Giallo illustrato n. 3, quasi l’ultimo

Questo fu l’ultimo enigma vero e proprio. (Continua)

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Giallo illustrato

Negli anni 90 andava il pulp, inteso soprattutto come sinonimo di violenza al limite dello splatter, c’era quel truciolo truce di Quentin Tarantino con i suoi filmazzi, Takeshi Kitano neanche scherzava, e nel cortile italiano ci fu un’operazione furbetta dell’Einaudi sezione per voi giovani, più nota come Stile libero, che mise insieme alcuni scrittori che poco avevano in comune tranne forse la bramosia di farsi notare e ne ricavò l’antologia intitolata Gioventù cannibale, con quella qualifica che fece incazzare Filippo Scozzari che rivendicava l’invenzione del cannibalismo per la rivistina fatta quasi 20 anni prima con Tamburini, Mattioli, Pazienza e Liberatore. Devo dire che all’inizio il fenomeno mi incuriosì, oggi non parlatemi di Niccolò Ammaniti e Aldo Nove. In quegli anni collaboravo con la fanzine Abastor e nel 1997 mi venne l’idea di proporre un enigma poliziesco finto-pulp sul genere di quelli proposti dai giornali di enigmistica. Il protagonista era il Commissario Pulpetta, corruttibile carnivoro preoccupato soprattutto di non avere rogne. Il gioco durò poco, per fortuna, ma dato che l’estate è la stagione dei gialli e dell’enigmistica quei tre misteri più un bonus ve li propino qui, dopo un lieve restauro digitale degli originali, oggi e nei prossimi giorni.

salvo aggiornamenti

Gli italiani denigrano il loro paese, i loro connazionali e anche loro stessi ma se qualcuno ha qualche vago rapporto con l’Italia o parla bene del paese, dei paesi e dei paesaggi, delle città, dell’arte, non parliamo poi della cucina, e anche della nostra corsa massima, il Giro, stanno subito simpatici, senza neanche stare a distinguere tra sinceri e ruffiani. E allora dispiace per Pinot perché si è sempre dichiarato amante dell’Italia e del relativo Giro ciclistico o forse perché è un bravo ragazzo. Ieri ci si chiedeva perché Pinot non avesse fatto neanche mezzo attacco e oggi arriva la risposta in maniera drammatica: Pinot ha una lesione muscolare e deve addirittura ritirarsi in lacrime, non una cosa inedita, l’abbiamo visto l’anno scorso con lo stesso Pinot al Giro e in una situazione diversa qui al Tour con Heulot che si trovò in giallo a sorpresa, troppo per un ciclista mediocre come lui che andò in crisi forse più psicologica che fisica. Ma come dicono i francesi the show must go on (però lo dicono con accento francese) e Bernal, un altro che ha rapporti con l’Italia, stacca tutti e raggiunge i fuggitivi giornalieri, passa primo sull’Iseran e si butta in discesa dove lo raggiunge Simon Yates. Alaphilippe a debita distanza si butta anche lui in discesa, non recupera niente ma non dispera. A un certo punto la tivvù si distrae a inquadrare un ruscello tra i monti, o uno spazzaneve, uno spot turistico, o forse no perché qualcuno dice: Ma quello mi pare che sia il tratto finale del percorso, e lo è. A un certo punto, mentre Alaphilippe dietro si ferma ma non si capisce perché, una moto si avvicina alla testa della corsa e fa segno di rallentare. Simon, con il suo tipo aplomb inglese, dice: Io sto andando a vincere un’altra tappa e tu mi dici di rallentare: ma sei scemo? Neanche il tempo di pensare che si tratti di un semplice invito alla prudenza per lo stato della strada che arriva la notiziona: la tappa è neutralizzata al passaggio sull’Iseran. In effetti sulla strada c’è acqua, grandine e c’è stata anche una frana, impossibile proseguire e in gruppo c’è chi si arrabbia col primo che gli capita, chi è contento, chi se la ride, poi, dopo voci diverse, la decisione di aggiornare i tempi ma non assegnare la vittoria e alla fine Bernal è il più danneggiato salvo altri aggiornamenti. I francesi fino a ieri avevano Alaphilippe in testa e Pinot di riserva per poter finalmente vincere la corsa e oggi sembrano franate pure le loro speranze, salvo aggiornamenti perché solo aggiornamenti ormai inattesi potrebbero salvare i francesi.

