Ultime curiosità da Parigi

È curioso accorgersi che finisce il Tour e a seguire invece del clou dell’estate c’è il campionato del pallone. È curioso vedere all’inizio della diretta che il gruppo, anche se non ancora arrivato a Parigi, è allungato come fosse una classica, ma per la faccenda del covid è proibita la promiscuità di interviste, foto di rito e brindisi incrociati, anche se all’insaputa della RAI gli sloveni Pogacar, Roglic, Polanc, Mohoric e Mezgec hanno fatto una foto di gruppo come l’anno scorso i colombiani per analoga occasione. Nelle prime fasi di corsa viene inquadrato Trentin che parlotta con Roglic, i due sono accomunati da sconfitte cocenti, e chissà che Trentin pensando al secondo posto di Roglic non si consoli un po’ per la faccenda del mal comune. Ci si chiede come e perché ha vinto Pogacar, e qualcuno dice che Roglic nella crono ha dovuto modificare la sella e per questo era scomposto, e sarebbe grave che la Jumbo si fosse persa per una cosa del genere, oppure che Roglic cala nella terza settimana, e in tal caso deve assolutamente tornare alla Vuelta che quest’anno è in versione light e dura due settimane e mezza, magari il Giro l’avesse emulata. Si dice che la fortuna di Pogacar è stato il ritardo nella tappa dei ventagli, e in effetti, se avesse preso la maglia gialla, come avrebbe fatto la sua mezza squadra a controllare la corsa, chi lo avrebbe scortato in salita, Kristoff? Si ricorda che la bici del vincitore è di Colnago, proprio nell’anno in cui ha venduto la Ditta e non si capisce che ruolo continua a svolgervi, ma di sicuro dispone di telai del colore delle varie maglie pronti per essere inviati al ragazzo fenomeno che è buono bravo bello intelligente umile e maturo, proprio come Bernal l’anno scorso. Ma in realtà il  vero segreto di Pogacar ce lo svela Garzelli, in collegamento dalla Casa di Riposo Studio RAI, quando ricorda che nell’ultima cronometro della Vuelta dell’anno scorso Pogacar diede 1’30 a Valverde e 1’40 a Pogacar, e capirete che uno che dà un distacco del genere a sé stesso non è un ciclista qualunque, e soprattutto questa sua ubiquità ben si concilia con il fatto che al Tour ha vinto 3 maglie.  Ecco, la RAI è la vera jattura per gli spettatori italiani, dicono che bello il passaggio del gruppo nel Louvre e lo sfumano per mandare la pubblicità, oppure parlano di funghetti a 10 km dalla conclusione con Van Avermaet in fuga. L’ultima tappa più di tutte è uno strazio con mille commenti, spesso inutili, e forse sarebbe il  caso di indire un referendum per il taglio dei commentatori RAI, e poi riassunti, ricordi, non sempre tempestivi (per Gianni Mura morto 6 mesi fa non potevano trovare un’altra occasione?), ringraziamenti, autoindulgenze, indulgenze plenarie e ogni altra occasione che torna buona pur di non parlare della corsa di cui non so quanti km effettivi hanno fatto vedere, perché il problema non è solo quello che dicono, basterebbe azzerare l’audio, ma quante volte staccano le immagini per altrove. E dato che come spettatore del ciclismo a me piacerebbe vedere innanzitutto la corsa in corso, mi chiedo se interessa anche a loro che col ciclismo ci campano, a volte sembrerebbe di no. Ridendo e scherzando si arriva alla volata e vince Bennett che si porta a casa pure la maglia verde, l’unica non vinta da Pogacar, con l’annessa soddisfazione di strapparla a Sagan che fino all’anno scorso era suo compagno di squadra, una compresenza che in pratica impediva a Bennett di essere selezionato per il Tour.

E lei è il segreto più noto di Pogacar: la fidanzata che, al netto degli accenti e altri segni grafici, si chiama Urska Zigart, corre nella Alé BTC Ljublijana e quest’anno ha vinto il titolo sloveno a cronometro, è arrivata decima nel Tour de l’Ardéche e 78esima nel Giro Rosa.

