Belle cose passate

Sono nato nel 1960 e quando nel 2014 ho iniziato a bloggare pensavo di essere già troppo vecchio in questo ambiente, poi invece ho scoperto che ci sono anche bloggers più anziani, anzi, direi che l’età media è alta, e penso sia quasi inevitabile che spesso i post rivelino rimpianti per i bei tempi passati che non ritornano più, quando si stava meglio, praticamente l’età dell’oro. Ma ammettiamolo che si può fare il “giovane” fino a un certo punto, ci si può sforzare di apprezzare le cose presenti, ma poi si finisce col ricordare con nostalgia quelle belle cose del nostro passato che erano oggettivamente migliori. E allora, in barba (ops) a quel bastian contrario di Aure70 che ci propone i suoi ricordi di diciamo ristrettezze economiche, eccovi una mia rassegna, parziale, di belle cose che purtroppo non ritornano più, preparate i fazzoletti ché verrà la lacrimuccia anche a voi.

Il surrogato di cioccolato, per gli intolleranti all’agiatezza, non so cosa ci fosse dentro, ricordo solo quelle tavolette piccole e sottili e quella scritta.

Il bustone gigante di patatine sul bancone della salumeria. La pasta venduta sfusa non l’ho vista, ma le patatine sì, potrà sembrare una pratica poco igienica, ma rafforzava il sistema immunitario, non come oggi che basta una piccola pandemia per ammalarsi.

La bella scuola classista di una volta, che non faceva discriminazioni, aveva un occhio di riguardo sia per il figlio del notaio che per il figlio del ricco commerciante del centro, a preservare l’attualità del libro Cuore.

Il sano realismo delle classi differenziali, che non metteva grilli nel piccolo cervello minorato di deficienti e handicappati, inutile illuderli, per loro non era possibile una vita come quella delle persone normali, ma un posto in prima fila nelle manifestazioni religiose nessuno glielo avrebbe negato.

L’insegnamento dei Valori, ad esempio l’amore per la Patria, col ricordo delle imprese eroiche dei nostri militari, come quelli che con i loro superbi aerei combatterono in Africa contro quei primitivi neri con le loro ridicole lance.

I giocattoli pubblicizzati sulle pagine di Topolino o del Corriere dei piccoli che lì rimanevano, ma durava poco, il tempo di crescere e iniziavi a pensare che pure Paola Pitagora rimaneva sulla carta.

I fumetti che alternavano due pagine a colori e due in bianco e nero, per combattere lo spreco ed evitare che i bambini si abituassero troppo bene.

Le casalinghe: in 13 anni di scuola dell’obbligo ricordo un compagno che aveva la madre insegnante, gli altri tutti figli di casalinghe, non perché mancasse il lavoro ma perché non rientrava nella mentalità diffusa.

Il riformatorio, pardon l’orfanotrofio religioso, in cui non tutti erano orfani, mica si era nei cartoni giapponesi, ma c’era anche qualche figlio di genitore indecentemente indigente. Tutti vestiti uguale, e meno di quanto avrebbe richiesto il clima per meglio temprarsi, ma amorevolmente seguiti sia dal prete quasi come se fossero suoi figli (nonostante avesse già i suoi due da mantenere), sia dagli insegnanti. Infatti frequentavano la scuola statale e nella mia classe in prima media dei 10 ai blocchi di partenza ne furono promossi ben 3.

Le assemblee studentesche in cui avevano diritto di parola tutti quelli che la pensavano allo stesso modo.

Gli studenti armati di manganello, e quelli politicamente più preparati anche con coltelli e pistole, che si affrontavano in nome dei loro ideali, altro che edonistici gavettoni. E a questo proposito voglio rivolgere un pensiero a quelli che non hanno potuto vedere realizzato il loro sogno rivoluzionario perché finiti ingabbiati in condizioni penose, costretti a fare il medico, l’avvocato, il banchiere o il giornalista.

L’ideologia che tutti i cervelli si porta via, così comoda perché dentro c’era già tutto pensato. Ma sono crollate davvero tutte le ideologie? No, c’è rimasta la religione, vuol gradire? No, grazie, come se avessi accettato.

Studenti e operai uniti nella lotta, bastava solo che gli studenti capissero che gli operai non erano quelli color verde fosforescente con le orecchie a punta e il più era fatto.

I cantau… cough… dicevo, i cantaut… etciù! Scusate, mi è stata diagnosticata un’allergia a quelli là.

