Vacanze impegnative

Ieri sono iniziate le mie vacanze e si preannunciano impegnative. Di pomeriggio ho acceso la tivvù per seguire i campionati europei di vari sport che si disputano a Monaco di Baviera, a me interessava solo il ciclismo su pista e quando passavano ad altre discipline mi mettevo a leggere, se la pausa era lunga il libro di Tullio Pericoli, se l’interruzione era breve qualcosa dal numero di Linus su Marylin Monroe che ho trovato in libreria. Non mi lamento.

Perline di Sport – Pericolo pubblico numero 1

Domenica a Vårgårda gli agenti dell’UCI hanno squalificato la Numero 1, che aveva vinto la corsa dominandola, ritenendo che la sua posizione in bici, anche se per pochi secondi, costituisse un grave pericolo per le avversarie che già faticavano a starle dietro. E’ vero che ancora oggi il ciclismo femminile è poco seguito dai media ma pure mi sento di dire che non ricordo cadute di Marianne Vos nelle gare su strada, il ciclocross non conta perché lì scivolare è la normalità. Anzi ricordavo un autentico prodigio a un Giro d’Italia che dimostrava l’eccezionale abilità nella guida di questa donna pericolosa, solo che non ricordavo quando avvenne, e la ricerca di qualche immagine è stata resa più difficile dal fatto che l’impressione per l’accaduto ha perfino distorto il ricordo del risultato, ma sono riuscito a venirne a capo. Era la seconda tappa del Giro 2013 a Pontecagnano-Faiano. Vos è provvisoriamente in maglia rosa ma quella finale sarà della scalatrice statunitense Mara Abbott. Si arriva in volata e la lotta è con la rivale Giorgia Bronzini. A pochi metri dal traguardo c’è un buco nel manto stradale, ma si sa che per l’UCI non sono pericolosi i percorsi e lo stato delle strade ma i comportamenti dei ciclisti. La ruota di Marianna finisce in quel buco e la bici tenta di disarcionarla ma lei riesce restare in piedi ed arriva seconda. L’intervistatrice si complimenta con lei per l’abilità che le deriverebbe dalla pratica di mtb e ciclocross, e Marianna se fosse stata una persona innocua si sarebbe lamentata della sfortuna e avrebbe inveito contro il Comune che non fa aggiustare le strade concludendo che è tutto un magna magna, ma essendo una persona pericolosa dice solo di essere contenta di essere rimasta in piedi e di essere “lucky”. Chi l’avrebbe mai detto che un pericolo pubblico può insegnare a vivere a molte persone!

Giro 2013 – 2^ tappa

Visibìlia – Un’altra storia

Nella puntata di ieri su Russell Mulcahy e i Duran Duran scrivevo che il video di Hungry Like The Wolf era una storia scombinata in cui non si capiva bene cosa succedeva, e in questo lo paragonavo a Sabotage dei Beastie Boys. E allora eccolo quel video, un susseguirsi frenetico di scene senza nesso tra di loro, ispirato alle serie poliziesche americane e diretto da Spike Jonze, un altro che poi è passato al cinema dirigendo tra gli altri Essere John Malcovich.

Sabotage

Cela n’est pas un Tour (avec quiz final)

