Il ritorno di Riccioli d’Oro

Mettiamo un attimo da parte le tristezze della versione provinciale delle Olimpiadi proposta dalla RAI perché lontano dagli occhi degli spettatori italiani c’è stata un’esplosione di allegria e vitalità. E’ successo che Eva Lechner, più volte argentata o bronzea ma dorata solo nelle staffette, ha avuto anche lei una giornata “no” nella mtb olimpica e con le tre degli uomini è poker, la compagnia di Celestino ha fatto en plein, e ora il buon Mirko sta già mandando il suo curriculum in giro perché vede a rischio il suo posto da cittì, ma se Eva si trovasse per sbaglio a leggere questo blog le ripeto quello che ho scritto pure in passato: ora che si è tolta il pensiero delle Olimpiadi passi alla marathon e l’oro arriverà. Ma non è questo che volevo dire, è che il risultato negativo dell’altoatesina ha comportato che dopo una veloce finestrella di Stefano Rizzato la RAI non ha più spiato la gara. E il buon Rizzato ha fatto in tempo a mitragliare la prospettiva di un risultato storico che si sarebbe poi concretizzato: un podio occupato interamente da una sola nazione, che alcuni amanti delle statistiche dicono sia un fatto mai accaduto in nessuna specialità del ciclismo nelle Olimpiadi “moderne”, ma possiamo dire con certezza quasi assoluta che ciò vale per tutte le Olimpiadi, perché non si sono mai trovate, su ceramiche o affreschi antichi, delle raffigurazioni di gare ciclistiche, tranne che su una borraccia in terracotta esposta sul balcone di casa De Luca ma la cui datazione resta molto dubbia, né gli storici hanno mai raccontato di simili gare nei giochi olimpici, sappiamo solo dell’avversione di Leonida per gli antichi ciclisti che lui usava buttare giù dalla Rupe Sormana. Tornando all’oggi, cioè l’oggi di ieri, le favorite erano le francesine, la relativamente vecchia Paolina, che le olimpiadi proprio non le vuole vincere ma in famiglia di ori olimpici ne hanno già due più varie maglie iridate e altra chincaglieria che non sanno più dove mettere, e la giovane Loana Lecomte che ha dominato la stagione e come spesso accade ha mancato l’appuntamento più importante. Addirittura nel finale le francesi sono state superate anche dall’ungherese Blanka Kata Vas, astro nascente di varie specialità, più che un semplice “cambio di vocale”. L’argento e il bronzo sono andati a Sina Frei e Linda Indergand che, soprattutto la prima, sono ancora giovani e possono riprovarci, sempre se in futuro esisterà ancora questa curiosa e pesante manifestazione, ma l’oro è andato a Jolanda Neff che non pensavo fosse più capace di un risultato del genere, perché mentre le giovani avanzavano lei continuava a infortunarsi, anche poche settimane fa. Finora Neff aveva vinto soltanto un mondiale “normale” e uno marathon, una Coppa del Mondo, 3 campionati europei e la prima edizione dei Giochi Europei, oltre a gare internazionali anche nel ciclocross e su strada riuscendo anche a essere campionessa svizzera in tutte e tre le specialità contemporaneamente. Ma non avevo pensato allo strano rapporto che c’è tra me e lei a sua insaputa: quando non posso vedere la gara lei vince, nei rari casi in cui la RAI trasmette un campionato internazionale di mtb vince un’altra, e oggi la RAI ha preferito tutt’altro, tra cui la canoa slalom, commentata da un sempre più eclettico Bragagna, che per contro è quello meno in linea con lo sciovinismo televisivo, e disputata in una specie di grande piscina, perché non credo che in Giappone ci siano i fiumi con i marciapiedi, ma allora dov’è finita tutta la natura che si vede nei film dello Studio Ghibli? Tornando a Jolanda, la Neff è una fracassona, a volte è un pericolo per sé e per le altre, e anche ieri ha rischiato di cadere nello stesso punto dove era cascato Van Der Poel, e ha dato la colpa dell’accaduto a una manovra “stupida” della Ferrand-Prévot che a sua volta ha criticato la svizzerotta per un sorpasso velocissimo che l’avrebbe fatta cadere, ma viste le immagini quest’ultima non si direbbe una scorrettezza, semmai un’azzardo e la francese sembra cadere per paura o per lo spostamento d’aria. Comunque sembra che tutti i suiveurs neutrali siano contenti di questa vittoria, e in questo non pesano solo quei gravi infortuni, tra cui una caduta in discesa, lei fidanzata con uno che fa downhill, che le ha fatto perdere la funzionalità della milza, ma anche i suoi extra, soprattutto i video in cui trasmette la sua passione per la mtb o la serie autobiografica intitolata “Jolandaland”, per non parlare dello spot, fracassone anch’esso e realizzato per la sua bici, in cui interpretò Riccioli d’Oro mostrando doti di recitazione superiori anche a quelle di Thomas Voeckler.

