La Zeriba Suonata – Conte

In televisione hanno detto che oggi a Caserta viene Conte, e mi è parsa una cosa buona, il musicista Paolo Conte, che alcuni associano maldestramente ai cantatroci, un’occasione per ascoltare le canzoni su Bartali o su Gerbi il Diavolo Rosso, e invece no, viene il Conte sbagliato, il rappresentante legale del governo, e allora ve lo faccio sentire io il Conte giusto, con la versione live di Boogie, una canzone che ha il ritmo degli ultimi 10 km di una tappa piatta con il gruppo che insegue dei ciclisti gregari in fuga che spingono a fondo come sax.

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Dalla parte degli ultimi

In Italia c’è un uomo che è sempre stato dalla parte degli ultimi, e non è un politico perché in natura non è mai stata dimostrata l’esistenza di un politico dalla parte degli ultimi, ma è un giornalista, che poi pare pure brutto chiamarlo così, perché possiamo sbilanciarci e dire che Marco Pastonesi è il più grande narratore italiano di cose ciclistiche. I suoi corridori preferiti sono quelli che terminano la carriera senza vittorie,  che non è una cosa bella da augurare, e io non sono tanto d’accordo su questa cosa ma non importa. Con i suoi libri ci stava girando attorno, scrivendo ora dei gregari, ora delle corse africane, ora della grande promessa mancata, leggi delusione, Romeo Venturelli, ma ora nel senso di 2018 ha pubblicato Spingi me sennò bestemmio per EdicicloEditore, che racconta proprio gli ultimi negli ordini d’arrivo, anche quelli che lo sono stati occasionalmente, come Bettini che all’Eroica non ancora Strade bianche del 2008 preferì arrivare ultimo piuttosto che ritirarsi, ma soprattutto le maglie nere e le lanternes rouges, cioè gli ultimi al Giro e al Tour. Il suo motto potrebbe essere: perché descrivere la cronaca di un evento quando si può benissimo romanzarlo? Ed è forse quello che fa nel capitolo dedicato a Zandegù che forse pronunciò la geniale frase che da il titolo al libro, e qui i “forse” sono opportuni, forse. Ma quando Pastonesi affronta il pericoloso argomento Scarponi e potrebbe scivolare nella retorica stile AdS invece si sottrae e lascia la parola allo stesso Scarponi con le tante interviste che non erano difficili da ottenere da lui ed erano piene di battute, anche se difficilmente avrebbe potuto avere un futuro a Zelig o Colorado perché non aveva bisogno di ricorrere a parolacce.

un nuovo pensionato

Comunque vada per la Fornero intesa come legge, da oggi abbiamo un nuovo pensionato, uno dei ciclisti italiani più popolari, al punto da avere un fans club e una canzone ad personam, dedicatagli da Guido Foddis, non più rintracciabile su internet, altrimenti ne avrei dato il link. Eppure il ciclista in questione non aveva vinto una corsa da professionista, solo una cronosquadre al Giro della Cechia. Era ancora dilettante quando è stato campione italiano assoluto su pista nell’inseguimento 2005, nello scratch 2006 e nel derny 2007, e poi a cronometro under 23. Poi solo piazzamenti, soprattutto a cronometro, e qualche vittoria mancata e ancora rimpianta, come una tappa del Giro d’Italia 2015 che arrivava nella sua Romagna e faceva gola pure al corregionale Malaguti, e alla fine vinse Nicola Boem, paradossalmente il primo dei tre a ritirarsi dall’attività. E un gregario senza vittorie è il ciclista ideale secondo Marco Pastonesi, che forse ieri ci sarà rimasto male e avrà pensato che sto ciclista all’ultimo ha rovinato tutto. Infatti il 34enne Alan Marangoni, che anche quest’anno ci aveva provato più volte, proprio all’ultima corsa della carriera, una corsa di livello 1.2 ma comunque lunga 210 km, ha vinto rendendo giustizia a sé stesso.

La corsa in questione è il Tour di Okinawa, e così anche la pacifica isola giapponese, una volta tanto, almeno mi pare ma non vorrei sbagliarmi, ha visto un evento storico. Ieri ne cercavo il risultato a metà giornata su ProCyclingStats ma in apertura c’era il Tour de Singkarak, poi l’ho trovato e ho visto che aveva vinto Marangoni e non ci potevo credere, perché come ha detto lui stesso sembra una favola, però è una sensazione già provata un paio di volte quest’anno con Nibali a Sanremo e Froome al Giro, l’impresa che uno fantastica ma non pensa che possa succedere veramente. Anzi, già che siamo in Giappone, ne potrebbero ricavare un anime, in cui l’ultimo ma davvero ultimo km di Marangoni durerebbe almeno un quarto d’ora.

Marangoni ha detto “Stop!”

La Zeriba Suonata – statistiche suonate

Chissà se negli USA della prima metà del secolo scorso c’erano statistiche sull’incidenza della cecità e delle malattie della vista sulla popolazione nera, su cui influivano anche le condizioni di vita e la difficoltà se non l’impossibilità di curarsi. Forse nessuno aveva interesse a studiare la cosa. E difficilmente c’erano statistiche sull’incidenza del blues sulla porzione cieca di popolazione nera, ma in questo paese disgraziato in cui l’idea di welfare è tipo di sparare a un cavallo azzoppato, cosa rimaneva da fare a un nero cieco se non imparare a suonare e cantare? E da Lemon Jefferson in poi molti hanno voluto chiarire già dal nome di essere ciechi con quel prefisso o titolo o come volete voi “Blind”. In quei vecchi blues a volte si sente aria di campagna,

ma a volte si sentono anche altri odori, e non sempre piacevoli.

