Racconti a colori – Il Bosco dei buchi neri

Quella mattina Bolice non voleva saperne di svegliarsi e la mamma Bolena la scaraventò dolcemente dal letto e la mise con la faccia sotto un getto di acqua fresca. Bolice rischiava di fare tardi a scuola e fece la solita veloce colazione con le merendine Boscodifrutta, le merendine consigliate dai dietologi perché erano senza zucchero con farina integrale e frutti di bosco amari e bastava un morso perché passasse l’appetito e così i bambini non ingrassavano. Presa la cartella Bolice uscì correndo di casa e per far prima pensò di tagliare per il Bosco, come venivano chiamati i Giardini Bonaventura. Appena entrata fu affiancata da Bosconiglio e Boscoiattolo che le chiesero perché corresse. Lei rispose che era tardi e Bosconiglio rispose che non era mai tardi e se anche lo fosse stato conosceva un trucco per non essere più in ritardo: varcare la soglia temporale dell’Albero Bucato ed entrare nel Magico Mondo Fatato del Regno di Borupo. Così Bosconiglio e Boscoiattolo si infilarono in un albero cavo invitando la bambina a seguirli e poiché Bolice credeva a tutte le sciocchezze che le raccontavano si infilò in quel buco e rimase incastrata, mentre i due animali risalirono per il tronco e andarono a nascondersi dietro una siepe per godersi tutta la scena. Bolice iniziò a gridare attirando l’attenzione dei pochi passanti e accorse la Maestra Bomarziale che aveva lasciato la sua classe a fare il compito di aritmetica ed era andata a fare la spesa. Riconoscendo la sua peggiore allieva, la Maestra le chiese: “Come sei entrata lì dentro?” e Bolice, indisponente come al solito, replicò. “E lei come è uscita qui fuori?” Colta in castagna la maestra scappò via e Bolice continuò a gridare e stavolta la sentì il giardiniere Boberto che stava amoreggiando su una panchina con Madama Bovaristo. Il giardiniere capì che l’unica soluzione era tagliare il tronco e così prese una sega e iniziò a darsi da fare. In quel momento arrivò trafelato il Dottor Evaristo Bovaristo che sospettava che sua moglie lo tradisse e per spiarla aveva lasciato i suoi pazienti nello studio, ma prima che potesse avvicinarla gli tagliò la strada il malato Bonagura che si sentiva tutti i sintomi della bonemia e pretendeva un consulto al volo, ma il volo lo prese lui perché il dottore lo scostò bruscamente facendolo cadere nel laghetto dei cigni. Finalmente il Dottore raggiunse sua moglie e scorgendo un uomo dietro l’albero gridò: “Ah, quello è il tuo amante!” ma girando attorno al tronco si accorse che il giardiniere era alto robusto e per di più aveva in mano una sega mezza arrugginita e se la squagliò urlando sottovoce: “A casa facciamo i conti.” Il giardiniere intanto era riuscito a liberare Bolice che lo ringraziò e per riconoscenza voleva regalargli la merendina Boscodifrutta che teneva nella cartella, ma il giardiniere disgustato disse: “No, come se avessi accettato” e girandosi per tornare da Madama Bovaristo con cui aveva lasciato in sospeso l’amoreggiamento quasi si scontrò con Nonno Bomarello che disse: “Hai detto come se avessi accettato, ma te mica la usi l’accetta, come facevano i boscaioli ai miei tempi. Te usi la sega, troppo comodo, sono bravi tutti così” e così il nonnino raggiunse il malato nel laghetto dei cigni.  Il Dottore affannato e affranto si sedette su una panchina appartata a lamentarsi e allora Bosconiglio e Boscoiattolo che avevano visto tutta la scena uscirono da dietro la siepe e finsero di consolarlo dicendo di volergli rivelare un segreto: “Devi sapere che in questo bosco c’è il varco segreto per il Magico Mondo Fatato del Regno di Borupo, un mondo parallelo dove le cose prendono un corso diverso e le mogli non tradiscono i mariti, una specie di ucronia. Seguici e lì troverai tua moglie che non conosce né giardinieri né altri uomini e ti aspetta a braccia aperte” e gli indicarono un altro albero cavo, e in quel giardino non ne mancavo certo di alberi cavi o vecchi o malati, anche perché il giardiniere che avrebbe dovuto prendersene cura si curava piuttosto delle mogli dei dottori che dovrebbero curare gli ammalati se non fossero presi dal sospetto che qualcun altro si prendesse cura della moglie e insomma il giardiniere passava il tempo a mostrare i suoi muscoli a Madama Bovaristo e gli alberi andavano in malora. E poiché gli innamorati infelici credono a tutte le sciocchezze che li confortano, quando i due animali si avviarono verso il buco dell’albero il Dottor Bovaristo uomo di scienza gli andò dietro di nuovo speranzoso.

