La Zeriba 10 – e lode

Da quando negli anni 90 è stato inventato il termine brit-pop per definire un genere musicale che in realtà si può dire nato agli inizi dei 60 col merseybeat i musicisti britannici hanno creato più gossip che pop brillante e se si escludessero scozzesi e gallesi che hanno la musica nel sangue e ci si limitasse agli inglesi il quadro sarebbe ancora più sconfortante dominato da gruppi inutili e presuntuosi. Una delle più grandi eccezioni è tutta degli anni 10 con i londinesi Django Django che compongono canzoni tra XTC e Canterbury con più strumentazione anche elettronica e nel 2015 hanno inciso Born Under Saturn che io consiglierei a tutto lo zodiaco.

Break The Glass

Quindi più synth e più ritmo rispetto al britpop standard, a volte come fossero un mix di XTC Depeche Mode e Chemical Brothers quelli più psichedelici.

Shot Down

Statistiche illustrate – Covid e più covid

Il 1° agosto si è riaperto il calendario World Tour con le Strade Bianche maschili e femminili. Il 18 agosto si corre il Giro dell’Emilia che per quest’anno tribolato dovrebbe essere l’unica altra occasione in cui in Italia correranno sia gli uomini che le donne. In questo arco di tempo nel mondo ci saranno state in campo maschile 11 corse a tappe e 9 in linea e in campo femminile 3 corse in linea e basta. Il problema non riguarda solo l’Italia, però qui alla cancellazione delle corse per dilettanti si è ovviato con la creazione di nuove gare semmai una tantum mentre per le donne nessuno ha pensato a fare altrettanto, neanche i supercittì, né Cassani che non sembra molto interessato alle donne in bicicletta al di là delle chiacchiere, né Salvoldi che sembra molto più interessato alla pista. Speriamo almeno che da questi dati nessuno voglia dedurre che nelle corse femminili c’è più rischio di contagi.

La Zeriba Suonata – San Lorenzo da Cani

I Cani sono un gruppo che divide: c’è chi non li ama e chi li odia, e c’è chi si chiede che c@##o vogliono, c’è chi dice che ricordano troppo questo e quello, e c’è chi non sopporta tutta quell’elettronica. Loro scrivono testi polemici e provocatori, chi dice moralisti e chi finto-moralisti, e il loro primo album Glamour, dopo una serie di canzoni sdegnose, si conclude con la ghost-track 2033, una canzonaccia romanesca scorrettissima che è opera loro mentre io mi chiedevo se non fosse di Stefano Rosso. Questa è la loro San Lorenzo sempre dal primo disco e a sentire il testo direi che non hanno tutti i torti, sempre se dicono sul serio, ‘tacci loro.

San Lorenzo

La Zeriba Suonata – 1900 lire

Dagli anni 80 agli anni zero anch’io a volte ho comprato dischi per corrispondenza, c’erano negozi che penso esistano ancora che avevano una pagina di pubblicità sui mensili musicali e inviavano per posta i loro cataloghi fitti di titoli, si passava molto tempo a leggerli tutti, a sottolineare o evidenziare, e anche poi inevitabilmente ad assottigliare, e le liste iniziavano sempre dalle offerte in ordine crescente di prezzo. I primi titoli costavano 1900/2900 lire ed erano rassicuranti perché sono stati lì per anni, e uno pensava che dovevano essere davvero brutti se nessuno li prendeva neanche se glieli tiravano dietro. E invece no, c’erano nomi validi, chissà perché non avevano il cosiddetto favore del pubblico, motivi misteriosi, non li avete presi allora e oggi dovreste sborsare ben più di quell’euro che costavano perché ora sono oggetto di culto. Due gruppi li presi all’epoca e un terzo l’ho recuperato in altro formato ma glissiamo.

C’erano ad esempio i dB’s che, guidati da Peter HolsappleChris Stamey, facevano un power pop davvero brillante,  l’anello di congiunzione tra XTC e REM (tutti nomi di tre lettere), una versione leggermente new wave di Alex Chilton e Flamin’ Groovies. 

Neverland

Gli Alley Cats suonavano un rockabilly influenzato dal (post)punk, ma erano superati a destra dai revivalisti Stray Cats e a sinistra da selvaggi fuoriclasse come Cramps e Gun Club. Però anche la loro musica si ascoltava con piacere.

