Sfigorama

Stamattina vado in libreria, compro altri libri che non so quando avrò il tempo di leggerli, Delitto e Castigo nella versione di Osamu Tezuka (J-Pop) e gli scritti di Coppi, questa mi giunge nuova. Il cattolico Fausto Coppi era erroneamente ritenuto comunista, stai a vedere che lo facevano scrivere su Rinascita o il Politecnico, no, si tratta di articoletti scritti su giornali sportivi, rotocalchi, c’è anche l’Unità, e introduzione a libri su di lui, tutto raccolto da Gabriele Moroni nel volume Non ho tradito nessuno e pubblicato da Neri Pozza in occasione del giubileo coppiano. Mi sposto nel settore rock, ci sono le solite biografie di nomi mai sentiti perché non seguo i talent, forse è per far spazio a questi personaggi che non c’è posto per l’autobiografia di Johnny Marr, all’improvviso arriva un esagitato a cercare un libro sulle canzoni che hanno salvato la vita, a chi non so, e quando si allontana, incuriosito, do un’occhiata al libro di cui ci sono troppe copie. La scelta è meglio di quel che temevo, ma all’improvviso, accortosi che stavo sfogliando sto libro, l’esagitato torna indietro e mi fa sapere che venerdì alle 18 ci sarà la presentazione del libro in quella sede, poi, forse accortosi di essere troppo invadente, si ritira come un velocista alle prime montagne. Beh, comunque avrei avuto la scusa giusta: il venerdì alle 18, dopo una settimana di duro lavoro e di ancor più duri Processi alle tappe, c’è il confronto telefonico con la redazione di Schiantavenna. E però mi chiedevo se davvero c’è qualcuno cui le canzoni hanno salvato la vita, e nel caso questi qui come stavano messi, a me per fortuna non lo chiedono, ma dovrei rispondere che a me la vita l’hanno salvata i medici; com’è difficile essere cool, normale che allora si segua pure uno sport sfigato come il ciclismo. Ma quello del salvavita è solo un nuovo modo di proporre liste, non so se dovuto a Wim Wenders che tanti anni fa disse che il rock gli aveva salvato la vita, o agli Indeep cui la vita la salvò un dj l’ultima notte o a chissà chi altro. Prima c’erano le cose da portare sull’isola deserta, e finché si trattava di libri andava bene, non avevi bisogno di altro e scegliendo quelli lunghi c’era come passare il tempo, ma i dischi, prima di partire per l’isola bisognerebbe assicurarsi che lì ci sia la corrente elettrica. Ma io non sono così asociale da voler partire per quell’amena località, e poi non so se la tivvù di stato dell’isola deserta trasmette il ciclismo. E, dicevo, forse ora si è passati a elencare le cose che hanno salvato la vita, le canzoni soprattutto, ma non sperate che ve le passi il sistema sanitario nazionale. E c’è qualcuno a cui la vita l’ha salvata il ciclismo? Boh, ma l’importante è che questo resti uno sport popolare, anche perché può permettere dei bei discorsetti al limite del populismo. C’è la discussa riforma che incombe e anche lo scrittore scende in campo e si schiera contro, perché il ciclismo non deve rischiare di diventare uno sport di élite come il golf o l’equitazione. Del resto, se diventasse uno sport d’élite non credo che si troverebbero due come Frapporti e Cima che vanno ancora una volta in fuga disperata. Stavolta non c’è Maestri e l’altra differenza è che il gruppo fa male i conti e va a prenderli troppo presto, così Bidard e Vervaeke, nascondendosi dietro Ciccone apparentemente partito solo per un GPM, tirano dritto e il gruppo deve fare gli straordinari, per cui alla volata di questa tappa pure ondulata arrivano stanchi, lo stilista rompe le scatole a Viviani mettendosi alla ruota del treno Deceuninck ma resta cucito, pardon, imbottigliato e sembra prepararsi un’altra vittoria di Pascalone, ma il tedesco è forte, regge bene in salita ma non è un dominatore, e nel giorno in cui altrove c’è la manifestazione dei sovranisti vince finalmente Calebino, l’australiano coreano che ha imparato il mestiere in Italia e corre per una squadra belga. Al processo c’è Hatsuyama che parla italiano meglio di Reverberi, il quale però capisce l’inglese di Monsieur Le Président, e sembra un ossimoro un francese che parla inglese ma forse Lappartient vuole fingersi super partes, lui che voleva ridurre Giro e Vuelta a vantaggio del Tour e vorrebbe allargare il numero di squadre World Tour possibilmente alle francesi Cofidis, Total e Arkéa Samsic. Valerio Conti si dimostra spiritoso e, dato che nei giorni scorsi ha detto di sapere a memoria i film di Verdone, gli fanno una sorpresa stile programma piagnucoloso e lo fanno parlare col regista che, poverino, sarà stato costretto a informarsi in fretta e furia su questo personaggio che fa questo sport davvero strano. Anche nelle interviste Roglic e Yates rivaleggiano, però nella specialità della antipatia. Franzelli dice che Simone è cambiato, l’anno scorso era spavaldo sempre all’attacco, e infatti quest’anno è sempre in difesa ma spavaldo uguale, tutto il contrario di Ignatas Konovalovas che, intervistato da Cicloweb, si tira fuori dalla lotta per la crono vinicola di domani, dicendo che si prenderà un giorno di riposo e spera che Roglic non vada troppo forte per poter restare entro il tempo massimo, lui che al Giro in totale ha vinto una tappa più dello stilista, che a pensarci bene vedrei meglio a qualche concorso ippico.

