Racconti a colori – Il Bosco dei buchi neri

Quella mattina Bolice non voleva saperne di svegliarsi e la mamma Bolena la scaraventò dolcemente dal letto e la mise con la faccia sotto un getto di acqua fresca. Bolice rischiava di fare tardi a scuola e fece la solita veloce colazione con le merendine Boscodifrutta, le merendine consigliate dai dietologi perché erano senza zucchero con farina integrale e frutti di bosco amari e bastava un morso perché passasse l’appetito e così i bambini non ingrassavano. Presa la cartella Bolice uscì correndo di casa e per far prima pensò di tagliare per il Bosco, come venivano chiamati i Giardini Bonaventura. Appena entrata fu affiancata da Bosconiglio e Boscoiattolo che le chiesero perché corresse. Lei rispose che era tardi e Bosconiglio rispose che non era mai tardi e se anche lo fosse stato conosceva un trucco per non essere più in ritardo: varcare la soglia temporale dell’Albero Bucato ed entrare nel Magico Mondo Fatato del Regno di Borupo. Così Bosconiglio e Boscoiattolo si infilarono in un albero cavo invitando la bambina a seguirli e poiché Bolice credeva a tutte le sciocchezze che le raccontavano si infilò in quel buco e rimase incastrata, mentre i due animali risalirono per il tronco e andarono a nascondersi dietro una siepe per godersi tutta la scena. Bolice iniziò a gridare attirando l’attenzione dei pochi passanti e accorse la Maestra Bomarziale che aveva lasciato la sua classe a fare il compito di aritmetica ed era andata a fare la spesa. Riconoscendo la sua peggiore allieva, la Maestra le chiese: “Come sei entrata lì dentro?” e Bolice, indisponente come al solito, replicò. “E lei come è uscita qui fuori?” Colta in castagna la maestra scappò via e Bolice continuò a gridare e stavolta la sentì il giardiniere Boberto che stava amoreggiando su una panchina con Madama Bovaristo. Il giardiniere capì che l’unica soluzione era tagliare il tronco e così prese una sega e iniziò a darsi da fare. In quel momento arrivò trafelato il Dottor Evaristo Bovaristo che sospettava che sua moglie lo tradisse e per spiarla aveva lasciato i suoi pazienti nello studio, ma prima che potesse avvicinarla gli tagliò la strada il malato Bonagura che si sentiva tutti i sintomi della bonemia e pretendeva un consulto al volo, ma il volo lo prese lui perché il dottore lo scostò bruscamente facendolo cadere nel laghetto dei cigni. Finalmente il Dottore raggiunse sua moglie e scorgendo un uomo dietro l’albero gridò: “Ah, quello è il tuo amante!” ma girando attorno al tronco si accorse che il giardiniere era alto robusto e per di più aveva in mano una sega mezza arrugginita e se la squagliò urlando sottovoce: “A casa facciamo i conti.” Il giardiniere intanto era riuscito a liberare Bolice che lo ringraziò e per riconoscenza voleva regalargli la merendina Boscodifrutta che teneva nella cartella, ma il giardiniere disgustato disse: “No, come se avessi accettato” e girandosi per tornare da Madama Bovaristo con cui aveva lasciato in sospeso l’amoreggiamento quasi si scontrò con Nonno Bomarello che disse: “Hai detto come se avessi accettato, ma te mica la usi l’accetta, come facevano i boscaioli ai miei tempi. Te usi la sega, troppo comodo, sono bravi tutti così” e così il nonnino raggiunse il malato nel laghetto dei cigni.  Il Dottore affannato e affranto si sedette su una panchina appartata a lamentarsi e allora Bosconiglio e Boscoiattolo che avevano visto tutta la scena uscirono da dietro la siepe e finsero di consolarlo dicendo di volergli rivelare un segreto: “Devi sapere che in questo bosco c’è il varco segreto per il Magico Mondo Fatato del Regno di Borupo, un mondo parallelo dove le cose prendono un corso diverso e le mogli non tradiscono i mariti, una specie di ucronia. Seguici e lì troverai tua moglie che non conosce né giardinieri né altri uomini e ti aspetta a braccia aperte” e gli indicarono un altro albero cavo, e in quel giardino non ne mancavo certo di alberi cavi o vecchi o malati, anche perché il giardiniere che avrebbe dovuto prendersene cura si curava piuttosto delle mogli dei dottori che dovrebbero curare gli ammalati se non fossero presi dal sospetto che qualcun altro si prendesse cura della moglie e insomma il giardiniere passava il tempo a mostrare i suoi muscoli a Madama Bovaristo e gli alberi andavano in malora. E poiché gli innamorati infelici credono a tutte le sciocchezze che li confortano, quando i due animali si avviarono verso il buco dell’albero il Dottor Bovaristo uomo di scienza gli andò dietro di nuovo speranzoso.