Il sorpasso di Jolanda e la caduta di Paolina.

La verde estate

Si direbbe che abbia un’espressione indecisa la donna raffigurata in questo quadro del pittore postpreraffaellita John Liston Byam Shaw, intitolato “Last Summer Things Were Greener”.

La Zeriba Suonata – tradizionalissimi

Chiudiamo, almeno per il momento, questa rassegna confusa di folk irlandese con i De Danann (poi De Dannan) che nella loro storia hanno accolto in formazione molti musicisti tra i quali anche Donal Lunny dei Planxty che era il prezzemolino del folk irlandese. I De Dannan suonavano soprattutto strumentali e infatti sono famose anche le loro cantanti Maura O’Connel, Mary Black dai General Humbert e Dolores Keane. Facevano musica acustica e tradizionale, tradizionalissima, al punto da andare a pescare anche nel repertorio del music-hall, roba ottocentesca, da immaginario liberty e preraffaellita, o da convivio di ubriaconi.

My Irish Molly-O

La Zeriba Suonata – partendo da un musicista mitico

Questa storia inizia da un musicista mitico, che si può considerare tale non perché si drogava o perché era circondato da groupies o ancora perché lo trovarono morto in un bagno ma forse non era lui o infine perché distruggeva le stanze degli alberghi, no, infatti parliamo di Turlough O’Carolan, che è un mito perché essendo vissuto circa 300 anni fa su di lui non si sanno tantissime cose, e pure delle composizioni che lo fanno ritenere il più grande bardo d’Irlanda esiste solo una raccolta in unica copia. Si dice che dava più importanza alla poesia ma scriveva prima la musica. Reso cieco dal vaiolo, iniziò a fare l’arpista errante ospite di nobili e mecenati, e figuriamoci se poteva permettersi di sfasciare le stanze dove alloggiava, anzi in onore delle persone che lo ospitavano componeva arie tra la musica popolare e quella classica che lui chiamava “planxty”, e uno dei gruppi più famosi del folk irlandese scelse di chiamarsi proprio con questo termine. I Planxty si formarono nel 1972 e i membri originari erano Donal Lunny, Andy Irvine, Christy Moore e Liam O’Flynn, nomi che ricorrono nella storia del genere in svariate combinazioni, e nel loro repertorio non potevano mancare brani di O’ Carolan, come ad esempio Planxty Irwin, o quei medley che si ascoltano spesso in questo genere musicale: qui una versione live di Raggle Taggle Gypsy/Tabhair dom do laimh. Il gruppo non ebbe lunga vita perché alcuni membri, forse per emulare il bardo, non si potevano vedere (questa se non l’avete capita è meglio) e una reunion nel loro caso si poteva escludere a priori, e infatti eccola qui: Cliffs Of Dooneen.

La Zeriba Suonata – solo la musica

Sapete come funziona youtube: ormai non ho più il tasto, o se è da qualche parte non lo trovo, per impedire la selezione automatica dei video e se non sono lesto a schiacciare “annulla” parte in automatico il brano selezionato da D.J. Algoritmo. Poi figuratevi che fantasia c’ha questo se io sto ascoltando un brano di Erykah Badu e lui me ne propone un altro dei suoi, e ovviamente il primo che gli viene in mente è Window Seat, famoso perché nel video lei va in giro per le strade affollate di Dallas e poi si spoglia e alla fine le sparano proprio nel punto in cui uccisero JFK e lei cade colpita però dopo la vediamo in piedi con una capigliatura posticcia e vorrà dire che i pixel censorei hanno fermato il proiettile, e poi le polemiche (ma solo a me che non me lamenterei non capita mai di imbattermi in una performance del genere?) e la condanna, e insomma, anche se c’ho il disco New Amerykah Part Two (Return of the Ankh), mi pare che solo ora mi sono accorto che è davvero un bel brano, e allora la cosa migliore da fare per apprezzarlo è di sentirlo in una versione senza quelle immagini, solo la musica.

