La Zeriba Suonata – attualità drammatica

Quando si parla dell’attualità o della modernità di un artista io non capisco mai cosa si intenda, ma forse neanche quelli che ne parlano. Ad esempio ricordo che in passato quando si parlava della modernità di Dante, giusto per restare nell’attualità, si finiva a parlare della Democrazia Cristiana. Ma la sto prendendo un po’ da lontano e allora veniamo al dunque, diciamo che, se qualcuno oggi volesse fare una versione moderna e legata alla drammatica attualità di un classico brano romanticone, io ho una proposta per la sceneggiatura del video che vi vado a sottoporre.

Piove. Lei è fuori a un locale che si chiama Pink Flamingo. Le misurano la temperatura ed entra. Siede a un metro e mezzo da lui e iniziano a parlare. A un certo punto Lui dice: Toglimi le mani di dosso! Lei risponde: Guarda che le ho disinfettate con la soluzione alcolica. Lui continua: Io non ti appartengo, lo vedi e indicando il proprio viso coperto dalla mascherina le dice: Guarda questa faccia per l’ultima volta. E a quel punto a lei viene un dubbio, si abbassa la mascherina e fa altrettanto con la sua e poi esclama: Io non ti ho mai conosciuto. E neanche tu mi conosci. E lui: Infatti. Con queste mascherine è facile sbagliarsi. Io aspettavo un’altra, e ora quando viene devo rifare daccapo tutta questa scena madre, uffa. Così i due si salutano dicendosi Hello, Goodbye.

Soft Cell – Say Hello, Wave Goodbye

Pink Flamingo in pink.

Gente che pensano sempre ai soldi

Da quando c’è la pandemia con i problemi economici collaterali la CGIA di Mestre si è scatenata a fornirci dati e studi, e sono sempre in negativo, che poi così c’è il rischio che gli viene la depressione, e allora ascoltate un modesto consiglio, non state sempre a pensare ai soldi, distraetevi un po’, non dico vedetevi il ciclismo, ma chessò interessatevi di cultura ogni tanto, e se non sapete cos’è non c’è problema, apposta c’abbiamo l’internet, se digitate “cultura” su google qualcosa dovreste trovare.

Abbinamenti

Ieri ho voluto comprare un fumettino di Zerocalcare di appena 20 pagine, ma il fascicoletto era un inserto de L’Espresso, settimanale illeggibile nel quale tocca vedere pure che l’ultima pagina che fu del placido Umberto Eco è ora affidata a una scrittrice odiatrice ma che sta dalla parte giusta quindi nessuno se ne lamenta. Pazienza, però nel cellophane c’è pure un libercolo di poesie di Pasolini, ve le leggete voi, ma non è ancora finita perché, non so se la domenica funziona così, in abbinamento c’è l’altrettanto illeggibile quotidiano La Repubblica, sul qualche ci sono 4 righe 4 sul ciclismo e il cruciverba di Bartezzaghi che se si risparmiava le definizioni sui capigruppo del PD era meglio, poi nient’altro da segnalare. Sono sprechi che forse possono permettersi perché hanno aiuti dallo Stato questi giornali che predicano in coro i tagli alla spesa pubblica. E forse predicano anche la riduzione degli imballaggi e delle confezione degli alimenti, per cui la carta dei giornali si può sprecare così ma se fai la spesa devi portare a casa biscotti o fette biscottate già sbriciolati. Poi ci sono abbinamenti come quelli che si sono verificati negli ultimi due weekend di corse del World Tour che fanno piacere perché vengono premiati quei team che hanno sia la squadra maschile che quella femminile: la settimana scorsa in Italia doppia vittoria della Trek-Segafredo e ieri alla Ghent-Wevelgem doppietta della Jumbo-Visma con Wout Van Aert, che ha battuto tre italiani che non hanno voluto azzardare il colpaccio da finisseur, e Marianne Vos nella cui collezione mancava questa corsa.

Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori

Dante

Quest’anno si festeggiano i 700 anni dalla morte di Dante e ieri si è celebrato il Dantedì, per il quale non è stata scelta la data appunto della sua morte, che sarebbe stato troppo facile e banale tanto più per un paese rappresentato da un Presidente frizzante e sempre imprevedibile nei suoi discorsi, ma si è pensato alla data in cui secondo gli studiosi sarebbe iniziato il viaggio agli inferi, e diciamo che qui agli intellettuali e ai politici della cultura non manca la fantasia, casomai manca il senso del ridicolo. E mi chiedevo quanto conta il nome nella fortuna di un artista. Penso che per essere ricordato nei secoli e diventare “Sommo” un nome breve e facile da ricordare aiuta e Dante sta già messo meglio di Shakespeare per non parlare di Cervantes Saavedra, ma credo che sarebbe stato un problema se si fosse presentato come Alighieri Durante. Quel nome lì non so, mi sembra più adatto al teatro di rivista o all’avanspettacolo che però, essendo quelli tempi bui, non esistevano ancora.

La Zeriba Suonata – Ok si fa per dire

Nel post sugli Herman’s Hermits vi anticipavo che avrei scritto pure del nuovo di Gazzelle comprato nella stessa sessione. Non mi sembra che ci siano grosse novità per il cantante romano che con il nuovo album OK forse è meno trap e più brit, Oasis in particolare, ma fondamentalmente suona pop italiano, da quello degli anni 70, che mi sembra echeggi spesso nella musica italiana attuale, a quello appunto dei giorni nostri, e soprattutto quello di Luca Carboni senza il mare nei paraggi. Ma il suo punto forte rimangono i testi, e in particolare c’è un passaggio di Belva in cui canta “Non mi chiedi mai veramente come sto / Come vuoi che sto? / Non lo so nemmeno io, boh”, in cui “come vuoi che sto” con l’indicativo anziché “come vuoi che stia” col congiuntivo sarà pure dovuto a esigenze di rima ma segna un passo importante nella guerra al congiuntivo, che qui tutti dicono la burocrazia e nessuno si preoccupa di questo ambiguo e subdolo modo verbale. E però Belva passa già abbastanza in tivvù e allora vi posto Blu e faccio anch’io rima.

Blu

Yves Klein, sentita questa canzone, da il “5” a Gazzelle.

