il giorno del ristoro

Ci sono vari modi di trascorrere il giorno di riposo, c’è chi preferisce corricchiare e chi riposare completamente, la cosa più pericolosa che un ciclista può fare è annunciare che l’anno dopo cambierà squadra scatenando immediate ritorsioni da parte della squadra attuale che fino alla fine dell’anno lo convocherà tuttalpiù per qualche corsa nella foresta pluviale cui è costretta a partecipare per esigenze di sponsor. Ma si può approfittare della pausa per fare anche altre cose. Oggi per esempio la Katusha, che ha perso il ciclista testimonial Marcello Bellicapelli, ha cercato di girare un nuovo spot dello shampoo multitasking con i ciclisti residui, ma Zakarin è riuscito a cadere anche durante le riprese. La Ineos invece, volendo mantenere lo stile Sky, ci tiene anche al livello culturale dei ciclisti che sono tenuti a seguire dei corsi su materie per lo più attinenti l’attività dello sponsor, come fisica o petrolchimica. Oggi c’era matematica e il precettore Puccio, cui sono stati affidati Bibì Sivakov e Bibò Hart, poiché tutto è parametrato al livello dello sponsor, gli ha fatto ripetere la tabellina del milione.  Reverberi ha concesso ai suoi ragazzi di distrarsi a vedere qualche serie tv purché sia italiana. Savio ha voluto motivare i ciclisti che finora hanno reso poco concedendogli di lavare la sua Isotta Fraschini mentre quelli che si sono ben comportati hanno potuto visitare, previo pagamento del biglietto al modico prezzo di 14 euro, la sua residenza principesca con una ricca collezione di opere d’arte di ogni epoca tra cui spicca una scultura di Jeff Koons in acciaio rosa che raffigura Leonardo Sierra mentre cade in discesa. E infine il simpatico Valerio Conti, volendo fare lo spiritoso, è andato al bar dell’albergo che ospita le squadre e ha chiesto un Amaro Antunes ma nessuno ha capito la battuta.

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Tic Tac Ding-A-Dong

Questa crono sanmarinese sangiovese avrebbe dovuto lanciare in testa alla classifica Tom Dumoulin, ma il fenicottero di Maastricht avrebbe avuto bisogno di due ginocchi e avendone rotto uno s’è dovuto ritirare. L’Olanda si è rifatta vincendo l’Eurosong, una manifestazione ormai omologata in stile talent, con tale Duncan Laurence che, se fosse concittadino di Tom, verrebbe chiamato l’usignolo di Maastricht, ma non lo è, e, come direbbe Beppe Conti, l’Olanda non aveva mai vinto l’Eurocoso nel nuovo millennio, anzi l’ultima vittoria risale al lontano 1975 quando gli arancioni fecero en plein: ai Teach-In l’Eurofestival e a Hennie Kuiper il Mondiale. E allora per esclusione oggi vince Roglic, che lascia come un baccalà Campenaerts, ma lui ci è abituato anche in altri campi, attardato da un salto di catena e anche da un meccanico venale che si preoccupa più della bici lasciata che di dare la giusta spinta al belga. Nibali va fin troppo bene, che ad andare male ci pensa Sboron Yates, e ancora peggio Carboni che pure nelle categorie inferiori andava bene a crono. Davvero curioso che Bibì e Bibò abbiano fatto quasi lo stesso tempo arrivando 24esimo e 25esimo, ma è chiaro che non sarà questo il primo grande giro vinto dalla Ineos, e allora lascino spazio a Capitan Puccio per le tappe. Certo non è molto spettacolare una gara con la classifica determinata da una cronometro quasi invisibile per il maltempo e ancora condizionata dalla fuga bidoncino di Padre Pio, e forse, proprio perché i favoriti per la vittoria finale oggi sono terminati quando c’erano ancora una decina di ciclisti sul percorso e l’interesse andava scemando, il coordinatore Bortuzzo si è inventato che Conti stava rischiando la maglia rosa, che tradotto in aritmetica significa che Conti stava perdendo oltre 5 minuti da Roglic. La RAI quest’anno non ne azzecca una, per esempio devo dire che il libro di Genovesi sul ciclismo che comprai nel 2015 poi mi piacque, ma se l’avessi prima sentito in trasmissione dubito che poi lo avrei comprato. E non mi è dispiaciuto che oggi il Processo sia stato segato per fare spazio alla finale del campionato europeo di calcio per minorenni tra l’oratorio dell’Italia e l’oratorio dell’Olanda, che già che si trovava ha vinto pure questa. Ma dicevo Conti, poi si è capito che non era vero che stava perdendo così tanto, ha conservato la maglia rosa e quindi anche oggi per intercessione di Gigi Sgarbozza a Roma e provincia hanno suonato le campane: ding dong.

