Binda frainteso

Ieri c’è stata la sobria presentazione del percorso del Giro d’Italia, per la quale le norme anti-covid scongiuravano a priori il rischio di pacchianate come quando calarono dall’alto Contador in una specie di gabbia per canarini. Ma qualcosa in RAI dovevano inventarsi per attirare pubblico per quello che è uno degli eventi più noiosi del ciclismo mondiale, ed ecco che proprio in apertura si avanza una bella bionda recante il trofeo senza fine, una bella ragazza che non sembra proprio a suo agio in quel ruolo tra modella e facchino e che soprattutto ha un viso che non mi è nuovo, e già, perché quando una persona la si vede sempre e solo in un contesto la volta in cui il contesto cambia si può non riconoscere subito, e infatti la biondina era Letizia Paternoster, ormai ragazza immagine del ciclismo italiano, e speriamo che l’abbiano pagata visto che le è toccato il compito più faticoso. Ma certo la partecipazione gioverà alla sua popolarità e potrà procurarle degli sponsor, di cui ha già dimostrato di fare buon uso quando di recente ha salvato una squadra di giovanissime. La Paternoster era senza casco e bicicletta ma con i tacchi e una gonna che, una volta seduta, le lasciava scoperte le gambe, e qui si vede ancora una volta come Alfredo Binda sia stato frainteso se non tradito. Non voglio di nuovo scrivere che la più importante classica femminile l’hanno intitolata a lui che era contrario al ciclismo femminile e diceva che le donne devono stare a casa, perché pensandoci in fondo la prima edizione della corsa c’è stata nel 1974 mentre Binda è morto nel 1986 e se avesse avuto da ridire o avesse voluto contestare l’uso del suo nome per una manifestazione che non gli piaceva avrebbe avuto il tempo per farlo, ma invece mi riferivo al fraintendimento di una sua famosa frase, in cui diceva, in cittigliese stretto e al netto di accenti e dieresi, che nel ciclismo “ghe voren i garun”, cioè ci vogliono le gambe. Ecco, lui intendeva la forza delle gambe, e invece in RAI chissà cosa hanno capito e quando la Paternoster si è seduta le telecamere fisse che in genere nel ciclismo inquadrano il rettilineo finale si sono fissate dietro il tavolo con Letizia, e con letizia degli spettatori. Del resto lo spettacolo ufficiale era ben poco spettacolare, una passerella di direttori e manager e amministratori e politici, e non poteva mancare il nuovo presidente della Federciclismo, l’ex pacer (=guidatore di derny) Cordiano Dagnoni, che la prima uscita infelice della sua presidenza l’ha fatta subito già all’acclamazione, e proprio sul ciclismo femminile, dicendo che se vogliono la bella presenza ce l’abbiamo, specificando poi che è quello che vogliono i media, lui non ci tiene. Durante la trasmissione, dai vari presenti e presenzialisti si sono sentite solo frasi impettite e dignitose, di circostanza, l’unica a scantonare, come se all’improvviso si fosse trovata davanti Kirsten Wild, è stata proprio Letizia che ha detto che quest’anno “è importante soprattutto per me”, mettendo il ciclismo al centro della sua annata e sé stessa al centro di un pomeriggio in cui si parlava di tutt’altro, perché poi viene fuori la ciclista decisa che tra l’altro può davvero vincere una medaglia olimpica, soprattutto nella madison con Elisa Balsamo, e in più può concentrarsi sulla pista al contrario di Ganna che dovrebbe correre pure su strada. E a proposito di Ganna e del percorso del Giro, che non si dica che gli organizzatori hanno cercato di favorire gli italiani, perché dopo l’exploit dell’anno scorso ci si poteva aspettare una decina di tappe a cronometro e invece sono solo due, di cui una nel giardino di casa Ganna ma questo è un dettaglio. Poi ci sarà lo Zoncolan, che Letizia ci ha tenuto a ricordare che fu affrontato prima dalle donne, e viene da chiedersi cosa succederà lassù, ma non per la classifica ché quella dello Zoncolan è sempre una tappa indecisiva per il risultato finale, come avrebbe potuto dire Giada Borgato se l’avessero chiamata a ingentilire ulteriormente l’ambiente, ma per i famosi indiani, perché non c’è motivo di pensare che a maggio il problema covid sarà risolto, e allora gli indiani usciranno ugualmente dalle loro riserve rosse arancioni e gialle per vedere la corsa? Sono uscite anche le tracce dei temi per gli esami, cioè no, pardon, volevo dire i famosi temi ed eventi da celebrare e ricordare nel doposcuola cui in RAI tengono molto: 700 anni dalla morte di Dante, 160 dall’Unità d’Italia, 100 dalla nascita di Alfredo Martini, 90 anni della maglia rosa. poi la tappa del vino, quella di Bartali, la Cima Coppi, la Montagna Pantani, lo Zampellotto Cassani, e chi più ne ha cortesemente se le tenga perché non se ne può più. Infine sono previsti molti chilometri di trasferimento, lo si sa già ora, per cui i ciclisti inizino a pensare da adesso quali contestare e a cercare qualcuno dietro cui nascondersi dato che il miliardario Adam Hansen si è ritirato.