Racconti occulti – Il serpente nella neve

Sono tempi di faciloneria e di pressapochismo e voi potreste pensare di trovarvi di fronte a un refuso, ma invece questa è davvero la storia di un serpente, un serpente verde. Gruno era un serpente verde non solo nel senso del suo colore ma anche perché era ecologista. Per questo gli amici gli regalarono una sveglia biodegradabile fatta con amido di mais. Gruno apprezzò molto il regalo e quando le giornate iniziarono ad accorciarsi e si alzò un venticello fresco Gruno si ritirò nella sua solita tana per predisporsi al letargo serpentino e regolò la suoneria della sveglia sulla primavera. Ma la sveglia biodegradabile si degradò prima del tempo e la suoneria trillò a gennaio. Il serpente si svegliò a fatica e avvertiva qualcosa di strano, gli sembrava di aver dormito poco, però se era suonata l’ora bisognava muoversi, così cacciò la testa fuori dalla tana e con grande sorpresa vide il paesaggio tutto imbiancato. Quella era una scena mai vista proprio perché in inverno aveva sempre dormito e la curiosità vinse il freddo e uscì alla scoperta di quel mondo sconosciuto. Il paesaggio imbiancato, i fiocchi di neve, poi la galaverna, la luce intensa di tutto quel bianco, gli alberi con le foglie imbiancate o senza foglie, e poi là in fondo il lago ghiacciato, e il serpente si chiedeva dove erano andate le anatre che lo affollavano, forse pure loro in letargo. Ma Gruno iniziava a sentire sonno e freddo e alla lunga la natura l’ebbe vinta e il serpente rientrò nella tana e si riappisolò sognando il sole e il cielo azzurrissimo e rondini e alberi verdi e sterminati campi di mais, e sognò un contadino che coglieva il mais e diceva che con quello avrebbero costruito oggetti biodegradabili, penne e bottiglie e sveglie, e sognò di mordere quel contadino.

Problemi familiari

L’ho scritto più volte, capita spesso di vedere i vincitori di corse ciclistiche che sul traguardo alzano un dito al cielo per ricordare qualche familiare morto di recente, spesso in settimana, in mancanza va bene anche un amico, e che una delle maggiori cause di mortalità nel mondo è l’avere un parente ciclista agonista, e viene da credere che un orfanello, un senza famiglia, farebbe bene a dedicarsi a un altro sport perché nel ciclismo le sue possibilità di vittoria sono già ridotte in partenza. Ma a volte di questo ne risentono anche altri ciclisti, prendiamo Sfigatino Iserbyt che era in testa in due challenge ma settimane fa si è infortunato e non si è ancora ripreso completamente. Ieri avrebbe avuto bisogno dell’aiuto della squadra per distanziare quanto più possibile Toon Aerts nell’ultima prova del Superprestige, e per di più il rivale già in partenza aveva dimostrato di non essere in giornata, ma il problema era che i suoi compagni alla Pauwels sono Michel Vanthourenhout che anziché aiutare Eli preferisce prenderlo a ceffoni e Laurens Sweeck che in genere penso non avrebbe niente in contrario ma in settimana era morto il suocero ed è entrato in trance da parente morto andandosene da solo, così mentre Iserbyt neanche lui in giornata perdeva la classifica finale lui vinceva, e forse ha tirato dritto perché ha vinto anche oggi nella penultima prova di un’altra challenge forse meno prestigiosa ma dispensatrice di ricchi premi.

Laurens Sweeck mai così vincente.

