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Pedagogia del cambiamento

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In margine ai margini

Forse RCS si vuole distinguere dagli altri organizzatori e alle sue corse non invita quei poveracci delle squadre continental né la nazionale italiana, col risultato che al Gran Piemonte ex Giro del Piemonte ci sono meno partecipanti, meno battaglia e manca qualche ciclista del luogo come Felline, perché la sua Trek non partecipa e la nazionale avrebbe potuto schierarlo e invece niente. E’ vero che ci sono ancora grossi nomi, ma corrono per preparare il Lombardia e non sono adatti al percorso piatto di quest’anno, il cui senso è quello di sfiorare tutte le residenze regali della zona, e i giornalisti probabilmente si mangiano le mani retroattivamente pensando che una corsa così non è capitata ai tempi di Cipollone, perché avrebbero potuto scatenare la loro poca fantasia con giochini di parole a base di regge Re Leone e volate regali. Piove ma Saligari dalla moto dice che in corsa c’è buonumore,  ma pochi km dopo c’è invece una caduta e cade anche lui, fine della motocronaca. Nel finale il gruppo è decimato, c’è poca voglia e poca possibilità di attaccare, ma non ci sono neanche molte squadre che hanno le risorse umane per organizzare un trenino, ci pensa la Bardiani, ma Mirco Maestri mentre sta facendo una grande tirata scivola in curva e tutto si scombussola, c’è confusione, a 350 metri Colbrelli, che con la pioggia va più forte, si trova in testa e pensa che tanto vale partire, ed è vero che gli avversari non sono l’élite della velocità mondiale, ma tenere sarebbero stato difficile contro chiunque e invece ce l’ha fatta. Colbrelli continua a vincere poco, anche per le sue caratteristiche di uomo non velocissimo e con una certa resistenza in salitelle, ma continua a progredire e sembra avere ancora margini di miglioramento, e ormai sono alla sua portata quelle vittorie che darebbero un altro spessore alla sua carriera: una classica e una tappa in un grande giro. Viceversa Guardini, che oggi è arrivato ottavo e come prima si stacca sui cavalcavia ma a differenza di prima non è neanche più un fulmine in volata, e il suo omologo Mareczko, che quest’anno pure in Cina ha difficoltà a vincere, questi due hanno ancora margini di peggioramento.

Erratas Corriges

C’è questa credenza diffusa, o è solo un ingrediente per facile comicità, secondo cui i nomi e le parole spagnole finiscono in “s”, ma non è vero, e infatti Valverde Belmonte non si chiama Valverdes Belmontes e non è soprannominato L’Embatidos. La lingua in cui i nomi finiscono per “s” è il lettone, e, al contrario di quanto scritto ieri, Skujiņš non si chiama Tom ma appunto Toms, però ricordiamo che, come Peter/Pietro Sagan, anche il lettone potrebbe essere un ciclista veneto e chiamarsi Tommaso Scugin. E quando le Repubbliche Baltiche furono le prime a rendersi indipendenti e lì i russi non erano benvisti, i lettoni di etnia russa per mimetizzarsi mettevano una “s” finale al loro nome, ma se poi ti chiami Pēteris Ugrjumovs ti sgamano subito. In spagnolo in genere i nomi finiscono in “s” al plurale, e oggi alla Milano-Torino Valverde sembrava proprio Valverdes, il plurale di sé stesso, anche perché la sua squadra si è sciolta come un gianduiotto al sole ottobrino, e già al primo dei due giri del circuito finale ha iniziato ad attaccare, ormai non ha nulla più da chiedere al ciclismo, sembra volersi divertire e farsi la foto in cui vince con la maglia iridata, e in un gruppetto a 5 con due Groupama e 2 Astana sembrava poterli controllare agevolmente. Sembrava. Ma all’ultimo km Lopez si è distratto a pensare che forse era la volta buona per lui perché, al contrario del solito, non era ancora caduto, ed è andato a scontrarsi con Gaudu che, finito di tirare, si spostava bruscamente.

