La Zeriba Suonata – la variante amazzonica

L’Amazzonia non è solo foreste inospitali e navi che scavalcano le montagne e non è neanche solo Brasile ma pure Perù. E proprio nell’Amazzonia peruviana il boom del petrolio negli anni 60 portò a molti contatti con i gringos con conseguenze anche sulla musica. Ci furono vari gruppi che importarono l’uso di chitarre a pedali e organi e mischiarono surf psichedelia soul e funk alla cumbia peruana, creando un genere definito poi chicha dal nome di una bevanda alcolica locale. Ma questa musica era diffusa soprattutto tra le classi sociali più basse e nei sobborghi e non trovò sostegno tra critici e intellettuali, per cui anche se arrivò fino alla capitale Lima non fu conosciuta all’estero e fu dimenticata, e pensate se invece fossero arrivati in Europa questi suoni briosi anziché le lagne degli Inti Illimani: gli anni 70 sarebbero stati meno deprimenti. Negli anni zero il musicista e dj francese Olivier Conan la scoprì grazie a rari vinili originali e fondò l’etichetta Barbès Records per diffonderla sia fondando un suo gruppo chiamato Chicha Libre sia soprattutto con i due volumi di The Roots Of Chicha (2007 e 2010). Io vi linko un pezzo per ciascun volume, e immagino che la ragazzina dell’oriente di cui al primo brano sia semplicemente una amazzone, perché l’Amazzonia è nella parte orientale del Perù.

Los Mirlos – Muchachita del Oriente

Compay Quinto – El Diablo

Il revival della chicha ha risuscitato alcuni gruppi, ma oggi rispetto al resto della musica latina è difficile scoprire le differenze dato che di roba scoperta ce n’è molta.

Promozione turistica mirata

La principale attività produttiva in Italia è ormai evidente che è quella della ristorazione, al punto che quando in tivvù dicono che il Paese sta soffrendo mi viene da pensare che forse hanno mangiato troppo e avrebbero bisogno di un digestivo. Ma pure il turismo, che poi coinvolge anche la ristorazione, è nei pensieri degli italiani, e da almeno una trentina d’anni a ogni elezione, dalle nazionali alle rionali, non c’è partito che non dica che bisogna puntare sul turismo, senza specificare come perché poi diventerebbe troppo impegnativo, pure l’ex Capitano ha detto: “turismo”, quindi non è difficile, provate anche voi. E se esistesse un Partito Asocialista composto solo da aspiranti eremiti, anche quello se ne preoccuperebbe, e tra essi gli stiliti ci penserebbero bene prima di scegliere una colonna su cui mettersi. Però solo il turismo interno non è sufficiente, l’altoatesino che va in Sicilia, il pisano che va a Livorno, no, ci vogliono i turisti esteri che portano valuta pregiata e allora per questo ci vuole la promozione. Maximilian Schachmann è un tedesco che di mestiere fa il ciclista, a Ferragosto in una Como semideserta sta correndo il Giro di Lombardia e prima di terminarlo vorrebbe raggiungere e scavalcare il terzo, ma anche nel semideserto spunta da chissà dove un SUV che lo investe e si frattura la clavicola. Nei giorni scorsi la squadra di Schachmann svolge un ritiro sul Lago di Garda, ma giusto perché non si può andare né in Australia né in Sud America, e una squadra ciclistica sono una trentina di atleti più tutto lo staff ed è un buon guadagno per l’albergo che li ospita. L’ultimo giorno prima di partire per la Spagna sette ciclisti allungano per fare qualche altra decina di km e un SUV che non avrebbe rispettato uno stop li prende in pieno tutti e sette, ci vuole una buona mira, ha la peggio Wilco Kelderman, un altro cui l’Italia porta bene, che si frattura una vertebra ma tra quelli che se la cavano con poco c’è ancora Maximilian Schachmann, e ora possiamo immaginare i suoi parenti e i suoi amici quanto fremano dalla voglia di venire a visitare l’Italia, avendo l’accortezza di viaggiare su di un tank. La squadra invece immaginiamo che l’anno prossimo, se sarà finita questa storia del covid, andrà in ritiro da qualche altra parte, pure il Rwanda è preferibile tanto più che, come dice Beppe Conti, l’Africa è il paese emergente.  

