La verità su sport e alimentazione

Qualche anno fa Stefano Tilli aveva una sua teoria etno-gastronomica sul perché i velocisti caraibici fossero più forti di quelli europei e la spiegazione stava semplicemente nel fatto che loro la domenica non mangiano le pastarelle. Negli stessi anni nel ciclismo, infortuni permettendo, andava forte Chris Horner che non disdegnava di mangiare da McDonald’s. Fiona May è nata in Gran Bretagna ed è venuta in Italia quando era già adulta e forte nel salto in lungo, non sappiamo se durante la sua crescita faceva colazione con uova e bacon, ma sua figlia Larissa Iapichino, che oggi ha eguagliato il primato italiano della madre e stabilito la migliore prestazione mondiale under 20, è nata in Italia e un vecchio spot ce la mostrava bambina mentre mangiava dolci industriali a base di latte e cacao. Allora diteci qual’è la verità sull’alimentazione nello sport, ditela soprattutto a quei ciclisti che finita la corsa mangiano riso scotto in bianco.

Perline di Sport – fuori dal coro, dal gregge, ma pure dal gruppo

Viviamo un momento difficile, c’è la crisi economica, l’emergenza sanitaria, e sta sgocciolando la stagione del ciclocross, dopo quasi un anno in cui è stato proibito ora l’Assembramento è andato al governo, e adesso più che mai c’è bisogno di una voce fuori dal coro. Le televisioni di regime vi impongono l’America’s Cup e il Superbowl, ma poiché questo blog, al contrario del governo, non cerca consensi, parla di tutt’altro e controbatte col ciclismo, femminile per giunta, e se non vi interessa non è un problema perché io mi sono divertito a cercare e vedere questi video e già va bene così. E basta pure scherzare su Lucinda Brand, che fino a poco tempo fa era quella che cadeva sempre o che perdeva in volata pure se la volata gliela lanciava la capitana Marianne o che all’Europeo del 2018 litigava con la giovanissima Nadia Quagliotto, un’altra capace di perdere anche vincendo. Lucinda Brand quest’anno nel ciclocross ha vinto non solo  il mondiale ma anche le tre principali challenge, ma non è certo sbucata dal nulla e pure su strada ha vinto belle corse tra cui due importanti classiche. La prima nel 2014, anno in cui militava nella Raboliv, che era uno squadrone soprattutto se visto con il senno di poi, e dopo aver perso la tappa del Giro d’Italia di cui sopra, nel Gran Prix dal nome cangiante forse capisce che è meglio provare ad andarsene da sola, mentre dietro le compagne le guardano le spalle, e il risultato all’arrivo è un podio tutto Raboliv, e in un campo partenti notevole quarta e prima non Raboliv è Rossella Ratto nella sua annata migliore.

G.P.Plouay 2014

Foro di gruppo della Raboliv scattata da Iris Slappendel che indossa la maglia dei traguardi volanti disegnata da lei medesima: da sinistra Ferrand-Prévot, Van Der Breggen, Brand, Knetemann e Vos.

Tre anni dopo Lucinda corre per la Sunweb in cui come compagna di squadra trova Ellen Van Dijk che nella gara che apre la stagione fiamminga, l’Omloop Het Nieuwsblad, va in fuga sul Patergerg insieme alla Longo Borghini (oggi sono tutte insieme nella Trek). Ma le fuggitive vengono riprese da altri nomi illustri, tra cui Annemiek Van Vleuten, e allora la Brand prova e riprova la fuga solitaria e vince, e questa volta il podio è di future maglie iridate: seconda Blaak, terza Van Vleuten.

Omloop Het Nieuwsblad 2017

Il momento dello scatto di Lucinda Brand.

Das ist alles, mensen!

 

i miti dello sport

Sta uscendo in edicola una collana di volumi intitolata “I miti dello sport”. Ogni volume è dedicato a uno sportivo famoso e, tra campioni veri presunti e presuntuosi e anche personaggi poco raccomandabili, ho visto che c’è anche Eddy Merckx, e pensavo che nel suo caso probabilmente “miti” è plurale di “mite”.

Potete chiederlo all’Ernesto, inteso come Colnago.

Carte selvagge

Qualche mese fa Gianni Savio era alla ricerca di nuovi sponsor perché Androni voleva lasciare, poi ci avrà ripensato, la squadra è da anni la migliore squadra italiana di seconda fascia, le cosiddette professional, e dato che di squadre italiane nel world tour non ce ne sono, la migliore e basta, sicuramente sarà invitata al Giro e sarà altra pubblicità con milioni di spettatori, non quelle poche migliaia che guardano la vela. Poi pochi giorni fa Het Nieuwsblad elogiava Gianni Savio come talent-scout, e il fatto di aver lanciato Egan Bernal è una specie di vitalizio.