I politici di una volta, capaci di virtuosismi linguistici che legittimavano tutto senza sbilanciarsi. Emblematiche le “convergenze parallele” di Aldo Moro che hanno fatto scuola, basti vedere l’attuale governo “vengo anch’io” e la scissione del M5S con una parte che sta con Draghi e l’altra che appoggia il governo.

I “liberi” di Skorpio e Lanciostory, ai quali avrebbe dovuto riservare tutta la sua arte Roberto Recchioni invece di toccare Dylan Dog: Vade retro, Xabaras!

La diretta degli ultimi 5 km della Parigi-Roubaix, scelta felice perché iniziando la trasmissione quando non c’erano più tratti di pavé da percorrere si evitava al pubblico che gli venisse il mal di mare e che si annoiasse con una lunga diretta.

La verità su Johnny Depp

Sono arrivato tardi a leggere Roald Dahl, e anche per questo migliaia di volte ho ignorato la programmazione del film Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato del 1971. Poi ho cominciato a leggere Dahl, e a vedere le figure di Quentin Blake, e quando ho visto il film La Fabbrica di Cioccolato del 2005 mi sono chiesto a chi si doveva quella superba cattiveria. Leggendo finalmente il libro da cui sono tratti i due film ho verificato che quella cattiveria era merito dello scrittore, ma non ne avevo dubbi, e Willy Wonka, anche se privo di superpoteri, diventava il mio supereroe preferito. Intanto la tivvù non aveva più intenzione di programmare quel film ormai vecchio e l’ho recuperato in dvd. E la verità è che Willy Wonka di Gene Wilder è molto meglio di quello di Johnny Depp.

Esplosioni fotoniche

Cambio di finale (5 lettere)

La tappa di Napoli ha lasciato qualche strascico, sui social c’era l’immagine di un ragazzino vestito come Pantani, che matematicamente non ha potuto vedere correre, qualcuno gli avrà inculcato questa triste mitologia, ma era quasi cosplay, il costume da Pantani era preciso e comprendeva la bandana, e di conseguenza il ragazzino ha pedalato senza casco: bisognerebbe evitare che certi personaggi, loro malgrado, facciano danni anche da morti. E a proposito di morti il Giro arriva nelle Marche a omaggiare Scarponi e, come i fascisti prima di qualche adunata o manifestazione per precauzione portavano gli anti in galera per qualche giorno, qui hanno pensato di mettere in gabbia il pappagallo Frankie che rappresentava un pericolo perché avrebbe potuto volare dietro, o peggio sopra, ai corridori. Poi dopo la fine corsa l’hanno liberato e la RAI che aveva inviato una troupe sul posto è riuscita a perdere anche questo momento fatidico. E allora, già che ci siamo, quando su una salitella a una decina di km dal traguardo ci sono i primi scatti la RAI preferisce omaggiare la sottosegretaria migliore, quella che quando lei tirava di scherma e Silvio B era premier disse che … vabbe’, lasciamo perdere, cercate il video su youtube. Dopo la salita c’è una discesa, l’ideale per un attacco di Nibali, se fosse stato il Nibali di 5 anni fa e soprattutto se ci fosse stata una vera discesa. Poi l’ultima salitella su cui si staccano gli ultimi velocisti, la situazione ideale per Albanese, se non ci fossero quei due bestii di Van Der Poel e Girmay, 184 cm cadauno, che per ora fanno più spettacolo degli uomini di classifica. Si, però i due hanno fatto uno sforzo supplementare, il primo per un problema meccanico e il secondo perché voleva andare dritto a una curva, ma nonostante ciò fanno una volata lunga e staccano tutti, tra i quali in effetti il primo, cioè il terzo di tappa, è proprio Albanese. Girmay batte Van Der Poel, il quale fa dei gesti a dire che il nuovo rivale è davvero forte, ma oltre che forte è già un personaggio storico, è il primo africano nero di colore a vincere una classica e ora anche il primo a vincere una tappa in un grande giro, e ovviamente c’è chi dice che è una pantera e chi dice che ruggisce, ma il vero lato negativo della cosa è gentilmente fornito dagli italiani che ricordano come la passione degli eritrei per il ciclismo risalga ai tempi dell’occupazione italiana e sembra quasi che finiscano a dipingere positivamente la politica coloniale, già sono passati a parlare delle strade e degli edifici lasciati per il loro bene. Questi discorsetti si sono sentiti anche al Processo, ma non so quanti dopo la corsa rimangano ad ascoltare Fabretti perché sentire le sue poetiche introduzioni è sgradevole quasi quanto ascoltare Jovanotti che canta. Ma penso che la vittoria di Girmay un risultato concreto l’avrà, perché finora le grandi squadre, sempre alla ricerca di ragazzini promettenti, li prendevano dai paesi occidentali, forse pensando anche alle promesse non mantenute dai vari Teklehaymanot e Kudus, e lo stesso Girmay, pur avendo battuto Evenepoel da junior, fu ingaggiato solo dall’ultima squadra francese, ma ora potrebbe esserci più fiducia negli africani. Viene fuori anche che Girmay aveva praticato prima il calcio, come Van Avermaert Van Vleuten ed Evenepoel, tante vite salvate e chissà che non ce ne siano altri che si vergognano ad ammetterlo. Purtroppo in serata sapremo anche che Girmay, volendo far meglio di Van Der Poel, ha un po’ esagerato, e se Matteino sul palco della prima tappa si sparò il tappo del prosecco sullo zigomo, Biniam ha centrato addirittura un occhio. Così l’eritreo, che prima di questa tappa aveva dei dubbi, era il suo primo grande giro, gli facevano male le gambe, e poi ha vinto, è costretto lo stesso a ritirarsi per precauzione. A me non piacciono i cerimoniali, soprattutto le bandiere e gli inni, ora ci aggiungo pure questi bottiglioni, che sono anche un simbolo dello spreco, perché vengono usati per innaffiare i presenti, il ciclista che già evita pizze e arrosticini non può bere, poi se il contributo di questi eno-sponsor consiste solo nel fornire a gratis le bottiglie penso che se ne possa fare a meno. La corsa perde un protagonista e molti appassionati di ciclismo solidarizzano con Girmay esclamando “Tappo maledetto!”, soprattutto i lavoratori statali, ma su quest’ultimo punto ho la sensazione che qualcosa mi sfugga.