Il Grand Tour

Col calendario siamo arrivati alla sovrapposizione, o piuttosto alla convivenza perché si cerca di differenziare gli orari di arrivo, di due corse a tappe del World Tour. Non è una novità, negli anni scorsi capitava con la Tirreno-Adriatico e la Parigi-Nizza o con il Giro d’Italia e il Giro di California, ma stavolta l’ingombro tocca il Tour de France che deve convivere con la corsa marittima. E però finora in due non fanno lo spettacolo di una, in Italia c’è la fuga pubblicitaria delle squadre minori e in Francia le cadute, e poi c’è la volata. In Francia dopo il riposo vince finalmente Bennett che si commuove al punto che pensavo avesse pure lui un morto da ricordare come spesso chi vince e invece no, era solo felice. In Italia invece due vittorie di Ackermann che quasi sembrava già in declino, ieri diciamo normale ma l’altro ieri sfiorando più volte le transenne e avendone molti elogi, ma a pensarci bene, anche se il rischio era solo suo ma poi va a sapere cosa succede quando uno cade, mi viene il dubbio che non sia il caso di elogiare uno che rischia così tanto, in fondo quando Froome mostrò al grande pubblico un modo mitteleuropeo di andare in discesa che a detta di molti è assai pericoloso fu criticato perché era un cattivo esempio. E dire che sempre più spesso si criticano i percorsi, soprattutto i km finali, perché pericolosi, e forse proprio per evitare cadute nella corsa marittima ieri Fuglsang se ne stava in coda tranquillo a guardare il paesaggio. Dopo aver vinto il Lombardia e aver confermato di andare meglio nelle corse in linea, Fuglsang ha detto che vuole provare a centrare un podio in uno dei grandi giri, che, per chi fosse a digiuno, sono i giri di Italia Francia e Spagna che dagli addetti ai lavori sono identificati con la sigla “GT” che sta per Grand Tour, e in attesa di quello ciclistico forse il danese si faceva un po’ di quello culturale, come in altra epoca fecero Goethe e altri famosi perdigiorno. Ma non sarebbe un problema perché non si è mai sentito di un ciclista ritiratosi per la Sindrome di Stendahl. Piuttosto in questi giorni il rischio è per il coronavirus e proprio l’altro ieri in Francia sono stati tamponati tutto il peloton e gli staff delle squadre e i ciclisti sono risultati tutti negativi. A casa è andato il gran capo Prudhomme ma non è una grande perdita. E in attesa di tappe spettacolari anche il pubblico potrebbe guardare il paesaggio, in Italia si è attraversata la Toscana e in Francia c’è stata una tappa storica perché per la prima volta sono partiti da un’isola per arrivare a un’altra percorrendo uno spettacolare ponte che speriamo non sia stato visto dai politici italiani che hanno riesumato l’idea di quello sullo Stretto, ma dicevo per gli spettatori italiani la visione del paesaggio è resa difficoltosa dalla RAI che con due corse e due reti a disposizione ha risolto il problema a modo suo, cioè ingarbugliando e pasticciando tutto con continui cambi di corsa e di rete quindi niente di nuovo.

Affinità elettive.

La Zeriba Suonata – una donna che provoca

Chris Korda proviene da una famiglia di scrittori e cineasti, è un’attivista trans e vegana, e a questo punto qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una tipa pallosa sempre pronta a rimbrotti e pistolotti, e invece le sue attività sono contraddistinte da paradossali provocazioni come quando nel 1992 fondò la Chiesa dell’Eutanasia che come soluzione per la salvezza del pianeta indicava il suicidio. Nel 1995 lanciò un’altra iniziativa spiazzante, la campagna Unabomber For President. Chris Korda è anche artista e performer, sviluppatrice di software e musicista prevalentemente house. I suoi primi dischi riprendevano le sue diciamo teorie sociali: Demon In My Head e Save The Planet Kill Yourself furono incisi per la sua etichetta Kevorkian Records (Jack Kevorkian detto Dottor Morte fu un teorico dell’eutanasia). Poi per la International Deejay Gigolo di DJ Hell incise Six Billion Humans Can’t Be Wrong in cui cantavano quelle sgallettate delle Chicks On Speed, trio tedesco famoso ai tempi dell’electroclash, e in seguito The Man Of The Future in cui gli sperimentalismi non impedivano a pezzi come Nothing di essere pure godibili. Di recente, avendo creato un software per operare inauditi cambi di tempo, ha lanciato la sua nuova battaglia per “liberarsi della tirannia del 4/4”. Ora se vi aspettate che io vi spieghi questa faccenda siete fuori strada, non ne ho la minima idea, andate pure sui siti specialistici, io mi limito a dirvi che la sua invenzione, o più probabilmente re-invenzione del polymeter, ha prodotto gli album Akoko Ajeji (Perlon, 2019) in cui in definitiva ascoltiamo una musica house loungeggiante, e poi Polymeter (Mental Groove, 2020) in cui si ascoltano una chitarra o un pianoforte virtuali che suonano jazz, vedi Ona Lile, e se Chris Korda avesse inventato anche un software per riprodurre dei gridolini il risultato potrebbe essere scambiato per quel pianista coi capelli crespi che nel secolo scorso era l’idolo della borghesia jazzofila.

