Il risparmio non è quasi mai guadagno

Ho visto che su internet il proverbio napoletano che dice che il risparmio non è mai guadagno viene inteso male, cioè viene interpretato in termini economico-finanziari, ma la corretta interpretazione è che cercare di risparmiare sulle spese non è un buon affare. Ad esempio se comprate un pacco di biscotti da un chilo a un euro difficilmente saranno di buona qualità, il problema è per chi non può permettersi di meglio. E se comprate un marker o un evidenziatore importato dalla Cina potrebbe rivelarsi già secco, mentre uno italiano o europeo lo pagate il doppio o il triplo o anche il quadruplo però qualche giorno in più, non molti, vi durerà. Forse nelle Fiandre la pensano allo stesso modo e vi racconto perché. A Tabor nella Repubblica Ceca è iniziata la Coppa Del Mondo di ciclocross che da quest’anno doveva allargarsi fino a 15 prove e invece a causa del covid si è ristretta a sole 5. La prova arrivava al termine di una settimana impegnativa con una gara a Kortrijk il giorno prima e il venerdì l’assegnazione del premio ai migliori ciclisti fiamminghi del 2020, un uomo e una donna (non come in certi premi italiani), una manifestazione a cui tengono molto visto che Het Nieuwsblad vi ha dedicato molti servizi. Per far presto e per maggiore sicurezza dal punto di vista sanitario i belgi hanno raggiunto Tabor con un volo privato, un aereo con otto posti, giusti giusti per la nazionale maschile e il supercittì Sven Vanthourenhout. Va detto che il supercittì non ha superpoteri e quindi non può volare come Superman, mentre il suo quasi omologo italiano ha almeno il potere dell’ubiquità. Infatti certe domeniche Cassani riesce a supervisionare qualche gara, a essere ospite in qualche trasmissione televisiva e anche ad andare a pranzo dai suoi, dove immaginiamo che in dialetto romagnolo-romanesco dica: La performans bar la diamo al gatto, la competiscion bar la diamo al sorcio, con la protein bar ci ammasssiamo le cimici: Maccaroni mi hai provocato e io ti distruggo. Tornando a SuperSven, dato che lui è un cavaliere, ha ceduto volentieri il suo posto a Sanne Cant adattandosi a viaggiare in piedi tenendosi al corrimano, incitando i suoi a cantare canzoni da gita o raccontando barzellette licenziose, che però Sanne già conosceva. Gli altri partecipanti alla gara hanno viaggiato nei modi più disparati, chi facendosi mille km in auto, chi prendendo l’Orient Express fino a Vienna poi la coincidenza per Praga e da lì la corriera per Tabor, gli atleti locali infine hanno viaggiato in calesse facendo tappa in tutte le birrerie incontrate per strada. Purtroppo per i belgi Sanne Cant non ha ripagato il favore e non è stata neanche la prima delle belghe, preceduta anche dalla ritrovata Arzuffi, mentre la vittoria è andata a Lucinda Brand su Ceylin Alvarado che per ora non è una dominatrice della scena capace di ammazzare le competizioni. Questo anzi potrebbe essere l’anno buono per Lucinda che nella stagione su strada ha corso pochissimo forse per concentrarsi sul cross e vincere finalmente quel titolo che tutte le sue amiche, da Chantal Blaak a Amy Pieters, hanno vinto su strada e che lei non ha mai neanche sfiorato. Ma i tempi dei ciclisti sparagnini che in un anno avevano due o uno o mezzo picco di forma sembra stiano passando, anche se qualche ciclista poliedrico qui non ha fatto bella figura, come lo smargiasso Pidcock che è caduto spesso e volentieri, lui che in passato si è fatto fotografare mentre guidava senza mani e senza piedi. Ma deve invece ricredersi chi pensava che Wout Van Aert avrebbe lasciato il ciclocross dopo i successi e le grandi prestazioni su strada, anche su salite dove nessuno lo attendeva. Van Aert 40 giorni dopo il Fiandre è sceso in campo a correre per i campi e non per divertirsi soltanto, come uno Stybar qualunque, il quale infatti nonostante la gara fosse a casa sua non è venuto, sia perché ormai casa sua è in Belgio sia perché fino a tre settimane fa era alla Vuelta. Van Aert invece vuole tornare a vincere anche nel cross e per ora ha ottenuto due terzi posti in due gare, ma questo è il momento buono per Michel, il cugino di SuperSven, che dopo essersi sbloccato ha preso gusto a vincere e si è ripetuto ottenendo la prima vittoria in Coppa e, a dimostrare che è valsa la pena di spendere i soldi per il volo privato, ha battuto altri tre compagni di viaggio, tra i quali il più ostico è stato il rivale interno Iserbyt, e con un compagno di squadra così chi ha bisogno di avversari.