Il favorito di Letizia Paternoster per il Giro è sempre Vincenzo Nibali, che casualmente corre nella sua stessa squadra.

La verità su sport e alimentazione

Qualche anno fa Stefano Tilli aveva una sua teoria etno-gastronomica sul perché i velocisti caraibici fossero più forti di quelli europei e la spiegazione stava semplicemente nel fatto che loro la domenica non mangiano le pastarelle. Negli stessi anni nel ciclismo, infortuni permettendo, andava forte Chris Horner che non disdegnava di mangiare da McDonald’s. Fiona May è nata in Gran Bretagna ed è venuta in Italia quando era già adulta e forte nel salto in lungo, non sappiamo se durante la sua crescita faceva colazione con uova e bacon, ma sua figlia Larissa Iapichino, che oggi ha eguagliato il primato italiano della madre e stabilito la migliore prestazione mondiale under 20, è nata in Italia e un vecchio spot ce la mostrava bambina mentre mangiava dolci industriali a base di latte e cacao. Allora diteci qual’è la verità sull’alimentazione nello sport, ditela soprattutto a quei ciclisti che finita la corsa mangiano riso scotto in bianco.

Perline di Sport – fuori dal coro, dal gregge, ma pure dal gruppo

Viviamo un momento difficile, c’è la crisi economica, l’emergenza sanitaria, e sta sgocciolando la stagione del ciclocross, dopo quasi un anno in cui è stato proibito ora l’Assembramento è andato al governo, e adesso più che mai c’è bisogno di una voce fuori dal coro. Le televisioni di regime vi impongono l’America’s Cup e il Superbowl, ma poiché questo blog, al contrario del governo, non cerca consensi, parla di tutt’altro e controbatte col ciclismo, femminile per giunta, e se non vi interessa non è un problema perché io mi sono divertito a cercare e vedere questi video e già va bene così. E basta pure scherzare su Lucinda Brand, che fino a poco tempo fa era quella che cadeva sempre o che perdeva in volata pure se la volata gliela lanciava la capitana Marianne o che all’Europeo del 2018 litigava con la giovanissima Nadia Quagliotto, un’altra capace di perdere anche vincendo. Lucinda Brand quest’anno nel ciclocross ha vinto non solo  il mondiale ma anche le tre principali challenge, ma non è certo sbucata dal nulla e pure su strada ha vinto belle corse tra cui due importanti classiche. La prima nel 2014, anno in cui militava nella Raboliv, che era uno squadrone soprattutto se visto con il senno di poi, e dopo aver perso la tappa del Giro d’Italia di cui sopra, nel Gran Prix dal nome cangiante forse capisce che è meglio provare ad andarsene da sola, mentre dietro le compagne le guardano le spalle, e il risultato all’arrivo è un podio tutto Raboliv, e in un campo partenti notevole quarta e prima non Raboliv è Rossella Ratto nella sua annata migliore.

