La Zeriba Suonata – Giuseppi

Se anche il suo nome è stato un errore di un impiegato dell’anagrafe vuol dire che negli USA gli ignoranti li assumono tutti lì. Giuseppi Logan nacque a Philadelphia nel 1935, suonava vari strumenti soprattutto sassofoni, è stato un grande virtuoso del free-jazz, ma aveva anche un brutto carattere forse per i suoi problemi mentali e di droga. Era ormai dimenticato e quasi barbone quando fu riconosciuto, e tornò a suonare prima di finire in una casa di riposo a New York dove è morto l’anno scorso per covid. Il jazz lo seguo poco ma quando in tivvù dicono “Giuseppi” mi viene sempre in mente Logan.

The Giuseppi Logan Quartet – Dance Of Satan

La Zeriba Suonata – la variante amazzonica

L’Amazzonia non è solo foreste inospitali e navi che scavalcano le montagne e non è neanche solo Brasile ma pure Perù. E proprio nell’Amazzonia peruviana il boom del petrolio negli anni 60 portò a molti contatti con i gringos con conseguenze anche sulla musica. Ci furono vari gruppi che importarono l’uso di chitarre a pedali e organi e mischiarono surf psichedelia soul e funk alla cumbia peruana, creando un genere definito poi chicha dal nome di una bevanda alcolica locale. Ma questa musica era diffusa soprattutto tra le classi sociali più basse e nei sobborghi e non trovò sostegno tra critici e intellettuali, per cui anche se arrivò fino alla capitale Lima non fu conosciuta all’estero e fu dimenticata, e pensate se invece fossero arrivati in Europa questi suoni briosi anziché le lagne degli Inti Illimani: gli anni 70 sarebbero stati meno deprimenti. Negli anni zero il musicista e dj francese Olivier Conan la scoprì grazie a rari vinili originali e fondò l’etichetta Barbès Records per diffonderla sia fondando un suo gruppo chiamato Chicha Libre sia soprattutto con i due volumi di The Roots Of Chicha (2007 e 2010). Io vi linko un pezzo per ciascun volume, e immagino che la ragazzina dell’oriente di cui al primo brano sia semplicemente una amazzone, perché l’Amazzonia è nella parte orientale del Perù.

Los Mirlos – Muchachita del Oriente

Compay Quinto – El Diablo

Il revival della chicha ha risuscitato alcuni gruppi, ma oggi rispetto al resto della musica latina è difficile scoprire le differenze dato che di roba scoperta ce n’è molta.

La Zeriba Suonata – un’altra svolta

Nei giorni scorsi a reti unificate è stato ricordato l’ottantesimo compleanno di Joan Baez e hanno mostrato anche immagini del Rolling Thunder Tour di Bob Dylan nei medi anni 70, immagini all’epoca trasmesse anche dalla RAI. In quel periodo Dylan incise Desire, il primo suo album che ho potuto ascoltare attentamente, non male come approccio, ma neanche il tempo di sentire pure le sue canzoni famose che arrivò una svolta clamorosa, altro che il passaggio al rock elettrificato per arrivare al capolavorone Blonde On Blonde che scandalizzò i puristi folk, un passaggio che ebbe il momento iniziale e simbolico al Newport Folk Festival, dove una quarantina di anni dopo i Pixies al completo fecero il percorso inverso. La svolta clamorosa che dicevo e che fece inorridire tutti i suoi fans hippies e sinistrati fu invece quella verso il cristianesimo, allora spiazzante oggi molto meno perché Dylan si è rivelato un personaggio sfuggente che non a caso nella biografia cinematografica I’m Not There, che non ho ancora visto, è stato interpretato da sei attori diversi compresa una donna tra l’altro bellissima come Cate Blanchett. Ma nella sua carriera a gimkana quella trilogia di gospel cristiano non è certo una delle cose migliori, però secondo me non lo sono neanche gli inni di protesta che cantava nei primi sessanta pieni di retorica andata a male, La risposta soffia nel vento, I tempi stanno per cambiare, Il mio nome è mai più, no, quest’ultima no, meglio pure alcuni dischi usciti dopo la funzione come Infidels e Real Live. Ma da Slow Train Coming che era il primo e anche il migliore di quei tre dischi vi faccio sentire Man Gave Names To All The Animals non nella versione originale ma in quella di Johnny Cash, uno che aveva una vita intera di peccati da farsi perdonare.