Se vi piace il cinema avvicinatevi a un qualunque concorso ippico e vi sembrerà di stare nel film Il Conte Max.

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Due ragazzi nel sole

La tappa di oggi è la più a sud di questo Giro, ma non è che oltre c’è scritto Hic Sunt Leones, però per esempio hic est un velodromo scoperto costruito e dopo poche gare abbandonato, il Comune non ha né soldi né interesse a gestirlo e lo cede a tempo determinato alla Federazione Ciclistica e già i ragazzi premono per entrarvi e poter fare attività, ma sono quelli che fanno atletica leggera, perché il Tempio del Pallone (che non sappiamo se è oracolare, dovremmo chiederlo allo scrittore) non ha la pista intorno e per gli aspiranti atleti va bene anche quella lì a 4 corsie e di lunghezza ridotta. Qui neanche il già lontano periodo d’oro (o similoro) di Commesso & Figueras ha smosso qualcosa, quindi è inutile lamentarsi della geografia del Giro. Ed è inutile lamentarsi di Capitan Puccio e Sboron Yates che innescherebbero cadute se poi si riesce a cadere le stesso, e se Landa e Zakarin e pure Majka sono degli specialisti del settore oggi si è aggiunto Roglic, ma niente di grave. E dopo tante cadute, volate, botte, polemiche e tanta pioggia era quasi certo che oggi andava la fuga, che quindi è stata più combattuta e numerosa.  Roglic, nonostante oggi sia caduto e abbia ancora poca esperienza di corse di vertice, si sta dimostrando più scafato di Simone, per lo meno di quello dell’anno scorso, perché è stato l’unico di classifica a non rimanere imbottigliato l’altro ieri e perché ha capito che non era il caso di tenere ancora la maglia rosa con tutti gli adempimenti connessi, per cui deve aver detto Volete proprio andare in fuga? E allora andate ma già che ci siete pigliatevi pure questa maglia rosa. E la fuga è andata, ha preso molto vantaggio, c’erano dentro giovani di belle speranze come Oomen, vecchie volpi come Plaza e Amador, e qualcuno sopravvalutato come Rojas che ha vinto poco e per lo più grazie a Valverde. Però quando Fausto Masnada si è accorto che erano in 13 e il 13 porta male è partito deciso anzichenò e Valerio Conti  ha capito che era il treno buono da prendere, il tram cui attaccarsi, cioè no, insomma ci siamo capiti, e nessuno è riuscito a recuperare, ma tra questi c’era Carboni che avrebbe comunque preso la maglia bianca di miglior giovane e non ha quindi niente a che spartire con Calboni che alla Coppa Cobram si presentò con le braccia ingessate per non correre. Masnada ci teneva a vincere e Conti era maglia rosa virtuale, sembrava logica la spartizione del bottino, però agli ultimi km sembrava che iniziassero a mercanteggiare: -La tappa a me e a te la rosa. -No la rosa a te che io vorrei la tappa. -Ma  non ce la faccio a prendere la maglia. -Guarda, io mi prendo la tappa e vicino alla maglia ci metto pure una foto di Savio con dedica. –Affare fatto! E lì è spuntato pure il sole a illuminare i due ragazzi, Masnada, che era andato fortissimo prima del Giro ma un conto è pensare che forse l’Androni quest’anno una tappa la vinceva un altro è vincere davvero, e Valerio Conti che prende la rosa con un ora e due minuti di vantaggio su Denz e peccato che il suo fan Sgarbozza non era in studio, ma sui Castelli Romani sarà sicuramente sceso in strada a fare i caroselli e avrà convinto il parroco a suonare le campane. Quelli che erano al Processo, invece, hanno fatto una serie di domande banali e risapute ai due protagonisti, ma anche lì Conti si è ben comportato, però certi giornalisti e scrittori si meriterebbero Ganna, non Filippo ma Luigi che quando vinse il primo Giro e qualcuno gli chiese qual’era la sua più viva impressione dopo la vittoria rispose: L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü !

Fiumi di libri

Il Giro d’Italia sta ai libri sul ciclismo come Lucca comics sta ai fumetti, la maggior parte delle novità le trovate in queste occasioni. In libreria ho visto due titoli che sconsiglierei a priori anche se proprio i titoli non li ricordo ma ne ricordo bene gli autori. Uno l’ha scritto il banchiere sempre aiutato dallo stesso giornalista quindi due motivi in uno per girare alla larga. L’altro sul dualismo tra Merckx e Gimondi l’ha scritto il dimenticato Giorgio Martino, spalla di De Zan e pioniere del giornalismo soporifero. Invece in questi giorni ho letto un libro vecchiotto: Storie esemplari di piccoli eroi di Cesare Fiumi nell’edizione Feltrinelli del 1996, forse più reperibile nella ristampa Dalai del 2011. Fiumi, scrittore e giornalista del Corriere, racconta di alcuni sportivi, tra cui 6 ciclisti, non campionissimi, e per i miei gusti lo fa con un po’ troppa retorica, quella sui valori la gente semplice la terra la montagna, e la prefazione di Gianni Mura sfiora la blasfemia quando paragona l’autore a Gianni Celati, però è un libro interessante, soprattutto in questi tempi di santificazioni, in cui solo Beppe Conti con le sue storie segrete e i suoi pettegolezzi sembra mettere un po’ di pepe nelle vicende. Si dice che il tempo è galantuomo, ma non ne sarei tanto sicuro, poi è una questione di gusti, perché col tempo si perdono i racconti minimi di chi ha vissuto le cose e restano solo gli storici, a volte non meno parziali, e privilegiare i lati positivi dei personaggi omettendone o dimenticandone difetti peccati e scorrettezze non rende un buon servizio neanche a loro perché li disumanizza. Poi ognuno si fa un’idea delle persone sulla base della propria esperienza e i pareri inevitabilmente divergono, per cui in questo libro è interessante anche scoprire il Merckx di Balmamion, il Gimondi di Motta, il Coppi di Terruzzi e il Bartali di Magni. Infine ci sono due che non parlano male di nessuno, Bitossi e Martini, e per come li conosciamo la cosa non ci meraviglia, però mette a rischio il luogo comune dei maledetti toscani, ed è un problema perché i luoghi comuni sono così comodi, se vengono meno ci tocca sforzarci a cercare di capire la realtà.