Ma ieri RCS ha reso note le wild card per il Giro d’Italia e l’unica squadra italiana esclusa è proprio l’Androni. La squadra di Savio in verità quest’anno non si è molto rafforzata, anzi, e i due diciottenni da cui l’articolo del sito belga non correranno certo il Giro, tanto più che Savio si vanta di non aver mai voluto precorrere i tempi con Bernal, però c’è Simon Pellaud che avrebbe potuto mettere un po’ di brio in pomeriggi presumibilmente lunghi e noiosi con la fuga di giornata e i commenti soporiferi dello staff RAI, e invece niente. Delle altre squadre professional che saranno al Giro la Alpecin ha il diritto ma non il dovere di partecipare perché prima nella classifica della sua categoria, e loro hanno scelto di correre. Con chi non si sa, è una squadra costruita su Mathieu Van Der Poel che farà mtb e Tour, ha i due ultimi campioni belgi ma niente di che, e poi c’è Roy Jans che se viene da solo non ci interessa, ma difficilmente l’accompagnerà la fidanzata e compagna di squadra Ceylin Alvarado. Lo sponsor è italiano e ci toccherà pure lo spot dello shampoo magico, chissà chi lo interpreterà, se Mathieu in persona oppure l’altra stella della squadra con i suoi capelloni blackxploitation e in tal caso immaginiamo che nello spot ci sarà anche l’inseparabile madre a frizionarle i capelli. L’altra squadra che era praticamente sicura dell’invito è la Eolo-Kometa forte dei testimonial Basso & Contador, ma la squadra e composta da giovani inesperti, vecchie glorie che le squadre di serie B non avevano confermato e poi c’è Luca Wackerman al decimo anno da speranza per un futuro già parzialmente passato. La squadra che più si è rinforzata è la Bardiani che ha preso Visconti Battaglin e per la prima volta degli stranieri tra cui Rivera e qui sull’invito non c’è niente da eccepire. E poi non si può neanche più tirare in ballo la vecchia accusa di ingaggiare i ciclisti che portavano uno sponsor, dopo che il team manager della squadra più vincente ha ingaggiato un suo ex ciclista ormai in palese disarmo, Mark Cavendish, e tutti a pensare a una bella storia di affetto e gratitudine finché il boss Lefevere non ha ammesso che Cav si è portato lo sponsor da casa. La vera sorpresa tra le squadre invitate è la Vini-Zabù reduce da una campagna di indebolimento con la partenza di Visconti e il ritorno di Mareczko, uomo molto veloce a patto che arrivi in fondo, ma il fondo e la resistenza non sono proprio le sue doti, in questo è quasi al livello di Puck Moonen (nel 2020 4 ritiri su 4 corse disputate, ma lei ha altre doti come sanno le centinaia di migliaia di followers). Però immaginiamo che con l’aplomb che lo contraddistingue il Principe Duca Conte Gianni Savio non farà un dramma di questa esclusione e anzi già pregusti i pomeriggi di maggio trascorsi non nella confusione del peloton ma a prendere il tè con i biscotti insieme a personale diplomatico e nobili più o meno decaduti.

La Zeriba Suonata – Sporting Life

Ieri mattina mentre stavo rientrando ho sentito alle mie spalle “Arf Arf” ma ho capito subito che non era un cane ma il respiro affannoso di un tipo che faceva jogging e che senza scendere dal marciapiede mi è passato a pochi centimetri e senza museruola, pardon, senza mascherina, e non so se faceva moto per stare bene o per stare male, forse la seconda, perché se il covid poteva essere il mio problema il suo poteva essere invece un infarto. Ma in genere lo sport è sinonimo di salute e vitalità, e non è un caso se l’album meno cupo di Diamanda Galas, sulla cui copertina lei se la ride perfino, si intitola Sporting Life, e se nella discografia dei gallesi Young Marble Giants, autori di un rock ultraminimale, un brano solo omonimo e di molto antecedente è uno dei più vivaci e sbarazzini, anche se per non scantonare dura poco più di un minuto.

Young Marble Giants – Sporting Life

Lasciatevi sedurre

Sconfitta la povertà resta solo la ricchezza, è matematico, perciò lasciatevi sedurre dal fascino discreto o più spesso indiscreto del Capitale. Il capo dei banchieri che vogliono mettere a capo di tutto dicono sia discreto, non ha i social, e questo lo vedono come un aspetto positivo, non saprei, può essere discrezione, disinteresse per l’effimero, ma potrebbe essere anche per senso di superiorità, lo capiremo, forse a nostre spese.

Ma non è una dragh queen.

Ma anche se li avesse i social, non so voi, io continuerei a preferire quelli di Jolanda Neff, per dire. Certo la gente è scettica, pensa all’altro banchiere che dicono fu tutto lacrime (più che altro della sua collaboratrice) e sangue. Ma vedrete che saprà convincervi, saprà farvi apprezzare il capitale, la ricchezza, e tutto quello che si addice a una vita da ricchi, e anche voi finirete per apprezzare e seguire con passione l’America’s Cup.