Johnny Cash – Man Gave Names To All The Animals

La Zeriba Suonata – colori iperborei

Strana carriera quella di Emiliana Torrini, che esordì col suo terzo disco, cantò per altri, scrisse una hit per Kylie Minogue, e però il suo ultimo album in studio risale al 2014. La sua musica è influenzata dal trip hop e da altre cose elettroniche, dal folk dei Fairport Convention e quasi inevitabilmente dalla sua conterranea Bjork, ma uno dei suoi brani più famosi, Jungle Drum, è praticamente un rockabilly. Poi nel 2016 ha inciso un album live con The Colorist Orchestra, una banda di squinternati musicisti belgi e olandesi che suonano strumenti acustici in maniera bizzarra o strumenti direttamente bizzarri, anche giocattoli, e si sono divertiti molto. Il disco contiene suoi vecchi brani ma anche un paio di pezzi scritti per l’occasione, tra cui quello che vi faccio ascoltare dall’esibizione per KEXP, una radio di Seattle che propone buona musica, se non altro perché piace a me, e per dire negli ultimi tempi ho visto i live di Django Django, Khruangbin e Kelly Lee Owens.

When We Dance

Partendo dalle priorità

Anche le priorità sono opinabili. In questo periodo io avrei detto che le priorità del governo sono l’emergenza sanitaria e la crisi economica conseguente, invece poi scopro che almeno secondo l’ex premier jettatore le priorità sono i servizi segreti e il ponte sullo stretto di Messina. Allora non ci sarebbe niente di male se il governo, che ha un ministro apposito, si interessasse pure delle critiche del CIO sulla legge di riforma dello sport che lo renderebbe non indipendente dalla politica, come vuole invece il regolamento olimpico. Il CIO è estraneo alle beghe italiane, la vicenda non l’ho seguita molto, non conosco la riforma né mi interessa, però mi chiedo se la questione riguarda solo l’Italia, se in paesi come il Bahrain, gli Emirati Arabi, il Kazakhistan, lo sport è davvero indipendente dalla politica. Il CONI che invece è interessato dice che se non si cambia la legge ci saranno sanzioni, ma nel caso non credo si arriverebbe all’esclusione dell’Italia dalle Olimpiadi, forse si tratterà di sanzioni pecuniarie che l’Italia non avrebbe problemi a pagare visto che già butta tanti soldi che non ha, o la perdita delle Olimpiadi invernali che neanche sarebbe un problema, figuraccia più figuraccia meno. Però qui si continua a parlare tranquillamente di atleti che preparano le olimpiadi ma gli atleti non so se sono tanto tranquilli, tenuto conto pure del fatto che non è certo che poi si svolgano questi giochi di Tokyo viste le ondate continue di covid. E questa incertezza potrebbe avere conseguenze sui programmi degli atleti e forse le ha già, insomma questo è il secondo anno olimpico consecutivo e non so se tutti vogliono fare le stesse rinunce già fatte l’anno scorso, quando ad esempio i biker hanno rinunciato a tutta o quasi la stagione del  ciclocross. Sarà forse per questo che alcuni avranno pensato meglio l’uovo oggi che un’incerta gallina domani, hanno gareggiato nei campi hanno disputato i campionati italiani e forse faranno pure i mondiali, per la gioia del cittì Scotti che in passato si disperava per questo. Poi qualcuno tra loro oltre alla programmazione olimpica ha avuto problemi di salute o infortuni, ma comunque sia ieri a Lecce c’erano tutti ai campionati disputati su un percorso disegnato da Vito Di Tano, e a suo merito va detto che non si è fermato ai tempi di quando correva e vinceva soprattutto quando c’erano da fare molti tratti a piedi, è attivissimo e al passo coi tempi e il percorso era quasi tutto da fare in bici. E tra gli uomini ha vinto proprio un biker, Gioele Bertolini, che per la mtb olimpica non sarebbe neanche certo di essere selezionato, tanto più che quest’anno agli avversari si aggiungerà Jakob Dorigoni, campione uscente e ieri secondo, che non ha trovato ingaggi su strada. Tra le donne è tornata l’altra biker Chiara Teocchi, seconda davanti alla Lechner che non era in grandi condizioni, ma la notizia è la vittoria di Alice Maria Arzuffi. Suonava strano che la prima italiana a vincere nel Superprestige non avesse ancora vinto il campionato nazionale élite, ma trovava sempre la Lechner scatenata, ieri c’è riuscita e dato che corre per un team belga Het Nieuwsblad ha scritto “Eindelijk Arzuffi”, che significa “finalmente Arzuffi”.  Chi il mondiale non dovrebbe correrlo è Fabio Aru, e diciamo che uno che arriva decimo mentre i posti sono cinque non dovrebbe essere selezionato, e tra l’altro uno che non aveva punti non avrebbe dovuto partire dalla prima fila, forse ci saranno le wild card pure per questo? E allora perché tutte queste attenzioni? Intanto diciamo che lui ha ottenuto risultati che altri professionisti, come Trentin, quando tornavano nei  campi non ottenevano, facendo solo le comparse. Ma l’impressione è che questa specialità così povera si attacchi anche alla popolarità di Aru per avere pubblicità, e vedendo il video diffuso la settimana scorsa pure dalla Gazzetta, in cui c’è Aru coperto di fango dalla testa ai piedi che cerca di lavarsi almeno le mani con l’acqua di un bidone, chissà quanti ragazzi potrebbero appassionarsi a questa disciplina, tanti, forse.

