Statistiche illustrate – Il povero ricco

Ci si può ritirare vincendo o vincere proprio quando ci si ritira (Marangoni), all’opposto si può abbandonare dopo un lento declino o per mancanza di motivazioni o per altri interessi o per infortunio o semplicemente per non aver trovato un contratto. E diciamo che l’australiano Adam Hansen forse poteva uscire di scena in una maniera migliore invece che ritrovandosi come rappresentante di una discussa protesta al Giro. Adam Hansen non è stato un ciclista qualunque, passistone capace di tirare in testa al gruppo e di vincere dopo lunghe fughe non è un caso se ha corso fino all’ultimo, trentanovenne, in squadre ricche. Ma è ricordato soprattutto per aver terminato 20 grandi giri consecutivi. Certo lui non ha mai corso per fare classifica e si può dire che si risparmiava questo stress, come hanno dimostrato le trovate goliardiche soprattutto quando in salita il suo compito era finito e procedeva in allegria, scherzando col pubblico fino ad accettare una birra dai tifosi olandesi. Eppure ridendo e scherzando ha vinto una tappa al Giro e una alla Vuelta, non quanto il suo compagno di squadra e affine Thomas De Gendt ma comunque un bel palmarès.

Hansen in rosa a modo suo.

Ma in passato c’è stato un altro stakanovista dei grandi giri, lo spagnolo Marino Lejarreta che di giri consecutivi ne disputò solo 10 ma correndo per la classifica. Alla Vuelta ha occupato tutte le posizioni del podio, anche se la vittoria nel 1982 fu a tavolino, e tra tutti e tre i grandi giri è entrato 15 volte in top ten. Inoltre ha vinto brevi corse a tappe, 3 volte la Classica di San Sebastian e il Giro dell’Appennino che ai suoi tempi era una corsa difficile e prestigiosa. Quindi si potrebbe dire che al confronto Adam Hansen potrebbe essere definito il Lejarreta dei poveri, se non fosse che lui è ricco. Hansen infatti è un imprenditore, produce calzature, si dice che colleziona auto da corsa, poi non so se la sua ricchezza viene esagerata o romanzata, di sicuro qualcuno potrebbe chiedersi chi glielo ha fatto fare di correre in bici per di più nel ruolo di faticatore, ma non sono più i tempi di Visentini, cioè quelli di Lejarreta, quando un ciclista di famiglia agiata era quasi sospetto.

La scultura dedicata a Lejarreta dalle parti di Oviedo.

 

La Zeriba Suonata – La musicista con le manine sante

Ela Minus è il nome d’arte della musicista Gabriela Jimeno, colombiana che si è trasferita a New York, una scelta ambivalente perché New York è al centro di tutto, tranne che del ciclismo, e chi opera lì può essere facilitato, più contatti e più possibilità di essere notato, non so, ma poi può essere etichettato come hipster e intellettualoide dagli snobboni, com’è accaduto in questo caso. Ela Minus ha appena pubblicato il suo primo album intitolato Acts Of Rebellion e gli esperti parlano di dance, di punk, perché Ela ha iniziato con l’hardcore, e infatti uno dei primi singoli si intitola Megapunk e ascoltandolo ti chiedi se non è il ritorno dell’electroclash, e ormai con la tabella di marcia dei periodici revival dovremmo esserci. Invece il disco è più vario fino ad avere momenti ambient, e in realtà il punk viene tirato in ballo, oltre che per la faccenda dell’hardcore adolescenziale, per i testi che trattano temi sociali e politici, come ad esempio in They told us it was hard, but they were wrong. Comunque la sua musica è troppo godibile perché rischi di essere invitata al Premio Tenco,  dove non la vedrei bene con i suoi sintetizzatori, macchinette che costruisce lei stessa, mentre non le piace fare musica con i computer. Qua potete farvi un’idea delle sue performances.

Statistiche Illustrate – Che gusto è?

Tra oscillazioni dei contagi e percentuali sui tamponi, mi pare che l’unico dato certo è quello sull’aumento dei morti. Una cosa che invece mi sembra molto più difficile da dimostrare scientificamente è il fatto che l’Italia sia il paese della bellezza con la “Beee” maiuscola, dello stile e del gusto, perché quando, tra tutti questi morti veri, si inscenano per proteste e pretesti finti funerali per la morte dell’economia del commercio o dello spettacolo, con manifesti bare e perfino le auto e la banda che suona marce funebri, tutto questo secondo voi che gusto è? Io direi cattivo.

