Secondi

Nei media la notizia della vittoriona di Filippone Ganna ha avuto meno spazio di quella della positività del gemello Simone al coronavirus manco fosse positivo al nandrolone, ma c’è una notizia ben più inquietante e ce la dà l’irrinunciabile Het Nieuwsblad: sui social sta avendo successo la maglia scarabocchiata pasticciata della EF, e se anche la gente stradale iniziasse a indossarla sarebbe un motivo sufficiente a chiedere il secondo lockdown. Proprio in occasione della vittoria di Ganna scrissi che ormai non ci speravo più nella vittoria di Puccio attesa da anni, ma oggi va in fuga e sembra anche il più in forma tra i fuggitivi, tra i quali però ci sono due della Israel che non solo fanno il gioco di squadra ma non sono neanche due ciclisti qualunque bensì due ex recordman dell’ora. E quando parte Dowsett sembra che anche stavolta per Puccio non c’è niente da fare, però un momento, sull’ultima salitella gli inseguitori recuperano parecchio e Puccio può farcela, e invece tornati sul piano Dowsett riprende a guadagnare e vince, e dietro il siculumbro vince la volatina per il secondo posto. Aspettavamo Puccio e invece spunta Pucci, o Fuffi o Bobby o come si chiamerà il cagnolino zoppo che entra nel percorso e nessuno riesce a fermare, ma per fortuna non provoca altre cadute che già siamo al completo, grazie. Dopo le interviste, al Processo si inizia a parlare di COVID e se qualcuno non ne può più e passa su RAISport a vedere il mondiale di mtb ed è a digiuno della materia, ascoltando il commentatore Luca Bramati non penserebbe mai che è il preparatore atletico e team manager di Eva Lechner, perché prima critica la criticabile scelta del cittì Celestino di non convocare altre donne, almeno Martina Berta e poi l’Austria che ospita le gare è vicina e la trasferta non  costava molto, poi ammira divertito l’azione con cui la giovane Frei stacca l’altoatesina, ma poi Eva dalla quarta posizione rimonta e va in zona medaglia e alla fine arriva seconda con un colpo di reni che è una cosa rara nella disciplina, e ottiene un’altra medaglia che però non è neanche stavolta l’oro ma per quello c’è sempre la mia idea della marathon dopo le olimpiadi, però pure gli europei tra una settimana, eh? Ormai diciamo sempre che questo è un periodo strano, e oggi, per la stagione e il terreno fangoso, sembra quasi ciclocross ma bisogna fare uno sforzo per ricordarsi che è mtb, e comunque nella gara femminile non è un caso che le prime due, la tricampiona Ferrand-Prévot e Eva Lechner, sono anche ciclocrossiste, mentre in campo maschile di crossisti non ce ne sono molti, non Van Der Poel che come materia olimpica vuole portare proprio la mtb ma quest’anno preferisce le residue classiche del nord allo scontro con l’octocampione Schurter, che neanche ci sarebbe stato perché Nino è nono mentre a sorpresa vince Sarrou, e quarto arriva Luca Braidot a proposito del quale Bramati ci regala una delle sue perle, dicendo  che è difficile distinguerlo dal gemello Daniele soprattutto quando hanno la maglia azzurra, e viene da chiedersi se è più facile quando hanno entrambi la maglia del C.S. Carabinieri, forse i gradi sono diversi, chissà. 

Ma Eva quando riuscirà a essere finalmente la prima donna?

Gelato e cioccolato

Quando è stato ridisegnato il Giro d’Italia si pensava in un migliore andamento del virus e non si pensava che avremmo scoperto di essere governati da tanti bolsonari capaci di minimizzare tutto, spalleggiati dai loro corsivisti che ci danno per buoni gli zero virgola zero e spicci del ministero e dicono guardate quanto pochi sono e per di più non siamo neanche noi quelli là, e andatelo a raccontare proprio a quelli là oltre che a tutti quelli che per la proprietà transitiva del virus devono tamponarsi o finire in quarantena. E allora si temevano le temperature basse rispetto a maggio ma forse si pensava che il problema sarebbe sorto nella seconda metà del Giro, sulle salite alpine, e invece in questi giorni meridionali l’Etna e la Sila sembravano côtes della Vallonia per il clima. E in questo clima pazzo in questo Giro pazzo in quest’anno pazzo ieri c’è stata una corsa da pazzi. La Ineos senza più il capitano ha deciso di puntare alle tappe e per cominciare hanno corso per Salvatore Puccio, da anni fidato supergregario, ma ormai in una sua vittoria non ci credo più, o forse farà come Marangoni e per vincere andrà a correre l’ultima sua corsa in Asia. Sta di fatto che della fuga di giornata è stato uno dei primi a staccarsi, e chissà che non l’abbia fatto fuori proprio il ritmo del suo compagno di squadra che voleva portarlo al traguardo, e quel compagno era Ganna che dopo aver tanto lavorato ha resistito a tutti gli attacchi dei fuggitivi residui e poi se n’è andato da solo, ma non erano neanche più i fuggitivi della prima ora bensì quelli della seconda ora, cioè De Gendt che stavolta non è partito da lontano e finalmente Rubio che è cresciuto nella Vejus, l’unica squadra del sud, e che ingaggiato dalla Movistar chiedeva nella radiolina cosa fare e se dall’altro capo della radiolina c’era Unzué si spiega perché non è scattato. Insomma si sono staccati Puccio per cui ha lavorato la Sky e quelli bravi in salita come Conti, ma non Ganna che è un bestio che si pensava forte solo a crono e sul pavé e invece ora non si sa dove può arrivare, però ha ricevuto molti consigli da Puccio medesimo e incoraggiamenti da Gerainthomas che a quanto pare l’ha presa bene e sui social ha confrontato la divisa strappata per la caduta e tenuta con gli spilli con un altro abito tenuto con altri spilli e indossato da altra persona, cioè Liz Hurley. Ma nel giorno pazzo su una salita non durissima si è staccato nel plotone Caicedo e tutti a tirare per staccarlo, e vabbe’ che sono ancora traumatizzati dall’ecuadoriano dell’anno scorso, ma quello di quest’anno non esageriamo, e poi nella successiva discesa Pozzovivo a guidare il plotone, vi fidate? Ma dopo la vittoria di Ganna l’altra bella notizia del giorno viene da un  nutrizionista sentito al Processo, il quale ha detto che il cioccolato fa bene al fisico e alla mente, quindi mangiatene tutti, e di cioccolato sono ghiotti sia il vincitore, che però dopo l’arrivo l’abbiamo visto mangiare il famoso riso in bianco freddo e scotto che non vedevamo dai tempi di Froome, sia la maglia rosa Almeida che ieri ha sentito freddo ed è giovane e può fare degli errori, e infatti il primo è quello di aver detto che gli piacerebbe avere il superpotere di volare e ora AdS ce lo ripeterà ogni giorno fino a  nuovo ordine.

