Una strage di animali

Negli ultimi tempi circola lo spot di una birra ceca che mi sono sempre chiesto se è in qualche modo ispirato ai racconti di Bohumil Hrabal. Non importa, di recente Guanda dello scrittore boemo ha pubblicato Io e i miei gatti, e in genere non consiglio libri, in genere mi limito a postare qualche citazione da quelli che mi piacciono, ma questo in particolare non saprei se consigliarlo agli amanti dei gatti, perché dentro ci sono molti gatti uccisi dagli uomini, in particolare dall’autore con conseguenti sensi di colpa e visite di fantasmi gatteschi, ma anche molti uccelli canterini e anche un coniglio uccisi dai gatti, e poi tante mucche mandate al macello, però dato che Hrabal era un sincero bugiardo non si sa quante delle cose narrate in questo finto racconto autobiografico siano vere.

La Zeriba Suonata – Diamo un inno a tutti

E’ un periodo di grandi eventi sportivi e gli inni dilagano, ma il problema di questo genere musicale è che spesso gli inni nazionali sono stati scritti in altre epoche e i testi rispecchiano un altro modo di pensare, come rileva un blog che ha proposto un’analisi del testo dell’Inno di Mameli, e un po’ mi ha sorpreso perché credo proprio di non averlo saputo integralmente neanche alle elementari e comunque ne ricordavo solo gli highlights: “Che schiava di Roma Iddio la creò”, “Stringiamoci a coorte siam pronti alla moorte”, e “Zan Zan”, e devo dire che quest’ultima è la parte che preferisco, forse perché sa un po’ di avanspettacolo e di teatro di rivista, un tipo di spettacolo che quando sono nato probabilmente già non c’era più ma quella cultura è filtrata attraverso i varietà televisivi e i film comici coevi, soprattutto quelli con Totò. Tornando agli inni, essi rappresentano delle comunità e questo concetto oggi molto usato delle comunità è davvero comodo perché pensare per contro che là fuori ci siano miliardi di singoli individui che pensano ognuno a modo suo fa venire le vertigini, non se ne parla proprio, meglio pensare per gruppi, categorie, comunità. Ma alcune di queste non mi risulta che abbiano un inno e allora questa rubrica interviene a suggerire delle canzoni che potrebbero fungere allo scopo. Ad esempio ci sono i taccheggiatori che nel periodo delle chiusure hanno reso un grande servigio al Paese perché quando qualcuno veniva sorpreso a rubare nei supermercati forniva ai media una preziosa opportunità di fare dei lacrimosi servizi in cui si denunciava l’impoverimento della gente e di conseguenza la necessità di ridurre le tasse ai ricchi.

Shoplifters Of The World Unite

Altra categoria vituperata è quella degli stalkers di cui diciamo tutto il male possibile ma poi per loro fortuna intervengono i Giudici che hanno studiato e con la loro autorevolezza li mandano liberi per il mondo, e questo è l’inno da cantare con la mano sul petto, preferibilmente quello della persona perseguitata.

The More You Ignore Me The Closer I Get

Al pari delle bandiere gli inni sono divisivi, come solo il tifo nel calcio, e allora ben venga un inno trasversale che può unificare la comunità uligana.

Sweet And Tender Hooligan

E infine ci vorrebbe un inno per tutti i fans sparsi per il mondo di un famoso gruppo degli anni 80, un inno da cantare con la mano non sul petto ma sul fianco.

The Boy With The Thorn In His Side

Enrico Baj – “Generale”