Racconti occulti – L’uomo che sognava i palazzi

Alvaro sognava di fare l’architetto e perciò dopo il diploma si iscrisse ad architettura, ma per lui esisteva solo la progettazione di edifici e non sopportava quelli che volevano fare gli arredatori di interni, e per questo arrivò a litigare col collega Thullio che era già stato suo compagno di scuola. Ma dopo un paio di anni i genitori morirono in un incidente e Alvaro fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare per vivere. Da allora fu preso dal lavoro, poi dal matrimonio con una collega d’ufficio e ogni tanto gli veniva l’idea di riprendere gli studi ma subito l’abbandonava perché non aveva tempo e anche pagarsi gli studi sarebbe stato un problema. Però la passione gli rimase, comprò in edicola tutti i fascicoli settimanali sui grandi dell’architettura, ma non trovò mai il tempo per leggerli, e poi cominciò la faccenda dei suoi strani sogni. Alvaro non sognava di volare o di fare sesso con qualcuna o di trovarsi all’improvviso in strada in mutande, almeno non ricordava di aver fatto sogni del genere, ma sognava solo palazzi e strade, sognava di imboccare tranquillamente una strada che non conosceva o che se la conosceva però era diversa, oppure sognava di voler andare in una strada che nel sogno aveva ben presente per entrare in un negozio di cancelleria in cui non andava da tempo, poi si svegliava e si accorgeva che quella strada e quel negozio non esistevano, ma poi in un sogno successivo ritornava la stessa strada solo che il negozio non era più di cancelleria ma di alimentari. E i palazzi nei suoi sogni erano sempre vecchi, barocchi, fatiscenti, forse perché lui era contrario ai restauri, infatti finché un palazzo non veniva toccato conservava comunque un suo fascino e inoltre poteva sempre pensare a come sarebbe stato una volta restaurato, ma invece quando il restauro veniva fatto davvero lui restava sempre deluso dal risultato. Un giorno, avendo finito un lavoro prima del previsto, volle fare una gitarella nella città pericolosa che gli avevano sempre sconsigliato ma dove di palazzi patrizi decaduti ne poteva vedere quanti ne voleva per il lunghissimo lentissimo declino di quella città, e successe che seguendo solo il filo degli edifici si ritrovò in una piazza con un mercatino perenne, dove pure gli avevano stra-sconsigliato di fermarsi, e si perse a vedere le bancarelle, poi nella vetrina di un piccolo negozietto vide un tablet e pensò di comprarlo, e il negoziante andò nel retrobottega e tornò con una scatola già chiusa. Solo quando si sedette in treno per il ritorno Alvaro aprì la scatola per vedere il tablet e dentro ci trovò un mattone, ma non volle mai ammettere la fregatura, non ne parlò neanche con la moglie. Però quel mattone lo mise nel suo studio e diceva che l’aveva trovato a terra e appena qualche ospite accennava a quello strano soprammobile lui iniziava a raccontare il suo sogno di fare l’architetto sottinteso di edifici, e a volte qualcuno replicava che solo pochissimi fortunati riescono a realizzare i propri sogni e quindi è meglio lasciarli perdere. Ma quando un ospite disse che valeva la pena di studiare architettura solo se si voleva fare l’interior designer Alvaro afferrò il mattone e cercò di colpirlo e lo fermarono appena in tempo. Allora la moglie di Alvaro buttò via quel mattone e così in quella casa finirono i discorsi sull’architettura e sui sogni e dopo un finirono anche quegli stessi sogni con dentro i palazzi.

Ultimi racconti del 2020

Per me il 2020 è stato anche l’anno della scoperta di Shaun Tan, animatore illustratore e narratore australiano di origine malese. Dopo la lettura di Piccole storie di periferia, la visione del corto animato The Lost Thing, il recupero di L’approdo, ecco che a fine 2020 è stato pubblicata, sempre per Tunué, la raccolta Piccole storie dal centro, storie fantasiose e a loro modo surreali con immagini meravigliose sul rapporto dell’uomo con gli animali di città: cani, gatti, farfalle, ippopotami, rinoceronti, squali, coccodrilli, e se vi sembra strana la presenza di alcuni di questi animali nel profondo delle città potrete soddisfare la vostra perplessa curiosità addentrandovi nel libro, così potrete leggere anche una suggestiva ipotesi sui gatti che scompaiono.