C’è gente che hanno studiato

In questi giorni è iniziata la distribuzione dei premi Nobel e anche se nel mondo del ciclismo c’è gente che ha studiato e ancora studia per migliorare le cose difficilmente qualcuno vincerà un Nobel. Prendiamo ad esempio la tappa di ieri e partiamo dalla fine. La RAI si è inventata la realtà virtuale con la quale gli intervistati sembra che stiano sul palco e invece no perché per le regole anti-covid stanno altrove, due metri più in là, e nonostante questo sfoggio di tecnologia avanzata non solo non sono riusciti ad avere uno straccio di fotofinish dell’affollata volata ma neanche a fermare le immagini riprese di lato nel punto preciso in cui i velocisti tagliavano il traguardo. In rimonta sembravano prevalere Démare e pure Ballerini ma io avevo l’impressione che sul traguardo fosse passato ancora primo Sagan, ma poi hanno detto che dovevamo credere sulla fiducia che aveva vinto Démare, ma va bene, in fondo il francese non dà fastidio, in genere vince una tappa e basta, almeno nei grandi giri, poi ci sono piccole corsette a tappette in cui dilaga. E poi ha vinto nonostante l’insubordinazione di Scotson, uomo del trenino che aveva tentato di sfruttare un buco per vincere e che si era già distinto in modo poco distinto nei confronti di due Bardiani. E nel ciclismo mi sa che non arriverà neanche il nobel per la fisica: dopo l’arrivo Guarnieri pesce pilota di Démare dice che il suo capitano ha vinto per un micron, AdS domanda quant’è un micron e Bennati le risponde che è meno di un millimetro, quando si dice la precisione millimetrica. Ma prima la questione più dibattuta è stata quella delle borracce che in questo giro volano che è un piacere, o un dispiacere per Gerainthomas che è tornato a casa con una piccola frattura. Gli scienziati studiano ogni particolare della bicicletta e dei suoi componenti e anche dell’abbigliamento, tutto finalizzato alla performance, ma non studiano dei portaborracce sicuri, o forse li avranno pure studiati ma poi i capoccia dei team preferiscono quelli leggeri e inaffidabili sacrificando la sicurezza alla solita performance. A dirne la potenza c’è stato un momento in cui una borraccia vagante ha colpito al piede uno spettatore che è subito sembrato dolorante. E non bastassero le borracce ci si mette pure l’elicottero delle riprese che, a quanto dicono, all’arrivo del gruppo si è abbassato troppo e ha fatto volare le transenne che hanno abbattuto Van Empel e Wackermann, con quest’ultimo che è un altro fortunello, un incrocio tra Thomas e Pozzovivo. Quest’anno gli italiani hanno accusato e dileggiato organizzatori sloveni e polacchi per arrivi troppo pericolosi ma dopo il fattaccio hanno subito dato tutta la colpa all’elicottero dicendo che le transenne erano state legate bene.  Torniamo ai nobel, e diciamo che lo scrittore parlante difficilmente vincerà quello per la letteratura, con grande sorpresa dello staff RAI che lo ossequia manco fosse Ariosto e lo ringrazia come se non lo pagassero e scarrozzassero a fare quello che molti pagherebbero di tasca propria. Scappati via ciclisti e direttori sportivi perché c’era da attraversare lo Stretto di Messina ancora privo del magnifico ponte che il governo ri-Conte vuole costruire, al processo hanno utilizzato il tempo residuo per sentire uno psicologo dello sport, e AdS ha detto che la parola “psicologo” ad alcuni fa paura ma non bisogna avere paura dello psicologo, e si vede che non lei ha studiato, intendo non ha studiato la storia della psicologia, e non sa del cinismo e della crudeltà di cui sono stati capaci gli psicologi nei loro esperimenti con cavie umane e non.

Finalmente il fotofinish.

UK Decay

Le bandiere non mi piacciono ma se c’è una bandiera in senso metaforico del ciclismo inglese quella oggi la porta una mamma, la sciura Deignan, che ha già vinto tre classiche in un mese e mezzo e la stagione non è ancora finita. Gli altri, cioè gli uomini, per lo più fanno a gara di smargiassate. C’è il fenomenino Pidcock che tutto baldanzoso ha voluto correre il mondiale élite e non si è visto, c’è Froome che è convinto di poter ancora vincere il Tour, c’è il gemello Simone che dopo le sbruffonate del 2018 è venuto al Giro e di nuovo con l’intenzione di vincere proclamando che è più forte, almeno del gemello Adamo, e già questo è da vedersi. Ieri sull’Etna ha messo la squadra a lavorare come se preparasse il grande attacco ma poi appena è aumentata l’andatura ha iniziato a staccarsi ed è già finito fuori classifica, a meno di fughe bidone. E poi c’è Gerainthomas che in RAI non sanno con quante “erre” si scrive. Quando ha vinto il Tour di transizione 2018 non ha sorpreso il fatto che sia andato più forte degli altri, che il potenziale ce l’aveva, ma piuttosto che sia rimasto in piedi, essendo un fortunello cascatore inferiore all’imbattibile Zakarin ma degno almeno di Porte. Ma il punto è che l’anno dopo si è ripetuto, e col secondo posto dietro Bernal ha legittimato la vittoria dell’anno prima, e tutti pensavano che avesse imparato ad andare in bicicletta. Ma uno che fino a pochi anni fa correva sul pavé vincendo pure a Harelbeke si presume che in bici ci sappia andare, è solo sfortunato, e cadere addirittura prima della partenza è una cosa degna di Richie Porte. Sono spuntati vari video che mostrano come a un ciclista della Bahrain, forse per qualche bruttura stradale, sia saltata la borraccia dalla bici e sia finita tra le ruote di Gerainthomas, ed è curioso vedere un video con commento in siculo sul sito di Het Nieuwsblad. All’inizio non sembrava niente di grave ma ai primi attacchi in salita il lucky man gallese ha iniziato a lamentarsi e staccarsi scortato prima da Ganna e poi da Puccio. E qui possiamo dire che poteva decidersi prima a cadere e uscire di classifica, avrebbe consentito a Puccio di sentirsi libero e andare all’attacco insieme agli altri semi-siciliani Visconti e Romano. Invece il primo Ineos a sentirsi libero è stato Castroviejo, ormai più viejo che castro, solo 35esimo nella crono di sabato, ma davanti era andato via un altro ecuadoriano, stavolta trattasi di Caceido, non uno qualunque perché è il campione nazionale sia su strada che a cronometro e vestendo i colori nazionali ha evitato di indossare la maglia della EF che Jonathan Vaughters ha commissionato al suo nipotino di 6 anni pur di farlo stare zitto invece di stare sempre lì a chiedere di quella volta che l’Innominato…

