Cospirazionismi à la Julian

Dopo l’ennesima sconfitta di Nairo Quintana mi è venuto in mente quello che diceva Auro Bulbarelli ai tempi dei suoi primi successi, cioè che non dimostrava i 23/24 anni registrati all’anagrafe dell’UCI ma sembrava più vecchio, lui che già è imperscrutabile, non si riesce a capire come sta, di che umore è, ma neanche quanti anni ha e, come direbbe Achille Campanile, potrebbe avere 9 o 99 anni. Mi ricordo che cose del genere in passato si dicevano per i mezzofondisti africani, anche per il bicampione olimpico Yifter, e vai a sapere come sono organizzati in paesi che forse hanno cose più importanti cui pensare, può bruciare un archivio comunale o i registri di qualche convento, e insomma Quintana potrebbe aver vinto non da giovane ma nel pieno della maturità e oggi questo ciclista in declino potrebbe essere  coetaneo di Nibali o anche più vecchio. Oggi c’è l’ultima tappa pirenaica, va via una fuga piena di ciclisti che hanno mancato i loro obiettivi e sembra una seduta mobile di terapia di gruppo. – Ciao, io mi chiamo Romain, volevo vincere il Tour ma ieri sono arrivato quando le miss già si erano tolte le scarpe con i tacchi e imprecavano peggio di Reverberì. – Ciao, Vincenzo sono e a questo Tour neanche ci  volevo venire, che quando me l’hanno detto mi giravano i cabasisi; come dite cabasisi in francese? – Ciao, io mi chiamo Adam, cioè no, mi chiamo Simon, scusate, è che io e il mio gemello ci somigliamo tanto che a volte pure io mi confondo. Quest’anno puntavo a vincere il Tour, no, il Giro, quello che puntava al Tour era Adam, insomma ci siamo divisi i compiti e io ho fallito il Giro e Adam il Tour, ho detto giusto? E ha poco da scherzare e fare lo sbruffone il gemello Simone, perché all’inizio del Giro aveva detto che gli avversari dovevano farsela addosso, ma mi sa che è lui che ha qualche problema e ha bisogno di uno bravo, altro che terapia di gruppo, perché oggi, approfittando del naufragio di Adam, ha vinto la sua seconda tappa e la morale della sua carriera fin qui è che sembra andare forte quando non ha responsabilità ma quando invece le ha è lui che se la fa sotto. E dietro di lui, per la prima volta si è staccato Julian Alaphilippe, e questo potrebbe avere un po’ rassicurato tutti quegli italiani social-sospettosi che dicevano che se vince Alaphilippe c’è qualcosa che non torna, uno scattista, ma quando mai, come se poi fosse più normale la vittoria in un grande giro di un seigiornista come Saronni o di un velocista come Jalabert. Oggi possono trovare pace anche quelli che si dispiacciono per Bernal o Landa che sarebbero frenati dal gioco di squadra, perché Pinot che finora è sembrato il più forte in classifica il primo lo ha staccato e il secondo, partito per primo, lo ha ripreso per strada. Ma tornando a Julian, ci si mette pure Vinokorouv dicendo che se vince Alaphilippe allora di ciclismo non ne capisce niente, e in effetti pensando che si intestardisce a voler vincere il Tour con Fuglsang forse c’ha ragione.

In mancanza di meglio qualcuno ha criticato Alaphilippe per le smorfie, ma a dimostrarne lo sforzo c’era la bava della cui visione la tivvù non aveva nessuna intenzione di privarci.

