L’etica protestante e lo spirito del ciclismo

A volte mi chiedo come si sarebbero evolute le teorie di certi pensatori se fossero vissuti di più, se fossero arrivati ai nostri giorni. Per esempio Darwin, oggi come potrebbe ancora sostenere l’evoluzione della specie, perlomeno del genere umano? Più probabilmente brucerebbe tutte le sue carte e si guadagnerebbe da vivere vendendo zucchero filato. E Max Weber, quello che i calvinisti vedono la grazia di Dio nella ricchezza e reinvestono i guadagni nell’attività economica, forse sarebbe d’accordo con me che aiuti e benefici economici dovrebbero essere concessi solo a persone di provata fede calvinista, e a quelli che invece i guadagni li spendono negli status symbols niente. Ma soprattutto si interesserebbe a Marianne Vos, questa ragazza che dice che ha avuto questo dono da Dio e cerca di fare del suo meglio. A volte Marianna sembra voler giustificare quello che altri chiamano cannibalismo, anche se, per dire, la vittoria che Roglic non lasciò a Mader sembrò ingordigia mentre la rimonta straordinaria della Vos su Lucy Kennedy al Giro del 2019 fu un gesto atletico da antologia, pure scolastica, va’! Ieri si è corsa l’Amstel Gold Race, una di quelle corse maschili dalla cui costola nacque la prova femminile che per la proprietà transitiva diventò subito importante a prescindere dal numero di edizioni disputate, e questo accadde soprattutto nel periodo dei problemi fisici dell’ipercampionessa che, al rientro, trovò una concorrenza più agguerrita, soprattutto le sue ex gregarie Van e Van, e inoltre non poteva più permettersi lo stakanovismo del passato. Proprio poco tempo fa le avevano chieste delle classiche che le mancavano e lei aveva messo le mani avanti rispondendo che non deve avere una cartella del bingo completa. Ma poi davanti ha messo la sua ruota e in tre settimane al suo già variegato palmarès ha aggiunto la Gent-Wevelgem e l’Amstel Gold Race. E poi avrà pure avuto un dono, la grazia, boh, ma quello che ottiene se lo suda. Ad esempio quest’anno corre nella neonata Jumbo Visma femminile, ma i soldi li hanno spesi tutti per la squadra maschile e lei spesso nei finali di gara si trova da sola contro tutte le altre che la guardano e aspettano di vedere cosa fa. Ieri però ha trovato una gregaria involontaria in Elisa Longo Borghini. E’ successo che Annemiek Van Vleuten con la sua voglia di strafare ha sbagliato il Cauberg, che va affrontato dosando gli sforzi, e la Vos le è andata dietro, chissà se per invitarla alla prudenza o perché l’ha sbagliato pure lei, fatto sta che si sono quasi piantate e sono state superate dalla Niewadoma che l’ha affrontato meglio, ma ancora meglio della polacca ha fatto Elisa che sembrava potesse fare il vuoto e invece quando Kasia si è riportata su di lei all’ultimo km le è venuta di nuovo la psicosi di sentirsi battuta in volata e prima ha rallentato, come se potesse avere una seconda occasione, e poi ha lanciato la volata lunga e a quel punto, mentre le SD Worx che erano in maggioranza lanciavano la volata per Demi Vollering, è partita la Vos e nonostante abbia alzato le braccia troppo presto ha vinto proprio davanti a chi mercoledì aveva commesso lo stesso sbaglio alla Freccia del Brabante ma in entrambi i casi è arrivata seconda. All’arrivo gli organizzatori avevano sobriamente predisposto un trono per i vincitori, e con le donne andavano sul sicuro vincesse la Vos la Van Vleuten o la Van Der Breggen. E come alla Gent-Wevelgem c’è stata anche qui l’accoppiata Vos-Van Aert per la Jumbo Visma, che a questa corsa tiene molto perché è la più importante nel loro paese basso, ma Van Aert non ha imparato la lezione di mercoledì scorso e trovatosi di nuovo a disputare la volata con Tommasino Pidcock ha voluto di nuovo partire lungo e in testa e per poco l’inglesino non lo rimontava di nuovo, anzi l’ha rimontato perché l’ha superato, ma solo dopo la linea, quindi c’è stato tutto un consulto di filmati e foto, e la tivvù inquadrava la foto sul telefonino di un giudice UCI che la mostrava a tutti e l’avrà inviata anche agli amici su whatsapp. Alla fine hanno assegnato la vittoria a Van Aert che l’ha dedicata al suo direttore sportivo Frans Maassen che qui vinse giusto 30 anni fa. Ecco, allora dopo aver visto e rivisto il suo arrivo Van Aert potrebbe vedere pure quello di Maassen che batté Fondriest con una volata scorrettissima, ma erano tempi in cui si favorivano gli atleti di casa in una corsa che col tempo si è evoluta, che se fossero rimasti a quel modo di fare il fotofinish se c’era bisogno l’avrebbero photoshoppato.

