Vacanze impegnative

Ieri sono iniziate le mie vacanze e si preannunciano impegnative. Di pomeriggio ho acceso la tivvù per seguire i campionati europei di vari sport che si disputano a Monaco di Baviera, a me interessava solo il ciclismo su pista e quando passavano ad altre discipline mi mettevo a leggere, se la pausa era lunga il libro di Tullio Pericoli, se l’interruzione era breve qualcosa dal numero di Linus su Marylin Monroe che ho trovato in libreria. Non mi lamento.

Cela n’est pas un Tour (avec quiz final)

Gli organizzatori di ciclismo a volte diventano organizzattori, e più di tutti quelli del Tour, tanto più ora che sono spalleggiati sfacciatamente da Monsieur Le Président de l’UCI. Dal 1984 al 1989 la società che deteneva i diritti del Tour de France organizzò anche un parallelo Tour femminile, poi con le successive edizioni iniziarono controversie che hanno costretto i nuovi organizzatori a cambiare il nome della gara, che comunque in campo femminile veniva vissuta come Tour de France. E pure le rare notizie che arrivavano ci raccontavano di un Tour femminile, dove negli anni 90 Luperini e compagne vincevano classifica e tappe. Poi la corsa, comunque chiamata, è scomparsa. Nel 2014 la società ASO proprietaria dei diritti del Tour ha creato la Course by Le Tour de France, in linea o a volte in due tappe, e da quest’anno finalmente si corre il Tour femminile, partito quando è finito quello maschile. Ma un evento così importante avrebbe avuto ancora più risalto se questa fosse stata la Prima Volta, e allora col potere dei soldi si cancella il passato, anche le edizioni parallele alla gara maschile, e potremmo dire che Longo Canins e Luperini che indossarono la maglia gialla non sanno neanche più che corsa hanno vinto. Poi ci sono i giornalisti che ci aggiungono il loro e, dopo che per 364 giorni all’anno hanno rotto le scatole con la tiritera su la Storia del Ciclismo la Memoria e il Passato, il 365esimo giorno spalleggiano ASO e non ricordano che si sia mai corso un Tour femminile. E allora indubbiamente e matematicamente c’è la prima vincitrice di tappa che è Lorena Wiebes dei Paesi Bassi, la prima a vincere una tappa in maglia gialla ovvero Marianne Vos dei Paesi Bassi, la prima a vincere il Tour che è Annemiek Van Vleuten dei Paesi Bassi, cui è bastata una sola tappa di montagna per disperdere le avversarie e con l’ultima ha solo ribadito il concetto, e infine la prima doppietta Giro-Tour ovviamente con Annemiek e con buona pace di Marsal Luperini e Sommariba. Dietro Van Vleuten c’è Demi Vollering che era attesa come l’erede della vecchia guardia ma per ora ha mangiato la polvere, anche letteralmente per una infelice tappa con tratti di sterrato esagerato, ma il futuro può essere il suo, del resto ha 25 anni e alla sua età Annemiek Van Vleuten non aveva ancora vinto niente, e Marianne Vos aveva già vinto tutto ma non si può prendere come riferimento. Si ristabilisce così il rapporto di forza tra i Paesi Bassi e l’Italia a favore delle prime. Le ex olandesi, oltre alla classifica finale, vincono 6 tappe su 8, tutte le classifiche parziali con Vos punti e supercombattiva (un po’ a sorpresa, forse per aver combattuto per la causa del Tour) Vollering GPM e Van Anrooij giovani, mentre le italiane tornano a casa senza vittorie, con un quinto posto finale di Silvia Persico quasi graziata dalla Giuria dopo una grave scorrettezza in volata, e un sesto posto di Elisa Longo Borghini che commette molti errori, di percorso e tattici, avrebbe bisogno di consigli dall’ammiraglia, ma forse pure la sua ammiraglia avrebbe bisogno di consigli. Ma la prima di tutte a tornare a casa è stata Marta Cavalli travolta dalla campionessa australiana che a scuola non ha mai studiato quel principio di impenetrabilità dei corpi che fino a prova contraria vale anche nel giù sotto. E a proposito di errori e di cadute, qualche socialdeficiente ne ha approfittato per scrivere che sono la dimostrazione dello scarso livello del ciclismo femminile, ma questi personaggi, che evidentemente si rovinano la vita da soli se si mettono a seguire cose che non gli piacciono giusto per dirne male, non seguono neanche il ciclismo maschile oppure hanno la memoria corta, perché se non volessimo andare indietro alle tante cadute di gruppo al Giro o al Tour maschili basterebbe ricordare quelle assurde dell’ultima Liegi. Qualcuno vuole spacciare questo accanimento come una faccenda solo italiana, ma mentre sabato attendevo la diretta della Clasica di San Sebastian nel pomeriggio sportivo si parlava, pure a lungo, delle offese che ricevono le calciatrici di altri paesi, e allora il problema è più vasto. Poi la diretta di una corsa, la più importante del mondo, ha portato nuovo pubblico, che semmai vede queste ragazze per la prima volta senza conoscerle, e allora ecco l’ignorantone sospettone di turno che, dopo il predominio della Jumbo nella gara maschile, vede una “maglia jumbolesca” vincere una tappa e sospetta e vaticina che un giorno si saprà, ma intanto è chiaro che lui non sa chi c’è dentro quella maglia color discarica abusiva per fortuna presto cambiata, prima con la gialla e poi con la verde, perché non bastassero tutte le vittorie ottenute con tutte le maglie dappertutto in tutte le specialità, Marianne Vos è stata anche una delle persone che più si sono impegnate perché si organizzasse un Tour femminile, e se la vittoria finale non è più roba per lei che nella pur lunga seconda fase della sua carriera si è dovuta contenere e in salita si stacca, si può dire che Marianna ha ottenuta una sorta di vittoria morale, tipo quella che piace tanto agli uomini della RAI, con vittorie di tappa premiazioni sfoggio di maglie popolarità, e sul palco sorrideva come se fosse una principiante, arrivando pure a dichiarare dopo la prima vittoria di tappa che quella era la sua più importante, però stavolta mi spiace non posso essere d’accordo con lei.