Ritorno ad Anghiari

I Gufi sono capaci di tutto pur di mettere in cattiva luce l’italiano vivo. Ora si sono inventati che Leonardo non ha mai dipinto la Battaglia di Anghiari, che è stato il cavallo di battaglia del famoso comico politico che era disposto a smantellare tutto Palazzo Vecchio pur di ritrovare il dipinto. Ma persa un’opera se ne trova un’altra, e infatti è stato ritrovato un disegno di Da Vinci che si pensava perduto. Il disegno è intitolato “Gli umarell di Anghiari” e la Zeriba Illustrata lo espone in anteprima mondiale.

Ultime curiosità da Parigi

È curioso accorgersi che finisce il Tour e a seguire invece del clou dell’estate c’è il campionato del pallone. È curioso vedere all’inizio della diretta che il gruppo, anche se non ancora arrivato a Parigi, è allungato come fosse una classica, ma per la faccenda del covid è proibita la promiscuità di interviste, foto di rito e brindisi incrociati, anche se all’insaputa della RAI gli sloveni Pogacar, Roglic, Polanc, Mohoric e Mezgec hanno fatto una foto di gruppo come l’anno scorso i colombiani per analoga occasione. Nelle prime fasi di corsa viene inquadrato Trentin che parlotta con Roglic, i due sono accomunati da sconfitte cocenti, e chissà che Trentin pensando al secondo posto di Roglic non si consoli un po’ per la faccenda del mal comune. Ci si chiede come e perché ha vinto Pogacar, e qualcuno dice che Roglic nella crono ha dovuto modificare la sella e per questo era scomposto, e sarebbe grave che la Jumbo si fosse persa per una cosa del genere, oppure che Roglic cala nella terza settimana, e in tal caso deve assolutamente tornare alla Vuelta che quest’anno è in versione light e dura due settimane e mezza, magari il Giro l’avesse emulata. Si dice che la fortuna di Pogacar è stato il ritardo nella tappa dei ventagli, e in effetti, se avesse preso la maglia gialla, come avrebbe fatto la sua mezza squadra a controllare la corsa, chi lo avrebbe scortato in salita, Kristoff? Si ricorda che la bici del vincitore è di Colnago, proprio nell’anno in cui ha venduto la Ditta e non si capisce che ruolo continua a svolgervi, ma di sicuro dispone di telai del colore delle varie maglie pronti per essere inviati al ragazzo fenomeno che è buono bravo bello intelligente umile e maturo, proprio come Bernal l’anno scorso. Ma in realtà il  vero segreto di Pogacar ce lo svela Garzelli, in collegamento dalla Casa di Riposo Studio RAI, quando ricorda che nell’ultima cronometro della Vuelta dell’anno scorso Pogacar diede 1’30 a Valverde e 1’40 a Pogacar, e capirete che uno che dà un distacco del genere a sé stesso non è un ciclista qualunque, e soprattutto questa sua ubiquità ben si concilia con il fatto che al Tour ha vinto 3 maglie.  Ecco, la RAI è la vera jattura per gli spettatori italiani, dicono che bello il passaggio del gruppo nel Louvre e lo sfumano per mandare la pubblicità, oppure parlano di funghetti a 10 km dalla conclusione con Van Avermaet in fuga. L’ultima tappa più di tutte è uno strazio con mille commenti, spesso inutili, e forse sarebbe il  caso di indire un referendum per il taglio dei commentatori RAI, e poi riassunti, ricordi, non sempre tempestivi (per Gianni Mura morto 6 mesi fa non potevano trovare un’altra occasione?), ringraziamenti, autoindulgenze, indulgenze plenarie e ogni altra occasione che torna buona pur di non parlare della corsa di cui non so quanti km effettivi hanno fatto vedere, perché il problema non è solo quello che dicono, basterebbe azzerare l’audio, ma quante volte staccano le immagini per altrove. E dato che come spettatore del ciclismo a me piacerebbe vedere innanzitutto la corsa in corso, mi chiedo se interessa anche a loro che col ciclismo ci campano, a volte sembrerebbe di no. Ridendo e scherzando si arriva alla volata e vince Bennett che si porta a casa pure la maglia verde, l’unica non vinta da Pogacar, con l’annessa soddisfazione di strapparla a Sagan che fino all’anno scorso era suo compagno di squadra, una compresenza che in pratica impediva a Bennett di essere selezionato per il Tour.

E lei è il segreto più noto di Pogacar: la fidanzata che, al netto degli accenti e altri segni grafici, si chiama Urska Zigart, corre nella Alé BTC Ljublijana e quest’anno ha vinto il titolo sloveno a cronometro, è arrivata decima nel Tour de l’Ardéche e 78esima nel Giro Rosa.