Gli organizzatori di ciclismo a volte diventano organizzattori, e più di tutti quelli del Tour, tanto più ora che sono spalleggiati sfacciatamente da Monsieur Le Président de l’UCI. Dal 1984 al 1989 la società che deteneva i diritti del Tour de France organizzò anche un parallelo Tour femminile, poi con le successive edizioni iniziarono controversie che hanno costretto i nuovi organizzatori a cambiare il nome della gara, che comunque in campo femminile veniva vissuta come Tour de France. E pure le rare notizie che arrivavano ci raccontavano di un Tour femminile, dove negli anni 90 Luperini e compagne vincevano classifica e tappe. Poi la corsa, comunque chiamata, è scomparsa. Nel 2014 la società ASO proprietaria dei diritti del Tour ha creato la Course by Le Tour de France, in linea o a volte in due tappe, e da quest’anno finalmente si corre il Tour femminile, partito quando è finito quello maschile. Ma un evento così importante avrebbe avuto ancora più risalto se questa fosse stata la Prima Volta, e allora col potere dei soldi si cancella il passato, anche le edizioni parallele alla gara maschile, e potremmo dire che Longo Canins e Luperini che indossarono la maglia gialla non sanno neanche più che corsa hanno vinto. Poi ci sono i giornalisti che ci aggiungono il loro e, dopo che per 364 giorni all’anno hanno rotto le scatole con la tiritera su la Storia del Ciclismo la Memoria e il Passato, il 365esimo giorno spalleggiano ASO e non ricordano che si sia mai corso un Tour femminile. E allora indubbiamente e matematicamente c’è la prima vincitrice di tappa che è Lorena Wiebes dei Paesi Bassi, la prima a vincere una tappa in maglia gialla ovvero Marianne Vos dei Paesi Bassi, la prima a vincere il Tour che è Annemiek Van Vleuten dei Paesi Bassi, cui è bastata una sola tappa di montagna per disperdere le avversarie e con l’ultima ha solo ribadito il concetto, e infine la prima doppietta Giro-Tour ovviamente con Annemiek e con buona pace di Marsal Luperini e Sommariba. Dietro Van Vleuten c’è Demi Vollering che era attesa come l’erede della vecchia guardia ma per ora ha mangiato la polvere, anche letteralmente per una infelice tappa con tratti di sterrato esagerato, ma il futuro può essere il suo, del resto ha 25 anni e alla sua età Annemiek Van Vleuten non aveva ancora vinto niente, e Marianne Vos aveva già vinto tutto ma non si può prendere come riferimento. Si ristabilisce così il rapporto di forza tra i Paesi Bassi e l’Italia a favore delle prime. Le ex olandesi, oltre alla classifica finale, vincono 6 tappe su 8, tutte le classifiche parziali con Vos punti e supercombattiva (un po’ a sorpresa, forse per aver combattuto per la causa del Tour) Vollering GPM e Van Anrooij giovani, mentre le italiane tornano a casa senza vittorie, con un quinto posto finale di Silvia Persico quasi graziata dalla Giuria dopo una grave scorrettezza in volata, e un sesto posto di Elisa Longo Borghini che commette molti errori, di percorso e tattici, avrebbe bisogno di consigli dall’ammiraglia, ma forse pure la sua ammiraglia avrebbe bisogno di consigli. Ma la prima di tutte a tornare a casa è stata Marta Cavalli travolta dalla campionessa australiana che a scuola non ha mai studiato quel principio di impenetrabilità dei corpi che fino a prova contraria vale anche nel giù sotto. E a proposito di errori e di cadute, qualche socialdeficiente ne ha approfittato per scrivere che sono la dimostrazione dello scarso livello del ciclismo femminile, ma questi personaggi, che evidentemente si rovinano la vita da soli se si mettono a seguire cose che non gli piacciono giusto per dirne male, non seguono neanche il ciclismo maschile oppure hanno la memoria corta, perché se non volessimo andare indietro alle tante cadute di gruppo al Giro o al Tour maschili basterebbe ricordare quelle assurde dell’ultima Liegi. Qualcuno vuole spacciare questo accanimento come una faccenda solo italiana, ma mentre sabato attendevo la diretta della Clasica di San Sebastian nel pomeriggio sportivo si parlava, pure a lungo, delle offese che ricevono le calciatrici di altri paesi, e allora il problema è più vasto. Poi la diretta di una corsa, la più importante del mondo, ha portato nuovo pubblico, che semmai vede queste ragazze per la prima volta senza conoscerle, e allora ecco l’ignorantone sospettone di turno che, dopo il predominio della Jumbo nella gara maschile, vede una “maglia jumbolesca” vincere una tappa e sospetta e vaticina che un giorno si saprà, ma intanto è chiaro che lui non sa chi c’è dentro quella maglia color discarica abusiva per fortuna presto cambiata, prima con la gialla e poi con la verde, perché non bastassero tutte le vittorie ottenute con tutte le maglie dappertutto in tutte le specialità, Marianne Vos è stata anche una delle persone che più si sono impegnate perché si organizzasse un Tour femminile, e se la vittoria finale non è più roba per lei che nella pur lunga seconda fase della sua carriera si è dovuta contenere e in salita si stacca, si può dire che Marianna ha ottenuta una sorta di vittoria morale, tipo quella che piace tanto agli uomini della RAI, con vittorie di tappa premiazioni sfoggio di maglie popolarità, e sul palco sorrideva come se fosse una principiante, arrivando pure a dichiarare dopo la prima vittoria di tappa che quella era la sua più importante, però stavolta mi spiace non posso essere d’accordo con lei.