Ed ecco il quiz finale

Dopo la settima tappa Annemiek Van Vleuten è avvicinata dalla mascheratissima Marianne Vos, cui il covid che le ha impedito di correre la Roubaix già le è bastato. Nell’immagine si vede Marianne alzare un braccio. Cosa fa la Vos con AVV?
1. Le da un cazzotto così per sportività.
2. Le toglie un capello dalla maglia.
3. Si complimenta dicendo che temeva di arrivare fuori tempo massimo.
La risposta esatta è la 3 perché queste due non sembra ma sono delle grandi mattacchione.

Statistiche illustrate – E’ stata la matita di Dio

Lo spazio è pieno di satelliti che inquinano e lasciano detriti. Sopportiamo perché pensiamo che quei satelliti svolgano delle funzioni importanti, per le comunicazioni le esplorazioni o lo spionaggio, ma non è sempre così. Un satellite porterà nello spazio gli scarpini di un calciatore amico di boss e dittatori e anche i messaggi dei suoi sudditi orfani. C’è chi dice che gli manca più del nonno e chi dice che ora starà facendo divertire gli angeli giocando a pallone, ma in tal caso gli consiglierei, dato l’ambiente, di non fare battute sulla mano di Dio. Ma la statistica dov’è? Eccola: nel 2013 ci fu un referendum per chiedere agli abitanti delle Falkland/Malvinas se volevano stare di qua o di là, cioè se volevano continuare a essere sudditi della Regina o diventare cittadini presumibilmente affamati di un paese in cui governi populisti si succedono a governi populisti. Lo 0,20 % degli elettori votò per l’Argentina.

Perline di Sport – toccate

Non mi tocca personalmente, ma mi dispiace vedere che le vittorie delle atlete italiane negli sport fighetti trovano sempre spazio sui media generalisti mentre le simpatiche cicliste che vincono medaglie a carrettate sono sempre snobbate anche se praticano uno sport con una bacino d’utenza molto più vasto di altre discipline. Comunque nessun rancore e anzi salutiamo il sottosegretario uscente allo sport con le immagini di una delle sue memorabili imprese.

tocca qui

Pirenaica

Al Tour ci sono state tre tappe pirenaiche e allora ho pensato che della prima scrivo al passato, della seconda al presente e della terza al futuro.