Escape From The Planet Heart

Infine abbiamo i fratelli Nikki Sudden e Epic Soundtracks, che non erano fratellastri, avevano scelto quei curiosi nomi d’arte perché non gli piaceva il loro cognome Godfrey, gli piaceva invece la fantascienza di Gerry Anderson da cui presero il titolo per il primo album A Trip To Marineville. La loro musica era più che altro psichedelia e rumorismi vari con qualche scheggia di punk mancuniano, ma si può dire che erano un autentico gruppo punk: più voglia che capacità di suonare e dischi autoprodotti, anche se poi la Rough Trade li comprò tutti. Il loro gruppo si chiamava Swell Maps, ma poi i due hanno continuato con altri vari progetti tra cui il più famoso è stato The Jacobites. Da quel primo album vi propongo Blam!! con due punti esclamativi, uno per fratello.

Blam!!

E dal secondo album eccovi Border Country con strumentazione non proprio ortodossa.

Border Country

E ora in chiusura vorrei chiedervi solo una cosa: se non li avete comprati a suo tempo questi dischi, cosa ne avete fatto allora di quelle 2/3 mila lire, cosa ci avete comprato?

La Zeriba Suonata – una canzone per il 2020

Tra Rockerilla cui è rimasto solo il nome e Rumore spappolato preferisco un altro mensile che ha il coraggio di scrivere cose controcorrente, intendendo per corrente quella del rock giovane e alternativo, e di interessarsi anche a musicisti e generi almeno apparentemente estranei a un certo immaginario, e ciò nonostante i residui ideologici di alcuni collaboratori forse tra più vecchi a volte suonino un po’ assemblea studentesca anni 70. Però è anche il giornale su cui scrivono uno storico come Riccardo Bertoncelli e un eterno curioso come Vittore Baroni, e trovare su quel giornale che come disco del mese, anzi dei due mesi luglio e agosto, abbiano scelto Mordechai dei texani Khruangbin, già ospiti di questo blog, è una sorpresa, un po’ come quando una classica importante viene vinta da un ciclista con poche vittorie ma che sta simpatico e sei convinto che i numeri ce li abbia, facciamo Vansummeren alla Roubaix. Finora i Khruangbin, comunque difficili da etichettare, sembravano un gruppo quasi lounge e non è che col nuovo disco la musica sia cambiata di molto, però un po’ sì, c’è più funk, anche un accenno di dub e c’è più spazio per le voci. Dal vivo direi che sono uno degli spettacoli più gradevoli e senza scenografie né effetti speciali, ma per quella sensazione di flusso continuo non solo musicale che forniscono. Lui, il chitarrista Mark Speer, con la sua chitarra che a volte ricorda il Santana più lounge (e dire che il messicano non è mai stato uno dei  miei preferiti) e lei, Laura Lee e da poco anche Ochoa cognome del nonno, con il basso e con quel sovrappiù estetico che nonostante non sia giovanissima stimola sinesteticamente i sensi del pubblico maschile, si muovono lenti e sinuosi per il palco, si inchinano al pubblico facendoti sospettare che lo stiano prendendo per il culo, a volte eseguono danze di corteggiamento, e poi sullo sfondo c’è il batterista Donald Johnson che sembra quasi estraneo al gruppo, non indossa la divisa sociale consistente in una lunga parrucca bruna e sembra che stia lì per fare i mestieri, il mestiere del batterista, e invece è nel gruppo dagli inizi avendo conosciuto Speer quando entrambi cantavano in un coro gospel, mentre solo dopo è arrivata Laura. I Khruangbin dicono di essere influenzati dalle musiche di vari paesi, esotici sia per noi che per i texani, ma la loro musica, come dicevo, finisce per suonare come un unico flusso organico (anche se questa espressione potrebbe far pensare a sostanza secrete dall’organismo ma non intendevo quello). E per me in Mordecai c’è anche una delle canzoni e dell’anno, e anche il video è uno dei più belli dell’anno, un brano ballabile e malinconico allo stesso tempo, quindi adatto per questo 2020 che è venuto difettoso.

So We Won’t Forget

E poi all’interno del disco ci sono i disegni.

La Zeriba 10 – Suonate, suonate, le streghe son tornate!

Questo è un post ignorante, di fantasia, su una scena, una tendenza che non esiste ma vedo solo io, ed è basato non sulla conoscenza dei testi ma sulla suggestione dei titoli e delle immagini.