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Le cose a metà

Si parla tanto di valorizzare il ciclismo femminile ma poi si fanno sempre le cose a metà. Si organizzano prove femminili sugli stessi percorsi e negli stessi giorni delle gare maschili, niente che non succeda nell’atletica, nel nuoto e nello stesso ciclismo su pista, ma poi si scelgono orari infelici o non si trasmette la gara in tv. Per La Course by Le Tour  la collocazione è due volte infelice: di venerdì e non di sabato o di domenica e poi di mattina, orario scomodo forse anche per la Francia in vacanza. L’idea pessima è stata quella di scegliere il giorno della crono, perché se si fosse trattato di una tappa in linea bastava far arrivare le donne un’ora prima, ma il percorso di una crono è interamente occupato per ore. Eppure come spesso accade la gara femminile è stata più spettacolare. Per molto tempo l’unico momento importante nella crono del Tour è stata la caduta di Wout Van Aert che nel ciclocross familiarizza con le transenne e le utilizza a volte anche per rilanciarsi e oggi invece ci è sbattuto contro rompendosi un ginocchio e lasciando a metà questo tour finora più che positivo. Per il resto poteva essere una crono normale, senza i migliori specialisti Dumoulin Roglic Campenaerts poteva vincere Thomas guadagnando, in alcuni casi anche molto, su tutti gli scalatori. Ma l’ultimo a partire, Alaphilippe, che riuscirà a mantenere la maglia gialla non si sa forse sì forse no chissà, ha addirittura vinto e in tanti ora pensano che potrebbe andar bene anche sulle grandi montagne e vincere il Tour, ma sarebbero troppe sorprese in una volta. Invece nella gara femminile c’è stato lo spettacolo ma non la sorpresa. Non era una gara per scalatrici come l’anno scorso, Amanda Spratt va in fuga, in cerca di quella vittoria importantissima che le manca e che meriterebbe più del connazionale Matthews, ma viene ripresa entro l’ultimo km e sulla rampa che Sagan ha percorso su una ruota sola scatta Marianne Vos e fa il vuoto. Su Ciclopedia c’è una sua frase che spiega questa sua insaziabile voglia di vittorie ed è il miglior commento all’incredibile rimonta su Lucy Kennedy al Giro d’Italia ultimo scorso: Mi chiedo: “Se continui a vincere, otterrai l’effetto Lance Armstrong?”. Non voglio questo. Ma non voglio nemmeno perdere gare perché è noioso per gli spettatori. Non voglio far male al ciclismo femminile a causa delle mie vittorie, ma non voglio nemmeno fare le cose a metà. Beh, finché vince in questo modo noiosa non è, anzi, e di sicuro non fa le cose a metà, le fa al doppio.

pulp ma non fiction

Alla partenza dell’ultima tappa del Giro Donne detto Rosa lo speaker attribuisce 25 vittorie di tappa a Marianne Vos che ne ha vinte solo 24. Beh, se è lo stesso di 5 anni fa quello speaker è poco meno di un dj. Ma il tempo che arrivi la corsa e avrà ragione, e del resto con uno strappetto finale in pavé chi altra avrebbe potuto vincere? Stefano Rizzato dice che la sua favorita era Kirsten Wild e l’olandese rischia di cadere in curva creando pure un piccolo buchetto a favore della Vos che comunque non ne ha bisogno. Se le cicliste hanno seguito la differita delle tappe del Giro avranno capito che devono augurarsi di non essere mai date per favorite da Rizzato. La classifica finale la vince Annemiek Van Vleuten con oltre 3 ore di distacco su Marzia Salton Basei, che è arrivata sempre tra le ultime, a volte proprio ultima e da sola, ma non si è mai ritirata, non è mai uscita fuori tempo massimo, peccato solo che non esista la maglia nera che avrebbe vinto per il secondo anno consecutivo e che per di più sfina anche se lei non ne ha bisogno perché è una delle bellezze del gruppo.

Marzia Salton Basei con sullo sfondo un lago in discesa.