 

Le telefonate impossibili: Rodriguez

Per la prima puntata di questa nuova rubrica abbiamo telefonato a Alejandro Valverde e oggi per le pari opportunità chiamiamo Purito Rodriguez, che per anni è stato il suo grande rivale, vabbe’, per qualche annetto, insomma per due corse: Mondiale e Lombardia 2013.

-Pronto, parlo con Purito Rodriguez?

-No, yo soy Cacaito Rodriguez.

-Ehm, … ho sbagliato, scusi, buonasera.

Ma che ç@##o di numero mi hanno dato? Ma poi pure questi ispanici, hanno tutti gli stessi cognomi!

 

Le corse vere hanno le curve

Anche l’ultimo dei Moser, Moreno, lascia il ciclismo e ogni commentatore sociale vuole imporre la sua certezza: da chi ipotizza un ricorso al doping nei primi anni a chi tira in ballo i cattivi esempi in famiglia, ma io ricordo che quando fu protagonista di una lunga fuga al Mondiale under 23 del 2010 si disse che già aveva pensato di abbandonare, e per diventare buoni corridori se non campioni non bastano le doti fisiche, ci vuole la testa, la sua forse vagava altrove e va bene così; pure Venturelli, il più grande talento sprecato della storia del ciclismo, diceva di non avere rimpianti. Per uno che va via ecco uno che ritorna: Peter Sagan. Un mese fa aveva corso una buona Roubaix, era arrivato quinto perché aveva rinunciato alla volata per il quarto posto e per tutti era in crisi. Ieri ha vinto in California battendo un Mc Pinco qualunque e per tutti è tornato, forse non guasterebbe un po’ di senso delle proporzioni. Anche al Giro, va in fuga il giapponese superstite Sho Hatsuyama e lo scrittore Genovesi ne parla come di una impresa alla Chiappucci e prevede che domani ci saranno lungo la strada cartelli inneggianti al giapponese. Certo, se li scrive lui, perché Sho dimostra di non valere mezzo Maestri e il gruppo lo va a prendere senza sforzarsi più di tanto. Però Genovesi, che principalmente racconta aneddoti degni delle rubriche di curiosità nei giornali di enigmistica, ne approfitta per tirare fuori la vecchia tiritera secondo cui la sofferenza fa parte della cultura giapponese, e se fosse così chissà che goduria laggiù a vedere questa tappa in cui non è successo niente, si è corso piano e pure il TV di Démare e il GPM di Ciccone sono stati pacifici. Ma tutto quello che non è successo in corsa è successo dopo. Nell’ultimo chilometro ci sono due curve e sembra un arrivo ideale per qualche invenzione di Ewan o, in subordine, per qualche pistard come Viviani. In fondo i lunghi rettilinei sono favorevoli all’esercizio della forza bruta da parte del tedescone di turno, le curve stimolano la fantasia, anche se qualcuno potrebbe opporre che quando alla Parigi Tours si faceva tutta l’Avenue de Grammont quante cose succedevano e che pathos in quei due km. Però le curve sono più lontano dall’arrivo di quel che pensavo, Ewan rimane indietro e solo nei replay lo vediamo arrancare addirittura alla ruota di Mareczko, ed ecco che viene fuori Viviani ma chissà se vede una curva che non c’è o forse, dopo aver sbagliato ieri col pulsante del cambio, vuole stavolta premerlo sulla ruota di Matteo Moschetti, fatto sta che devia di molto e vince, ma danneggiando Moschetti che era molto ben lanciato e non è un’esagerazione pensare che avrebbe potuto vincere, perché l’anno scorso da continentale batté più volte i professionisti. Comunque al Processo fanno tutti finta di niente, avrei voluto vedere se la scorrettezza fosse stata di un foresto, quindi intervista a Viviani, felicitazioni, applausi, poi arriva la notizia che la giuria sta riguardando i filmati e a ruota segue il declassamento. Franzelli, tra un puntino sospensivo e l’altro, dice che ci siamo rimasti male, ma cosa dovrebbe dire Moschetti, che comunque passa solo dal quinto al quarto posto? Garzelli, non contento di cambiare le finali delle parole,  cambia pure il regolamento e dice che “secondo il regolamento non si potrebbe cambiare traiettoria”. Non si potrebbe? Nel regolamento c’è il condizionale? Intanto Gaviria proclamato vincitore non si trova, e quando lo recuperano ha una faccia mogia come se fosse stato declassato lui e neanche sul palco festeggia, poi dice che Viviani è un amico, è corretto e non ha sbagliato niente. Forse solidarietà tra l’élite dei velocisti contro i giovani che vogliono emergere? Certo, qualcuno penserà che in Italia declassano un italiano, ma in Francia è molto difficile che facciano lo stesso con un francese e per fare un  nome non a caso Démare l’ha fatta franca per scorrettezze peggiori, ma che in Francia si comportino così non è un buon motivo per fare altrettanto in Italia. E a proposito di Italia arriva il supercittì con la sua moviola a mostrarci una lieve scorrettezza di Démare verso Belletti, in realtà spallate reciproche, ma sembra che miri proprio a far squalificare pure il francese. Ma allora è un vizio: è ormai storia del ciclismo (oggi parliamo di storia) il fatto che fu proprio un suo accenno a dove aveva visto allenarsi Rasmussen che provocò l’allontanamento del danese da squadra e Tour. Ma tornando a Démare bisogna dire che, dopo aver toccato e deviato Belletti, è stato a sua volta costretto ad allargare da Moschetti ostacolato e deviato da Viviani. E, anche se ha perso, il giovane velocista qualcosa avrà imparato in questa sua prima volata nei grandi giri, cioè che quando sei al vertice non puoi permetterti di andare dove vuoi. A meno di non chiamarti Démare, ma ceci est un’autre histoire.

