La verità su sport e alimentazione

Qualche anno fa Stefano Tilli aveva una sua teoria etno-gastronomica sul perché i velocisti caraibici fossero più forti di quelli europei e la spiegazione stava semplicemente nel fatto che loro la domenica non mangiano le pastarelle. Negli stessi anni nel ciclismo, infortuni permettendo, andava forte Chris Horner che non disdegnava di mangiare da McDonald’s. Fiona May è nata in Gran Bretagna ed è venuta in Italia quando era già adulta e forte nel salto in lungo, non sappiamo se durante la sua crescita faceva colazione con uova e bacon, ma sua figlia Larissa Iapichino, che oggi ha eguagliato il primato italiano della madre e stabilito la migliore prestazione mondiale under 20, è nata in Italia e un vecchio spot ce la mostrava bambina mentre mangiava dolci industriali a base di latte e cacao. Allora diteci qual’è la verità sull’alimentazione nello sport, ditela soprattutto a quei ciclisti che finita la corsa mangiano riso scotto in bianco.

Racconti occulti – La cucina di Tereso

Tereso era cresciuto in una famiglia molto tradizionale e per lui cucinare lavare e cucire erano occupazioni da donne mentre piantare chiodi aggiustare finestre e segare gambe di mobili di legno traballanti erano lavori da uomini. Ma quando era ormai prossimo ai 40 anni la madre Signora Giacinta, che gli chiedeva sempre quando si decideva a farsi una famiglia ma lui col suo lavoro precario non poteva, morì e lui rimase solo. Dopo un mese passato a mangiare scatolette panini con affettati e gli avanzi immangiabili del ristorante per cui faceva il fattorino, Tereso si guardò intorno, notò che sfortunatamente a casa sua i mobili erano di materiale plastico, gli infissi di alluminio e all’interno delle mura correvano imperscrutabili fili della corrente per cui piantarvi chiodi non era il caso, e decise allora di imparare a cucinare. Iniziò a seguire tutti i programmi televisivi sull’argomento, dal tutorial sulla cucina povera “Quello che passa il convento” in cui però Suor Ercolina finiva sempre per preparare la sua specialità, gli strozzapreti alla puttanesca, ai talent con giudici gli chef severi, tipo “Pasticcieri pasticcioni” e “Le mousse inquietanti”. Dopo mesi di apprendimento ed esperimenti diventò bravo e riuscì perfino a farsi promuovere cuoco dal ristorantino “Brodomonte” per il quale lavorava, un locale che faceva cucina etnica saracena, dove facevano tutto col grano saraceno, pure le polpette di soia. A quel punto Tereso pensò che era finalmente possibile invitare a casa sua per una cenetta la cameriera del locale Berbera, che in realtà si chiamava Barbara, ma il proprietario del locale la chiamava così perché voleva che lì tutto sembrasse maghrebino, e anche lui si faceva chiamare Maomet ma in realtà si chiamava Mao Xe Lu e si guardava bene dal mostrare i suoi occhi a mandorla in sala. Tereso aveva sempre avuto l’impressione che la signorina Berbera ricambiasse la sua simpatia, ma con il suo lavoro precario non aveva mai osato, ora invece osò osare e la ragazza, che tanto ragazza non era più manco lei, subito acconsentì. La sera della cenetta la cucina di Tereso emanava odori che facevano venire l’acquolina in bocca a tutto il palazzo, finché Berbera arrivò con un abitino stretto e il trucco ancora più marcato del solito, una cosa che Tereso giustificava in una donna che a una certa età non aveva ancora trovato l’uomo della sua vita. E la sera passò tra un boccone e una chiacchiera quando a un certo punto Berbera accennò al fatto che sua madre, buonanima, era stata sfortunata. Tereso le chiese perché e lei rispose che la madre era una bella donna, lui aspettava solo un pretesto per farle i complimenti e disse che allora la figlia aveva preso dalla madre, che però non capiva perché era stata sfortunata. E Berbera disse che se fosse vissuta in tempi recenti avrebbe fatto la escort e si sarebbe arricchita, invece ai suoi tempi fu una semplice prostituta. A quel punto Tereso, che era pur sempre cresciuto con un’educazione tradizionale, pensò che questo spiegava tutto, e i sorrisi invitanti e il trucco pesante e la facilità con cui aveva accettato l’invito, e allora non fu la disillusione il problema bensì il timore che se l’avesse portata a letto la mattina dopo quella gli avrebbe presentato il conto da pagare. E così Tereso iniziò a cercare una scusa per chiudere la serata e rimandarla a casa, ma non ce ne fu bisogno perché si distrasse con la caffettiera e ci pensarono i pompieri a chiudere la seratina e raffreddare gli spiriti. Il giorno dopo Tereso si licenziò dal ristorante e andò a lavorare come commesso nel negozio di ferramenta vintage Bricol Agé.