UK Decay – Uk Decay

Giornata nera per Simon Yates.

Classicomani e non

Non so chi ha inventato la parola “classicomane” o l’ha adattata al ciclismo, di sicuro la usa molto il sito Cicloweb per definire quei ciclisti che vanno forte soprattutto nelle classiche, tipo Gilbert o Van Avermaet, tipologia al momento rara in l’Italia dove il migliore nella specialità è Nibali che è il migliore in tutto mentre altri, Trentin Ulissi o Viviani, si potrebbero definire “tappomani” perché le loro vittorie più illustri in fondo sono le tappe dei grandi giri più che le semiclassiche o gli europei,  e altri ancora come Colbrelli e Nizzolo non sono neanche quello. E infatti Ulissi, deludente al mondiale, lanciato alla grande da Conti che al mondiale neanche c’era perché dimenticato da Cassani, ha vinto alla prima occasione utile di questo Giro, un arrivo in salitina, resistendo al resistibile ritorno di Sagan. Quello che invece non vuole rassegnarsi al ruolo di classicomane è Fuglsang che invece di andare alla Liegi a cercare di bissare il successo dell’anno scorso è venuto al Giro per fare classifica, ma nelle prime due tappe ha già perso i due principali gregari Lopez e Vlasov. Ma potremmo definire classicomane anche l’appassionato che preferisce le corse in linea a quelle a tappe e quell’appassionato sono io, e le domeniche del Giro saranno come quelle di decenni fa quando ancora non schifavo il calcio, cioè sarà tutto il ciclismo minuto per minuto perché si corrono in contemporanea le mie corse preferite, le classiche del Nord, e la corsa più dura del mondo nel paese più autoindulgente del mondo, o era il paese più bello del mondo? E infatti eccole le bellezze d’Italia quando stacco dai boschetti della Vallonia: viadotti di cui non si capisce il senso. Bisogna dire pure che il Sud non sa valorizzarsi perché mentre al nord Europa ci sono le stradine strette in pavé e nel senese ci sono le strade bianche che vanno molto di moda al sud ci sono le strade brutte; beh, perché in questi casi ci si dimentica dei tempi eroici del ciclismo eroico quando tutte le strade erano brutte? Meno male che qualcuno che ne capisce, e non è lo scrittore parlante, quando due ciclisti della stessa squadra, Viviani e Consonni, cadono in punti diversi fa notare che forse non è una coincidenza e forse non sono le brutte strade ma il brutto vizio di gonfiare troppo le gomme aumentando la performance ma perdendo il famoso grip che non è prerogativa del fuoristrada, però di queste cose si parla e subito dopo ci si dimentica. E comunque quando dalla Liegi si passa al Giro è un dispiacere perché almeno la metà delle volte sta parlando lo scrittore, ora ci dice di Camilleri ora degli abiti dei giullari che erano multicolori, come la maglia della EF che è stata multata però non per la bruttezza ma solo perché non era stata comunicata all’UCI nei tempi previsti, e quando di sera al TGiro propongono la sintesi della tappa e nel momento saliente della caduta dei due Cofidis si risente lo scrittore che blatera di colori dei giullari ci si rende conto ancora di più dell’assurdità della situazione, e ci si chiede perché non lo prestano a qualche altro sport, e non si capisce perché solo il ciclismo deve essere occasione per parlare e straparlare dei luoghi che ospitano gare. Dicevo due corse in contemporanea, oltre 400 km in totale ma anche a sommarle c’è stato poco spettacolo, tutto concentrato nei finali, gli ultimi 2 km al Giro e gli ultimi clamorosi 20 alla Liegi, fuga ripresa verso la fine in entrambe e Liegi decisa sulla Roche-aux-faucons dove sono andati via Alaphilippe Hirschi Roglic Pogacar con Kwiatkowski e Woods che arrancavano e sono rimasti dietro. Nessuno ha provato a evadere davanti e quando nel finale i quattro hanno iniziato a controllarsi Alaphilippe deve essersi ricordato dell’Amstel dell’anno scorso, e infatti dietro c’era Van Der Poel a tirare ma in mezzo c’era Mohoric che era partito in discesa e arrivato sul gruppetto di testa non li ha beffati ma ha finito per tirare la volata al campione del mondo. Ma oggi Alaphilippe forse sentiva troppo la pressione e ne ha combinate di tutti i colori. Già prima dei -50km aveva cambiato tre volte la bicicletta e pure gli scarpini, e nell’ultimo km ha sbandato prima a 900 metri e poi nel rettilineo finale danneggiando Hirschi e Pogacar, ha tagliato il traguardo alzando le mani troppo presto e Roglic l’ha infilato col colpo di reni. Difficile dire se Hirschi e Pogacar che sembravano ben lanciati potevano superarlo ma diciamo anche che per tutti questi errori oggi Alaphilippe non meritava la vittoria, e sta bene che sia andata a Roglic sia perché ci ha creduto fino all’ultimo sia perché, ridimensionato dall’esito del Tour, come già l’anno scorso anziché chiudere la stagione ha continuato con le corse in linea ed è ancora in tempo anche lui per cambiare mestiere e diventare classicomane. Alla fine la giuria impietosita ha retrocesso Alaphilippe per la deviazione finale così avrà meno rimpianti per come ha buttato la vittoria, ma se avesse vinto l’avrebbero squalificato ugualmente? Mistero, come un mistero è stata l’invisibile gara femminile che dicono sia stata vinta da Lizzie Deignan mentre delle protagoniste delle ultime gare solo Vos è arrivata ancora quarta, Longo Borghini Van Der Breggen e Van Vleuten  attardate, unica incrollabile certezza il ritiro di Puck Moonen che non dobbiamo giudicare oggi ma tra 4 anni quando vincerà il mondiale.