L’estate è la stagione delle repliche e allora ripercorriamo la carriera di Annemiek Van Vleuten. Dopo un’adolescenza difficile in cui giocava al calcio è uscita dal tunnel, ma non quello degli spogliatoi, e si è data al ciclismo nel 2006. Nel 2008 ha iniziato a fare sul serio e nel 2011 il primo salto di qualità, che non è una specialità dell’atletica: vince Fiandre, Plouay, Vargarda e Coppa del Mondo anche grazie alla capitana Marianne Vos. Non date retta a chi dice che la presunta cannibale l’abbia frenata in quel periodo, anzi è stato il contrario, perché nella volata del Mondiale 2011 Van Vleuten non riuscì a lanciare Marianne con la giusta velocità, al contrario di Monia Bacaille che si infilò in un buco che non c’era e lanciò verso la vittoria Giorgia Bronzini. In effetti Annemiek Van Vleuten, forte sul passo, non è molto veloce: nell’ultima tappa del Giro d’Olanda 2013 fu battuta al colpo di reni da Tatiana Guderzo che neanche è molto veloce. E mi piace pensare che la svolta della carriera di Annemiek sia stata proprio a Caserta nel Giro 2014, quando vinse il cronoprologo e la terza tappa che, dopo un giretto nei paraggi, partiva ancora da Caserta verso il nord. Quell’anno fu qualche giorno in maglia rosa e ottava nella classifica finale, in un Giro in cui le Rabo Vos Van der Breggen Ferrand-Prévot Niewadoma Van Vleuten e Brand accerchiarono l’unica rivale Mara Abbott. Da lì c’è stata l’esplosione di AVV che compì il passo decisivo cambiando squadra. La crescita progressiva l’ha portata a una tale superiorità sulle avversarie, ma solo in certe gare, che Elisa Longo Borghini l’ha definita aliena, e allora meno male che la crisi di ieri l’ha riportata tra le umane. Ma poi andiamoci piano con le parole: cannibali, aliene, ci manca solo che a fare l’ennesimo brutto film sul ciclismo (vedere la rubrica “Cicloproiezioni” sul sito Cicloweb) arrivi il cinico Quinten Tarantino, sì Quinten, lo prendo linguisticamente in ostaggio e lo rilascerò col suo nome corretto solo quando la smetteranno di chiamare Quentin il ciclocrossista Hermans. Ma poi i nomi sono solo una convenzione, ad esempio Gigi Sgarbozza che è tornato a fare l’opinionista in RAI è convinto che la maglia gialla si chiami Alan Philippe e se gli piace così lasciamoglielo credere. Oggi in Francia c’era la tappa più appetita dai francesi perché è festa nazionale, una tappa ondulata che si prestava alle fughe e la fuga va, ma dentro ci sono solo due francesi neanche tanto forti. Colbrelli aveva detto che questa tappa gli piaceva, forse l’avrà seguita in tv perché davanti non si è visto, e in tal caso si sarà divertito a vedere un finale con continui attacchi inseguimenti gruppi e gruppetti continuamente cangianti e alla fine ha vinto Daryl Impey. Abbiamo la faccia tosta di voler far credere che questo blog gli abbia portato fortuna, perché nel post di presentazione del Tour ce ne siamo completamente dimenticati, e uso il plurale maiestatis per far credere che non sia colpa mia. E invece eccolo qui, primo sudafricano in maglia gialla e secondo a vincere una tappa (il primo fu Hunter) e questa è la vittoria importante che mancava al palmares di una carriera che ha rischiato di finire presto per la famosa aggressione in volata da parte di Theo Bos al Giro di Turchia. Anzi, la sua ripresa fisica potrebbe essere da esempio e stimolo per molti, a iniziare dallo junior Gobbo che agli europei juniores corsi sulla pista di Gent, quella che potete vedere nella testata del blog, è stato trapassato da una scheggia di pino siberiano, un incidente molto più grave di quello che capitò al malese Awang colpito al polpaccio, e se ieri parlavamo delle bici friabili sarebbe forse il caso che si parlasse seriamente della materia di cui sono fatti i velodromi.

Annemiek Van Vleuten in borghese.