Binda frainteso

Ieri c’è stata la sobria presentazione del percorso del Giro d’Italia, per la quale le norme anti-covid scongiuravano a priori il rischio di pacchianate come quando calarono dall’alto Contador in una specie di gabbia per canarini. Ma qualcosa in RAI dovevano inventarsi per attirare pubblico per quello che è uno degli eventi più noiosi del ciclismo mondiale, ed ecco che proprio in apertura si avanza una bella bionda recante il trofeo senza fine, una bella ragazza che non sembra proprio a suo agio in quel ruolo tra modella e facchino e che soprattutto ha un viso che non mi è nuovo, e già, perché quando una persona la si vede sempre e solo in un contesto la volta in cui il contesto cambia si può non riconoscere subito, e infatti la biondina era Letizia Paternoster, ormai ragazza immagine del ciclismo italiano, e speriamo che l’abbiano pagata visto che le è toccato il compito più faticoso. Ma certo la partecipazione gioverà alla sua popolarità e potrà procurarle degli sponsor, di cui ha già dimostrato di fare buon uso quando di recente ha salvato una squadra di giovanissime. La Paternoster era senza casco e bicicletta ma con i tacchi e una gonna che, una volta seduta, le lasciava scoperte le gambe, e qui si vede ancora una volta come Alfredo Binda sia stato frainteso se non tradito. Non voglio di nuovo scrivere che la più importante classica femminile l’hanno intitolata a lui che era contrario al ciclismo femminile e diceva che le donne devono stare a casa, perché pensandoci in fondo la prima edizione della corsa c’è stata nel 1974 mentre Binda è morto nel 1986 e se avesse avuto da ridire o avesse voluto contestare l’uso del suo nome per una manifestazione che non gli piaceva avrebbe avuto il tempo per farlo, ma invece mi riferivo al fraintendimento di una sua famosa frase, in cui diceva, in cittigliese stretto e al netto di accenti e dieresi, che nel ciclismo “ghe voren i garun”, cioè ci vogliono le gambe. Ecco, lui intendeva la forza delle gambe, e invece in RAI chissà cosa hanno capito e quando la Paternoster si è seduta le telecamere fisse che in genere nel ciclismo inquadrano il rettilineo finale si sono fissate dietro il tavolo con Letizia, e con letizia degli spettatori. Del resto lo spettacolo ufficiale era ben poco spettacolare, una passerella di direttori e manager e amministratori e politici, e non poteva mancare il nuovo presidente della Federciclismo, l’ex pacer (=guidatore di derny) Cordiano Dagnoni, che la prima uscita infelice della sua presidenza l’ha fatta subito già all’acclamazione, e proprio sul ciclismo femminile, dicendo che se vogliono la bella presenza ce l’abbiamo, specificando poi che è quello che vogliono i media, lui non ci tiene. Durante la trasmissione, dai vari presenti e presenzialisti si sono sentite solo frasi impettite e dignitose, di circostanza, l’unica a scantonare, come se all’improvviso si fosse trovata davanti Kirsten Wild, è stata proprio Letizia che ha detto che quest’anno “è importante soprattutto per me”, mettendo il ciclismo al centro della sua annata e sé stessa al centro di un pomeriggio in cui si parlava di tutt’altro, perché poi viene fuori la ciclista decisa che tra l’altro può davvero vincere una medaglia olimpica, soprattutto nella madison con Elisa Balsamo, e in più può concentrarsi sulla pista al contrario di Ganna che dovrebbe correre pure su strada. E a proposito di Ganna e del percorso del Giro, che non si dica che gli organizzatori hanno cercato di favorire gli italiani, perché dopo l’exploit dell’anno scorso ci si poteva aspettare una decina di tappe a cronometro e invece sono solo due, di cui una nel giardino di casa Ganna ma questo è un dettaglio. Poi ci sarà lo Zoncolan, che Letizia ci ha tenuto a ricordare che fu affrontato prima dalle donne, e viene da chiedersi cosa succederà lassù, ma non per la classifica ché quella dello Zoncolan è sempre una tappa indecisiva per il risultato finale, come avrebbe potuto dire Giada Borgato se l’avessero chiamata a ingentilire ulteriormente l’ambiente, ma per i famosi indiani, perché non c’è motivo di pensare che a maggio il problema covid sarà risolto, e allora gli indiani usciranno ugualmente dalle loro riserve rosse arancioni e gialle per vedere la corsa? Sono uscite anche le tracce dei temi per gli esami, cioè no, pardon, volevo dire i famosi temi ed eventi da celebrare e ricordare nel doposcuola cui in RAI tengono molto: 700 anni dalla morte di Dante, 160 dall’Unità d’Italia, 100 dalla nascita di Alfredo Martini, 90 anni della maglia rosa. poi la tappa del vino, quella di Bartali, la Cima Coppi, la Montagna Pantani, lo Zampellotto Cassani, e chi più ne ha cortesemente se le tenga perché non se ne può più. Infine sono previsti molti chilometri di trasferimento, lo si sa già ora, per cui i ciclisti inizino a pensare da adesso quali contestare e a cercare qualcuno dietro cui nascondersi dato che il miliardario Adam Hansen si è ritirato.

Il favorito di Letizia Paternoster per il Giro è sempre Vincenzo Nibali, che casualmente corre nella sua stessa squadra.

La Zeriba Suonata – il Presidente del Consiglio

Gli amministratori locali hanno chiesto al Banchiere di far ripartire la cultura, e se dovessero riprendere le presentazioni dei libri di scrittori pieni di autostima, le rassegne di film pensosi, i festival di canzoni molto d’autore, allora si potrà tornare ad annoiarsi come prima. Ma nel 1977 c’era un tipo che diceva di essere più che annoiato, di essere il Presidente del Consiglio degli annoiati. E con lui non c’era mai da annoiarsi.