I parenti dei ciclisti semmai sono un problema quando sono vivi e in ottima salute, fanno da accompagnatori e tifosi vocianti, e così la Signora Alvarado è diventata un personaggio senza fare niente di particolare o di scorretto, ma più visibile in questo periodo senza pubblico. Certo lei è “solo” la madre di una campionessa mentre i colleghi Sven Nys Adrie Van Der Poel e Luca Bramati erano famosi soprattutto quando correvano in prima persona. Un paio di settimane fa scrissi che la madre di Ceylin era in buona forma perché correva con lo zaino sulle spalle e con la mascherina, poi chissà ieri cosa è successo, le sarà caduta o sarà andata in affanno e se la sarà tolta, è stata beccata senza mascherina e la multa l’hanno fatto alla figlia, che ieri inseguiva senza speranza la Betsema ma oggi per rifarsi del danno economico ha vinto addirittura battendo in volata la Brand, e allora forse no, i parenti vivi non sono un problema, capace che quella Ceylin Alvarado, che ieri sembrava a corto di energie e aveva preceduto la campionessa del mondo solo perché quest’ultima era caduta come ai “bei tempi” ma aveva fatto una rimonta notevole, oggi aveva una motivazione in più, anche se venale.

Quando invece del fango c’è la neve le ragazze arrivano belle pulite.

Racconti occulti – La cucina di Tereso

Tereso era cresciuto in una famiglia molto tradizionale e per lui cucinare lavare e cucire erano occupazioni da donne mentre piantare chiodi aggiustare finestre e segare gambe di mobili di legno traballanti erano lavori da uomini. Ma quando era ormai prossimo ai 40 anni la madre Signora Giacinta, che gli chiedeva sempre quando si decideva a farsi una famiglia ma lui col suo lavoro precario non poteva, morì e lui rimase solo. Dopo un mese passato a mangiare scatolette panini con affettati e gli avanzi immangiabili del ristorante per cui faceva il fattorino, Tereso si guardò intorno, notò che sfortunatamente a casa sua i mobili erano di materiale plastico, gli infissi di alluminio e all’interno delle mura correvano imperscrutabili fili della corrente per cui piantarvi chiodi non era il caso, e decise allora di imparare a cucinare. Iniziò a seguire tutti i programmi televisivi sull’argomento, dal tutorial sulla cucina povera “Quello che passa il convento” in cui però Suor Ercolina finiva sempre per preparare la sua specialità, gli strozzapreti alla puttanesca, ai talent con giudici gli chef severi, tipo “Pasticcieri pasticcioni” e “Le mousse inquietanti”. Dopo mesi di apprendimento ed esperimenti diventò bravo e riuscì perfino a farsi promuovere cuoco dal ristorantino “Brodomonte” per il quale lavorava, un locale che faceva cucina etnica saracena, dove facevano tutto col grano saraceno, pure le polpette di soia. A quel punto Tereso pensò che era finalmente possibile invitare a casa sua per una cenetta la cameriera del locale Berbera, che in realtà si chiamava Barbara, ma il proprietario del locale la chiamava così perché voleva che lì tutto sembrasse maghrebino, e anche lui si faceva chiamare Maomet ma in realtà si chiamava Mao Xe Lu e si guardava bene dal mostrare i suoi occhi a mandorla in sala. Tereso aveva sempre avuto l’impressione che la signorina Berbera ricambiasse la sua simpatia, ma con il suo lavoro precario non aveva mai osato, ora invece osò osare e la ragazza, che tanto ragazza non era più manco lei, subito acconsentì. La sera della cenetta la cucina di Tereso emanava odori che facevano venire l’acquolina in bocca a tutto il palazzo, finché Berbera arrivò con un abitino stretto e il trucco ancora più marcato del solito, una cosa che Tereso giustificava in una donna che a una certa età non aveva ancora trovato l’uomo della sua vita. E la sera passò tra un boccone e una chiacchiera quando a un certo punto Berbera accennò al fatto che sua madre, buonanima, era stata sfortunata. Tereso le chiese perché e lei rispose che la madre era una bella donna, lui aspettava solo un pretesto per farle i complimenti e disse che allora la figlia aveva preso dalla madre, che però non capiva perché era stata sfortunata. E Berbera disse che se fosse vissuta in tempi recenti avrebbe fatto la escort e si sarebbe arricchita, invece ai suoi tempi fu una semplice prostituta. A quel punto Tereso, che era pur sempre cresciuto con un’educazione tradizionale, pensò che questo spiegava tutto, e i sorrisi invitanti e il trucco pesante e la facilità con cui aveva accettato l’invito, e allora non fu la disillusione il problema bensì il timore che se l’avesse portata a letto la mattina dopo quella gli avrebbe presentato il conto da pagare. E così Tereso iniziò a cercare una scusa per chiudere la serata e rimandarla a casa, ma non ce ne fu bisogno perché si distrasse con la caffettiera e ci pensarono i pompieri a chiudere la seratina e raffreddare gli spiriti. Il giorno dopo Tereso si licenziò dal ristorante e andò a lavorare come commesso nel negozio di ferramenta vintage Bricol Agé.