Praticamente la Regina dell’Ex Olanda.

La faccenda del pubblico

Questo calcio sta dappertutto: che ci fa nella pagina del ciclismo di Het Nieuwsblad? E’ che pure lì ha fatto notizia l’apertura degli stadi italiani al pubblico. In Belgio niente, due Fiandre senza pubblico che già uno sembrava strano, al secondo per strada c’era solo un ragazzino, lo svizzero Schar per ringraziarlo gli ha donato una borraccia ed è stato squalificato in flagranza di reato secondo l’Editto Lappartient, ma tutti gli altri ciclisti avevano invitato il pubblico a stare a casa perché così potevano salire sui marciapiedi senza il rischio di abbattere qualcuno. Pure la stagione del ciclocross è stata senza pubblico, tutti davanti al televisore, se passavi per le strade deserte del Belgio all’ora italiana di pranzo sentivi il rumore dei campanacci provenire dalle case. Però i fotografi hanno detto che le foto così venivano meglio. In Italia invece la decisione a gamba tesa del Banchiere di aprire gli stadi al 25% del pubblico ha scatenato un effetto domino e dal Ministero di Cultura Spettacolo e Fuochi d’Artificio hanno detto che allora bisogna aprire pure teatri e cinema. E il Banchiere, che è uomo di poche parole perché tiene da fare, ha detto: E sia. E ieri il TG diceva che dal 26 aprile andremo a cinema e a teatro, un messaggio volutamente ambiguo, perché detto così sembra che sia un obbligo, come vaccinarsi dato che non farlo è ritenuto un’attività sovversiva. Però posso tranquillizzarvi perché non sarete tenuti ad andare a vedere una simpatica commedia di quel simpaticone di Salemme o il remake del sequel de I Fantastici 4 contro King-Kong, per ora non c’è l’obbligo. Si sorvola invece sul pubblico del ciclismo, perché come fai a dire che sullo Zoncolan potrà andare solo il 25% degli indiani? E intanto oggi si corre l’Amstel Gold Race in un circuito chiuso e vedremo se esiste il Cauberg senza il pubblico, io credo di no, penso piuttosto che è una salita che il pubblico la porta da casa insieme alle birre.

Dagli archivi dell’Area 51 una foto che dimostrerebbe l’esistenza del Cauberg senza pubblico.

La Zeriba Suonata – aspettando l’Amstel

Ci sono state e ci sono anche adesso cantanti che si esibiscono scalze, da Sandie Shaw a Madame, e poi qualche settimana fa scrivevo che ormai chi non fa un concertino sui tetti non è nessuno. Per vie strette e contorte come ce ne sono nei Paesi Bassi (vedi Ronde Van Drenthe e soprattutto Amstel Gold Race), insomma per la parentela con un artista postale scomparso, ho scoperto una cantante e pianista ex olandese, Roos Blufpand, che fa l’uno e l’altro, si esibisce su un tetto con le antenne, che nei Paesi Bassi non stanno solo sull’Eyserbosweg (la Salita delle Antenne che quest’anno è stata tagliata perché causa covid il percorso dell’Amstel è stato ridotto a un circuito), e scalza esegue una tipica canzone boreale triste perché al nord si divertono così: Blijven, Komen & Gaan, il tutto documentato da un video il cui regista per un malinteso senso delle pari opportunità oltre ai tetti ci tiene a mostrare pure le tette. Ma all’occorrenza la ragazza si scatena col r’n’b che diventa prima glam e poi synth-pop, non male ma le ex olandesi riescono meglio nel ciclismo: Geweten.