EINDELIJK!

La Zeriba Suonata – Due geni e un fantasma

Provate a immaginare una serata in un pub scozzese, non c’è nessun gruppo che suona, e allora chiedono di suonare qualcosa a due tipi mezzi ubriachi e pure tristi che si adattano con quello che trovano, una chitarra, una mezza batteria, e quello dei due che canta in realtà più che altro parla o recita, come preferite. Ecco, se siete riusciti a immaginare qualcosa del genere vi siete fatti un’idea degli Arab Strap, che non fanno parte della nobile tradizione locale delle etichette Postcard e Creation, ma la Scozia in musica ha mille risorse, e le loro canzoni tendenzialmente lente e romantiche, ma del sottogenere romanticismo sfigato, sono state definite post-rock o post-folk, e forse non è un caso che dalla Chemikal Underground sono passati all’etichetta dei Mogwai. Devo dire che dopo anni di ascolti solo ora mi sono accorto che quel cantato-parlato mi ricorda a volte Mark E. Smith, e se i Fontaines DC che si ispirano pure troppo ai Fall li hanno definiti geni, questi due allora sono superfantageni. Aidan Moffat e Malcolm Middleton annunciarono lo scioglimento 15 anni fa con il disco The Last Romance, e si sa che lo scioglimento è un requisito indispensabile per la reunion. Nel 2006 uscì l’antologia allegramente intitolata 15 Years Of Tears che si chiudeva con There Is No Ending, e quel titolo doveva far sospettare che la faccenda non finiva lì e che il duo si sarebbe riformato, e infatti a fine 2020 hanno pubblicato The Turning Of Our Bones, ma nell’immediato quel pezzo doveva mettere in guardia che neanche il disco finiva lì, e infatti c’è la ghost-track non segnalata, e trattandosi di una cover è grave perché avrebbero dovuto citarne gli autori, ma almeno non è una di quelle tracce carogne che arrivano dopo minuti e minuti di silenzio, succedeva con i cd. Tra l’altro l’ultimo brano ufficiale There Is No Ending è uno dei pochi con qualche strumento in più, e se in The Shy Retirer ci sono i fiati qui ci sono gli archi, potrebbero suonare ai matrimoni in sostituzione di Goran Bregovic, o forse no, meglio ai divorzi, perché si sa che gli Arab Strap non è il caso di chiamarli per suonare ai matrimoni, come potete verificare qui. Ma tornando alla traccia fantasma, io l’ascoltavo, la sapevo, ma non riuscivo a ricordarmi che canzone fosse, e in effetti è del 1977, non proprio roba recente: si tratta di It’s A Heartache, una hit della gallese Bonnie Tyler, che per chi non la conoscesse è in pratica la versione femminile di Rod Stewart.