Nella civiltà dei consensi non sempre i like e gli applausi sono opportuni. Sopra Van Der Poel alza il pollice a dire Ragazzo, sei forte! e lì va bene. Sotto Girmay si è quasi cecato un occhio e i presenzialisti applaudono: ma cosa ca##o applaudite? Volete pure il bis visto che gli è rimasto l’altro occhio?

Un italiano, vero?

Jumpin’ Lopez aveva detto che certe tappe che sulla carta dovrebbero essere tranquille poi non lo sono. E pure nella piattissima tappa emiliamo-romagnola c’è confusione quando qualcuno cerca di sfruttare il vento per creare qualche ventaglio e mettere gli avversari in difficoltà, ma dura poco e torna la calma, si fa per dire. E così diventano protagonisti gli uomini RAI. Ognuno indica il suo velocista favorito per la volata, io invece tifo per un finisseur, uno qualunque, ma Dries De Bondt parte a 58 km dalla conclusione, un po’ presto. Eppure lo riprendono solo all’ultimo km. Nel frattempo Giada Borgato, cui ora dedicano pure le scritte per strada, ci racconta che quando De Bondt ebbe un incidente e stette 13 giorni in coma i medici dissero ai parenti che poteva morire, o rimanere menomato, o guarire, ci vuole coraggio a sbilanciarsi così. Poi c’è la volata e Démare ha tutto il trenino a disposizione ma Stefano Rizzato anticipa tutti dando Gaviria per vincente e invece Alberto Dainese con una rimonta straordinaria lo beffa, anzi li beffa, sulla linea. Het Nieuwsblad scrive che è venuto fuori come un diavolo mentre Sonny Colbrelli, più sobrio, dice che “ha avuto un’esplosione fotonica”, poi Fabretti ci racconta che l’ancora giovine Alberto, che nel 2019 vinse l’Europeo under 23, da ragazzino giocava a basket poi si appassionò al ciclismo e dice che forse lo seguiva sulle reti RAI, ma ne dubito perché se così fosse stato si darebbe dato al biliardo o al curling o alla ginnastica ritmica. Infatti per la RAI il Giro d’Italia è praticamente un programma contenitore, in cui si parla di letteratura, storia, geografia e pure applicazioni tecniche, e oggi, nonostante l’atletica fosse già in onda sulle due frequenze di RaiSport, hanno interrotto il ciclismo per mostrare l’esordio stagionale di Marcell Jacobs, una gara strana perché c’erano anche atleti non tatuati, non so se il regolamento lo consente, ma, tornando alla considerazione che in RAI hanno del ciclismo, penso che, se invece ci fosse stata una diretta di calcio, per Jacobs non avrebbero interrotto neanche una partita di serie C.

E’ arrivata la vittoria di un italiano, così finiscono i lai e stiamo tutti un po’ tranquilli.

Gli affamati e i principessi

Se Napoli fa pensare alla pizza l’Abruzzo si associa agli arrosticini e quando il Giro arriva in Abruzzo al Commissario in moto viene la fringalle però non cerca le barrette del suo ex compagno ex supercittì ma uno spiedo. Questa regione ha dato pochi ciclisti e non sempre buoni. Vito Taccone diceva che doveva vincere anche come fosse una rapina perché aveva fame, come se gli altri ciclisti del suo tempo venissero dall’aristocrazia sabauda, e per questo ha pensato di essere sempre in diritto di lamentarsi e polemizzare, anche una volta sazio. Il killer di Spoltore all’ennesima positività si è definito bestia da vittoria e ha collaborato, più con le Iene che con la giustizia. Luciano Rabottini vinse una Tirreno-Adriatico con una fuga bidone, poi, dopo qualche anno anonimo, vinse il Giro della Campania davanti alla Reggia, e davanti a Ballerini che si sarebbe rifatto l’anno dopo. Quando suo figlio Matteo fu trovato positivo si diceva che non volesse neanche parlargli, però ora conduce una rubrica su una tivvù e ha invitato l’ex killer spoltorese a commentare: meglio non commentare. Roberto De Patre non ha mai corso il Giro e da professionista non ha mai vinto, così ha preferito ritirarsi presto per lavorare nella Ditta di famiglia, ma se ha fatto la comunione dei beni condivide un Mondiale un Europeo un Fiandre una Wevelgem e altro ancora perché sua moglie è Marta Bastianelli, ospite provvisoria del Processo. Dario Cataldo oggi a un traguardo volante ha vinto il premio per la classifica avulsa dei ciclisti abruzzesi: una pecora. E infine c’è Giulio Ciccone, precaria e quasi unica speranza di classifica per il ciclismo italiano. Infatti alla prima salita vera Ciccone già si stacca e si dimostra l’infondatezza di certe interpretazioni della crisi del patrio ciclismo, perché la Trek è una squadra straniera ma puntava molto su Ciccone, al punto che i compagni di squadra sono rimasti con lui e nessuno con la maglia rosa Jumpin Lopez, e quando questi ha toccato la sacra rota di Valverde ed è caduto ha dovuto rincorrere da solo riuscendo a salvare la maglia per una sporca dozzina di secondi. Il Blockhaus non ha fatto sfracelli ma ha setacciato la classifica e il primo a uscirne è stato Yates che stavolta ha la scusa del ginocchio gonfio. I tre più forti, almeno di giornata, sembravano Bardet Carapaz e Landa, ma nell’ultimo km hanno proseguito guardandosi e zigzagando per cui di km ne avranno percorsi il doppio, e sono rinvenuti i primi inseguitori tra i quali Jay Hindley che quando era under 23 è venuto dal Giù Sotto a correre in Italia proprio in una squadra abruzzese, e ha vinto una volata combattuta che per poco non si doveva ricorrere al fotofinish: tre quasi sulla stessa linea in una tappa di montagna. Jay fu secondo allo strano Giro del 2020, che con il suo ritorno alla vittoria potrebbe migliorare quell’immagine un po’ sfigata che l’accompagna, ora attendiamo che si faccia vivo anche il vincitore Tao Coso Hart. Intanto Hindley è diventato la punta della Bora visto anche il ritardo di Kelderman che ha forato e cambiato la bici, ma poi ha voluto ricambiarla e riprendere l’originale. Petacchi ha spiegato che certi corridori sono così abituati a correre sempre con la stessa bici che anche se quella di riserva è uguale non si trovano a loro agio, il che significa che in gruppo ci sono dei principessi sul pisello.

Chi fugge e chi sfugge

Slow Sud

A smentire subito quello che ho scritto l’altro giorno sulle tappe di trasferimento, appena il gruppo mette piede, anzi ruota, sul continente ne viene una tappa molto sonnacchiosa. Solo Diego Rosa azzarda una fuga solitaria controvento, lui è uno di quei giovani promettenti che aspetti aspetti e aspetti finché non diventano anziani, ed è un’altra scommessa dei suoi manager Basso & Contador, che visti i risultati farebbero bene a non giocare alla roulette. Qualcuno dice che Rosa è partito per cercare sé stesso, e forse anche il gruppo l’aiuta, guardate bene, pure là, trovato niente? E per questo procedono lenti, che non sarà un grande spettacolo ma almeno finisce per privarci di uno spettacolo ancora più sconfortante, il Processo fabrettiano. Quando il peloton finalmente raggiunge Rosa, questi per poco non si lamenta che ci abbiano messo troppo tempo, e in questi casi come al solito i commentatori che vogliono un ciclismo più avventuroso e meno calcolatore e sparagnino dicono che la sua è stata una scelta tattica sbagliata, ed era meglio risparmiare energie per il giorno dopo. Quindi c’è ancora volata con arrivo in curva e, sarà stato il vento o la forza centrifuga, alcuni deviano verso l’esterno con Gaviria che usa due DSM come transenne e poi riprende a pugni la bici che uno di questi giorni si vendicherà, ma lì davanti parte presto Markino Cavendish, lo supera Calebino Ewan ma poi arriva quel bestione di Démare che vince di nuovo: vergogna, grande e grosso si mette contro due piccoletti.