G.P.Plouay 2014

Foro di gruppo della Raboliv scattata da Iris Slappendel che indossa la maglia dei traguardi volanti disegnata da lei medesima: da sinistra Ferrand-Prévot, Van Der Breggen, Brand, Knetemann e Vos.

Tre anni dopo Lucinda corre per la Sunweb in cui come compagna di squadra trova Ellen Van Dijk che nella gara che apre la stagione fiamminga, l’Omloop Het Nieuwsblad, va in fuga sul Patergerg insieme alla Longo Borghini (oggi sono tutte insieme nella Trek). Ma le fuggitive vengono riprese da altri nomi illustri, tra cui Annemiek Van Vleuten, e allora la Brand prova e riprova la fuga solitaria e vince, e questa volta il podio è di future maglie iridate: seconda Blaak, terza Van Vleuten.

Omloop Het Nieuwsblad 2017

Il momento dello scatto di Lucinda Brand.

Das ist alles, mensen!

 

Carte selvagge

Qualche mese fa Gianni Savio era alla ricerca di nuovi sponsor perché Androni voleva lasciare, poi ci avrà ripensato, la squadra è da anni la migliore squadra italiana di seconda fascia, le cosiddette professional, e dato che di squadre italiane nel world tour non ce ne sono, la migliore e basta, sicuramente sarà invitata al Giro e sarà altra pubblicità con milioni di spettatori, non quelle poche migliaia che guardano la vela. Poi pochi giorni fa Het Nieuwsblad elogiava Gianni Savio come talent-scout, e il fatto di aver lanciato Egan Bernal è una specie di vitalizio.

Ma ieri RCS ha reso note le wild card per il Giro d’Italia e l’unica squadra italiana esclusa è proprio l’Androni. La squadra di Savio in verità quest’anno non si è molto rafforzata, anzi, e i due diciottenni da cui l’articolo del sito belga non correranno certo il Giro, tanto più che Savio si vanta di non aver mai voluto precorrere i tempi con Bernal, però c’è Simon Pellaud che avrebbe potuto mettere un po’ di brio in pomeriggi presumibilmente lunghi e noiosi con la fuga di giornata e i commenti soporiferi dello staff RAI, e invece niente. Delle altre squadre professional che saranno al Giro la Alpecin ha il diritto ma non il dovere di partecipare perché prima nella classifica della sua categoria, e loro hanno scelto di correre. Con chi non si sa, è una squadra costruita su Mathieu Van Der Poel che farà mtb e Tour, ha i due ultimi campioni belgi ma niente di che, e poi c’è Roy Jans che se viene da solo non ci interessa, ma difficilmente l’accompagnerà la fidanzata e compagna di squadra Ceylin Alvarado. Lo sponsor è italiano e ci toccherà pure lo spot dello shampoo magico, chissà chi lo interpreterà, se Mathieu in persona oppure l’altra stella della squadra con i suoi capelloni blackxploitation e in tal caso immaginiamo che nello spot ci sarà anche l’inseparabile madre a frizionarle i capelli. L’altra squadra che era praticamente sicura dell’invito è la Eolo-Kometa forte dei testimonial Basso & Contador, ma la squadra e composta da giovani inesperti, vecchie glorie che le squadre di serie B non avevano confermato e poi c’è Luca Wackerman al decimo anno da speranza per un futuro già parzialmente passato. La squadra che più si è rinforzata è la Bardiani che ha preso Visconti Battaglin e per la prima volta degli stranieri tra cui Rivera e qui sull’invito non c’è niente da eccepire. E poi non si può neanche più tirare in ballo la vecchia accusa di ingaggiare i ciclisti che portavano uno sponsor, dopo che il team manager della squadra più vincente ha ingaggiato un suo ex ciclista ormai in palese disarmo, Mark Cavendish, e tutti a pensare a una bella storia di affetto e gratitudine finché il boss Lefevere non ha ammesso che Cav si è portato lo sponsor da casa. La vera sorpresa tra le squadre invitate è la Vini-Zabù reduce da una campagna di indebolimento con la partenza di Visconti e il ritorno di Mareczko, uomo molto veloce a patto che arrivi in fondo, ma il fondo e la resistenza non sono proprio le sue doti, in questo è quasi al livello di Puck Moonen (nel 2020 4 ritiri su 4 corse disputate, ma lei ha altre doti come sanno le centinaia di migliaia di followers). Però immaginiamo che con l’aplomb che lo contraddistingue il Principe Duca Conte Gianni Savio non farà un dramma di questa esclusione e anzi già pregusti i pomeriggi di maggio trascorsi non nella confusione del peloton ma a prendere il tè con i biscotti insieme a personale diplomatico e nobili più o meno decaduti.