Ed ecco il quiz finale

Dopo la settima tappa Annemiek Van Vleuten è avvicinata dalla mascheratissima Marianne Vos, cui il covid che le ha impedito di correre la Roubaix già le è bastato. Nell’immagine si vede Marianne alzare un braccio. Cosa fa la Vos con AVV?
1. Le da un cazzotto così per sportività.
2. Le toglie un capello dalla maglia.
3. Si complimenta dicendo che temeva di arrivare fuori tempo massimo.
La risposta esatta è la 3 perché queste due non sembra ma sono delle grandi mattacchione.

Ciclisti erranti

E’ finito un Tour de France che rimarrà memorabile, almeno finché la memoria ci assisterà, eppure non è stato esente da errori. La sconfitta di Pogacar dovrebbe risollevare tutti perché un fenomeno imbattibile poteva nuocere al ciclismo da vari punti di vista, e lo sloveno ha detto che dovrà imparare dai suoi errori, ma non sappiamo a quali si riferisce. Molti pensano ai tanti scatti e all’aver inseguito un Rambic poco credibile perché, anche se nessuno sapeva che aveva delle fratture, pochi giorni prima si era sistemato la clavicola da solo. Altri pensano che sia stato un errore correre alcune classiche primaverili come il Fiandre, anche se io ho avuto l’impressione che, per motivi di scuderia, nella prima parte della stagione l’obiettivo da centrare a tutti i costi era l’UAE Tour e poi abbia continuato a correre sfruttando la condizione. Ma anche il vincitore Vingegaard ha fatto uno sbaglio che poteva essere ben più grave: nella crono del sabato ha corso a tutta come se fosse lui a dover recuperare e ha rischiato di sfracellarsi in discesa. Rimasto in piedi ha poi rallentato, forse per la paura, forse per lasciare la vittoria di tappa a Van Aert, o forse per godersi una passerella finale salutando il pubblico. E già, perché la tappa finale di Parigi è praticamente la passerella ufficiale, ma c’è ancora da sudare perché lì è come se un laureando prima festeggiasse con amici e parenti e poi andasse a discutere la tesi. Poche volte non si è arrivati alla volatona accidentata sul pavé degli Champs-Elisées, e la più clamorosa fu nel 1979 quando andarono in fuga i primi due della classifica Hinault e Zotemelk e se la giocarono allo sprint; allora vinse Hinault ma erano tempi in cui non si storceva il naso di fronte allo strapotere di qualcuno. E quest’anno visto che i primi due hanno corso sempre vicini vicini si poteva ipotizzare un finale analogo, e all’inizio della tappa davvero è partito Van Aert ed è stato raggiunto prima da Tadej e poi da Jonas ma era per ridere e si sono rialzati, e quindi via ai brindisi e alle foto, il primo con la moglie e i genitori, poi con lo zio e i cugini, cioè no, però tutti i Jumbo e poi tutti i danesi. La foto più difficile era quella della Ineos che ha vinto la classifica a squadre e sono arrivati alla fine tutti e otto, bisognava farli entrare tutti nella fotografia ma allo stesso tempo stare attenti a non allargare troppo l’immagine perché ai lati della carreggiata c’erano vari ciclisti previdenti che svuotavano la vescica prima di arrivare a Parigi. Dicevo gli errori, non li hanno commessi solo i ciclisti, ma pure i giornalisti. Nella conferenza stampa definitiva del sabato qualcuno ha chiesto a Vingegaard se fa uso di doping; ma siete scemi? Intanto la domanda è infelice e mi fa pensare anche che i sospetti sul doping nascondano pensieri etno-razzisti: Vingegaard è danese come Riis e Rasmussen quindi si droga, ma prendete pure Marcell Jacobs, credo che se fosse stato statunitense nessuno avrebbe sospettato niente ma un italiano come si permette di vincere i 100 metri alle Olimpiadi? E parlando di atletica, perché nessuno va a fare la stessa domanda a chi in questi giorni ha avvicinato i record di personaggi inquietanti come Florence Griffith-Joyner buonanima? Ma poi che ingenuità: ma pensate davvero che se qualcuno si dopa poi lo dice tranquillamente ai giornalisti? Armstrong e Virenque, per dire, hanno negato finché hanno potuto e Pantani se glielo chiedevano si arrabbiava. Vabbe’, ridendo e scherzando i ciclisti passano nel Louvre ed entrano nel circuito finale, gli ex come il Garzo dicono che a quel punto viene la pelle d’oca ma pure per gli spettatori è una liberazione perché si inizia a fare sul serio. E di tentativi di fuga ce ne sono, anche di Pogacar nel finale ma nello stesso momento Ganna ha la stessa idea e finiscono per pestarsi i piedi a vicenda. Si arriva alla volatona con quel bestio di Kristoff che fa a spallate con la lanterna rossa Calebino Ewan (Alexander si sarà abbassato un po’ perché la spalla dell’australiano gli arriva al ginocchio) e vince Jasper Philipsen, confermando che in questi ultimi anni non c’è un velocista nettamente e costantemente superiore com’era stato in passato con Cavendish e Kittel, il contrario di quello che avviene tra le donne con Lorena Wiebes. E infatti poche ore prima sullo stesso circuito si era conclusa la prima tappa del Tour femminile, che fa la staffetta con quello maschile, e Lorena ha dato un po’ di biciclette alle sue avversarie, da Kopecky terza a Balsamo settima passando per Barbieri quarta. Sì, però qualcuno informato dirà che Wiebes ha vinto di pochi centimetri, ed è vero, ma la battuta è Marianne Vos che è un mondo a parte.

