Le parole che non ti ho detto e se le ho dette facciamo finta di niente

Nei giorni della chiusura in cui nei media si parlava a vanvera si diceva pure che saremmo usciti migliori, che non ci credeva nessuno, e che quella era l’occasione per pensare a un nuovo modello di vita intendendo anche più ecologico e oggi sono tutti contenti perché ripartono le crociere, una delle più pacchiane e ingombranti dimostrazioni della mania di onnipotenza degli umani. Allora sembrava che per far ripartire il paese bastasse riaprirlo tornare a lavorare e l’economia si sarebbe rimessa in moto e invece no perché si aprono le porte delle case ma si trovano chiuse quelle delle aziende, perché pare che per far ripartire l’economia c’è bisogno non di lavoro ma di cassintegrazione e licenziamenti. E pure i cosiddetti populisti sono d’accordo con i licenziamenti e voi vi chiederete come è possibile se i lavoratori sono popolo cioè il cosiddetto target dei populisti, ma non c’è niente di strano perché visto che pure vengono gli stranieri a rubare il lavoro agli italiani allora tanto vale licenziarli prima e non dare questa soddisfazione agli stranieri. E quindi secondo la stessa logica si vuole la ripresa del turismo e può sembrare strano ma la migliore pubblicità è quella di far vedere strade intasate in cui le auto fanno ore di fila e se qualcuno propone di farci passare una corsa ciclistica tipo la Milano-Sanremo seguita in tutto il mondo così si vedono il mare e le alture e le cittadine quelli, i sindaci delle località turistiche, dicono “no” senza neanche aggiungere “grazie”. Beh, ne parliamo l’anno prossimo quando, se anche dovesse finire la storia della pandemia, non è detto che la corsa torni sulla riviera, perché il percorso nelle Langhe è piaciuto anche a quelli che non volevano cambiamenti della Sanremo. L’unico problema da risolvere è quello della lunghezza che supera i 300 km e non si può chiedere sempre una deroga all’UCI, e poi ci sono da aggiungere gli 8 km di trasferimento per partire comunque da Milano, e per questo la CCC non ha iscritto Mareczko che rischiava di arrivare staccato già al km zero. Per la CCC è stata proprio una giornata storta perché il mezzo capitano Trentin è caduto e non ci ha pensato due volte a ritirarsi, del resto si dice che lui soffre il caldo, almeno quando va male, però poi le vittorie più numerose le ha ottenute al Tour e alla Vuelta spesso col caldo ma facciamo finta che sia così. Il percorso è cambiato ma il protocollo è rimasto lo stesso, solo che i fuggitivi di giornata sono stati ripresi prima del solito e c’è stata più battaglia degli altri anni, prima con i gregari e poi con i capitani mentre i velocisti erano come passati al setaccio. Il più meritevole degli italiani è stato Jacopo Mosca, un ciclista che ha rischiato di non trovare più squadra dopo aver corso nella squadretta di Citracca & Scinto e si è salvato accettando una breve permanenza in una squadra di terza fascia. Sul Poggio nel gruppo di testa c’erano tre ciclisti che hanno vinto tre volte ciascuno il mondiale di ciclocross e che passati alla strada hanno già vinto belle corse ma nessuna monumento, però dei tre Stybar ha lavorato per Alaphilippe che ha staccato tutti e solo il secondo triplettista Van Aert ha tenuto duro per riportarsi sul primo in discesa, dove il francese ha rischiato molto emulando ora Bonifazio ora Geniez, per fortuna più il primo, e dietro tutti guardavano il terzo tricampione Van Der Poel che stavolta non li ha portati in carrozza come all’Amstel dell’anno scorso. Volata a due col più scafato Alaphilippe che non tirava e il gruppetto che rimontava e Van Aert che ha accettato la sfida ha fatto una volata lunga e di testa e ha vinto lo stesso e per ora il fenomeno più fenomenale è lui, buono anche per Van Der Poel che semmai la prossima volta avrà meno occhi addosso. Dicevo all’inizio di parole a vanvera, giovedì Pancani ha detto che in RAI avevano deciso di non mandare più le immagini dell’incidente di Jakobsen in Polonia perché troppo impressionante e così poche ore dopo a Radiocorsa le hanno mandate più volte e da tutte le angolazioni, poi dato che Van Aert era già uno dei favoriti per la Sanremo hanno pensato bene di aggiungere pure le immagini dell’incidente al Tour che provocò al belga uno squarcio nel muscolo tale che i medici gli proibirono di vederlo, e almeno quelli saranno stati di parola.

Alaphilippe ha avuto problemi meccanici sia alle Strade Bianche che alla Sanremo e chissà che il suo boss Lefevere, dopo aver minacciato di denunciare per tentato omicidio Groenewegen che ha buttato sulle transenne il suo Jakobsen, ora non denunci pure le strade italiane.

La Zeriba Suonata – una canzone per il 2020

Tra Rockerilla cui è rimasto solo il nome e Rumore spappolato preferisco un altro mensile che ha il coraggio di scrivere cose controcorrente, intendendo per corrente quella del rock giovane e alternativo, e di interessarsi anche a musicisti e generi almeno apparentemente estranei a un certo immaginario, e ciò nonostante i residui ideologici di alcuni collaboratori forse tra più vecchi a volte suonino un po’ assemblea studentesca anni 70. Però è anche il giornale su cui scrivono uno storico come Riccardo Bertoncelli e un eterno curioso come Vittore Baroni, e trovare su quel giornale che come disco del mese, anzi dei due mesi luglio e agosto, abbiano scelto Mordechai dei texani Khruangbin, già ospiti di questo blog, è una sorpresa, un po’ come quando una classica importante viene vinta da un ciclista con poche vittorie ma che sta simpatico e sei convinto che i numeri ce li abbia, facciamo Vansummeren alla Roubaix. Finora i Khruangbin, comunque difficili da etichettare, sembravano un gruppo quasi lounge e non è che col nuovo disco la musica sia cambiata di molto, però un po’ sì, c’è più funk, anche un accenno di dub e c’è più spazio per le voci. Dal vivo direi che sono uno degli spettacoli più gradevoli e senza scenografie né effetti speciali, ma per quella sensazione di flusso continuo non solo musicale che forniscono. Lui, il chitarrista Mark Speer, con la sua chitarra che a volte ricorda il Santana più lounge (e dire che il messicano non è mai stato uno dei  miei preferiti) e lei, Laura Lee e da poco anche Ochoa cognome del nonno, con il basso e con quel sovrappiù estetico che nonostante non sia giovanissima stimola sinesteticamente i sensi del pubblico maschile, si muovono lenti e sinuosi per il palco, si inchinano al pubblico facendoti sospettare che lo stiano prendendo per il culo, a volte eseguono danze di corteggiamento, e poi sullo sfondo c’è il batterista Donald Johnson che sembra quasi estraneo al gruppo, non indossa la divisa sociale consistente in una lunga parrucca bruna e sembra che stia lì per fare i mestieri, il mestiere del batterista, e invece è nel gruppo dagli inizi avendo conosciuto Speer quando entrambi cantavano in un coro gospel, mentre solo dopo è arrivata Laura. I Khruangbin dicono di essere influenzati dalle musiche di vari paesi, esotici sia per noi che per i texani, ma la loro musica, come dicevo, finisce per suonare come un unico flusso organico (anche se questa espressione potrebbe far pensare a sostanza secrete dall’organismo ma non intendevo quello). E per me in Mordecai c’è anche una delle canzoni e dell’anno, e anche il video è uno dei più belli dell’anno, un brano ballabile e malinconico allo stesso tempo, quindi adatto per questo 2020 che è venuto difettoso.

So We Won’t Forget

E poi all’interno del disco ci sono i disegni.

Roxane

Uno scrittore che si può permettere di buttare lì nel discorso Tankink Tjallingii e Ten Dam, ma una casa editrice con una grafica amatoriale che non si permette neanche mezza illustrazione in copertina. E allora per animare un po’ il post una foto ce la metto io, crepi l’avarizia.

Totò Peppino e la logica aristotelica

L’altroieri tutti i telegiornali erano scandalizzati perché una donna si era data fuoco e la gente nei paraggi invece di aiutarla si è messa a filmare la scena con gli smartufoni, cosa stiamo diventando dicevano, poi subito dopo tutti i telegiornali hanno mandato in loop le immagini di un pestaggio a Castellammare, le hanno mandate più volte nel timore che qualcuno si forse perso un pugno o una sediata. Con questo clima e tenendo conto che già si fanno viaggi sui luoghi di disgrazie, chissà che non aumenti questo tipo di turismo ai danni di quello diciamo tradizionale. Se così fosse Napoli e la Campania ne sarebbero avvantaggiati, una visita dove è stato freddato Caio, un giro nel bunker dove hanno trovato Tizio, qualche compagnia più intraprendente potrebbe organizzare roghi di rifiuti tossici per turisti in cerca di emozioni particolari. In caso contrario, se continuasse a prevalere il turismo verso arte e paesaggi, la Campania non potrebbe contare sulla promozione tramite lo sport perché qui esiste solo il pallone e il calcio è sport claustrofobico, durante la partita viene inquadrato solo lo stadio, si sbircia fuori solo nel  caso di risse che però, ricordiamolo, non hanno niente a che fare col calcio anche se quelli che si azzuffano sono tifosi organizzati che danno del tu a calciatori e dirigenti. E nessun cronista pallonaro divaga dal gioco parlando dei siti e della storia e dei personaggi famosi della città che ospita la gara, se qualcuno si azzardasse verrebbe fucilato. E comunque, dato che Albi non ha una grande squadra di calcio, non c’è il rischio che tra un corner e un arbitro cornuto qualcuno inizi a parlare del massacro dei catari che noi ciclofili invece sappiamo ormai a memoria. La Liguria però non è messa meglio, si parla solo di ponti che crollano, costoni che franano, strade bloccate, e quando con la Sanremo c’è l’occasione di mostrare la riviera con le sue bellezze i sindaci dicono di non essere interessati. C’è chi invece il ciclismo come mezzo di promozione turistica non si limita a sfruttarlo ma lo va a cercare. Il caso più clamoroso è quello dles Dolomites, che ha una copertura televisiva superiore a qualsiasi corsa professionistica e in realtà è difficile pensarlo come ciclismo, essendo in realtà una passerella di vip, semivip e leccavip, che si fanno pubblicità reciproca con i luoghi che ospitano la gara, che poi sarebbe meglio se venisse ridotta a semplice pedalata in quanto l’albo d’oro c’ha i suoi innominati, e per contorno democratico ai Vip che partecipano di diritto, ci sono tutti gli amatori che si contendono i posti limitati per l’iscrizione, ma, con quello che costano l’attrezzatura e eventuali additivi da aspiranti squalificati, non si possono neanche ritenere poveri comuni mortali. Ma quest’anno anche la maratona dolomitica è stata cancellata, e quindi il più grosso spot in bicicletta è diventata la Tre Valli Varesine che per l’occasione ha fagocitato Bernocchi e Agostoni e l’hanno chiamata Gran Trittico Lombardo, ma in realtà era la Tre Valli travestita neanche bene. La Tre Valli ha avuto sempre una diretta più lunga di qualsiasi corsa italiana, escluse Sanremo e Lombardia, quest’anno più delle stesse Strade Bianche di categoria UCI superiore, ed è sempre stata una passerella per politici e amministratori locali, ricordiamo Cunego con Bossi, e poi dicono Nibali che correva per il Re del Bahrain, però noi ringraziamo perché ne approfittiamo per vederci una porzione abbondante di corsa, ma quest’anno è venuto storto per tutti e ci si è messa pure la pioggia, per promozione hanno mandato immagini assolate dell’anno scorso, l’elicottero non poteva alzarsi, poche immagini della corsa che ci mancava solo la voce di De Zan, poca passerella, facce coperte dalle mascherine, le miss potevano anche avere i baffi vai a sapere, e per ultimo, dato che gli appassionati italiani vogliono vedere vincere gli italiani ma sembrava di essere tornati ai tempi prima di Viviani e Bettiol, se ne va in discesa lo straniero Gorka Izagirre e non lo prendono più, neanche Nibali che fa la corsa, la agita, è il primo italiano all’arrivo battendo in volata gente più veloce di lui, e non so se questo può portare meno turisti a Varese ma non credo. Però non è un risultato a sorpresa e ora vi spiego perché. Nel ciclismo si fa largo uso della logica aristotelica, ad esempio Nibali ha vinto il suo tour nella tappa sul pavé e sotto la pioggia? Se ne desume che ogni volta che c’è brutto tempo e le strade sono messe male Nibali è favorito, ne gode addirittura, pavé, sterrato, buche, se buttassero pure le puntine a terra sarebbe il massimo, povero Nibali che non può farsi una pedalata tranquillo su strade scorrevoli. E allo stesso modo quando piove vanno forte i ciclocrossisti e gli uomini dei paesi freddi e piovosi, e manco a farlo a posta c’erano due squadre belghe piene di crossisti, il traguardo volante l’ha vinto Quinten Hermans che, per come sono passati veloci questi mesi virali, sembra ieri che correva per i prati inseguendo quelli che inseguivano Van Der Poel, e la corsa l’ha vinto Gorka il fratello di Ion, che sembrava quello meno forte ma non ne siamo più tanto sicuri, che in inverno si diletta a fare il ciclocrossista ed è anche basco, e a dar retta ai telecronisti i Paesi Baschi devono essere tipo la Milano di Totò e Peppino.

Eppure il fango non c’era.

Il Passato e la Memoria che bello!

Che bella Le Strade Bianche di sabato scorso, la gara nata per germinazione dall’Eroica, sulle strade eroiche dell’eroico ciclismo del Passato, a me è piaciuto vederla e a tanti è piaciuto correrla, compresa Tatiana Guderzo nonostante i dieci minuti di ritardo dalla prima, ma Tatiana ci dice anche che tutti dicono che le Strade Bianche sono difficili col freddo e con la pioggia ma è col caldo che fan più morti e poi aggiunge che per la polvere si scivola ancora di più e non si vede la strada e poi si crea in bocca una pellicola con sabbia, e tenuto conto che questi non sono più i tempi eroici ma al momento sono i tempi del covid (anche se ci sono pur sempre gli eroi applauditi dai balconi) e nessun medico oggi consiglierebbe di fare gargarismi con la polvere anche se quella nobile delle crete senesi, forse non era salutare correre subito qui con questo clima, e proprio questa corsa  si poteva rimandarla all’anno prossimo o almeno all’autunno quando c’è pure la gara cosplay. Poi ieri domenica c’è stato il ricordo della strage alla stazione di Bologna, era agosto 1980, quindi non c’erano ancora state le elezioni negli USA, non era Reagan il Presidente e non poteva esserci l’edonismo reaganiano, in Italia il clima era ancora quello degli anni 70 e solo l’anno dopo ci sarebbe stato il referendum sulle leggi anti-terrorismo, che belli quegli anni, vero? C’erano le ideologie con tutto il pensiero già pensato a portata di mano, c’era l’impegno politico e c’erano le stragi, le sparatorie, gli studenti che andavano a scuola armati ma non perché avevano visto Gomorra, allora c’era solo Sandokan che non piaceva agli studenti di sinistra, mentre quelli di destra non volevano essere da meno e si impegnavano a modo loro, hanno sempre avuto il mito dell’uomo forte e infatti negli anni si sono messi a leggere Mishima e Pasolini e c’è qualcosa che non torna ma non è un problema mio. E per il 40ennale della strage c’è stato l’intervento del Presidente che mi ha fatto pensare due cose. La prima è che se si creasse un software che di ogni avvenimento, dal ricordo di una strage alla morte di un personaggio famoso, riuscisse a dire cose così precisamente corrette e così desolatamente vuote, si potrebbero risparmiare in futuro le spese e il fastidio delle elezioni di un nuovo presidente. La seconda cosa che mi ha fatto pensare è che il Presidente ha ovviamente detto che bisogna ricordare, e allora quest’anno siamo già oltre la metà non è il caso, ma se dall’inizio del prossimo ci mettessimo a contare tutte le cose di cui in un anno si dice che bisogna ricordarle, e di ogni disgrazia accaduta in Italia e nel Mondo c’è sempre qualcuno pronto a dire che si rischia di perderne la memoria e lo dicono con un tono accusatorio che mi verrebbe da rispondere ma cosa volete che è già tanto se non dimentico le chiavi quando esco, ecco, se si contassero tutti questi fatti da ricordare penso che ne verrebbe fuori una statistica interessante, anche se forse proprio alla CGIA di Mestre la cosa non importerebbe, e forse un dato del genere ci farebbe capire che la nostra memoria, che già deve contenere le cose da fare e gli acquisti e le cose da pagare, non è sufficiente e non so se si può potenziare. Sarà per questo che con tutta la memoria dell’olocausto durante le guerre balcaniche abbiamo visto accadere le stesse cose? Forse basterebbe ricordare una sola cosa che comprende tutte le altre, cioè che l’essere umano è una brutta bestia. E proprio in questi giorni c’è stata un’altra dimostrazione di come la memoria possa essere corta. Parlando di una rissa a Castellammare di Stabia e della movida violenta, una psichiatra giustificazionista ha detto che i giovani durante il lockdown sono stati costretti e ora vogliono sfogarsi. Ora forse pure la mia memoria è ormai limitata, ma mi pare che la movida presso i locali e le discoteche era violenta anche prima del virus, e quella cittadina del napoletano in cui sono stato una sola volta 30 anni fa, cioè molto tempo prima del covid, avendone una spiacevole impressione, non mi pare che fosse un posto dove in anni recenti per strada si donassero i fiori ai passanti.

Tatiana Guderzo che in futuro, quando smetterà di correre, sarà un’indimenticabile ciclista del passato.

Mancava solo la musica da ballo

Fino a pochi anni fa in Italia c’erano varie corse estive, alcune tra le campagne facevano immaginare il frinire delle cicale, e poi c’era il Trittico Lombardo. Poi alcune sono state soppresse e altre hanno cambiato collocazione a seguito dello spostamento del mondiale, e così ultimamente la più importante corsa italiana agostana era il G.P. di Capodarco per dilettanti. Quest’anno invece, col calendario zippato, prendere o lasciare e ci sono già altri sindaci, alessandrini e imperiesi, che vogliono lasciare la Sanremo, della visibilità non sanno che farsene, al contrario di Siena, che ospitava le Strade Bianche prima corsa world tour, e già prima di cominciare c’è stata la bella pubblicità del furto delle biciclette della Trek, così gli aspiranti turisti sanno  che se non vengono con un furgone carico di bici non hanno niente da temere. Ma le brutte notizie non erano finite lì, parte la diretta RAI e troviamo Antonello Orlando che avevamo rimosso, giornalista molto lucido che il nome di un collega deve leggerlo sugli appunti, e c’è anche la perdibile intervista al Presidente della Federazione a vita. Poi servizi e presentazioni e interviste (alcune con mascherine e tutte con rumori di sottofondo per cui non si capiva molto) e insomma si capisce che l’ora ufficialmente riservata alla gara femminile in realtà è una specie di varietà dove manca solo la musica da ballo. E poi una novità almeno per questa volta è il commentatore unico per entrambe le prove col ritorno in RAI di Bettini. Già sapevamo del reintegro di Garzelli, quindi sappiate che se avete tentato di fare un affare con qualche spagnolo e siete rimasti fregati potete chiedere di entrare in RAI. Certo ci si domanda che fine ha fatto Giada Borgato, però forse non è neanche il caso che ci sia segregazione di genere con donne a commentare le donne e uomini a commentare gli uomini, e poi se le ex cicliste vogliono restare nell’ambiente è meglio che lo facciano in ruoli più attivi, come Giorgia Bronzini direttore sportivo e Monia Baccaille tecnico della pista. Da parte sua il Grillo parlante non è saccente ma brillante e simpatico, soprattutto se confrontato con Ballan Garzelli e Petacchi, e speriamo a questo punto che commenti anche il Tour. Tutto quello che è successo e come si è arrivati a questo appuntamento facevano pensare che potessero esserci delle sorprese e invece non ci sono state, e la spagnola Mavi Garcia può essere una sorpresa come lo sono tutti quelli che arrivano tardi al ciclismo provenendo da altri sport, come Roglic Woods e la Bussi. La Garcia viene dal duathlon, ha corso con la Movistar dove la filosofia di Unzue è meglio piazzarsi che vincere e quindi finora ha vinto poco, da quest’anno corre con la Alé e in Spagna la settimana scorsa ha fatto bene. Però la tv ha perso i momenti salienti, come quello dell’attacco della spagnola che a 25 km dalla fine aveva oltre 3 minuti sulle inseguitrici e oltre 5 minuti sul gruppo delle 2 Van. Bettini ha detto che la strafavorita Van Vleuten è stata presa nella rete e appena finta la frase nel gruppo inseguitore compare Annemiek che all’insaputa delle telecamere lascia le vecchie compagne e in poco tempo raggiunge le nuove, ma mica per fare comunella, e infatti alla prima occasione le stacca, raggiunge la spagnola che si era gestita bene col rapportino e nel centro scosceso di Siena va a vincere da sola. Forse era questo il giusto esito, che vincessero corridori testardi che per di più hanno mandato molti ciclisti fuori tempo massimo, la Van Vleuten che si allena come un uomo, e l’avrà fatto pure nel lockdown mentre per dire la Bastianelli era impegnata a spiegare alla figlia cosa stava succedendo, e Wout Van Aert che un anno fa era in ospedale con un muscolo squarciato e oggi ha battuto Formolo non solo costante ma anche forte, Schachmann non solo forte ma anche costante, e Bettiol che forse ha voluto strafare, mentre Van Der Poel non si è visto. A proposito di non visto, con una vecchia mentalità da tempi della tv in bianco e nero, sembra che al ciclismo si faccia un favore a trasmetterlo su un canale generalista, ma invece così si scontra con la rigidità dei palinsesti, per cui c’è stata una interruzione per il TG della lingua dei segni, quindi con le notizie lette più lentamente, mentre le interruzioni pubblicitarie quelle sono su tutte le reti specialmente nei momenti chiave delle corse, come oggi quando Van Aert è partito e Bettiol l’ha inseguito, ma questo non visto non è niente che non si sia già visto.

Il programma della RAI ha confuso le idee anche a Marta Bastianelli.

Il ritorno dei viaggiatori viventi

Un po’ perché è estate e un po’ perché c’è stata la falsa ripartenza molti riprendono a viaggiare e come sempre, soprattutto per gli italiani che si compiacciono di essere ignoranti e cafoni, si pone il problema della comprensione della lingua e anche della gestualità e il rispetto dei costumi dei paesi invasi.  Ad esempio un italiano amante del linguaggio pre-masticato se dovesse andare a un funerale su Marte potrebbe dire qualcosa fuori luogo.

