Un breve ma lento ricordo di Francesco Mandrino

Francesco Mandrino da Confienza era scrittore saggista poeta poeta visivo performer lettore e artista postale. Ho avuto contatti con lui proprio con l’arte postale che, per i tempi del mezzo che utilizza, soprattutto poi rispetto a quelli dei canali telematici, è stata definita snail mail (arte lumaca), e allora ci sta che ne proponga un breve ricordo a giorni di distanza dalla sua morte, e con una poesia su cartolina con timbro del 2012, combinazione delle sue forme espressive.

Racconti occulti – L’uomo che sognava i palazzi

Alvaro sognava di fare l’architetto e perciò dopo il diploma si iscrisse ad architettura, ma per lui esisteva solo la progettazione di edifici e non sopportava quelli che volevano fare gli arredatori di interni, e per questo arrivò a litigare col collega Thullio che era già stato suo compagno di scuola. Ma dopo un paio di anni i genitori morirono in un incidente e Alvaro fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare per vivere. Da allora fu preso dal lavoro, poi dal matrimonio con una collega d’ufficio e ogni tanto gli veniva l’idea di riprendere gli studi ma subito l’abbandonava perché non aveva tempo e anche pagarsi gli studi sarebbe stato un problema. Però la passione gli rimase, comprò in edicola tutti i fascicoli settimanali sui grandi dell’architettura, ma non trovò mai il tempo per leggerli, e poi cominciò la faccenda dei suoi strani sogni. Alvaro non sognava di volare o di fare sesso con qualcuna o di trovarsi all’improvviso in strada in mutande, almeno non ricordava di aver fatto sogni del genere, ma sognava solo palazzi e strade, sognava di imboccare tranquillamente una strada che non conosceva o che se la conosceva però era diversa, oppure sognava di voler andare in una strada che nel sogno aveva ben presente per entrare in un negozio di cancelleria in cui non andava da tempo, poi si svegliava e si accorgeva che quella strada e quel negozio non esistevano, ma poi in un sogno successivo ritornava la stessa strada solo che il negozio non era più di cancelleria ma di alimentari. E i palazzi nei suoi sogni erano sempre vecchi, barocchi, fatiscenti, forse perché lui era contrario ai restauri, infatti finché un palazzo non veniva toccato conservava comunque un suo fascino e inoltre poteva sempre pensare a come sarebbe stato una volta restaurato, ma invece quando il restauro veniva fatto davvero lui restava sempre deluso dal risultato. Un giorno, avendo finito un lavoro prima del previsto, volle fare una gitarella nella città pericolosa che gli avevano sempre sconsigliato ma dove di palazzi patrizi decaduti ne poteva vedere quanti ne voleva per il lunghissimo lentissimo declino di quella città, e successe che seguendo solo il filo degli edifici si ritrovò in una piazza con un mercatino perenne, dove pure gli avevano stra-sconsigliato di fermarsi, e si perse a vedere le bancarelle, poi nella vetrina di un piccolo negozietto vide un tablet e pensò di comprarlo, e il negoziante andò nel retrobottega e tornò con una scatola già chiusa. Solo quando si sedette in treno per il ritorno Alvaro aprì la scatola per vedere il tablet e dentro ci trovò un mattone, ma non volle mai ammettere la fregatura, non ne parlò neanche con la moglie. Però quel mattone lo mise nel suo studio e diceva che l’aveva trovato a terra e appena qualche ospite accennava a quello strano soprammobile lui iniziava a raccontare il suo sogno di fare l’architetto sottinteso di edifici, e a volte qualcuno replicava che solo pochissimi fortunati riescono a realizzare i propri sogni e quindi è meglio lasciarli perdere. Ma quando un ospite disse che valeva la pena di studiare architettura solo se si voleva fare l’interior designer Alvaro afferrò il mattone e cercò di colpirlo e lo fermarono appena in tempo. Allora la moglie di Alvaro buttò via quel mattone e così in quella casa finirono i discorsi sull’architettura e sui sogni e dopo un finirono anche quegli stessi sogni con dentro i palazzi.

l’opinabile libertà

Dicono che sui social c’è troppo odio, ma se poi scatta un blocco per qualcuno si tira in ballo la libertà di pensiero, o forse la si tira in ballo solo per potenti e loro serventi. E poi glorificano Montanelli ma non lo applicano, non intendo nel senso di sposare una minorenne africana, ma di sentire il parere delle streghe quando c’è la caccia alle stesse, o meno enfaticamente di sentire anche quelle opinioni che possono sembrare non condivisibili o inopportune. Ad esempio in questo anno di chiusure abbiamo sentito le ragioni di molti e anche i torti di alcuni, non vorrei citare ancora una volta gli artigiani del presepe a maggio, ma sarei curioso di sentire i perché dei tanti studenti e genitori proDAD e anche dei medici che non intendono farsi il vaccino, anche se fosse solo per capire se abbiamo a che fare con medici preparati o cospirazionisti o negazionisti, e invece niente, tutti condannati alla bannazione eterna.