Questa viene ritenuta la prima edizione del Tour femminile, come se quelli corsi in passato fossero dei falsi, dei Tour made in China, eppure ricordo che ai tempi di Maria Canins si correva parallelamente agli uomini. Comunque sia, gli uomini RAI hanno accennato alla cosa esclamando: “Finalmente, era ora!”, ma la RAI ha fatto il grave errore di non comprare i diritti per la trasmissione della corsa, anche se ciò non sminuisce la bontà del prodotto offerto in queste tre settimane, almeno secondo loro, e infatti Pancani si è complimentato con Rizzato, Rizzato si è complimentato con Pancani ed entrambi si sono complimentati con Garzelli, il quale ha voluto finire alla grande con la sua esatta pronuncia del luogo che ha ospitato l’ultima tappa: gli sciamp elisé, che potrà sembrare un errore ma è solo un lapsus spiegabile con il fatto che il Garzo ha dovuto elidere gli sciampi dalla sua vita.

Dato che siamo in tema di “estetica” parliamo pure di maglie. In occasione del Tour alcune squadre, che ci si è abituati a vedere con una divisa, per l’arrivo di nuovi sponsor o omaggi vari o altre circostanze, cambiano maglia e quest’anno è successo che più squadre si sono buttate sul blu e si aveva difficoltà a distinguere Trek, Alpecin, Israel, mentre quella inconfondibile era la maglia color discarica della Jumbo-Visma.

E’ sul blu pure la maglia che indossa la SD Worx nella gara femminile, ma si tratta di una divisa disegnata l’anno scorso da Amy Pieters che a dicembre fu investita e andò in coma, ma dopo mesi ne è uscita e sta recuperando, quindi ben venga questo omaggio. In chiusura un ultimo errore è stato dei media in generale per non aver dato abbastanza spazio a una vittoria altrettanto significativa se non di più. E’ vero che l’ha ottenuta la meno vincente delle squadre professionistiche in una corsetta slovena, il G.P. Kranj, ma il vincitore è Andrea Peron, finora noto soprattutto per le lunghe fughe nella Milano Sanremo, che corre nella Novo Nordisk, la squadra giramondo che ingaggia solo ciclisti con il diabete, e pensavo che tra antidoping covid e diabete chissà quanti controlli fanno ogni giorno.

Perline di Sport – toccate

Non mi tocca personalmente, ma mi dispiace vedere che le vittorie delle atlete italiane negli sport fighetti trovano sempre spazio sui media generalisti mentre le simpatiche cicliste che vincono medaglie a carrettate sono sempre snobbate anche se praticano uno sport con una bacino d’utenza molto più vasto di altre discipline. Comunque nessun rancore e anzi salutiamo il sottosegretario uscente allo sport con le immagini di una delle sue memorabili imprese.

tocca qui

Pirenaica

Al Tour ci sono state tre tappe pirenaiche e allora ho pensato che della prima scrivo al passato, della seconda al presente e della terza al futuro.

