Tragedia odierna

Una delle più famose Tragedie in due battute di Achille Campanile si intitola Fatalità: – Il microbo: Papà, quando sarò grande mi regali un orologio? – Il padre del microbo: Sciocchino, tu non sarai mai grande.“ Ora ne abbiamo una versione aggiornata.

A un Festival un microbo, riferendosi a un altro microbo, dice: “Microbo, datti una calmata.”

Le crisi di una volta

In tivvù stavano intervistando il direttore di un giornale, non ricordo come si chiama, il Riformista o il Trasformista, è uguale, e lui diceva che le crisi di una volta erano crisi politiche, questa di oggi è politichetta, insomma non ci sono più le crisi di una volta.

crisi di una volta

Storiella “odiosa”

Questa è la storia di un uomo che si butta da un palazzo di 50 piani perché la vita va vissuta intensamente. Ogni volta che passa da un piano all’altro, sempre più convinto della bontà di quello che sta facendo, ripete: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio, e quando si schianta al suolo dice: “Lo Stato mi ha abbandonato: non ha messo i materassi per terra”.

Il Pirata e gli scultori

Marco Pantani, il ciclista romagnolo morto in circostanze mai chiarite in maniera convincente, lungi dall’essere lasciato riposare in pace come vorrebbe la religione cattolica prevalente in Italia, continua a essere oggetto di libri scandalistici, trasmissioni televisive scandalistiche e monumenti scandalosi. Ormai Pantani sta al ciclismo come San Pio alla religione di cui sopra: il loro culto, nato in anni di ipercomunicazione, ha superato quello di colleghi del passato che probabilmente nel loro ambito hanno fatto di più e di meglio. Binda, Coppi, Bartali, Gimondi, San Sebastiano, Sant’Antonio, l’altro Sant’Antonio, non sono nessuno in confronto alle odierne icone pop. E a 18 anni dalla sua morte la discutibile e triste mitologia del ciclista che correva senza casco ha generato già un discreto numero di indiscreti monumenti, sorti nei luoghi legati a episodi della sua carriera: qua ha attaccato, là è caduto, qui ha riempito la borraccia, lì ha fatto il miracolo della moltiplicazione delle bandane. A queste opere probabilmente ne seguiranno altre, ma se Padre/San Pio è ritratto quasi sempre nella posa della benedizione, sul laico campione gli artisti hanno potuto sbizzarrirsi. Di tutti i monumenti pantaniani a me, che sono ignorante in arte con specializzazione in ignoranza dell’arte contemporanea, piace soltanto la grande biglia con dentro la foto del ciclista a imitazione di quelle usate per giocare in spiaggia, un’opera molto pop che fu posta nel piazzale della Mercatone Uno ma è poi rotolata da qualche parte dopo il fallimento della società.

Poi ci sono sculture che sono delle semplici raffigurazioni del ciclista nell’adempimento del suo dovere, come quella di Cesenatico, e infine ci sono le stranezze, per non dire gli orrori, di cui vi propongo la mia personale Top Five.
Il Carpegna basta
Pantani non era tipo da ritiri in altura. Per allenarsi gli bastava la montagna vicino casa per la gioia dei sostenitori del ciclismo analogico, quello eroico dei tempi eroici. Il monumento sul Carpegna incrocia la leggenda con il superpop e il campione sportivo diventa un supereroe perché raffigurato come la Torcia Umana. Pantani della sua preparazione diceva: Il Carpegna mi basta, e pure il monumento sul Carpegna basterebbe, ma purtroppo ne abbiamo degli altri.

Come un Pantani in una grondaia
Sul Mortirolo il ciclista è raffigurato a cavalcioni di una struttura metallica che sembra una grondaia. A guardare bene si notano dei segni come l’abbozzo di una bicicletta, ma non si è andati oltre per non rischiare di cadere nel figurativismo, che già ai tempi eroici del ciclismo eroico sembrava una cosa brutta.

Sballato
Sul Colle Fauniera c’è Pantani in sella a un blocco quasi indistinto. Sono gli artisti che proprio si rifiutano di raffigurare una bicicletta o questo è un omaggio a quella cultura dello sballo che il ciclista non sembrava disdegnare? Infatti quel coso più che una bici sembra un toro meccanico.