Immagini che fanno male al ciclismo, ma soprattutto cadute che fanno male ai ciclisti.

Così si creava un buco a favore di Pinot che Valverde, al singolare, non era in grado di chiudere, anzi, veniva rimontato anche da Lopez che, rialzatosi prontamente, rincorreva, rabbiosamente si dice, il francese ma per una volta la fortuna ha girato a favore di Pinot che è stato nominato sul campo Grande Favorito del Lombardia, e se vincesse la cosa farebbe piacere anche agli italiani che ci tengono al rispetto delle corse italiane, perché a Pinot piace correre in Italia. Del resto anche lui potrebbe essere veneto e chiamarsi Teobaldo Pinotti, però, a pensarci, con quel nome lì meglio che è francese.

Alcuni ciclisti, quando corrono una gara di media lunghezza in preparazione di una classica, sono capaci di farsi altri km dopo la corsa per ulteriore allenamento. Una alternativa può essere farsi intervistare da Ettore Giovannelli e le sue domande lunghissime.

 

La Zeriba Suonata – Il mare non bagna Torino

Il ciclismo arriva di nuovo in Piemonte e a Torino, la città che per me rimane sempre quella de La donna della domenica. Oggi la Milano Torino si conclude come da qualche anno sulla collina di Superga e domani il Giro del Piemonte passerà per regge e castelli della zona, ma tuttavia c’è qualcuno che dice sì, vabbe’, a Torino abbiamo tutte queste cose però Qui non c’è il mare, e questo non lo dico io ma gli Statuto.

Gli Statuto nascono nel 1983, quindi ben prima di quell’ondata di gruppi ska più o meno cazzoni che ridanciavano (tranquilli, il verbo non esiste, ma questo non vuol dire niente) per la penisola a cavallo dei millenni, prima che lo ska italiano fosse affogato in un mare di noia da Giuliano Palma, l’ex guaglione che aspettava il sole insieme a Giovanni Pellino ex Neffa. Le loro canzoni parlano di proletari o sedicenti tali, di ribelli o sedicenti tali, di ultrà, di ragazzi chiamati alla ferma di leva e cose così, e i testi sono un po’ sempliciotti, un po’ vittimisti e anche un po’ misogini, e ce li immaginiamo molto prima di Sanremo radunati a Piazza Statuto con gli altri mods, con le loro lambrette, con le loro divise da mods, a guardare da lontano questa o quella ragazza e commentare. Ascoltate i doppi sensi di Saluti dal mare, che sono quasi sensi unici, e comunque la canzone dimostra che per loro il mare era una fissazione. Sulla musica e sul linguaggio diciamo pure che, se ai tempi dei fasti di Madness, Selecter e Specials lo ska era già revival, inevitabile che molte canzoni come questa suonino un po’ anni 60.

Anche se i loghi e le icone ska sono in bianco e nero, loro non sono tifosi della squadra con lo stile che non si capisce che stile è, ma del Torino, al punto da suonare ai raduni del club, però chissà come hanno saputo di quel ciclista mod e gli hanno dedicato una canzone intitolata Pedalando elegante, più sul genere northern soul anch’esso molto gradito ai mods, che suonarono pure al Giro, del resto c’è chi suona da David Letterman e chi da Alessandra De Stefano, e forse loro si riferivano all’eleganza di Wiggo in quanto mod, ma lui lo era in bici in quanto pistard e cronoman, però appena scendeva dalla bici e la scagliava a bordo strada, beh, lasciamo stare, scene che non vediamo in questo video agiografico con testo quasi ridicolo, né vediamo il gregario Froome fargli fare una figuraccia al Tour 2012, però c’è Wiggo che suona col Modfather Paul Weller, mentre gli Statuto, dal canto loro, si esibiscono nel trenino, non quello Sky, ma quello dei Madness. Però non credete, se gli Statuto non erano un ascolto tutto sommato piacevole non gli dedicavo un post con ben tre pezzi.