All’inizio della tre giorni sui Pirenei si è fatto l’appello. Qualcuno non è partito perché positivo al covid, qualcun altro perché ammaccato, e poi c’è il caso Morkov. Il danese era arrivato fuori tempo massimo, non è stata la squadra ad abbandonarlo ma è stato lui a dire lasciatemi qui, mettetevi in salvo voi. E’ voluto arrivare a tutti i costi anche se fuori tempo massimo, come Siskevicius alla Roubaix di qualche anno fa, solo che il lituano trovò il velodromo chiuso mentre lui ha trovato il direttore del Tour in persona a fargli i complimenti e chissà come si dice “sticazzi” in danese. Ma gli è parso strano che se ne si sia parlato più di una sua vittoria e si è pure sentito in colpa verso i compagni perché gli sembrava di averli traditi. E mentre lui si faceva di questi problemi, i lupi del pacco omonimo hanno passato in piscina la giornata di riposo facendo tuffi più o meno acrobatici, Lampaert che si buttava come se cadesse sul pavé e Jakobsen che faceva pure la capriola, ma questo non stava più di là che di qua e poi è resuscitato? Gli Israel invece se ne sono andati a fiume, chissà che non sia stato un suggerimento del lato africano di Froome, ma poi vedremo che ha pagato più la giornata al fiume che quella in piscina. Pure le squadre dei due primi in classifica hanno fatto la conta, per i Jumbo c’era Benoot acciaccato, per l’UAE c’era Soler con problemi di stomaco che la tivvù sembrava quasi volerci offrire in diretta, e alla fine anche lui è arrivato fuori tempo massimo. E come se non bastasse, dopo che Pogacar ha fatto due tre attacchi senza risultato, sì è messo a tirare il compagno Majka ma a un certo punto ha rischiato di cadere per l’ennesimo problema meccanico della loro bici italiana, non facciamo nomi ma sarà una coincidenza? La prima e meno difficile delle tre tappe pirenaica non ha detto niente per i primi due posti ma per i successivi ha visto Quintana avanzare e Bardet retrocedere. Per la tappa invece anche stavolta è arrivata la fuga, e tra vari scalatori l’ha spuntata invece un passista, il canadese Hugo Houle della Israel che andò a fiume, il quale aveva l’asso nella manica, il valore aggiunto dei ciclisti, cioè un parente morto cui dedicare una tappa. Suo fratello correva come lui ma 10 anni fa fu ucciso da un autista ubriaco e da allora avrebbe voluto dedicargli una vittoria, ci ha messo un po’ di tempo ma almeno gli ha dedicato una vittoria importante.

Altra tappa altra conta: Majka il giorno prima ha preso una bella botta e non parte, lasciando Pogacar con soli tre compagni, anzi con due più Hirschi. Eppure quei due fanno in corsa quello che non hanno fatto per tutto il Tour, si mettono a tirare e setacciano il gruppo, praticamente quello che faceva la Sky. E viene da pensare che, al di là dei risultati, queste tappe segnano un cambiamento nel ciclismo moderno che tanto poco piace a Uran. I ragazzi stanno crescendo e mettendo la testa a posto e perciò da adesso in poi correranno con giudizio, pure troppo, staremo a vedere. Ma Pogacar deve recuperare molto e allora non aspetta l’ultima salita per scattare ma attacca già sulla penultima, a 2 o 3 metri dal GPM, e Vingegaard rimane attaccato. Poi si ricongiunge Mc Nulty e riprende a tirare per Pogacar, dal quale in RAI si aspettano un attacco a tre km dalla fine, nel tratto più duro della salita verso l’aeoporto di Peyragudes, il terzo aeroporto in questo Tour che forse spera così di incitare i ciclisti a volare, ma manco il gatto e la gabbianella, a 3 km non scatta nessuno e si va allo sprint tattico e non si capisce se i due contendenti non ne hanno più o temono di non averne, alla fine vince Pogacar e guadagna solo 4 secondi d’abbuono. Per la terza volta consecutiva c’è un ciclista da solo che rischia di arrivare fuori tempo massimo, è Fabio Jakobsen che andò in piscina, lasciato solo come il suo apripista Morkov nonostante possa vincere l’ultima tappa, però i compagni ormai più jene che lupi fanno il tifo per lui, chissà come si dice “sticazzi” in neerlandese, ma alla fine ce la fa per una sporca dozzina di secondi ed è uno in meno che lascia il Tour.

Sempre insieme.

