un nuovo pensionato

Comunque vada per la Fornero intesa come legge, da oggi abbiamo un nuovo pensionato, uno dei ciclisti italiani più popolari, al punto da avere un fans club e una canzone ad personam, dedicatagli da Guido Foddis, non più rintracciabile su internet, altrimenti ne avrei dato il link. Eppure il ciclista in questione non aveva vinto una corsa da professionista, solo una cronosquadre al Giro della Cechia. Era ancora dilettante quando è stato campione italiano assoluto su pista nell’inseguimento 2005, nello scratch 2006 e nel derny 2007, e poi a cronometro under 23. Poi solo piazzamenti, soprattutto a cronometro, e qualche vittoria mancata e ancora rimpianta, come una tappa del Giro d’Italia 2015 che arrivava nella sua Romagna e faceva gola pure al corregionale Malaguti, e alla fine vinse Nicola Boem, paradossalmente il primo dei tre a ritirarsi dall’attività. E un gregario senza vittorie è il ciclista ideale secondo Marco Pastonesi, che forse ieri ci sarà rimasto male e avrà pensato che sto ciclista all’ultimo ha rovinato tutto. Infatti il 34enne Alan Marangoni, che anche quest’anno ci aveva provato più volte, proprio all’ultima corsa della carriera, una corsa di livello 1.2 ma comunque lunga 210 km, ha vinto rendendo giustizia a sé stesso.

La corsa in questione è il Tour di Okinawa, e così anche la pacifica isola giapponese, una volta tanto, almeno mi pare ma non vorrei sbagliarmi, ha visto un evento storico. Ieri ne cercavo il risultato a metà giornata su ProCyclingStats ma in apertura c’era il Tour de Singkarak, poi l’ho trovato e ho visto che aveva vinto Marangoni e non ci potevo credere, perché come ha detto lui stesso sembra una favola, però è una sensazione già provata un paio di volte quest’anno con Nibali a Sanremo e Froome al Giro, l’impresa che uno fantastica ma non pensa che possa succedere veramente. Anzi, già che siamo in Giappone, ne potrebbero ricavare un anime, in cui l’ultimo ma davvero ultimo km di Marangoni durerebbe almeno un quarto d’ora.

Marangoni ha detto “Stop!”

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piogge tropicali di coriandoli

Non sopporto gli sprechi, soprattutto quelli per futili motivi, e cioè quelli che dovrebbero creare un’atmosfera festosa e suscitare quell’allegria forzata che deve surrogare quella spontanea sempre più rara. Ad esempio non sopporto i gavettoni, e quelli che si divertono a sprecare così l’acqua li manderei in vacanza, perché capiscano o per semplice cattiveria è uguale, in qualche villaggio africano dove c’è da fare qualche chilometro a piedi per andare a prendere l’acqua ai pozzi. E non sopporto palloncini e coriandoli. Da un po’ di tempo i coriandoli vengono sparati all’arrivo di alcune gare o durante le premiazioni: mi spiacciono quei pochi che sporcano il rettilineo d’arrivo del G.P. di Capodarco, ma è niente in confronto al Giro del Guatemala, che comunque non è l’unica corsa fuori dall’Europa dove nelle foto si vedono più questi pezzetti di carta svolazzanti che i ciclisti. E sarei curioso di vedere i fotofinish. Tranne che nelle tappe a cronometro, dove sarebbe stato uno sforzo organizzativo enorme tirare coriandoli a ogni singolo ciclista, gli altri arrivi sono stati salutati tutti con allegria.

Solo nella terza tappa ci deve essere stato qualche problema e allora un buontempone più allegro degli altri ha pensato bene di rimpiazzare i coriandoli con una bandiera a scacchi.

Cartoline da ‘s-Hertogenbosch

In questo fine settimana nel Brabante olandese si disputano i campionati europei di ciclocross. A ospitarli è la cittadina di Rosmalen, dove non si può dire che una volta era tutta campagna, perché la campagna c’è ancora e in abbondanza, ma tra le fratte o su qualche lieve rilievo ci sono delle sculture, tra le quali per soggetto ci incuriosisce la ruota in bronzo dell’artista Armando, morto nel luglio scorso, che non era italiano ma olandese e si chiamava Herman Dirk van Dodeweerd. In realtà la ruota sembra simboleggiare tante cose ma non ha niente a che vedere col ciclismo.