SuperSven e i suoi ragazzi mentre salgono sull’aereo.

Giustizia vs Giustezza

Il velocista olandese Dylan Groenewegen negli anni scorsi sfiorava o stabiliva record di vittorie stagionali, quest’anno invece ha stabilito un primato di genere diverso: 9 mesi di squalifica per un fatto non legato al doping, ovvero la volata scorretta che quasi ammazzava Fabio Jacobsen, una condanna che non si era mai sentita. Adesso i commentatori sperano che questa sentenza spinga i velocisti a darsi una calmata, ma nella foga dello sprint ho i miei dubbi che possa accadere, però secondo me sarebbe già qualcosa se gli stessi commentatori, quando la scorrettezza viene commessa da un connazionale o da un ciclista “simpatico”, la smettessero di parlare di volata di mestiere o di esperienza e di vittoria di giustezza.

Mea Culpa.

Ro ed io

Tra i tanti che sono morti per il covid o per le sue complicanze c’è Ro Marcenaro. Io non lo conoscevo, di persona intendo, e allora vi chiederete perché questo titolo. Non lo conoscevo di persona ma evidentemente non lo conoscevo bene neanche come artista, sapevo che faceva animazione e videoclip musicali ma non che fossero suoi i vecchi caroselli del Fernet Branca con la plastilina, e sapevo che era illustratore ma non ricordavo che facesse pure satira. E allora mi sono detto ma vuoi vedere… e sono andato a vedere. Anni fa, quando gli enti locali potevano spendere e spandere, c’erano mostre e concorsi, di fumetti o di satira, aperti a tutti, e a volte partecipavo, e qualche volta ne usciva pure un catalogo democratico che non separava il grano dal loglio e quando si disponevano le vignette in ordine alfabetico mi ritrovavo nella pagina con Altan, troppo onore, troppissimo. E insomma volevo vedere se in quei pochi cataloghi spuntava Marcenaro, ed eccolo infatti in quello dell’edizione 1990 di Satira Oggi dedicata all’informazione nel 2000.  La vignetta di Marcenaro più che satirica sembra un omaggio al fondatore del giornale che spesso lo ospitava.

La mia vignetta invece era sul gap generazionale nella comunicazione e, ammesso che ci fosse e avendo allora trent’anni, non so dire dove mi potevo collocare.

 

 

Zona arancione

I campionati europei di ciclocross si disputano a s’Hertogenbosch nell’ex Olanda, ma le cicliste ex olandesi non hanno certo bisogno di motivazioni ulteriori, però si corre senza pubblico ma le cicliste di cui sopra non hanno bisogno neanche dell’incitamento dei tifosi. E infatti a un certo punto, nel secondo giro, erano in 5 in testa alla gara e non creavano una macchia arancione solo perché l’ex caraibica Ceylin Alvarado indossa la maglia iridata, e alla fine, dopo aver vinto di nuovo in volata su Annemarie Worst, su quella ha messo prima la maglia della nazionale e poi quella di campionessa europea eppure non faceva tutto questo freddo, anzi dopo aver visto ieri le immagini del cross quasi balneare di Gallipoli viene da dire che invece di puntare a far entrare il ciclocross nel programma delle olimpiadi invernali si potrebbe mirare direttamente a quelle estive. Poi terza è arrivata quella Lucinda Brand che, come Lechner o Longo Borghini, un oro internazionale proprio non vuole vincerlo, ma oggi è stata danneggiata anche dall’immancabile pronostico RAI, perché quando si era portata in testa il commentatore Luca Bramati ha detto questa mi fa paura e tempo due millesimi di secondo Brand è caduta, anche se in verità per cadere lei non ha bisogno delle profezie RAI.