La memoria e le figurine

Dicono che il banchiere per orientarsi tra le mezze calzette della politica italiana abbia una specie di album delle figurine con volti e nomi dei momentanei leaders e semileaders, curriculum penso di no perché il popolo sovrano ha voluto eleggere gente come noi, ignoranti e buoni a nulla. E pensavo che anch’io avrei bisogno di qualcosa del genere, non per i ciclisti che sono troppissimi e a volte me ne dimentico o li confondo tra quelli minori o mai emersi, per quello ci sono siti con tutte le notizie che occorrono, quelle pertinenti non il gossip, ma avevo pensato a una cosa del genere per tutti i personaggi dell’Orlando Furioso, che leggo il libro e poi me li dimentico poi vedo il vecchio sceneggiato Rai e poi li ridimentico. Ma per fortuna ci sono le televisioni a ricordarci le cose importanti, anche se a modo loro. Ad esempio proprio in questi giorni hanno ricordato la shoah e poi le foibe, tragedie della prima metà del secolo scorso, ma dimenticano cose accadute una decina di anni fa, crisi economiche, scandaletti piccanti, forse per poter dire grazie di essere venuto.

Lasciatevi sedurre

Sconfitta la povertà resta solo la ricchezza, è matematico, perciò lasciatevi sedurre dal fascino discreto o più spesso indiscreto del Capitale. Il capo dei banchieri che vogliono mettere a capo di tutto dicono sia discreto, non ha i social, e questo lo vedono come un aspetto positivo, non saprei, può essere discrezione, disinteresse per l’effimero, ma potrebbe essere anche per senso di superiorità, lo capiremo, forse a nostre spese.

Ma non è una dragh queen.

Ma anche se li avesse i social, non so voi, io continuerei a preferire quelli di Jolanda Neff, per dire. Certo la gente è scettica, pensa all’altro banchiere che dicono fu tutto lacrime (più che altro della sua collaboratrice) e sangue. Ma vedrete che saprà convincervi, saprà farvi apprezzare il capitale, la ricchezza, e tutto quello che si addice a una vita da ricchi, e anche voi finirete per apprezzare e seguire con passione l’America’s Cup.

 