Sfigorama

Stamattina vado in libreria, compro altri libri che non so quando avrò il tempo di leggerli, Delitto e Castigo nella versione di Osamu Tezuka (J-Pop) e gli scritti di Coppi, questa mi giunge nuova. Il cattolico Fausto Coppi era erroneamente ritenuto comunista, stai a vedere che lo facevano scrivere su Rinascita o il Politecnico, no, si tratta di articoletti scritti su giornali sportivi, rotocalchi, c’è anche l’Unità, e introduzione a libri su di lui, tutto raccolto da Gabriele Moroni nel volume Non ho tradito nessuno e pubblicato da Neri Pozza in occasione del giubileo coppiano. Mi sposto nel settore rock, ci sono le solite biografie di nomi mai sentiti perché non seguo i talent, forse è per far spazio a questi personaggi che non c’è posto per l’autobiografia di Johnny Marr, all’improvviso arriva un esagitato a cercare un libro sulle canzoni che hanno salvato la vita, a chi non so, e quando si allontana, incuriosito, do un’occhiata al libro di cui ci sono troppe copie. La scelta è meglio di quel che temevo, ma all’improvviso, accortosi che stavo sfogliando sto libro, l’esagitato torna indietro e mi fa sapere che venerdì alle 18 ci sarà la presentazione del libro in quella sede, poi, forse accortosi di essere troppo invadente, si ritira come un velocista alle prime montagne. Beh, comunque avrei avuto la scusa giusta: il venerdì alle 18, dopo una settimana di duro lavoro e di ancor più duri Processi alle tappe, c’è il confronto telefonico con la redazione di Schiantavenna. E però mi chiedevo se davvero c’è qualcuno cui le canzoni hanno salvato la vita, e nel caso questi qui come stavano messi, a me per fortuna non lo chiedono, ma dovrei rispondere che a me la vita l’hanno salvata i medici; com’è difficile essere cool, normale che allora si segua pure uno sport sfigato come il ciclismo. Ma quello del salvavita è solo un nuovo modo di proporre liste, non so se dovuto a Wim Wenders che tanti anni fa disse che il rock gli aveva salvato la vita, o agli Indeep cui la vita la salvò un dj l’ultima notte o a chissà chi altro. Prima c’erano le cose da portare sull’isola deserta, e finché si trattava di libri andava bene, non avevi bisogno di altro e scegliendo quelli lunghi c’era come passare il tempo, ma i dischi, prima di partire per l’isola bisognerebbe assicurarsi che lì ci sia la corrente elettrica. Ma io non sono così asociale da voler partire per quell’amena località, e poi non so se la tivvù di stato dell’isola deserta trasmette il ciclismo. E, dicevo, forse ora si è passati a elencare le cose che hanno salvato la vita, le canzoni soprattutto, ma non sperate che ve le passi il sistema sanitario nazionale. E c’è qualcuno a cui la vita l’ha salvata il ciclismo? Boh, ma l’importante è che questo resti uno sport popolare, anche perché può permettere dei bei discorsetti al limite del populismo. C’è la discussa riforma che incombe e anche lo scrittore scende in campo e si schiera contro, perché il ciclismo non deve rischiare di diventare uno sport di élite come il golf o l’equitazione. Del resto, se diventasse uno sport d’élite non credo che si troverebbero due come Frapporti e Cima che vanno ancora una volta in fuga disperata. Stavolta non c’è Maestri e l’altra differenza è che il gruppo fa male i conti e va a prenderli troppo presto, così Bidard e Vervaeke, nascondendosi dietro Ciccone apparentemente partito solo per un GPM, tirano dritto e il gruppo deve fare gli straordinari, per cui alla volata di questa tappa pure ondulata arrivano stanchi, lo stilista rompe le scatole a Viviani mettendosi alla ruota del treno Deceuninck ma resta cucito, pardon, imbottigliato e sembra prepararsi un’altra vittoria di Pascalone, ma il tedesco è forte, regge bene in salita ma non è un dominatore, e nel giorno in cui altrove c’è la manifestazione dei sovranisti vince finalmente Calebino, l’australiano coreano che ha imparato il mestiere in Italia e corre per una squadra belga. Al processo c’è Hatsuyama che parla italiano meglio di Reverberi, il quale però capisce l’inglese di Monsieur Le Président, e sembra un ossimoro un francese che parla inglese ma forse Lappartient vuole fingersi super partes, lui che voleva ridurre Giro e Vuelta a vantaggio del Tour e vorrebbe allargare il numero di squadre World Tour possibilmente alle francesi Cofidis, Total e Arkéa Samsic. Valerio Conti si dimostra spiritoso e, dato che nei giorni scorsi ha detto di sapere a memoria i film di Verdone, gli fanno una sorpresa stile programma piagnucoloso e lo fanno parlare col regista che, poverino, sarà stato costretto a informarsi in fretta e furia su questo personaggio che fa questo sport davvero strano. Anche nelle interviste Roglic e Yates rivaleggiano, però nella specialità della antipatia. Franzelli dice che Simone è cambiato, l’anno scorso era spavaldo sempre all’attacco, e infatti quest’anno è sempre in difesa ma spavaldo uguale, tutto il contrario di Ignatas Konovalovas che, intervistato da Cicloweb, si tira fuori dalla lotta per la crono vinicola di domani, dicendo che si prenderà un giorno di riposo e spera che Roglic non vada troppo forte per poter restare entro il tempo massimo, lui che al Giro in totale ha vinto una tappa più dello stilista, che a pensarci bene vedrei meglio a qualche concorso ippico.