All’inizio della tre giorni sui Pirenei si è fatto l’appello. Qualcuno non è partito perché positivo al covid, qualcun altro perché ammaccato, e poi c’è il caso Morkov. Il danese era arrivato fuori tempo massimo, non è stata la squadra ad abbandonarlo ma è stato lui a dire lasciatemi qui, mettetevi in salvo voi. E’ voluto arrivare a tutti i costi anche se fuori tempo massimo, come Siskevicius alla Roubaix di qualche anno fa, solo che il lituano trovò il velodromo chiuso mentre lui ha trovato il direttore del Tour in persona a fargli i complimenti e chissà come si dice “sticazzi” in danese. Ma gli è parso strano che se ne si sia parlato più di una sua vittoria e si è pure sentito in colpa verso i compagni perché gli sembrava di averli traditi. E mentre lui si faceva di questi problemi, i lupi del pacco omonimo hanno passato in piscina la giornata di riposo facendo tuffi più o meno acrobatici, Lampaert che si buttava come se cadesse sul pavé e Jakobsen che faceva pure la capriola, ma questo non stava più di là che di qua e poi è resuscitato? Gli Israel invece se ne sono andati a fiume, chissà che non sia stato un suggerimento del lato africano di Froome, ma poi vedremo che ha pagato più la giornata al fiume che quella in piscina. Pure le squadre dei due primi in classifica hanno fatto la conta, per i Jumbo c’era Benoot acciaccato, per l’UAE c’era Soler con problemi di stomaco che la tivvù sembrava quasi volerci offrire in diretta, e alla fine anche lui è arrivato fuori tempo massimo. E come se non bastasse, dopo che Pogacar ha fatto due tre attacchi senza risultato, sì è messo a tirare il compagno Majka ma a un certo punto ha rischiato di cadere per l’ennesimo problema meccanico della loro bici italiana, non facciamo nomi ma sarà una coincidenza? La prima e meno difficile delle tre tappe pirenaica non ha detto niente per i primi due posti ma per i successivi ha visto Quintana avanzare e Bardet retrocedere. Per la tappa invece anche stavolta è arrivata la fuga, e tra vari scalatori l’ha spuntata invece un passista, il canadese Hugo Houle della Israel che andò a fiume, il quale aveva l’asso nella manica, il valore aggiunto dei ciclisti, cioè un parente morto cui dedicare una tappa. Suo fratello correva come lui ma 10 anni fa fu ucciso da un autista ubriaco e da allora avrebbe voluto dedicargli una vittoria, ci ha messo un po’ di tempo ma almeno gli ha dedicato una vittoria importante.

Altra tappa altra conta: Majka il giorno prima ha preso una bella botta e non parte, lasciando Pogacar con soli tre compagni, anzi con due più Hirschi. Eppure quei due fanno in corsa quello che non hanno fatto per tutto il Tour, si mettono a tirare e setacciano il gruppo, praticamente quello che faceva la Sky. E viene da pensare che, al di là dei risultati, queste tappe segnano un cambiamento nel ciclismo moderno che tanto poco piace a Uran. I ragazzi stanno crescendo e mettendo la testa a posto e perciò da adesso in poi correranno con giudizio, pure troppo, staremo a vedere. Ma Pogacar deve recuperare molto e allora non aspetta l’ultima salita per scattare ma attacca già sulla penultima, a 2 o 3 metri dal GPM, e Vingegaard rimane attaccato. Poi si ricongiunge Mc Nulty e riprende a tirare per Pogacar, dal quale in RAI si aspettano un attacco a tre km dalla fine, nel tratto più duro della salita verso l’aeoporto di Peyragudes, il terzo aeroporto in questo Tour che forse spera così di incitare i ciclisti a volare, ma manco il gatto e la gabbianella, a 3 km non scatta nessuno e si va allo sprint tattico e non si capisce se i due contendenti non ne hanno più o temono di non averne, alla fine vince Pogacar e guadagna solo 4 secondi d’abbuono. Per la terza volta consecutiva c’è un ciclista da solo che rischia di arrivare fuori tempo massimo, è Fabio Jakobsen che andò in piscina, lasciato solo come il suo apripista Morkov nonostante possa vincere l’ultima tappa, però i compagni ormai più jene che lupi fanno il tifo per lui, chissà come si dice “sticazzi” in neerlandese, ma alla fine ce la fa per una sporca dozzina di secondi ed è uno in meno che lascia il Tour.