Un mare di vantaggio

Mentre l’Italia diventa quasi tutta gialla il ciclocross è diventato completamente arancione: ai Mondiali di Ostenda i Paesi Bassi hanno vinto 8 medaglie su 12 compresi tutti gli ori e lasciando tre medagliette ai padroni di casa e una all’Ungheria. Eppure non è passato molto tempo da quando vincevano con Van Aert e Sanne Cant tra gli élite e Iserbyt tra gli under 23 e neanche da quella volta, era il 2012 e pure allora si correva sulla sabbia a Koksijde, che nella gara maschile arrivarono sette belgi ai primi sette posti e si iniziò a temere per il futuro di questa disciplina se fosse diventata solo una faccenda belga, anzi fiamminga dato che un ciclocrossista vallone non lo ricordo, devo indagare. Gli italiani poi non aspiravano a niente e dato che Arzuffi e Lechner non hanno vissuto la loro stagione migliore un buon risultato lo si poteva attendere dalla under 23 Francesca Baroni, la quale ha fatto anche meglio di quanto si poteva sperare con un quinto posto ottenuto battendo in volata Puck Pieterse che nella Coppa del Mondo partiva in prima fila, ma ancora meglio ha fatto la RAI che ha ignorato questa gara. Il cittì Scotti dice che gli italiani non sono abituati a correre sulla sabbia e in effetti in Italia non si tiene conto che a livello internazionale quel terreno non è una rarità, eppure l’Italia è notoriamente circondata dal mare e si potrebbero cercare località marine disposte a ospitare qualche gara, ma chissà invece dove lo trova il mare l’ungherese Vas che è arrivata terza. Comunque la vittoria meno sicura per i Paesi Bassi era nella prova élite maschile in cui Mathieu Van Der Poel è partito subito forte e il suo rivale Wout Van Aert pure, ma l’inglesino Tommasino Pidcock ha fatto lo stesso sbaglio della Worst contro la Brand e col suo metro e mezzo d’altezza o poco più ha cercato alla prima curva di dare una spallata a quel bestio di Van Aert che l’ha facilmente respinto dicendogli: “Spostati ragazzino, lasciami lavorare”. E i due fenomeni sono andati via e al primo giro avevano già un grosso vantaggio su un trenino belga di 4 poi 5 vagoni col rientro dello sfigatino Eli Iserbyt, di cui stranamente quel pettegolo di Luca Bramati ignorava l’incidente al polso dicendo che nella seconda parte di stagione ha avuto un calo psicologico. E a proposito di idee che ci si fanno dei ciclisti e restano fisse anche contro le evidenze contrarie, si pensa sempre che Van Der Poel in caso di incidente vada nel pallone e che Van Aert sappia sempre scegliere le gomme giuste. Ma in gara è successo che Van Aert stava attaccando e quando aveva pochi metri di vantaggio su Van Der Poel questi è caduto e per di più ha storto la sella, così ha perso un bel po’ di secondi prima di cambiare la bici ma non ha mollato, anzi ha iniziato un inseguimento che a un certo punto sembrava diventato pure troppo facile, ma la spiegazione stava nel fatto che Van Aert aveva bucato. Van Der Poel ha tirato dritto prendendo un vantaggio che il rivale non riusciva mai a recuperare completamente e alla fine ha pagato gli sforzi, e quando a un certo punto Van Der Poel era al termine del tratto di spiaggia, dove i ciclisti finivano nell’acqua del mare che consentiva pure di lavare le ruote, e Van Aert era solo all’inizio Bramati ha detto che Van Der Poel aveva tutto un mare di vantaggio. Dietro Pidcock era rinculato dopo lo scontro con Van Aert, ma poi tom tom cacchio cacchio ha raggiunto e superato il trenino belga da cui però è partito Toon Aerts che ha fatto la gara migliore della stagione e ogni volta che l’inglese si avvicinava lui riguadagnava nei tratti sabbiosi dove invece Pidcock affondava. E alla fine sul podio sembrava proprio Aerts il più contento, ancora terzo, primo degli altri, l’unico tra i primi quattro ad essere quasi esclusivamente crossista, verrà un giorno in cui gli altri tre daranno priorità a un altro obbiettivo.

Con tutto quel mare invernale poteva sembrare un film pensoso degli anni 60.