La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”

Racconti a colori – L’Orco Celestino

Vallegrona era una ridente località dove tutti, persone animali piante e anche qualche minerale, erano sconsideratamente allegri. Il Sindaco Felice Lieto non iniziava una riunione del consiglio senza raccontare prima una storiella divertente e le barzellette le scriveva anche dentro le delibere e alle cerimonie pubbliche faceva le pernacchie mentre alzavano la bandiera. In quel paese ogni essere vivente era pure ridente, c’erano la iena ridens e il picchio picchiatello, i salici ridenti e gli abeti ebeti. Vallegrona confinava con Valluttuosa, una piangente località il cui borgomastro Addolorato Della Nicchia aveva fatto costruire un cimitero grande la metà del paese. Qui infatti la morte era il pensiero principale e tutti gli esseri viventi, pardon, morenti erano tristi e cupi, e c’erano barbagianni civette e gufi, salici piangenti e cipressi depressi. A Valluttuosa tutti erano molto indispettiti dall’allegria di Vallegrona e la ritenevano un’offesa per la sacra gravità della Vita, e per porre un giusto freno a questo che era a tutti gli effetti un peccato pensarono di provocare una disgrazia, di attirare una calamità su quel luogo, e pensa che ti ripensa decisero di invocare un orco che viveva su un’alta rupe lontana, offrendogli in dono dieci buoi con le corna all’ingiù, dieci cervi orfanelli e dieci avvoltoi, perché seminasse paura e terrore in quel paese perduto. L’orco accettò e affrontò il lungo e disagiato cammino come una passeggiata di piacere, finché a grandi falcate e col suo alone di insetti fosforescenti entrò a Vallegrona, e qui successe quello che non si sarebbe mai aspettato, ma il fatto è che l’orco era Celestino di nome e di fatto, e quel suo colorito vivace e festoso anziché la paura scatenò l’ilarità nel paese che già rideva di suo. Celestino stizzito diede un pugno sul tetto del municipio ma la cosa fece scompisciare ancora di più i cittadini. L’orco di fronte a quelle reazioni prima rimase deluso e sconcertato ma poi si arrabbiò moltissimo e decise di vendicarsi dell’affronto rifacendosi su chi l’aveva esposto a quella mortificazione, e digrignando i denti e urlando e sputacchiando entrò in Valluttuosa dove per anni seminò il panico e gli abitanti vissero felici e contenti di essere spaventati a morte.

Il Circo arriva in città (racconto extra del venerdì)

All’alba del venerdì il circo arriva alla periferia della città, e che sia quella giusta si capisce dal fumo che vela il paesaggio, è il fumo delle acciaierie che il Sindaco Ing. Ladislao Di Ferro ha fortemente voluto tenere aperte per mantenere il livello occupazionale. Quando fu eletto il Sindaco proclamò la fine della dittatura del politicamente corretto e la sua amministrazione è stata sempre guidata dal buon senso, e proprio grazie a questo personaggio illuminato il circo è potuto arrivare in città, perché questo circo ha tanti animali e oggi i circhi con gli animali nessuno li vuole più perché gli animalisti fanno tante storie. Ma Di Ferro dice che gli animali nei circhi divertono tanto i bambini, e anche i suoi figli hanno tanto bisogno di divertirsi perché hanno perso la mamma per un tumore ai polmoni che solo l’inopportuno sciacallaggio delle opposizioni ha indelicatamente attribuito alle ciminiere. Solo una cosa ha preteso il Sindaco, che si possa fumare sotto il tendone, perché in città fumano tutti, anche i bambini, e del resto la città ospita il più grosso tabacchificio della regione. Il circo impiega quasi tre ore per raggiungere il piazzale dove mettere le tende perché è collocato vicino al Centro Direzionale dove viene convogliata una grande quantità di traffico, una immagine di vitalità e operosità per il Sindaco che l’ha voluto ed edificato. Di Ferro non vuole sentire parlare di lavoro a distanza che contrasterebbe anche con la sua accanita lotta ai fannulloni e ai furbetti. Ma appena il circo si ferma ecco che l’elefantessa incomincia a fare le bizze come al solito, sembra insensibile ai bambini e alla loro voglia di divertirsi e di toccarle le zanne e tirarle la coda. Ci vuole molta pazienza da parte degli ammaestratori per calmarla, ma la sera, quando inizia lo spettacolo, l’elefantessa inizia di nuovo a innervosirsi e durante il suo numero si alza minacciosamente in posizione eretta e poi scalcia e il domatore non riesce a calmarla neanche con le energiche frustate di cui è capace il suo fisico allenato, e a un certo punto completamente impazzita l’elefantessa si lancia in una corsa sfrenata travolgendo tutto e tutti, schiacciando il sindaco e i suoi cari figliuoli. Per fortuna ogni abitante di quella città possiede almeno una pistola, anche per sostenere la locale fabbrica di armi, e allora il pubblico inizia a sparare verso l’animale ma sbagliano tutti mira e finiscono per colpirsi a vicenda. L’elefantessa è ormai scappata dal circo e corre lontano dalla città, a un certo punto sente una forte esplosione ma si illude l’animale selvaggio se crede che qualcuno stia festeggiando in quel modo la sua fuga, è solo la fabbrica di fuochi d’artificio che è saltata in aria.

