Appunti per una storia di zombies

Una cosa che proprio non mi piace è lo spreco di cibo, fosse anche la pizzetta o il gelato caduti per terra, ho ascoltato troppe storie di fame della guerra ma anche del dopoguerra e di fame tanta se ne vede anche oggi sia per strada che nei media. Di più, mi lascia perplesso anche l’utilizzo di prodotti alimentari per altri scopi come le cure di bellezza, forse sarà mia ignoranza sulle materie prime usate, però vedendo ad esempio una bacinella di cioccolato da spalmare su qualche corpo io penso che sarebbe meglio spalmarla su una fetta di pane per qualche bambino di quegli stessi paesi che il cacao lo esportano, ma a questo punto voi mi direte che questo è un falso problema perché quel bambino neanche ce l’ha una fetta di pane a disposizione. Comunque sia, pensavo che allora sarebbe bella una storia di zombies, un film o un fumetto, in cui, in uno di quei paesi che esportano cacao, dei bambini zombie assaltano un centro benessere e mordono i clienti dando vita un miscuglio di sangue e cioccolato, una cosa schifosa tanto più per me che non sono amante dell’horror e però questo film lo vedrei, soprattutto se mi mandate un biglietto omaggio perché vi ho regalato questo piccolo spunto, insomma questo spuntino.

Con gli zombies vai tranquillo perché essendo sfatti non si può dire che sono disegnati male.

Gran Varietà

Si dice che il mondo è bello perché è vario e all’Italia piace essere in armonia con questo mondo dai mille colori, con questa varietà, e perciò varia le sue volontà, qui chiede una cosa lì un’altra preferibilmente con l’accento sulla “a” finale.

La Zeriba Suonata – Black Surf Matters

Neanche io che negli anni 60 c’ero me li ricordavo e li ho scoperti per caso: un gruppo di neri che si chiamava Les Surfs e che in anni di black panters e blackxploitation faceva una musica bianca balneare come il surf, come è possibile? Semplice: non erano americani, erano quattro fratelli e due sorelle del Madagascar e quindi di sicuro non vaneggiavano un ritorno alla Madre Africa, ci stavano già. E da lì, dove vinsero un concorso e iniziarono ad avere molto successo, si trasferirono in Francia dove però li adattarono, diciamo così, a fare cover di canzoni di successo, ad esempio una versione francese di If I Had A Hammer, canzone di protesta di Pete Seeger resa famosa da Trini Lopez e poi presa a martellate da Rita Pavone; nel filmato possiamo anche verificare la divisione dei compiti in famiglia con le sorelle ottime cantanti e i fratelli soprattutto coristi e ballerini. E dato che dalla Francia andare a Sanremo è un attimo parteciparono a ben 4 edizioni del Festival e solo quando li vediamo avvicinarsi a Mike Bongiorno, che parlava italiano come un mattoide uscito da un libro di Celati o di Cavazzoni (“sono le emozioni che succedono”), ci accorgiamo della loro bassa statura che sembra gli procurasse molte simpatie. Dopo qualche anno i membri della famigliola iniziarono a prendere strade diverse, carriere soliste, riunioni parziali, e revival, hanno vissuto chi a Nizza chi in Canada chi in California e poi c’è stato chi è tornato in Africa ma solo per essere sepolto.

Con Les Surfs gli impresari risparmiavano sulle limousine.

Slovenia anno zero

Prima c’era stata una corsa a tappe nazionale in Vietnam neanche breve, poi si è iniziato a correre nella Slovenia, poco colpita dal COVID, con qualche criterium e infine ieri con il campionato nazionale che è stata quindi la prima corsa sotto la benedizione dell’UCI che ha concesso una deroga allo stop. Immagino che gli appassionati colpiti non dal COVID ma da crisi di astinenza abbiano cercato qualche collegamento, qualche sito, per seguire una corsa che non era neanche una qualunque, perché la Slovenia è forse il paese più emergente ma davvero emergente mentre altri, come l’Eritrea, pagano forse per le poche risorse e la marginalità nel mondo del ciclismo. E poi il percorso era impegnativo e ci si attendeva una sfida tra Roglic Pogacar e Mohoric, e per quanto bravo il primo correva da solo, mentre gli altri due potevano contare sul gioco di squadra dell’UAE e della Bahrain, e infatti ha vinto Roglic che però ha trovato l’estemporanea collaborazione di Mezgec sul quale forse erano puntati, o sarebbero stati puntati se ci fosse stata una tivvù, gli occhi dei suiveurs solidali con Garzelli: che maglia avrebbe indossato, quella gialla della Mitchelton o quella rosa della misteriosa Fundacion che aveva tutte le carte in regola? Beh, come già nei criterium precedenti Luka Mezgec correva con la vecchia maglia gialla dello sponsor australiano, e se Garzelli dovesse essere accolto in RAI come figliol prodigo ancorché soporifero siamo curiosi si sentire come commenterà gli scatti di Chaves e dei gemelli Yates, sonno permettendo.