Alcune sono in giro dagli anni zero ma hanno continuato e si sono evolute negli anni 10 cui è dedicata questa rubrica, altre sono più giovani, fanno folk gotico o psichedelico, sono donne che ammaliano più della fattucchiera Amelia, non stanno a piangersi addosso perché qualche uomo le ha lasciate, anzi, se qualcuno le ha lasciate non so se è ancora vivo per poterlo raccontare agli amici o più opportunamente alla polizia, e la loro parola preferita sembra che sia “blood”.

Prendete Marissa Nadler: dopo aver cantato storie antiche e di amori tragici e di morti fantasmi pazzi e inferni vari, alla fine dice di voler essere ricordata per i suoi crimini.

For My Crimes

Ma in effetti l’idea della scena non è proprio campata in aria perché la Nadler ha collaborato con le due prossime streghette. La delicata Emily Jane White cantava l’America Vittoriana, era una pupilla di David Tibet, ma lui, al contrario di quello che si dice, non è un individuo satanico, ha rinnegato il termine folk apocalittico che avrebbe buttato lì per celia, di Crowley apprezza l’umorismo ma non le teorie, studia il copto e le religioni e si preoccupa degli animali, mentre lei dice che bisogna essere più veloci del Diavolo.

Faster Than The Devil

Poi c’è Angel Olsen che, al di là dell’aspetto da bella ciaciona, pure canta storie truci e malaticcie.

Lark

Più cheta sembra Natalie Mering ma già si sceglie un nome d’arte con dentro il sangue, Weyes Blood, e poi ora è sirena seduttrice ora eremita sulle montagne in compagnia solo di animali ora va in giro vestita di nero a parlare di magie cattive.

Bad Magic

Le streghe passate in rassegna finora sono tutte americane, non di Salem ma di metropoli o di città di mare, ma ce ne sono anche altrove, e volete che non ce ne sia una in un paese selvaggio come la Nuova Zelanda? Ecco Aldous Harding e, come dicevano i telegiornalisti, le immagini si commentano da sole.

The Barrel 

Mancava solo la musica da ballo

Fino a pochi anni fa in Italia c’erano varie corse estive, alcune tra le campagne facevano immaginare il frinire delle cicale, e poi c’era il Trittico Lombardo. Poi alcune sono state soppresse e altre hanno cambiato collocazione a seguito dello spostamento del mondiale, e così ultimamente la più importante corsa italiana agostana era il G.P. di Capodarco per dilettanti. Quest’anno invece, col calendario zippato, prendere o lasciare e ci sono già altri sindaci, alessandrini e imperiesi, che vogliono lasciare la Sanremo, della visibilità non sanno che farsene, al contrario di Siena, che ospitava le Strade Bianche prima corsa world tour, e già prima di cominciare c’è stata la bella pubblicità del furto delle biciclette della Trek, così gli aspiranti turisti sanno  che se non vengono con un furgone carico di bici non hanno niente da temere. Ma le brutte notizie non erano finite lì, parte la diretta RAI e troviamo Antonello Orlando che avevamo rimosso, giornalista molto lucido che il nome di un collega deve leggerlo sugli appunti, e c’è anche la perdibile intervista al Presidente della Federazione a vita. Poi servizi e presentazioni e interviste (alcune con mascherine e tutte con rumori di sottofondo per cui non si capiva molto) e insomma si capisce che l’ora ufficialmente riservata alla gara femminile in realtà è una specie di varietà dove manca solo la musica da ballo. E poi una novità almeno per questa volta è il commentatore unico per entrambe le prove col ritorno in RAI di Bettini. Già sapevamo del reintegro di Garzelli, quindi sappiate che se avete tentato di fare un affare con qualche spagnolo e siete rimasti fregati potete chiedere di entrare in RAI. Certo ci si domanda che fine ha fatto Giada Borgato, però forse non è neanche il caso che ci sia segregazione di genere con donne a commentare le donne e uomini a commentare gli uomini, e poi se le ex cicliste vogliono restare nell’ambiente è meglio che lo facciano in ruoli più attivi, come Giorgia Bronzini direttore sportivo e Monia Baccaille tecnico della pista. Da parte sua il Grillo parlante non è saccente ma brillante e simpatico, soprattutto se confrontato con Ballan Garzelli e Petacchi, e speriamo a questo punto che commenti anche il Tour. Tutto quello che è successo e come si è arrivati a questo appuntamento facevano pensare che potessero esserci delle sorprese e invece non ci sono state, e la spagnola Mavi Garcia può essere una sorpresa come lo sono tutti quelli che arrivano tardi al ciclismo provenendo da altri sport, come Roglic Woods e la Bussi. La Garcia viene dal duathlon, ha corso con la Movistar dove la filosofia di Unzue è meglio piazzarsi che vincere e quindi finora ha vinto poco, da quest’anno corre con la Alé e in Spagna la settimana scorsa ha fatto bene. Però la tv ha perso i momenti salienti, come quello dell’attacco della spagnola che a 25 km dalla fine aveva oltre 3 minuti sulle inseguitrici e oltre 5 minuti sul gruppo delle 2 Van. Bettini ha detto che la strafavorita Van Vleuten è stata presa nella rete e appena finta la frase nel gruppo inseguitore compare Annemiek che all’insaputa delle telecamere lascia le vecchie compagne e in poco tempo raggiunge le nuove, ma mica per fare comunella, e infatti alla prima occasione le stacca, raggiunge la spagnola che si era gestita bene col rapportino e nel centro scosceso di Siena va a vincere da sola. Forse era questo il giusto esito, che vincessero corridori testardi che per di più hanno mandato molti ciclisti fuori tempo massimo, la Van Vleuten che si allena come un uomo, e l’avrà fatto pure nel lockdown mentre per dire la Bastianelli era impegnata a spiegare alla figlia cosa stava succedendo, e Wout Van Aert che un anno fa era in ospedale con un muscolo squarciato e oggi ha battuto Formolo non solo costante ma anche forte, Schachmann non solo forte ma anche costante, e Bettiol che forse ha voluto strafare, mentre Van Der Poel non si è visto. A proposito di non visto, con una vecchia mentalità da tempi della tv in bianco e nero, sembra che al ciclismo si faccia un favore a trasmetterlo su un canale generalista, ma invece così si scontra con la rigidità dei palinsesti, per cui c’è stata una interruzione per il TG della lingua dei segni, quindi con le notizie lette più lentamente, mentre le interruzioni pubblicitarie quelle sono su tutte le reti specialmente nei momenti chiave delle corse, come oggi quando Van Aert è partito e Bettiol l’ha inseguito, ma questo non visto non è niente che non si sia già visto.

Il programma della RAI ha confuso le idee anche a Marta Bastianelli.

La Zeriba Suonata – aria buona

Qualche settimana fa ho scritto di Annette Peacock, dei suoi pochi dischi e rarissimi video, e quando ho scoperto che aveva cantato nel primo disco del batterista Bill Bruford, Feels Good To Me del 1978, che casualmente era stato ristampato da poco, l’ho subito ordinato. Però Annette canta solo in alcuni pezzi e avevo dei dubbi sul resto del disco per i trascorsi difficili di Bruford che aveva suonato negli Yes, il gruppo che si contendeva con gli EL&P il titolo di gruppo progressive più pomposo. Però Bill aveva suonato pure con i King Krimson, che erano molto meglio, e con gente del giro di Canterbury. E infatti nel disco si respira aria buona di Canterbury con Dave Stewart alle tastiere. Ma è interessante quello che Bruford dice di Annette Peacock che aveva conosciuto già nel 1975, cioè che gli piaceva il suo stile a metà tra il canto vero e proprio e lo spoken word come Gil Scott-Heron, e questo accadeva prima di Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, dimostrando come il batterista fosse molto più avanti di quei tromboni dei suoi ex compagni di avventura. Dei brani con Annette Peacock vi ho proposto Back To Beginning nel post su di lei, quindi ora vi propongo

Adios a la pasada.

La Zeriba Suonata – Arca per sempre

La prima volta che ne ho parlato in questo blog ne ho scritto al maschile, ora bisogna scriverne al femminile, ma per noi bjorkophili Alejandra Ghersi alias Arca potrebbe restare per sempre innanzitutto il produttore che ha rimesso in forma l’islandesina, e devo dire che almeno io mi sono incuriosito alla musicista mutante proprio per quello. E in un periodo in cui moltissimi guardano alla musica dei padri, dei nonni (e il punk siamo là, eh) e degli arcavoli, ben vengano musiciste come Arca e Holly Herndon che guardano alla musica dei figli e dei nipoti. E dal nuovo album di Arca intitolato Kick I e pubblicato da XL vi propongo un brano qualunque, proprio uno a caso, che guarda caso ha un’ospite che ricambia i favori.

