Buona educazione

La RAI, nonostante l’orribile programmazione che la rende uguale alla Mediaset, nei proclami si spaccia sempre per veicolo di educazione e rispetto. Ma norma di buona educazione è di rispettare impegni e orari, cosa che non mi pare di riscontrare nei nevrotici palinsesti RAI; ho conosciuto persone che si vantavano di essere ritardatari capaci di superare anche il muro delle 2 ore ma non mi pare siano approdati alla RAI. E sarebbe bella una diretta del Giro Donne, non integrale come per gli uomini, che poi diventa pallosa, ma neanche striminzita. Sarebbe bello ma purtroppo il Giro Donne lo trasmette la RAI e ieri, tra cambio di rete, con l’altra che non aveva ancora terminato la trasmissione precedente, e fiumi di pubblicità, abbiamo staccato a 12 km dalla fine con un gruppetto di fuggitive e ripreso 8 km dopo con il gruppo compatto. Il finale era con curve e ultimi metri in salita, praticamente un ottovolante, l’ideale per Marianne Vos. Elisa Balsamo è stata preceduta pure da Charlotte Kool che l’anno scorso fu quasi la sua bestia nera ma quest’anno ha soprattutto fatto da ultima donna per Lorena Wiebes, potremmo paragonarla a Martinello quando tirava le volate a Cipollini, ma non lo facciamo perché non sarebbe buona educazione paragonare al Cipollone l’esuberante ragazzona dei Paesi Bassi. Ma poi sarebbero bassi i paesi dell’ex Olanda? Dal Tour ci dicono che il punto più alto della Danimarca è il megaponte sullo stretto del Grande Belt su cui doveva passare la corsa gialla, 254 metri contro i max 172 della terraferma. Gente pragmatica questi danesi, hanno costruito un ponte sul loro stretto e l’altroieri abbiamo visto una pista da sci allestita su un termovalorizzatore, però non hanno certo le imprese conviventi che abbondano in Italia. Ma torniamo un attimo alle donne, nell’intervista la Vos ha praticamente ricambiato i complimenti ricevuti il giorno prima da Elisa junior, perché sono ragazze educate, pure nelle volate: prego prima tu (che ti prendo la ruota). E si sarebbe potuta vedere almeno qualche premiazione, al Giro il protocollo è più veloce che al Tour, ma, nonostante la fine del collegamento fosse prevista dopo un’altra mezzora, la RAI per continuare a dimostrarsi inaffidabile ha dato subito la linea al Tour, dove in realtà non sapevano neanche cosa farsene di quella linea, mancavano 120 km all’arrivo, e hanno aperto delle finestre su una finale di pallanuoto che non era ignorata ma tranquillamente trasmessa su Raisport, e allora spero che in futuro, durante una partita di calcio, aprano una finestra per sapere cosa sta accadendo a I soliti ignoti o altro gioco equipollente. I commentatori RAI sono tornati sulla crono di apertura e hanno rivelato che Gerainthomas dell’iperscientifica Ineos si era dimenticato di togliersi il giubbino e con questo indumento poco aerodinamico ha fatto una brutta gara. Mister G ha detto: “Qualcosa ho pagato per questo giubbino”, ma non intendeva dire 39 euro da OVS, si riferiva al tempo impiegato. Poi in RAI quanto costa il giubbino non ce l’hanno detto, ma un body costa migliaia di euro, e c’è da temere che se cadono e lo strappano rischiano anche di prendere gli scapaccioni e di andare a letto senza il riso scotto. Ma i commentatori hanno voluto infierire su Thomas rivelando un’altra sua affermazione: che impacciato dal soprabito ha fatto le curve peggio di come le avrebbe fatte sua moglie. Insomma, già è passata alla storia quella volta che Cassani, dicendo di aver visto Rasmussen allenarsi in un posto diverso da quello dove aveva detto di trovarsi, scatenò un putiferio che portò il danese a lasciare il Tour in maglia gialla, ora rischiano di far litigare il gallese con la moglie. Però questo è un Thomas diverso, sarà stato distratto il primo giorno ma nella tappa del ponte ci sono state diverse cadute e le ha evitate tutte. In realtà le aspettative per la giornata erano altre: ponte lunghissimo sul mare uguale vento uguale ventagli, ma il vento era contrario, ventagli non ce ne sono stati e contro la noia ci sono state solo le cadute e prima la fuga del mattino di Magnus Cort e pure Nielsen che ha vinto tutti e tre i GPM, e all’ultimo per festeggiare con il pubblico connazionale ha alzato le braccia come avesse vinto la tappa. Quella, la tappa corsa tra edifici che sembravano fatti con il Lego, con il finale che al contrario del Giro era in discesa, l’ha vinta Fabio Jakobsen, e l’occasione è stata gradita dai cronisti che hanno potuto ricordare ancora una volta l’incidente in Polonia due anni fa e i danni riportati e il fatto che gli diedero pure l’estrema unzione, e invece lui è arrivato alla più importante vittoria della carriera alla faccia degli uccellacci del malaugurio, nel senso degli estremi untori.