Ridotti all’ossimoro

Avrete saputo che nei giorni scorsi nel Parco della Reggia di Caserta è morto un cavallo che trainava un calesse per turisti pigri. Forse la gente dovrebbe assecondare un po’ di più le proprie inclinazioni e chi è pigro dovrebbe starsene a casa sul divano e i monumenti vederli nei documentari. Se invece le persone si fanno il giro in carrozza a guisa di aristocratici per ostentazione, per fare i grandi, allora sarebbe comunque meglio che come misura precauzionale, direi perfino igienica, se ne stessero ugualmente a casa, oppure se proprio si ritengono tanto grandi che si facciano la loro reggia personale e dentro ci facciano quello che gli pare, ci scorrazzino con una carrozza trainata da varani di Komodo, basta che non vadano in giro. Voi direte che ci sono anche persone che hanno problemi a camminare, e avete ragione pure voi, ma per quelli c’è anche un servizio di navette, e peccato che l’architetto Luigi Vanvitelli non pensò pure a una linea di metropolitana, il massimo del progresso è una specie di ascensore all’interno del Palazzo. Purtroppo la Direzione non va nella direzione che auspicherei, anche perché i cosiddetti Beni Artistici Eccetera hanno come obiettivo principale quello di staccare biglietti, tanti biglietti, e sostituirà il servizio di carrozze a cavallo con le golf-car, così quelli che vogliono fare i grandi potranno sentirsi come Tyger Woods e fantasticare di congiungersi carnalmente con Lindsey Vonn. A proposito di storie erotiche, chi non è pratico del Parco della Reggia deve sapere che i vetturini dicevano agli sprovveduti turisti che avrebbero potuto vedere tutto il parco ma non è vero perché a un certo punto, poco oltre la metà, c’è una curva in salita troppo ripida, e forse lo sarà anche per le golf-car, e quindi lì le carrozze non arrivavano, tagliando fuori dal giro, oltre al suggestivo Giardino Inglese, le ultime fontane tra le quali spicca quella che raffigura l’episodio mitologico di Diana e Atteone.

Il Bagno di Venere nel Giardino Inglese: si lavavano molto queste divinità.

Diana era la Dea della caccia e stava esercitando la sua specifica funzione quando per il troppo caldo si spogliò per farsi un bagno, ma nei paraggi gironzolava Atteone, che era un suo collega perché si sa che l’uomo è cacciatore. Atteone non poté fare a meno di vedere la Dea in quella diciamo inedita veste, Diana se ne accorse e temeva una revenge porn con la tecnologia dell’epoca, cioè che Atteone andasse in giro a raccontare quello che aveva visto, ma qualcuno sospetta pure che tra i due ci fosse un’accesa rivalità venatoria, così per risolvere i suoi problemi lo trasformò in cervo, grazie ai suoi superpoteri, perché la faccenda di superpoteri e superproblemi non pensate che l’hanno inventata quelli della Marvel. Atteone non si accorse subito della sua metamorfosi anche perché non era reduce da una notte agitata ma se ne avvide solo guardandosi in una fonte, ma purtroppo per lui neanche i suoi 50 cani 50 lo riconobbero e lo sbranarono.

E pensavo che la civiltà di questa parte di mondo non ha fatto un grande affare ad abbandonare il simpatico carrozzone dell’Olimpo con tutti quei dei e semidei che ne combinavano di tutti i colori e quante ancora ne avrebbero combinate a cominciare da quel vecchio porco di Giove, per sostituirlo con le tristi religioni monoteiste basate su sofferenza penitenza e odio per la concorrenza perché l’espressione “dialogo interreligioso” è solo un ossimoro grandioso .

