Una strage di animali

Negli ultimi tempi circola lo spot di una birra ceca che mi sono sempre chiesto se è in qualche modo ispirato ai racconti di Bohumil Hrabal. Non importa, di recente Guanda dello scrittore boemo ha pubblicato Io e i miei gatti, e in genere non consiglio libri, in genere mi limito a postare qualche citazione da quelli che mi piacciono, ma questo in particolare non saprei se consigliarlo agli amanti dei gatti, perché dentro ci sono molti gatti uccisi dagli uomini, in particolare dall’autore con conseguenti sensi di colpa e visite di fantasmi gatteschi, ma anche molti uccelli canterini e anche un coniglio uccisi dai gatti, e poi tante mucche mandate al macello, però dato che Hrabal era un sincero bugiardo non si sa quante delle cose narrate in questo finto racconto autobiografico siano vere.

Cervelli in fuga.

Nella tappa semipirenaica del Tour c’è stata una fuga di cervelli. Ha vinto Bauke Mollema che è forte come ciclista ma come lettore è ancora più forte ed era in uno di quei giorni in cui, o parte da 10 o da 40 km come ieri, non lo prendono più. Grazie all’andamento lento del gruppo, un altro fuggitivo è balzato addirittura al secondo posto in classifica ed è Guillaume Martin che è laureato in filosofia e ha scritto il libro “Socrate in bicicletta”. Eppure questo pensatore dice che quando corre non pensa troppo: “il ciclismo non può essere ridotto a una semplice riflessione, a un calcolo razionale. Se penso troppo, non agisco”, ed è più o meno la stessa filosofia di Pierre Rolland, solo che quelli della RAI non capiscono le azioni quest’ultimo e ne parlano così male che se fossero a bordo strada forse gli tirerebbero degli ortaggi, ma sono le stesse persone che in altre circostanze elogiano l’azzardo, il ciclismo romantico di una volta, le azioni coraggiose, forse dipende pure dalla nazionalità del ciclista, perché poi va bene uno come Cattaneo che corre con i watt in testa senza mai fare fuorigiri ed è il primo ad ammettere che il suo modo di correre non è spettacolare. Ma in RAI sono tutti dei gran cervelloni, ad esempio in Francia sono in quattro: un cronista, un commentatore, uno scrittore parlante e un intervistatore che sa tradurre le risposte ma non le domande e quando le fa è sempre incerto, e nonostante la pattuglia nutrita quando alla fine della tappa hanno intervistato Pogacar non c’era uno pronto a tradurre e così hanno preferito tornare in studio a sentire Orlando e i suoi ospiti ripetere sempre le stesse cose. Sarebbe stato meglio allora dare un po’ più di spazio al Giro Donne che ha visto un altro evento: a 35 anni e dopo 10 giri disputati Ashley Moolman ha finalmente vinto una tappa, non c’era riuscita da capitana e neanche da gregaria di capitane che a volte l’hanno aiutata, ma quello che non era riuscito a Marianne Vos è riuscito a Anna Van Der Breggen. Con Demi Vollering le ragazze della SDWorx hanno fatto di nuovo tripletta e l’unica che anche stavolta ha provato a contrastarle è stata Marta Cavalli, mentre Elisa Longo Borghini ha fatto l’ennesima fuga a vuoto della stagione, sta diventando come Pierre Rolland ma non ditelo a quelli della RAI.