Tutto a metà

“Demi” con l’accento sulla “i” in francese significa “metà” e come nome starebbe bene a una ciclista che ha ottenuto una mezza vittoria, però Demi Vollering non è francese ma un’ex olandese e quindi niente, si tiene il secondo posto alla Freccia del Brabante. Demi Vollering è ormai tra le cicliste più forti al mondo, ma per sua sfortuna la metà di esse sono sue compagne di squadra e spesso le tocca lavorare per loro. Due anni fa ha vinto il Giro dell’Emilia con arrivo in salita e quest’anno è andata bene anche sul pavé, per cui era la mia favorita per una Freccia brabantina che è l’anello di congiunzione tra il pavé fiammingo e i muri valloni, a metà strada come tipologia di percorso e anche come calendario, e in cui per giunta mancava qualche campionessa. Ma per sua sfortuna raramente azzecco un pronostico, non gioco perché non mi piace ma non vincerei niente. Ricordo solo un paio di pronostici centrati, quando nel 1992 pensai che Giorgio Furlan dopo una tappa al Criterium potesse vincere anche la Freccia Vallone e quando nel 2014 Giada Borgato annunciò il suo ritiro e per un piccolo dettaglio, la sua venustà, su questo blog predissi un suo futuro da commentatrice televisiva. Ma quando ieri sono andato sul sito di Het Nieuwsblad e ho trovato la notizia della vittoria di Demi Vollering alla Freccia brabanzona per me è stata una soddisfazione, durata però meno della sua di lei, perché sul traguardo in segno di vittoria ha alzato un solo braccio, la metà di quelli che vengono utilizzati per questa consuetudine, ma è stato sufficiente alla trekkina Ruth Winder per infilzarla sulla linea come fosse un’Oscarita. Quindi il tempo di esaminare il fotofinish e la vittoria è stata attribuita alla statunitense, e ora questa rischia di diventare una tradizione da quelle parti, perché già l’anno scorso Alaphilippe vi replicò il gesto sconsiderato che solo tre giorni prima gli aveva fatto perdere la Liegi ma riuscì comunque a vincere su Van der Poel. E dire che nel gruppetto di 6 che si è giocata la gara femminile la più veloce sulla carta era Elisa Balsamo, ma le avversarie hanno cercato di sfiancarla e ci sono riuscite, agevolate anche dal fatto che forse la ragazza sta correndo un po’ troppo e avrebbe bisogno di un mezzo riposo. Nella corsa maschile mancavano i primi due dell’anno scorso e il favorito era l’unico presente dei tre fenomeni, Wout Van Aert, che non ha fatto le cose a metà, non si è distratto, ha corso bene, ma nel finale si è ritrovato con Matteo Trentin e con il mezzo fenomeno inglese Tom Pidcock, anche lui ciclocrossista e pure biker, che va bene dappertutto e al momento è difficile prevedere che corridore potrà diventare, e questo ciclista piccolo, almeno relativamente a quel bestio di Van Aert, ha rimontato a metà rettilineo d’arrivo il belga che era partito in testa e ha ottenuto la sua prima vittoria da stradista professionista in questa semiclassica, e ciò a soli 21 anni quasi 22. Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, non so, sono d’accordo a metà.

Era un arrivo in salita, ma non esageriamo.

Il nuovo Roglic

Ai giornalisti il nuovo veramente nuovo non piace e allora cercano il nuovo vecchio, cioè cercano il nuovo Bob Dylan il nuovo Coppi il nuovo Merckx il nuovo Gimondi e mi fermo perché insomma avete capito. Però nessuno sente il bisogno del nuovo Roglic, cioè di un ciclista che fa sterilizzare la corsa e poi con una progressione nell’ultimo km vince guadagnando pochi secondi e agli altri non lascia neanche le cosiddette briciole se tante volte capita con un compagno di fughina o un Mader raccolto per strada e poi va a finire che se cade o fora nessuno lo aiuta. Ma in realtà ora il nuovo Roglic c’è ed è lui medesimo che ha capito le lezioni e l’ha dimostrato tutto in una volta all’ultima tappa del Giro dei Paesi Baschi in cui ha attaccato da lontano e ha lasciato la tappa a Gaudu, ri-ribaltando una disdicevole situazione di classifica in cui si trovava stretto nella morsa dell’UAE, che è una cosa che farebbe anche ridere se nella squadra emiratina non ci fosse Pogacar che ha vinto il Tour da solo non grazie alla squadra ma nonostante la squadra. Però il leader era l’americano McNulty che è naufragato sulle montagne come fosse l’Arca di Noè e Pogacar ci viene il dubbio che pagasse pure lui la Tirreno-Adriatico ultima scorsa. E già, perché se ne parla tanto della corsa dei due mari, nella quale dei grandi solo Alaphilippe si è trattenuto, gli altri pure con il tempo brutto hanno corso come se non ci fosse un domani ma il fatto è che poi c’era il dopodomani e lì si pensa che l’abbiano pagata, e in Belgio molti addetti ai lavori, insomma gli umarell del ciclismo, pensano che se Van Aert e Van Der Poel non hanno vinto il Fiandre è perché hanno corso a tutta la Tirreno-Adriatico ma il campione non è di ferro, se fosse di ferro alla Tirreno tra pioggia e salsedine dei due mari si sarebbe arrugginito, vabbe’ è un modo di dire, insomma non può correre sempre con quel wattaggio, che ormai si parla solo di watt e vorrà forse dire che si cercano sponsor tra le aziende dell’energia. In effetti una Tirreno-Adriatico di quel livello non si vedeva da tempo e almeno gli appassionati italiani sono stati ripagati di un Giro scarsino che se lo sono giocato Coso Hart e coso quell’altro. Però se i due fenomeni arriveranno pure loro alla conclusione che alla Tirreno hanno speso molto e un altr’anno punteranno solo a a qualche tappetta, vorrà dire che la classifica se la giocheranno il nuovo Colagé e il nuovo Petito.

Perline di sport – il resto è tipo mito

Da qualche decennio, soprattutto nei linguaggi giovanilistico e giornalistico, si parla a sproposito di miti e leggende, riferendosi anche a eventi e persone miserelli o che comunque si conoscono bene e non hanno un’aura di mistero. Poi ci sono manifestazioni che si auto-pompano dandosi nomi altisonanti, e questo purtroppo succede nella MTB, come nel caso della Capoliveri Legend Cup che si è svolta all’Isola d’Elba. Quest’anno la gara è stata inserita all’interno degli Internazionali d’Italia e forse anche per la situazione che si vive e la scarsità di gare c’è stato un campo di partenti di livello mondiale. E in questi giorni i siti specialistici hanno più volte ricordato quando nel 1994 all’Isola d’Elba si disputò una tappa della Coppa del Mondo, che allora aveva uno sponsor ingombrante, e ci fu uno degli ultimi duelli tra John Tomac e Ned Overend, due miti della disciplina anche perché tra i pionieri. Entrambi vinsero il campionato mondiale, anzi proprio le prime due edizioni, Tomac cominciò con la bmx, era fortissimo anche nel downhill e portò a termine un Fiandre e una Roubaix, Overend era più vecchio di 12 anni. Ma il modo migliore di portare i miti sulla terra e renderli umani è di andarli a vedere, e l’unico filmato soddisfacente che ho trovato di quella gara non è in italiano, perché è vero che la campionessa del mondo in carica era Paola Pezzo, ma aveva vinto il mondiale del 1993, battendo tra l’altro Jeannie Longo, senza l’ausilio della scollatura, e quindi questo era uno sport ancora di nicchia, una nicchia all’aria aperta. Nel video è interessante anche la fauna, sia il pubblico e gli addetti ai lavori a volte con abitini vistosi che sapevano ancora di anni 80, sia i concorrenti, tra in quali un altro pioniere come il riccioluto Tinker Juarez e lo svizzero Thomas Frischknecht appartenente a una dinastia di fuoristradisti, il ciclocrossista Fabrizio Margon e il futuro stradista Dario Cioni, l’eclettica Maria Paola Turcutto e l’onnipresente Jeannie Longo. Alla fine vinsero la canadese Alison Sydor e il 39enne Ned Overend, ma l’epica battaglia non fu a base di sportellate, ci fu una grande rimonta di Overend su Tomac, ma non vediamo il momento del sorpasso e possiamo giudicare solo in base a poche immagini, e vuol dire che almeno per stavolta qualcosa lo lasciamo al mito.