Ardenne ingrate per Dries Devenyns: ha lavorato alla Freccia per portare in testa ai 400 m Bagioli che è arrivato 19esimo e oggi per Alaphilippe che ha buttato via la corsa.

PAlermo-TOURS

A Palermo soffia vento caldo, ma con tutte quelle foglie morte Via della Libertà dove arriva la prima tappa del Giro d’Italia ricorda l’Avenue de Grammont in cui termina la Paris-Tours. La prima tappa è quasi un cronoprologo, un po’ più lunga di quelli che si usavano ai tempi di Thierry Marie e Chris Boardman, ma per Filippone Ganna non sarebbe cambiato molto, non si fa prendere dalla pressione e prende piuttosto tappa e maglia rosa, che se uno non gradisce tanto quel colore basta che guardi la nuova maglia della EF color discarica e accetta anche il rosa. Il Giro è promozione per il ciclismo e per il turismo. Ed è facile appassionarsi al ciclismo ascoltando lo scrittore parlante che, mentre sono in gara i partenti più attesi, ci racconta chi ha inventato il gelato o come è nata la coppia Franco e Ciccio. Ed è difficile pensare a una pubblicità migliore per Palermo di quella proposta oggi con immagini del canadair che spegne gli incendi che dicono causati dal vento, facciamo finta di crederci, e gigantografie delle vittime delle mafia, e in fondo il problema più grande in Italia non è la disoccupazione, né il coronavirus, né come prendersi i soldi europei, né gli sbarchi dei clandestini, perché per ognuno di questi problemi si finisce sempre a pensare cosa farà la criminalità quindi fate voi. Eppure la corsa sfiora edifici vetusti che hanno un fascino per fortuna non ancora intaccato da restauri imbellettanti. Finita la tappa c’è il Processo alla medesima e dopo un anno con Antonello Orlando vedere Alessandra De Stefano fa tirare un sospiro di sollievo, ma dura poco. C’è una partenza corporativista col ricordo di tre giornalisti del passato, Zavoli, Mura e in quota nepotismo il figlio di quel giornalista passato alla storia e anche alla preistoria per la famigerata frase sull’uomo solo al comando della corsa che sembrava pronunciata dal balcone di Piazza Venezia. Ma la cosa peggiore è il finale e non so se Bulbarelli si rende conto del mostro che ha creato: ogni giorno lo scrittore leggerà la sua “cartolina” dalla tappa, qualche frase a effetto, un po’ di buonismo e passa anche questa, e peccato solo che l’ordine degli eventi non possa essere invertito, perché questa collocazione in calendario e l’orario di fine delle tappe mal si conciliano col lavoro, sarà difficile vedere anche solo gli ultimi km ma il processo non si scampa. E a proposito di cartoline stamattina in centro c’erano delle bancarelle di artigianato e cose vecchie, dati i tempi le guardavo da lontano, ma mi sono avvicinato perché un tipo aveva un raccoglitore con cartoline di ciclisti e sarà che le aveva in ordine alfabetico o una coincidenza era aperto a Frankie Andreu e Lance Armstrong, come deterrente sono più efficaci del coronavirus e allora arrivederci. 