Window Seat

La Zeriba Suonata – Diamo un inno a tutti

E’ un periodo di grandi eventi sportivi e gli inni dilagano, ma il problema di questo genere musicale è che spesso gli inni nazionali sono stati scritti in altre epoche e i testi rispecchiano un altro modo di pensare, come rileva un blog che ha proposto un’analisi del testo dell’Inno di Mameli, e un po’ mi ha sorpreso perché credo proprio di non averlo saputo integralmente neanche alle elementari e comunque ne ricordavo solo gli highlights: “Che schiava di Roma Iddio la creò”, “Stringiamoci a coorte siam pronti alla moorte”, e “Zan Zan”, e devo dire che quest’ultima è la parte che preferisco, forse perché sa un po’ di avanspettacolo e di teatro di rivista, un tipo di spettacolo che quando sono nato probabilmente già non c’era più ma quella cultura è filtrata attraverso i varietà televisivi e i film comici coevi, soprattutto quelli con Totò. Tornando agli inni, essi rappresentano delle comunità e questo concetto oggi molto usato delle comunità è davvero comodo perché pensare per contro che là fuori ci siano miliardi di singoli individui che pensano ognuno a modo suo fa venire le vertigini, non se ne parla proprio, meglio pensare per gruppi, categorie, comunità. Ma alcune di queste non mi risulta che abbiano un inno e allora questa rubrica interviene a suggerire delle canzoni che potrebbero fungere allo scopo. Ad esempio ci sono i taccheggiatori che nel periodo delle chiusure hanno reso un grande servigio al Paese perché quando qualcuno veniva sorpreso a rubare nei supermercati forniva ai media una preziosa opportunità di fare dei lacrimosi servizi in cui si denunciava l’impoverimento della gente e di conseguenza la necessità di ridurre le tasse ai ricchi.

Shoplifters Of The World Unite

Altra categoria vituperata è quella degli stalkers di cui diciamo tutto il male possibile ma poi per loro fortuna intervengono i Giudici che hanno studiato e con la loro autorevolezza li mandano liberi per il mondo, e questo è l’inno da cantare con la mano sul petto, preferibilmente quello della persona perseguitata.

The More You Ignore Me The Closer I Get

Al pari delle bandiere gli inni sono divisivi, come solo il tifo nel calcio, e allora ben venga un inno trasversale che può unificare la comunità uligana.

Sweet And Tender Hooligan

E infine ci vorrebbe un inno per tutti i fans sparsi per il mondo di un famoso gruppo degli anni 80, un inno da cantare con la mano non sul petto ma sul fianco.

The Boy With The Thorn In His Side

Enrico Baj – “Generale”

un vecchio modo per non vincere il Tour

L’amico artista R.F., che non usa internet e non leggerebbe queste righe, sapendo del mio interesse per il ciclismo, qualche mese fa mi ha inviato un periodico francese con estratti da vecchi giornali e in quarta di copertina c’era questa storia illustrata del 1903, un protofumetto intitolato Perché non ho vinto il Giro di Francia.

La Zeriba Suonata – campioni brasiliani

Chi ha seguito anche per poco tempo il calcio mondiale ha scoperto che i brasiliani spesso hanno dei nomi lunghi a cui finiscono per preferire soprannomi brevi, e a quanto pare questa non è una caratteristica solo dei giocatori del pallone. Ad esempio il nome intero di Amon Tobin, che agli inizi si faceva chiamare Cujo, non potrebbe essere scritto sul citofono perché ci vorrebbe una facciata del palazzo. Comunque la cosa importante è che costui non è un calciatore ma un dj influenzato dal dub e dal drum’n’bass che campiona jazz e samba. Questa era la musica che si ascoltava a cavallo dei secoli.

