Una domenica di ciclismo stralunato

Da quando hanno cambiato la formula dell’omnium e inserito la prova denominata Tempo Race nessuno, perlomeno in Italia, sembra capire bene come funziona, e il fatto che venga omessa o troppo sintetizzata nelle sintesi differite in tv non aiuta, o forse il problema è che in quella prova in genere gli italiani perdono punti. Però stanotte dall’altro capo del mondo Liam Bertazzo è arrivato terzo nell’omnium di Coppa del Mondo vincendo la Tempo Race e allora vuol dire o che abbiamo trovato quello che finalmente l’ha capita o che è una gara così incomprensibile che è capitato abbia vinto lui. Il Tempo, ma non quello Race, quello normale, ci chiarirà il dubbio; forse. Una espressione sempre più usata è “a 360 gradi”, però mi sembra che chi la usa non sappia bene quello che dice, la usa a sproposito, perché quella nel linguaggio è forse la forma di pigrizia più diffusa, ma questa domenica è stata una giornata di ciclismo a 360 gradi, pista strada e ciclocross, in cui qualcuno si è capottato a 360 gradi, e questo succedeva a Pont Chateau, dove ci si è messo anche Lars Van Der Haar che, non so se ha letto il post di stamattina, forse memore dell’impresa di De Bie 30 anni fa in questa località, ha cercato di passare in bici gli ostacoli, lui che a causa della sua scarsa statura rischia spesso di cadere anche quando li passa a piedi, e così facendo, e sbagliando, ha rallentato mezzo gruppo di testa rischiando di creare quella selezione che il percorso veloce non riusciva a fare, al punto che si vedevano scene da ciclismo su strada con dei vaffa per chi non tirava. Poi, anche per l’assenza di Van der Poel il piccolo, ha vinto Van Aert che rischia di strappare la Coppa del Mondo a Toon Aerts proprio nelle ultime gare, e sarebbe una beffa per il terzo uomo essere stato a lungo in testa a due challenge e perderle entrambe. Ma una volta il terzo uomo era proprio Van der Haar, che in realtà prima dell’avvento dei due fenomeni sembrava destinato a grandi cose e ora è tutt’al più il quinto/sesto uomo. Uno dei suoi problemi sono le cadute e allora si potrebbe paragonare a Richie Porte, anche lui mai esploso e anche lui tendente alle cadute, ma se il tasmaniano fosse bravo anche nelle corse in linea si potrebbe paragonare a Baronchelli che vinse 6 volte consecutive il Giro dell’Appennino mentre Porte con oggi ha fatto lo stesso sull’arrivo di Willunga Hill. Poi però la classifica finale l’ha rivinta il sudafricano Impey, uno che nell’altro emisfero si trova a suo agio. Ma forse la cosa più pazzesca della giornata è che Marianne Vos ha vinto matematicamente la Coppa del Mondo di ciclocross ed era solo la prima volta: com’è possibile?

Ma al Tour Down Under cosa gli danno ai vincitori di tappa, il vaso da fiori per il cimitero?

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Perline di Sport – che anno quell’anno

Ma quale 68?! L’ anno in cui sono successe cose davvero epocali fu il 1989. Innanzitutto uscì Doolittle, il capolavoro dei Pixies, ma diciamo che se anche fossero passati da Surfer Rosa direttamente a Bossanova sarebbero stati lo stesso il grandissimo gruppo che sono stati. Poi cadde il muro di Berlino, come vi ricorderanno molte volte in questo trentennale, e  fu una liberazione per i milioni di persone che lì, checché ne dicessero allora certi ciechiottusi di sinistra, non se la passavano tanto bene, poi lascia stare che dopo ci fu la ostalgie e l’insicurezza, ma quei regimi erano assurdi fino al ridicolo, e da lì iniziarono le crepe che portarono al crollo anche dell’URSS, e i primi ad andare in fuga dal mondo sovietico furono i baltici, che poi ci presero sfizio ad andare in fuga, soprattutto nel  ciclismo. E proprio nel ciclismo, agli inizi di quell’anno, ci fu un altro evento storico. A Pont-Chateau, dove oggi si disputa una prova di Coppa del Mondo, ci furono i mondiali di ciclocross. La RAI, che allora era solo generalista, non sempre li trasmetteva, quell’anno lo fece e noi che c’eravamo vedemmo una cosa mai vista: c’era il ciclista belga Danny De Bie, già secondo nel 1987, che non scendeva dalla bici per superare gli ostacoli, ma li saltava in bici, una cosa che oggi fanno in molti, anche qualche donna, ma allora era una novità determinante, perché De Bie vinse quel mondiale battendo quel collezionista di argenti che era Adrie Van Der Poel, oggi purtroppo per lui e per la storia più famoso come padre del fenomeno, e poi niente, cioè poco altro ha vinto De Bie, il Superprestige nella stagione successiva e tre titoli nazionali. Però, come potete vedere da questo servizio, si può dire che se n’è visto bene, fu festeggiato con cerimonie solenni e sfilata di carri. Meglio vivere un giorno da De Bie che 100 anni da fate voi.

L’Australia non è la Francia

Quest’anno molte volte la RAI ci ha proposto le immagini della vittoria di Nibali a Sanremo e altrettante volte si poteva vedere alle sue spalle la volatona dell’australocoreano Caleb Ewan che ha seminato gli altri velocisti cercando di acciuffare in extremis il toscomessinese. E tenuto conto che certe imprese sono rarissime e che Nibali nel 2019 punterà alle corse a tappe e che Ewan era partito forte, per me era lui il grande favorito della Sanremo. Però oggi al Giro del Giù Sotto è venuto fuori il suo lato negativo, quello del velocista che si fa strada a codate e testate, e tenuto conto che l’Australia non è la Francia dove al Tour è vietato squalificare i ciclisti locali, Caleb ha vinto ma niente gli ha impedito di essere retrocesso all’ultimo posto. Sarei curioso di sapere cosa ha detto il commentatore della tivvù cangura Robbie McEwen, il velocista non più forte ma di sicuro più spettacolare degli anni zero però anche lui a volte falloso. Quest’anno Ewan punta anche al Tour de France, dove dovrebbe trovare Bouhanni con cui si è già scontrato nel 2016 ad Amburgo. Il bello è che i due tipetti, quando vengono intervistati, hanno sempre quell’aspetto sereno e serafico, due angioletti, gli manca solo l’aureola, o forse l’hanno persa facendo a cornate con i colleghi?

La figura di Marinetti

Filippo Tommaso era orgoglioso di essere italiano, però poi in Francia gli andava meglio che in Italia. In Francia ottenne il baccalaureato, e poi in Italia nascondeva la cosa per paura che quei grossolani dei connazionali, mangiatori di pastasciutta, lo sfottessero per strada chiamandolo “baccalà” e che i meno grossolani gli gridassero:  E’ vero che ti sei laureato baccalà? E quando scrisse il Manifesto del Futurismo lo inviò a vari giornali italiani ma questi gli risposero che quel manifesto poteva pure attaccarlo da solo sui muri delle città, e ancora una volta venne in suo soccorso la Francia e quel Manifesto fu pubblicato da Le Figaro nel 1909. Sono passati 110 anni e il Futurismo è diventato il Passato: un’altra figuraccia di Filippotommaso.