Vecchiacci

Lo zapping dovrebbe essere considerato sport estremo e praticato con molte cautele. Già sono un problema gli spot che partono a tradimento. Ieri in uno di questi c’era un vecchiaccio col pizzetto che faceva quel gesto tipo corna che fanno i fans del rock troglodita, ed era una faccia conosciuta, sì, era il cantante dei Ligajovapelù, già, erano tutti e tre cantanti, quello patetico, già, lo erano tutti e tre, insomma ho capito che il coronavirus non s’è portato i talent show. E a proposito della pandemia, mi è capitato di sentire un tipo che, con un accento alla Alan Friedman o alla Dan Peterson, diceva in sostanza che l’Italia non pensa al futuro, ai giovani, perché chiude le scuole per salvare i “vecchiacci”, e il tipo in questione era un vecchiaccio che parlava in diretta da un paese dove due vecchiacci si contendono il titolo di uomo più potente del mondo, anche se io ero convinto che quello più potente era il presidente cinese, ma non me ne intendo. E allora pensavo che per tagliare la testa al toro il prossimo virus fatelo che colpisce i giovani così si piglia una soluzione univoca.

Occasioni da non perdere

Sembra strano parlare di ciclismo su strada a fine ottobre, o meglio di ciclismo su strada in Europa, dato che negli anni normali di questi tempi si gareggia in Asia. Il campionato femminile in linea si è svolto il 31 ottobre e si è data la colpa al covid mica alla federazione, ma chissà perché il covid non ha impedito che il campionato maschile si svolgesse in un periodo più consono. Ha vinto Elisa Longo Borghini e Giada Borgato ha commentato che non sempre il campionato italiano viene vinto dalla più forte, stavolta sì, chissà che allora non si riferisse all’edizione 2012. E in quest’anno in cui è stato difficile allenarsi e trovare la forma è davvero notevole il quarto posto di Rossella Ratto con sole 7 corse nelle gambe, segno che la ragazza c’è sempre, è che sceglie le squadre sbagliate, ma visto che ci sono team che vogliono rinforzarsi per il world tour farebbero bene a cogliere l’occasione e ingaggiarla.

Fa strano una corsa a fine ottobre figuriamoci la Vuelta che finirà a novembre. Roglic tanto di cappello: ha corso il Tour, poi non si è depresso ma ha corso il mondiale, anche se lì avrebbe potuto dare un aiutino al compagno Van Aert che al Tour gli ha dato un aiutone, e poi le classiche vincendo a Liegi, e ora potrebbe vincere la Vuelta, ma non ha imparato la lezione del Tour, continua a correre nel solito modo, i gregari fanno la selezione da dietro e lui nell’ultimo km fa la sua progressione e guadagna qualche secondo. Ma non attacca mai da lontano, vabbe’, diciamo da meno vicino, neanche quando gli avversari non hanno più gregari, perdendo l’occasione di rifilargli distacchi maggiori, e così è stato con Carapaz che poi ha ripreso la maglia rossa. Ora tutti danno per scontato che Roglic tornerà in testa con la cronometro, ma al mondo non c’è niente di scontato, soprattutto durante il periodo dei saldi, e Carapaz è molto più coraggioso di Roglic, ma forse lo sloveno è consapevole dei suoi limiti e quello è l’unico modo in cui può correre con profitto.