Cartolina da Malta

A volte può capitare che questa cosa evanescente e virtuale che è il blog si materializzi, ad esempio in forma di cartolina cartacea con il francobollo della stessa materia. Questo per dire che ringrazio pubblicamente il blog gemellato Schiantavenna che per il terzo anno consecutivo mi ha spedito una cartolina dalla località delle vacanze. Quest’anno è toccato a Malta, luogo ideale per riposare perché ciclisticamente quasi inesistente: scopro che vi si disputa il Tout Ta’ Malta, una gara dilettantistisca nel cui albo d’oro però figura Stefan Schumacher ai tempi in cui tornò a testa bassa dopo la sua seconda (credo) squalifica per doping. Un grazie quindi a tutto lo staff di Schiantavenna’s blog.

Italia chiamò

La scorsa settimana è stata dedicata ai campionati nazionali, con delle prime volte sorprendenti: la prima volta in linea per Luigi Leone Sanchez e per Anna Van Der Breggen, e la prima in generale per Evaldas Siskevicius che ha vinto il titolo lituano a cronometro mentre in linea ha vinto Bagdonas che sarà pure tornato a correre tra i dilettanti ma è pur sempre un allievo di Sean Kelly. Se qualcuno pensava ancora a Siskevicius come l’ultimo degli scarsi che arriva a Roubaix dopo la chiusura del velodromo ecco che, no niente, perché se qualcuno di Siskevicius ha saputo solo dai media generalisti per l’episodio curioso e un po’ patetico di due anni fa difficilmente poi avrà saputo del suo riscatto col nono posto alla Roubaix 2019 e tantomeno saprà di questo non facile titolo nazionale, e ora attendiamolo alla prossima Roubaix.

Knocking On Northern Hell’s Door.

In Italia da qualche anno c’è lo sparpaglìo dei campionati, juniores di qua, under 23 di là, stavolta gli élites hanno corso dalle stesse parti a crono e in linea però le donne solo a crono, poi dice la visibilità, e questo mezzo campionato è stato organizzato da Pippo Pozzato e altri fighetti. C’era la salita della Rosina che doveva fare selezione ma forse ne avrebbe fatta di più la Salita delle antenne e poi una stretta stradina in salita e in pavé, quasi un Koppenberg storto, e lì sembrava si stesse scatenando il finimondo, anzi il finitalia, ma alla fine è passato in testa addirittura Formolo che come uomo da pavé non lo conoscevamo, e selezione poca, chissà se perché il tratto è stato sopravvalutato o i contendenti erano quello che erano. E infatti si è arrivati alla volata con tutti quelli cui manca sempre qualcosa per la grande vittoria: Nizzolo, Ulissi, Colbrelli, e Ballerini che rischia di aggiungersi e comunque correndo in uno squadrone sarebbe il caso che qualcuno di questo squadrone vincente gli insegnasse a non impennare in volata. Alla fine qualcuno doveva pur vincere e dato che era una manifestazione fighetta era giusto che vincesse lo stilista Giacomo Nizzolo, poi giusto perché era una roba da stilisti le medaglie sembrava brutto farle rotonde e le hanno fatto quadrate o a losanga, a seconda di come le si guarda, e per l’inno hanno chiamato una specie di cantante sulle cui doti canore glisso ma che, scandendo bene le parole, ne evidenziava, semmai ce ne fosse bisogno, la ridicolaggine del testo, e allora stringetevi a coorte, voi che dite prima gli italiani, siete pronti alla morte?

 

Totò Peppino e la logica aristotelica

L’altroieri tutti i telegiornali erano scandalizzati perché una donna si era data fuoco e la gente nei paraggi invece di aiutarla si è messa a filmare la scena con gli smartufoni, cosa stiamo diventando dicevano, poi subito dopo tutti i telegiornali hanno mandato in loop le immagini di un pestaggio a Castellammare, le hanno mandate più volte nel timore che qualcuno si forse perso un pugno o una sediata. Con questo clima e tenendo conto che già si fanno viaggi sui luoghi di disgrazie, chissà che non aumenti questo tipo di turismo ai danni di quello diciamo tradizionale. Se così fosse Napoli e la Campania ne sarebbero avvantaggiati, una visita dove è stato freddato Caio, un giro nel bunker dove hanno trovato Tizio, qualche compagnia più intraprendente potrebbe organizzare roghi di rifiuti tossici per turisti in cerca di emozioni particolari. In caso contrario, se continuasse a prevalere il turismo verso arte e paesaggi, la Campania non potrebbe contare sulla promozione tramite lo sport perché qui esiste solo il pallone e il calcio è sport claustrofobico, durante la partita viene inquadrato solo lo stadio, si sbircia fuori solo nel  caso di risse che però, ricordiamolo, non hanno niente a che fare col calcio anche se quelli che si azzuffano sono tifosi organizzati che danno del tu a calciatori e dirigenti. E nessun cronista pallonaro divaga dal gioco parlando dei siti e della storia e dei personaggi famosi della città che ospita la gara, se qualcuno si azzardasse verrebbe fucilato. E comunque, dato che Albi non ha una grande squadra di calcio, non c’è il rischio che tra un corner e un arbitro cornuto qualcuno inizi a parlare del massacro dei catari che noi ciclofili invece sappiamo ormai a memoria. La Liguria però non è messa meglio, si parla solo di ponti che crollano, costoni che franano, strade bloccate, e quando con la Sanremo c’è l’occasione di mostrare la riviera con le sue bellezze i sindaci dicono di non essere interessati. C’è chi invece il ciclismo come mezzo di promozione turistica non si limita a sfruttarlo ma lo va a cercare. Il caso più clamoroso è quello dles Dolomites, che ha una copertura televisiva superiore a qualsiasi corsa professionistica e in realtà è difficile pensarlo come ciclismo, essendo in realtà una passerella di vip, semivip e leccavip, che si fanno pubblicità reciproca con i luoghi che ospitano la gara, che poi sarebbe meglio se venisse ridotta a semplice pedalata in quanto l’albo d’oro c’ha i suoi innominati, e per contorno democratico ai Vip che partecipano di diritto, ci sono tutti gli amatori che si contendono i posti limitati per l’iscrizione, ma, con quello che costano l’attrezzatura e eventuali additivi da aspiranti squalificati, non si possono neanche ritenere poveri comuni mortali. Ma quest’anno anche la maratona dolomitica è stata cancellata, e quindi il più grosso spot in bicicletta è diventata la Tre Valli Varesine che per l’occasione ha fagocitato Bernocchi e Agostoni e l’hanno chiamata Gran Trittico Lombardo, ma in realtà era la Tre Valli travestita neanche bene. La Tre Valli ha avuto sempre una diretta più lunga di qualsiasi corsa italiana, escluse Sanremo e Lombardia, quest’anno più delle stesse Strade Bianche di categoria UCI superiore, ed è sempre stata una passerella per politici e amministratori locali, ricordiamo Cunego con Bossi, e poi dicono Nibali che correva per il Re del Bahrain, però noi ringraziamo perché ne approfittiamo per vederci una porzione abbondante di corsa, ma quest’anno è venuto storto per tutti e ci si è messa pure la pioggia, per promozione hanno mandato immagini assolate dell’anno scorso, l’elicottero non poteva alzarsi, poche immagini della corsa che ci mancava solo la voce di De Zan, poca passerella, facce coperte dalle mascherine, le miss potevano anche avere i baffi vai a sapere, e per ultimo, dato che gli appassionati italiani vogliono vedere vincere gli italiani ma sembrava di essere tornati ai tempi prima di Viviani e Bettiol, se ne va in discesa lo straniero Gorka Izagirre e non lo prendono più, neanche Nibali che fa la corsa, la agita, è il primo italiano all’arrivo battendo in volata gente più veloce di lui, e non so se questo può portare meno turisti a Varese ma non credo. Però non è un risultato a sorpresa e ora vi spiego perché. Nel ciclismo si fa largo uso della logica aristotelica, ad esempio Nibali ha vinto il suo tour nella tappa sul pavé e sotto la pioggia? Se ne desume che ogni volta che c’è brutto tempo e le strade sono messe male Nibali è favorito, ne gode addirittura, pavé, sterrato, buche, se buttassero pure le puntine a terra sarebbe il massimo, povero Nibali che non può farsi una pedalata tranquillo su strade scorrevoli. E allo stesso modo quando piove vanno forte i ciclocrossisti e gli uomini dei paesi freddi e piovosi, e manco a farlo a posta c’erano due squadre belghe piene di crossisti, il traguardo volante l’ha vinto Quinten Hermans che, per come sono passati veloci questi mesi virali, sembra ieri che correva per i prati inseguendo quelli che inseguivano Van Der Poel, e la corsa l’ha vinto Gorka il fratello di Ion, che sembrava quello meno forte ma non ne siamo più tanto sicuri, che in inverno si diletta a fare il ciclocrossista ed è anche basco, e a dar retta ai telecronisti i Paesi Baschi devono essere tipo la Milano di Totò e Peppino.

