontentarsi di quello che gli passava il convento e alla Quarta non è che andò molto bene. Non era una ragazza yé-yé, si può dire anzi che le sue canzoni tristi su amori finiti erano ancora legate ai melodrammatici anni 50.

Solo nel 1967 sembra che una sua canzone parta un po’ più pimpante, lei si rivolge a dei ragazzi che stanno suonando, forse vuole unirsi all’allegra brigata, e invece no, come non detto, gli dice Ragazzi non suonate più perché la canzone gli ricorda il suo ex, che ha tradito i sogni di lei e ha dato a un’altra i baci suoi, che eufemismo. Elsa Quarta incise anche canzoni in spagnolo e in turco e soprattutto nella seconda fase della sua carriera cantò molto all’estero al punto che discogs etichetta i suoi dischi come schlager. Poi nel 1985 incise il suo ultimo 7 pollici dedicato allo sport, con due canzoni piene zeppe di retorica imbarazzante in un linguaggio rudimentale, opera di mestieranti semisconosciuti. Il lato B è intitolato Azzurri Battimani e non si capisce se queste due parole sono sostantivi aggettivi o chissà cosa’altro, forse è meglio non saperlo, ma questa sorta di inno avrebbe fatto la sua figura cantata sui balconi qualche mese fa. Il lato A si intitola Viva la bicicletta ed è dedicato al ciclismo, ma la particolarità del testo è che, retorica per retorica, ci si aspetterebbe di sentir cantare delle eroiche gesta di eroici scalatori, ed è vero che quelli erano piuttosto gli anni di Moser e Saronni e la bandana ancora non si sapeva cos’era, ma siamo pur sempre in Italia dove c’è gente che vorrebbe vedere le salite anche nei velodromi. E invece la canzone parla proprio di sprint, di pista, di 6 giorni, di folla scatenata che aspetta la volata, e nomina il Vigorelli, ma la cosa alla fine non sorprende perché qui c’è un piccolo conflitto di interessi: Elsa Quarta è sposata con Sante Gaiardoni.

Viva la bicicletta

Sante Gaiardoni è stato campione olimpico nella velocità e nel chilometro a Roma e tra i professionisti ha vinto due mondiali nella velocità. Su strada ha vinto da dilettante la classica Milano-Busseto. Erano anni in cui anche il ciclismo su pista era molto popolare e infatti c’è una foto in cui Gaiardoni è premiato da un’altra cantante e non proprio l’ultima: Mina.

Tornando alla canzone, se i nomi degli autori della musica e dei testi diranno qualcosa solo agli addetti ai lavori, quello che sorprende è il nome del produttore, famoso sì ma in tutt’altro campo, trattandosi dello storico rivale di Gaiardoni, Antonio Maspes che di mondiali ne vinse ben sette.

Maspes è quello con la maglia iridata.

Elsa e Sante  si sposarono nel 1963 e, in tempi in cui il gossip non riguardava la metà della popolazione come accade oggi, erano così popolari che alle loro nozze ci fu il miracolo della moltiplicazione degli invitati: Gaiardoni raccontò di aver prenotato per 200 ma poi si presentarono in 800 e i guadagni dei due successivi mesi di gare servirono a pagare la differenza, perché, anche se oggi può sembrare strano, a quei tempi si guadagnava anche con la pista. Un’ultima curiosità è che quasi tutte le canzoni di Elsa Quarta erano scritte da poco noti mestieranti ma uno dei suoi primi singoli fu Esta Noche composto dal Maestro Gorni Kramer, che all’anagrafe faceva Gorni di cognome mentre il nome Kramer era dovuto all’ammirazione del padre per Frank Kramer, tanto per cambiare uno dei primi campioni della pista.

Statistiche illustrate – Covid e più covid

Il 1° agosto si è riaperto il calendario World Tour con le Strade Bianche maschili e femminili. Il 18 agosto si corre il Giro dell’Emilia che per quest’anno tribolato dovrebbe essere l’unica altra occasione in cui in Italia correranno sia gli uomini che le donne. In questo arco di tempo nel mondo ci saranno state in campo maschile 11 corse a tappe e 9 in linea e in campo femminile 3 corse in linea e basta. Il problema non riguarda solo l’Italia, però qui alla cancellazione delle corse per dilettanti si è ovviato con la creazione di nuove gare semmai una tantum mentre per le donne nessuno ha pensato a fare altrettanto, neanche i supercittì, né Cassani che non sembra molto interessato alle donne in bicicletta al di là delle chiacchiere, né Salvoldi che sembra molto più interessato alla pista. Speriamo almeno che da questi dati nessuno voglia dedurre che nelle corse femminili c’è più rischio di contagi.