E’ andata così

A volte faccio le cose di fretta e ieri, tornato a casa, non trovavo i 5 euro di resto del giornalaio che avevo infilato in tasca alla cieca. Ho pensato che dovevano essermi caduti proprio davanti all’edicola e ho sperato che li avesse almeno raccolti un bambino e comprato qualcosa per cui non aveva soldi e sia stato contento per un po’. Dopo qualche ora quella banconotina l’ho trovata per terra nella mia stanza e ho pensato meglio così, perché se davvero fosse caduta all’edicola più probabile che l’avrebbe presa un notaio che andava a comprare qualche fascicolo di leggi e altre tristezze. Nei giorni scorsi dicono che Elisa senior si lamentava dei giornalisti che le chiedono sempre se al Giro correrà per la classifica. Potrebbe sembrare che si lamenti del superfluo, perché significa che c’è più attenzione per il ciclismo femminile che in passato, penso che Alessandra Cappellotto, vincitrice di un mondiale e di tappe a Giro e Tour, in tv si vede più oggi come sindacalista o alla partenza delle corse che quando correva negli anni 90, però in fondo, se il problema è la parità con gli uomini, ELB ha vinto il Fiandre e la Roubaix, mai la Liegi, ha un fisico possente e secondo me ha fatto bene a non cercare di dimagrire per andare meglio in salita, e allora i giornalisti si chiederebbero se un ciclista maschio con le sue caratteristiche può puntare a una corsa a tappe? Beh, in verità se lo sono chiesto per Sagan e Ganna, per Van aert e Van Der Poel, quindi niente di strano che lo chiedano anche alla Longo Borghini. Quindi si va lo stesso verso la parità, anzi è già al Giro Donne, perché nella tappa piatta del venerdì, come succede tra i maschi, c’è la fuga di giornata, il gruppo fa bene i calcoli e acciuffa le fuggitive in vista del traguardo, e poi c’è la volatona. Elisa senior tira per Elisa junior ma dall’altra parte Marianne Vos cerca di sorprendere le avversarie e Balsamo mostra di avere occhio e potenza e vince al colpo di reni, conquistando pure la maglia rosa grazie agli abbuoni. Dicono che Balsamo sia ormai il nuovo incubo di Marianna come più di 10 anni fa lo fu Giorgia Bronzini, ma non credo che Vos abbia di questi incubi, interpreta religiosamente le sue vittorie (il famoso dono di Dio) e farà lo stesso per le sconfitte, più difficile da spiegare era la morte delle collega Jolien Verschueren con cui parlava di religione, forse solo per rincuorarla. Comunque anche nell’intervista a Elisa Balsamo dopo la gara viene fuori cosa significhi per tutto il gruppo la ragazza del Brabante. Un altro che dicono abbia il suo incubo personale è Wout Van Aert che a crono è sempre battuto da Ganna. E la tappa inaugurale del Tour è proprio una cronometro a Copenhagen che, senza offesa, è una bella città. Tra l’altro, o in Danimarca è cambiato qualcosa in 10 anni o il successo di oggi, raffrontato alla tiepida accoglienza che ebbe la partenza del Giro 2012, è l’ennesima dimostrazione che il Tour è un’altra cosa. Dicevamo l’incubo, Ganna fa il miglior tempo superando Van Der Poel, neanche il tempo di dire “Bravo Ga…” che arriva Van Aert e stavolta è lui il più veloce, e subito dopo arriva anche Pogacar che si piazza al secondo posto e quindi Wout ce l’ha finalmente fatta. Errore, dei meteorologi nelle loro previsioni o dei team a fidarsi di questi? Quelli che puntavano alla vittoria di tappa o alla classifica sono partiti tutti intorno alle 5 quando si prevedevano condizioni migliori per vento e pioggia, e hanno corso sul bagnato. Bettiol invece non ha ascoltato né l’Aeronautica militare né Giuliacci e la sua collaboratrice ciclofila Stefania Andriola, ma ha sentito Pozzovivo che gli ha consigliato di partire più tardi. Poi Bettiol non stava in forma, ma Yves Lampaert sì, e in più aveva il dente avvelenato perché recentemente è stato squalificato al Giro del Belgio per una scorrettezza non per uso personale ma a favore di un compagno, e se non era avvelenato doveva avere comunque un problema ai denti, perché quando è toccato a lui dare l’ennesima delusione a Van Aert e si è poi assiso sulla hot seat era così nervoso che sembrava stare sulla sedia del dentista. Per i ciclisti italiani non è un gran momento ma meriterebbero telecronisti migliori, Ganna aveva forato e in RAI ormai non parlavano d’altro, poi l’hanno intervistato e Ganna ha detto che non cerca scuse, non ha perso per la foratura, ha detto una decina di volte: “E’ andata così”, ma durante la telecronaca Mitraglia Rizzato è stato addirittura imbarazzante per il tifo infantile quando è arrivato Ganna e gridava al tempo di fermarsi e quando poi è arrivato Van Aert e ha gridato al tempo di scorrere veloce, ma già che c’era quando Ganna aveva problemi all’antidoping non poteva gridare pure alle urine di scorrere veloci?

La Zeriba Suonata – migranti

Oggi è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, la denominazione è al singolare ma riguarda una pluralità di persone anche variegata, non ci sono solo gli ukraini. Secondo i dizionari “migrante” è genericamente chi si sposta verso nuove sedi, poi il termine nell’uso è divenuto sinonimo di “emigrante” con le annesse implicazioni socio-economiche, ma letteralmente si può definire migrante anche chi vuole andare in una Isla de encanta donde no hay sufrimiento.

Pixies – Isla De Encanta

E’ tutto finito, circolare!

Questa volta parliamo di donne

Guardavo il meteo, quello su Canale 5 con la mia meteorologa preferita, e pensavo che in questo paese ci sono sempre state relazioni pericolose, c’è un governo con l’inciucio migliore che si possa immaginare, e per restare nell’ambito TV la RAI ha affidato più volte la presentazione di Sanremo alla De Filippi finendo con il fare pubblicità alla cosiddetta concorrenza e al sistema talent, però il Giro per le previsioni si affida ai tristi uomini di fiducia della RAI invece di consultare Stefania Andriola che con il mondo del ciclismo ha avuto a che fare. Ma poi le previsioni meteo della RAI si rivelano pure sbagliate, doveva piovere o nevicare sull’ultima tappa di montagna e così non è stato alla faccia dei cultori del ciclismo più sadico che eroico. In genere non sto ad ascoltare quello che dice lo scrittore parlante, ma stavolta ho sentito che ha accennato a una ballerina della Belle Epoque che soggiornava da quelle parti, Cléo De Mérode, dice che era bellissima, e dato che all’epoca c’erano già le fotografie, e non c’è bisogno di cercare quadri o interpretazioni di illustratori come per la famosa Charlotte che non la dava a Goethe, o al giovane Werther se preferite, dicevo sono andato a cercare le foto e in effetti Cléo era bella di una bellezza non datata, cioè direi moderna. Poi l’argomento è gradito al governissimo migliorissimo che vorrebbe tornare ai fasti della Belle Epoque, già ha decretato il bonus terme, allo studio c’è il bonus casinò grazie al quale si potranno detrarre dalla dichiarazione dei redditi le perdite al casinò, ed è stato proposto all’UE di spostare la sede da Strasburgo a Baden Baden. In seguito lo scrittore parlante è stato più pertinente quando a 8 km dall’arrivo, in piena Marmolada, ha detto che in quella zona vive la marmotta, e questa notizia è in tema con il Giro perché sembra di essere nel film Ricomincio da capo (Il giorno della Marmotta), ogni giorno uguale all’altro. Infatti davanti c’è la fuga nella quale si infilano il solito Van Der Poel e Vendrame dopo le recriminazioni del giorno prima, ma saranno i primi a staccarsi anche se Vendrame fa in tempo a litigare con qualcuno, e con una bella fuga dalla fuga prima si prende la Cima Coppi sul Pordoi e poi vince sul Passo Fedaia uno dei giovani italiani più promettenti, Alessandro Covi, figlio di Marilisa Giucolsi che correva negli anni 90 che furono un altro periodo dorato per le cicliste italiane, mentre dietro il gruppo con la Bahrain tira come se Mikelanda preparasse l’attacco della sua vita, e invece quando i gregari finiscono il lavoro lui resta lì, e l’attaccone lo fa Jay Hindley che stacca Carapaz e in 3 km gli prende un minuto e mezzo. Carapaz va in crisi e pure Landa lo supera, ma a questo punto, comunque finirà con la crono conclusiva, non potremo più sminuire il Giretto del 2020 perché Hindley è vivo e lotta insieme alla Bora. Il Garzo che per tutto il Giro ha avuto da ridire sulla Bora del suo amico Gasparotto, che chissà cosa gli ha fatto, e ha elogiato la Bahrain, ha detto che Landa non era il Landa che conosciamo: infatti il Landa che abbiamo conosciuto in tutti questi anni sarebbe già caduto nelle prime tappe. Il Processo ha mantenuto l’impegno di alternare come ospiti 6 campionesse, sempre elogiate da Fabretti che le ha fatte parlare più di quanto usasse in passato la signora AdS, e stavolta è stato il turno di Marta Cavalli, ancora lei? E’ da un mese è mezzo che l’immagine sullo sfondo del mio pc è la sua vittoria all’Amstel con dietro tutti i gruppetti dispersi sul vialone di Valkenburg, non se ne può più.

In questa foto Cléo de Mérode sembra una mezza fricchettona degli anni 70.

Il giorno dei millepiedi scalzi

Lo scrittore parlante dice che non è vero che l’ultima tappa è come l’ultimo giorno di scuola, come ha sempre sostenuto Cassani, perché l’ultimo giorno di scuola si è solo contenti mentre il Giro vorresti che non finisse mai, ma immagino che i ciclisti stanchi e ammaccati non siano molto d’accordo. Una cronometrina di 17 km non poteva stravolgere la classifica e così Jay Hindley vince il 105esimo Giro d’Italia, e gli italiani possono prendersi un po’ di merito per questa vittoria giusto per quei pochi mesi in cui il ragazzo ha corso in Abruzzo. Quel periodo non gli è stato sufficiente per imparare a parlare italiano, e a Rizzato dice che non può chiedergli di dire qualche parola nella lingua di Dante, eppure non ci vuole nulla, basterebbe dire Pape Satàn, pape Satàn Aleppe e farebbe tutti fessi e contenti, come si dice nella lingua non proprio di Dante. Però mi chiedo se dagli italiani Jay non abbia appreso piuttosto la nobile arte della ruffianeria, quella che fece vestire i Maneskin con la bandiera americana quando suonarono a Las Vegas ma fece pure indossare al brit Mick Jagger la maglietta di Paolo Rossi quando cantò e sculettò, più la seconda, a Milano nel 1982. E infatti Hindley dice che la maglia rosa è la più bella, de gustibus, e che il Trofeo senzafine è il più bel trofeo che abbia vinto, e qui è facile perché non so quanti altri trofei abbia vinto. Dicono che è venuto al Giro senza fare proclami, ma ha anche pronunciato la programmatica e già storica frase: “non siamo qui per mettere i calzini ai millepiedi”, presumo che nel Giù Sotto sia il corrispettivo della faccenda delle bambole da pettinare. Rispetto al 2020 Hindley ha corso meglio la cronometro finale ma la vittoria è andata a Matteo Sobrero, nel cui curriculum vitae la parentela con Filippone Ganna viene prima del titolo tricolore. Nibali con il quarto posto finale e Valverde con l’undicesimo concludono il loro ultimo Giro, la gente li invita a ripensarci, io invece li invito a tenere duro: Hasta la pensione siempre! Chi chiude malissimo il Giro è la RAI, perché prima arriva AdS con due taniche di retorica e non ne risparmia neanche una goccia perché a casa ne ha tante altre, poi al Processo arriva Cipollone che viene ritenuto un’autorità e invece è solo un triste umarell, anche se ascoltarlo può consolare chi ha superato i sessanta e crede di essere troppo vecchio, ma l’esperienza mi dice che non c’è un’età precisa in cui si può iniziare a rimpiangere la propria età dell’oro, io per esempio non ho ancora iniziato, e Cipollone dice che le fughe da lontano ai suoi tempi non arrivavano (e come fece Saligari a vincere a Caserta nel 1994?) e se c’era Pantani eccetera, e si contraddice anche, e contraddicendosi si espone troppo perché prima tira in ballo la solita accusa alla troppa tecnologia e ai misuratori di potenza, poi quando spara che gli italiani hanno insegnato il ciclismo a tutto il mondo dice che la matematica (intende la scienza) nello sport l’hanno introdotta Conconi e Ferrari, cioè quei due scienziati che dagli anni 80 erano dietro a tanti successi italiani non solo nel ciclismo ma in tanti sport di resistenza e poi è finita che il secondo è stato radiato e il primo è stato “prescritto”, i bei tempi dell’ematocrito a 60 che non ritornano più. E per far parlare l’umarell, interrotto solo e non abbastanza dalle interviste ai protagonisti di questo Giro, agli altri ospiti Colbrelli e Guderzo più addentro al ciclismo odierno non sono state rivolte domande, eppure se ne poteva fare una a Tatiana quando sono state accolte due sciatrici degli anni 90 indicate come esempi per le loro eredi attuali, cioè si poteva chiedere a Guderzo se ha avuto bisogno di esempi e se negli anni 90, quando era ragazzina, sapeva che al Tour de France Luperini e compagne vincevano la classifica e la metà delle tappe, forse non lo sapeva perché la tv dava molto più spazio allo sci. Ma Cipollone non ha finito lo show e, quando l’incauto Hindley parla dei sacrifici fatti stando lontano da casa (in realtà sembra che a causa del covid non vedeva i genitori da più di due anni), il giovane umarell dice che il giovane ingrato e viziato dovrebbe essere contento di stare lontano dalla famiglia, forse perché fa lo sport che gli piace o forse perché restando in famiglia non si può nemmeno picchiare la compagna perché è diventato reato, anzi il Cipollone che lasciava il Tour dopo poche tappe per andarsene al mare aggiunge che se fosse stato vivo Alfredo Martini gli avrebbe raccontato la vita vera, i veri sacrifici di quando ci volevano 9 giorni di viaggio per andare al Tour perché c’erano i bombardamenti, ma se Martini fosse ancora vivo anche a 101 anni sarebbe più lucido di Cipollone.

Chi fugge e chi sfugge

Slow Sud

A smentire subito quello che ho scritto l’altro giorno sulle tappe di trasferimento, appena il gruppo mette piede, anzi ruota, sul continente ne viene una tappa molto sonnacchiosa. Solo Diego Rosa azzarda una fuga solitaria controvento, lui è uno di quei giovani promettenti che aspetti aspetti e aspetti finché non diventano anziani, ed è un’altra scommessa dei suoi manager Basso & Contador, che visti i risultati farebbero bene a non giocare alla roulette. Qualcuno dice che Rosa è partito per cercare sé stesso, e forse anche il gruppo l’aiuta, guardate bene, pure là, trovato niente? E per questo procedono lenti, che non sarà un grande spettacolo ma almeno finisce per privarci di uno spettacolo ancora più sconfortante, il Processo fabrettiano. Quando il peloton finalmente raggiunge Rosa, questi per poco non si lamenta che ci abbiano messo troppo tempo, e in questi casi come al solito i commentatori che vogliono un ciclismo più avventuroso e meno calcolatore e sparagnino dicono che la sua è stata una scelta tattica sbagliata, ed era meglio risparmiare energie per il giorno dopo. Quindi c’è ancora volata con arrivo in curva e, sarà stato il vento o la forza centrifuga, alcuni deviano verso l’esterno con Gaviria che usa due DSM come transenne e poi riprende a pugni la bici che uno di questi giorni si vendicherà, ma lì davanti parte presto Markino Cavendish, lo supera Calebino Ewan ma poi arriva quel bestione di Démare che vince di nuovo: vergogna, grande e grosso si mette contro due piccoletti.

Quote rosa

Dopo l’annuncio del ritiro di Nibali il ciclismo italiano si pone una grande domanda: E mo’? Finora ci si poteva aggrappare alla speranza di qualche invenzione di Vincenzo, ma anche i quattro che nel loro piccolo hanno vinto i campionati europei hanno superato la trentina. Cassani dice che la causa della crisi è la mancanza di una squadra world tour, sottintendendo che i ciclisti migliori emigrano per fare i gregari, un’ipotesi originale sentita solo un altro milioncino di volte, ma neanche tra le donne c’è una squadra world tour, c’era la Alè ma quando gli emiri hanno voluto anche la squadra femminile invece di costruirla ne hanno comprata una già bella e fatta, e quei cammelli che pascolano nel giardino della Sciura Piccolo sono solo una parte del ricavato della vendita. Eppure le cicliste italiane vincono eccome. Qualcun altro dice che i giovani non praticano il ciclismo perché le strade sono pericolose, e in effetti non si è mai sentito di un giocatore di curling investito mentre si allenava, e guarda un po’ alle ultime olimpiadi ghiacciate tra i medagliati c’erano un ex ciclista e un figlio di ciclista. Sì, ma pure le donne si allenano sulle strade pericolose, eppure vincono eccome. Uffa ‘ste donne, le loro vittorie sono più un problema, nascondetele da qualche parte. Ma fare finta che non ci siano non è possibile, però almeno si possono limitare, così la RAI annuncia che a turno alcune delle più forti faranno da opinioniste al Processo, in modo da distrarle dagli allenamenti, ma gli cederà il posto Giada Borgato che commenterà solo la gara, perché più di una donna non è sostenibile, in RAI dicono che è solo perché non hanno abbastanza sedie ma questa è una scusa patetica perché si possono chiedere in prestito a qualche bar nei dintorni, e chi si rifiuterebbe di tirare una sedia a Mamma Rai? Intanto la tappa dalla Calabria alla Lucania è soleggiata ma combattuta, va una fuga con ciclisti forti ma fuori classifica, c’è pure Dumoulin, nel finale danno spettacolo con scatti e controscatti e la superiorità numerica dei jumbo agevola la vittoria dell’ex giovane Bouwman, ma è il suo quasi capitano Tom da Maastricht che continua a essere oggetto di dibattito e sull’argomento Fabretti al Processo stabilisce il record di baggianate nel tempo di due minuti. La campionessa ospite è Marta Bastianelli che è poco pratica del ruolo e quando c’è un diseducativo collegamento con Pellizzotti che sta guidando l’auto e non si ferma lei gli rivolge una domandona in due volumi. Ma le risposte ormai sono sempre diplomatiche e i nostalgici delle vecchie trasmissioni e gli appassionati delle polemiche non devono aspettarsi più niente dal Processo, che anzi con i collegamenti con amici e parenti e le cosiddette sorprese è ormai più un varietà che un programma giornalistico.

Stupor Mundi

La RAI si vanta di trasmettere la diretta integrale delle tappe. Ma non è vero, ci sono le interruzioni per gli spot pubblicitari durante i quali i ciclisti non vanno in stand-by. Immaginate la diretta di una partita di calcio, nel secondo tempo le squadre sono sullo 0 a 0, c’è un attacco e lì il regista pensa che è il momento opportuno per mandare un’interruzione pubblicitaria solo di pochi minutini, poi al rientro scoprite che la squadra che era in difesa sta vincendo 1 a 0. La tappa di Napoli è breve e si corre di sabato, non lavorando posso vederla integralmente, garantisce la RAI. C’è moltissimo pubblico, quasi sorprendente per una regione senza ciclisti né squadre né corse in un circolo vizioso che dura da tempo al punto che non permette più di capire chi ha iniziato a mancare. E la poca dimestichezza con questo sport si vede nell’atteggiamento del pubblico che è rimasto indietro, non tanto per il tipo che butta l’acqua sui ciclisti che Girmay sembra non gradire, quanto per il fatto che la gente guarda la corsa e non la telecamera. Quando presentano il percorso del Giro non mi applico perché so che me lo dimenticherei, e credevo che si corresse anche a Procida capitale provvisoria della cultura, ma di mezzo c’è il mare, che per il Sergente Torriani non sarebbe stato un problema, un ponte di barche o un tratto a nuoto, the show must go on and the cyclists sciò, invece si arriva solo a Monte di Procida che è di fronte all’isola ma sulla terraferma, anche se questo termine è fuori luogo in un’area in cui l’attività sismica si è cronicizzata. Lo scrittore parlante ci dice che per il panorama il belvedere del Monte di Procida fu chiamato Stupor Mundi, omonimo di Federico II, ma nel ciclismo Stupor Mundi è Mathieu Van Der Poel che attacca appena la strada sale leggermente, pochi km dopo il via, e Giada Borgato, che è sempre l’unica che ne capisce, dice che ha agito come se fosse ciclocross, dietro però capiscono che se davanti c’è Stuporone può essere una fuga di marca buona e non da sfigati e si accodano in 20 tra cui Girmay, ed è grave che l’unico campano, Vincenzo Albanese, non abbia colto l’occasione lui che qui voleva fare bene. La fuga tiene e a meno di 50 km dalla fine Van Der Poel lancia un altro attacco e dopo un po’ qualcuno riesce ad accodarsi. Andranno all’arrivo? Questo è il momento buono per lanciare la pubblicità, c’è anche uno spot con un attore che non ha orrore di sé stesso a girarlo. Si torna alla corsa e davanti ci sono Thomas De Gendt, il compagno Vanhoucke, lo spagnolo Arcas e Davide Gabburo: alla diretta integrale della RAI è sfuggita l’azione decisiva della tappa. Sì, perché dietro gli inseguitori residui ora si riavvicinano ora rallentano e ormai Girmay ha la statura del grande corridore e in quanto tale gli tocca finire invischiato nei tatticismi. Il percorso diciamo vallonato, le continue curve e le strade a volte strette fanno pensare all’Amstel e quando giunti a Napoli Van Der Poel e compagni arrivano a pochi secondi dal gruppo di testa si prospetta un finale come all’Amstel del 2019. Ma il vecchio De Gendt non molla, lui dall’anno scorso si lamenta, è invecchiato lui o forse sono gli altri che vanno più forte e non gli riescono più le fughe di una volta, e dopo aver lavorato molto per Vanhoucke, che alla fine invece è stanco, chiede a questi di tirare e vince la volata quasi per distacco davanti a Gabburo che è stato l’iniziatore dell’attacco decisivo. La maglia rosa rimane a Juan Pedro Lopez Perez detto Juanpe, ma potremmo chiamarlo pure Jumpe per come è stato lesto a saltare sulla ruota del secondo in classifica Kamna che un tentativo l’ha fatto. Ma Juanpe è stato protagonista anche prima della partenza perché su twitter c’era una sua foto mentre addentava una pizza, e la cosa ha scatenato un dibattito acceso in RAI: ne avrà assaggiato un pezzettino piccolo o l’avrà mangiata tutta!? La pizza non si digerisce, e poi cosa te ne fai della pizza quando hai i gel e le barrette di Cassani, quelle al gusto di copertone e ora anche quelle al gusto di deragliatore sporco di fango. Forse Jumpin’ Juanpe non pensa di mantenere la maglia perché ora c’è il temibile Blockhaus, che in realtà non farebbe paura a nessuno se Merckx non ci avesse svoltato la carriera quando, vincendo lassù, da velocista diventò ciclista totale, ma Eddy avrebbe fatto la differenza anche sulla salitella di Viale De Amicis.

Trasferimenti e pensionamenti

Pezzi da 50

Il Giro lascia l’Ungheria per approdare in Italia e si potrebbe pensare che riparta da qualche regione del nord, Trentino o Tirolo, per restare in atmosfera austroungarica, trasferimento breve e agevole da effettuare con un trenino o con la corriera o con la funicolare o dietro un pick-up o a dorso di mulo, e invece no, si prende l’aereo e si sbarca in Sicilia, perché il Giro per costituzione è ascensionale, si sale non solo in montagna ma anche da sud a nord, le Alpi devono essere decisive per la gara, scordatevi che il duello epico storico drammatico apoteotico si disputi su una montagnola appenninica. Poi semmai qualche volta decisivo è un duellino in una mezza cronometro tra due mezzi miracolati, ma sono gli incerti del mestiere. E se si corre in Sicilia l’arrivo sull’Etna è di rigore, così le vulcaniche menti dei giornalisti possono inventarsi titoli fantasiosi su tappe vulcaniche. Ma i giornalisti sono così esperti e competenti che non hanno bisogno di seguire la corsa per sapere cosa succede perché lo sanno già: della fuga mattinale restano davanti Lennard Kamna e Juan Pedro Lopez che può prendere la maglia rosa, e allora i giornalisti dicono che i due si sono accordati per collaborare e spartirsi il bottino, a uno la tappa all’altro la maglia, e lo ripetono anche dopo fino a negare l’evidenza, perché il giovane spagnolo Lopez all’ultima curva rischia di cadere pur di infilarsi all’interno e sul traguardo batte il pugno sul manubrio ed è contento solo quando gli dicono che è comunque in maglia rosa, e se non pensava a una possibilità del genere come poteva accordarsi con l’avversario? No, e infatti quando l’intervistano dice che puntava a vincere la tappa, ma i giornalisti non ascoltano perché sanno già cosa dirà, per esperienza e per le famose leggi non scritte che a dirla tutta non sono scritte ma neanche rispettate. Il giovane spagnolo è arrivato a questo risultato con una fuga da lontano di quelle che il gruppo lascia andare e per questo gli espertoni non lo prendono in considerazione per la classifica finale, ma ci sono stati ciclisti che hanno svoltato la carriera proprio con una fuga bidone, basti pensare a Chiappucci, e comunque questo è l’unico Lopez rimasto in gara, perché il colombiano sempratteso Miguel Angel si è ritirato senza neanche cadere, afflitto da ipocondria, e qualcuno ha detto che il Giro perde un pezzo da 90. Ma no, quello è un pezzo da 45, vabbe’, facciamo 50 e non se ne parli più.

La pressione ma non quella delle gomme

Il ciclismo è uno sport che richiede molta dedizione e ci sta che qualcuno a un certo punto sia preso dai dubbi, se davvero stia facendo la cosa migliore a quella età e non sarebbe meglio dedicarsi ad altro, ma per i ciclo-fondamentalisti quello è uno che stiamo perdendo, come se non ci fosse vita oltre il ciclismo, e ben due di questi liberi dubitanti sono stati protagonisti sull’Etna, in positivo proprio Kamna e in negativo Dumoulino che si fa piccino e si stacca dall’élite. Una cosa su cui varrebbe la pena riflettere è che una buona percentuale dei demotivati ritrova il piacere di correre in bicicletta con il fuoristrada, mtb o gravel. Per fortuna non tutti i ciclisti sono uguali e ognuno reagisce a suo modo alle pressioni esterne, che a quanto pare sono eccessive nel Tour dei cugini rivali. E a proposito di pressioni e di ciclismo sostenibile in occasione della seconda tappa sicula pensavo che non ci sono più le tappe di trasferimento, quei pomeriggi sonnacchiosi in cui si passava tra campi assolati, spesso al sud, il gruppo andava piano col rischio di sforare i tempi televisivi e un gruppetto di coraggiosi tentava la fuga destinata ad arrivare grazie alla noncuranza del peloton. Ma poi ho pensato che già con l’anticipo del Giro nel calendario diminuisce la possibilità di giornate calde praticamente estive, e poi sono io forse che con un’eventuale giornata del genere non riesco a essere in sintonia perché ora lavoro, al contrario di quando accadevano queste cose, negli anni 70 e 80, ma allora torneranno le tappe di trasferimento quando andrò in pensione?

Viva Nibali, viva la pensione!

E la seconda tappa siciliana avrebbe potuto essere di trasferimento, e infatti la fuga parte, ma dietro il gruppo mena come se dovesse eruttare l’Etna da un momento all’altro. In realtà in serata c’era da prendere il traghetto per tornare in continente, perché come sapete i pregiudizi e la burocrazia hanno finora impedito la costruzione di un magnifico ponte sullo Stretto che tutto il mondo ci avrebbe invidiato, ma il vero motivo dell’andamento veloce è che su una salitella si sono staccati alcuni velocisti, stranamente quelli più leggeri, e le squadre degli sprinters superstiti lavorano per non farli rientrare e andare alla volata tra gente selezionata. E quella volata la vince quel bestio di Démare che stavolta non ha bisogno di spostare nessuno perché gli avversari si chiudono la strada a vicenda, Ballerini chiude Bauhaus che ha già chiuso Girmay, solo Gaviria non ha nessuno davanti a sé ma sotto di sé ha una bicicletta che si becca una gragnuola di pugni, poi nelle interviste dice di non volerne parlare e i giornalisti tirano un sospiro di sollievo perché è di un noto marchio italiano e già Kristoff se n’era pesantemente lamentato dopo aver lasciato la squadra in cui Gaviria invece è rimasto. Ma poi a cambiare argomento ci pensa Nibali con il Grande Annuncio Tanto Atteso, e anche anticipato dal padre: a fine stagione si ritira, basta con l’accanimento terapeutico. Al Processo mostrano immagini della sua carriera, i genitori e i conoscenti raccontano vari aneddoti, tra i quali il più divertente è quello di una compagna di scuola che Nibali accompagnava sulla sua bici ed essendo sempre stato un tipo meticoloso entrava con la bici fin dentro l’edificio scolastico. Ecco, Nibali è stato sempre ritenuto un modello per i ragazzi, forse dopo questa rivelazione qualcuno cambierà idea: don’t try this at home, anzi, don’t try this at school. Nibali padre dice che Vincenzo deve finalmente godersi la pensione come fa lui, sante parole, e Nibali figlio concorda che è arrivato il momento di dedicare più tempo alla famiglia. Poi si sa come sono i ciclisti, chi sale in ammiraglia chi diventa commentatore e a casa continuano a non starci mai.

La notizia del ritiro di Nibali suscita grande clamore sui media siciliani.

Lungo l’Ungheria

Il Giro d’Italia stabilisce subito un piccolo record: per il terzo anno consecutivo è il simbolo della ripartenza e del ritorno alla normalità, e visto l’andazzo della pandemia e della guerra è facile prevedere che si potrà migliorare questo primato.

Mucche e buoi dei paesi tuoi

Si parte dall’Ungheria, be’? Qualcosa da ridire? Se si volesse essere severi e boicottanti allora il Giro d’Italia non dovrebbe partire neanche dall’Italia dato che ammazza i suoi lavoratori. Qualche differenza tra i due paesi in realtà c’è: loro solo governati da un sovranasso, un sovranista satanasso, mentre qui siamo così avanti che il Capo dello Stato non è una persona ma un software, tu gli dai un input qualunque, è morto un lavoratore o un artista che non conosceva nessuno o è la ricorrenza di un accidente, e quello ti da la risposta esatta con un messaggio corretto preciso. Poi qui non siamo sovranisti, difendiamo solo le cose italiane come il formaggio e i bambini. Il formaggio è buono perché le mucche mangiano questo qua che cresce qua e c’ha il batterio e non quello là che cresce là e il batterio non ce l’ha, e non sia mai che un giorno le mucche vanno a pranzo fuori poi il formaggio viene una schifezza che devi solo buttarlo di là. Però si tratta solo di proteggere il settore trainante dell’economia patria, che in Italia è appunto il cibo mentre in Ungheria è il porno, e non so chi ci fa la figura peggiore. Poi i bambini, ci sono tanti bambini lungo le strade ungheresi, e con i bambini si può fare tanta retorica, però quelli italiani sanno cos’è il Giro, glielo avranno raccontato i nonni, quei vecchi ubriaconi, mentre questi sono ignoranti, e poi non è il caso di far appassionare al ciclismo pure gli ungari ché un domani ci ritroviamo anche loro come avversari non bastassero gli eritrei. Eppure il paese della giovane fenomena Kata Blanka Vas non me la conta giusta, perché prima di darsi al porno l’Ungheria ha fatto la storia dell’animazione con gli studi Pannonia che tra l’altro realizzavano il famoso Gusztav, personaggio non molto divertente che in un episodio partecipa a una gara ciclistica.