Poi all’arrivo provateci voi a far rispettare il distanziamento sociale.

 

Nessun genio, due compari, due polli

Uno è livornese. Ha un buon lavoro, fa il commissario tecnico della nazionale di ciclismo. Poi un giorno incontra un amico, un pilota spagnolo, che gli dice che vuole mettere su una squadra di ciclismo di prima fascia e ha pensato proprio a lui per il ruolo di direttore sportivo. E il livornese accetta e si dimette dalla nazionale. Quando si incontrano per la seconda volta il pilota spagnolo dice che quella squadra forse è meglio farla di seconda fascia, però crescerà, e il livornese dice che va bene, vincerà le corse e troverà gli sponsor e crescerà man mano, e lo spagnolo aggiunge che semmai per iniziare va bene pure di terza fascia, vediamo, ma poi crescerà. Quando i due si incontrano per la terza volta il livornese chiede notizie delle squadra, a che punto stiamo, e lo spagnolo cade dalle nuvole e dice: Quale squadra?

L’altro è di Varese ma vive in Spagna. Pure lui ha un buon lavoro, fa il commentatore tecnico di ciclismo in RAI, e bisogna riconoscergli che nei caldi pomeriggi estivi, nella controra, il suo tono concilia il sonnellino, e così uno dorme e sogna una tappa battagliata del Tour, poi si sveglia all’ultimo chilometro e pensa che è successo davvero. Ma c’è un ex ciclista, pure lui spagnolo, che conosce un tipo che ha una Onlus e vuole comprare una squadra australiana in difficoltà, forse è pure quella una forma di beneficenza, perché no? Il varesino mette in moto le sue conoscenze, avrà un ruolo nella squadra e si dimette dalla RAI, l’affare si fa, si incontrano le parti, pare che firmano, poi il benefattore spagnolo forse parla un po’ troppo, o troppo presto, forse all’australiano gli vengono dei dubbi, ma una Onlus ce li avrà i milioni che occorrono per una squadra di ciclismo? Così finisce che lo spagnolo dice che è tutto a posto, l’australiano dice che non se ne fa niente, e il varesino sconfortato dice che lui ci ha messo la faccia, sì, ma forse ci ha rimesso diciamo il rovescio della faccia.

Ora sono maturi e un po’ dimessi, ma quando erano giovani e vincenti pensavi chi li batte questi due, chi potrà mai metterli nel sacco?

La Zeriba Suonata – tra mito e soap

Ci sono tanti miti nella musica per lo più ingiustificati, personaggi di cui si sa tutto e quel tutto è davvero troppo, semmai si dice che sono morti misteriosamente, ma chissà se si tratta di morti davvero misteriose o piace, o conviene vederci un po’ di mistero che fa brodo. Invece una che il mito lo rasentava era Annette Peacock: pochi dischi, poche foto per lo più vecchie. Poi ci sono quelli che a periodi rivalutano pezzi di cultura di massa che tra l’altro dicono che le soap opera sono il corrispettivo odierno dei miti, beh, in questa storia abbiamo pure la soap. Annette infatti prende il cognome dal primo marito Gary Peacock che collaborò con Paul Bley il quale forse collaborò un po’ troppo e si mise con Annette mentre sua moglie Carla si sposò con Michael Mantler che diede il cognome alla figlia Karen e poi si mise con Steve Swallow, insomma il jazz sembra un posto dove tutti si congiungono con tutte e viceversa. Annette Peacock è una musicista per lo più elettronica che fa quel genere di musica di cui si scrive sia sulle riviste di rock che su quelle di jazz, quando se ne scrive, perché lei ha composto per altri prima di incidere e comunque sono pochi i suoi dischi, concentrati soprattutto tra fine anni 70 e fine anni 80. Tra i suoi ammiratori c’era anche quel vecchio marpione di David Bowie che per decenni le ha chiesto di collaborare con lui. Come i dischi anche le foto di Annette sono poche  e in esse è sempre giovane e bella, anche sulle copertine dei dischi più recenti, in alternativa ci sono suoi ritratti, e viene da pensare che non voglia mostrarsi invecchiata o che sia miracolosamente rimasta così, che abbia fatto un patto con il diavolo o abbia uno specchio che invecchia al posto suo, no, niente di tutto questo, forse è solo perché appunto pubblica pochi dischi. E infatti nel 2000, quando Manfred Eicher  le fece incidere An Acrobat’s Heart per la sua ECM, fu realizzato un breve documentario in cui lei non aveva problemi a mostrarsi, prossima ai 60 anni, ancora fascinosa e baldanzosa in abito maculato per le strade di Oslo, e così svaporò un possibile mito. Di vecchi filmati invece non se ne trovano, solo una versione live di Back To Beginning, un brano contenuto nel primo album solista di Bill Bruford, storico batterista britannico anche nei King Crimson e suo collaboratore qui ricambiato.