Quote rosa

Dopo l’annuncio del ritiro di Nibali il ciclismo italiano si pone una grande domanda: E mo’? Finora ci si poteva aggrappare alla speranza di qualche invenzione di Vincenzo, ma anche i quattro che nel loro piccolo hanno vinto i campionati europei hanno superato la trentina. Cassani dice che la causa della crisi è la mancanza di una squadra world tour, sottintendendo che i ciclisti migliori emigrano per fare i gregari, un’ipotesi originale sentita solo un altro milioncino di volte, ma neanche tra le donne c’è una squadra world tour, c’era la Alè ma quando gli emiri hanno voluto anche la squadra femminile invece di costruirla ne hanno comprata una già bella e fatta, e quei cammelli che pascolano nel giardino della Sciura Piccolo sono solo una parte del ricavato della vendita. Eppure le cicliste italiane vincono eccome. Qualcun altro dice che i giovani non praticano il ciclismo perché le strade sono pericolose, e in effetti non si è mai sentito di un giocatore di curling investito mentre si allenava, e guarda un po’ alle ultime olimpiadi ghiacciate tra i medagliati c’erano un ex ciclista e un figlio di ciclista. Sì, ma pure le donne si allenano sulle strade pericolose, eppure vincono eccome. Uffa ‘ste donne, le loro vittorie sono più un problema, nascondetele da qualche parte. Ma fare finta che non ci siano non è possibile, però almeno si possono limitare, così la RAI annuncia che a turno alcune delle più forti faranno da opinioniste al Processo, in modo da distrarle dagli allenamenti, ma gli cederà il posto Giada Borgato che commenterà solo la gara, perché più di una donna non è sostenibile, in RAI dicono che è solo perché non hanno abbastanza sedie ma questa è una scusa patetica perché si possono chiedere in prestito a qualche bar nei dintorni, e chi si rifiuterebbe di tirare una sedia a Mamma Rai? Intanto la tappa dalla Calabria alla Lucania è soleggiata ma combattuta, va una fuga con ciclisti forti ma fuori classifica, c’è pure Dumoulin, nel finale danno spettacolo con scatti e controscatti e la superiorità numerica dei jumbo agevola la vittoria dell’ex giovane Bouwman, ma è il suo quasi capitano Tom da Maastricht che continua a essere oggetto di dibattito e sull’argomento Fabretti al Processo stabilisce il record di baggianate nel tempo di due minuti. La campionessa ospite è Marta Bastianelli che è poco pratica del ruolo e quando c’è un diseducativo collegamento con Pellizzotti che sta guidando l’auto e non si ferma lei gli rivolge una domandona in due volumi. Ma le risposte ormai sono sempre diplomatiche e i nostalgici delle vecchie trasmissioni e gli appassionati delle polemiche non devono aspettarsi più niente dal Processo, che anzi con i collegamenti con amici e parenti e le cosiddette sorprese è ormai più un varietà che un programma giornalistico.

Stupor Mundi

La RAI si vanta di trasmettere la diretta integrale delle tappe. Ma non è vero, ci sono le interruzioni per gli spot pubblicitari durante i quali i ciclisti non vanno in stand-by. Immaginate la diretta di una partita di calcio, nel secondo tempo le squadre sono sullo 0 a 0, c’è un attacco e lì il regista pensa che è il momento opportuno per mandare un’interruzione pubblicitaria solo di pochi minutini, poi al rientro scoprite che la squadra che era in difesa sta vincendo 1 a 0. La tappa di Napoli è breve e si corre di sabato, non lavorando posso vederla integralmente, garantisce la RAI. C’è moltissimo pubblico, quasi sorprendente per una regione senza ciclisti né squadre né corse in un circolo vizioso che dura da tempo al punto che non permette più di capire chi ha iniziato a mancare. E la poca dimestichezza con questo sport si vede nell’atteggiamento del pubblico che è rimasto indietro, non tanto per il tipo che butta l’acqua sui ciclisti che Girmay sembra non gradire, quanto per il fatto che la gente guarda la corsa e non la telecamera. Quando presentano il percorso del Giro non mi applico perché so che me lo dimenticherei, e credevo che si corresse anche a Procida capitale provvisoria della cultura, ma di mezzo c’è il mare, che per il Sergente Torriani non sarebbe stato un problema, un ponte di barche o un tratto a nuoto, the show must go on and the cyclists sciò, invece si arriva solo a Monte di Procida che è di fronte all’isola ma sulla terraferma, anche se questo termine è fuori luogo in un’area in cui l’attività sismica si è cronicizzata. Lo scrittore parlante ci dice che per il panorama il belvedere del Monte di Procida fu chiamato Stupor Mundi, omonimo di Federico II, ma nel ciclismo Stupor Mundi è Mathieu Van Der Poel che attacca appena la strada sale leggermente, pochi km dopo il via, e Giada Borgato, che è sempre l’unica che ne capisce, dice che ha agito come se fosse ciclocross, dietro però capiscono che se davanti c’è Stuporone può essere una fuga di marca buona e non da sfigati e si accodano in 20 tra cui Girmay, ed è grave che l’unico campano, Vincenzo Albanese, non abbia colto l’occasione lui che qui voleva fare bene. La fuga tiene e a meno di 50 km dalla fine Van Der Poel lancia un altro attacco e dopo un po’ qualcuno riesce ad accodarsi. Andranno all’arrivo? Questo è il momento buono per lanciare la pubblicità, c’è anche uno spot con un attore che non ha orrore di sé stesso a girarlo. Si torna alla corsa e davanti ci sono Thomas De Gendt, il compagno Vanhoucke, lo spagnolo Arcas e Davide Gabburo: alla diretta integrale della RAI è sfuggita l’azione decisiva della tappa. Sì, perché dietro gli inseguitori residui ora si riavvicinano ora rallentano e ormai Girmay ha la statura del grande corridore e in quanto tale gli tocca finire invischiato nei tatticismi. Il percorso diciamo vallonato, le continue curve e le strade a volte strette fanno pensare all’Amstel e quando giunti a Napoli Van Der Poel e compagni arrivano a pochi secondi dal gruppo di testa si prospetta un finale come all’Amstel del 2019. Ma il vecchio De Gendt non molla, lui dall’anno scorso si lamenta, è invecchiato lui o forse sono gli altri che vanno più forte e non gli riescono più le fughe di una volta, e dopo aver lavorato molto per Vanhoucke, che alla fine invece è stanco, chiede a questi di tirare e vince la volata quasi per distacco davanti a Gabburo che è stato l’iniziatore dell’attacco decisivo. La maglia rosa rimane a Juan Pedro Lopez Perez detto Juanpe, ma potremmo chiamarlo pure Jumpe per come è stato lesto a saltare sulla ruota del secondo in classifica Kamna che un tentativo l’ha fatto. Ma Juanpe è stato protagonista anche prima della partenza perché su twitter c’era una sua foto mentre addentava una pizza, e la cosa ha scatenato un dibattito acceso in RAI: ne avrà assaggiato un pezzettino piccolo o l’avrà mangiata tutta!? La pizza non si digerisce, e poi cosa te ne fai della pizza quando hai i gel e le barrette di Cassani, quelle al gusto di copertone e ora anche quelle al gusto di deragliatore sporco di fango. Forse Jumpin’ Juanpe non pensa di mantenere la maglia perché ora c’è il temibile Blockhaus, che in realtà non farebbe paura a nessuno se Merckx non ci avesse svoltato la carriera quando, vincendo lassù, da velocista diventò ciclista totale, ma Eddy avrebbe fatto la differenza anche sulla salitella di Viale De Amicis.

Altra corsa, altro Matteo

Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale del Giro delle Fiandre. Nei giorni precedenti nella regione aveva nevicato a quote basse, avrebbe nevicato anche a quote alte se ci fossero, ma i fiamminghi per andare in montagna, o meglio al di sopra dei 180 metri, dovrebbero circumnavigare Bruxelles e raggiungere la lontana Vallonia dove i nativi parlano una lingua incomprensibile, dicono si tratti del francese. I belgi sono appassionati di ciclismo a prescindere, qualche anno fa quando Sven Nys era a fine carriera si pensava che si sarebbero disinteressati del ciclocross, negli stessi anni tramontava Tom Boonen, ma già arrivava Wout Van Aert a raccogliere da solo l’eredità di entrambi. Però ieri non c’era perché lui che diceva che bisognava convivere con il covid ha un po’ esagerato nella convivenza e se l’è beccato, e i Jumbo erano abbacchiati senza il loro leader, tranne quelli che avrebbero potuto finalmente fare la loro corsa, e la gente li consolava con frasi di circostanza dicendogli che erano comunque la squadra più forte, loro si schermivano, dicevano che non era vero, e infatti non era per niente vero e, per dire, il mezzo capitano Laporte è emblematicamente finito in un fosso. Ma per l’assenza di Van Aert si temeva che anche il pubblico si assentasse e invece, dopo aver visto la Ronde in televisione per due anni, stavolta sono tornati sulle strade, esagitati a mangiare patatine e bere birra, mentre quelli che possono permettersi di pagare per un posto privilegiato e vengono detti V.I.P., uguale, esagitati a mangiare e bere, niente doppiopetto ma neanche happy hour ché per il quinto anno consecutivo non ha vinto un belga, ma neanche uno sul podio. L’attenzione era tutta su due che neanche dovevano esserci, Mathieu Van Der Poel, velocemente ripresosi da una serie di problemi fisici, e Tadej Pogacar, cui nessuno credeva tranne la sua squadra i suoi tifosi i suoi avversari e i commentatori. Eppure la corsa non si era messa bene per loro, sembrava che li avesse messi nel sacco un gruppetto di vecchie volpi come Stybar, vecchie volpi ancora giovani come Bettiol, giovani scatenati come Pedersen e altri avventurieri, ma gli inseguitori hanno riportato sotto i big e tra i faticatori c’era un ancor giovane e sconosciuto gregario di Pogacar che non vince non si piazza e non prende neanche un voto nelle pagelle di quelli che dicono che ne capiscono, ma poi è sempre nel world tour e corre sempre nelle corse importanti sul pavé: Oliviero Troìa con l’accento sulla ìa. Quando il gruppo di dietro ha raggiunto quello davanti si era proprio su uno dei muri più duri, il Vecchio Kwaremont, e lì Pogacar ha superato tutti in tromba come se la tromba, nel senso di claxon, la suonasse davvero, una cosa alla Van Der Poel. Da lì gruppetti e gruppettini e lui sempre ad attaccare e selezionare, finché sull’ultimo Paterberg sembrava poter staccare pure Van Der Poel che stava scivolando sull’erba, ma il figlio di papà, nel senso di papà Adrie, si è ripreso a guisa di trattore e i due sono andati verso il rettilineo d’arrivo più lungo del mondo. All’ultimo posto verde dove poter buttare i rifiuti i due si sono alleggeriti buttando tutto quello che avevano nelle tasche, Pogacar ha buttato un six pack di borracce tre gel una bottiglia di vodka un busto in bronzo di Colnago e una bambolina voodoo con le fattezze di Roglic, Van Der Poel ha buttato un cartoccio di patatine una foto incorniciata del nonno Raymond un leone di peluche ricordo del Tour un gelato al cioccolato belga e una bambolina voodoo con le fattezze di Van Aert. E all’improvviso l’incoscienza: all’ultimo km hanno rallentato al limite del surplace, Taddeo in pieno delirio di onnipotenza credeva di essere davvero Merckx o in subordine De Vlaeminck e non voleva partire in testa, Matteo diceva di non avere fretta perché non aveva impegni, e dietro arrivavano increduli di tanta grazia Valentin Madouas e Dylan Van Baarle, e si prospettava una beffa tipo Roche e Criquelion alla Liegi del 1987, ma se Pogacar non è Merckx Madouas non è Argentin mentre Van Der Poel è proprio Van Der Poel e, dopo Matej alla Sanremo, qui ha vinto Mathieu che poi è corso a limonare con la fidanzata, mentre i due parvenus hanno un po’ chiuso Pogacar che li ha mandati a quel paese e dopo l’arrivo era ancora arrabbiato, chissà se più per la lesa maestà o perché una corsa così da quelle parti non gli capiterà più facilmente. Ma lui è un ragazzo d’oro, come direbbe Colnago, e allora come il protagonista del manga e dell’anime omonimo, anziché esclamare “all’anime de…”, dovrebbe inforcare la bicicletta e correre in direzione della Slovenia gridando: “Imparo! Imparo! Imparo!”