San Marco Decollato
Si dice che sia iniziato il processo di beatificazione di Gino Bartali. Pantani lo supera e viene direttamente santificato, quindi del monumento sorto ad Aulla non suoni blasfemo l’accostamento a San Giovanni Decollato.

Finale slapstick
Gran finale. Anche i francesi, sempre accusati di sciovinismo, hanno omaggiato il ciclista italiano con una struttura posta sul Galibier in pietra acciaio e vetro sabbiato, con prevalenza della parte trasparente. Il rischio è che chi dovesse prendere in discesa la famosa salita alpina e non si accorgesse dell’opera, o scendesse alla Geniez, potrebbe infrangerla come in una comica dei tempi eroici del cinema eroico.

Racconto mensile – Un lipogramma

Questo mese ero a corto di racconti, non sapevo cosa pubblicare. Poi è successo che qualche giorno fa discutevo di letteratura e giochi con un amico discendente dalla vecchia nobiltà napoletana e ci siamo messi a parlare di lipogrammi, cioè quel gioco di cui si hanno testimonianze già nell’antica grecia e rilanciato dall’OuLiPo (in Italia OpLePo), che consiste nello scrivere un testo senza utilizzare mai una lettera data in partenza. George Perec scrisse il romanzo La Disparition senza la lettera “e”, io mi cimentai altrove in un racconto senza la lettera “x” e l’esito fu positivo anche perché ebbi la buona idea di non ambientarlo nel mondo dell’enalotto. Il mio amico mi ha sottoposto un suo racconto privo della lettera “erre” che mi ha lasciato un po’ perplesso, ma dato che lui è una persona analogica mi ha chiesto di dargli una mano per metterlo on line in qualche modo, e allora, pur con tutti i miei dubbi, mi sono offerto di ospitarlo in questa mia rubrica. Ecco quindi il suo lipogramma in lettera R, giudicate voi.

Il pvincipe e il povevo – Lipogvamma del Mavchesino Vobevto Mavia Vanievi Della Voveve del Quavtieve Vomevo-Avenella.

C’eva una volta nel Vegno di Vocca Vuvida il Pvincipe Vigobevto che studiava l’avte di vegnave in attesa di succedeve al padve Viccavdo Cuov di Ghepavdo. Il suo pvecettove eva Vodvigo che gli insegnava Stovia e Geogvafia, Lettevatuva e Avti, compvesa quella della guevva, e pvincipalmente – mai pavola fu più oppovtuna – demagogia e populismo. Accadde che un bel giovno il Pvincipino uscì dal suo manievo e accompagnato dai suoi fidi scudievi si vecò al mevcato. Lungo la stvadina eva seduto a tevva un esseve misevabile che paveva un mucchietto di stvacci. Il misevo mendicante si chiamava Vomolo e quando il pvincipe passò a pochi metvi lui si spovse chiedendo la cavità. Il pvincipe si avvicinò pev ascoltave meglio e quegli disse che da tve giovni non mangiava. Allova il pvincipe con fave compassionevole vispose: “Vagazzo, devi sfovzavti pevché se non mangi vischi di movive”. Il misevabile contvaviato disse: “Altezza, questa bavzelletta è vecchia e non fa più videve”. Il pvincipe si inalbevò sentendosi oltvaggiato e fece avvestave lo scveanzato che gli aveva avvecato offesa ed ingiuvia, e lo fece conduvve nelle patvie galeve. Ma quando la seva vaccontò l’episodio al pvecettove il Pvincipe fu vimpvovevato da questi che gli fece notave il gvave evvove stvategico commesso, pevché se si fosse venuto a sapeve che aveva fatto incavcevave un povevo che chiedeva solo la cavità ciò lo avvebbe veso impopolave pvesso i sudditi. Vesosi conto del suo evvove, Vigobevto chiamò le guavdie e gli ovdinò di pvelevave il mendico dalle galeve e, pvima che facesse pavola con alcuno di quanto avvenuto, di tvasfevivlo nelle segvete del manievo. Qui con due pvodi guevvievi lo fece scavaventave nel fossato dove fu ovvibilmente divovato dai vegali coccodvilli e il pevicolo di diventave impopolave fu scongiuvato.

La movale è che pvima di fave una cosa bisogna pensavci bene due volte, anzi tve.