Eppure il fango non c’era.

La Zeriba Suonata – Arca per sempre

La prima volta che ne ho parlato in questo blog ne ho scritto al maschile, ora bisogna scriverne al femminile, ma per noi bjorkophili Alejandra Ghersi alias Arca potrebbe restare per sempre innanzitutto il produttore che ha rimesso in forma l’islandesina, e devo dire che almeno io mi sono incuriosito alla musicista mutante proprio per quello. E in un periodo in cui moltissimi guardano alla musica dei padri, dei nonni (e il punk siamo là, eh) e degli arcavoli, ben vengano musiciste come Arca e Holly Herndon che guardano alla musica dei figli e dei nipoti. E dal nuovo album di Arca intitolato Kick I e pubblicato da XL vi propongo un brano qualunque, proprio uno a caso, che guarda caso ha un’ospite che ricambia i favori.

Afterwards feat. Bjork

Ma tra i due l’influenza è reciproca. Guardate il video di Nonbinary, che se ci va potremmo pure definire manifesto: Arca non vuole scegliere tra generi sessuali ma neanche tra pop e sperimentazione. E guarda un po’ la prima parte del video ricorda quello di All Is Full Of Love che fu diretto dal solito Chris Cunningham.

Nonbinary

Una vecchia foto di Arca, Bjork e Jesse Kanda artista visivo e regista collaboratore di Arca.

La lunga estate fredda illustrata

Se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano in un’altra parte del mondo figuriamoci la fortissima eruzione di un vulcano. Nel 1815 il vulcano Tambora nelle isole della Sonda causò sconvolgimenti climatici al punto che l’anno dopo, cioè 2 secoli prima che la casa di Greta andasse a fuoco, in estate ci fu brutto tempo e per questo motivo gli ospiti di una villa sul Lago di Ginevra furono costretti a rimanere al chiuso come se ci fosse stato il lockdown. Quei 5 personaggi erano il medico John William Polidori, nessuna parentela con quel Giancarlo che circa 150 anni dopo si tolse lo sfizio di provarsi sia la maglia rosa che quella gialla ma non divaghiamo, e i poeti romantici Percy Bysshe Shelley e George Gordon Byron, più due donne scappate di casa e unitesi a loro ovvero Mary Wollstonecraft Godwin moglie di Shelley e la sua sorellastra Claire Clairmont amante di Byron. E, sapete come sono fatti questi artisti, si annoiano facilmente e allora Lord Byron lanciò una sfida artistico-letteraria per cui ognuno doveva scrivere una storia di fantasmi. I poeti partivano con i favori del pronostico essendo del mestiere ma dopo un po’ si annoiarono mentre il medico invece scrisse Il vampiro che diede il via a un ricco filone letterario. Ma il botto lo fece Mary Shelley che era un’esordiente diciannovenne, quindi solo da poco nella categoria under 23, e grazie alla sua fantasia e a suggestioni derivanti dalle chiacchiere sul galvanismo e gli esperimenti sull’elettricità animale, durante una notte buia e tempestosa come neanche nei romanzi di Snoopy ebbe una prima visione su cui decise di costruire il suo racconto Frankenstein. Spinta a proporre il racconto agli editori, Mary si trovò di fronte al loro scetticismo, perché convinti che quella storia paurosa non potesse averla scritta una leggiadra fanciulla ma fosse opera di quel debosciato del marito. Ma come è noto tutto finì bene: il libro fu pubblicato e diventò un classicissimo, i poeti Shelley e Byron morirono giovani e Polidori si suicidò. La storia della fantasiosa Mary Shelley è stata di recente raccontata dalla scrittrice canadese Linda Bailey nel volume Mary La ragazza che creò Frankenstein pubblicato in Italia da Rizzoli/Mondadori con le magnifi(goti)che illustrazioni della catalana Julia Sardà, ex colorista per Disney da cui si è poi affrancata e ha fatto proprio bene.

P.S. Julia Sardà sa disegnare pure le biciclette.