Aggiunta finale (3,4)

La Zeriba Suonata – Diamanda ridens

Qualche giorno fa, nei commenti al blog sull’amaca ho accennato a Diamanda Galas, ma non era una cosa proprio casuale, sia perché la litania di Nick Cave mi faceva venire in mente le sue famigerate The Litanies Of Satan, sia perché in  questi giorni senza novità musicali volevo anche cercare di riascoltare i due dischi della cantante greca-statunitense che ho da qualche parte, due dischi del periodo in cui ha avuto più popolarità, e Malediction and Prayer è il live dello spettacolo che portava in giro nel 1998 facendo tappa pure a Napoli, dove andai a sentirla e in verità si comportò bene, non schizzò sangue sui presenti né accuso nessuno del massacro degli armeni. Allora presentava canzoni classiche folk e blues, compresa My World Is Empty Without You di Holland-Dozier-Holland già maltrattata dai Del-Byzanteens di Jim Jarmusch, e poi c’erano canzoni con testi di Pasolini e Baudelaire, mancava solo Alda Merini per completare il quadro del luogocomunismo poetico. Diamanda Galas ha iniziato con la classica e il jazz, con le performance e il teatro, ha lavorato con il Living Theatre, e agli inizi si esibì anche nei manicomi, prima che lo facessero i Cramps, e immagino i pazienti borbottare cose tipo: E poi dicono che i pazzi siamo noi. Ha inciso dischi inascoltabili con urla animalesche e strazianti che potevano ricordare le frenate del gruppo compatto alla prima curva di un circuito di ciclocross, cose che hanno fatto la gioia dei critici, nei suoi spettacoli si sporcava di sangue, ma se queste cose le faceva Alice Cooper, che su disco era divertente ma dal vivo faceva abbastanza schifo, era un cazzone, se le faceva lei era avanguardia. Poi negli anni 90 la svolta che sarebbe eccessivo definire pop, e il massimo è stato il disco nel 1994 insieme a John Paul Jones che già aveva collaborato con i REM per il sommo Automatic For The People. Il disco Sporting Life è ricordato anche perché è l’unico sulla cui copertina la Diamanda se la ride, non sappiamo cosa sia successo, possiamo solo fare delle ipotesi, forse il bassista zeppelino le stava raccontando delle barzellette: C’erano un turco un armeno e un napoletano… no, questa non fa ridere, oppure mister Jones avrà sospettato che la cantante, che quando non era truccata da strega malefica non era affatto disprezzabile dal punto di vista estetico, praticasse l’antica arte del chiagnere e fottere e fosse interessato alla seconda parte, ma direi che in entrambe le ipotesi il coltellaccio che Diamanda Galas impugna sulla copertina era un efficace deterrente. E mi chiedo se un ascoltatore metallaro di quel periodo avrebbe saputo distinguere questa musica rock e blues dura e urlata dal grand guignol di certi gruppazzi che andavano allora, tipo gli Slipknot, però a scanso di equivoci la signora ha sempre trattato temi gravi, come il massacro degli armeni e le discriminazioni contro i malati di AIDS, la malattia di cui morì il fratello. Ma bando alle tristezze e divertitevi, se ci riuscite, con un video, quasi normale come fosse Patsy Kensit.

Do You Take This Man 

   

La Zeriba Suonata – il ritorno di Saturno

E così, visto che nello spazio siderale non c’è la zona rossa, Saturno si è incontrato con Giove ed era parecchio tempo che non succedeva, dicono 800 anni, di sicuro da prima del 1998, quando Goldie, tre anni dopo Timeless, caposaldo del drum’n’bass, incise Saturnz Return, disco tanto lungo quanto pesante, in cui si salvavano poche cose, e tra queste direi il brano Demonz, con suoni bizzarri e un po’ diabolici, forse quelli che avrebbero generato i deperiani diavoli di caucciù a scatto se si fossero dati alla musica jungle. Però anche qui viene fuori la prolissità di Goldie, perché se il brano durava la metà era meglio, ma in quel periodo si dovevano riempire i cd fino all’orlo, e questo era pure doppio.

Demonz

Negli anni 90 si incontrarono pure gli astri di Bjork e Goldie, ma ai tempi del ritorno di Saturno la storia con vulcanica ragazza era già finita.