Il Grand Tour

Col calendario siamo arrivati alla sovrapposizione, o piuttosto alla convivenza perché si cerca di differenziare gli orari di arrivo, di due corse a tappe del World Tour. Non è una novità, negli anni scorsi capitava con la Tirreno-Adriatico e la Parigi-Nizza o con il Giro d’Italia e il Giro di California, ma stavolta l’ingombro tocca il Tour de France che deve convivere con la corsa marittima. E però finora in due non fanno lo spettacolo di una, in Italia c’è la fuga pubblicitaria delle squadre minori e in Francia le cadute, e poi c’è la volata. In Francia dopo il riposo vince finalmente Bennett che si commuove al punto che pensavo avesse pure lui un morto da ricordare come spesso chi vince e invece no, era solo felice. In Italia invece due vittorie di Ackermann che quasi sembrava già in declino, ieri diciamo normale ma l’altro ieri sfiorando più volte le transenne e avendone molti elogi, ma a pensarci bene, anche se il rischio era solo suo ma poi va a sapere cosa succede quando uno cade, mi viene il dubbio che non sia il caso di elogiare uno che rischia così tanto, in fondo quando Froome mostrò al grande pubblico un modo mitteleuropeo di andare in discesa che a detta di molti è assai pericoloso fu criticato perché era un cattivo esempio. E dire che sempre più spesso si criticano i percorsi, soprattutto i km finali, perché pericolosi, e forse proprio per evitare cadute nella corsa marittima ieri Fuglsang se ne stava in coda tranquillo a guardare il paesaggio. Dopo aver vinto il Lombardia e aver confermato di andare meglio nelle corse in linea, Fuglsang ha detto che vuole provare a centrare un podio in uno dei grandi giri, che, per chi fosse a digiuno, sono i giri di Italia Francia e Spagna che dagli addetti ai lavori sono identificati con la sigla “GT” che sta per Grand Tour, e in attesa di quello ciclistico forse il danese si faceva un po’ di quello culturale, come in altra epoca fecero Goethe e altri famosi perdigiorno. Ma non sarebbe un problema perché non si è mai sentito di un ciclista ritiratosi per la Sindrome di Stendahl. Piuttosto in questi giorni il rischio è per il coronavirus e proprio l’altro ieri in Francia sono stati tamponati tutto il peloton e gli staff delle squadre e i ciclisti sono risultati tutti negativi. A casa è andato il gran capo Prudhomme ma non è una grande perdita. E in attesa di tappe spettacolari anche il pubblico potrebbe guardare il paesaggio, in Italia si è attraversata la Toscana e in Francia c’è stata una tappa storica perché per la prima volta sono partiti da un’isola per arrivare a un’altra percorrendo uno spettacolare ponte che speriamo non sia stato visto dai politici italiani che hanno riesumato l’idea di quello sullo Stretto, ma dicevo per gli spettatori italiani la visione del paesaggio è resa difficoltosa dalla RAI che con due corse e due reti a disposizione ha risolto il problema a modo suo, cioè ingarbugliando e pasticciando tutto con continui cambi di corsa e di rete quindi niente di nuovo.

Affinità elettive.

La Zeriba Suonata – una donna che provoca

Chris Korda proviene da una famiglia di scrittori e cineasti, è un’attivista trans e vegana, e a questo punto qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una tipa pallosa sempre pronta a rimbrotti e pistolotti, e invece le sue attività sono contraddistinte da paradossali provocazioni come quando nel 1992 fondò la Chiesa dell’Eutanasia che come soluzione per la salvezza del pianeta indicava il suicidio. Nel 1995 lanciò un’altra iniziativa spiazzante, la campagna Unabomber For President. Chris Korda è anche artista e performer, sviluppatrice di software e musicista prevalentemente house. I suoi primi dischi riprendevano le sue diciamo teorie sociali: Demon In My Head e Save The Planet Kill Yourself furono incisi per la sua etichetta Kevorkian Records (Jack Kevorkian detto Dottor Morte fu un teorico dell’eutanasia). Poi per la International Deejay Gigolo di DJ Hell incise Six Billion Humans Can’t Be Wrong in cui cantavano quelle sgallettate delle Chicks On Speed, trio tedesco famoso ai tempi dell’electroclash, e in seguito The Man Of The Future in cui gli sperimentalismi non impedivano a pezzi come Nothing di essere pure godibili. Di recente, avendo creato un software per operare inauditi cambi di tempo, ha lanciato la sua nuova battaglia per “liberarsi della tirannia del 4/4”. Ora se vi aspettate che io vi spieghi questa faccenda siete fuori strada, non ne ho la minima idea, andate pure sui siti specialistici, io mi limito a dirvi che la sua invenzione, o più probabilmente re-invenzione del polymeter, ha prodotto gli album Akoko Ajeji (Perlon, 2019) in cui in definitiva ascoltiamo una musica house loungeggiante, e poi Polymeter (Mental Groove, 2020) in cui si ascoltano una chitarra o un pianoforte virtuali che suonano jazz, vedi Ona Lile, e se Chris Korda avesse inventato anche un software per riprodurre dei gridolini il risultato potrebbe essere scambiato per quel pianista coi capelli crespi che nel secolo scorso era l’idolo della borghesia jazzofila.