La tappa del riso e dell’oblio

E’ la Festa della Mamma e Remco Evenepoel dice che quando potrà farà il regalo alla madre ma sicuramente il più bel regalo per lei è il fatto che lui sia in piedi, e le mamme le conosciamo e sicuramente sarà così, però Remchino sei nato digitale e un acquisto on line per far recapitare a mamma tua un pensierino concreto materiale lo potevi fare. Prima tappa in linea, come prevedibile parte subito la fuga e ancora più prevedibile che ci sia un corridore per ogni squadra professional, tranne la Alpecin che ha ben altri progetti. C’è il primo GPM che significa automaticamente prima maglia azzurra e primo passaggio sul podio e Vincenzo Albanese fa il Van Aert dei poveri, controlla i compagni di fuga e di sfiga, lancia la volatina in testa e vince, e possiamo dire che è risorto come capita spesso a quelli lasciati a spasso dalla Bardiani, come pure Francesco Romano che non si è rassegnato a finire presto la carriera ed è tornato tra i dilettanti e pure a vincere. Oggi sono 10 anni dalla morte di Wouter Weylandt e per non obliarlo c’è stato un minuto di raccoglimento alla partenza e poi alla fine del Processo, con AdS sempre più MdF perché ha fatto una sorpresa a Ganna come fosse “C’è posta per te”, dicevo alla fine hanno mandato delle immagini di Weylandt, la tappa vinta e il funerale, e mi sono accorto che il problema non è ricordare i morti ma i vivi, perché i compagni che portavano la bara non li ho riconosciuti. Ma c’è stato spazio anche per il riso, sia quello nero che si coltiva nelle zone in cui è passata la corsa sia quello che secondo i Romani, che dovevano essere pesanti e seriosi, abbonda sulla bocca degli stolti. Ganna se la ride con Moscon che addirittura si copre la bocca perché non vuole essere ascoltato ma non vuole neanche che si legga il labiale. Poi si scherza anche in RAI dove forse l’arrivo di Giada Borgato ha alleggerito quell’ambiente dove solo due anni fa sonnecchiava Petacchi. Ma pure la volata della UAE è stata comica, con Molano che ha finito per lanciarla non al capitano Gaviria ma a Viviani, e neanche tanto bene visto che Elia è finito solo terzo, e poi si è spostato stringendo alle transenne proprio Gaviria che avrà avuto nell’occasione della festa un pensiero per la mamma di Molano e anche per tutti i suoi avi. Ancora una volta arriva secondo Nizzolo che si è fatto dipingere sul casco un’autocertificazione di quelle che si utilizzavano per le zone rosse, e quarto è arrivato Groenewegen, al quale la volata l’hanno lanciata direttamente i suoi numerosi avvocati che ormai l’accompagnano dappertutto. Ma a vincere è stato Tim Merlier, cioè il vero motivo per cui alla Alpecin non interessava inserirsi nella fuga dei peones. Come tanti della sua squadra Tim viene dal ciclocross, dove vittorie ne ha viste poche, è esploso come velocista nel 2019 e alla prima volata del suo primo grande giro ha vinto proprio mentre in mtb il suo capitano Mathieu faceva un floppino. Il suo nome i fiamminghi lo pronunciamo Merlìr ma gli italiani dicono Mèrlier o Merliér perché qui prevale la pronuncia veneta, come succede anche per l’eritreo Tesfatsion detto Tesfaziòn, che tra l’altro è molto religioso e il suo diesse Ellena racconta che è rimasto molto colpito quando ieri gli hanno detto che a pochi passi dalla partenza è custodita la Sacra Sindone.

à la Cervantes

Quando in paese incontravano Shakespeare e gli facevano i complimenti per i suoi drammi ma lui rispondeva di non saperne niente non era falsa modestia, perché quelle opere famose davvero non le scriveva lui ma un altro che si faceva chiamare Shakespeare. Però nel giorno della morte di uno dei due hanno istituito l’ennesima inutile giornata mondiale, quella del libro, che fa contenti gli editori e quelli che i libri li tengono nelle teche e gli accendono un cero. Ma la cosa curiosa è che la data è stata scelta perché è anche quella della morte di Cervantes, che nel suo libro più famoso ci mette pure un rogo di libri. Succede che quando il curato si preoccupa di far rinsavire il vecchio rincoglionito dalla lettura dei poemi cavallereschi li fa bruciare, e si sa che i religiosi con i roghi si trovano a loro agio, però siccome Cervantes di libri ne capiva fa salvare L’Orlando Furioso, giù le zampe dall’Ariosto. In conclusione se la giornata mondiale dei libri l’hanno fissata per oggi, che si celebri alla Cervantes, e allora prendete i libri brutti che avete e buttateli. Che c’avete? Baricco, Volo, che volino dalla finestra. E poi tutti i gialli scritti da magistrati, poliziotti, criminali passati in giudicato, cancellieri di tribunale. C’avete pure Murgia?! Via, via!

Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori