Il Passato e la Memoria che bello!

Che bella Le Strade Bianche di sabato scorso, la gara nata per germinazione dall’Eroica, sulle strade eroiche dell’eroico ciclismo del Passato, a me è piaciuto vederla e a tanti è piaciuto correrla, compresa Tatiana Guderzo nonostante i dieci minuti di ritardo dalla prima, ma Tatiana ci dice anche che tutti dicono che le Strade Bianche sono difficili col freddo e con la pioggia ma è col caldo che fan più morti e poi aggiunge che per la polvere si scivola ancora di più e non si vede la strada e poi si crea in bocca una pellicola con sabbia, e tenuto conto che questi non sono più i tempi eroici ma al momento sono i tempi del covid (anche se ci sono pur sempre gli eroi applauditi dai balconi) e nessun medico oggi consiglierebbe di fare gargarismi con la polvere anche se quella nobile delle crete senesi, forse non era salutare correre subito qui con questo clima, e proprio questa corsa  si poteva rimandarla all’anno prossimo o almeno all’autunno quando c’è pure la gara cosplay. Poi ieri domenica c’è stato il ricordo della strage alla stazione di Bologna, era agosto 1980, quindi non c’erano ancora state le elezioni negli USA, non era Reagan il Presidente e non poteva esserci l’edonismo reaganiano, in Italia il clima era ancora quello degli anni 70 e solo l’anno dopo ci sarebbe stato il referendum sulle leggi anti-terrorismo, che belli quegli anni, vero? C’erano le ideologie con tutto il pensiero già pensato a portata di mano, c’era l’impegno politico e c’erano le stragi, le sparatorie, gli studenti che andavano a scuola armati ma non perché avevano visto Gomorra, allora c’era solo Sandokan che non piaceva agli studenti di sinistra, mentre quelli di destra non volevano essere da meno e si impegnavano a modo loro, hanno sempre avuto il mito dell’uomo forte e infatti negli anni si sono messi a leggere Mishima e Pasolini e c’è qualcosa che non torna ma non è un problema mio. E per il 40ennale della strage c’è stato l’intervento del Presidente che mi ha fatto pensare due cose. La prima è che se si creasse un software che di ogni avvenimento, dal ricordo di una strage alla morte di un personaggio famoso, riuscisse a dire cose così precisamente corrette e così desolatamente vuote, si potrebbero risparmiare in futuro le spese e il fastidio delle elezioni di un nuovo presidente. La seconda cosa che mi ha fatto pensare è che il Presidente ha ovviamente detto che bisogna ricordare, e allora quest’anno siamo già oltre la metà non è il caso, ma se dall’inizio del prossimo ci mettessimo a contare tutte le cose di cui in un anno si dice che bisogna ricordarle, e di ogni disgrazia accaduta in Italia e nel Mondo c’è sempre qualcuno pronto a dire che si rischia di perderne la memoria e lo dicono con un tono accusatorio che mi verrebbe da rispondere ma cosa volete che è già tanto se non dimentico le chiavi quando esco, ecco, se si contassero tutti questi fatti da ricordare penso che ne verrebbe fuori una statistica interessante, anche se forse proprio alla CGIA di Mestre la cosa non importerebbe, e forse un dato del genere ci farebbe capire che la nostra memoria, che già deve contenere le cose da fare e gli acquisti e le cose da pagare, non è sufficiente e non so se si può potenziare. Sarà per questo che con tutta la memoria dell’olocausto durante le guerre balcaniche abbiamo visto accadere le stesse cose? Forse basterebbe ricordare una sola cosa che comprende tutte le altre, cioè che l’essere umano è una brutta bestia. E proprio in questi giorni c’è stata un’altra dimostrazione di come la memoria possa essere corta. Parlando di una rissa a Castellammare di Stabia e della movida violenta, una psichiatra giustificazionista ha detto che i giovani durante il lockdown sono stati costretti e ora vogliono sfogarsi. Ora forse pure la mia memoria è ormai limitata, ma mi pare che la movida presso i locali e le discoteche era violenta anche prima del virus, e quella cittadina del napoletano in cui sono stato una sola volta 30 anni fa, cioè molto tempo prima del covid, avendone una spiacevole impressione, non mi pare che fosse un posto dove in anni recenti per strada si donassero i fiori ai passanti.

Tatiana Guderzo che in futuro, quando smetterà di correre, sarà un’indimenticabile ciclista del passato.