Non ho parole

Tra Giro e Tour in questi giorni dedico molto tempo allo sport in tv e allora preferisco non seguire anche le gare d’atletica delle Universiadi. Sul sito del giornale per persone intelligenti e politicamente corrette trovo un’intervista a Daisy Osakue che ha vinto l’oro nel lancio del coso, mi pare il disco, e il giornalista, essendo intelligente e sicuramente anche sensibile a tutte quelle cose cui deve essere sensibile il suo pubblico, le chiede almeno un paio di volte del lancio di un uovo di cui fu vittima l’anno scorso su cui lei preferisce glissare come su tutte le faccende politicamente strumentalizzabili. La ragazza poi dedica la sua vittoria alla nutella e lì si capisce quanto è stata fortunata o intelligente a dedicarsi all’atletica e non al ciclismo, perché i ciclisti invece hanno sempre qualche parente o amico morto fresco cui dedicare le vittorie. Ma il giornalista che, oltre che intelligente è anche molto informato sullo sport, dice che è un buon momento per lo sport femminile in Italia, prima le calciatrici e ora le atlete, come a dire che prima delle calciatrici, cioè fino a un mese fa, le sportive italiane non vincevano nulla. Ora, a parte il fatto che la nazionale di calcio mi risulta non sia arrivata neanche alle semifinali e l’unica cosa che ha ottenuto sono le prime pagine dei giornali, prendiamo le cicliste della pista, che in questi giorni stanno prendendo medaglie agli europei giovanili, ma un po’ meno delle altre volte perché non in tutte le classi d’età nasce una Balsamo o una Paternoster, le cicliste italiane ormai quando per portare a casa le medaglie possono usare un sacco e non una carriola sembra abbiano deluso. Comunque apprezziamo l’attenzione per le donne di quel giornale intelligente: infatti andando all’articolo su Ciccone troviamo un link sponsorizzato a un articolo sui più bei fondoschiena della tv. Ma tornando in strada oggi in entrambi i grandi giri c’era la tappa più lunga ma l’esito è stato opposto. Al giro è arrivata la fuga dalla fuga, cioè è arrivata da sola Elizabeth Banks, evasa da un gruppetto in cui Paladin ha guadagnato in classifica, e, intervistata all’arrivo, l’inglese è esplosa in fiumi di parole che hanno pure esondato, ha parlato della corsa e della compagna che l’ha protetta e della squadra, tutto sottolineato da espressioni sopra le righe che neanche nel teatro melodrammatico, e alla fine ha detto: “non ho parole”. Al Tour invece c’è stato il volatone e ha vinto Groenewegen ma per la prima volta ho sentito giustificare una sconfitta con l’eccesso di treno. Cioè Viviani ha voluto mezza squadra al suo servizio, oggi erano lì tutti belli allineati, ma facendo i conti erano troppi perché l’ultimo avrebbe dovuto spostarsi un km dopo il traguardo. Precisiamo che questa lettura della volata o, se preferite, patetica scusa, è dei commentatori RAI e non di Viviani, il quale non parla a vanvera. Infatti a inizio stagione aveva detto che i suoi obiettivi per il 2019 erano vincere una classica, Sanremo o Gent-Wevelgem, e confermare la maglia ciclamino al Giro d’Italia. Li ha falliti alla grande e, quando l’altro giorno ha vinto, ha detto che quello era il suo vero obiettivo stagionale, vincere una tappa al Tour, ma una appunto, non due che poi sballava, come oggi i vagoni del suo trenino.

Mai come quest’anno tante miss al Giro e per una gara femminile la cosa stona un po’. Poi amministratori e politici. Oggi finalmente una che di stare sul palco ne ha ben donde: Alessandra Cappellotto.