Racconti occulti – Il serpente nella neve

Sono tempi di faciloneria e di pressapochismo e voi potreste pensare di trovarvi di fronte a un refuso, ma invece questa è davvero la storia di un serpente, un serpente verde. Gruno era un serpente verde non solo nel senso del suo colore ma anche perché era ecologista. Per questo gli amici gli regalarono una sveglia biodegradabile fatta con amido di mais. Gruno apprezzò molto il regalo e quando le giornate iniziarono ad accorciarsi e si alzò un venticello fresco Gruno si ritirò nella sua solita tana per predisporsi al letargo serpentino e regolò la suoneria della sveglia sulla primavera. Ma la sveglia biodegradabile si degradò prima del tempo e la suoneria trillò a gennaio. Il serpente si svegliò a fatica e avvertiva qualcosa di strano, gli sembrava di aver dormito poco, però se era suonata l’ora bisognava muoversi, così cacciò la testa fuori dalla tana e con grande sorpresa vide il paesaggio tutto imbiancato. Quella era una scena mai vista proprio perché in inverno aveva sempre dormito e la curiosità vinse il freddo e uscì alla scoperta di quel mondo sconosciuto. Il paesaggio imbiancato, i fiocchi di neve, poi la galaverna, la luce intensa di tutto quel bianco, gli alberi con le foglie imbiancate o senza foglie, e poi là in fondo il lago ghiacciato, e il serpente si chiedeva dove erano andate le anatre che lo affollavano, forse pure loro in letargo. Ma Gruno iniziava a sentire sonno e freddo e alla lunga la natura l’ebbe vinta e il serpente rientrò nella tana e si riappisolò sognando il sole e il cielo azzurrissimo e rondini e alberi verdi e sterminati campi di mais, e sognò un contadino che coglieva il mais e diceva che con quello avrebbero costruito oggetti biodegradabili, penne e bottiglie e sveglie, e sognò di mordere quel contadino.

relazioni equivoche

Chiara Rapaccini è un’illustratrice nota nel suo campo che ha avuto un supplemento di fama per essere stata l’ultima compagna di Mario Monicelli. Nota anche con lo pseudonimo RAP, da qualche anno ha iniziato una serie di vignette sul web col titolo Amori sfigati. Per la Rapaccini l’amore sfigato “vive sull’equivoco, sulla volontà di non capire” e le sue vignette trattano con ironia le relazioni di coppia, soprattutto gli aspetti negativi. Dalla serie nel 2020 ha tratto un breve romanzo intitolato proprio Amori Sfigati e pubblicato da De Agostini. I dialoghi delle vignette sono così paradossali da risultare credibili, ma nel romanzo in cui si intrecciano relazioni legittime e rapporti adulterini i personaggi sono poco più che macchiette, e non a caso sono identificati dal ruolo più che dal nome proprio: lo sposato, la moglie delusa, l’ipercinico eccetera. E in più c’è una tendenza al politicamente corretto, consapevole o meno, che non giova se si vuole fare ironia fino in fondo, ma in ogni caso le uniche coppie descritte in positivo sono due rumeni poveri ma onesti e due ragazzini gay. Invece quello che ne esce peggio è il personaggio di un autore di fumetti a base di sesso perversioni e violenza, e forse non è un caso, perché viene da pensare che nell’ambiente dei disegnatori la Rapaccini ne conosca di personaggi pieni di sé.