La Zeriba Suonata – tutta la vinta davanti

Una radio televisiva ascoltata per pigrizia durante l’agile lavoro, un pezzo mandato più volte che alla fine si è ficcato in testa, e allora, superando i miei pregiudizi sui cantautori, tra i quali questo tipo potrebbe essere stato iscritto anche a sua insaputa, e i (t)rappers, perché quel nome singolo e strano mi insospettiva, e infatti da quel genere proviene, ho visto tutti i video che ho trovato del cantante romano Gazzelle, e mi è venuto da pensare che sulle sue canzoni o almeno su alcune si potrebbe fare della facile sociologia su una generazione annoiata apatica disperata senza valori tendenzialmente anaffettiva e bla bla bla, ma non lo so, né lui aiuta molto perché per fortuna è un tipo riservato e non sta a raccontare i cavoli suoi come fanno altri soprattutto quelle che hanno avuto le malattie. Certo non è negativissimo come Vasco Brondi ma neanche allegro come Cesare Cremonini, a volte ricorda piuttosto il Luca Carboni malinconico, augurandogli di non crescere patetico come il bolognese che oggi sembra uscito da un film di Jerry Calà. Poi per quanto riguarda i valori e tutto quello che fa Premio Tenco questi per me sono dettagli, come valore vale di più la sua abilità con le rime e i giochi di parole, lui che ha tutta la vita davanti/ sì, davanti a un bar”, ma per chi ci tiene a quelle cose diciamo che nel video di Stelle filanti interpreta un rider che consegna un macpanino a un ragazzo nero, e infatti lui si è schierato contro le politiche del Capitano. Poi per quanto riguarda il discorso dell’apatia e della paura dei sentimenti qui vi posto apposta Martelli, il pezzo con più pathos.

statue di gente che scriveva

In provincia non è come nelle grandi metropoli, ci si contenta, per esempio qui proprio in centro c’è una statua a figura intera di un mezzo olandese che era un grafomane, 3 volumi solo di lettere, però non gliel’hanno fatta per quello, ma perché facendo di mestiere l’architetto costruì un palazzo con giardino a pochi passi, e quindi di gente che come primo lavoro scriveva c’è solo un busto per Gianvolfango Goethe, uno scrittore minore, non come quel giornalista poeta eroe navigatore e se non erro pure santo che tiene una statua a Milano. E pensavo che quel rammollito del giovane Werther non si sarebbe ucciso se, invece di quell’altro rammollito di Goethe, avesse conosciuto il virile giornalista che gli avrebbe riso in faccia, semmai gli avrebbe mollato pure qualche benefico ceffone e gli avrebbe ringhiato: “Questa Lotte pare che ce l’ha solo lei.” Perché il mondo è pieno di donne e lui da uomo di mondo aperto verso le altre civiltà non faceva differenze: bionde brune bianche nere maggiorenni minorenni, basta che respiravano, e se non respiravano pazienza, ce n’erano delle altre. Però almeno con il busto di Goethe stiamo tranquilli, nessuno lo calcola, forse neanche  lo conoscono, invece quello importante che sta a Milano lo imbrattano, perché lo accusano, ma ingiustamente perché, come ricordano i suoi difensori, lui diceva: “Se c’è una caccia alle streghe, vado prima di tutto a sentire le ragioni delle streghe”. E prima sentiva le ragioni delle streghe poi, hai visto mai, da cosa nasce cosa.

Il poeta nel racconto dentro le canzoni, così non vi distraete

Stamattina scrivevo di musicisti che quando incidono un album si atteggiano come se avessero scritto un trattato di filosofia, ora invece vi segnalo un album che di filosofia parla esplicitamente. L’anglobresciano Roger Rossini in arte Jet Set Roger, dopo un concept album, si dice così, dedicato a quel giovale mattacchione di H.P. Lovecraft e a un suo leggendario (nel senso che non ci sarebbe mai stato) viaggio nel Polesine, questa volta con Un rifugio per la notte (Snowdonia, 2019), ripete l’operazione pari pari, cioè disco a tema e breve fumetto del serbo Aleksandar Zograf, ispirandosi all’omonima novella di Robert Louis Stevenson che ha come protagonista François Villon, poeta maledetto truffatore delinquente, e niente di strano che abbia interessato il creatore del Dr Jekyll che nel racconto gli fa avere un un dialogo con un vecchio giudice sulla difficoltà di separare il bene dal male. Roger Rossini introduce il tutto con alcune pagine in cui scrive di letteratura e filosofia e aggiunge di voler strappare l’ascoltatore alla “fruizione distratta ed insipida della musica così come viene fatta oggi”. Già, non dimentichiamo la  musica che, dato l’argomento, si sposta sempre più verso il folk e semmai un progressive più sobrio, non quello pacchiano che fu detto barocco, mentre mi sembra fuori luogo tirare in ballo gli immancabili cantautori italiani come fa qualche sito, e ci si allontana sempre più dal pop con cui anche i Jet Set Roger degli inizi cercarono il loro cosiddetto posto al sole, forse sperando di trovare un po’ di pubblico distratto e insipido. Io invece video non ne ho trovati, beccatevi la copertina.