L’atteggiamento dei due protagonisti mi ha ricordato il mondiale donne di ciclocross con Brand come Pogacar e Vos come l’omologo connazionale. Però, forse a causa proprio dell’impegno nella stagione del ciclocross, le due ieri non hanno brillato. Il Belgio è il paese che ha fatto i passi più concreti per la parità tra i sessi e infatti la gara femminile si è conclusa poco dopo quella maschile, non 5 o 24 ore prima come ancora si usa altrove, e nel finale si sono trovate in testa le ultime tre vincitrici della corsa: Chantal Blaak che vinse nel 2020, Annemiek Van Vleuten che ha vinto nel 2021 e Lotte Kopecky che ha vinto nel 2022, e così il pubblico belga ha potuto festeggiare una vittoria, che tra le donne mancava da Grace Verbeke nel 2010, così gli esagitati hanno potuto chiudere la festa gridando: biertje voor iedereen!

Caffè freddato

Nella mia poliedrica ignoranza non so quale concreto beneficio può portare l’ingresso di qualcosa nella Hall Of Fame dell’Unesco. Come saprete, per la candidatura a tale onore è stata preferita la lirica al caffè e la cosa non è stata presa bene, dai napoletani che del caffè hanno fatto un rito e dalla potente lobby dei ristoratori: si sono lamentati i proprietari dei locali e forse pure i prestanome. Qualcuno accusa i membri della simpatica organizzazione di aver esaminato la richiesta in maniera superficiale e sbrigativa perché dovevano andare a prendersi un caffè.

Il rituale del caffè generalmente si ritiene che sia osservato soprattutto dai dipendenti pubblici, che però lo praticano in modalità mordi e fuggi, “mordi” soprattutto se è incluso pure il cornetto, ma quelli che bivaccano sono persone che non hanno niente da fare o progettano affari manovre e traffici, e dimenticatevi il mito dei caffè letterari. Certo che una benedizione dell’Unesco avrebbe potuto zittire i cultori della vergogna col punto esclamativo, le iene e gli altri animali striscianti perché la famosa pausa caffè non sarebbe più vista come un peccato ma universalmente e socialmente accettata e si configurerebbe come tutela e trasmissione alle generazioni future di un patrimonio mondiale dell’umanità, almeno fino alla Bomba prossima ventura.

Errori strategici

Devo ammettere che quando studiavo, e l’insegnamento della storia è sempre stato incentrato sulle guerre, c’è stato un periodo in cui ammiravo l’abilità battagliera di Garibaldi, un personaggio non molto apprezzato dalle mie parti, gli dedicano le piazze principali ma nessuno va in giro con la sua immagine sulle t-shirt. La sua colpa è di aver combattuto per l’annessione del Sud ai Savoiardi, che qui si usano solo per fare il tiramisù, quando si stava così bene con l’illuminata dinastia dei Borbone, e se si fossero confermati regnanti in carica immagino che il calciatore populista, amico di boss e dittatori, si sarebbe fatto volentieri una foto anche in loro compagnia. Ma tornando a Garibaldi i suoi erano altri tempi e non si può giudicare con i parametri odierni. Oggi di combattenti e strateghi non voglio sentire parlare, le battaglie significano solo morti, ma intravedo titoli e articoli e interesse per i combattenti della guerra slava e per i loro comandanti, chi sono cosa fanno cosa leggono, e più di tutti immagino per il capo in testa che ha difeso il suo popolo e la sua terra prima dall’invasione dei vaccini e poi da quella dei russi. Ma pure lui commette qualche errore strategico. Infatti ha cercato di coinvolgere Israele paragonando quello che succede in Ukraina alla persecuzione degli ebrei finendo per urtare la suscettibilità di quelli, ma lui che è di origini ebree avrebbe dovuto sapere che loro sul genocidio c’hanno il copyright e nessuno, neanche gli armeni, si può permettere di andare in giro a vantarsi di essere perseguitato come accadde con gli ebrei. E poi il presidente combattente avrebbe dovuto comparire in video durante la cerimonia degli Oscar, perché se lo si guarda distrattamente può sembrare il solito militare che va al potere ma lui è stato attore e sceneggiatore. Però all’Academy non si sono messi d’accordo e non se n’è fatto niente, e non se se Zelensky si rende conto che gli è andata bene perché qualcuno avrebbe potuto dire che quella era la prova che in Ukraina non sta succedendo niente ed è tutta un’invenzione americana, e le scene di guerra le girano a Hollywood negli stessi studios dove girarono l’atterraggio sulla luna. E poi non so quale messaggio di pace poteva essere credibile in una serata in cui è volato qualche schiaffone. Tra parentesi anche al regista italiano è andata bene, gli sciovinisti si lamenteranno che non abbia vinto un oscar col suo film che tira in ballo il calciatore populista ma è già tanto che non gli abbiano chiesto indietro quello che gli hanno dato l’altra volta, si erano sbagliati, che male c’era ad ammettere un errore?