Misteri e Tragedie

In estate c’è l’obbligo di leggere i gialli, le vetrine delle librerie ne sono piene, una volta i gialli erano gialli, ora sono prevalentemente blu perché in Italia è pieno di giallisti che scrivono tutti per lo stesso editore, mentre in edicola mi sembra che ce ne siano meno rispetto al passato. Ma a luglio il mio giallo preferito è il Tour de France, dove oggi ci sono stati fatti misteriosi, alcuni gialli su cui investigare. Perché Rohan Dennis invece di riposare che domani c’è la crono è andato in fuga? Perché, dopo che l’ammiraglia gli ha fatto gentilmente notare l’inopportunità dell’azione, Dennis si è ritirato? E perché è successo proprio oggi che si trovava casualmente a passare da quelle parti il suo agente, che è il figlio di Pat McQuaid l’erede di Verbruggen e ho detto tutto? Dennis già diede un’immagine inquietante di sé quando propose la sua visione della cronosquadre in chiave spartana, ma la Sparta di Frank Miller. E perché Nibali ha avuto il mal di stomaco? Quali specialità della cucina francese ha mangiato: camembert, bouillabaisse o escargots? Perché Simon le sboron non ha fatto gioco di squadra con Trentin ma l’ha staccato e buon per lui che ha trovato due fessacchiotti come Bilbao e Muhlberger che non sono stati capaci di chiuderlo in volata? Si sa che tra un ciclista che ha ancora qualche anno di contratto e uno che sta per cambiare squadra l’ammiraglia preferisce vinca il primo, certo è che Trentin aveva lasciato il wolfpack per fare il capitano ma con gli australiani ha vinto di meno e l’unica vittoria importante, l’Europeo, l’ha ottenuta con la nazionale. E poi perché la Giuria ha premiato col numero rosso di combattivo della giornata proprio Trentin e non Clarke, come a volerlo risarcire di un torto? Speriamo solo che questi misteri non si chiariscano mai del detto, così da fornire a Beppe Conti e ai suoi successori materia per articoli, paragrafi, capitoli o interi libri. A proposito di libri, il TGR ha detto che è morto quel famoso scrittore napoletano, e pensavo che forse Massimo Troisi si potrebbe definire una figura tragica, perché ha faticosamente tentato, anche con passi falsi, di tirare Napoli fuori dal folklore becero, dalle macchiette, dai luoghi comuni, ma il suo tentativo veniva sabotato dai suoi amici, prima ancora che sulla città si abbattessero Made in Sud, i neomelodici, i rappers vittimisti e i trappers trappani. E il TGR ha riproposto una scena del film in cui lo scrittore spiegava quell’immane cazzata della divisione tra uomini d’amore e uomini di libertà illustrandola con l’aiuto di una cartina geografica su cui i paesi erano colorati diversamente in base a questa divisione, e ho visto che in Belgio e Olanda ci sono gli uomini di libertà, quindi anche Puck Moonen preferisce vivere da sola e non essere scocciata (fatevene una ragione), ma, dato che la cartina raffigurava solo l’Europa, del Kazakhistan non si sa niente, speriamo che domani Giovannelli lo chieda a Vinokourov.

Alcune fonti, tra cui Het Nieuwsblad, dicono che Dennis sarebbe in polemica con la squadra perché le bici, cinesi, non sarebbero molto performanti. Nella foto il rappresentante della ditta guida il modello destinato a Dennis.