Racconti occulti – La cucina di Tereso

Tereso era cresciuto in una famiglia molto tradizionale e per lui cucinare lavare e cucire erano occupazioni da donne mentre piantare chiodi aggiustare finestre e segare gambe di mobili di legno traballanti erano lavori da uomini. Ma quando era ormai prossimo ai 40 anni la madre Signora Giacinta, che gli chiedeva sempre quando si decideva a farsi una famiglia ma lui col suo lavoro precario non poteva, morì e lui rimase solo. Dopo un mese passato a mangiare scatolette panini con affettati e gli avanzi immangiabili del ristorante per cui faceva il fattorino, Tereso si guardò intorno, notò che sfortunatamente a casa sua i mobili erano di materiale plastico, gli infissi di alluminio e all’interno delle mura correvano imperscrutabili fili della corrente per cui piantarvi chiodi non era il caso, e decise allora di imparare a cucinare. Iniziò a seguire tutti i programmi televisivi sull’argomento, dal tutorial sulla cucina povera “Quello che passa il convento” in cui però Suor Ercolina finiva sempre per preparare la sua specialità, gli strozzapreti alla puttanesca, ai talent con giudici gli chef severi, tipo “Pasticcieri pasticcioni” e “Le mousse inquietanti”. Dopo mesi di apprendimento ed esperimenti diventò bravo e riuscì perfino a farsi promuovere cuoco dal ristorantino “Brodomonte” per il quale lavorava, un locale che faceva cucina etnica saracena, dove facevano tutto col grano saraceno, pure le polpette di soia. A quel punto Tereso pensò che era finalmente possibile invitare a casa sua per una cenetta la cameriera del locale Berbera, che in realtà si chiamava Barbara, ma il proprietario del locale la chiamava così perché voleva che lì tutto sembrasse maghrebino, e anche lui si faceva chiamare Maomet ma in realtà si chiamava Mao Xe Lu e si guardava bene dal mostrare i suoi occhi a mandorla in sala. Tereso aveva sempre avuto l’impressione che la signorina Berbera ricambiasse la sua simpatia, ma con il suo lavoro precario non aveva mai osato, ora invece osò osare e la ragazza, che tanto ragazza non era più manco lei, subito acconsentì. La sera della cenetta la cucina di Tereso emanava odori che facevano venire l’acquolina in bocca a tutto il palazzo, finché Berbera arrivò con un abitino stretto e il trucco ancora più marcato del solito, una cosa che Tereso giustificava in una donna che a una certa età non aveva ancora trovato l’uomo della sua vita. E la sera passò tra un boccone e una chiacchiera quando a un certo punto Berbera accennò al fatto che sua madre, buonanima, era stata sfortunata. Tereso le chiese perché e lei rispose che la madre era una bella donna, lui aspettava solo un pretesto per farle i complimenti e disse che allora la figlia aveva preso dalla madre, che però non capiva perché era stata sfortunata. E Berbera disse che se fosse vissuta in tempi recenti avrebbe fatto la escort e si sarebbe arricchita, invece ai suoi tempi fu una semplice prostituta. A quel punto Tereso, che era pur sempre cresciuto con un’educazione tradizionale, pensò che questo spiegava tutto, e i sorrisi invitanti e il trucco pesante e la facilità con cui aveva accettato l’invito, e allora non fu la disillusione il problema bensì il timore che se l’avesse portata a letto la mattina dopo quella gli avrebbe presentato il conto da pagare. E così Tereso iniziò a cercare una scusa per chiudere la serata e rimandarla a casa, ma non ce ne fu bisogno perché si distrasse con la caffettiera e ci pensarono i pompieri a chiudere la seratina e raffreddare gli spiriti. Il giorno dopo Tereso si licenziò dal ristorante e andò a lavorare come commesso nel negozio di ferramenta vintage Bricol Agé.