La Zeriba Suonata – Geografia e canzoni del 2020

Per scrivere dei miei ascolti preferiti del 2020 almeno stavolta ho preferito riferirmi a singole canzoni e non a interi album, un po’ perché ci sono stati continui rinvii delle pubblicazioni, un po’ per inserire anche qualche musicista che non ha pubblicato altro ma anche una cantante che in album sonnacchiosi riesce sempre a infilare un pezzo che spicca. E in questo anno che speriamo resti particolare e non diventi il primo della futura normalità, alla persistenza di movimenti sovranisti e xenofobi si sono aggiunte tutte le regole anticovid a cercare di chiudere in loro stessi gli stati, le regioni, le città, finanche i quartieri. Ma il mondo se ne frega e va avanti, e non so se è un caso o forse solo inevitabile che buona parte delle cose che vi presento sono opera di musicisti nati in un paese e che per vari motivi si sono spostati altrove o per risparmiarsi il viaggio sono figli di emigrati da paesi che semmai non hanno neanche mai visto. Qualcuno poi ritorna a casa, come la mia scoperta dell’anno, la ghanese Amaarae, con la mia canzone dell’anno: Fancy. Amaarae si definisce sessualmente fluida e in questo inventario non è l’unica e pensavo che le variazioni sessuali una volta, non saprei se si usa ancora, venivano descritte con una espressione spaziale, geografica: passare all’altra sponda. E’ il caso di Arca, nonbinary che è tornato con la sua musica mutante, tanti pezzi interessanti però so di non riuscire a essere obiettivo quando si aggiunge la voce di Bjork: Afterwards. Arca viene dal Venezuela mentre Ela Minus viene dalla Colombia e suona macchinette che costruisce lei stessa, e dato che con queste macchinette realizza pezzi come El cielo no es de nadie è due volte brava. Sevdaliza quando lasciò l’Iran pensò di essere arrivata in Olanda ma all’inizio di quest’anno ha scoperto di essere invece nei Paesi Bassi, ma questo non c’entra con vicissitudini personali, in cui chissà come si inquadra il video di Oh My God con tanto di manipolazioni vocali. Altro giro, altra crisi: Thao And Get Down Stay Down hanno inciso Temple, album che contiene Pure Cinema, un’altra delle mie canzoni preferitissime, e poi hanno realizzato un video emblematico del lockdown, Phenom, anche loro arrivando da un periodo di ripensamenti della cantante virginiana Thao Nguyen, che se ho capito bene si è anche riavvicinata alla comunità vietnamita, ma chissà se in Vietnam c’è mai stata. E chissà se sono mai stati in Thailanda, dalla cui lingua hanno tratto il loro curioso nome, i texani Khruangbin, ma intanto in Giappone è ambientato il video di So We Won’t Forget. Il caso più clamoroso di dischi fantasma è quello dell’esordio di Celeste, britannica di mezze origini giamaicane che per andare alle radici della sua musica va in Louisiana tra vecchi pianisti e bande di strada, bande musicali of course: Stop This Flame. E chissà se quel vecchio pianista del video ha mai sentito parlare di un misterioso bluesman detto Dyin’ Dog che in realtà è esistito solo nella mente dei Residents in uno scherzo risaputo cui ormai non abbocca più nessuno, ma la musica del “tributo” Metal, Meat & Bone è buona