Ciclismo crepuscolare

L’estate è al crepuscolo anche se in Sicilia sono previste temperature alte e proprio da lì parte questo eccezionale Giro d’Italia Autunnale. Data la stagione le giornate sono più corte e rispetto a maggio le tappe finiranno prima, a meno che non ci siano ritardi alla partenza o tappe di trasferimento come usava nel rimpianto ciclismo di una volta, e in quei casi la corsa finirà al tramonto. Il processo alla tappa si svolgerà con le tenebre favorevoli e si teme che qualcuno non visto possa dire scempiaggini, ma niente paura, più facilmente le tenebre saranno rischiarate dalle illuminanti dichiarazioni di ex ciclisti preferibilmente autoreferenziali, giornalisti, storici, preistorici e scrittori parlanti. A proposito di scrittori, ve l’hanno mai detto che il Giro d’Italia è un grande romanzo popolare?

 

L’inizio della terza stagione

Oggi è iniziata la terza stagione di classiche dell’anno, e in tutte le annate ci sono tre blocchi di corse in linea, solo che in genere la prima finisce il primo maggio a Francoforte e invece quest’anno è stata troncata due mesi prima, la seconda tra agosto e settembre vede delle corse che quest’anno sono state parzialmente cancellate ma ha ospitato quelle italiane di primavera e di autunno, e poi ci sono le classiche d’autunno che quest’anno sono per lo più quelle di primavera. E infatti oggi si è disputata la Waalse Pijl con il tradizionale arrivo sul Muur Van Hoei e domenica seguirà la Luik-Bastenaken-Luik, e voi mi direte ma di cosa stiamo parlando, e in effetti non è corretto chiamare in fiammingo delle corse valloni che poi non si riconoscono, però anche a guardare il Muro di Huy senza pubblico era difficile riconoscerlo, e questa cosa in diretta l’ha fatta notare solo la sensibilità di Giada Borgato, che può sembrare frivola quando si dichiara esperta di gossip ciclistico ma è molto più dentro il ciclismo vivo dei colleghi uomini che ci sorbiremo nei giorni a seguire, e quando poi la gara maschile è stata un’altra testimonianza del ricambio generazionale lei ha detto che finalmente non c’è più il nonnismo che impediva ai giovani di emergere, che è una cosa che andrebbe approfondita e non si è mai sentita dai commentatori maschi, forse ne sa qualcosa Eros Capecchi? E gli uomini RAI hanno iniziato questa stagione con la solita lamentela sul Giro danneggiato dal nuovo calendario, dimostrando la stessa testardaggine e lo stesso orgoglio fuori luogo degli organizzatori del giro medesimo che non hanno voluto tenere conto dell’eccezionalità del periodo e non hanno voluto accorciarlo un poco, ma basterebbe pensare proprio al Belgio che ha un’unica corse a tappe nel World Tour, per di più in comproprietà con l’ex Olanda, una corsa adatta agli uomini da classiche, ed è stata programmata  contemporaneamente alla Freccia Vallone, per non parlare della Spagna con la Vuelta spostata a novembre e che dovrebbe passare sul Tourmalet che però è già innevato. Per la vittoria si attendeva lo spareggio tra Anna Van Der Breggen e Marianne Vos, le due ex olandesi più in forma del momento entrambi vincitrici di 5 edizioni e ha vinto Anna che, come ha commentato la Borgato, ha fatto quello che non bisogna fare, una progressione anziché una volata, lunga, in testa senza mai guardare indietro. Ora qualcuno vorrà invece guardare l’ordine d’arrivo tutto per verificare se qualcuna è caduta, ma delle favorite nessuna, ha forato la Ludwig