Se vi piace il cinema avvicinatevi a un qualunque concorso ippico e vi sembrerà di stare nel film Il Conte Max.

Un ragazzo alla pari

Dopo un po’ che si segue il ciclismo si capisce perché è uno sport così avversato da genitori e parenti degli aspiranti ciclisti. E’ storia che il padre di Nibali gli segò la bicicletta per punirlo di qualcosa, che però doveva essere nulla al confronto con quello che combinano Bibì e Bibò che si nascondono costringendo Capitan Puccio a far spostare mezzo gruppo per vedere dove siano finiti. In genere i genitori consigliano ai figli di drogarsi e andare a rubare come tutti gli altri, o in subordine di studiare e diventare stimati professionisti collusi con la criminalità, ma se proprio vogliono fare uno sport scelgano il calcio, che sono soldi, o uno sport meno pericoloso come l’automobilismo, ma meglio pure che diventino ballerini gay e bullizzati come Billy Elliot, ma assolutamente non ciclisti. Ci sono dei grandi vantaggi a praticare qualsiasi altro sport: si può avere una teoria estrema dei picchi di forma per cui fare due gare all’anno ma avere lo stesso le copertine dei giornali e fare spot pubblicitari, si può diventare fenomeni a 40 anni senza che nessuno commenti Ma questo/a da dove è uscito/a? Si vede che si dopa, si può essere polemici e rissosi ma quell’unica volta che si vince viene tirato in ballo quel comodo tormentone di genio e sregolatezza, una scempiaggine che ha lo stesso fondamento scientifico di donna baffuta sempre piaciuta, e a proposito di piacenza, si possono avere le spalle di un camionista e la simpatia di un camionista arrabbiato e diventare sex symbol. Ma c’è soprattutto un dato che spaventa: il ciclismo è una delle prime cause di mortalità tra genitori e parenti dei ciclisti. Almeno la metà dei ciclisti vittoriosi alzano un dito al cielo e non tutti vogliono ricordare Scarponi né omaggiare l’elicottero che gli ha rotto le scatole per tutta la gara, e infatti quando vengono intervistati i protagonisti svelano di aver perso da poco un genitore, un nonno o una nonna, uno zio, che in genere è proprio quello che più lo incitava a correre in bicicletta. E questo è un ulteriore problema per chi ancora studia, si sa che già la scuola è poco comprensiva nei confronti di chi fa sport, ma poi chi fa ciclismo non può neanche variare un po’ le scuse per le impreparazioni, e non può dire che, invece che a gareggiare, è andato al funerale del nonno, come fanno i ragazzi normali, perché sa che i parenti deve conservarseli per quando diventerà professionista. E a proposito di disgrazie il Giro oggi arriva a L’Aquila e il ciclismo, questo sport finto e da abolire, deve adempiere al compito sociale che si è dato, a differenza degli altri sport, quelli seri e puliti, e ogni giorno ricorda cause benefiche, eventi luttuosi, episodi storici. Il percorso è ondulato e la fuga va pure oggi. Dispiaciuto per quello che ieri ha scritto di lui questo blog, JJ Rojas si infila anche in questa fuga e per un po’ di tempo è maglia rosa virtuale, poi il gruppo riduce il distacco, ma i primi si giocano comunque la vittoria che va all’astano Pello Bilbao, e quando alla fine si fanno i conti (non nel senso di Valerio) si scopre che Formolo, terzo all’arrivo, in classifica ora è a pari tempo con Roglic. Sul palco si cantano le lodi di Bruno Reverberi che fa crescere i giovani, segnatevi i loro nomi che tra qualche anno ne parliamo, per 2 che passano nel World Tour quanti sono raccattati dalle continental o si ritirano? E mentre Giovannelli intervista i cosplayers di Garibaldi e Pinky, Conti ringrazia la squadra che ha lavorato per mantenere la rosa, escluso Gaviria che si è ritirato chissà se davvero per un male al ginocchio o per la cazzimma del velocista che è passato in secondo piano, e dice che non è stata una squadra ma una famiglia, e per quanto detto all’inizio Ulissi e compagnia staranno facendo gli opportuni scongiuri.

Dialogo tra un conduttore e uno scrittore .

La Zeriba Suonata – il Giappone esiste ancora

Il Giappone lancia l’allarme interno perché scarseggia la manodopera. Al Giro lo scrittore parlante cerca di appassionare il pubblico alla vicenda di Hatsuyama, che però ha già 30 anni e sembra più una presenza di colore e dovuta allo sponsor, un passo indietro rispetto a validi professionisti come Arashiro e Beppu, o Abe che correva con la Mapei ed è l’unico giapponese ad aver vinto la Japan Cup. Ma il Giappone esiste ancora.