Intanto il covid ha già effetto sul calendario 2021. La prima corsa cancellata è stata l’Herald Sun Tour, e in questi giorni, proprio quando l’Australia ha azzerato i contagi, a causa dell’obbligo di quarantena per chi viene dall’estero, sono stati cancellati il Tour Down Under, la Race Torquay e la Cadel Evans Great Ocean Road Race. Ora si spera che almeno gli organizzatori della corsa dedicata al più grande ciclista australiano di ogni tempo, il pacifico Cadel, colgano l’occasione di questo anno di pausa per trovare un nome più corto alla loro corsa.

Il nome della Cadel Evans Cosa Race c’entra a stento nello striscione d’arrivo.

Simboli e messaggi

Quando nel primo periodo COVID si rimandavano e programmavano per i mesi successivi eventi e manifestazioni si diceva che sarebbero stati un simbolo o un messaggio di ripresa o di ritorno alla normalità e altre cose del genere a seconda dei gusti retorici e ovviamente anche il Giro a vocazione didattica aveva questo messaggio da recapitare, ma poi le cose sono andate diversamente e il messaggio che AdS ha dato durante le ultime tappe era quello di stare a casa, che purtroppo lei per prima non ha raccolto e ci tocca sentire ancora la sua voce che dopo i “ma di cosa stiamo parlando” dell’altro giorno suona come un gessetto sulla lavagna ai tempi della scuola in presenza, ma ormai il Giro è finito e con esso la pena del Processo. Però forse un messaggio concreto il Giro lo ha lanciato, però solo a quelli che scommettono, e cioè che non è il caso di puntare sui favoriti. Oggi c’è stata la crono finale vinta da Ganna e gli inglesi venuti dalla pista hanno vinto le principali classifiche. Ha aperto Jonathan Dibben che era sfavorito dalla crono perché lui è stato un inseguitore ma il suo svantaggio sul penultimo, l’israeliano Sagiv, era rassicurante ed è riuscito a conquistare la maglia nera solo virtuale. Poi per la maglia rosa la competizione è finita presto perché Coso Hart ha iniziato subito a guadagnare su Hindley e non ha più smesso, ma questo giro con questo finale sembra la versione under 23, o meglio under 25, di quello del 2012 con Hesjedal e Purito cavalieri che non fecero l’impresa, anche se è difficile giudicare due che sono partiti come gregari e uno ha perso tempo per aiutare Gerainthomas e l’altro è stato frenato da un incomprensibile gioco di squadra, in una Sunweb che quest’anno è andata forte ma ha fatto spesso scelte difficili da capire. E in fondo vedere due della stessa squadra arrivare secondo e terzo in classifica è un po’ come quando in volata due compagni di squadra non si aiutano ma fanno la volata ognuno per conto proprio e si piazzano in top qualcosa. Jay Hindley poi ci è già passato al Giro Under 23 del 2017 quando lui e Hamilton persero da Sivakov. Vince quindi l’inglese e a fine tappa c’è una brutta notizia per Mitraglia Rizzato che segue il ciclismo femminile: Tao è fidanzato con Hannah Barnes e se si sposeranno c’è da sperare che lei mantenga il suo semplice cognome, perché passi Liz Deignan, passi Niki Brammeier, ma Hannah Impronunciabile non è il caso. Comunque gli italiani non sono gli unici a chiedersi (ma a chiedere al diretto interessato no) come si pronuncia il nome del vincitore, ed ecco che ci pensa Het Nieuwsblad a chiarire il mistero, o forse no perché poi vai a sapere un fiammingo come pronuncia quella roba lì.