lo stesso specie se featura Black Francis: Die! Die! Die!. Ma se gradite la musica tradizionale chi più di Norah Jones che realizza un album jazz, e allora tra uno sbadiglio e l’altro possiamo augurare lunga vita a Norah Jones che concorda cantando I’m Alive. Troppo tradizionale? Allora ascoltate la danese Agnes Obel che incide contemporaneamente per Blue Note e Deutsche Grammophon e che con la sua strumentazione sia classica che synthetica può piacere sia ai vecchi che preferiscono la musica di una volta sia ai vecchi brontoloni come me che la musica di una volta va bene se è di quella volta lì ma se invece è di questa volta qui questa è un’altra volta, non so se mi sono spiegato: Broken Sleep. Obel sembra un’erede di John Cale, di cui in passato ha riproposto Close Watch, ma c’è chi il vecchio gallese l’ha ospitato nel suo album del 2020, la sua conterranea Kelly Lee Owens, che prosegue, anche lei con qualche crisetta, con la sua elettronica danzereccia senza però muoversi dal suo Galles e appunto per avere qualche ospite ci ha pensato un po’ su e poi si è ricordata che il più grande musicista vivente è proprio delle sue parti, ma gli ha lasciato solo un brano spoken world, e allora alla voce antica di John Cale preferisco i suoni moderni e birichini di Jeanette. Già che siamo nel Regno (dis)Unito mettiamoci pure un po’ di brit pop, quello brillante e psicoelettronico dei Django Django che quest’anno hanno realizzato un concerto a debita distanza e poi il singolo Spirals, e se queste sono le premesse speriamo che al più presto attorno a queste spirali ruoti un album intero. Dopo Galles e Inghilterra non potevo ignorare la Scozia, con un ritorno che a pensarci non è tanto sorprendente, perché in un periodo in cui tutti scendono in piazza a piangere miseria non potevano mancare i piagnoni per eccellenza, gli Arab Strap, che 15 anni dopo l’ultimo disco ufficiale e 14 anni dopo l’antologia intitolata tanto per capirsi 15 Years Of Tears incidono il brano The Turning Of Our Bones e il bello è che sembrano uguali a come ci avevano lasciati, l’unico cambiamento è di essere passati dalla Chemikal Underground all’etichetta degli ex compagni di scuderia Mogwai, ma non suonano vecchio, forse perché sono inimitati più che inimitabili. Uno dei dischi più osannati dalla critica è stato quello di Fiona Apple, un album che richiede molti ascolti, e proprio per questo sarebbe meglio se vi decideste a iniziare, semmai proprio dalla title-track Fetch The Bolt Cutters in cui cantano anche i cani quelli veri, non quelli dei talent. E poi in chiusura di 2020 ho rivalutato il disco del canadese Dan Snaith alias Caribou che quando era uscito mesi fa non mi aveva convinto forse perché la componente psichedelica dei dischi degli anni zero era in percentuale minore o meno sixties, vedi Sister, ma se c’è un musicista con cui non ci sono di questi problemi, non fosse altro perché la sua musica è sempre cangiante, quello è Sufjan Stevens che ci diverte anche con le sue Lamentations. E così il 2020 è alle spalle, per il 2021 già si annuncia il nuovo album di St. Vincent ma sicuramente non mancheranno buoni album del … 2020 che erano sfuggiti.