Se squalificavano tutti quelli che hanno cambiato direzione vinceva Knees.

Le telefonate impossibili: Don Alejandro

Diciamo la verità: il grande assente del Giro 2019 è Alejandro Valverde, che all’estero non so ma in Italia è stato oggetto di un cambiamento di gabbana come solo in Italia sanno fare, pensate a certi politici del passato remoto o recente o anche dell’attualità, questi ultimi vedrete tra qualche annetto. Solo che Valverde fa più degno mestiere e il cambiamento è stato in senso positivo. Ritenuto attendista, sparagnino, dopato, per un breve periodo ha anche interpretato il villain nei confronti di Rodriguez, preferito dal pubblico come se Purito chissà che ciclista spettacolare fosse e invece era solo uno specialista delle rampe finali che ha dato il meglio di sé nelle interviste, anche se con avversari come Ba(nala)sso non era difficile. E dicevo Valverde, oggi è esaltato come grande campione, forse anche perché il tempo cambia la prospettiva, rende più rispettabili, e, per quel che mi riguarda, penso che uno che va forte per tanti anni qualcosa di suo deve averlo, e forse pure Armstrong lo aveva, ma gli ha nociuto anche il fatto di non essere un signore come invece è ritenuto Valverde, non a caso chiamato Don. Ho telefonato a Valverde giovedì scorso verso le ore 22.00.

-Buonasera Don Alejandro, disturbo? Cosa stava facendo?

-Buonasera. Sto collegandomi con la tv italiana.

-Vuole seguire la presentazione del Giro?

-No, per carità! Quella musica de mierda a palla che palle! Non essendoci costretto la evito volentieri, la lascio a Annemiek che appena sente una musichetta qualunque subito si mette a ballare. No, volevo vedere la Corrida.