a occhi chiusi

Se volete che il prezzo di un libro sia direttamente proporzionale al numero di pagine, alla lunghezza delle storie e al tempo di lettura, allora le Logosedizioni non fanno al caso vostro, perché i loro volumi cartonati sono da intendersi più come libri d’arte: belle illustrazioni per brevi storie che si leggono in pochissimo tempo. Io ho fatto un’eccezione per Lorenzo Mattotti che seguo da una 40ina di anni e che è ai vertici delle mie preferenze da quando la Corazzata Anselmo II entrò nella baia dell’Isola di Sant’Agata. Per una collana dedicata ad attività umanitarie Mattotti ha disegnato Blind, una storia che descrive il passaggio dalla cecità alla vista, da un bianco e nero, più macchie che figure, che ricorda il suo Hänsel e Gretel, ai suoi pastelli coloratissimi. Avevo visto un’anteprima su internet ma “dal vivo” è un’altra cosa e comunque spesso i libri di Mattotti li compro a occhi chiusi, e tutti dovrebbero poterli vedere, poi se non gli piacciono quello è un altro discorso.

l’internet nel pallone

Ci sono delle volte che mi ricordo delle potenzialità di internet e cerco delle cose che mi domando perché non ci avevo pensato prima, e semmai qualche rara volta davvero ci avevo pensato prima ma me n’ero scordato. Ma non tutto si trova o è facile da trovare. Decenni e decenni fa quando la tv trasmetteva in bianco e nero, anche i film a colori, e il pomeriggio la si poteva vedere perché non c’era gente che straparlava addosso a sé e agli altri, il primo nome che si mi fissò in testa come autore di film forse fu quello del cecoslovacco Karel Zeman, credo, forse se la gioca con Chaplin ma facciamo finta che sia così, solo che i film di Chaplin erano davvero in bianco e nero mentre quelli di Zeman ho scoperto troppo tardi che erano a colori. Zeman era un regista fantasioso in tutti i sensi, i suoi film erano trasposizioni di romanzi di Jules Verne o di altri racconti fantastici, inventò un sistema per sovrapporre disegno animato a passo uno e riprese dal vivo il tutto arricchito da illustrazioni effetti speciali e altre ingegnose trovate, e tra i suoi estimatori ci sono Terry Gilliam (entrambi hanno tratto un film da Le avventure del  Barone di Munchausen) e Tim Burton, anche lui occasionalmente animatore a passo uno. Ho fatto in tempo a vedere qualche film di Zeman, perché dopo non credo che l’abbiano più passato in televisione, obliato come tanti e sovrastato da quegli americani che tra Disney Pixar e Dreamworks non riescono a incantare come sapeva lui, ma non voglio fare il nostalgico di mitici bei tempi, c’è ancora chi ce l’ha la capacità di incantare, come i giapponesi dello Studio Ghibli o il francese Michel Ocelot e poi chissà forse altri che neanche conosciamo. E poi oggi abbiamo l’internet che ci permette di recuperare, di ritrovare, a patto che sappiamo cosa cercare, ma non sempre si trova tutto. Infatti ho trovato il sito del Karel Zeman Museum, poi dei piccoli video sulla sua arte con anche i pareri di Gilliam e Burton, qualche trailer, ma i film, quelli non li ho trovati, forse bisogna andare in qualche cineteca della Repubblica Ceca? E poi sapete come funziona internet tra algoritmi e link più cliccati, se volete fare una ricerca dovete essere precisi, restringere il campo, perché se cercate solo “Karel Zeman”, prima dei brevi video che dicevo, vi escono tante imperdibili notizie filmate su un omonimo allenatore del pallone figlio di allenatore del pallone che in Italia ha allenato qualche squadra in serie Q.

Questa minacciosa nuvola rossa è vernice sciolta in acqua.