Afterwards feat. Bjork

Ma tra i due l’influenza è reciproca. Guardate il video di Nonbinary, che se ci va potremmo pure definire manifesto: Arca non vuole scegliere tra generi sessuali ma neanche tra pop e sperimentazione. E guarda un po’ la prima parte del video ricorda quello di All Is Full Of Love che fu diretto dal solito Chris Cunningham.

Nonbinary

Una vecchia foto di Arca, Bjork e Jesse Kanda artista visivo e regista collaboratore di Arca.

La Zeriba Suonata – gemelle separate

Hanno molto in comune: entrambe sono nate nel 1977, entrambe nel 1996, a soli 19 anni, hanno pubblicato la loro prima opera nei rispettivi settori artistici, in entrambi i casi è stato un esordio molto apprezzato, ed entrambe, anche se non si somigliano, sono belle di una bellezza autentica e non plastificata, ma, poiché nessuna è perfetta, entrambe sono molto poco prolifiche.

Chiara Zocchi è nata a Varese. Nel 1996 ha pubblicato Olga, edizioni Garzanti con in copertina un disegno a pastello di un quasi irriconoscibile Matticchio. Quando è in pieno vigore lo schiamazzo notturno e anche diurno degli scrittori cannibali, Chiara scrive il diario di una bambina che ha un padre violento che finisce in galera e un fratello violento e drogato che muore di aids, e con queste premesse si potrebbe pensare a un altro effimero libello cannibalesco o a una cosa pallosa e risaputa, e invece non c’è niente di splatter e l’occhio bambinesco e ingenuo della protagonista rende la lettura finanche divertente, e anni fa quando arrivai alla fine del libro avrei iniziato a leggerlo da capo, ma invece l’ho rifatto solo in questi giorni, anche per questo post, e la lettura è sempre un piacere. Ricordo che su un giornale dell’epoca, forse Comix, proprio uno della generazione cannibale, lo scrittore fasullo Aldo Nove, scrisse un articolo soltanto sulla bellezza della ragazza incontrata in un programma televisivo. In seguito Chiara Zocchi ha fatto studi universitari, ha scritto poco, articoli per giornali retrogradi come L’Avvenire e Rolling Stone, e solo nel 2005 ha pubblicato un altro libro intitolato Tre voli sempre con Garzanti, ma poi l’ha rinnegato. Le ultime notizie relative a compiti scritti ci dicono che è suo il testo per un libro pop-up di Valerio Berruti intitolato La giostra di Nina e pubblicato da Gallucci. Ma oltre allo scritto lei fa  anche l’orale, canta le sue bislacche canzoni, semmai alternandole a letture di brani di Olga, come in questa sua esibizione da artista di strada

sotto i portici di Bologna.

Fiona Apple è di New York e poco più che bambina ha vissuto esperienze peggiori di quelle di Olga, come lei stessa ha più volte raccontato. Di queste e altre brutte storie sono pieni i testi delle sue canzoni, dal primo album Tidal a Fetch The Bolt Cutters che è uscito in questi giorni. Le due protagoniste di questo post si sono “incontrate” di nuovo nel 2005: quando Chiara pubblicò il secondo libro lei era “già” al terzo disco, tra l’altro uscito dopo contrasti vari. In 25 anni ha pubblicato solo 5 dischi e per l’ultimo ci si è messo pure il covid a rimandarne più volte l’uscita. La sua musica è folk, blues, canzone americana da Joni Mitchell al musical passando per Suzanne Vega, e abitando entrambe a New York può darsi pure che lei ci è davvero passata da Suzanne Vega, ma secondo me poi ha suonato il citofono e se n’è scappata. A proposito di musical ascoltate e vedete la bellissima Paper bag, su When The Pawn del 1999, accompagnata da un video con ballerini molto “ini”. Il nuovo album è stato molto ben accolto dalla critica, ma di certo non è il più immediato all’ascolto, anche se il suo unico vero difetto è la brutta copertina dove si vede un dettaglio del viso con un occhio sgranato che, tra l’altro, anziché far apprezzare la bellezza dei suoi occhi, la fa quasi assomigliare a quella politica burina che si è autoproclamata difensora delle partite iva. Ma, a proposito di latrati, vi propongo la title-track in cui alla fine si sentono anche i  suoi cani che però sono regolarmente accreditati sul disco e chissà che non abbiano aperto anche loro una partita iva.

Fetch The Bolt Cutters