Racconti a colori – L’Orco Celestino

Vallegrona era una ridente località dove tutti, persone animali piante e anche qualche minerale, erano sconsideratamente allegri. Il Sindaco Felice Lieto non iniziava una riunione del consiglio senza raccontare prima una storiella divertente e le barzellette le scriveva anche dentro le delibere e alle cerimonie pubbliche faceva le pernacchie mentre alzavano la bandiera. In quel paese ogni essere vivente era pure ridente, c’erano la iena ridens e il picchio picchiatello, i salici ridenti e gli abeti ebeti. Vallegrona confinava con Valluttuosa, una piangente località il cui borgomastro Addolorato Della Nicchia aveva fatto costruire un cimitero grande la metà del paese. Qui infatti la morte era il pensiero principale e tutti gli esseri viventi, pardon, morenti erano tristi e cupi, e c’erano barbagianni civette e gufi, salici piangenti e cipressi depressi. A Valluttuosa tutti erano molto indispettiti dall’allegria di Vallegrona e la ritenevano un’offesa per la sacra gravità della Vita, e per porre un giusto freno a questo che era a tutti gli effetti un peccato pensarono di provocare una disgrazia, di attirare una calamità su quel luogo, e pensa che ti ripensa decisero di invocare un orco che viveva su un’alta rupe lontana, offrendogli in dono dieci buoi con le corna all’ingiù, dieci cervi orfanelli e dieci avvoltoi, perché seminasse paura e terrore in quel paese perduto. L’orco accettò e affrontò il lungo e disagiato cammino come una passeggiata di piacere, finché a grandi falcate e col suo alone di insetti fosforescenti entrò a Vallegrona, e qui successe quello che non si sarebbe mai aspettato, ma il fatto è che l’orco era Celestino di nome e di fatto, e quel suo colorito vivace e festoso anziché la paura scatenò l’ilarità nel paese che già rideva di suo. Celestino stizzito diede un pugno sul tetto del municipio ma la cosa fece scompisciare ancora di più i cittadini. L’orco di fronte a quelle reazioni prima rimase deluso e sconcertato ma poi si arrabbiò moltissimo e decise di vendicarsi dell’affronto rifacendosi su chi l’aveva esposto a quella mortificazione, e digrignando i denti e urlando e sputacchiando entrò in Valluttuosa dove per anni seminò il panico e gli abitanti vissero felici e contenti di essere spaventati a morte.

Racconti a colori – Spiccioli d’oro

C’erano una volta tre fratelli orsi che vivevano in una casetta in mezzo al bosco e ogni mattina si recavano in paese dove si fermavano in piazza a suonare allegri motivetti e gli orsi che passavano si fermavano volentieri ad ascoltare e poi lasciavano nel loro grosso cappellaccio qualche spicciolo, a volte anche d’oro. I tre fratelli si chiamavano Pietro Bernardo e Giovanni e la vocazione artistica gliel’aveva trasmessa il padre che era ballerino, insomma ballava legato con una spessa corda mentre un uomo suonava il violino. Quando i tre orsi erano in paese la loro casetta rimaneva incustodita e così successe che un giorno una biondina vagabonda e buona a nulla capitò da quelle parti e dalla finestra iniziò a guardare dentro, poi visto che non c’era nessuno entrò e iniziò a guardare nei barattoli per vedere se c’era qualche moneta. Ma dato che, come al solito, era stanca, volle provare tutti e tre i letti degli orsi, e il primo era troppo rigido, il secondo troppo corto, si sdraiò sul terzo che andava bene ma proprio in quel momento sentì le voci degli orsi che tornavano. Distogliendo lo sguardo dal soffitto la ragazza vide sulla parete un manifesto con le facce dei tre orsi in un’espressione minacciosa e con sopra la scritta “Bear Power”. Terrorizzata scavalcò la finestra e scappò via come mai aveva corso nella sua vita da rammollita. I fratelli entrando nella casa la videro appena, e Pietro disse: “Peccato, se la catturavamo potevamo farla ballare con noi”, ma Bernardo disse: “Chi, quella là? Mi è sembrata una larva”, e Giovanni aggiunse: “Secondo me quella non la fai ballare neanche se le attacchi dei fili come ai burattini”. Pietro disse ancora: “Fratelli, forse questa non andava bene ma dobbiamo catturare qualche uomo e costringerlo a ballare come un altro uomo costrinse nostro padre. Sarà una rivincita contro il genere umano, una sorta di contrappasso”. E allora Bernardo disse: “Eh, un contrappasso ci vorrebbe, perché io con la chitarra tu con il violino e lui con il piffero siamo sguarniti nella sezione ritmica.” Giovanni sconfortato chiese: “Ma da chi l’hai ereditata tutta questa ignoranza?” E Pietro concluse: “L’ha presa da nostro padre, che non solo era ignorante ma pure così stupido da farsi catturare dagli uomini.”