Natale nella DDR

Ma la DDR siamo noi, tutti statalisti: i cittadini vogliono che lo Stato li avvisi se devono uscire con l’ombrello e se devono riportare dentro i panni stesi sui terrazzini, e gli imprenditori vogliono essere pagati dallo Stato, anche se a questo punto sarebbe opportuno che lo Stato allora tirasse fuori dai cassetti la parola magica “spending review” e desse un bel taglio al settore della ristorazione cresciuto in maniera smisurata e ingiustificata.  Ma ancora più interessanti sono quei provvedimenti apparentemente inapplicabili perché riguardano la sfera molto privata dei cittadini. Dopo aver verificato lo scarso controllo nelle zone rosse e arancioni, per mancanza di strumenti o di volontà non sappiamo, si impongono restrizioni che non sembrano controllabili. O forse qualcuno che riceve un ospite deve apporgli un timbro sulla pelle come ai concerti in modo che quello non possa andare poi in visita anche da qualcun altro? Ma in realtà chi pensa queste restrizioni fida sulla collaborazione dei cittadini, altrimenti detta delazione, già caldeggiata in passato in altri ambiti, una cosa tipo la Stasi, e penso che si possono trovare disponibili tutti gli aspiranti reporter jene e altri animali striscianti come notizie.

Petra Rossner ai tempi della DDR

No hand in glove

Tra i lavoratori dipendenti basta qualche fannullone o qualche cosiddetto furbetto a mettere in cattiva luce tutta la categoria, tra gli imprenditori invece basta qualche raro innovatore a mettere in buona luce la loro categoria. I (tele)giornali che sono sempre obiettivi e obiettivamente dalla parte di chi li paga descrivono negativamente i lavoratori perché vogliono il lavoro comodo e i disoccupati perché non accettano lavori faticosi malpagati ma in compenso ad appena 1000 km da casa. Invece per gli stessi media gli imprenditori portano avanti il paese, aumentano il PIL, sono perseguitati dallo Stato con le tasse e la burocrazia la quale che vi sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa, e soprattutto sono benefattori perché creano posti di lavoro, come se non ne avessero bisogno per la loro attività ma lo facessero per filantropia. Però la gran parte degli imprenditori non mi pare che sia tanto meglio dei disoccupati diciamo schizzinosi, perché se a uno che vuole fare l’imprenditore prospetti di produrre guanti di nitrile, che non si trovano e se si trovano sono importati dall’estremo oriente e la gente storce la bocca come se avessero il covid incorporato, l’imprenditore a questa proposta risponde che lui vuole fare il ristoratore.