Sul finire degli anni 70 i giapponesi iniziarono a lanciare cartoni animati sulla penisola. La Autorità avvisavano i bambini di non avvicinarsi: erano pericolosi. Quei cartoni pieni di mostri, alieni, orfanelli e orfanelle, però non della curva omonima, erano così diversi da quelli cui era abituato l’Occidente, e poi alcuni era molto violenti, mentre qui eravamo abituati a simpatici animali antropomorfi che cercavano di mangiarsi o di farsi esplodere a vicenda. Ma l’accusa più infamante era che venivano fatti con il computer, come dire opera del Demonio, disumani, e mi sono spesso chiesto quanti di quelli che lanciavano questa accusa in seguito hanno magnificato le magie della computer grafica di Pixar Dreamworks eccetera. In difesa dei cartoni giapponesi, e anche dei fumetti che allora non erano ancora arrivati in edicola, uscì un numero di Eureka, sempre di quell’annata particolare con Castelli e Silver, e quella rivista non era come Linus su cui si discuteva soprattutto di politica però a volte anche di politica. Ma della musica giapponese cosa sapevamo negli anni ottanta? C’era Ryuichi Sakamoto, famoso soprattutto per il film Furyo (di cui fu interprete e compose la colonna sonora, con il tema cantato da David Sylvian, nome gradito anche agli snob di ogni genere) e poi nient’altro, sapevamo solo che lì c’erano collezionisti che cercavano di tutto, anche il prog, anche quello italiano che qui era bandito perché bisogna riconoscere che in quanto a chiusure spesso punk e new wavers non erano da meno rispetto all’intellettualume di sinistra. E poi, negli anni novanta, con la musica elettronica il nu jazz e il revival lounge, i musicisti giapponesi che erano attivissimi in questi generi invasore l’Italia e l’Occidente, o almeno gli stereo occidentali, e capitanati dai Pizzicato Five sbarcarono Fantastic Plastic Machine, Kyoto Jazz Massive, Tokyo’s Coolest Combo, United Future Organization, Cornelius e Kahimi Karie, una delle migliori cantanti afone del mondo. Furono pubblicate due compilation intitolate con molta fantasia Sushi 3003 e Sushi 4004. Ma poi la moda è passata, qualche gruppo si è sciolto, Yasuharu Konishi dei Pizzicato Five si è messo a fare musica triste (l’ottimo One and ten very sad songs), però ovviamente in Giappone si continua fare musica di tutti i generi, c’è stato l’altra moda effimera, almeno in occidente, del visual kei, ci sono anche scambi culturali, diciamo così, come la collaborazione tra Pastels e Tenniscoats, e ora esordisce su disco un gruppo di cui si sa ancora poco: i Minyo Crusaders. L’album si intitola Echoes Of Japan e sembra che si tratti di canzoni folk cantate in giapponese ma suonate secondo vari generi musicali. In copertina sono indicati la prefettura d’origine dei brani e il genere che essi si preoccupano di indicare, forse per evitarci lo sforzo di capirlo e il rischio di dire sciocchezze. Si va dalla cumbia al reggae, dall’afro funk all’ethiopian jazz, dal beguine al boogaloo di Tanko Bushi.

 