E ora e in futuro che cosa ricorderemo di questo Giro, lo sciopero? No, piuttosto l’impresina di Cerny proprio quel giorno lì, e a maggior ragione le impresone di Filippone, e la vittoria stilosa di Sagan e pure le volatone di Démare che non possiamo fare finta di niente, e le volatine di Ulissi, l’Alaphilippe dei poveri. Almeida non avremo problemi a ricordarlo perché in futuro ci rinfrescherà spesso la memoria, e poi le vittorie di Caicedo Narvaez Tratnik O’Connor e Dowsett, che forse ritroveremo, ma l’inglese c’ha un’età e deve sbrigarsi. E infine la tranquillità di Nibali quando ha capito che non è più cosa per lui; qualcuno sminuisce la sua vittoria al Tour dicendo che i favoriti erano caduti, ma io direi che se il Giro fosse rimasta una faccenda quasi solo tra italiani, come accadeva negli anni eroici ma anche autarchici, di giri ne avrebbe vinti chissà quanti perché eredi non se ne vedono. E di cosa non sentiremo la mancanza? Delle cartoline dello scrittore parlante, e dei servizi svolazzanti di AdS, e le magie dello studio virtuale di AdS, e il “cinque” virtuale di Ads, che speriamo ritorni in redazione o a scrivere libri rosa come quello su Coppi e la Dama Bianca, e le barrette di Cassani, e le ibride di Cassani, e il banchiere figlio di banchiere che ci chiede se incontrassimo il nostro passato e il nostro futuro, ma non vedo il problema, l’importante è non incontrare lui né Ads né Bellino né Cairo e neanche Vegni che di recente si è autonominato sergente come Torriani. Le note positive dello spettacolo televisivo sono state i nuovi commentatori, Cunego e Bennati che si dimostrano persone di buon senso, mentre Bugno è un signore, e lo ha dimostrato ancora una volta non reagendo alle offese di Reverberi, ma non sembra adatto a quel ruolo perché quando parla sembra che le parole appena uscite dalla bocca ritornino subito da dove sono venute e se ne percepiscono solo dei pezzetti. Ora resta mezza Vuelta con Roglic che rischia di perdere ma senza aspettare l’ultima tappa e se tutto va bene il campionato italiano femminile decentrato rispetto agli altri campionati stradali. E poi, come direbbe Bugno, vedremo.

E per quelli che cercano i vincitori morali, quello del Giro 2020 è il personaggio a sinistra nella foto: è il manager della Axeon dove sono cresciuti tra gli altri Hart Guerreiro e Almeida, si chiama Axel ed è il figlio del signore a destra che mi sembra un volto familiare.

l’ultimo assembramento

Veniamo da ore di assembramenti pericolosi. A Napoli la ggente esasperata e impoverita che voleva protestare contro coprifuoco e chiusure, non disponendo di mezzi ha dovuto ricorrere ai fumogeni e alle bombe carta della Caritas e di questo passo a Capodanno dovranno fare “Bum” con la bocca. Ma se si vede il lato positivo delle cose qui ci escono 4 o 5 puntate di Gomorra, anche se non l’ho mai visto e non se si si tratta di una fiction o di un tutorial. Al Giro invece si continua a parlare della protesta, al punto che ricompaiono anche personaggi come De Zanino, cioè di quelli che al ciclismo ritornano solo quando c’è qualcosa