La Zeriba Suonata – Geografia e canzoni del 2020

Per scrivere dei miei ascolti preferiti del 2020 almeno stavolta ho preferito riferirmi a singole canzoni e non a interi album, un po’ perché ci sono stati continui rinvii delle pubblicazioni, un po’ per inserire anche qualche musicista che non ha pubblicato altro ma anche una cantante che in album sonnacchiosi riesce sempre a infilare un pezzo che spicca. E in questo anno che speriamo resti particolare e non diventi il primo della futura normalità, alla persistenza di movimenti sovranisti e xenofobi si sono aggiunte tutte le regole anticovid a cercare di chiudere in loro stessi gli stati, le regioni, le città, finanche i quartieri. Ma il mondo se ne frega e va avanti, e non so se è un caso o forse solo inevitabile che buona parte delle cose che vi presento sono opera di musicisti nati in un paese e che per vari motivi si sono spostati altrove o per risparmiarsi il viaggio sono figli di emigrati da paesi che semmai non hanno neanche mai visto. Qualcuno poi ritorna a casa, come la mia scoperta dell’anno, la ghanese Amaarae, con la mia canzone dell’anno: Fancy. Amaarae si definisce sessualmente fluida e in questo inventario non è l’unica e pensavo che le variazioni sessuali una volta, non saprei se si usa ancora, venivano descritte con una espressione spaziale, geografica: passare all’altra sponda. E’ il caso di Arca, nonbinary che è tornato con la sua musica mutante, tanti pezzi interessanti però so di non riuscire a essere obiettivo quando si aggiunge la voce di Bjork: Afterwards. Arca viene dal Venezuela mentre Ela Minus viene dalla Colombia e suona macchinette che costruisce lei stessa, e dato che con queste macchinette realizza pezzi come El cielo no es de nadie è due volte brava. Sevdaliza quando lasciò l’Iran pensò di essere arrivata in Olanda ma all’inizio di quest’anno ha scoperto di essere invece nei Paesi Bassi, ma questo non c’entra con vicissitudini personali, in cui chissà come si inquadra il video di Oh My God con tanto di manipolazioni vocali. Altro giro, altra crisi: Thao And Get Down Stay Down hanno inciso Temple, album che contiene Pure Cinema, un’altra delle mie canzoni preferitissime, e poi hanno realizzato un video emblematico del lockdown, Phenom, anche loro arrivando da un periodo di ripensamenti della cantante virginiana Thao Nguyen, che se ho capito bene si è anche riavvicinata alla comunità vietnamita, ma chissà se in Vietnam c’è mai stata. E chissà se sono mai stati in Thailanda, dalla cui lingua hanno tratto il loro curioso nome, i texani Khruangbin, ma intanto in Giappone è ambientato il video di So We Won’t Forget. Il caso più clamoroso di dischi fantasma è quello dell’esordio di Celeste, britannica di mezze origini giamaicane che per andare alle radici della sua musica va in Louisiana tra vecchi pianisti e bande di strada, bande musicali of course: Stop This Flame. E chissà se quel vecchio pianista del video ha mai sentito parlare di un misterioso bluesman detto Dyin’ Dog che in realtà è esistito solo nella mente dei Residents in uno scherzo risaputo cui ormai non abbocca più nessuno, ma la musica del “tributo” Metal, Meat & Bone è buona lo stesso specie se featura Black Francis: Die! Die! Die!. Ma se gradite la musica tradizionale chi più di Norah Jones che realizza un album jazz, e allora tra uno sbadiglio e l’altro possiamo augurare lunga vita a Norah Jones che concorda cantando I’m Alive. Troppo tradizionale? Allora ascoltate la danese Agnes Obel che incide contemporaneamente per Blue Note e Deutsche Grammophon e che con la sua strumentazione sia classica che synthetica può piacere sia ai vecchi che preferiscono la musica di una volta sia ai vecchi brontoloni come me che la musica di una volta va bene se è di quella volta lì ma se invece è di questa volta qui questa è un’altra volta, non so se mi sono spiegato: Broken Sleep. Obel sembra un’erede di John Cale, di cui in passato ha riproposto Close Watch, ma c’è chi il vecchio gallese l’ha ospitato nel suo album del 2020, la sua conterranea Kelly Lee Owens, che prosegue, anche lei con qualche crisetta, con la sua elettronica danzereccia senza però muoversi dal suo Galles e appunto per avere qualche ospite ci ha pensato un po’ su e poi si è ricordata che il più grande musicista vivente è proprio delle sue parti, ma gli ha lasciato solo un brano spoken world, e allora alla voce antica di John Cale preferisco i suoni moderni e birichini di Jeanette. Già che siamo nel Regno (dis)Unito mettiamoci pure un po’ di brit pop, quello brillante e psicoelettronico dei Django Django che quest’anno hanno realizzato un concerto a debita distanza e poi il singolo Spirals, e se queste sono le premesse speriamo che al più presto attorno a queste spirali ruoti un album intero. Dopo Galles e Inghilterra non potevo ignorare la Scozia, con un ritorno che a pensarci non è tanto sorprendente, perché in un periodo in cui tutti scendono in piazza a piangere miseria non potevano mancare i piagnoni per eccellenza, gli Arab Strap, che 15 anni dopo l’ultimo disco ufficiale e 14 anni dopo l’antologia intitolata tanto per capirsi 15 Years Of Tears incidono il brano The Turning Of Our Bones e il bello è che sembrano uguali a come ci avevano lasciati, l’unico cambiamento è di essere passati dalla Chemikal Underground all’etichetta degli ex compagni di scuderia Mogwai, ma non suonano vecchio, forse perché sono inimitati più che inimitabili. Uno dei dischi più osannati dalla critica è stato quello di Fiona Apple, un album che richiede molti ascolti, e proprio per questo sarebbe meglio se vi decideste a iniziare, semmai proprio dalla title-track Fetch The Bolt Cutters in cui cantano anche i cani quelli veri, non quelli dei talent. E poi in chiusura di 2020 ho rivalutato il disco del canadese Dan Snaith alias Caribou che quando era uscito mesi fa non mi aveva convinto forse perché la componente psichedelica dei dischi degli anni zero era in percentuale minore o meno sixties, vedi Sister, ma se c’è un musicista con cui non ci sono di questi problemi, non fosse altro perché la sua musica è sempre cangiante, quello è Sufjan Stevens che ci diverte anche con le sue Lamentations. E così il 2020 è alle spalle, per il 2021 già si annuncia il nuovo album di St. Vincent ma sicuramente non mancheranno buoni album del … 2020 che erano sfuggiti.