Due ragazzi nel sole

La tappa di oggi è la più a sud di questo Giro, ma non è che oltre c’è scritto Hic Sunt Leones, però per esempio hic est un velodromo scoperto costruito e dopo poche gare abbandonato, il Comune non ha né soldi né interesse a gestirlo e lo cede a tempo determinato alla Federazione Ciclistica e già i ragazzi premono per entrarvi e poter fare attività, ma sono quelli che fanno atletica leggera, perché il Tempio del Pallone (che non sappiamo se è oracolare, dovremmo chiederlo allo scrittore) non ha la pista intorno e per gli aspiranti atleti va bene anche quella lì a 4 corsie e di lunghezza ridotta. Qui neanche il già lontano periodo d’oro (o similoro) di Commesso & Figueras ha smosso qualcosa, quindi è inutile lamentarsi della geografia del Giro. Ed è inutile lamentarsi di Capitan Puccio e Sboron Yates che innescherebbero cadute se poi si riesce a cadere le stesso, e se Landa e Zakarin e pure Majka sono degli specialisti del settore oggi si è aggiunto Roglic, ma niente di grave. E dopo tante cadute, volate, botte, polemiche e tanta pioggia era quasi certo che oggi andava la fuga, che quindi è stata più combattuta e numerosa.  Roglic, nonostante oggi sia caduto e abbia ancora poca esperienza di corse di vertice, si sta dimostrando più scafato di Simone, per lo meno di quello dell’anno scorso, perché è stato l’unico di classifica a non rimanere imbottigliato l’altro ieri e perché ha capito che non era il caso di tenere ancora la maglia rosa con tutti gli adempimenti connessi, per cui deve aver detto Volete proprio andare in fuga? E allora andate ma già che ci siete pigliatevi pure questa maglia rosa. E la fuga è andata, ha preso molto vantaggio, c’erano dentro giovani di belle speranze come Oomen, vecchie volpi come Plaza e Amador, e qualcuno sopravvalutato come Rojas che ha vinto poco e per lo più grazie a Valverde. Però quando Fausto Masnada si è accorto che erano in 13 e il 13 porta male è partito deciso anzichenò e Valerio Conti  ha capito che era il treno buono da prendere, il tram cui attaccarsi, cioè no, insomma ci siamo capiti, e nessuno è riuscito a recuperare, ma tra questi c’era Carboni che avrebbe comunque preso la maglia bianca di miglior giovane e non ha quindi niente a che spartire con Calboni che alla Coppa Cobram si presentò con le braccia ingessate per non correre. Masnada ci teneva a vincere e Conti era maglia rosa virtuale, sembrava logica la spartizione del bottino, però agli ultimi km sembrava che iniziassero a mercanteggiare: -La tappa a me e a te la rosa. -No la rosa a te che io vorrei la tappa. -Ma  non ce la faccio a prendere la maglia. -Guarda, io mi prendo la tappa e vicino alla maglia ci metto pure una foto di Savio con dedica. –Affare fatto! E lì è spuntato pure il sole a illuminare i due ragazzi, Masnada, che era andato fortissimo prima del Giro ma un conto è pensare che forse l’Androni quest’anno una tappa la vinceva un altro è vincere davvero, e Valerio Conti che prende la rosa con un ora e due minuti di vantaggio su Denz e peccato che il suo fan Sgarbozza non era in studio, ma sui Castelli Romani sarà sicuramente sceso in strada a fare i caroselli e avrà convinto il parroco a suonare le campane. Quelli che erano al Processo, invece, hanno fatto una serie di domande banali e risapute ai due protagonisti, ma anche lì Conti si è ben comportato, però certi giornalisti e scrittori si meriterebbero Ganna, non Filippo ma Luigi che quando vinse il primo Giro e qualcuno gli chiese qual’era la sua più viva impressione dopo la vittoria rispose: L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü !

Cambiano il tempo, i tempi e i templi

Il Giro riparte ammaccato, chi è ferito chi è attardato chi è un po’ autoemotrasfuso, poi ci sono Bibì Sivakov e Bobò Hart che sono stati sculacciati da Capitan Puccio che, per colpa delle loro marachelle, ha fatto una figuraccia in mondovisione incolpato della maxicaduta dell’anno (perché si spera non ce ne siano di peggiori): Salvatore avrebbe voluto fare qualcosa di importante in questa corsa ma non intendeva proprio questo. Se il Sir Petrolchimico fosse un riccone appassionato come Tinkov (che qualche giorno fa si è fatto fotografare con Sir Brailsford, che simpatiche canaglie, forse non tanto simpatiche), probabilmente avrebbe dato l’ordine di mettere nel sacchetto del rifornimento dei due monelli solo panini con il petrolio, ma credo che per Sir Ineos questa squadra sia un business come un altro, e quindi è stato ancora Puccio a dover punire le piccole pesti sequestrandogli i pupazzetti di Zorro. Intanto arrivano aggiornamenti dall’inchiesta Aderlass, che significa salasso e non sappiamo se c’è un riferimento all’onorario del medico coinvolto, e nubi minacciose si addensano sul mondo del ciclismo, ah no, pardon, quelle sono le nuvole vere di questo maggio buio e tempestoso. I cicloodiatori, che come tutti gli haters che si rispettino (si fa per dire) vanno sui siti delle cose che non gli piacciono, dicono che in tutti tutti gli sport c’è il doping e quindi il ciclismo è uno schifo, oppure che il ciclismo è lo sport più finto dopo il wrestling, e quest’ultima cosa ha confortato moltissimo Dani Navarro che pensava di avere una clavicola e tre costole rotte e i polmoni perforati e invece era tutta una finta. I più fantasiosi dicono che i controlli si dovrebbero fare durante le gare, interrompendole, e questa pure è una buona idea, soprattutto per chi, oltre a quelli con Giovannelli, volessero farsi qualche selfie anche con i commissari. Però si potrebbe fare una cosa del genere anche con il calcio, anzi è uno sport più adatto a una cosa del genere, che potrebbe anche far digerire meglio i controlli in quel mondo lì, già il gioco si ferma più volte, per perdere tempo non è che puoi stare a fare sempre sostituzioni, le panchine non sono infinite, e poi durante il gioco si può fare tutto, scommettere su un ribaltone a pochi minuti dalla fine della gara e del ribaltone medesimo, vedere con la VAR qualche azione di qualche minuto prima perché l’arbitro, col passare del tempo, ci ha pensato su bene e forse poteva esserci un rigore, tanto poi si recupera, 8 minuti, 10 minuti, quello è uno sport serio, mica come il ciclismo. Oggi la tappa è breve, si parte dopo pranzo con la porchetta