Racconti a colori – Giallo nella nebbia

Alle prime luci dell’alba, luci si fa per dire, dalla nebbia e dall’acqua della darsena emerse il cadavere di una giovane donna. Le radio furono le prime a dare la notizia, anche quella del Bar Tappo dove c’erano ancora pochi clienti. C’erano un paio di guidatori di furgoni che effettuavano consegne e che a vederli sembravano persone tranquille e mai li avresti detti capaci di investire una vecchina sulle strisce facendo retromarcia e poi scendere per consegnare la merce come se niente fosse. Poi c’erano due umarell, che tutti chiamavano il Titìn e il Stefanìn ma nessuno sapeva se erano fratelli o no, e che scroccavano i giornali degli altri in attesa di andare al lavoro degli altri, ma nessuno anche se infastidito si azzardava a dirgli niente perché una volta lo fece proprio il barista Ambrosone e se ne pentì. Successe che il barista per scherzare disse al Titìn: “Uè, nonno, sei proprio antico, non lo sai che oggi le notizie si leggono sul telefonino?” e quello tirò fuori dal tascone del suo vecchio cappottone uno smartfone, tutto sporco di ditate e di altre cose su cui anche a un investigatore sarebbe stato sconsigliabile indagare, e mostrò a tutti le foto dei nipoti, perché quello era l’unico vero motivo per cui aveva quell’aggeggio, cioè mostrare a tutti le foto dei nipoti, e meglio avrebbero fatto i figli a non comprarglielo, se non altro perché quei marmocchi nelle foto erano proprio brutti. E in quel bar faceva colazione anche Serafone Maramaldi, un poliziotto alcolizzato burbero cinico disincantato donnaiolo dai metodi poco ortodossi e insofferente agli ordini e alle scartoffie. A causa del suo carattere il poliziotto aveva continui richiami dai superiori, solo il Commissario Santapazienza, che apprezzava le sue capacità, lo difendeva e cercava di dargli consigli per il suo bene, lo trattava come un figlio e gli diceva: “Caro figlio, tu devi cercare di darti una calmata e fare così e cosà eccetera”, ma non otteneva risultati. E ora Maramaldi era lì nel bar e ascoltava la notizia alla radio. La ragazza trovata morta era la showgirl Sandrine Chaquette, che si diceva fosse l’amante di un rampollo dell’aristocrazia cittadina, il Bisconte Malvaldo IV Dell’Oggiaro, che dilapidava il patrimonio di famiglia col gioco d’azzardo e d’azzardissimo e con le donne, e Sandrine non era certo l’unica che lui illudeva promettendole il matrimonio e una vita nel lusso. La più agguerrita rivale di Sandrine era Samanta Schiscetta, cameriera di una tavola calda, quella che si sarebbe detta una brava ragazza se poi non la si fosse ritrovata sui siti porno nei suoi video in cucina con indosso il grembiule e nient’altro. In attesa dei rilievi dell’autopsia e della scientifica sul luogo del ritrovamento del cadavere si potevano fare varie ipotesi su quello che sembrava comunque un omicidio: il bisconte che voleva liberarsi di un’invadente pretendente con troppe pretese, una rivale che voleva sbaragliare la concorrenza in maniera efficace, un provvidenziale intervento dell’aristocratica famiglia per interposto assassino. Il Commissario Santapazienza parlava del  caso con il Giudice Marcoluca Fattinlà, dicevano che era un caso spinoso, perché per di più coinvolgeva una nobile famiglia che non si sarebbe lasciata infangare facilmente e avrebbe certamente contattato tutte le amicizie possibili, si diceva che la madre Nobildonna Marialupa fosse cugina di secondo letto del Cardinale Pedomonti, e secondo il Commissario l’uomo ideale cui affidare il caso sarebbe stato Maramaldi, ma il poliziotto era alcolizzato burbero cinico disincantato donnaiolo dai metodi poco ortodossi e insofferente agli ordini e alle scartoffie, ed era appena stato espulso dalla Polizia.