-Scusi Don, ma qui in Italia non ci sono le corride, certe manifestazioni  cruente non le abbiamo, siamo un popolo evoluto.

-A giudicare dai vostri ministri non si direbbe. Comunque io intendevo la Corrida di Corrado.

-Ma Corrado è morto.

-Davvero? Così giovane?

-Mica tanto!

-Ma io pongo me stesso come riferimento. Comunque la Corrida so che la trasmettono ancora da qualche parte.

-Si, ma non stasera.

-Ma voi in Italia fate sempre repliche e repliche delle repliche. State ancora replicando Drive In e Colpo Grosso?

-Eh, gli italiani sono nostalgici.

-Ho saputo anch’io del Salone del Libro di Torino.

-Non intendevo in quel senso. Comunque l’avevo chiamata per invitarla ad andare sul Canale 65, vedrà qualcosa, o meglio qualcuno, che la rincuorerà.

-Canale 65? Ecco, … cos’è, un programma sulla mtb?

-Si, sono servizi sulle gare marathon in Italia.

-Ma quello mi sembra una faccia conosciuta, un po’ invecchiato… Sì, mi pare Francesco Casagrande, ha smesso di correre quando io ho iniziato. Avrà 60 anni.

-No, meno di 50, e non ha smesso, è solo passato alla mtb. Vede che a quell’età si può ancora gareggiare?

-E quell’altro invece me lo ricordo, è Riccardo Chiarini, correva nel decennio scorso, ma sarà vecchissimo pure lui!

-Ehm, sì…, però è più giovane di lei, Don.

Tut tut tut

Ma che è successo, è caduta la linea?