Iggy Pop – I’m Bored

Yawn!

Un breve ma lento ricordo di Francesco Mandrino

Francesco Mandrino da Confienza era scrittore saggista poeta poeta visivo performer lettore e artista postale. Ho avuto contatti con lui proprio con l’arte postale che, per i tempi del mezzo che utilizza, soprattutto poi rispetto a quelli dei canali telematici, è stata definita snail mail (arte lumaca), e allora ci sta che ne proponga un breve ricordo a giorni di distanza dalla sua morte, e con una poesia su cartolina con timbro del 2012, combinazione delle sue forme espressive.

La Zeriba Suonata – Diamanda ridens

Qualche giorno fa, nei commenti al blog sull’amaca ho accennato a Diamanda Galas, ma non era una cosa proprio casuale, sia perché la litania di Nick Cave mi faceva venire in mente le sue famigerate The Litanies Of Satan, sia perché in  questi giorni senza novità musicali volevo anche cercare di riascoltare i due dischi della cantante greca-statunitense che ho da qualche parte, due dischi del periodo in cui ha avuto più popolarità, e Malediction and Prayer è il live dello spettacolo che portava in giro nel 1998 facendo tappa pure a Napoli, dove andai a sentirla e in verità si comportò bene, non schizzò sangue sui presenti né accuso nessuno del massacro degli armeni. Allora presentava canzoni classiche folk e blues, compresa My World Is Empty Without You di Holland-Dozier-Holland già maltrattata dai Del-Byzanteens di Jim Jarmusch, e poi c’erano canzoni con testi di Pasolini e Baudelaire, mancava solo Alda Merini per completare il quadro del luogocomunismo poetico. Diamanda Galas ha iniziato con la classica e il jazz, con le performance e il teatro, ha lavorato con il Living Theatre, e agli inizi si esibì anche nei manicomi, prima che lo facessero i Cramps, e immagino i pazienti borbottare cose tipo: E poi dicono che i pazzi siamo noi. Ha inciso dischi inascoltabili con urla animalesche e strazianti che potevano ricordare le frenate del gruppo compatto alla prima curva di un circuito di ciclocross, cose che hanno fatto la gioia dei critici, nei suoi spettacoli si sporcava di sangue, ma se queste cose le faceva Alice Cooper, che su disco era divertente ma dal vivo faceva abbastanza schifo, era un cazzone, se le faceva lei era avanguardia. Poi negli anni 90 la svolta che sarebbe eccessivo definire pop, e il massimo è stato il disco nel 1994 insieme a John Paul Jones che già aveva collaborato con i REM per il sommo Automatic For The People. Il disco Sporting Life è ricordato anche perché è l’unico sulla cui copertina la Diamanda se la ride, non sappiamo cosa sia successo, possiamo solo fare delle ipotesi, forse il bassista zeppelino le stava raccontando delle barzellette: C’erano un turco un armeno e un napoletano… no, questa non fa ridere, oppure mister Jones avrà sospettato che la cantante, che quando non era truccata da strega malefica non era affatto disprezzabile dal punto di vista estetico, praticasse l’antica arte del chiagnere e fottere e fosse interessato alla seconda parte, ma direi che in entrambe le ipotesi il coltellaccio che Diamanda Galas impugna sulla copertina era un efficace deterrente. E mi chiedo se un ascoltatore metallaro di quel periodo avrebbe saputo distinguere questa musica rock e blues dura e urlata dal grand guignol di certi gruppazzi che andavano allora, tipo gli Slipknot, però a scanso di equivoci la signora ha sempre trattato temi gravi, come il massacro degli armeni e le discriminazioni contro i malati di AIDS, la malattia di cui morì il fratello. Ma bando alle tristezze e divertitevi, se ci riuscite, con un video, quasi normale come fosse Patsy Kensit.

Do You Take This Man