agit-prop

Se qualcuno ha ancora il mito dei caffè letterari dove si riunivano gli artisti i poeti gli scrittori i canzonettisti e i filosofi e sui tavolini componevano le loro cose, dicono che a volte scrivevano sui tovaglioli forse perché per condurre un’adeguata vita bohémien non avevano soldi per la carta, ora con la riapertura dei locali dove si magna e si beve e con il ritorno della movida questo qualcuno può credere che ci sia un rifiorire della vita culturale.

La Domenica della Zeriba – Humpty Dumpty innamorato

Siamo alla puntata finale di questa rubrica che volevo portare avanti fino al Giro d’Italia, periodo in cui avrei scritto di altro e che sarebbe stato seguito dalle ferie estive in cui i rari lettori, ma qualcuno che ha gradito so che c’è, avrebbero certamente preferito fare dell’altro. Non so se con l’autunno riprenderò, buona parte di queste storie è nata attorno a disegni fatti senza uno scopo, solo per piacere. Non è il caso invece della storia che ho lasciato per il gran finale che mi è stata ispirata da una canzone, il cui link metto alla fine, per cui l’ultima storia domenicale oltre che illustrata è anche suonata. Ringrazio e saluto chi mi ha seguito.

Humpty Dumpty innamorato

Humpty Dumpty aveva sentito dire che una bionda cantante americana aveva scritto una canzone intitolata col suo nome. La cosa gli aveva fatto piacere, anche perché fino ad allora su di lui c’era solo quell’antipatica filastrocca per bambini che finiva male. Si informò e scoprì che quella cantante era bella, anche se a volte si metteva la cravatta, e che la canzone era un successo e lei la cantava dappertutto, anche all’estero. Humpty Dumpty finì per innamorarsi della cantante, anche se a volte si metteva la cravatta, e a poco a poco si convinse che anche lei era innamorata di lui e anzi aveva scritto quella canzone proprio per farglielo sapere. Si procurò una foto di lei, dove però era ritratta con la cravatta, la incorniciò e la mise accanto a sé sul muro. Lei era magra e quasi pallida; sembrava essere di animo fragile e delicato, anche se a volte si metteva la cravatta. Poi, un giorno, con grande sorpresa, Humpty Dumpty la vide, la sua amata di fatto e anche di nome; non immaginava cosa ci facesse da quelle parti, o forse si, forse era venuta proprio per lui; iniziò ad agitarsi sul muro, a seguirla con lo sguardo e si sporse un po’ troppo, perse l’equilibrio e cadde rovinosamente per terra rompendosi in tanti frammenti. Lei che si trovava di passaggio da quelle parti per altri motivi, noti solo al suo agente, si accorse di lui solo quando sentì il tonfo, e passandogli vicino, genericamente impietosita e sorridendo ma sempre con la cravatta, sussurrò: “Poverino. Humpty Dumpty sei proprio incorreggibile” , e proseguì per la sua strada. Humpty Dumpty era veramente a pezzi.

Tecnica: markers su carta da forno piegata per mascherina abortita.

E questa è la canzone ispiratrice: Humpty Dumpty

La Zeriba 10 – Le Sirene finalmente

Siamo già alla seconda puntata di questa rubrica sugli anni 10 e non abbiamo ancora parlato del più grande gruppo del decennio? Rimediamo subito. In realtà il loro pezzo rivelazione è del 2009 ma non so quanti le abbiano conosciute all’epoca dello squisito minialbum Exquisite Corpse. E’ difficile scegliere un brano nella loro produzione che è come fosse un unico flusso, anche perché a loro piace jammare e poi i brani non li eseguono mai uguali, per cui vi propongo il brano che porta il loro nome e che fu inserito in The Fool del 2010, il primo album vero e proprio in cui tra l’altro entra nella squadra la batterista definitiva, e qui ascoltiamo le sonorità new wave care soprattutto alla bassista e i ritmi e il famoso riverbero che all’inizio le aveva fatte inserire nel filone dream-pop, una classificazione molto limitativa, e poi possiamo ammirare la loro bellezza, e se in uno dei primi post, dei tanti che ho dedicato loro, scrivevo che le sirene di Ulisse dovevano essere come loro, eccole qui che nuotano sott’acqua in Warpaint.