Maledetti anche gli sponsor

La Burocrazia, lo spauracchio che può tornare utile agitare per qualsiasi rivendicazione, è la vera causa dell’esclusione di Nishimura dal Giro, perché nei cronoprologhi non c’è il tempo massimo (si può arrivare anche a palco smontato e a notte fonda?) ma quella di ieri era classificata come tappa normale. A proposito di burocrazia, proprio stamattina leggevo che Magni perse le sue prime tre vittorie (non è un ossimoro) perché non sapeva di dover firmare un foglio ufficiale. Ma tornando al Giro l’assurdo è che in realtà anche oggi e almeno le prossime 2 settimane sono ancora prologhi in attesa dell’ultima decisiva settimana, una faccenda sulla quale verrebbe da scherzare perché negli scorsi anni eravamo abituati a giri, soprattutto tour, decisi già nella penultima domenica, ma i ribaltoni di Nibali 2016 e Froome 2018 hanno dimostrato che più che l’ultima settimana può essere decisivo l’ultimo weekend. In tre settimane può succedere di tutto, incidenti, cadute, cali di forma, resurrezioni, crisi di fame (la famosa fringale cara a De Zan) però sempre meno probabili con la scienza e i gel, e possono anche intervenire problemi familiari o sentimentali, è capitato a Coppi, a Gilbert, si dice anche a Sagan. E quindi ecco che opportunamente nessuno ha dato peso più di tanto al risultato di ieri, ma ci sono interrogativi a più lungo termine. Ci si chiede se Roglic riuscirà a tenere fino alla fine, se Dumoulin uscirà alla distanza, se Nibali riuscirà a diventare il più vecchio a vincere il Giro, se ci sarà una Santa Alleanza, ma va bene pure un’alleanza profana, contro Simone lo sborone approfittando della minima difficoltà, del minimo problema meccanico, per staccarlo e fargli rimangiare le sue uscite, ma soprattutto ci si chiede se basteranno 3 settimane per capire come si pronuncia Tao Geoghegan Hart. Oggi intanto si arriva a Fucecchio, terra di maledetti toscani, Malaparte, Montanelli, pure Tafi, oggi in veste di zio, che probabilmente sarà stato maledetto dai suoi (ex) colleghi per la sua idea di correre la Roubaix a 52 anni, una cosa che poteva risultare controproducente per l’immagine del ciclismo. E poi Magni, che mi fa venire in mente il barbiere inventore interpretato da Troisi  in Le vie del Signore sono finite, che diceva: Uno sta a inventare una medicina contro la caduta dei capelli e contro il dolore in un paese dove uno senza capelli dice che la via della salvezza è il dolore, e il fascista Magni (lui diceva “guardia nazionale”) fu il primo a portare nel ciclismo uno sponsor non legato a bici e selle che era una crema per la bellezza delle mani. Da allora gli sponsor sono stati sempre più indispensabili nel ciclismo, ma non di rado sono inaffidabili, anche in un paese come il Belgio, c’erano due squadre di ciclocross con due sponsor cadauna, ma uno sponsor per una ha lasciato e il resto si è fuso in un’unica squadra, e tra i corridori interessati c’è pure Eli Iserbyt, che per di più è alle prese pure lui con problemi sentimentali in quanto si è lasciato con Puck Moonen. Het Nieuwsblad, che alla vicenda ha dato quasi più importanza che al Giro (si dice che tira più un pelo di f*** che Christian Knees in testa al gruppo, semmai nelle altre tappe perché oggi ha litigato con la bici), scrive che a causa dei loro impegni non avevano molte occasioni di vedersi, e infatti lui è sempre impegnato tra fango e strada e lei tra instagram e twitter, però il discorso dei risultati negativi causati da una crisi potrebbe valere pure per lei, ma come fai ad accorgertene se prima si ritirava e oggi invece pure nel Trofee Maarten Wynants, vinto da Elisa Balsamo che ho l’impressione stia correndo un po’ troppo per la sua età, sarà forse volontà dello sponsor che ha fatto il passo dalle junior alle élite proprio costruendo una squadra attorno a lei? C’è un’altra cosa da dire sugli sponsor e riguarda la Katusha, perché nello spot dello shampoo magico c’è ancora Kittel che pure ha sciolto il  contratto e non so se è corretto, oltre che controproducente perché il tedescone è in cerca di sé stesso e uno può sospettare che a lavarsi troppo con quello shampoo lì nella testa penetrano i dubbi esistenziali. Chi invece ha solo certezze sembra Ciccone che ha scelto il suo obiettivo e lo persegue con convinzione: i GPM. Anche Nizzolo può star certo  che continua a essere il solito fortunello perché, come molti velocisti, non ovviamente Mareczko, non si stacca sulle salitelle ma fora negli ultimi 10 km. Oggi l’elicottero non ha potuto alzarsi e la moto è stata più vicina del solito ai ciclisti, e così nel finale ha fatto le funzioni del keirin,  è partito a testa bassa in tutti i sensi Ewan ma Pascalone Ackermann l’ha superato nel finale resistendo alla rimonta di Viviani. Quest’ultimo fa il piagnone di giornata dicendo che qui non ha tutto il treno e non si capisce quanti vagoni dovrebbe avere questo treno ma chi l’ha battuto ha in squadra ben due che corrono per la classifica. Poi, finita la tappa, subentra il triste spettacolo del Processo alla tappa con la Mosca Frantse-tselli di cui possiamo anche dire che la parola che usa più spesso è “ehm…”. Oggi il Processo è stato soprattutto per i cannibali sotto al palco perché si è passati per Nibalandia e lo squalo ne ha approfittato per salutare e ringraziare un po’ di persone. Certo nessuno degli ex della Mastromarco, presi dalla corsa, ha cercato di mettersi in mostra a Mastromarco o sul San Baronto, e Visconti, che correva con i rivali della Finauto dell’altro maledetto toscano Luca Scinto, non è neanche in gara. Alla fine vorrebbero ricordare la Cuneo-Pinerolo di Coppi ma vanno le immagini del mondiale di Zurigo e viene il sospetto che la TGR della Campania abbia fatto scuola.

I Favolosi Anni 50