Sempre insieme.

La terza tappa pirenaica partirà da Lourdes ma i ciclisti non verranno benedetti, neanche partiranno per covid tre vecchietti, Caruso Erviti e Froome cui avrà fatto male l’acqua del fiume? E poi altri due saranno allegramente buttati giù dalle moto. Ciccone andrà in fuga per i GPM e per litigare con qualcuno ma fallirà, anche perché la gara la faranno gli uomini di classifica, e stavolta Pogacar attaccherà più volte sulla penultima salita ma Vingegaard sempre dietro, insisteranno anche in discesa e lì prima il danese slitterà ma riuscirà a rimanere in piedi, poi cadrà lo sloveno ma l’avversario invece di filarsela lo aspetterà e si sincererà delle sue condizioni e Pogacar gli stringerà la mano. E tutti a elogiare il fairplay, anche i sostenitori del ciclismo di una volta in bianco e nero, ma un gesto del genere col cavolo che l’avreste visto ai tempi eroici del ciclismo eroico, neanche da qualche corridore in odore di santità, anzi sarebbe stata un’occasione per guadagnare terreno. Poi i malpensanti diranno che sarà stata una scelta strategica o qualcosa di simile, ma se si dice che lo sport insegna i valori e insegna a comportarsi nella vita vera, allora meglio proporre queste immagini piuttosto che un calciatore dalle dubbie frequentazioni che fa un gol con la mano e poi dice che non è stato lui ma Dio in persona. Diciamo che di questo gesto aveva bisogno pure la Jumbo per certi atteggiamenti poco sportivi e anche perché Van Aert a volte sembra che aspiri a diventare lo sceriffo del gruppo. Ma tornando alla corsa, sull’ultima salita verso Hautacam Vingegaard troverà proprio Van Aert, in fuga dal mattino, il quale con una trenata staccherà Pogacar e così Vingegaard andrà a vincere davanti allo sloveno.

La terza tappa ha entusiasmato gli uomini della RAI che hanno potuto fare retorica in abbondanza sul fairplay, e Rizzato ha mitragliato che vorrebbe che questo Tour così bello non finisse mai e che forse pure Vingegaard avrebbe voluto che gli ultimi 300 metri non finissero mai. Mai? Ma ci sei o ci fai? Giovannelli e Pancani, da parte loro, si sono inseriti di forza in un’iniziativa di Gerainthomas che a ogni tappa lasciava il suo giubbotto a un tifoso per passarlo a un altro nella tappa successiva fino a Parigi dove verrà messo all’asta, e che la RAI si sia intrufolata e abbia tolto lo sfizio a un qualche tifoso mi pare poco sportivo. Ma il mattatore è Garzelli. Lui, e non solo lui, abusa di una espressione ormai antipatica quando, per sottolineare la superiorità di Pogacar Vingegaard e Van Aert, dice che fanno un altro sport, ma allora ciò vuol dire che Garzelli, dato che in alcuni anni correva solo il Giro e in altri anni neanche quello, fa il commentatore di uno sport che non ha praticato. Bisogna riconoscere che solo uno con la sua esperienza e la sua competenza può spiegarci certe cose e dirci ad esempio che “quando cadi ti fai male”. Meno pratica ha con la lingua, pratica l’anacoluto come se si divertisse a fare le finte, e dello schwa o degli asterischi non se ne farebbe niente perché con lui saltano i generi e i numeri, ma il Garzo vive in Spagna ed è comprensibile, però se andiamo in campo neutro, cioè né italiano né spagnolo, ecco che il berlinese Simon Geschke, ex maglia a pois e figlio di uno storico velocista della DDR, può fantasiosamente diventare Sàimon Sghècce.