Latitanti ed evasori

Grazie a un’operazione di intelligence senza precedenti e al coordinamento delle forze di polizia di vari paesi è stata finalmente catturata la più pericolosa latitante d’Europa in quella che è stata definita in codice “Operazione Idioot”. Seguendo la pista segnata da diversi gruppetti di ciclisti caduti a terra è stata rintracciata nel suo covo di cartone la turista tedesca, in realtà francese, che durante la prima tappa del Tour con un cartone (non nel senso di un pugno, ma di un cartello con una scritta) aveva abbattuto un centinaio di ciclisti. La turista si è arresa scongiurando i poliziotti di non fare del male a Opi e Omi, e poiché ormai è un personaggio famoso in gendarmeria gli agenti che l’hanno arrestata hanno voluto farsi un selfie con lei, ma dato lo spazio ristretto il gruppo in posa ha provocato la caduta di altri gendarmi, seguirà bollettino medico. E però ancora non si sa se la signora può essere perseguita penalmente, perché gli organizzatori hanno ritirato la denuncia dicendo che la faccenda è stata troppo gonfiata e di gonfiati ci devono essere solo il Tour medesimo e Monsieur Le Président, il sindacato dei ciclisti ne ha presentata una che le autorità hanno utilizzato per farne dei pratici ventagli, come suggerito proprio da Lappartient, e infine l’unico ciclista che si è ritirato per le conseguenze di quella caduta, il tedesco Jasha Sutterlin, ancora non ha fatto la denuncia e ora si fa pregare: “Potrei soprassedere, in fondo sono cose che capitano, ma potrei anche chiedere un risarcimento stratosferico, non so, ci devo pensare”, e al limite potrebbe farsi prestare la piattaforma Rousseau per sentire il parere dei suoi fans, ammesso che ne abbia questo ragazzo passato con grandi speranze come tanti e come tanti finito a tirare il gruppo in pianura. Certo, anche la sua squadra potrebbe ritenersi danneggiata perché ha perso un supporto ai suoi capitani, ma dato che la DSM di quest’anno è lontana e acciaccata parente della Sunweb dell’anno scorso con una richiesta del genere si farebbe ridere dietro. Ma potrebbe esserci un colpo di scena perché sta valutando la possibilità di una denuncia uno dei più incazzosi del gruppo, Marc Soler, che però se si presentasse in un qualunque tribunale tempo 5 minuti e verrebbe subito accusato di oltraggio alla Corte. Ma i ciclisti non hanno bisogno dell’aiuto esterno per cadere, oggi per esempio ci hanno provato a un traguardo volante con un’ampia gamma di scorrettezze, e dire che non era neanche per la vittoria parziale perché davanti c’erano gli evasori di giornata, pardòn, i fuggitivi. Mi è venuto “evasori” perché stavo pensando agli ultimi provvedimenti economici del Migliore che ha autorizzato gli italiani ad abboffarsi nei più lussuosi locali e ad andare in vacanza tranquillamente perché paga Europantalone, e di questo passo tasse e tributi in Italia saranno lasciati al buon cuore dei cittadini, come fecero i Radiohead con In Rainbows scaricabile con offerta a piacere e non a caso non ci hanno più riprovato. I fuggitivi dicevo, non due disperati ma due vecchietti però medagliati, Greg Van Avermaet e Roger Kluge. Il secondo le medaglie le ha prese su pista e che vada in fuga ci sta, soprattutto dopo aver perso Capitan Calebino, ma il primo ha fatto venire la tristezza a quelli di Het Nieuwsblad. Alla fine sempre un vecchietto ha vinto, di nuovo Cavendish, anche perché gli alpecini si stanno intestardendo a sacrificare Merlier per tentare di far vincere Philipsen, ma non è mestiere suo, per ora continui a fare il garzone di bottega, insomma lo sciampista.

Al TV Morkov in alto chiude Sagan, Cavendish e Bouhanni fanno a spallate e Colbrelli si incazza.

Cartolina da Laval

La quinta tappa del Tour è la prima fuori dalla Bretagna ed è una cronometro che fa contenti alcuni e scontenti altri. Sono contenti a prescindere gli enigmisti, i giocatori di parole, perché la città d’arrivo è palindroma: LAVAL, e basta girare in orizzontale la seconda “L” per ottenere un palindromo anche visivo. Fa contento Pogacar che vince e rinfresca la memoria a quelli (in genere sono i testoni italiani) che pensavano dovesse difendersi lui che il Tour precedente lo vinse proprio a cronometro. E fa contento Van Der Poel che arriva quinto e mantiene la maglia gialla dimostrando che se gli gira può andare forte anche a cronometro. Il ragazzo è poliedrico, cosa altro deve fare per dimostrarlo: pista, downhill? Ecco, il downhill lasciamolo stare che al ciclismo su strada ha suggerito qualcosa di cui si poteva fare a meno: la hot seat. La sedia calda è uno strumento di tortura, non nel senso che il ciclista viene fatto sedere con la forza su una sedia bollente e costretto a confessare di fare uso di doping o di essere stato ingaggiato perché si è portato lo sponsor da casa, no, ma è una tortura che il primo nella classifica provvisoria, che semmai vorrebbe andare in giro a rilasciare interviste, a baciare miss prima che sia troppo tardi, a mangiare un gelato, ma anche a fare una pedalata defaticante sui rulli, invece è costretto a stare seduto lì, inquadrato dalla telecamera nei momenti cruciali, cioè quando arriva quello più forte che lo beffa, e oggi è capitato a Kung di stare seduto tanto tempo finché non è arrivato Pogacar a farlo scontento. Un altro che può essere contento è il Supercittì Cassani perché l’italiano Cattaneo è andato davvero forte con un ottavo posto inatteso. Chi invece non sarà contento è sempre Cassani perché Cattaneo non è stato convocato per le Olimpiadi. Un altro scontento è lo scrittore parlante perché le cronometro non gli piacciono, ma ha voluto parlare lo stesso, peccato, poteva approfittarne per prendersi un giorno di riposo, non ci saremmo lamentati del suo assenteismo e anzi ci avrebbe fatti contenti.

La Zeriba Suonata – Diamo un inno a tutti

E’ un periodo di grandi eventi sportivi e gli inni dilagano, ma il problema di questo genere musicale è che spesso gli inni nazionali sono stati scritti in altre epoche e i testi rispecchiano un altro modo di pensare, come rileva un blog che ha proposto un’analisi del testo dell’Inno di Mameli, e un po’ mi ha sorpreso perché credo proprio di non averlo saputo integralmente neanche alle elementari e comunque ne ricordavo solo gli highlights: “Che schiava di Roma Iddio la creò”, “Stringiamoci a coorte siam pronti alla moorte”, e “Zan Zan”, e devo dire che quest’ultima è la parte che preferisco, forse perché sa un po’ di avanspettacolo e di teatro di rivista, un tipo di spettacolo che quando sono nato probabilmente già non c’era più ma quella cultura è filtrata attraverso i varietà televisivi e i film comici coevi, soprattutto quelli con Totò. Tornando agli inni, essi rappresentano delle comunità e questo concetto oggi molto usato delle comunità è davvero comodo perché pensare per contro che là fuori ci siano miliardi di singoli individui che pensano ognuno a modo suo fa venire le vertigini, non se ne parla proprio, meglio pensare per gruppi, categorie, comunità. Ma alcune di queste non mi risulta che abbiano un inno e allora questa rubrica interviene a suggerire delle canzoni che potrebbero fungere allo scopo. Ad esempio ci sono i taccheggiatori che nel periodo delle chiusure hanno reso un grande servigio al Paese perché quando qualcuno veniva sorpreso a rubare nei supermercati forniva ai media una preziosa opportunità di fare dei lacrimosi servizi in cui si denunciava l’impoverimento della gente e di conseguenza la necessità di ridurre le tasse ai ricchi.

Shoplifters Of The World Unite

Altra categoria vituperata è quella degli stalkers di cui diciamo tutto il male possibile ma poi per loro fortuna intervengono i Giudici che hanno studiato e con la loro autorevolezza li mandano liberi per il mondo, e questo è l’inno da cantare con la mano sul petto, preferibilmente quello della persona perseguitata.

The More You Ignore Me The Closer I Get

Al pari delle bandiere gli inni sono divisivi, come solo il tifo nel calcio, e allora ben venga un inno trasversale che può unificare la comunità uligana.

Sweet And Tender Hooligan

E infine ci vorrebbe un inno per tutti i fans sparsi per il mondo di un famoso gruppo degli anni 80, un inno da cantare con la mano non sul petto ma sul fianco.

The Boy With The Thorn In His Side

Enrico Baj – “Generale”

Classificazioni animali

Nel mondo ci furono indignazione e proteste contro il festival di Yulin in cui si macellavano milioni di cani. Fu da allora che le mucche cercarono di essere ammesse tra gli animali da compagnia.