Nel prossimo video ci sono dei disegni di Robert Crumb che da simbolo della trasgressione della controcultura e dell’undergound sembra sia diventato un vecchio brontolone, e di sicuro dal punto di vista musicale è un vecchio nostalgico che idealizza la purezza del vecchio blues a 78 giri. Non nominategli Springsteen che si incazza, e su questo non posso dargli torto.

Questa musica ha avuto un’influenza enorme su tanti, ma non solo su quelli che si sono esplicitamente richiamati al blues, ma anche, come potete sentire, su qualcuno nato folk come Bob Dylan.

In genere questa è musica triste e cupa, anche se vi ho selezionato dei brani più allegri, ma c’è anche chi, nonostante la cecità, riesce a vedere la luce.

 

fumetti impegnati disegnati male

Per il povero Gino Bartali si sta mettendo peggio che per Frida Kahlo, sta diventando un personaggio pop oggetto di tanti libri e film, ma non per quello che ha fatto nello sport, altrimenti ci si potrebbe attendere lo stesso per Binda o Coppi, ma per quella faccenda dei documenti nascosti nella bici che lui voleva tenere segreta e, appena morto, è stata infatti rivelata e pubblicizzata, e ormai nell’ambito ciclistico Bartali avrà superato pure Pantani, quest’ultimo raccontato per trame e cospirazioni il primo per buone azioni. E così gli ha dedicato un libro anche l’editore Becco Giallo, specializzato in temi politici e personaggi idem, meglio se assassinati, e altre disgrazie. Sull’impegno di alcuni fumettisti nella realizzazione di questi fumetti impegnati ho sentito qualche chiacchiera ma non so fin quanto veritiera e allora meglio lasciar stare, però in questo caso, vedendo i disegni di Iacopo Vecchio pubblicati nelle ultime pagine si capisce che avrebbe potuto fare molto meglio dei disegnini che a volte sembrano quasi infantili, soprattutto delle biciclette, che illustrano la vicenda di Bartali, ma mettiamola così, che parlando principalmente di Gino in Francia, il disegnatore si è ispirato ai dipinti di Dufy e Matisse, ma anche se lo dico poi non ci credo. Oppure possiamo ipotizzare che per uscire in tempo per il Giro 2018 sia stata messa un po’ di fretta agli autori e il tutto sia venuto un po’ raffazzonato. La sceneggiatura è di Andrea Laprovitera ed è incentrata, come si dice, sul Tour del 1948 ripercorrendo sia la vicenda agonistica che la faccenda dell’attentato a Togliatti, con dei flashback un po’ forzati che accennano ad altri momenti della vita di Bartali, come la storia dei documenti che servivano a mettere in salvo degli ebrei, la morte del fratello e l’amicizia/rivalità con Coppi. Adesso però sarebbe bello se un editore disimpegnato commissionasse un fumetto su Romeo Venturelli, ma per quello ci vorrebbe Leone Frollo buonanima.

La Zeriba Suonata – i vombati

Devo ammettere la mia ignoranza, almeno in zoologia: prima di imbattermi nel blog di Lucy The Wombat ignoravo cosa fossero i vombati, ma, cercate di capire, ho fatto le scuole dopo il 68. Insomma non sapevo che i vombati sono dei simpatici marsupiali, che poi non fanno niente di particolare per rendersi simpatici, conducono la loro vita animalesca, sono gli uomini che si sono arrogati anche il diritto di attribuire caratteristiche umane agli animali. E poi questa specie non ha neanche ispirato personaggi dei cartoni animati, come invece il Diavolo della Tasmania, che fu un travolgente antagonista di Bugs Bunny. Però non è che la parola non l’avessi mai sentita: The Wombats per me erano un gruppo pop britannico, sentito in tivvù qualche anno fa e perso di vista senza rimpianti, non erano niente di che, un gruppo come tanti con qualche pezzo meglio riuscito, ma forse con un certo senso dello spettacolo, un po’ gigioni e un po’ furbacchioni, diciamo tipo una versione più dance e anche electro dei Kaiser Chiefs. Una loro canzone mi piaceva in particolare, Moving To New York, che spesso proponevano in versione acustica. Ma io per anni ho guardato con sospetto i live acustici, da quando MTV lanciò la moda degli unplugged che, tranne rari casi, fu una sequela di concerti pallosi, forse anche perché certi musicisti, quando si mettono a suonare seduti, sembrano prendersi troppo sul serio e chissà cosa credono di stare facendo. Invece i Pixies, quando fecero un concerto acustico al Newport Folk Festival, quello dove secoli prima Bob Dylan fece il percorso inverso e prese la chitarra elettrica abbandonando anche gli inni retorici degli inizi, suonarono in piedi con la stessa energia di sempre, nonostante l’elettricità in meno e i chili in più. Ma per tornare ai vombati lasciamo Newport e andiamo a New York.