Insiemissimi.

Cariche

La tempesta dopo la quiete. Ieri al Tour ci sono stati i maxi-tamponamenti del giorno di riposo e i ciclisti sono risultati tutti negativi tirando un sospirone di sollievo, al punto che i sospettoni, quelli incapaci di starsene un po’ tranquilli, hanno iniziato a malignare, ma tutto è bene quel che finisce bene e stamattina ai primi tamponi del giorno ci sono state dei positivi, ben due tra i compagni di Pogacar: Bennett tornato a casa e Majka rimasto in gruppo perché a “bassa carica”, cioè non contagioso. Nel giorno di riposo molti pedalano, Alberto Bettiol invece ha preferito “riharihare le batterie” e sicuramente pensava alla fuga perché nell’intervista ha accennato alla vittoria di “Giunglez” (presumibilmente alludeva a Jungels). Infatti quando la fuga si coagula dentro c’è Bettiol che a un certo punto allunga da fagiano, ma questa è la tappa più pazza di questo Tour e dopo pochi km la corsa viene bloccata perché ci sono 7 manifestanti 7 seduti sulla sede stradale. Si tratta di nemici giurati del cambiamento climatico, una causa importantissima rappresentata da 7 fanatici col rischio di esiti controproducenti. Poi si sa che i fanatici hanno poca familiarità con la democrazia e con il dialogo, la tivvù non ha mostrato immagini di come la strada sia stata liberata in una decina di minuti ma dalle foto sembra che non ci sia stato bisogno di cariche, del resto con quel caldo usare gli idranti non avrebbe avuto effetti deterrenti, anzi potevano aggiungersi gente del pubblico e gli stessi ciclisti. Svolgendosi in strada il ciclismo si presta molto a cose del genere, anzi potrebbe essere peggio per la mtb dove basterebbe un solo manifestante in un single-track a bloccare tutto. Non ci sono altri motivi per osteggiare questo sport, anzi se il motivo delle proteste è il clima bisognerebbe piuttosto ostacolare le gare automobilistiche. Certo che se 7 persone si sdraiano su un circuito di F1 i bolidi potrebbero non fermarsi, perlomeno non in tempo, ma poco male, sarebbe un martirio per la causa. Invece il ciclismo porta un messaggio ecologista, promuove una mobilità sostenibile, in corsa sono tutte bici, a parte le due ammiraglie e il motorhome per ognuna delle 22 squadre, le auto della giuria e degli organizzatori, le 7 ambulanze, le 2 auto dei medici, la clinica mobile, i 150 veicoli della carovana pubblicitaria e le poche decine o centinaia di moto al seguito. Aggiungiamo che la squadra più ricca è sponsorizzata da un’azienda di fracking e da una marca di SUV, e che in tv in uno spot su due c’è una voce esotica che dice che la S***** ha realizzato un’auto per me, ma ci deve essere un errore perché neanche c’ho la patente. Tornando alla corsa Bettiol dice che la sosta gli ha bloccato le gambe e viene ripreso e da lì ci sono continui capovolgimenti e alla fine vince il danese Cort Nielsen compagno di Bettiol. Tra i fuggitivi c’è pure Kamna che guadagna tanto da rischiare di prendere la maglia gialla ma tentenna indeciso se preferire la vittoria di tappa o il primo posto in classifica. Dietro Pogacar non si capisce se ci tenga o no a conservare la maglia perché con una squadra che perde pezzi lasciare il controllo della corsa ad altri sarebbe fatica in meno, comunque i Jumbo, cui garba che gli emiratini si affatichino, nel finale danno qualche tiratina per far conservare la leadership al rivale, e quindi far lavorare la sua squadra domani, e Pogacar si incazza e fa una volata per la ventesima piazza guadagnando zero secondi in classifica: il clima è surriscaldato.

In nome dell’ethical living un manifestante viene rimosso e conferito nel cassonetto dell’umido.