La terza tappa pirenaica partirà da Lourdes ma i ciclisti non verranno benedetti, neanche partiranno per covid tre vecchietti, Caruso Erviti e Froome cui avrà fatto male l’acqua del fiume? E poi altri due saranno allegramente buttati giù dalle moto. Ciccone andrà in fuga per i GPM e per litigare con qualcuno ma fallirà, anche perché la gara la faranno gli uomini di classifica, e stavolta Pogacar attaccherà più volte sulla penultima salita ma Vingegaard sempre dietro, insisteranno anche in discesa e lì prima il danese slitterà ma riuscirà a rimanere in piedi, poi cadrà lo sloveno ma l’avversario invece di filarsela lo aspetterà e si sincererà delle sue condizioni e Pogacar gli stringerà la mano. E tutti a elogiare il fairplay, anche i sostenitori del ciclismo di una volta in bianco e nero, ma un gesto del genere col cavolo che l’avreste visto ai tempi eroici del ciclismo eroico, neanche da qualche corridore in odore di santità, anzi sarebbe stata un’occasione per guadagnare terreno. Poi i malpensanti diranno che sarà stata una scelta strategica o qualcosa di simile, ma se si dice che lo sport insegna i valori e insegna a comportarsi nella vita vera, allora meglio proporre queste immagini piuttosto che un calciatore dalle dubbie frequentazioni che fa un gol con la mano e poi dice che non è stato lui ma Dio in persona. Diciamo che di questo gesto aveva bisogno pure la Jumbo per certi atteggiamenti poco sportivi e anche perché Van Aert a volte sembra che aspiri a diventare lo sceriffo del gruppo. Ma tornando alla corsa, sull’ultima salita verso Hautacam Vingegaard troverà proprio Van Aert, in fuga dal mattino, il quale con una trenata staccherà Pogacar e così Vingegaard andrà a vincere davanti allo sloveno.

La terza tappa ha entusiasmato gli uomini della RAI che hanno potuto fare retorica in abbondanza sul fairplay, e Rizzato ha mitragliato che vorrebbe che questo Tour così bello non finisse mai e che forse pure Vingegaard avrebbe voluto che gli ultimi 300 metri non finissero mai. Mai? Ma ci sei o ci fai? Giovannelli e Pancani, da parte loro, si sono inseriti di forza in un’iniziativa di Gerainthomas che a ogni tappa lasciava il suo giubbotto a un tifoso per passarlo a un altro nella tappa successiva fino a Parigi dove verrà messo all’asta, e che la RAI si sia intrufolata e abbia tolto lo sfizio a un qualche tifoso mi pare poco sportivo. Ma il mattatore è Garzelli. Lui, e non solo lui, abusa di una espressione ormai antipatica quando, per sottolineare la superiorità di Pogacar Vingegaard e Van Aert, dice che fanno un altro sport, ma allora ciò vuol dire che Garzelli, dato che in alcuni anni correva solo il Giro e in altri anni neanche quello, fa il commentatore di uno sport che non ha praticato. Bisogna riconoscere che solo uno con la sua esperienza e la sua competenza può spiegarci certe cose e dirci ad esempio che “quando cadi ti fai male”. Meno pratica ha con la lingua, pratica l’anacoluto come se si divertisse a fare le finte, e dello schwa o degli asterischi non se ne farebbe niente perché con lui saltano i generi e i numeri, ma il Garzo vive in Spagna ed è comprensibile, però se andiamo in campo neutro, cioè né italiano né spagnolo, ecco che il berlinese Simon Geschke, ex maglia a pois e figlio di uno storico velocista della DDR, può fantasiosamente diventare Sàimon Sghècce.

Insiemissimi.

C’est la même chose

Se non è Albi è Carcassone, c’est la même chose, ogni anno il Tour arriva nei luoghi degli Albigesi e la RAI, i media francesi non so, ricorda sempre il massacro dei Catari come se tra i morti ci fosse stato qualche loro antenato o parente, ma pure un cognato va bene, c’est la même chose. I Catari erano dei puritani rompicoglioni che predicavano umiltà e povertà ed erano critici verso l’edonistica Chiesa, ovviamente quella di allora, non certo quella umile di oggi al di là di qualche piccolo sfarzo dorato. E il Papato con grande umiltà e carità cristiana sterminò gli Albigesi, e ogni anno la RAI ci propina la stessa storia. Ma qualcosa che sta per cambiare nel Tour c’è, quel modo di correre spettacolare e spesso inconcludente che tanto ha entusiasmato gli appassionati potrebbe declinare, cose che succedono nello sport, sono solo eventi passeggeri. Prendete l’atletica, ho sentito che il vincitore dei 100 metri ai mondiali non sorride mai: lo stile Bolt è stato archiviato. E i giovani terribili del ciclismo crescono e diventano più accorti, e se per Pogacar stavolta sarebbe comunque necessaria qualche azione da lontano per recuperare il grande distacco, Van Aert invece si infila nell’ennesima fuga verso Carcassonne ma dopo qualche km capisce che non hanno grandi speranze di arrivare e si rialza, però se fosse rimasto davanti forse avrebbe evitato una caduta. Non so se i Jumbo sono superstiziosi, sta di fatto che il 17 gli ha portato male. Rambic non parte perché è ancora ammaccato, ma in corsa prima cadono Van Aert e Kruijswijk che si ritira, poi Vingegaard medesimo e Benoot, e un po’ si riequilibria la situazione tra la Jumbo e la UAE, e a questo punto è messa meglio la Ineos.