Elba, Coppa del Mondo MTB 1994

Paola Pezzo

La beffa del chilometro zero

Salite in cima al vostro palazzo, no, non fate un concerto inatteso, per carità, guardatevi intorno nel raggio di un km, lasciate stare per il momento quella donnina che prende il sole in topless e ditemi se vedete appezzamenti di terreno coltivati che possano soddisfare le vostre esigenze alimentari. No, eh? Soprattutto se abitate in città. Semmai potete sospettare che qualcuno sul balcone coltivi pianticelle di basilico o pomodori, e forse in qualche vecchio palazzo sopravvive un piccolo orticello sufficiente solo al proprietario, un orto che qualcuno potrebbe indicare come esempio di resilienza ma in tal caso spero che a quel qualcuno gli vada di traverso un pomodoro mentre pronuncia quella parola. E allora come la mettiamo con la faccenda degli alimenti a chilometro zero? Direte che esagero, che quello è un modo di dire. Vabbe’, ma dipende. Se quei pochi chilometri in più per l’alimentazione sono ininfluenti sul risultato finale nel ciclismo non è così, sono chilometri che si possono sentire nelle gambe soprattutto nelle corse già lunghe e dure. E le dirette integrali che la tivvù ci ha proposto sia per la Sanremo che per il Fiandre hanno mostrato la verità sul chilometro zero, che nelle corse in questione veniva una decina di chilometri dopo la partenza. E sarà così finché non ci sarà una pompa di benzina, un autogrill o un mobilificio su uno stradone nazionale disposto a spendere più di un’amministrazione comunale per avere la partenza davanti alla sua sede, insomma una cosa impensabile. Ma forse quei pochi km in più non bastano a spiegare la sorprendente sconfitta di Mathieu Van Der Poel, che già in passato ha dimostrato di non sapersi gestire e alimentare, e qualcuno dirà che non era al massimo della forma, però è arrivato in fondo a una corsa di 254 + 10 km con 19 muri e 7 tratti di pavé staccando tutti meno uno, e quell’uno è un bestio che quando vince urla e si batte i pugni sul petto, e tra tutti i danesi emergenti è ormai assodato che il più forte è lui, Kasper Asgreen. Poi questi due sono ancora giovani e in queste corse conta molto anche l’esperienza, e grazie a quella il vecchio Casco d’oro Greg Van Avermaet, il Caterino Caselli delle Fiandre, è riuscito a salire ancora sul podio. Così si conclude questa prima parte delle classiche di primavera, spezzata dal rinvio della Roubaix, con i tre fenomeni tornati umani, capaci di vincere e di fare i fenomeni in gare meno prestigiose ma non di vincere una classica cosiddetta monumento. Alaphilippe poi continua a cercare le canaline, le sottili strisce asfaltate o peggio con l’erba per evitare il pavé, insomma cerca rogne, se non c’è un motociclista nei paraggi cerca un modo alternativo di cadere, e forse queste corse non sono proprio adatte a lui, come non sono adatte alla marca di ruote di Trentin, perché fora sempre ed è difficile pensare che sia un caso. Il Fiandre è una corsa pazza e spettacolare, ma stranamente e contrariamente al solito, la corsa femminile è stata bloccata dal tatticismo degli squadroni che hanno corso male, così Annemiek Van Vleuten, che correva praticamente da sola, sul Paterberg se n’è andata perché s’era messa in testa di rivincere il Fiandre dieci anni dopo ma questa volta contando solo sulle sue forze e non anche su una compagnia eccezionale come era Marianne Vos ai tempi, e il bello del Paterberg è che se si prendono zero km di vantaggio, diciamo 5 secondi, quei secondi durano una vita, vabbe’ non esageriamo, durano almeno 13 km fino all’arrivo. E Annemiek oltre alla forza ha avuto il merito di persistere nell’azione nonostante non fosse quella dei giorni migliori e il gruppetto dietro rimanesse sempre a pochi secondi, ma in verità le inseguitrici non erano sempre convinte e in più, anzi in meno, c’era Longo Borghini che per una volta ha lasciato fare alle altre. Alla fine, sul palco delle premiazioni, invece del mazzo di fiori, forse ispirati dalle mortadelle a km zero ma a kg 10 o 20 di Adriano Amici, gli organizzatori hanno offerto prodotti ortofrutticoli locali, quindi a km più o meno zero.