 

Cominciamo bene

Attorno allo scorso weekend nell’autodromo di Imola e dintorni si sono disputate le prime corse nazionali a cronometro su strada e in mtb dopo lo stop, organizzate dal Supercittì e dalla Nuova Ciclistica Placci, ed essendo una manifestazione una tantum bisognava inventarsi un nome che giusto perché la cosa rimaneva in Italia poteva essere italiano, e invece Cassani, che ha divulgato parole come “sparpaglìo” e “zampellotto”, l’ha chiamato “warm up”. Non c’era pubblico ma pochi avranno notato la differenza, soprattutto le donne che ci sono abituate. Però come avrebbe detto Marty Feldman/Igor poteva essere peggio e invece non ha piovuto. E da oggi si corre a Sibiu in Transilvania, in una corsetta a tappe che doveva disputarsi a inizio mese con molte squadre anche importanti desiderose soprattutto di iniziare a correre seriamente. Poi la gara è stata spostata, le squadre hanno iniziato a tirarsi indietro, la situazione dell’epidemia nel paese è peggiorata, altre squadre hanno rinunciato compresa l’Androni che ha vinto le ultime tre edizioni, e alla fine, a parte la Bora con Pascalone Ackermann che forse ha interessi di sponsor nella regione, ormai sembra una corsa per vecchie glorie tra cui la più vecchia di tutte Davide Rebellin 49 anni. Poi si passerà in Spagna che tanto per cambiare è uno dei paesi europei messi peggio con l’epidemia, ma non è un problema perché si correrà a Burgos e in Spagna si sa che i tifosi si vedono solo nei Paesi Baschi quindi più o meno niente pubblico. Direi che come inizio non  c’è bene.

Ci vediamo alla prossima pandemia anzi non ci vediamo

L’ho già scritto pure troppe volte che quelle sceneggiate sui balconi mi sembravano una reazione isterica alla paura, ma pure quel messaggio Andrà tutto bene suonava allora e oggi ancora di più suona così egoistico, racchiuso al proprio balcone, non ci fossero stati ancora morti ma invece ce n’erano già stati e ce ne sono stati altri e ce ne saranno ancora. E poi era facile prevedere che anche questa occasione, come già successo con la crisi economica di un decennio fa, sarebbe stata sfruttata a proprio vantaggio da quelli che, chiamateli poteri forti o come preferite, hanno i soldi e il potere e il cui parere non vale 1 ma va moltiplicato per un coefficiente. E infatti ecco che con la sacra motivazione della ripartenza si chiede che non si frapponga più nessun ostacolo alle opere cosiddette pubbliche, sì, quelle che poi si affidano in gestione ai privati, e via strade e superstrade ferrovie e superferrovie ponti e superponti, speriamo non si dimentichino di quello sullo Stretto, e poi diamo pure un po’ di incentivi all’industria automobilistica che paga le tasse di lì e piglia i benefici di qui, che non si dica che siamo nazionalisti. E allora se in quei giorni di chiusura avete potuto vedere i cieli azzurri e i fiumi limpidi ora potete dimenticarveli. A proposito, una delle cose che mi colpì in negativo quando abbiamo ripreso a uscire, oltre al fatto che purtroppo non era morta abbastanza gente e anzi erano tutti lì in buona salute con più arroganza di prima e con i loro supermacchinoni che ostentano tranne quando vanno a piangere miseria in tv o dallo Stato, la cosa che mi ha colpito è che neanche con la pausa ambientale era tornata a crescere l’erba nelle aiuole della piazza centrale quella dedicata all’architetto olandese che qui ci costruì una reggia. Poi però dopo qualche settimana sono venuti degli operai e hanno smosso la terra hanno potato qualche pianta che ormai non ne stanno rimanendo più e hanno piantato qualcosa: cartelli pubblicitari a uso di aziende e non ai margini ma nel centro delle aiuole. Beh, quando verrà la prossima epidemia e se ci sarà un’altra chiusura la situazione potrebbe essere così compromessa da non poter più vedere cieli azzurri e acque pure, però almeno, in caso di applausi e show domiciliari, non vedremo neanche più il balcone di fronte perché in mezzo nel frattempo avranno costruito una superstrada un ponte o una sopraelevata, infrastruttura indispensabile per il radioso futuro del paese.