Quale sarà l’ombelico di questo mondo in movimento? Direi che quello di Kelly Lee Owens può andar bene.

La Zeriba Suonata – un fiume di musica

Il Mersey è un fiume musicale, bagna due dei principali centri della storia della musica, tocca la suburra di Manchester e sfocia nella Baia di Liverpool dove gli hanno intitolato un genere musicale che era il beat degli inizi: il merseybeat. In questo genere la band più famosa fu Gerry and the Pacemakers, il cui leader Gerry Marsden è morto in questi giorni. Il gruppo faceva canzoncine briose e belle nella loro semplicità, come ragazze acqua e sapone (per i millenials: le ragazze acqua e sapone sono creature fantastiche di cui non è mai stata provata l’esistenza), le più famose erano How Do You Do It e I Like It. In fondo erano brani semplici come i primi dei loro concittadini amici e rivali Beatles, e anche Gerry & Co. suonavano al Cavern. Ma quando in epoca pre-internet andavo a cercare qualche altra loro canzoncina, trovavo semmai un pezzo più serioso anch’esso con dentro il fiume: Ferry Cross The Mersey. Non era scanzonata come le precedenti ma era sempre meglio di un’altra loro hit un po’ troppo sentimentale, You’ll Never Walk Alone, che non era neanche opera loro ma la cover di un vecchio pezzo di Rodgers e Hammerstein. Poi, non so se era già successo o quando è avvenuto, proprio questa lagna è diventata un inno, ma non degli stalkers come farebbe pensare il titolo, bensì della famosa squadra di calcio cittadina, comunque preferibile a quella pacchianata di We Are The Champions. Resta comunque una scelta strana, una canzone che dice non camminerai mai sola, pure nella cattiva sorte nelle disgrazie nell’oscurità, mentre per una squadra di calcio ti aspetteresti cose tipo: siamo i più migliori e nessuno ci batterà mai mai mai. Però è anche vero che, volendo scegliere una canzone scritta da musicisti di Liverpool, non si poteva certo adottare With A Little Help From My Friends, perché quale squadra, quale tifoseria ammetterebbe di aver vinto una partita con un piccolo aiutino di amici, che semmai come hobby fanno gli arbitri?

Gerry Marsden: a long walk from Chuck Berry to Aurelio Fierro.

Perline di sport – An incredible race!

Ieri durante il primo giro della prova femminile di Coppa del Mondo non riconoscevo una maglia giallonera in quinta posizione, incredibile dato che si trattava di quella che per me è il più grande personaggio sportivo di questo secolo, sarà che è appena passata alla Jumbo Visma o forse perché non era in testa come eravamo abituati a vederla. Pensando che pochi mesi fa ha perso La Course dominandola e ha vinto alla grande tre tappe al Giro c’è da credere che non sia ancora arrivato il momento del suo declino, però da tempo pensavo di proporre una delle più importanti vittorie di Marianne Vos, il terzo mondiale su strada, ma non per scrivere ancora di lei, bensì perché è sicuramente la più grande corsa di Rossella Ratto che pure qualche vittoria l’ha ottenuta mentre in quell’occasione è arrivata terza, ma la ciclista, che ho più volte citato e sulle cui frasi ho costruito un paio di giochi, in quella circostanza, essendo molto più giovane e meno titolata delle compagne, iniziò a correre come gregaria per Elisa Longo Borghini capitana improbabile perché reduce dalla frattura del bacino. In questa breve sintesi manca una fase importante, quella in cui la giovane meteora Francesca Cauz attaccò in salita creando il famoso sparpaglìo, però vediamo più volte all’attacco Rossella Ratto, anche in compagnia di Lucinda Brand, quella che in questi giorni domina nel cross. Era pieno di giovani, e forse c’era poca esperienza e molta irruenza, infatti in una curva la giovanissima polacca Kasia Niewadoma scivola, si rialza, tutte le cicliste del gruppo riescono a evitarla tranne una svizzera i cui riccioli d’oro diverranno in seguito inconfondibili e pure le sue cadute, riconosciuta dal cronista anglofono come “Giolanda Neff”. La Ratto non si risparmia e, nonostante ciò, al momento della selezione decisiva è l’unica italiana a restare davanti, mentre Longo Borghini e Guderzo riescono comunque ad arrivare in top ten facendosi forza a vicenda. In vista dell’ultimo km Vos se ne va e l’ormai veterana Emma Johansson riesce a precedere Ratto, poi quarta Anna Van der Breggen che in seguito qualcosa vincerà. Una gara spettacolare, i commentatori concordano: “What A Ride!”, “An incredible Race!”. Quella di Firenze fu un’edizione importante: tra gli juniores vinse Mathieu Van Der Poel e tra gli under 23 Mathej Mohoric mostrò al mondo il suo modo sconsiderato di andare in discesa. Solo la gara élite maschile fu meno appassionante, forse a causa della presenza del sindaco e futuro premier jettatore cadono Scarponi e Nibali, il finale è condizionato dalle diciamo incomprensioni tra l’Embatido e Purito e vince Rui Costa appena ingaggiato da Saronni, e tutti a dire che aveva fatto una gran colpo, un affarone, se non altro ha portato la maglia iridata per un anno e i colori dello sponsor per sua fortuna non si sono visti.