Buona educazione

La RAI, nonostante l’orribile programmazione che la rende uguale alla Mediaset, nei proclami si spaccia sempre per veicolo di educazione e rispetto. Ma norma di buona educazione è di rispettare impegni e orari, cosa che non mi pare di riscontrare nei nevrotici palinsesti RAI; ho conosciuto persone che si vantavano di essere ritardatari capaci di superare anche il muro delle 2 ore ma non mi pare siano approdati alla RAI. E sarebbe bella una diretta del Giro Donne, non integrale come per gli uomini, che poi diventa pallosa, ma neanche striminzita. Sarebbe bello ma purtroppo il Giro Donne lo trasmette la RAI e ieri, tra cambio di rete, con l’altra che non aveva ancora terminato la trasmissione precedente, e fiumi di pubblicità, abbiamo staccato a 12 km dalla fine con un gruppetto di fuggitive e ripreso 8 km dopo con il gruppo compatto. Il finale era con curve e ultimi metri in salita, praticamente un ottovolante, l’ideale per Marianne Vos. Elisa Balsamo è stata preceduta pure da Charlotte Kool che l’anno scorso fu quasi la sua bestia nera ma quest’anno ha soprattutto fatto da ultima donna per Lorena Wiebes, potremmo paragonarla a Martinello quando tirava le volate a Cipollini, ma non lo facciamo perché non sarebbe buona educazione paragonare al Cipollone l’esuberante ragazzona dei Paesi Bassi. Ma poi sarebbero bassi i paesi dell’ex Olanda? Dal Tour ci dicono che il punto più alto della Danimarca è il megaponte sullo stretto del Grande Belt su cui doveva passare la corsa gialla, 254 metri contro i max 172 della terraferma. Gente pragmatica questi danesi, hanno costruito un ponte sul loro stretto e l’altroieri abbiamo visto una pista da sci allestita su un termovalorizzatore, però non hanno certo le imprese conviventi che abbondano in Italia. Ma torniamo un attimo alle donne, nell’intervista la Vos ha praticamente ricambiato i complimenti ricevuti il giorno prima da Elisa junior, perché sono ragazze educate, pure nelle volate: prego prima tu (che ti prendo la ruota). E si sarebbe potuta vedere almeno qualche premiazione, al Giro il protocollo è più veloce che al Tour, ma, nonostante la fine del collegamento fosse prevista dopo un’altra mezzora, la RAI per continuare a dimostrarsi inaffidabile ha dato subito la linea al Tour, dove in realtà non sapevano neanche cosa farsene di quella linea, mancavano 120 km all’arrivo, e hanno aperto delle finestre su una finale di pallanuoto che non era ignorata ma tranquillamente trasmessa su Raisport, e allora spero che in futuro, durante una partita di calcio, aprano una finestra per sapere cosa sta accadendo a I soliti ignoti o altro gioco equipollente. I commentatori RAI sono tornati sulla crono di apertura e hanno rivelato che Gerainthomas dell’iperscientifica Ineos si era dimenticato di togliersi il giubbino e con questo indumento poco aerodinamico ha fatto una brutta gara. Mister G ha detto: “Qualcosa ho pagato per questo giubbino”, ma non intendeva dire 39 euro da OVS, si riferiva al tempo impiegato. Poi in RAI quanto costa il giubbino non ce l’hanno detto, ma un body costa migliaia di euro, e c’è da temere che se cadono e lo strappano rischiano anche di prendere gli scapaccioni e di andare a letto senza il riso scotto. Ma i commentatori hanno voluto infierire su Thomas rivelando un’altra sua affermazione: che impacciato dal soprabito ha fatto le curve peggio di come le avrebbe fatte sua moglie. Insomma, già è passata alla storia quella volta che Cassani, dicendo di aver visto Rasmussen allenarsi in un posto diverso da quello dove aveva detto di trovarsi, scatenò un putiferio che portò il danese a lasciare il Tour in maglia gialla, ora rischiano di far litigare il gallese con la moglie. Però questo è un Thomas diverso, sarà stato distratto il primo giorno ma nella tappa del ponte ci sono state diverse cadute e le ha evitate tutte. In realtà le aspettative per la giornata erano altre: ponte lunghissimo sul mare uguale vento uguale ventagli, ma il vento era contrario, ventagli non ce ne sono stati e contro la noia ci sono state solo le cadute e prima la fuga del mattino di Magnus Cort e pure Nielsen che ha vinto tutti e tre i GPM, e all’ultimo per festeggiare con il pubblico connazionale ha alzato le braccia come avesse vinto la tappa. Quella, la tappa corsa tra edifici che sembravano fatti con il Lego, con il finale che al contrario del Giro era in discesa, l’ha vinta Fabio Jakobsen, e l’occasione è stata gradita dai cronisti che hanno potuto ricordare ancora una volta l’incidente in Polonia due anni fa e i danni riportati e il fatto che gli diedero pure l’estrema unzione, e invece lui è arrivato alla più importante vittoria della carriera alla faccia degli uccellacci del malaugurio, nel senso degli estremi untori.

Bicilesionismo

A ora di pranzo ho sentito mezzo TG5 (facciamo TG 2,5) in cui hanno mandato un servizio su una rassegna di street art in Molise. Già in passato si sono occupati di Endless, lo street artist più innocuo del mondo, per non parlare di Jorit, quello che ha ritratto il calciatore innominabile per cui meglio non parlarne. E allora ho pensato che se ne parlano al TG5 anche la street art è ormai istituzionalizzata. Poi hanno celebrato un tuffatore 15enne che ha vinto l’argento ai mondiali. Ricordo minorenni celebrati anche in altri sport acquatici o presunti artistici, e calciatori diciottenni in nazionale, e nessuno ci ha mai trovato niente di strano, poi arriva un ciclista 18enne belga che vince tra gli élite, però l’anno dopo a 19 anni, e crea dubbi e polemiche e scombussola tutti, nella migliore delle ipotesi si discute del modo opportuno di far crescere i giovani ciclisti. E poi ogni piccola notizia su metodi di allenamento o attrezzature scatena polemiche e sospetti. E’ vero che i media generalisti danno spazio ai tuffi che non so quanto seguito abbiano e ignorano la partenza quasi simultanea di Giro Donne e Tour Uomini, ma il mondo del ciclismo è autolesionista, al punto che viene spontaneo il facilissimo gioco di parole e dire che è bicilesionista. Quest’anno i giudici francesi non hanno nemmeno aspettato le grand départ del Tour per scatenare sospetti, disponendo ulteriori ispezioni alla solita Bahrain financo delegando la polizia danese. L’anno scorso non hanno quagliato niente, quest’anno non hanno sequestrato niente, poi a me sembra che nessuno dei ciclisti passati per questa squadra abbia avuto una mutazione come quella di Bjarne Riis oltre 25 anni fa, e allora bene farebbe il Re del Bahrain a tagliare pure lui il petrolio alla Francia. Però nessuno ricorda mai le cose positive del ciclismo, ad esempio la promozione di una mobilità ecologica, a patto che il lavoratore che si sposta in bicicletta non pretenda di essere seguito dall’ammiraglia, e le vite salvate, tutti gli atleti strappati al calcio, Evelyn Stevens che lavorava per i fratelli Lehmann, e ora una storia quasi analoga, quella di un’altra statunitense, Kristen Faulkner dall’Alaska che faceva la promotrice finanziaria, ma poi ha lasciato tutto e dopo aver sfiorato la vittoria al Giro di Svizzera ha vinto oggi il cronoprologo del Giro d’Italia. In passato aveva fatto kayak, no canottaggio, no canottaggio indoor, non è chiaro, né è chiaro dove si svolga il canottaggio indoor: in un palazzetto enorme o direttamente nelle fogne? Ha corso presto per cui le è toccato rimanere un’ora e mezza cronometrata sulla hot seat riservata alla prima provvisoria, un’attività che non si può svolgere in smartworking, ma è stata tutto il tempo a sorridere diventando subito popolare. E’ una mattacchiona, forse pure più della Stevens, e dopo la gara è andata a tuffarsi in mare con la maglia rosa. Si è corso vicino al mare di Cagliari, 31 gradi e forte vento, qualcuno indossava un copricapo da cammelliere ma per la maggior parte degli italo-cittadini un clima così è perfino da invidiare. Per la vicinanza del Tour femminile la SDWorx non ha portato il podio dell’anno scorso, o meglio la vincitrice c’è ma è in ammiraglia, Moolman e Vollering non ci sono e nel caso della sudafricana è stato un grave sbaglio perché è una scalatrice e le montagne del Giro non le troverà al Tour. Però ci sono le due vecchiette (non che la Moolman sia giovanissima, anzi è al suo ultimo anno) ma non fanno più sfracelli come una volta. Nel cronoprologo di Caserta 8 anni fa Van Vleuten e Vos furono prima e seconda, oggi sesta e tredicesima. Della brabantina che ha avuto il dono da Dio ci hanno detto che prima della gara, ridendo e scherzando con le compagne, ha mangiato un panino con prosciutto e formaggio ma non ci hanno detto se prima ha recitato una preghiera di ringraziamento.