Perline di sport – Diego, uno di noi

Quando la UAE ha ingaggiato Marc Hirschi c’è stato chi ha elogiato la mossa di mercato e chi ha notato che dalla Sunweb si può andare via facilmente, io invece ho pensato che la squadra emiratina fosse pessimista sul recupero di Diego Ulissi. E durante il primo ritiro i compagni per fargli sentire la vicinanza della squadra gli hanno inviato un videomessaggio in cui cantavano: “Diego, uno di noi”, ma questo forse potremmo dirlo anche noi semplici spettatori perché Ulissi non è un campionissimo o un eroe del pedale, ma soffre il brutto tempo e le lunghe distanze e più che “voglio ma non posso” sembra pensare “dato che non posso inutile volere”, e soprattutto è stato più volte frenato da problemi quotidiani, di salute o familiari, e il problema cardiaco con cui è alle prese è stato beffardamente scoperto al termine di una delle sue migliori stagioni. In principio Ulissi vinse due mondiali juniores consecutivi e le aspettative su di lui erano alte, e passato al professionismo vinse subito una tappa al Giro grazie alla squalifica del suo futuro amico Visconti ma più che per sua precoce furberia per ingenuità di Giovannino Perdicorse. E furbo se non lo era già lo è diventato, perché quando è il suo percorso e la sua giornata è capace di fare la cosa giusta al momento giustissimo, implacabile. Ha vinto 8 tappe al Giro, una cosa da velocisti, 2 più di Ivan Quaranta, 3 più di Pierino Gavazzi, 8 più di Colbrelli & Nizzolo, ma non ha mai vinto una classica monumento. La sua più importante vittoria in una corsa in linea è stata il Gran Prix de Montréal del 2017, una corsa breve ma che, nonostante si svolga in contemporanea di Vuelta e classichette franco-belghe, ha sempre un bel campo partecipanti. In fuga con un gruppetto di quelli che si definiscono ben assortiti, con una volata lunga sul rettilineo in salita precede Herrada, Slagter, Bakelants, Mollema, Gallopin, Van Avermaet, Matthews, Sagan, Vanmarcke e scusate se è poco. Il breve video che vi propongo ha il pregio di essere muto.

G.P. de Montréal 2017

Martedì scorso l’intervento che se ho ben capito era una di quelle cose a metà tra operazione e diagnosi ha dato un esito confortante.

La Zeriba Suonata – Giuseppi

Se anche il suo nome è stato un errore di un impiegato dell’anagrafe vuol dire che negli USA gli ignoranti li assumono tutti lì. Giuseppi Logan nacque a Philadelphia nel 1935, suonava vari strumenti soprattutto sassofoni, è stato un grande virtuoso del free-jazz, ma aveva anche un brutto carattere forse per i suoi problemi mentali e di droga. Era ormai dimenticato e quasi barbone quando fu riconosciuto, e tornò a suonare prima di finire in una casa di riposo a New York dove è morto l’anno scorso per covid. Il jazz lo seguo poco ma quando in tivvù dicono “Giuseppi” mi viene sempre in mente Logan.

The Giuseppi Logan Quartet – Dance Of Satan