Racconti occulti – La cucina di Tereso

Tereso era cresciuto in una famiglia molto tradizionale e per lui cucinare lavare e cucire erano occupazioni da donne mentre piantare chiodi aggiustare finestre e segare gambe di mobili di legno traballanti erano lavori da uomini. Ma quando era ormai prossimo ai 40 anni la madre Signora Giacinta, che gli chiedeva sempre quando si decideva a farsi una famiglia ma lui col suo lavoro precario non poteva, morì e lui rimase solo. Dopo un mese passato a mangiare scatolette panini con affettati e gli avanzi immangiabili del ristorante per cui faceva il fattorino, Tereso si guardò intorno, notò che sfortunatamente a casa sua i mobili erano di materiale plastico, gli infissi di alluminio e all’interno delle mura correvano imperscrutabili fili della corrente per cui piantarvi chiodi non era il caso, e decise allora di imparare a cucinare. Iniziò a seguire tutti i programmi televisivi sull’argomento, dal tutorial sulla cucina povera “Quello che passa il convento” in cui però Suor Ercolina finiva sempre per preparare la sua specialità, gli strozzapreti alla puttanesca, ai talent con giudici gli chef severi, tipo “Pasticcieri pasticcioni” e “Le mousse inquietanti”. Dopo mesi di apprendimento ed esperimenti diventò bravo e riuscì perfino a farsi promuovere cuoco dal ristorantino “Brodomonte” per il quale lavorava, un locale che faceva cucina etnica saracena, dove facevano tutto col grano saraceno, pure le polpette di soia. A quel punto Tereso pensò che era finalmente possibile invitare a casa sua per una cenetta la cameriera del locale Berbera, che in realtà si chiamava Barbara, ma il proprietario del locale la chiamava così perché voleva che lì tutto sembrasse maghrebino, e anche lui si faceva chiamare Maomet ma in realtà si chiamava Mao Xe Lu e si guardava bene dal mostrare i suoi occhi a mandorla in sala. Tereso aveva sempre avuto l’impressione che la signorina Berbera ricambiasse la sua simpatia, ma con il suo lavoro precario non aveva mai osato, ora invece osò osare e la ragazza, che tanto ragazza non era più manco lei, subito acconsentì. La sera della cenetta la cucina di Tereso emanava odori che facevano venire l’acquolina in bocca a tutto il palazzo, finché Berbera arrivò con un abitino stretto e il trucco ancora più marcato del solito, una cosa che Tereso giustificava in una donna che a una certa età non aveva ancora trovato l’uomo della sua vita. E la sera passò tra un boccone e una chiacchiera quando a un certo punto Berbera accennò al fatto che sua madre, buonanima, era stata sfortunata. Tereso le chiese perché e lei rispose che la madre era una bella donna, lui aspettava solo un pretesto per farle i complimenti e disse che allora la figlia aveva preso dalla madre, che però non capiva perché era stata sfortunata. E Berbera disse che se fosse vissuta in tempi recenti avrebbe fatto la escort e si sarebbe arricchita, invece ai suoi tempi fu una semplice prostituta. A quel punto Tereso, che era pur sempre cresciuto con un’educazione tradizionale, pensò che questo spiegava tutto, e i sorrisi invitanti e il trucco pesante e la facilità con cui aveva accettato l’invito, e allora non fu la disillusione il problema bensì il timore che se l’avesse portata a letto la mattina dopo quella gli avrebbe presentato il conto da pagare. E così Tereso iniziò a cercare una scusa per chiudere la serata e rimandarla a casa, ma non ce ne fu bisogno perché si distrasse con la caffettiera e ci pensarono i pompieri a chiudere la seratina e raffreddare gli spiriti. Il giorno dopo Tereso si licenziò dal ristorante e andò a lavorare come commesso nel negozio di ferramenta vintage Bricol Agé.