 

Statistiche illustrate – La Brand batte i brand

Nei Paesi Bassi gli abitanti sono poco più di 17 milioni, e nello scorso weekend una media di 864.000 spettatori ha seguito il campionato del mondo maschile di ciclocross con l’atteso duello tra i due fenomeni e la vittoria del loro spavaldo connazionale Mathieu Van Der Poel. Ma il giorno prima la prova femminile con la valanga arancione ha avuto una media superiore: 921.000 spettatori. In Italia gli abitanti sono 60 milioni e le puntate dell’America’s Cup, che tutti gli sponsor ricchissimi invitano a seguire numerosi, a volte arrivano a una media di 100.000 spettatori.

Perline di Sport – la scoperta delle consonanti

Il mondiale dilettanti del 1973 significò anche scoprire quante consonanti c’erano nei nomi polacchi, che fino ad allora questi polacchi chi li aveva mai sentiti nominare, e l’anno dopo agli europei di atletica ci fu pure il trionfo della velocista Irena Szewińska Kirszenstein. Allora c’era questa categoria dei dilettanti che già suonava ipocrita perché gli atleti dell’Est non potevano passare al professionismo e gareggiavano contro gli occidentali che, tranne eccezioni anche clamorose (il pistard Daniel Morelon e il ciclocrossista Vito Di Tano sono i primi che mi vengono in mente), erano giovani e ingenui. Nel 1973 il più forte ciclista dell’annata dilettantistica era stato Giambattista Baronchelli che aveva vinto Giro d’Italia e Tour de l’Avenir ma quest’ultino già con un ginocchio in disordine. Al mondiale di Barcellona gareggiò il fratello Gaetano che arrivò settimo e primo degli italiani, ma in quell’occasione il grande pubblico, vabbe’, diciamo il pubblico grandicello, scoprì Ryszard Szurkowski che vinse con un colpo da finisseur. Non è stato certo l’unico ciclista dell’Est a vincere il mondiale dilettanti ma lui, oltre a titoli vari nella 100 km a squadre, un argento al mondiale del 1974 e quattro edizioni della Corsa della Pace, la più importante gara a tappe del Patto di Varsavia, è diventato famoso anche per aver corso in gare open, tra cui la Parigi-Nizza del 1974 in cui fu due volte secondo di tappa battuto da Merckx e Van Linden. Nel 2018 era rimasto paralizzato per una caduta dalla bici in una gara di beneficenza e ieri è morto all’età di 75 anni

Mondiale dilettanti 1973

La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”

La Zeriba Suonata – un fiume di musica

Il Mersey è un fiume musicale, bagna due dei principali centri della storia della musica, tocca la suburra di Manchester e sfocia nella Baia di Liverpool dove gli hanno intitolato un genere musicale che era il beat degli inizi: il merseybeat. In questo genere la band più famosa fu Gerry and the Pacemakers, il cui leader Gerry Marsden è morto in questi giorni. Il gruppo faceva canzoncine briose e belle nella loro semplicità, come ragazze acqua e sapone (per i millenials: le ragazze acqua e sapone sono creature fantastiche di cui non è mai stata provata l’esistenza), le più famose erano How Do You Do It e I Like It. In fondo erano brani semplici come i primi dei loro concittadini amici e rivali Beatles, e anche Gerry & Co. suonavano al Cavern. Ma quando in epoca pre-internet andavo a cercare qualche altra loro canzoncina, trovavo semmai un pezzo più serioso anch’esso con dentro il fiume: Ferry Cross The Mersey. Non era scanzonata come le precedenti ma era sempre meglio di un’altra loro hit un po’ troppo sentimentale, You’ll Never Walk Alone, che non era neanche opera loro ma la cover di un vecchio pezzo di Rodgers e Hammerstein. Poi, non so se era già successo o quando è avvenuto, proprio questa lagna è diventata un inno, ma non degli stalkers come farebbe pensare il titolo, bensì della famosa squadra di calcio cittadina, comunque preferibile a quella pacchianata di We Are The Champions. Resta comunque una scelta strana, una canzone che dice non camminerai mai sola, pure nella cattiva sorte nelle disgrazie nell’oscurità, mentre per una squadra di calcio ti aspetteresti cose tipo: siamo i più migliori e nessuno ci batterà mai mai mai. Però è anche vero che, volendo scegliere una canzone scritta da musicisti di Liverpool, non si poteva certo adottare With A Little Help From My Friends, perché quale squadra, quale tifoseria ammetterebbe di aver vinto una partita con un piccolo aiutino di amici, che semmai come hobby fanno gli arbitri?

Gerry Marsden: a long walk from Chuck Berry to Aurelio Fierro.