Uno sport in voga

L’Unione Ciclistica Internazionale non è più quella passatista del passato, come ai tempi pure lunghi di Adriano Rodoni, la cui maggiore abilità fu quella di sopravvivere alle glaciazioni al contrario degli altri dinosauri, e che regnò dal 1957 al 1981 e per questo era omaggiato da Adriano De Zan, sempre ossequioso verso le Autorità, che lo chiamava Presidentissimo. Oggi l’UCI cambia e va verso le novità, forse pure troppo, o quando novità non lo sono più, mi riferisco in particolare all’inclusione nel programma olimpico della bmx freestyle o come si chiama, insomma le acrobazie in bicicletta, e, oltre al fatto che non si sentiva il bisogno di un altro sport circense con presunte caratteristiche artistiche, questa roba richiama molto l’immaginario finto alternativo tipico degli anni novanta a base di pantaloni troppo lunghi e larghi skateboard e musica punkazzona. E allora sono bastati alcuni mesi di lockdown e corse virtuali sui rulli, e sulla piattaforma zwift, per indire il primo Mondiale Esports, ma quella “e” davanti a “sports” è fuorviante perché fa pensare a bici assistite e non è questo il caso. Però proprio il caso delle ebike mi fa semmai avere dei dubbi sul fatto che questa sia la prima edizione, perché ad esempio nella mtb il primo campionato del mondo di cross country con bici elettriche c’è stato l’anno scorso, e poi quest’anno anziché la seconda edizione c’è stata di nuova la prima. Un altro dubbio potrebbe venire sul futuro della disciplina, che potrebbe consolidarsi anche perché si evitano gli incidenti stradali, o risultare effimero e legato a una moda, come forse le corse con bici a scatto fisso di cui non si sente più parlare. Per ora l’evento è stato poco considerato dai siti specializzati, soprattutto italiani, mentre Het Nieuwsblad gli ha dato più spazio, e potrebbe non giovare il fatto che i nomi famosi presenti hanno corso solo per divertirsi. Ma del resto il grosso pubblico trenta anni fa ignorava John Tomac e la mtb è diventata ugualmente popolare, e lo stesso per la bmx di cui nessuno conosceva il vincitore di Pechino, … coso, eh non mi viene in mente. Addirittura in campo maschile l’emondiale è stato vinto da un ciclista tedesco occasionale, Jason Osborne, ma occasionale non si riferisce a tedesco anche se il nome lo farebbe pensare, ma al fatto che lui è perlopiù un vogatore, pratica il canottaggio, e ha preceduto due sconosciuti danesi, un diciannovenne e l’ennesimo Pedersen. In campo femminile è strano che Van Vleuten non abbia voluto vincere anche qui, e lo stesso dicasi per Van Der Breggen, anche se sui rulli è molto difficile che si cada e quindi stavolta non ha potuto approfittare di cadute altrui. Però ha vinto una famosa, e se solo sui rulli Van Avermaet ha potuto vincere il Giro delle Fiandre, così solo virtualmente la sudafricana Ashley Moolman Pasio ha potuto vincere un titolo importante, insomma un titolo mondiale, importante non so. Resta la curiosità su cosa succede in queste gare. Ci si collega da una postazione che può essere anche a casa propria, e si corre vestiti di tutto punto con la divisa aerodinamica e pure il casco, o con il pigiama le ciabatte e i bigodini? E se la donna delle pulizie apre una finestra che fa corrente si creano i ventagli? E se viene un bisogno fisiologico non ci si deve preoccupare di fermarsi a bordo strada in un punto dove ci siano tifosi, ma se poi si trova il bagno occupato? E se viene la fringalle, si prende un gel o si va a vedere nel frigo tante volte sia avanzata una mezza mortadella offerta da Adriano Amici? Se questo sport prenderà piede fino a essere trasmesso dalle reti in chiaro avremo una risposta a tutti questi interrogativi, per ora a illustrazione di questo post metto una foto della neo campionessa dal vero, anzi dal vivo, anche se la foto digitale si è un po’ deteriorata.

La Hitec nel 2014: Ashley Moolman Pasio in maglia verde e Elisa Longo Borghini in maglia azzurra.