Ridotti all’ossimoro

Avrete saputo che nei giorni scorsi nel Parco della Reggia di Caserta è morto un cavallo che trainava un calesse per turisti pigri. Forse la gente dovrebbe assecondare un po’ di più le proprie inclinazioni e chi è pigro dovrebbe starsene a casa sul divano e i monumenti vederli nei documentari. Se invece le persone si fanno il giro in carrozza a guisa di aristocratici per ostentazione, per fare i grandi, allora sarebbe comunque meglio che come misura precauzionale, direi perfino igienica, se ne stessero ugualmente a casa, oppure se proprio si ritengono tanto grandi che si facciano la loro reggia personale e dentro ci facciano quello che gli pare, ci scorrazzino con una carrozza trainata da varani di Komodo, basta che non vadano in giro. Voi direte che ci sono anche persone che hanno problemi a camminare, e avete ragione pure voi, ma per quelli c’è anche un servizio di navette, e peccato che l’architetto Luigi Vanvitelli non pensò pure a una linea di metropolitana, il massimo del progresso è una specie di ascensore all’interno del Palazzo. Purtroppo la Direzione non va nella direzione che auspicherei, anche perché i cosiddetti Beni Artistici Eccetera hanno come obiettivo principale quello di staccare biglietti, tanti biglietti, e sostituirà il servizio di carrozze a cavallo con le golf-car, così quelli che vogliono fare i grandi potranno sentirsi come Tyger Woods e fantasticare di congiungersi carnalmente con Lindsey Vonn. A proposito di storie erotiche, chi non è pratico del Parco della Reggia deve sapere che i vetturini dicevano agli sprovveduti turisti che avrebbero potuto vedere tutto il parco ma non è vero perché a un certo punto, poco oltre la metà, c’è una curva in salita troppo ripida, e forse lo sarà anche per le golf-car, e quindi lì le carrozze non arrivavano, tagliando fuori dal giro, oltre al suggestivo Giardino Inglese, le ultime fontane tra le quali spicca quella che raffigura l’episodio mitologico di Diana e Atteone.

Il Bagno di Venere nel Giardino Inglese: si lavavano molto queste divinità.

Diana era la Dea della caccia e stava esercitando la sua specifica funzione quando per il troppo caldo si spogliò per farsi un bagno, ma nei paraggi gironzolava Atteone, che era un suo collega perché si sa che l’uomo è cacciatore. Atteone non poté fare a meno di vedere la Dea in quella diciamo inedita veste, Diana se ne accorse e temeva una revenge porn con la tecnologia dell’epoca, cioè che Atteone andasse in giro a raccontare quello che aveva visto, ma qualcuno sospetta pure che tra i due ci fosse un’accesa rivalità venatoria, così per risolvere i suoi problemi lo trasformò in cervo, grazie ai suoi superpoteri, perché la faccenda di superpoteri e superproblemi non pensate che l’hanno inventata quelli della Marvel. Atteone non si accorse subito della sua metamorfosi anche perché non era reduce da una notte agitata ma se ne avvide solo guardandosi in una fonte, ma purtroppo per lui neanche i suoi 50 cani 50 lo riconobbero e lo sbranarono.

E pensavo che la civiltà di questa parte di mondo non ha fatto un grande affare ad abbandonare il simpatico carrozzone dell’Olimpo con tutti quei dei e semidei che ne combinavano di tutti i colori e quante ancora ne avrebbero combinate a cominciare da quel vecchio porco di Giove, per sostituirlo con le tristi religioni monoteiste basate su sofferenza penitenza e odio per la concorrenza perché l’espressione “dialogo interreligioso” è solo un ossimoro grandioso .

Cartolina da Malta

A volte può capitare che questa cosa evanescente e virtuale che è il blog si materializzi, ad esempio in forma di cartolina cartacea con il francobollo della stessa materia. Questo per dire che ringrazio pubblicamente il blog gemellato Schiantavenna che per il terzo anno consecutivo mi ha spedito una cartolina dalla località delle vacanze. Quest’anno è toccato a Malta, luogo ideale per riposare perché ciclisticamente quasi inesistente: scopro che vi si disputa il Tout Ta’ Malta, una gara dilettantistisca nel cui albo d’oro però figura Stefan Schumacher ai tempi in cui tornò a testa bassa dopo la sua seconda (credo) squalifica per doping. Un grazie quindi a tutto lo staff di Schiantavenna’s blog.