Non ho parole

Tra Giro e Tour in questi giorni dedico molto tempo allo sport in tv e allora preferisco non seguire anche le gare d’atletica delle Universiadi. Sul sito del giornale per persone intelligenti e politicamente corrette trovo un’intervista a Daisy Osakue che ha vinto l’oro nel lancio del coso, mi pare il disco, e il giornalista, essendo intelligente e sicuramente anche sensibile a tutte quelle cose cui deve essere sensibile il suo pubblico, le chiede almeno un paio di volte del lancio di un uovo di cui fu vittima l’anno scorso su cui lei preferisce glissare come su tutte le faccende politicamente strumentalizzabili. La ragazza poi dedica la sua vittoria alla nutella e lì si capisce quanto è stata fortunata o intelligente a dedicarsi all’atletica e non al ciclismo, perché i ciclisti invece hanno sempre qualche parente o amico morto fresco cui dedicare le vittorie. Ma il giornalista che, oltre che intelligente è anche molto informato sullo sport, dice che è un buon momento per lo sport femminile in Italia, prima le calciatrici e ora le atlete, come a dire che prima delle calciatrici, cioè fino a un mese fa, le sportive italiane non vincevano nulla. Ora, a parte il fatto che la nazionale di calcio mi risulta non sia arrivata neanche alle semifinali e l’unica cosa che ha ottenuto sono le prime pagine dei giornali, prendiamo le cicliste della pista, che in questi giorni stanno prendendo medaglie agli europei giovanili, ma un po’ meno delle altre volte perché non in tutte le classi d’età nasce una Balsamo o una Paternoster, le cicliste italiane ormai quando per portare a casa le medaglie possono usare un sacco e non una carriola sembra abbiano deluso. Comunque apprezziamo l’attenzione per le donne di quel giornale intelligente: infatti andando all’articolo su Ciccone troviamo un link sponsorizzato a un articolo sui più bei fondoschiena della tv. Ma tornando in strada oggi in entrambi i grandi giri c’era la tappa più lunga ma l’esito è stato opposto. Al giro è arrivata la fuga dalla fuga, cioè è arrivata da sola Elizabeth Banks, evasa da un gruppetto in cui Paladin ha guadagnato in classifica, e, intervistata all’arrivo, l’inglese è esplosa in fiumi di parole che hanno pure esondato, ha parlato della corsa e della compagna che l’ha protetta e della squadra, tutto sottolineato da espressioni sopra le righe che neanche nel teatro melodrammatico, e alla fine ha detto: “non ho parole”. Al Tour invece c’è stato il volatone e ha vinto Groenewegen ma per la prima volta ho sentito giustificare una sconfitta con l’eccesso di treno. Cioè Viviani ha voluto mezza squadra al suo servizio, oggi erano lì tutti belli allineati, ma facendo i conti erano troppi perché l’ultimo avrebbe dovuto spostarsi un km dopo il traguardo. Precisiamo che questa lettura della volata o, se preferite, patetica scusa, è dei commentatori RAI e non di Viviani, il quale non parla a vanvera. Infatti a inizio stagione aveva detto che i suoi obiettivi per il 2019 erano vincere una classica, Sanremo o Gent-Wevelgem, e confermare la maglia ciclamino al Giro d’Italia. Li ha falliti alla grande e, quando l’altro giorno ha vinto, ha detto che quello era il suo vero obiettivo stagionale, vincere una tappa al Tour, ma una appunto, non due che poi sballava, come oggi i vagoni del suo trenino.

Mai come quest’anno tante miss al Giro e per una gara femminile la cosa stona un po’. Poi amministratori e politici. Oggi finalmente una che di stare sul palco ne ha ben donde: Alessandra Cappellotto.