La famosa scissione del ‘21

Nell’autunno del ’20 e nell’inverno del ’21 abbiamo visto sempre le stesse cicliste in prima fila in Coppa del Mondo, ma non tutte hanno l’età, come cantava Gigliola Cinquetti,  cioè alcune sono under 23 e, poiché non tutte le ragazzine forti possono o vogliono passare precocemente tra le élite come fece Alvarado un anno fa, all’odierno Campionato mondiale le giovanissime hanno preferito cercare più facile gloria nella loro categoria e il movimento femminile si è scisso, Vas di là Vos di qua, le élite si sono ricompattate e così è ritornata in prima fila la tricampiona Sanne Cant che va forte sulla sabbia e correndo in casa nelle più ottimistiche rosee previsioni dei fiamminghi poteva pure aspirare a tentare di cercare di provare a infilarsi nella prevedibile valanga arancione. Questi mondiali infatti si corrono a Ostenda su un percorso metà sabbia della spiaggia e metà serpentine velenose spelacchiate e ghiacciate, e se ci fosse stato De Zan avrebbe avuto difficoltà a parlare di ciclopratismo. Ma il pericolo Cant è stato scongiurato proprio dalla campionessa uscente Alvarado che si è suo malgrado immolata per la causa olandese e alla prima curva è scivolata facendo cadere la sola Cant, però anche il suo mondiale è praticamente finito lì, perché si è poi sfinita in un inseguimento inefficace e logorante, che l’ha portata dapprima in quarta posizione per poi retrocedere fino al sesto posto, preceduta pure dalla ritrovata Yara Kastelijn che ha ormai imparato ad andare in bicicletta, e l’unica che è riuscita a inserirsi tra le arancioni è stata la ormai solita Clara Honsinger quarta. Ma il podio è stato tutto per le ex olandesi, con il bronzo a Denise Betsema, prima nella classifica avulsa delle mamme, che non ha fatto errori o forse uno solo e pure grande, il solito: partire fortissimo, staccare tutte, e arrivare all’ultimo giro senza più forze. Ancora una volta è arrivata seconda Annemarie Worst capace di straordinarie volate sulla sabbia e continue cadute e rimonte fino a cercare in vista del finale la cosiddetta sportellata con Lucinda Brand che però è più possente mentre lei ancora una volta sembra difettare di cattiveria. E così al termine di una stagione dominata ha vinto la favorita Lucinda Brand, allenata da Sven Nys non da Pinco, che non si è fatta prendere dal nervosismo, quando ha fatto qualche piccolo errore è stata Lucida (scarto di consonante) al punto che in quei frangenti riusciva anche a guadagnare sulle rivali e poi è stata la più forte, lei che ha deciso di tornare al ciclocross quando su strada era diventata brava anche nelle corse a tappe. Quando c’è stato il contatto tra le due i commentatori RAI hanno detto che non c’è stata scorrettezza però all’arrivo si aspettavano che le due si azzuffassero afferrandosi per i capelli ma invece si sono abbracciate. Già è successo con Van Vleuten-Van Der Breggen che gli uomini RAI si attendessero che le rivali presunte acerrime non si salutassero e sputassero l’una nella borraccia dell’altro o chissà cos’altro e invece niente, il problema è che in RAI leggono troppi libri di Beppe Conti. Invece l’inviato dell’UCI ha fatto alla vincitrice la stessa domanda che sarebbe venuta in mente anche a me, cioè se ora punta alla Roubaix, ma pensandoci non è troppo delicato a una persona reduce da una faticaccia evocarne un’altra, però Lucinda ha detto che punta alla Roubaix e pure a qualificarsi per l’Olimpiade, tié, e intanto si gode il titolo mondiale nel quale forse non sperava più e che certamente in futuro sarà più difficile da ottenere, quando le ragazzine saranno cresciute e si riunificheranno tutte nella categoria élite. La gara è stata davvero appassionante e combattuta, ma la regia internazionale è stata molto democratica e non si è limitata a seguire la lotta tra le prime tre, rischiando di perdere qualche momento cruciale, per inquadrare anche le altre inseguitrici, e poi ha mostrato gli arrivi di tutte, almeno fino alla trentunesima, quella Sophie De Boer che bella è sempre bella ma non più forte come quando vinse la Coppa del Mondo, al punto che mi sorprende anche il fatto che venga ancora convocata, ma è questione di tempo perché quando arriveranno le attuali under 23 addio bella Sofia.

Lucinda guarda dietro di sé e sembra chiedersi: “Ma davvero ce l’ho fatta a vincere un mondiale? E davvero c’è gente che preferisce vedere la vela?”