Quale sarà l’ombelico di questo mondo in movimento? Direi che quello di Kelly Lee Owens può andar bene.

La Zeriba Suonata – un fiume di musica

Il Mersey è un fiume musicale, bagna due dei principali centri della storia della musica, tocca la suburra di Manchester e sfocia nella Baia di Liverpool dove gli hanno intitolato un genere musicale che era il beat degli inizi: il merseybeat. In questo genere la band più famosa fu Gerry and the Pacemakers, il cui leader Gerry Marsden è morto in questi giorni. Il gruppo faceva canzoncine briose e belle nella loro semplicità, come ragazze acqua e sapone (per i millenials: le ragazze acqua e sapone sono creature fantastiche di cui non è mai stata provata l’esistenza), le più famose erano How Do You Do It e I Like It. In fondo erano brani semplici come i primi dei loro concittadini amici e rivali Beatles, e anche Gerry & Co. suonavano al Cavern. Ma quando in epoca pre-internet andavo a cercare qualche altra loro canzoncina, trovavo semmai un pezzo più serioso anch’esso con dentro il fiume: Ferry Cross The Mersey. Non era scanzonata come le precedenti ma era sempre meglio di un’altra loro hit un po’ troppo sentimentale, You’ll Never Walk Alone, che non era neanche opera loro ma la cover di un vecchio pezzo di Rodgers e Hammerstein. Poi, non so se era già successo o quando è avvenuto, proprio questa lagna è diventata un inno, ma non degli stalkers come farebbe pensare il titolo, bensì della famosa squadra di calcio cittadina, comunque preferibile a quella pacchianata di We Are The Champions. Resta comunque una scelta strana, una canzone che dice non camminerai mai sola, pure nella cattiva sorte nelle disgrazie nell’oscurità, mentre per una squadra di calcio ti aspetteresti cose tipo: siamo i più migliori e nessuno ci batterà mai mai mai. Però è anche vero che, volendo scegliere una canzone scritta da musicisti di Liverpool, non si poteva certo adottare With A Little Help From My Friends, perché quale squadra, quale tifoseria ammetterebbe di aver vinto una partita con un piccolo aiutino di amici, che semmai come hobby fanno gli arbitri?

Gerry Marsden: a long walk from Chuck Berry to Aurelio Fierro.

Una domenica al mare

La penultima tappa della Coppa del Mondo di ciclocross versione light si disputa a Hulst, vicino al mare e sotto il suo livello, quelle terre che gli ex olandesi hanno sottratto al mare, non proprio la stessa cosa che fanno gli italiani quando sottraggono sabbia alle spiagge per farne calcestruzzo per ponti che cadono e palazzi che crollano. In questa settimana i protagonisti hanno parlato più o meno a vanvera, ad esempio lo smargiasso Tom Pidcock ha detto che non vuole correre sempre per arrivare secondo ed è stato di parola, oggi è arrivato terzo, ma rischia di essere superato pure nella graduatoria delle smargiassate da Mathieu Van Der Poel. Domenica scorsa MVDP definì il percorso un circuito di merda, ieri dopo aver corso l’ennesima gara ha detto di sentirsi stanco e forse per questo oggi è andato a tutta, avrà pensato che prima finiva e prima si riposava, e all’arrivo ha mostrato i muscoli, anzi uno solo. E’ ancora il figlio di Adrie e il nipote di Raymond ma sembra lontano parente di quello che fino a un paio di anni fa si divertiva a fare acrobazie in gara. Il suo rivale Wout Van Aert è arrivato secondo ma è primo in Coppa, il suo problema è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, come per l’incantesimo di una maga, la sua bici si è trasformata in un’altra, cioè la sua squadra ha cambiato la ditta fornitrice però la nuova non aveva ancora pronto un modello adatto alla bisogna e allora il ragazzo che ha già dimostrato una certa allergia ai contratti ha utilizzato la vecchia però camuffata, e l’ha fatto talmente bene che al box al momento di cambiarla non l’ha riconosciuta. Pure la gara femminile è stata uccisa dalla vincitrice, che però stavolta è stata Denise Betsema, che tra dighe e vento ha detto di sentirsi a casa, e non Lucinda Brand che però col secondo posto ha matematicamente e finalmente vinto la Coppa, la prima vittoria importantissima. La mancanza del pubblico, e quindi delle grida e del rumore dei campanacci, consentiva di sentire le grida degli accompagnatori, in particolare quelli della Signora Alvarado, personaggio ormai riconoscibile quanto Adrie Van Der Poel e Sven Nys, madre di Ceylin e madrelingua spagnola, che però non gridava “Andale, Andale! Arriba, Arriba! Yepa, Yepa!”, ma molto più addentro alle cose ciclistiche incitava la figlia a mettere pressione alla connazionale Brand, sono entrambe ex olandesi ma la famiglia Alvarado è originaria della Repubblica Dominicana contro il parere di Andrea De Luca che insiste a dire che sono di Cuba. Ma allora il cantante col nome scemo non gli ha insegnato niente? Se erano cubani perché mai dovevano andarsene dal loro paese, dove la gente vive democratica e felice e indossa le magliette con l’icona di Che Guevara?