ma è agevolmente rientrata con tanto di traino delle ammiraglie e sfacciato bidon collé perché la borraccia l’ha poi buttata, ed è arrivata seconda davanti alla Vollering. Le due piazzate sono le ultime vincitrici del Giro dell’Emilia e non è un caso, perché più volte il Muro di Huy è stato paragonato alla salita di San Luca e la famosa “esse” è stata paragonata alla Curva delle orfanelle, ma la brutta notizia è che l’anno prossimo il Giro dell’Emilia femminile non è in programma, e non credo sia a causa delle mortadelle di Amici che minerebbero la linea delle cicliste, peccato che agli organizzatori e ai politici che si vantano del mondiale e del giro intatto nessuno vada a chiedere conto di un calendario femminile sempre più misero. Si corre poco qua, è significativo che Giada Borgato che correva soprattutto in Italia ricordi l’emozione del pubblico sul Muro di Huy e non di quello del Giro Rosa, che infatti non esiste, e forse per questo Rossella Ratto da anni cerca fortuna all’estero e non sempre ci azzecca, eppure nelle poche occasioni in cui corre dimostra che il potenziale per fare bene c’è sempre e in un paese in cui vanno forte soprattutto le passiste veloci, che suppliscono alle poche corse su strada con l’attività su pista, di cicliste come Rossella c’è ancora bisogno. Quest’anno corre (si fa per dire) con la sciagurata squadra belga Chevalmeire di cui non si conosce neanche la maglia e oggi è arrivata 76esima, difficilmente poteva far meglio avendo corso poco, ma comunque è la prima della sua squadra, famosa anche per aver ingaggiato Puck Moonen che da qui inizia il piano quadriennale per diventare campionessa del mondo, intanto oggi si è ritirata come nelle altre corse UCI disputate quest’anno ma c’è tempo, però se non mostra progressi sportivi e non mostra neanche più le foto che l’hanno resa famosa qualche suo fan potrebbe restare deluso. La Van Der Breggen, dicevo, ha vinto facendo quel che non si deve fare sul Muro di Huy, non sprecare energie e scegliere il momento giusto per partire, e quando è quel momento giusto alcuni hanno impiegato un’intera carriera per scoprirlo, invece Marc Hirschi l’ha saputo al primo tentativo, come se venisse qui da anni, approfittando anche dell’assenza dell’intero podio dell’anno scorso ma gli avversari scafati c’erano e hanno assistito alla consacrazione di un campione, forse.

O vogliamo dire che Anna Van Der Breggen ha vinto perché nella gara maschile è caduto Vansevenant?

che poi uno può rimanere deluso

Ma forse per pubblicizzare il campionato del pallone mandano video con Piola o Riva? Perché il ciclismo deve sempre guardare al passato e alle sue leggende a volte romanzate a volte plausibili come l’accecamento di Polifemo? E hanno fatto questo spot sì con i ciclisti morti ma con questa atmosfera idealizzata che sembra il corrispettivo ciclistico di quelli del Mulino Bianco. Secondo me bisognerebbe presentare quello che verosimilmente si può verificare, basterebbero un allungo in discesa di Nibali o una volatina di Calebino. E perché alla RAI hanno preso il vizio di replicare delle azioni di corsa virate in bianco e nero come a dire sembrano imprese del ciclismo eroico ma poi se lo fanno così spesso vuol dire che sono imprese anche di questo ciclismo qua? E non pensano che uno semmai si aspetta le imprese eroiche su quelle salite che oggi non fanno neanche più selezione e poi dopo ci può anche rimanere deluso? 