Su una torta piccola ci vuole una ciliegia grande

Quello che dicono gli esperti prima della tappa quello succede in corsa. Gli esperti prevedevano un’alleanza tra la Deceuninx per una vittoria di tappa con Almeida e la Bike Exchange per la vittoria di tutto il Giro con Yates, e puntualmente hanno attaccato la DSM per Bardet e la Bahrain per Caruso. Il siciliano alla fine è stato l’unico che ha provato a ribaltare il Giro, è partito da lontano in discesa, ha staccato Bardet, non è riuscito a vincere il Giro ma almeno ha vinto la tappa, e in fondo oggi con Bernal non c’era molto da fare, stava bene e pure la sua squadra. Più di tutti è stato eccezionale Martinez che ha fatto un ritmo notevole nel finale, ha staccato man mano gli avversari, pure Yates e proprio nel tratto più duro dove si attendeva un suo attacco, a 2 km dall’arrivo ha avuto la prontezza di riflessi di arretrare un attimo a due millimetri dal traguardo volante per lasciare l’abbuono al capitano, ha ripreso subito a tirare e quando i due Ineos rimasti soli sono apparsi alle spalle di Bardet mi è sembrato di sentire ciuff ciuff, poi all’ultimo chilometro si è fatto da parte come se avesse finito le energie ma ha solo respirato un attimo ed è ripartito per mantenere il terzo posto di tappa. Certo che la novità dei traguardi volanti con abbuono a pochi km dalla conclusione della tappa è una genialata che ci dovrebbero spiegare, ma farebbero prima e meglio a non riproporla in futuro. Tornando a Caruso, nei giorni scorsi aveva detto che non barattava il podio per una vittoria di tappa ma ha ottenuto entrambe le cose, e sono tanti gli apprezzamenti sulla sua professionalità, ma sulla faccenda del gregario che ha lavorato sempre per gli altri si sfiora quasi il pietismo, e allora rassicuriamo chi non segue molto il ciclismo, non è che lo tenevano chiuso in uno stanzino per farlo uscire solo per la corsa e minacciandolo di fargli vedere le puntate del Processo di AdS se non si fosse comportate bene. Caruso alle Olimpiadi di Rio è stato l’unico italiano a correre sia la prova in linea che la cronometro, ha più volte avuto la possibilità di fare la sua corsa e al Giro di Svizzera del 2017 è arrivato secondo dietro Spilak, lo sloveno che faceva il fenomeno solo in Svizzera, sarà una questione di campi magnetici, boh. Insomma gli mancava solo la vittoria importante che è finalmente arrivata e, a detta del suo diesse Pellizzotti, è la ciliegia grande su una torta piccola. Da gregario di lungo corso Caruso ha ringraziato in gara il suo gregario di giornata Bilbao e poi nelle interviste tutta la squadra, dicendo che se hanno fatto tutto questo in 5 (3 si sono ritirati) si chiedeva cosa avrebbero fatto al completo. Cioè pure con Lando, pardòn, Landa? Meglio non saperlo.

Il gregario ringrazia il suo gregario, cioè no, il capitano ringrazia il suo capitano, insomma ci siamo capiti.

Il Paradosso di Manzoni

Da festa di maggio il Giro è diventato la festa dell’omaggio e per questo scopo i morti non bastano, oggi si parte da Ravenna e si arriva a Verona e la tappa ricorda Dante, Giulietta, Romeo, quello che scriveva sotto le mentite spoglie di Shakespeare e pure Elia Viviani che è vivo e in buona salute ed è perfino in grado di reggere una bandiera. Anzi, per dirla con Totò, specie che quest’anno c’è stata una grande morìa di velocisti come voi ben sapete, è il favoritissimo in quella che potrebbe essere l’ultima volatona di questa edizione. In RAI continua la gara di pronostici tra Rizzato e Pancani. Sono in fuga i soliti Pellaud Marengo e Rivi, che secondo il Supercittì ormai sono amici, di certo si vedono spesso in queste fughe, e Pancani in vista di un traguardo volante pensa che non ci sarà volata, e infatti i tre si scatenano e alla fine Pellaud, battuto, si impermalisce e stacca gli altri due, e per un po’ proseguono col distanziamento sociale, ma alla fine si ricongiungono e si danno appuntamento al bar per mangiarsi un cornetto ché le barrette che sanno di sterrato se le mangi il supercittì. La tappa è piatta in tutti i sensi e c’è spazio per chiacchiere oziose più che mai, si censiscono tutti gli ex professionisti che hanno dei ruoli in carovana, per lo più motorizzati, e tra questi c’è Mario Manzoni di cui si ricorda sempre che ha vinto poche corse e la sua sfortuna fu che la più importante arrivò nella tappa del Giro 1997 in cu cadde Pantani e tutte le attenzioni mediatiche erano sul cosiddetto Pirata, ma questa cosa è stata ricordata tante volte per cui paradossalmente questa vittoria di Manzoni ha avuto fortuna col tempo ed è più ricordata di tante altre. Poi si arriva nella green zone dove si possono buttare i rifiuti perché l’organizzazione si impegna a raccoglierli, e vola davvero di tutto: borracce, cartacce, sacchetti, cartoni di pizza, toner, pile esauste, mascotte di peluche vinte da ciclisti che non hanno figli. Pare che il lancio di cartacce abbia creato problemi a qualche ciclista che, a detta di Rizzato, ha commentato che si possono benissimo mettere “nel dietro” e Rizzato intende nella tasca posteriore ma ho il sospetto che la sua interpretazione non sia corretta. E’ una tappa nel complesso scontata ma con dei momenti di follia come quello del traguardo volante ricordato prima e poco dopo nel gruppo un tentativo di ventaglio senza vento. Ma quello più concreto è stato il tentativo da finisseur di Affini, che tira la volata a Groenewegen ma poi si accorge che dietro non c’è nessuno, si crea il buco e tira dritto e col suo passo raggiungerlo è un’impresa, se ci fosse riuscito l’avrebbero chiamato Affinisseur, ma uno solo ci riesce e quello è lo stilista Nizzolo che finalmente vince una tappa al Giro, con Gaviria quinto senza la sella e Viviani nono senza la bandiera, ma paradossalmente tutto questo avviene nel giorno prima dello Zoncolan, per cui tutti i commentatori hanno detto: Hai vinto finalmente? Bravo, ma ora spostati che domani c’è lo Zoncolan. Invece Het Nieuwsblad, oltre a titolare Eindelijk!, che significa finalmente, ha ricordato tutti gli undici secondi posti di Nizzolo. E il bello di un Giro scremato è che può diventare democratico per cui la squadra più miserella e scalcagnata del World Tour ha già vinto due tappe in questa edizione.