Rispetto

Il Tour comincia con una buona e una cattiva notizia e iniziamo dalla seconda. Parlano tanto di sovranismo ma, nonostante il popolo, che almeno fino alla fine della legislatura è ancora sovrano, abbia scritto sui social peste e corna dello scrittore parlante, lo ritroviamo in studio a dire banalità, in compagnia di Beppe Conti e dell’asse sciovinista Garzelli-De Luca. Tra l’altro bisogna dire che, rispetto allo scrittore, Garzelli è molto più audace nel linguaggio e, non contento di cambiare le finali delle parole, ha iniziato un processo di destrutturazione della lingua con i verbi che vanno alla ricerca dei soggetti muovendosi tra complementi buttati lì alla rinfusa. Poi c’è la buona notizia, ma non me la ricordo più, ah sì, siamo in Belgio e ho detto tutto, si parte da Bruxelles nel 50esimo della prima vittoria al Tour di Merckx, che nell’occasione incontra il Re, il quale gli dice che è lui il vero Re, e forse non era solo un complimento, può darsi che faceva sul serio e voleva passare al vecchio ciclista la patata bollente di regnare su questo paese sconclusionato e approssimativo che a volte sembra quasi l’Italia, se non fosse per certe ingenuità che non te le immagini in un paese di carogne come il nostro. E quello che il Tour attraversa non è un Belgio generico, ma si passa su muri simbolo delle Fiandre come il Kapelmuur, che inquadrato dal basso sembra quasi un altro posto, e il Bosberg, e il più titolato ciclista fiammingo in attività, Greg Van Avermaet, ne approfitta per passare per primo sulla prima salita, a lui molto familiare, e prendere in offerta speciale anche la maglia a pois. Però non è che l’abbiano lasciato fare per rispetto verso il suo blasone, anzi il connazionale Meurisse ha battagliato fino all’ultimo mentre Berhane ha tentato di anticiparlo. Berhane è uno dei tre africani in gara, ieri nella presentazione avevo scritto che erano in due perché avevo dimenticato proprio il più prestigioso, Daryl Impey prima maglia gialla africana della storia, ma diciamo che forse mi era sfuggito perché è un corridore istituzionale, di vertice anche se con poche vittorie, giriamo così la frittata, e poi si potrebbe considerare un ciclista più genericamente australe perché corre con la Mitchelton e vince e rivince il Tour Down Under. Nella Deceuninck succedono cose strane: Viviani ha ottenuto mezza squadra per tirargli le volate ma prima viene intervistato da solo senza neanche Morkov o Richeze a supportarlo, e poi quando fora non l’aspetta nessuno ed è costretto ad accodarsi al gruppetto della UAE in una fase di ventagli, ma va detto che è rimasto calmo, non si è fatto prendere dal nervosismo e questa è l’unica cosa buona che si può dire oggi su di lui. Poi vediamo il suo capitano-gregario (dipende dalle tappe) Alaphilippe fare scorta di borracce all’ammiraglia per tutta la squadra, senza nessun rispetto per il suo ruolo né per il suo primo posto nella classifica UCI. Poco dopo inizia la serie delle cadute: Fuglsang si fa male, sanguina, si spaventa per il sangue copioso, poi mangia una barretta e qualcuno fa notare che, nonostante tutto, mette la carta in tasca, con grande rispetto dell’ambiente. Chi dell’ambiente ha poco rispetto sono dei tipi su un ponte che accendono fumogeni gialli e espongono uno striscione su cui è scritto più o meno che intanto il popolo pedala nella miseria. Diciamo che il loro spessore politico lo dimostra la capacità di individuare la controparte, perché è ormai assodato che il ciclismo sia la causa principale della povertà. Forse erano gilet gialli in trasferta, chissà. Si dice di loro che politicamente siano non inquadrabili, e infatti per la loro arroganza potrebbe stare sia dalla parte del capitano che dalla parte della capitana. E in questo trionfo di giallo c’è anche il tonfo di un giallo, il più atteso per oggi, il velocista Groenewegen che cade a pochi km dal traguardo. Per questo quando sul rettilineo d’arrivo Sagan viene superato al colpo di reni da un altro giallo della Jumbo che non somiglia a Van Aert non si capisce subito di chi si tratta, eppure Mike Teunissen quest’anno aveva già vinto più volte. Colbrelli arriva quinto e si giustifica dicendo di non aver un gran treno, però bisognerebbe fargli notare che neanche il vincitore aveva il treno, per il semplice motivo che è lui stesso il treno, e a proposito di TGV, se nella cronosquadre di domani Tony Martin ritornerà a essere panzerwagen, Teunissen può mantenere la maglia gialla. Nell’anno della conferma anche su strada di Van Aert e Van Der Poel e della sorpresa di Tim Merlier esplode un altro crossista, perché Teunissen è stato campione del mondo under 23 nel 2013, quest’anno è stato solo secondo al campionato europeo di corsa su spiagga dietro Boom e, forse motivato dal compagno di squadra WVA, in primavera ha detto di voler tornare a gareggiare seriamente per i campi. Nello studio RAI, che prima definivo sciovinista, ci sono delle affermazioni nazional-infantili. Prima Beppe Conti critica il fatto che in una capitale come Bruxelles si scelga un arrivo 150 metri dopo una curva, e in effetti in una città spettacolare come questa si poteva scegliere lo stesso rettilineo lunghissimo della Brussels Classic anziché questo arrivo in curva e in salita che sa più di cittadina dell’Italia centrale, ma c’è da scommetterci che se avesse vinto un italiano ne avrebbero elogiato la capacità di interpretare il finale e di vincere su di un arrivo non banale. Ma già che c’erano Garzelli e Conti medesimo, aizzati da De Luca, hanno cercato di giustificare la sconfitta di Viviani, imbottigliatosi da solo e senza grandi gambe, con una presunta scorrettezza di Caleb Ewan, che andava certamente ammonito, anzi retrocesso, anzi squalificato, anzi fucilato. Tutto sommato è andata meglio in Italia, dove al Giro, dopo la cronosquadre di ieri, brutta perché corsa male da quasi tutte le squadre, c’era un arrivo anch’esso in salita e dopo una curva. E Rizzato prima ha detto che sembrava fatto su misura per Elisa Longo Borghini, che non mi risulta tanto veloce, poi però, quando Marianne Vos stava per partire, ha detto che sembrava fatto su misura per la Vos. Come il connazionale Teunissen, anche Marianne è ciclocrossista, ma a differenza del bi-collega, non ha vinto al fotofinish  ma, a detta di Rizzato, con due biciclette di vantaggio. Sarà, a me sembrava un intero negozio di biciclette. E per Marianna non c’è nazionalismo che tenga: massimo rispetto.