Il Gatto è la Volpe

Ai tempi del Patto di Varsavia gli squadroni dell’Est dominavano la 100 km a squadre, ma ai giochi olimpici dei primi anni 80 ci fu un cortese scambio di boicottaggi, gli USA e gli sportivi militari italiani boicottarono Mosca e i rivali boicottarono Los Angeles. Questo nel 1984 facilitò la vittoria italiana nella 100 km che però non rimase un episodio in quanto gli azzurri continuarono a vincere medaglie variegate finché l’UCI non decise di sopprimere la gara, per fare spazio alla crono individuale e alla MTB. Gli italiani in coro piangevano e maledicevano la soppressione di una prova così tecnica, ma che se era uno spettacolo lo era soprattutto per gli addetti ai lavori, e in realtà era una specialità logorante che ha fornito soprattutto gregarioni passistoni, spesso finiti nel treno di Cipollini, e l’unico che si sottrasse a quel destino fu Giovannetti che vinse una Vuelta. Ancora ricordo un giornalista appassionato di ippica che diceva che il contributo della mtb al ciclismo era nullo se il campione del mondo John Tomac aveva provato la Roubaix ma era arrivato ultimo, come se fosse facile terminare la Roubaix al primo tentativo. Questa era una concezione stradocentrica del ciclismo, e anche se non sembra in fondo non era molto diversa dall’elogio della multidisciplinarietà di Cassani. Poi ci sono comunque stati dei travasi significativi in entrambe le direzioni, e la strada ne ha guadagnato Cadel Evans e pure i due favoriti del Tour in corso, Bernal e Fuglsang. Ma gli italiani hanno fatto presto a dimenticare la cronosquadre e con la memoria corta che li contraddistingue hanno dimenticato anche le lunghissime cronometro che aiutavano Coppi a vincere nei grandi giri e anche il fatto che l’ultimo grande italiano nelle corse a tappe, cioè Gimondi e non quei due che litigavano sempre, era più passista che scalatore altrimenti col cavolo che vinceva la Roubaix. Poi il chiappuccismo-pantanismo ha fatto il resto, si sono alzati alti lamenti contro le lunghe cronometro che favorivano Indurain, e poco a poco in Italia sono state praticamente abolite le cronometro vere e nei grandi giri, uomini donne e under 23, sono rimaste solo le cronoscalate, tranne che nella Tirreno-Adriatico che purtroppo deve chiudersi proprio a San Benedetto che è sul mare, pazienza. Ma del resto la salita, preferibilmente affrontata con gli scatti e non con le progressioni, è più congeniale agli italiani che, si sa, sono tendenzialmente poeti poetici e vogliono la passione, come dice lo scrittore parlante che cita ad esempio l’impresa di Froome dell’anno scorso quando ha corso in maniera diversa dallo stile Sky, dimenticando che non era mica in maglia rosa e che quella era l’unica speranza. Buon per i ciclisti italiani che corrano in squadre straniere che le cronosquadre le preparano, qualcuno è riuscito anche a vincere il mondiale ormai soppresso, e oggi Moscon ha rischiato di prendere la maglia gialla, e si sa che l’Ineosky è sempre criticata per lo stile, è definita antipatica, ma se poi porta gli italiani alla vittoria si fa finta di niente. Però la fregatura per Moscon e compagni è che sono partiti per primi, sono stati per tutta la gara sulla sedia calda aspettando e sperando, e proprio l’ultima squadra, la Jumbo, li ha battuti, così Teunissen ha mantenuto la maglia gialla, lui che come hanno precisato gli uomini RAI negli ultimi due mesi è andato forte, quindi tre mesi fa quando è arrivato settimo a Roubaix non andava così forte, e il compagno Van Aert ha preso quella bianca dei giovani e sul palco ha chiacchierato allegramente col nonno del suo acerrimo amico Mathieu.

Come al solito le affermazioni più significative vengono dai ciclisti e non dagli stimati scrittori, e così Rohan Dennis descrive la prova come farebbe il fumettista reazionario Frank Miller e Trentin dice che se non hanno vinto vuol dire che si aspettavano di far meglio. Ma oggi la definizione migliore viene da Giada Borgato, che ha paragonato la Vos odierna a un gatto, presumo per la sua agilità ed elasticità. In due giorni Marianna ha fatto due numeri che può fare solo lei, ieri con una curva in discesa spaventosa in tutti i sensi e oggi con una rimonta impossibile: Lucy Kennedy era in fuga ma non ne aveva più però stava per vincere perché dietro si studiavano un po’ troppo, ma non si è accorta del rombo di Marianna Volpe partita all’improvviso e che saliva a velocità minimo tripla e forse non ce l’avrebbe fatta, ma la Kennedy ha alzato le braccia troppo presto e avrebbe vinto lo stesso se Marianne, in un rettilineo in pavé con due corsie lastricate, non fosse passata dall’una corsia all’altra. Forse qualcuno la criticherà per non lasciare niente alle avversarie, che non è neanche vero, ma poi uno spettacolo così ditemi altrimenti dove e quando potete vederlo.