La meglio gioventù del 2020

Quelli che hanno la memoria corta hanno detto che questo è stato l’anno del ricambio generazionale nel ciclismo e quelli che ne capiscono hanno detto che sì vabbe’ però i vecchi in quest’anno compresso hanno impiegato più tempo a trovare la forma. Ai primi la Zeriba Illustrata potrebbe ricordare le tante promesse che anziché campioni sono state meteore, e pure il caso fresco fresco di un Bernal, che scopriamo avere problemi fisici auguriamogli risolvibili, dovrebbe invitare i commentatori ad andare con i piedi di piombo, e ai secondi si potrebbe ricordare l’ultratrentenne Roglic che è andato forte da subito e fino all’ultimo. E allora secondo la Zeriba chi potrebbe essere nominato miglior ciclista illustrato del 2020, mica Roglic? No, lui fa quello che può e lo fa bene, non è uno che può staccare i meglio scalatori in salita e deve accontentarsi di fare le volatone lunghe per pigliare gli abbuoni e poi sperare di non essere staccato lui o battuto a cronometro. E ritornando sulla faccenda del mondiale e dell’aiuto che non ha dato a Van Aert che invece è stato suo supergregario al Tour, nessuno pensa che per la  causa della Slovenia aveva lavorato Pogacar in persona e per far vincere Roglic non certo il fiammingo. Ecco, Pogacar, neanche lui lo direi ciclistissimo del 2020, ha corso poco dopo il Tour, bravo ragazzo dicono, ha commosso il vecchio Colnago, ma è così giovane e già così focalizzato su pochissimi obiettivi annuali. Neanche ci possono entusiasmare Hart e Hindley che si sono contesi il Giro più scarso dai tempi di Hesjedal e Rodriguez. Filippone Ganna è stato certamente il migliore degli italiani, ma nonostante un presente pesante con i 5 mondiali vinti finora e le 4 vittorie di tappa in un solo Giro se ne parla sempre come di un ragazzino promettente. Alla fine per qualità delle vittorie e quantità pure, nel senso che non si sono risparmiati tra strada e cross, i  migliori sono stati Wout Van Aert e Mathieu Van Der Poel, una classica monumento cadauno, e finalmente protagonisti dello scontro tanto atteso nell’occasione ideale, il Giro delle Fiandre, che, grazie anche all’ennesima distrazione di Alaphilippe che ha pur vinto il mondiale ma è andato la metà dell’anno scorso, si sono contesi fino al fotofinish, e una storia così in genere si definisce da copione hollywoodiano, per cui direi che il ciclista dell’anno è stato Van Der Poel, o forse no, a pensarci bene Van Aert, no, Van Der Poel, no, forse Van Aert, quanto tempo ho per rispondere?

La ciclista dell’anno viene troppo facile dire Anna Van Der Breggen che ha vinto tutto o quasi, e infatti io lo dico facilmente, a dimostrare che in campo femminile le trentenni tengono bene, anzi addirittura quest’anno la più forte sembrava ancora una volta la quasi quarantenne Van Vleuten, ma poi si è infortunata. In più c’è stato il ritorno ai livelli del passato della Signora Deignan, e forse neanche lei ci sperava, a volte ha vinto facendo gioco di squadra con la migliore italiana, Longo Borghini, come alla Course dove erano tutte contro Marianne Vos che però con un po’ di accortezza in più poteva farcela. In questi giorni sono andato a rivedere i mondiali su strada e prima ancora nel cross che la volpina vinse a 19 anni, correndo con forza astuzia e già come se fosse il faro del movimento, e non c’è paragone con le attuali giovani emergenti, tra le quali spiccano la Wiebes che vince già da tre anni ma solo volate preferibilmente lanciate dalle compagne, la Paternoster che quest’anno si è vista solo su pista e si spera che non si distragga molto con i suoi video, e la Balsamo che delle tre è la più versatile e affidabile. Ma una citazione, che se questa fosse una premiazione sarebbe un premio speciale, va fatta per la belga Lotte Kopecky: nel 2017 ha vinto il primo mondiale dell’americana in coppia con la rivale D’Hoore con cui sembra non parli molto e la pista è il suo obiettivo olimpico, è migliorata molto su strada vincendo la tappa del Giro in provincia di Caserta, quella in cui cadde Van Vleuten, e poi invece di riposarsi ha voluto provare il ciclocross e ci ha preso gusto a inzaccherarsi di fango andando forte anche in Coppa del Mondo, e un ipotetico premio alla multidisciplinarietà sarebbe senz’altro suo. Anche Fabio Aru è tornato a divertirsi nel ciclocross, e chissà che, covid o non covid, non sia finita la triste stagione dei lunghi ritiri in altura.

Anna Van der Breggen si prepara per Tokyo 2021 ex 2020.