 

Cartolina da Varese

Nel giorno della Tre Valli c’è bel tempo a Varese, e col cronista De Luca c’è Garzelli a commentare, un po’ perché è l’unico che sbaglia più vocali di De Luca un po’ perché è del luogo e per questo è orgoglioso del bel tempo. Gli organizzatori sono orgogliosi della presenza di Valverde e Valverde è orgoglioso della sua maglia iridata, gli organizzatori sono orgogliosi anche della presenza di tante autorità e le autorità sono orgogliose di essere autorità, e così tra un’orgoglionata e l’altra, tra una fugona e una fughina, tra un attacco e un attacchino, nel finale si trova davanti un gruppo di gente scarsina in volata più il lettone Tom Skujins, ma gli EF che pure fino all’anno scorso erano in squadra col ragazzo dal cognome che non si sa come si pronuncia e dovrebbero conoscerne le doti, si fidano piuttosto dello spunto veloce di Woods, che poi si rivelerà uno spuntino, e Uran tira per lui, ma poi parte da lontano Pinot e finisce per tirare lui la volata per tutti e solo uno è capace di approfittarne, il lettone Skujins, 27 anni e un mezzo futuro nelle corse di un giorno.

Una vecchia cartolina di Varese.

Un weekend veloce

Quando il lunedì si torna al lavoro spesso si pensa che il fine settimana è passato velocemente, però non volevo parlare di questo, ma del weekend con varie corse per uomini e donne veloci. Eppure la volata si è vista solo al Beghelli femminile dove la giovane Elisa Balsamo ha tolto alla veterana Marta Bastianelli l’ultima soddisfazione di un’annata straordinaria, ed entrambe hanno preceduto l’emergente promettente olandese Wiebes, per cui Salvoldi da questo punto di vista può stare tranquillo, mentre per le corse in salita ci vogliono alternative ed eredi di Tatiana Guderzo. La Wiggle che ha ormai chiuso non era interessata a queste corse per cui, se all’Emilia non ha potuto partecipare Elisa Longo Borghini, al Beghelli non c’era Rachele Barbieri, che comunque ha corso e vinto la prova milanese del mondiale per le bici a scatto fisso battendo l’altra assente Barbara Guarischi mentre tra gli uomini ha vinto tappa e titolo Filippo Fortin, che ha iniziato a correre in questa disciplina forse perché è ancora semi-professionista, ma l’anno prossimo passerà tra i professionals e vedremo se continuerà. Invece al Beghelli tra gli uomini ha vinto in solitaria uno scatenato Bauke Mollema e ai velocisti solo le briciole, si fa per dire, perché se c’è una cosa che non è veloce nelle corse di Adriano Amici è la premiazione, ma non perché sono lenti, è solo perché ragazzini ragazzine e ragazzone si alternano sul palco a consegnare ai primi tre tutta una serie di prodotti enogastronomici locali, altro che briciole, e questa lunga cerimonia è seguita interamente dalla RAI mentre per la corsa femminile sono stati veloci veloci e hanno fatto vedere partenza e rettilineo finale punto. I commentatori nazionali poi sono stati tutti orgogliosi di dire che il campo partenti del Beghelli era di livello superiore a quello della Paris-Tours, classica storica, quasi preistorica dato che era alla 112esima edizione. Sarà, ma il livello dei partenti è un conto, l’ordine d’arrivo è un altro e a Tours sono stati protagonisti gli uomini delle classiche primaverili, anche perché quest’anno sono stati inseriti nel percorso dei tratti di sterrato, perché ora si porta lo sterrato, sta bene su tutto, e forse anche perché il destino di questa corsa è il continuo cambiamento, di nome, di percorso, di località di arrivo e di partenza, anche di direzione (c’è stata anche la Tours-Paris nell’anno di Moser). Alla fine sono rimasti in testa due terzetti, nel primo c’erano Niki Terpstra e Soren Kragh Andersen, portati per questa corsa. L’olandese è stato terzo nel 2012 quando vinse Marcato e ancora terzo l’anno scorso facendo gioco di squadra con Trentin, il danese invece l’anno scorso fu quello che rimase stretto nella morsa dei due Quickstep e fece secondo. Ma oggi entrambi erano stretti nella terribile morsa dell’AGR, perché in quella squadra di pericolosi non c’è solo Geniez. Infatti nel primo terzetto c’era Benoit Cosnefroy che non tirava perché dietro c’era il compagno Oliver Naesen, il quale non tirava perché davanti aveva il compagno Cosnefroy, e insomma pochi tiravano il vantaggio non cambiava e Kragh Andersen ha deciso di andarsene mentre gli altri due litigavano, e oggi L’Equipe esce con un supplemento di 8 pagine con tutti gli insulti che Terpstra ha rivolto a Cosnefroy.