Tra il pubblico una donna si dispera. Sarà una dei congiunti?

Un altro primo bacio?

Settimana di campionati nazionali e in Italia tra gli uomini ha vinto Rocciolino Formolo che è partito da lontano e con la sua capa tosta ha tenuto duro incurante del vantaggio sugli inseguitori anche quando erano dietro l’angolo, e questa è la conferma che deve curare le corse in linea e non i grandi giri. Oggi è stato l’unico a correre per vincere mentre gli altri hanno corso per salire sul podio, farsi il selfie col vincitore e anche con le miss, appetite anche dai politici locali in fascia tricolore, e soprattutto prendere le mortadelle giganti che Adriano Amici distribuisce generosamente nelle corse che organizza. Però l’Italia deve sempre distinguersi per la collocazione nel calendario dei campionati: in passato c’è stata la poco gradita collocazione al sabato della gara maschile, l’anno scorso i campionati a cronometro si sono disputati in autunno e quest’anno le prove femminili sono state differite a fine luglio, in concomitanza col Tour e l’Adriatica-Jonica, quindi con presumibile difficoltà a trovare una finestrella in tivvù. Forse il motivo era la concomitanza con i Giochi Europei di Minsk in cui le migliori cicliste azzurre sono andate a guadagnare la solita quintalata di medaglie e soprattutto punti preziosi per la qualificazione olimpica, ma sui giornali non avranno mai le pagine che all’improvviso hanno avuto le calciatrici. Così l’unica “italiana” che ha corso, e vinto, è stata la solita rumena Ana Maria Covrig che vince troppo facile, e tanto di cappello (o di casco?) a lei ma ciò dimostra anche il pessimo stato del movimento rumeno femminile (quello maschile è messo un po’ meglio). Il campionato murciano, pardon spagnolo, disputato in Murcia, se lo sono contesi i due più illustri ciclisti locali, ma stavolta Don Alessandro non ha lasciato la vittoria all’amico Luigi Leone. E non bastassero Van Aert e Van Der Poel, in Belgio ha vinto Tim Merlier che nel ciclocross è uno dei migliori ma i due campionissimi in genere li vede da lontano se non solo alla partenza. Un’altra curiosità che solo La Zeriba Suonata è andata a scovare scorrendo l’ordine d’arrivo del campionato olandese è positiva, doppiamente positiva, perché a meta dell’ordine d’arrivo, a un paio di minuti dalla vincitrice Wiebes e davanti ad atlete di livello internazionale, troviamo appaiate due presenze inattese. La prima è la rediviva Thalita De Jong, precoce campionessa mondiale del ciclocross e vincitrice di un Giro del Trentino, che dopo un infortunio era scomparsa dalle gare e ritrovarla fa piacere, poi per tornare a quei livelli ci sarà tempo. L’altra sorpresa è Puck Moonen, forse mai a questi livelli in una gara impegnativa, forse le ha fatto bene la separazione da Eli Yserbit, e pensando ad altre bellezze che alla prima occasione si sono ritirate, come Marion Rousse, c’è da apprezzare che lei insista e sembri migliorare. Facciamo che tra due anni le vediamo entrambe, De Jong e Moonen, al Giro d’Italia. E infine, se in Italia la prova maschile e quella femminile a volte non si svolgono sullo stesso percorso e quest’anno neanche nello stesso periodo, in Israele si sono svolte contemporaneamente, come una marathon di MTB. Ed è successo che Guy Sagiv che andava a vincere la prova maschile ha affiancato Omer Shapira che andava a vincere la prova femminile e i due si sono baciati.

La giuria non ha riscontrato nessuna infrazione, sia perché i due non ne hanno tratto vantaggio, anzi hanno rallentato, sia perché sono regolarmente fidanzati. Ma questo potrebbe costituire un precedente, e si sa che i precedenti spesso sono pericolosi, e un domani i ciclisti e anche il personale delle squadre potrebbero allenare e rinforzare le lingue e, con la scusa del bacio, effettuare dei lanci all’americana.