Fa caldo, la tivvù propone le immagini quasi porno di Kristoff che respira con fatica, il suo compagno Pasqualon dice di aver bevuto 40 borracce, Pidcock dopo l’arrivo si butta in una fontana, e soprattutto abbiamo la conferma empirica, se le teorie dei teorici non fossero sufficienti, del riscaldamento globale. André Bancalà si occupa dello stato del percorso e dice che da decenni misura la temperatura dell’aria e del terreno e la prima è aumentata di 1 o 2 gradi e la seconda di 4. Manco l’avessero sentito, dopo pochi km ritornano gli attivisti del clima, sono anche meno dei 7 dell’altra volta e soprattutto non hanno capito niente perché si stendono sull’asfalto, ma se a terra la temperatura è aumentata di più avrebbero fatto meglio ad arrampicarsi sugli alberi. Non sono difficili né la rimozione dei manifestanti né la tappa, eppure qualche velocista si stacca, e Mørkøv, il pesce pilota di Jakobsen nonché collezionista di medaglie su pista, va subito in difficoltà e, per quanto lo elogino sempre quando va tutto bene, viene abbandonato a sé stesso, non è un vip e non gli spetta qualche compagno ad aiutarlo, e così arriva fuori tempo massimo e se Jakobsen arriva a Parigi la volata se la tira da solo. Pure qui si dovrebbe andare alla volata chi c’è c’è, ma due passistoni tentano il colpaccio: Gougeard e Thomas, il francese Benjamin da non confondersi con il gallese Geraint, anche lui collezionista di medaglia della pista e fidanzato con la compagna di squadra Martina Alzini, pure lei ben messa in quanto a medaglie. Thomas rimane da solo e da buon pistard corre dietro derny, con la moto ripresa che svolge sfacciatamente tale ruolo, e così lo riprendono solo a 500 metri dal traguardo e vince Jasper Philipsen prendendosi dei discreti rischi. Pogacar si complimenta con lui, come del resto fa con tutti, di questo passo quando si ritirerà, invece che il commentatore o il diesse o il venditore di biciclette, farà l’ambasciatore.

Cosa avrebbe detto Mafalda del riscaldamento globale?

Ciclismo d’autore

Le ricognizioni delle tappe del Tour che propone la RAI non sono servizi giornalistici ma spottoni pubblicitari, quindi ci sono degli autori e da Alessandro Petacchi abbiamo sentito che sono quegli autori che decidono chi pedalerà in perlustrazione di quale tappa. Le tappe più facili sono state affidate all’ex velocista Petacchi e quelle difficili, quelle con le salite e quella col pavé, a Giada Borgato, e si potrebbe dire che per vie contorte arriva un altro riconoscimento al ciclismo femminile. Dopo le due tappe alpine c’era la classica tappa così-così, adatta alle fughe, però stavolta in fuga non sono andati dei disperati ma dei grandi nomi tra cui dei passistoni che potevano assicurare il buon esito del tentativo. C’era Ganna e gli italiani si auguravano che arrivasse almeno una vittoria di tappa da questa edizione stitica, però c’era anche Mads Pedersen che era il più veloce e a un certo punto ha pensato bene che, invece di andare dietro a tutti i prevedibili scatti e consumare energie, era meglio attaccare, semmai scegliendo il momento in cui l’avversario più temuto, cioè proprio Ganna, fosse distratto. E così l’ex campione del mondo ha attaccato quando Ganna pensava a mangiare e cercava nella tasca posteriore una fetta di pane e il barattolo di nutella di cui è ghiotto, ma ha trovato solo un gel e per fortuna non ha avuto il tempo di aprirlo perché Mads glielo avrebbe mandato di traverso. Erano in sei davanti e lo scatto li ha dimezzati, e se i tre rimasti dietro non avevano la forza per inseguire, i due attaccati al danese non avevano le energie per inventare chissà cosa e Pedersen ha vinto con una volatona lunga. Anche in questa occasione Garzelli ha dimostrato di avere le idee chiare e di essere pronto per una carriera politica degna della prima repubblica. Infatti quando Ganna inseguiva il Garzo ha detto che stava perdendo, stava mantenendo, forse si era ripreso, e quando i tre di testa sono arrivati agli ultimi km ha detto che gli avversari di Pedersen correvano per la vittoria ma anche per il secondo e il terzo posto.