Tra le vigne francesi

Due che non mi sono piaciuti

Questa volta non mi è piaciuto Salvoldi, o forse non l’ho capito, ha detto che a questo weekend emiliano non poteva schierare la selezione italiana perché avrebbe potuto schierare solo 2 atlete, contro il minimo di 4, e i conti non mi tornano, in squadre estere corrono 3 delle più in forma del momento: Longo Borghini che per l’incidente di giovedì avrebbe avuto un supplemento di rabbia e poi all’Emilia ha già vinto e rivinto, Ratto che inaugurò l’albo d’oro, e Cecchini, forse non interessata, ma lei che ha vinto un campionato italiano salendo a Superga poteva far bene anche qui, e poi una convocazione in nazionale non si rifiuta, e poi lei è anche esentata dal doppio lavoro strada-pista, e infine la quarta avrebbe potuto essere Frapporti, passistona che poteva controllare la gara fino all’Arco del Meloncello, e volendo pure la Barbieri, su cui puntare poi al Beghelli, e invece la ragazza ha preferito il mondiale delle bici a scatto fisso. Ma poi detto così sembra facile, bisogna starci dentro per sapere come davvero stanno le cose, e allora come non detto. E con queste assenze le favorite erano la danese Ludwig, libera perché assente anche la capitana Moolman che avrebbe potuto stravincere, e la lituana Leleivyte, al momento ultima e anche unica erede di quella Lituania che dominava a cavallo dei millenni con Pucinskaite Ziliute e le gemelle Polikeviciute. Il finale dell’Emilia sulla salita di San Luca è duro e bisogna saper gestire le energie, così la danese aveva a un certo punto un vantaggio che sembrava incolmabile, ma la lituana, in gran forma ed esperta perché qui è già arrivata seconda e quarta, ha recuperato, mentre l’avversaria è andata in crisi, e ha vinto. Rasa Leleivyte ha un curriculum in cui non manca niente: un mondiale junior, un europeo under 23, titoli nazionali, una squalifica per doping e una maternità, insomma una vita intensa. L’altro che non mi è piaciuto è Mohoric, che nel circuito finale guadagnava in discesa e perdeva subito tutto in salita, e dato che il circuito si faceva 5 volte a un certo punto avrebbe dovuto capire che non poteva vincere e avrebbe dovuto mettersi molto prima a servizio della squadra e non solo per pochi metri nel finale. Così anche questo può aver favorito De Marchi, che ha tentato la fuga da quasi lontano e ha resistito all’inseguimento, in una gara resa ancora più dura dalla pioggia, che rendeva più difficile la discesa, in cui all’inizio stentavamo a riconoscere Geniez che stava scendendo prudente, ma poi non ha resistito e ha fatto qualche numero dei suoi. De Marchi ha ottenuto contemporaneamente la prima vittoria in Italia e la prima vittoria in linea della sua carriera, e per la grinta dimostrata Andrea De Luca ha detto che invece che Il Rosso di Buja dovrebbero chiamarlo Il Grinta, ma io proporrei anche il Buster Keaton del ciclismo perché neanche sul palco riusciva a sorridere più di tanto. Boh, sarà la saudade di Buja.

Il sorriso contagioso di De Marchi