Ciclismo e politica

Il mondiale di ciclismo femminile ha sfiorato il milione di telespettatori ed erano di sicuro tutti interessati alla gara dal momento che questo sport non concede niente al voyeurismo, come potrebbe essere invece con l’esposizione di glutei nella pallavolo o nel salto in lungo oppure con la seconda pallina infilata sotto il gonnellino nel tennis. Quindi del mondiale maschile che fa molti più ascolti bisognava approfittare per usi promozionali e politici, e diciamo che per la promozione turistica bisogna ringraziare la regia internazionale per le riprese davvero spettacolari, riprese (nel senso del participio passato) anche da Het Nieuwsblad. Dopo che Vicenza per disinteresse politico ha perso i mondiali, questi sono stati poi riassegnati all’Italia per la faccenda del COVID, e la politica in senso lato si è fatta viva durante la diretta RAI. Durante la quotidiana auto-celebrazione Pancani è arrivato a dire che senza l’intervento dell’Italia i mondiali non si sarebbero disputati, ma non  è vero perché c’era già pronta la Francia, e poi è disceso tra i suoi sottoposti il Direttore Bulbarelli che, dopo aver riconosciuto le difficoltà di un Giro in autunno e aver minacciato la presenza di due nuovi commentatori di cui non ha fatto i nomi limitandosi a dire che il Giro l’hanno vinto (ohibò, Gotti? Basso?), ha riportato la polemica tra il Presidente del CIO e il Governo italiano. In sostanza il CIO prevede che i comitati olimpici nazionali siano totalmente indipendenti dalla politica, ma secondo Bach la legge di riforma italiana non sarebbe conforme alla Carta Olimpica, mentre il Ministro nega tutto, anche che sia previsto un meeting sulla questione. E’ vero che i politici italiani spiccano per incompetenza e incapacità che non possono compensare con la mania di protagonismo, però è anche difficile credere che i comitati olimpici siano indipendenti dalla politica in paesi come la Russia, il Kazakhistan, il Bahrain eccetera, ma anche nei democratici paesi europei. Poi l’esito del campionato mondiale almeno ha tolto ai politici italiani un’occasione per vantarsi di meriti non loro; infatti ha vinto Julian Alaphilippe che tra l’altro avendo come cittì della nazionale Thomas Voeckler sta migliorando molto anche sul piano delle smorfie. Tra gli sconfitti possono avere rimpianti Pogacar e Van Aert. Pogacar forse si è sentito colpevole o in debito verso Roglic per avergli strappato il Tour, e oggi forse ha corso per lui attaccando al penultimo giro, e avrebbe avuto bisogno di uno specchietto retrovisore per le tante volte che si è girato, forse voleva stancare gli avversari, ma se l’avesse fatto all’ultimo giro poteva giocarsi la vittoria. Van Aert non ha creduto in un tentativo con Nibali Uran e Landa, forse l’idea di un attacco con Landa gli faceva venire da ridere, e quando invece è partito Alaphilippe non gli è riuscito di andargli dietro, e l’inseguimento di Van Aert + 4 ha favorito l’attaccante, perché i 4 erano frenati dal fatto che Van Aert è molto più veloce ma lui a sua volta era frenato dal fatto che i 4 non collaboravano. Il punto è che nella banda dei 4 c’era Roglic, che nella circostanza correva per un’altra nazione ma in genere è compagno di squadra di Van Aert che molto ha lavorato per la causa di un Tour che il capitano sloveno non ha saputo vincere e quindi avrebbe potuto sentirsi un po’ in debito, anche giustamente, a differenza di Pogacar che in Francia ha solo fatto la sua corsa. Comunque i 4 avevano ragione su Van Aert che per il secondo posto ha lanciato la volata in testa e si è tolto tutti dalla ruota. Infine il mondiale della squadra di Cassani è stato più anonimo di quello che si temeva, si può discutere su qualche gregario, dell’esclusione di Mosca ad esempio, ma non avrebbe cambiato la sostanza, perché ogni tanto si intravede un nome nuovo, un futuro campione, ma poi alla fine ci si affida sempre a Nibali che a 36 anni avrà risentito più di altri dei mesi passati solo a fare i rulli.

Anche il Premier ha ringraziato i ciclisti italiani.