Mondiale Firenze 2013

Nell’intervista in cui Rossella Ratto diceva di non avere miti nello sport aggiungeva che Marianne Vos non l’ha mai delusa e di sicuro non intendeva solo dal punto di vista sportivo.

La Zeriba Suonata – Diamanda ridens

Qualche giorno fa, nei commenti al blog sull’amaca ho accennato a Diamanda Galas, ma non era una cosa proprio casuale, sia perché la litania di Nick Cave mi faceva venire in mente le sue famigerate The Litanies Of Satan, sia perché in  questi giorni senza novità musicali volevo anche cercare di riascoltare i due dischi della cantante greca-statunitense che ho da qualche parte, due dischi del periodo in cui ha avuto più popolarità, e Malediction and Prayer è il live dello spettacolo che portava in giro nel 1998 facendo tappa pure a Napoli, dove andai a sentirla e in verità si comportò bene, non schizzò sangue sui presenti né accuso nessuno del massacro degli armeni. Allora presentava canzoni classiche folk e blues, compresa My World Is Empty Without You di Holland-Dozier-Holland già maltrattata dai Del-Byzanteens di Jim Jarmusch, e poi c’erano canzoni con testi di Pasolini e Baudelaire, mancava solo Alda Merini per completare il quadro del luogocomunismo poetico. Diamanda Galas ha iniziato con la classica e il jazz, con le performance e il teatro, ha lavorato con il Living Theatre, e agli inizi si esibì anche nei manicomi, prima che lo facessero i Cramps, e immagino i pazienti borbottare cose tipo: E poi dicono che i pazzi siamo noi. Ha inciso dischi inascoltabili con urla animalesche e strazianti che potevano ricordare le frenate del gruppo compatto alla prima curva di un circuito di ciclocross, cose che hanno fatto la gioia dei critici, nei suoi spettacoli si sporcava di sangue, ma se queste cose le faceva Alice Cooper, che su disco era divertente ma dal vivo faceva abbastanza schifo, era un cazzone, se le faceva lei era avanguardia. Poi negli anni 90 la svolta che sarebbe eccessivo definire pop, e il massimo è stato il disco nel 1994 insieme a John Paul Jones che già aveva collaborato con i REM per il sommo Automatic For The People. Il disco Sporting Life è ricordato anche perché è l’unico sulla cui copertina la Diamanda se la ride, non sappiamo cosa sia successo, possiamo solo fare delle ipotesi, forse il bassista zeppelino le stava raccontando delle barzellette: C’erano un turco un armeno e un napoletano… no, questa non fa ridere, oppure mister Jones avrà sospettato che la cantante, che quando non era truccata da strega malefica non era affatto disprezzabile dal punto di vista estetico, praticasse l’antica arte del chiagnere e fottere e fosse interessato alla seconda parte, ma direi che in entrambe le ipotesi il coltellaccio che Diamanda Galas impugna sulla copertina era un efficace deterrente. E mi chiedo se un ascoltatore metallaro di quel periodo avrebbe saputo distinguere questa musica rock e blues dura e urlata dal grand guignol di certi gruppazzi che andavano allora, tipo gli Slipknot, però a scanso di equivoci la signora ha sempre trattato temi gravi, come il massacro degli armeni e le discriminazioni contro i malati di AIDS, la malattia di cui morì il fratello. Ma bando alle tristezze e divertitevi, se ci riuscite, con un video, quasi normale come fosse Patsy Kensit.

Do You Take This Man