In questo Tour non c’è tempo per riposare e la tappa successiva affrontava la salita verso l’aeroporto di Mende dove nel 1995 svoltò la carriera di Jalabert che da velocista diventò ciclista più completo, anche se in questo cambiamento fu incentivato dalla disastrosa caduta in volata l’anno prima alla Vuelta. Anche a Mende, come dovunque, la gendarmeria era presente per la sicurezza dei ciclisti e sul percorso una loro auto ha preso fuoco alzando una pittoresca colonna di fumo: merci. Pogacar è partito con l’intenzione di fare un ribaltone, come Coppi, Contador, Froome o Renzi, e per quello ci voleva la grande impresa, la fuga da lontano, e ha attaccato già a 184 anni luce dal traguardo ma i Jumbo sono andati a ripigliarlo. Taddeo ha molta fiducia nelle sue forze ma dovrebbe averne molta meno nelle sue abilità tattiche. In attesa della diretta televisiva c’è stato un riassunto dei mondiali di atletica e l’occasione di vedere una delle ultime gare di Allyson Felix, meno veloce che in passato ma sempre un bel vedere, e poi c’erano i due campioni olimpici, Jacobs e quello con mezza barba, che si lamentavano entrambi di problemi fisici: non è pretattica né segno che siano campioni effimeri, anche se il mezzo barbuto proprio non riesce a diventarmi simpatico, da ragazzo seguivo molto di più l’atletica e da sempre l’ho conosciuta come uno sport pieno zeppo di infortuni. E uno che per la sua storia infortunistica avrebbe potuto fare atletica è Alberto Bettiol che quando sta bene è capace di grandi azioni, ma quando sta bene? Oggi stava benissimo ma forse ha pagato le idee poco chiare nella sua squadra su chi dovesse puntare a vincere e per inseguire ha speso energie che poi nessuno ti ridà indietro, ditelo pure a Pogacar. Oggi come ieri è arrivata la fuga e l’ancor giovane Pedersen con la tattica vincente di ieri deve aver dato un suggerimento al vecchio Michael Matthews. L’australiano si potrebbe definire il Poulidor delle corse in linea e delle singole tappe, tanta dimostrazione di forza tanti piazzamenti poche vittorie; è ritenuto un velocista e in una tappa con salite nel gruppotto di testa era da solo mentre altre squadre ne avevano tre come la EF di Bettiol, e allora ha pensato bene di anticipare tutti, qualcuno l’ha ripreso strada facendo ma è stato successivamente staccato, poi è partito Bettiol che l’ha raggiunto e superato ma non staccato definitivamente e, con una tenacia che altre volte aveva dimenticato nella valigia, Matthews, in un duello che è stato una delle cose più spettacolari di questa edizione, ha di nuovo capovolto la situazione e vinto per distacchino su Bettiol cui alla fine giravano le scatole. L’arrivo però si prestava a qualche tentativo anche tra gli uomini di classifica che viaggiavano con 13 minuti di ritardo e i cronisti RAI, ben consapevoli di lavorare per un’azienda di defic… di funzionari un po’ rigidi, prima dei primi, cioè ancor prima dell’arrivo della testa della corsa, hanno avvisato che ci sarebbe stato un altro quarto d’ora di gara da seguire, ma la RAI non ha raccolto l’appello e puntualmente ha staccato per mandare gli spot che ormai conosciamo a memoria e potrebbero benissimo limitarsi a ricordarci i marchi, e quando la diretta è ripresa c’erano già Pogacar e Vingeggard che avevano staccato tutti, dove come non si sa, e lo sloveno sembrava non sapere bene cosa fare mentre il danese forse pensava la maglia gialla ce l’ho io, a me che me frega.

L’ennesimo danese Kron era in fuga ma ha forato e rischiato di cadere, spaventando dei tifosi a bordo strada: il ciclismo è uno sport duro pure per gli spettatori.

Le crisi di una volta

In tivvù stavano intervistando il direttore di un giornale, non ricordo come si chiama, il Riformista o il Trasformista, è uguale, e lui diceva che le crisi di una volta erano crisi politiche, questa di oggi è politichetta, insomma non ci sono più le crisi di una volta.

crisi di una volta