Amon Tobin – Chop Samba

In quel periodo di campionamenti ed elettronica un genere molto popolare era il trip-hop che poteva essere cupo (Massive Attack), malato (Tricky), cinematografico (Portishead), etereo (Lamb), pop (Hooverphonic), solare (Morcheeba), ammaliante (Emiliana Torrini), ma anche direi sensuale, come nel caso degli Smoke City, un gruppo britannico che durò solo due dischi. Gli Smoke City si ispiravano anche alla musica brasiliana e scelsero come cantante l’artista visiva Nina Miranda che era brasiliana e sensuale e quindi cascava a fagiolo. Dato che la loro canzone capolavoro Underwater Love ebbe un successo enorme ancorché meritato, qui ve ne propongo un’altra, sempre tratta dal primo album Flying Away dell’anno magico 1997.

Smoke CityWith You

Cose turkmene

Quelli del ciclismo hanno fiuto quando assegnano i campionati mondiali o continentali. L’anno scorso ci fu un gran carosello a causa del covid, e quest’anno che il virus ha influito di meno avevano pensato di fare gli europei su pista in Bielorussia. Poi è successo quell’incidente che a qualcuno può sembrare curioso, ma in un periodo in cui il terrorismo langue, forse pur’esso vittima della pandemia, non si trova nessuno disposto a dirottare un aereo e ci devono pensare i governi, quindi niente di strano. Però gli altri governi per invidia hanno bisticciato con la Bielorussia e i campionati europei sono stati rinviati a sede e data da destinarsi. Orientativamente si dovrebbero disputare in autunno quando erano già programmati i mondiali che dovevano disputarsi ad Ashgabat, ma per le restrizioni anticovid il Turkmenistan ha detto: Abbiate pazienza, non è cosa, se ne parla un’altra volta. Niente di strano neanche in questo caso, solo che mi è venuta in mente una cosa, anzi non mi è venuta in mente, insomma sono anni che abbiamo la possibilità di seguire mondiali e coppa del mondo su pista ma io un pistard turkmeno non lo ricordo, e in verità neanche uno stradista, sono corridori che al più partecipano ai campionati asiatici. Niente di strano neanche che questo paese abbia un velodromo, perché queste nazioni poco democratiche ancora vogliono farsi belle agli occhi mondiali con manifestazioni sportive e impianti all’avanguardia, come ai tempi dell’URSS. Una cosa curiosa del Turkmenistan è che nella capitale Ashgabat c’è un monumento che raffigura il Ruhnama o Libro d’oro, praticamente un libro di pensierini scritto dal presidente a vita Nyýazow che comunque nel 2006 scoprì di non essere immortale. Il paese asiatico si distingue anche per altre leggi assurde su cui però i cittadini del posto non trovano molto da ridere: cose turche, anzi turkmene. Però intanto questo paese senza ciclisti ha un velodromo su cui possono disputarsi competizioni internazionali, mentre l’Italia che le medaglie le porta a casa col carrello e avrà pure un pistard portabandiera olimpico ha un solo velodromo coperto in cui però ci si può solo allenare. Ci sono anche velodromi scoperti, il neopresidente Dagnoni ne ha contato 27, non so se ha compreso pure quello di Marcianise di cui nessuno sa cosa farsene. Tra questi c’è il velodromo di Ascoli Piceno dove si allena e gareggia il settore della velocità maschile, mentre quello femminile ha questo talento isolato di Miriam Vece che per fortuna ha trovato ospitalità nel Centro mondiale del ciclismo, e la velocità maschile in Italia si può dire che sopravvive grazie alla famiglia Ceci che si divide tra atleti tecnici e organizzatori. E per questo l’Italia ha deciso di premiarli togliendogli il velodromo di Ascoli che sarà mangiato dal campo di calcio, e come contropartita c’è la promessa di costruire un nuovo velodromo forse domani chissà. Eppure il ciclismo italiano si è trovato in una situazione simile a quella del Turkmenistan perché ha avuto un presidente quasi a vita, quattro mandati seguiti da un tentativo fallito al CONI, l’unica differenza è che questo ex presidente qui non ha neanche scritto un libro di pensierini.

Se lo costruivano nel Karakum questo velodromo era la classica cattedrale nel deserto.