Rosmalen è parte della municipalità di ‘s-Hertogenbosch, cittadona che secoli addietro ospitò un altro lieto evento, la nascita del famoso pittore Jeroen Anthoniszoon van Aken, per gli amici Hieronymus Bosch.

Quest’anno dai campionati europei ci si attende spettacolo perché non ci sono assenze di rilievo e il percorso è molto impegnativo, come si può capire da questa immagine di uno dei passaggi chiave del tracciato.

 

La banalità del banale

Eravamo stati avvisati: la RAI e RCS ci tenevano a farci sapere che la presentazione del Giro d’Italia 2019 avveniva nello studio dove va in onda il programma di Fazio, quindi nel Tempio del Banale. E a confermare i sospetti ecco come cerimoniere Alessandro Fabretti, e già a quel punto, mentre anche i ciclisti più scapoloni avranno nella circostanza invidiato il Piccioncino di Maastricht e gli altri colleghi che in questi giorni si sono sposati e sono lontani mille miglia da questo posto, i più socievoli tra gli spettatori avranno spulciato tutti i social a disposizione per vedere se ci fosse il funerale di qualche amico o conoscente, che sarebbe stato più interessante, ma qualcuno avrà pensato che sarebbe stato preferibile anche avere un negozio qualunque e ascoltare l’out out dolcetto o scherzetto da bambini instupiditi manovrati da mamme stupide, come mi hanno raccontato succedesse in quelle ore nelle vie dello shopping casertano. Chi invece è rimasto davanti alla tivvù si è sorbito la passerella di presidenti, direttori, amministratori, sottosegretari, nessuno dei quali ha detto niente di rilevante, mancava solo qualche banchiere. A quel punto era una boccata d’ossigeno anche l’arrivo di AdS, che è dotata di questa empatia con i ciclisti che ha qualcosa di soprannaturale. Poi si è passati alla presentazione del percorso che manterrà la vocazione didattico-celebrativa del Giro, che infatti omaggerà i grandi personaggi nazional-popolari: Montanelli, definito il più grande giornalista italiano e figuriamoci il più piccolo, Coppi, Padre Pio, Gioacchino Rossini, Claudio Villa, sia il cantante che il fumettista, Garibaldi, Pippo Baudo, Peppone e Don Camillo, Renzo e Lucia, ma soprattutto il più mitico di tutti, Leonardo Da Vinci, che nei suoi disegni anticipò tutto, soprattutto su quei fogli sui quali incollò altri disegni con il nastro biadesivo, un’altra delle sue fantastiche invenzioni. Tra i progetti di Leonardo infatti ci sono quelli della bicicletta, dei freni a disco, del cambio automatico,  della borraccia biodegradabile, dell’ammiraglia e ovviamente anche della retropoussette. Con la tappa di Pinerolo si ricorderanno i 70 anni della più leggendaria impresa di Fausto Coppi e con la tappa de L’Aquila si ricorderanno i 9 anni della più clamorosa fuga bidone del ciclismo moderno. Tra gli spettatori c’era Davide Cassani, forse perché non c’erano partite di calcio da commentare, ma diciamo che le ricognizioni delle tappe di Marco Saligari sono più divertenti delle ricognisssioni che faceva il cittì. E tra i superospiti c’era Froome, al quale inevitabilmente si faceva l’imbarazzante domanda sulla sua partecipazione al Giro. E’ chiaro che certe cose verranno decise più in là quando si programmerà la stagione, però credo che qualche possibilità ci sia, anche perché il percorso del Tour a Froome non è piaciuto molto, con poche cronometro e quelle tappe brevi, un percorso disegnato per favorire i francesi ma che calza a pennello al gemello Simone più che a Gerainthomas, il quale ultimo dice che prima o poi vorrà correre il Giro, sì, ma quando, quando lo chiameremo Geronthomas?

Da Vinci progettò anche una macchina volante per le riprese aeree.