L’Affinisseur.

Ciclismo fluido

Il mondo è sempre più fluido dal punto di vista etnico e geografico, checché ne dicano i sovranisti, compresi quelli ex-giustizialisti neo-garantisti, o gli integralisti neri, e per fare un esempio (im)pertinente di recente nella rubrica musicale ho scritto del saltarello suonato dagli australiani, del blues suonato pure dai bianchi e del reggae cantato dalle tedesche, anche se Bob Marley tra una canna e l’altra avrebbe detto che possono farlo solo quelli iscritti all’albo dei rastafariani. Quindi non c’è niente di strano che sugli Appennini si disputi un tappone alpino o quasi. La tappa è in ricordo di Bartali e proprio a Ponte A Ema parte la fuga, non tutti sono d’accordo e qualcuno dal plotone grida che gli è tutto sbagliato, ma alla fine la fuga va. Lo sconfitto di ieri, Evenepoel, dice che non è finita finché non è finita e devo dire che sono d’accordo finché sono d’accordo. L’inviata RAI dal paese ospitante a sua volta ospita un giovane musicista che vuole rendere un omaggio a Battiato definendolo cantautore, ma non sono cose che si dicono, cantautore sarà lui e chi non gli ha insegnato le buone maniere. A proposito di buone maniere, oggi la tappa è anche in ricordo di Martini e lo scrittore parlante rimpiange le persone educate di una volta, quelle che avevano i valori di una volta rimpianti da Pancani, mentre Borgato aveva già rimpianto i nonni di una volta e poco dopo il Supercittì rimpiange i massaggiatori di una volta: che volta quella volta! Il Supercittì e tutto il ciclismo italiano intanto esultano per un simbolico riconoscimento fatto a questo sport: Elia Viviani è stato scelto come portabandiera per le Olimpiadi, così almeno si rende utile, a parità di opportunità con Jessica Rossi, una che spreca le pallottole sparando ai piattelli, ma non dico quale miglior utilizzo potrebbe farne. Pare che la reazione di Elia sia stata discreta e non si è fatto dare subito una bandiera per sventolarla sulle teste degli altri ciclisti gridando Alé-oò, perché il suo diesse dice che dentro è inglese, evidentemente se il mondo fluisce i luoghi comuni ristagnano, però alle 5 p.m. Viviani si è puntualmente avvicinato all’ammiraglia per prendere la borraccia del tè con i pasticcini. All’arrivo Viviani è stato intervistato da AdS che ha riproposto la vecchia gag dell’anello, perché è una che si interessa di gossip, cioè è un’impicciona, ha scritto un libro su Coppi e la Dama Bianca con dentro tutti i cavoli loro, e insomma insiste perché Elia sposi Elena, che poi neanche vincono più niente cosa aspettano? Elia invece ha parlato del fratello Attilio che è stato convocato al Giro perché ci fosse qualcuno che lo sopportasse, ma Attilio si è ritagliato il suo spazio in questa corsa, e infatti il fratello di Viviani contende al figlio di Minali la maglia nera ma per ora è in vantaggio Riccardino Minalino.