di scandaloso o presunto tale da sfruttare. A ripensare all’accaduto e a quanto ho scritto ieri per oggi, è stato un bene che volente o nolente portavoce dei ciclisti sia risultato Adam Hansen, perché visto l’accanimento con cui cercavano di scovare e isolare i colpevoli, più che Vegni i suoi alleati – e dato che non mi piace generalizzare sono sicuro che se nel gruppo RAI ci fosse stato Pancani si sarebbe assistito a qualcosa di più decente – dicevo, se poi si fosse mirato a ricattare il colpevole, ma cosa gli fai a Adam Hansen che con lo stipendio da ciclista ci compra le sigarette per il giardiniere e il maggiordomo? Anzi Hansen ha detto ancora due cose interessanti, che si conoscono in anticipo le tappe ma non i famigerati spostamenti, e poi ha parlato di sistema immunitario, non so se AdS sa di cosa si tratta, e allora quelli che per ricordare tappe nella neve non sono andati indietro ai tempi eroici ma, bontà loro, si sono fermati già a Nibali 2013, si ricordino pure che allora non c’era il COVID. E qui semmai si può notare il risultato contraddittorio dello stop dei ciclisti che poi si sono assembrati dove potevano. Alla fine dispiace solo che Cerny, autore di una bella azione come non ne abbiamo ancora viste da nessuno dei primi tre in classifica, non riceverà il premio per la tappa per la decisione del sergente Vegni di non dare i premi ai ciclisti scioperati ma devolverli in beneficenza, e che triste populismo che è la beneficenza pubblicizzata. Poi dicono che la tappa di oggi ha riconciliato col ciclismo, sarà, l’Impronunciabile ha corso a ruota del compagno Dennis, dimostrando che la Ineos è ancora la squadra più forte anche se non ha vinto il Tour, e poi a ruota di Hindley che ha fatto qualche scattino inefficace, mentre dietro Almeida dimostrava di essere tra questi il giovane con più carattere e più senso dello spettacolo e Kelderman sembrava assente, e non a  caso stamattina era il favorito di Cassani. L’ex olandese nella sua carriera avrà avuto tanti problemi, di cui sappiamo forse solo una parte, ma non poteva vincere un giro corso solo limitando i danni, però speriamo per lui che gli assegnino almeno un premio per il miglior finto tonto, perché era davvero incredibile la faccia di (medaglia di) bronzo con cui ha ringraziato RCS per aver accolto le loro richieste. Finisce che i due contendenti rimasti sono a pari tempo, neanche un minimo distanziamento sociale, perché la tappa l’ha vinta l’Impronunciabile (non c’è uno di quei grandi professionisti della RAI capace di una cosa semplicissima come chiedere a Tao Geoghegan Hart come si pronuncia Tao Geoghegan Hart, invece di chiederlo a diesse italiani  che già hanno problemi con la lingua madre), e poi ci dicono che ha rischiato di diventare giocatore del pallone ma si è salvato iniziando a correre sul velodromo dove si svolsero le Olimpiadi di Londra del 1948, cioè dopo 72 anni il velodromo è ancora lì. E che fine hanno fatto i velodromi delle Olimpiadi di Roma, o quello di Monteroni e di tutti i mondiali successivi? E poi dicono che in Italia non ci sono ciclisti.