Racconti occulti – La leggenda del pittore pastorello

Giorro era un povero pastore, così povero che non poteva permettersi delle pecore e allora portava al pascolo un gregge di anatre. Ma dentro questo pastore si nascondeva, in verità molto bene, una vocazione artistica ed estetica. Giorro ad esempio era affascinato dalla forma perfetta dell’uovo e con un pezzo di carbone cercava di disegnarla sulle pietre bianche, ma non gli veniva mai bene, una volta faceva una specie di quadrato un’altra volta un triangolo, ma quando per sbaglio disegnò un cerchio si trovò a passare di lì il famoso pittore Cimaburro che vide la scena e chiese al ragazzo di provare a disegnare una cattedrale e quello senza mai staccare il carbone dalla pietra con un solo tratto continuo tutto storto disegnò una specie di edificio. Allora Cimaburro disse al ragazzo che aveva talento e gli propose di lasciare gli animali e andare a bottega da lui per imparare il nobile mestiere del pittore. Giorro gli chiese che cosa dipingevano i pittori oltre alle cattedrali e Cimaburro rispose che dipingevano anche Santi e Madonne e Nobili Signori che commissionavano i lavori, e Giorro chiese se dipingevano pure donne nude. Ma Cimaburro ridendo rispose: “Ragazzo, tu corri un po’ troppo”, ma Giorro fece notare che neanche si stava muovendo, e il gran pittore: “No, intendevo con la mente. Bisogna fare le cose gradualmente, pian piano, un passo dopo l’altro.” E così Giorro accettò la proposta e i due si mossero e andarono verso la Città, verso l’Arte, verso la Gloria, verso le donne nude, e tutte le anatre dietro di loro.

I cimeli di Cimurri

Quando lasciò il ciclismo nel 1980 disse che non si riconosceva più in quel mondo, ma quando vi ritornò ammise di essere un vecchio brontolone: “Il mio disagio di allora non era colpa del cambiamento, che è nell’ordine delle cose, ma colpa del mio tempo che è passato”. Il semplice massaggiatore Giannetto Cimurri aveva capito quello che tante persone che hanno studiato non vogliono ammettere preferendo crogiolarsi nella nostalgia e dicendo che il presente non è più quello di una volta. Ma Cimurri non fu un massaggiatore qualunque e neanche solo un massaggiatore. Ha curato molti grandi ciclisti e anche altri sportivi, finendo per correre il rischio di essere ritenuto un guaritore quando ai Mondiali del 1965 rimise in piedi il velocista Giordano Turrini il giorno dopo una caduta con commozione cerebrale lussazione strappi muscolari e altre ammaccature, e da allora gli è rimasta la nomea di “Mano santa”. E’ stato anche un talent scout e proprio dopo quel suo ritorno ha portato al professionismo Gianni Bugno. Ha ottenuto riconoscimenti e onorificenze e gli è stata dedicata una corsa professionistica purtroppo durata solo 5 edizioni. E per dirne un’altra, negli anni scorsi lo scrittore ciclista Paolo Alberati ha pubblicato tre libroni molto illustrati con Giunti, il primo dedicato a Bartali, il secondo a Coppi e il terzo a Cimurri. A un certo punto iniziò a raccogliere bici dei suoi ciclisti e altri cimeli, e in questo periodo le sue bici sono in mostra, ma non in uno dei tanti musei del settore, bensì allo Spazio Credem nel Palazzo Spalletti Trivelli a Reggio Emilia. La mostra si intitola Giannetto cimurri. Il masseur e le bici dei suoi campioni ed è presentata da un breve video realizzato dal grande raccontatore di cose ciclistiche Marco Pastonesi.

 

presepi e tradizioni

Questi sono giorni in cui scattano le tradizioni. A Milano ci sono la tradizionale Prima della Scala e la tradizionale contestazione anche se quest’anno saranno entrambe in streaming, e a Napoli si fanno i presepi tradizionali e si va a San Gregorio Armeno a vedere le botteghe degli artigiani, quelli che a maggio erano in piazza a lamentarsi di essere stati danneggiati dalla chiusura, anche se non mi sembra che si usino i presepi estivi, ma potrei sbagliarmi. E sono anni, anzi decenni, e quindi anche questa ormai può essere considerata una tradizione, che questi artigiani, un po’ per farsi pubblicità un po’ forse perché c’è un mercato, realizzano statuine di personaggi famosi, dai calciatori ai politici dai cantanti agli attori, ovviamente primeggia il calciatore populista che frequentava dittatori e camorristi. Ed è qui che rimango sempre deluso, perché in fondo la location originale è in Palestina, in Israele, e mi aspettavo statuine di personaggi locali. L’anno scorso ho atteso invano la statuina della coppia dell’anno, Omer Shapira e Guy Sagiv che ebbero notorietà perché, mentre andavano a vincere il campionato nazionale e simultaneo, si diedero un bacio, e si può fare perché non è bidon collé. Quest’anno poi il gran colpo del mercato è stato il passaggio di Froome alla Israel, si poteva fare una sua statuina e invece niente. Per cui se qualcuno vuole mettere Froome su un presepe ad ambientazione mediorientale dovrà arrangiarsi.