Il Fiandre è stata l’ultima corsa della carriera di Maarten Wynants, nessuna vittoria in carriera, un premio alla combattività in una tappa del Tour, un decimo posto alla Roubaix 2012, ma una corsa femminile a lui dedicata che si disputa a 0 + 12 km da Hasselt, sua città natale.

Litania per Pasqua 2021

Lippenhovestraat

Paddestraat

Katteberg

Holleweg (2 volte)

Oude Kwaremont

Kortekeer

Eikenberg

Wolvenberg

Karel Martelstraat

Jagerij

Molenberg

Marlboroughstraat

Berendries

Valkenberg

Berg The Houte

Kanarieberg

Oude Kwaremont

Paterberg

Koppenberg

Mariaborrestraat

Steenbeekdries

Taaienberg

Kruisberg-Hotond

Oude Kwaremont

Paterberg

Racconti a colori – La luna giallo paglierino

Sulla Terra ormai chi guardava in su guardava Marte e non più la Luna. I poeti gli innamorati i pastori erranti i sognatori gli avventurieri si rivolgevano a Marte, miravano a Marte, e la Luna diventava sempre meno importante, e così successe che lei che già viveva di luce riflessa somatizzò questa perdita di attenzione perdendo anche luminosità, il suo colore non era più brillante ma diventò giallo paglierino. Solo gli animali continuavano a considerarla, anche se notavano il cambiamento, ad esempio i lupi quando si mettevano in posa per ululare si accorgevano che la scenografia non era più suggestiva come una volta. E accadde che un uccello notturno del colore del cielo scuro, di cui in genere a stento si vedeva solo il becco, notò che qualcosa era cambiato e voleva capire cosa era successo, e pensava di poter volare fino alla luna, e ormai aveva un unico pensiero e non si accorgeva che per quanto  volasse la luna era sempre lontana e non poteva  raggiungerla e non si accorgeva neanche di essere allo stremo, finché sfiancato cadde a terra morto. La mattina dopo, con la luce del sole sul marciapiede chiaro, quell’uccello nero ebbe il suo unico momento di visibilità, ma quel momento fu breve perché fu raccolto pietosamente dallo spazzino che con la paletta lo buttò nel bidone del suo carrettino, e a una signora che passava disse: “Ormai si trova di tutto per terra. Non mi meraviglierei una di queste mattine di trovare per terra pure la Luna che ormai non serve più a nessuno e mi toccherà pure di raccoglierla.” La morale di questa storia è che la gente parla a vanvera.