Kristen Faulkner prima era nervosa in attesa della fine, poi ha fatto splash.

La seconda vita di Giovannino Perdicorse

Giovanni Visconti avrebbe dovuto chiudere la carriera a fine anno con la Bardiani ma per problemi fisici si è ritirato in anticipo. La RAI lo ha ingaggiato come commentatore e la collaborazione è iniziata proprio con il campionato italiano che Visconti ha vinto tre volte. Il toscopalermitano nato a Torino da madre napoletana si è subito dimostrato più vivace e aggiornato dei suoi ectoplasmatici colleghi, anche se ha esordito con la frase: “Il gruppo ha perso un attimino l’attimo”. Nel finale sono rimasti in testa 4 ciclisti tra cui il giovane Filippo Zana che fino a pochi mesi fa era compagno di squadra di Giovanni, però questi ha detto che non tifava per nessuno, ma quando poi Zana ha vinto Giovannino Perdicorse ha perso pure l’imparzialità e ha gridato ed è corso ad abbracciare il vincitore. La Bardiani quest’anno ha cambiato approccio ed è tornata a essere vincente come non accadeva da anni, e in più, essendo una squadra formata quasi solo da italiani, era la più numerosa alla partenza. Invece in campo femminile, con le migliori atlete sottratte ai team dai corpi militari, Elisa Balsamo ha corso da sola ma ha vinto lo stesso, a 10 anni di distanza dalla vittoria della Borgato che correva anch’essa in “abiti civili”.

Dato che in RAI il ciclismo ha avuto poco spazio per la concorrenza dei mondiali di nuoto, i Bardianis hanno cercato di guadagnare un po’ di visibilità buttando Zana in una piscina.

Perline di Sport – Leggera e felice

Con certi personaggi, o peggio con persone che conosco, mi capita a volte di essere sorpreso a vederli o a sentire che sono morti, ma solo perché pensavo che fossero già morti. Fatte le debite proporzioni, e anche i debiti scongiuri, con la velocista statunitense Allyson Felix mi è capitato invece di sorprendermi di trovarla in alcune gare perché pensavo si fosse già ritirata, e questo sia alle Olimpiadi di Tokyo che ieri al Golden Gala, ma forse solo perché l’atletica la seguo poco.

Ma l’atleta che ha il record di vittorie olimpiche ha però confermato che questo è il suo ultimo anno, e infatti è ormai vecchia per questa specialità e ieri è arrivata penultima, e la visione della sua gara è stata pure disturbata dai salti di quel tipo melodrammatico con mezza barba che non mi è mai stato molto simpatico, figuriamoci ieri quando si sovrapponeva alla Felix. Dicevo che per le gare di velocità Allyson Felix non ha più l’età, ma mi sembra che non abbia mai avuto neanche il fisico, perché in quelle specialità prevalgono atleti possenti con muscolature sospette soprattutto negli anni 80 e 90 ma pure dopo, mentre lei era un po’ come Mennea, però a differenza del barlettano che spesso era scomposto, lei nei suoi anni migliori sembrava quasi che non toccasse il suolo, elegante e leggiadra, e allora andiamo ad ammirarla in una gara del suo lungo periodo d’oro.

Londra 2012 – 200 metri donne