Una mandria di ciclisti

Alla partenza ci sono sempre quelli che piangono, ma stavolta non sono lacrime d’addio, sono gli italiani che praticano il vero sport nazionale, il vittimismo, e si lamentano perché le squadre foreste hanno dirottato sul Tour i migliori ciclisti connazionali, Caruso Ganna Bettiol, e pure Colbrelli se non avesse avuto problemi sarebbe andato al Tour, e si lamentano anche perché le squadre foreste danno molta più importanza al Tour che al Giro, ma basterebbe incrociare i dati per verificare che se quelle squadre danno più importanza al Tour e ci portano gli italiani vuol dire che li hanno in grande considerazione. Comunque sia c’è il via, anche qui con partenza differenziata, si inizia a pedalare qui nel salotto buono ma la partenza ufficiale è qualche km più avanti dove si sta più larghi, il risultato è che si allunga il brodo con un po’ di acido lattico in più e non serve avere un amico che conosce una scorciatoia, il percorso è obbligato. La tappa viene più noiosa di quelle del Tour, due (an)droni in fuga e le altre squadre minori che neanche si scomodano, è facile pensare che la fuga non arriverà perché la posta in palio è grossa: tappa e maglia, è matematico. Ma se la tappa è piatta il finale è in salita, e le squadre ci arriveranno senza essersi spremute quindi in piena efficienza, e Giada Borgato, che in RAI è l’unica che capisce di ciclismo ma non è felicissima nell’esprimersi, dice che i ciclisti saranno “carichi come una mandria, assatanati”. Può vincere quello, può vincere pure quell’altro, attacca questo poi attacca quest’altro, ma se c’è Mathieu Van Der Poel vince lui, no? Anche se ha dovuto sudare sette camice e otto bavaglini per battere Biniam Girmay che senza il fattore sorpresa va forte lo stesso. E sulla lunga lista di cose da conquistare il figlio e nipote può cancellare tappa al Giro e maglia rosa.

Strade scombussolate

Sta talmente in forma il Matteino che per poco non vince pure la seconda tappa che è una breve cronometro con curve acciottolato e salita finale, al punto che Petacchi di lui dice: “Più è scombussolata la strada, più forte riesce ad andare.” Forse Alessandro voleva rivaleggiare con la collega Giada in quanto ad immagini esuberanti, certo è che oggi si stenta a credere che questo esangue commentatore sia stato un velocista quasi imbattibile e un abile cubista di rubik, e comunque è più portato all’autobiografismo che al commento delle cose presenti. Tornando alla crono, vince lo scalatore gemello e, anche se in RAI ricordano che già una volta vinse contro il tempo alla Parigi-Nizza, qualcuno si insospettisce e altrove commenta che dà da pensare il fatto che uno così leggero abbia battuto Dumoulone, ma il segreto di Simon Yates non è segreto perché l’ha detto lui stesso: con la Bike Exchange, che ha ottenuto pure il quarto posto con Matteo Sobrero, collabora l’Ingegner Marco Pinotti, ex ciclista diventato docente di cronometrologia.

Meno male che domani si va via

La terza tappa è lunga e noiosa, ma se vogliamo essere all’altezza del Tour bisogna fare così. In fuga gli stessi droni più il kometino Rivi, distratti o tenuti svegli dai tanti cicloamatori…, vabbe’, facciamo solo “ciclisti” ché vista l’attività principale del paese ospitante è meglio non parlare di “amatori”, dicevo i tanti ciclisti che sulle ciclabili parallele al percorso affiancano i girini e a volte scambiano anche qualche battuta. Troppe ciclabili lassù, non crederete mica di essere un paese civile? In Italia queste cose non succedono. Oltre al pubblico praticante c’è anche quello laico, davvero tanta gente che a volte improvvisa coreografie come quelle del Tour. Il gruppo va piano, non hanno fretta perché l’aereo per tornare in Italia c’è il giorno dopo, forse vogliono solo abbreviare lo spazio a disposizione del Processo. In compenso c’è spazio in abbondanza per lo scrittore parlante che almeno dà modo a Petacchi di riscattarsi alla grande. Infatti Genovesi racconta la storia macabra della Contessa Dracula, il cui cadavere non fu trovato nella tomba, e Petacchi lapidario (ops) commenta: “Meno male che domani si va via.” Alla fine si arriva allo sprint e vince Cavendish con una volata lunga davanti a Démare Spostatutti che fa a spallate con tutti gli avversari nei paraggi e forse, se non fosse stato impegnato, avrebbe spostato pure le transenne. Quest’anno l’UCI ha concesso l’ormai tradizionale deroga e tutti i lunedì saranno festivi, cioè è previsto il giorno di riposo. Si ripartirà dall’Etna dove in queste tre giornate ungheresi gli infreddoliti commentatori della RAI hanno celebrato per la prima volta il Processo alla tappa a distanza. A differenza di altre partenze dall’estero, quando si poteva tornare in Italia in bicicletta, cioè con tappe di avvicinamento, quest’anno il trasferimento avverrà con voli charter, e poi dicono la transizione ecologica.