Il dissenso delle proporzioni

Non sono né un ciclista né un organizzatore di corse ciclistiche e non mi sogno di prendere posizione tra Vegni e i ciclisti scioperati, sono solo uno spettatore di ciclismo, in questo caso televisivo, e in questo diciamo ruolo dico che ieri ho visto brutta televisione, perché mi tengo lontanissimo dalla tivvù di impegno incivile e scopro che AdL e AdS sono pronti per le arene e per le iene. De Luca ha fatto il possibile per mettere in imbarazzo il suo compagno di banco Gianni Bugno che in questa occasione fa il commentatore televisivo, e dubito che continuerà a farlo in futuro, ma è anche presidente dell’associazione mondiale dei ciclisti, e dubito che continuerà a farlo in futuro. Tra i tanti direttori sportivi che avrebbe potuto coinvolgere De Luca ha scelto quello che con un eufemismo viene definito il più sanguigno, Bruno Reverberi, che infatti ha offeso Bugno, e tra l’altro ha detto che i suoi ciclisti non sapevano niente di quello che stava succedendo, ma vedendo i loro risultati direi che è dall’inizio del giro che non sanno dove sono e cosa stanno facendo. La De Stefano, invece, ha tolto ripetutamente la parola a Cristian Salvato, peraltro imbarazzato sindacalista, e ha dimostrato che non solo non capisce di ciclismo ma non ha neanche la minima idea di concetti come democrazia e rappresentatività. Vegni da parte sua ha detto che arriviamo a Milano e poi qualcuno la pagherà, e forse in questi giorni la corsa l’ha distolto dal resto e non sa che, come al solito, a pagare qui non paga nessuno, soprattutto da quando il Premier Déjà Vu ha scoperto che la trasmissione del covid avviene attraverso le cartelle esattoriali. Poi si è parlato di figuraccia del Giro e si è tirata in ballo la solita storia della vocazione educativa ed esemplare del ciclismo, peraltro nel giorno in cui c’è stato un caso di positività ma finalmente di quelle vecchio stile cioè all’antidoping, ma continuo a non capire perché questo lo si chiede solo al ciclismo e non anche al tamburello o all’orienteering o al nuoto sincronizzato. Si è parlato della gente in attesa di un giro che non è passato, dipingendo vecchi vestiti a lutto bambini piangenti e donne disperate aggrappate alle tende come dive del muto, e poi si è tirato in ballo l’anno particolare. Ecco, l’anno particolare si tira in ballo quando fa comodo, ma di esso direi che hanno tenuto conto gli organizzatori del Fiandre che ne hanno ridotto il chilometraggio, e quelli del Polonia del Delfinato e della Vuelta che hanno ridotto il numero delle tappe. Qui invece di ridurre il numero di tappe neanche a parlarne, anzi alla Tirreno-Adriatico ne hanno aggiunta una, e a quanto pare quel giorno in più non ha creato il “fondo” per Nibali, si sono allungate le tappe e i trasferimenti, e questo vale pure per il Giro Donne dove, non bastassero gli assurdi tratti di sterrato, c’è stata una tappa di oltre 170 km, ma se volete dimostrare che le donne possono correre su quella distanza fatelo in una corsa in linea e non al Giro. Nessun senso delle proporzioni nelle corse né, come detto, nelle lamentazioni: e la figuraccia e di questo giro si ricorderà solo la tappa dimezzata e scioperata, ma davvero credete che in un giorno in cui si è arrivati a quasi 20.000 contagi la gente resti colpita da questo scioperillo? E se c’era gente in attesa del passaggio della corsa al freddo e sotto la pioggia vuol dire che tra covid e polmonite hanno scelto entrambi. Poi se il giro sarà ricordato per poco altro è anche perché in generale non è stato molto spettacolare, e poi quando vengono fuori nomi non attesi, uno di mezza età che al massimo ha fatto un quarto alla Vuelta e correndo solo in difesa, senza neanche un’azione spettacolare come invece fu per la mezza sorpresa e mezza meteora Chioccioli per dire, e poi due giovani che non erano tra i più attesissimi, un dubbio viene sulla qualità di quello che stiamo vedendo, e insomma se un giovane sconosciuto vince un mondiale non sai se diventerà Freire o Astarloa. Si è addirittura ipotizzato un complotto nordico ai danni del giro, ma non se ne vede proprio il motivo, oggi il portavoce degli scioperanti sembrava essere Adam Hansen, e forse è una scelta infelice farsi rappresentare da un riccone, sarebbe stato meglio Bisolti o Rota, e poi le accuse della Lotto e il ritiro della Jumbo, ma siamo proprio sicuri che non avessero un minimo di ragione sulla faccenda della sicurezza e che negli alberghi non ci sia stata la stessa faciloneria che potete constatare nella vita di tutti i giorni, per dire ma la pistole che misurano la temperatura la misurano davvero o le ha inventate qualche pistola? Alla fine ad Asti si è parlato solo di questo, ma probabilmente la fuga sarebbe arrivata lo stesso, e a vincere è stato Cerny che ha resistito a un gruppetto di inseguitori che pure girava in doppia fila, e se Jacopo Mosca, poi terzo, ha qualche rimpianto deve prendersela con sé stesso dato che ha fatto il furbetto e queste cose rompono l’armonia del gruppetto. Nell’anno in cui nella CCC i capitanissimi Van Avermaet e Trentin non hanno vinto neanche al gratta e vinci, sono venute le vittorie di Cerny e Tratnik, e il ceco, come lo sloveno, ha fatto bene a venti anni poi è finito in serie C ma è risalito con i risultati ed eccolo alla più importante vittoria della sua carriera, per piombare di nuovo nella sfiga perché la sua squadra non ne ha per molto e Vegni poi ha deciso di non assegnare i premi per la tappa, ma comunque se si fosse parlato della storia di Josef Cerny, della caparbietà che occorre per raggiungere obiettivi che sfuggono ai predestinati precoccolati (state pensando a Moscon?) sarebbe stato un buon insegnamento da questo giro, dove si studiano storia e geografia ma per l’educazione civica mancano i docenti.