Per quanto riguarda la tappa finalmente ha vinto Andrea Vendrame, uno che non ha un buon rapporto con gli automobilisti e corre per la AG2R, cioè una di quelle squadre francesi che se non fosse per le regole del World Tour in molti non vorrebbero nemmeno che fosse invitata, ma intanto questi ogni anno vincono almeno una tappa. Vendrame era nella fuga giornaliera, ma dietro c’è stata battaglia tra gli uomini di classifica, anzi no, perché ogni tappa alpina che si rispetti, anche se si corre sugli Appennini, viene affrontata con cautela in vista di un’altra, che però sarà a sua volta affrontata con cautela in vista … insomma sono arrivati in un bel gruppotto di oltre 30 non belligeranti, e solo Nibali ha preso qualche secondo di vantaggio, perché, dopo averci provato invano con Ciccone, se n’è andato da solo in discesa con la scusa che la strada era brutta e preferiva farla in testa, però Bernal non ha gradito, ha talmente poca fiducia o molta paura che teme pure l’Uomo dal braccio rotto. Però non è stata una giornata sprecata per Bernal, che infatti all’arrivo si è ritrovato senza nessuno sforzo supplementare due titoli mondiali juniores nella mtb, perché AdS, come fosse Re Mida, ha tramutato in oro le medaglie d’argento e di bronzo che Egan vinse a suo tempo

Amaarae – Fluid

Covid battuto

Quelli di Het Nieuwsblad ne capiscono di ciclismo e oggi ricordano la vittoria di quel gran corridore che era Cadel Evans nella tappa del Giro 2010 corsa sulle strade bianche. In Italia nonostante gli amarcord e le immagini in bianco e nero e le mitologie e le agiografie a volte la memoria è corta. Però quelle di oggi secondo il plotone non sono proprio strade bianche. Non so, a me sono sembrate abbastanza bianche, bianchicce, sfumature di bianco o grigio, o forse intendevano che non è la stessa cosa della corsa di Siena. Invece c’erano le salite e anche il finale per le stradine strette del centro storico dove la volata bisognerebbe affrontarla in testa, e la tappa che era anche Wine Stage, perché al Giro si celebrano e reclamizzano più cose contemporaneamente, è venuta come piace ai suiveurs sadici, con bagarre, attacchi, crisi, polvere. La Ineos ha sfiancato il gruppo, a un certo punto sembrava fatica sprecata, ma poi hanno iniziato a staccarsi gli uomini di classifica, e tra questi Evenepoel, era prevedibile data la lunga lontananza dalle corse e la difficoltà a guidare sullo sterrato e in discesa, ma in RAI volevano vedervi a tutti i costi un blocco psicologico del ragazzino belga, e quando a un certo punto si è staccato l’auricolare questo significava chiaramente nervosismo, blocco psicologico, mancanza di fiducia in sé stesso, paura di essere abbandonato dai compagni, senso di inadeguatezza, desiderio del latte materno, o forse no. Però Evenepoel con un piccolo aiuto dall’amico, si fa per dire, Almeida era a un minuto dal gruppo di Bernal, ma è stato quando Stefano Rizzato dalla moto ha detto che lo vedeva meglio e si era ripreso che il distacco si è dilatato fino ad arrivare a oltre due minuti. La squadra di Bernal è più forte di quella del belga che da giorni è un po’ dispersa, ma nel finale Egan ci ha messo del suo, si è scatenato e ha staccato tutti i rivali di classifica, ma non ha vinto la tappa. Davanti infatti, alla fuga di giornata era stato concesso un grande vantaggio, sufficiente per arrivare, e alla fine in testa sono rimasti due ciclisti giovani ma pratici di terreni accidentati: Alessandro Covi ex crossista e lo svizzero Mauro Schmid che è biker crossista e alle Olimpiadi correrà su pista. Ha vinto Schmid perché è passato in testa nelle strettoie del centro di Montalcino, e al battuto è toccato pure di essere chiamato Alessandro Covid da AdS, la quale, avendo poco tempo a disposizione per il Processo, piuttosto che mostrare le premiazioni o sentire qualche intervista, preferisce l’attualità proponendo pezzi scritti da Zavoli 50 anni fa.

Evenepoel nella polvere, ma non in senso figurato.