Totò Peppino e la logica aristotelica

L’altroieri tutti i telegiornali erano scandalizzati perché una donna si era data fuoco e la gente nei paraggi invece di aiutarla si è messa a filmare la scena con gli smartufoni, cosa stiamo diventando dicevano, poi subito dopo tutti i telegiornali hanno mandato in loop le immagini di un pestaggio a Castellammare, le hanno mandate più volte nel timore che qualcuno si forse perso un pugno o una sediata. Con questo clima e tenendo conto che già si fanno viaggi sui luoghi di disgrazie, chissà che non aumenti questo tipo di turismo ai danni di quello diciamo tradizionale. Se così fosse Napoli e la Campania ne sarebbero avvantaggiati, una visita dove è stato freddato Caio, un giro nel bunker dove hanno trovato Tizio, qualche compagnia più intraprendente potrebbe organizzare roghi di rifiuti tossici per turisti in cerca di emozioni particolari. In caso contrario, se continuasse a prevalere il turismo verso arte e paesaggi, la Campania non potrebbe contare sulla promozione tramite lo sport perché qui esiste solo il pallone e il calcio è sport claustrofobico, durante la partita viene inquadrato solo lo stadio, si sbircia fuori solo nel  caso di risse che però, ricordiamolo, non hanno niente a che fare col calcio anche se quelli che si azzuffano sono tifosi organizzati che danno del tu a calciatori e dirigenti. E nessun cronista pallonaro divaga dal gioco parlando dei siti e della storia e dei personaggi famosi della città che ospita la gara, se qualcuno si azzardasse verrebbe fucilato. E comunque, dato che Albi non ha una grande squadra di calcio, non c’è il rischio che tra un corner e un arbitro cornuto qualcuno inizi a parlare del massacro dei catari che noi ciclofili invece sappiamo ormai a memoria. La Liguria però non è messa meglio, si parla solo di ponti che crollano, costoni che franano, strade bloccate, e quando con la Sanremo c’è l’occasione di mostrare la riviera con le sue bellezze i sindaci dicono di non essere interessati. C’è chi invece il ciclismo come mezzo di promozione turistica non si limita a sfruttarlo ma lo va a cercare. Il caso più clamoroso è quello dles Dolomites, che ha una copertura televisiva superiore a qualsiasi corsa professionistica e in realtà è difficile pensarlo come ciclismo, essendo in realtà una passerella di vip, semivip e leccavip, che si fanno pubblicità reciproca con i luoghi che ospitano la gara, che poi sarebbe meglio se venisse ridotta a semplice pedalata in quanto l’albo d’oro c’ha i suoi innominati, e per contorno democratico ai Vip che partecipano di diritto, ci sono tutti gli amatori che si contendono i posti limitati per l’iscrizione, ma, con quello che costano l’attrezzatura e eventuali additivi da aspiranti squalificati, non si possono neanche ritenere poveri comuni mortali. Ma quest’anno anche la maratona dolomitica è stata cancellata, e quindi il più grosso spot in bicicletta è diventata la Tre Valli Varesine che per l’occasione ha fagocitato Bernocchi e Agostoni e l’hanno chiamata Gran Trittico Lombardo, ma in realtà era la Tre Valli travestita neanche bene. La Tre Valli ha avuto sempre una diretta più lunga di qualsiasi corsa italiana, escluse Sanremo e Lombardia, quest’anno più delle stesse Strade Bianche di categoria UCI superiore, ed è sempre stata una passerella per politici e amministratori locali, ricordiamo Cunego con Bossi, e poi dicono Nibali che correva per il Re del Bahrain, però noi ringraziamo perché ne approfittiamo per vederci una porzione abbondante di corsa, ma quest’anno è venuto storto per tutti e ci si è messa pure la pioggia, per promozione hanno mandato immagini assolate dell’anno scorso, l’elicottero non poteva alzarsi, poche immagini della corsa che ci mancava solo la voce di De Zan, poca passerella, facce coperte dalle mascherine, le miss potevano anche avere i baffi vai a sapere, e per ultimo, dato che gli appassionati italiani vogliono vedere vincere gli italiani ma sembrava di essere tornati ai tempi prima di Viviani e Bettiol, se ne va in discesa lo straniero Gorka Izagirre e non lo prendono più, neanche Nibali che fa la corsa, la agita, è il primo italiano all’arrivo battendo in volata gente più veloce di lui, e non so se questo può portare meno turisti a Varese ma non credo. Però non è un risultato a sorpresa e ora vi spiego perché. Nel ciclismo si fa largo uso della logica aristotelica, ad esempio Nibali ha vinto il suo tour nella tappa sul pavé e sotto la pioggia? Se ne desume che ogni volta che c’è brutto tempo e le strade sono messe male Nibali è favorito, ne gode addirittura, pavé, sterrato, buche, se buttassero pure le puntine a terra sarebbe il massimo, povero Nibali che non può farsi una pedalata tranquillo su strade scorrevoli. E allo stesso modo quando piove vanno forte i ciclocrossisti e gli uomini dei paesi freddi e piovosi, e manco a farlo a posta c’erano due squadre belghe piene di crossisti, il traguardo volante l’ha vinto Quinten Hermans che, per come sono passati veloci questi mesi virali, sembra ieri che correva per i prati inseguendo quelli che inseguivano Van Der Poel, e la corsa l’ha vinto Gorka il fratello di Ion, che sembrava quello meno forte ma non ne siamo più tanto sicuri, che in inverno si diletta a fare il ciclocrossista ed è anche basco, e a dar retta ai telecronisti i Paesi Baschi devono essere tipo la Milano di Totò e Peppino.

Eppure il fango non c’era.