Quante biciclette di vantaggio dimostra?

Un altro primo bacio?

Settimana di campionati nazionali e in Italia tra gli uomini ha vinto Rocciolino Formolo che è partito da lontano e con la sua capa tosta ha tenuto duro incurante del vantaggio sugli inseguitori anche quando erano dietro l’angolo, e questa è la conferma che deve curare le corse in linea e non i grandi giri. Oggi è stato l’unico a correre per vincere mentre gli altri hanno corso per salire sul podio, farsi il selfie col vincitore e anche con le miss, appetite anche dai politici locali in fascia tricolore, e soprattutto prendere le mortadelle giganti che Adriano Amici distribuisce generosamente nelle corse che organizza. Però l’Italia deve sempre distinguersi per la collocazione nel calendario dei campionati: in passato c’è stata la poco gradita collocazione al sabato della gara maschile, l’anno scorso i campionati a cronometro si sono disputati in autunno e quest’anno le prove femminili sono state differite a fine luglio, in concomitanza col Tour e l’Adriatica-Jonica, quindi con presumibile difficoltà a trovare una finestrella in tivvù. Forse il motivo era la concomitanza con i Giochi Europei di Minsk in cui le migliori cicliste azzurre sono andate a guadagnare la solita quintalata di medaglie e soprattutto punti preziosi per la qualificazione olimpica, ma sui giornali non avranno mai le pagine che all’improvviso hanno avuto le calciatrici. Così l’unica “italiana” che ha corso, e vinto, è stata la solita rumena Ana Maria Covrig che vince troppo facile, e tanto di cappello (o di casco?) a lei ma ciò dimostra anche il pessimo stato del movimento rumeno femminile (quello maschile è messo un po’ meglio). Il campionato murciano, pardon spagnolo, disputato in Murcia, se lo sono contesi i due più illustri ciclisti locali, ma stavolta Don Alessandro non ha lasciato la vittoria all’amico Luigi Leone. E non bastassero Van Aert e Van Der Poel, in Belgio ha vinto Tim Merlier che nel ciclocross è uno dei migliori ma i due campionissimi in genere li vede da lontano se non solo alla partenza. Un’altra curiosità che solo La Zeriba Suonata è andata a scovare scorrendo l’ordine d’arrivo del campionato olandese è positiva, doppiamente positiva, perché a meta dell’ordine d’arrivo, a un paio di minuti dalla vincitrice Wiebes e davanti ad atlete di livello internazionale, troviamo appaiate due presenze inattese. La prima è la rediviva Thalita De Jong, precoce campionessa mondiale del ciclocross e vincitrice di un Giro del Trentino, che dopo un infortunio era scomparsa dalle gare e ritrovarla fa piacere, poi per tornare a quei livelli ci sarà tempo. L’altra sorpresa è Puck Moonen, forse mai a questi livelli in una gara impegnativa, forse le ha fatto bene la separazione da Eli Yserbit, e pensando ad altre bellezze che alla prima occasione si sono ritirate, come Marion Rousse, c’è da apprezzare che lei insista e sembri migliorare. Facciamo che tra due anni le vediamo entrambe, De Jong e Moonen, al Giro d’Italia. E infine, se in Italia la prova maschile e quella femminile a volte non si svolgono sullo stesso percorso e quest’anno neanche nello stesso periodo, in Israele si sono svolte contemporaneamente, come una marathon di MTB. Ed è successo che Guy Sagiv che andava a vincere la prova maschile ha affiancato Omer Shapira che andava a vincere la prova femminile e i due si sono baciati.

La giuria non ha riscontrato nessuna infrazione, sia perché i due non ne hanno tratto vantaggio, anzi hanno rallentato, sia perché sono regolarmente fidanzati. Ma questo potrebbe costituire un precedente, e si sa che i precedenti spesso sono pericolosi, e un domani i ciclisti e anche il personale delle squadre potrebbero allenare e rinforzare le lingue e, con la scusa del bacio, effettuare dei lanci all’americana.