sullo stomaco. Petacchi c’ha pure altro sullo stomaco, perché è coinvolto in quell’inchiesta lì, ma lui è pulito, non ha mai fatto trasfusioni, andava a pane salame e a volte salbutamolo, ma solo perché pensava fosse un altro tipo di affettato, con quel nome lì puoi confonderti. Però lui non fa niente per scacciare i sospetti, con i suoi commenti esangui ti chiedi se è proprio lo stesso che andava a 100 all’ora per baciar la bimba sua, che allora era famosa, gli facevano le foto e le mettevano sui giornali, e per edulcorare la sua uscita dallo staff RAI è arrivato il Megadirettore Dott Ing Gran Secchion Auro Bulbarelli che ora ha la barba e chissà che non gli sia venuta a seguire le prime tappe, e anche a sentire Petacchi. Visto l’andazzo delle prime tappe, chi lavora non si affretta a tornare a casa, chi non lavora può approfittarne per leggere qualche libricino breve come Don Chisciotte, Gargantua e Pantagruel o Guerra e pace. Ma questa è una tappa breve, potrebbe concludersi prima del tramonto e, dicevo le nuvole, dopo giorni in cui la carovana gongolava per essere nell’occhio del ciclone, oggi si è usciti dall’occhio e si è entrati nel ciclone. C’è il ritiro a km zero di Dumoulin dolorante, una diversa composizione della fuga con dentro Tafino Orsini, ma cambiando il nome degli addendi il risultato non cambia, e così c’è il ricongiungimento e vince Pascalone. Poi ci sono le interviste silenziose di Giovannelli, tra cui una a Nibali che è un’occasione persa per capire il miracolo di ieri. Nibali era dietro Puccio e anche lui se l’è presa col mezzo corregionale, ma nonostante ci siano telecamere dappertutto e pure le inutili camerette sulla bici e cellulari tra il pubblico nessuno ha visto come abbia fatto a restare in piedi e Giovannelli manco glielo ha chiesto. Ma i ciclisti all’arrivo, stanchi zuppi e infreddoliti, parlano poco, al contrario del logorroico scrittore che, mentre in fondo al gruppo c’è confusione e c’è gente che fora e che si stacca e sarebbe interessante capire cosa succede e di chi si tratta, lui ci spiega la differenza tra il tempio normale e il tempio oracolare, e poi al Processo, tutto imbacuccato, ha detto che se il clima continua così non sa se ce la farà ad arrivare a Verona; noi gli consigliamo di fare come i ciclisti e cercare di risparmiare quanto più possibile le energie, e anche parlare è uno spreco di energie.

Poi in serata una clamorosa smentita alle maldicenze: in Francia, alla 4 giorni di Dunkerque, vince il francese Venturini battendo il fortissimo Groenewegen (curioso che anche lì la maglia del leader è rosa) ma viene squalificato. Non c’è più lo sciovinismo di una volta.