Cartoni e fumetti in Giappone

Le Olimpiadi sono una faccenda per nazioni, con le eccezioni dei russi buoni e dei rifugiati, ma la crono maschile di ieri sembrava una gara tra team, vinta nettamente dalla Jumbo con l’oro di Roglic e l’argento di Dumoulin più il sesto posto di Van Aert, mentre per la Ineos è arrivato il bronzo di Dennis, il quinto posto di Ganna e più indietro Porte, Gerainthomas che però non è caduto e Coso Hart che si fa sempre più fatica a credere che abbia vinto un Giro. Ma, purtroppo per Filippone Ganna, era davvero una faccenda di nazionali, e come Mennea che correva 100 200 4×100 e pure 4×400, lui troppo forte in un movimento mediocre è chiamato a impegni diversi e deve sostenere sulle sue spalle la baracca italiana. Però in gara era insolitamente scomposto e saliva e scendeva dal sellino, dipenderà forse dal fatto che in questi ultimi tempi ha avuto a che fare più con i tecnici nazionali? In attesa di vedere come andrà in pista, cittì vari e presidenti federali si dicono soddisfatti e peccato che l’arrampicata sportiva sugli specchi non sia specialità olimpica. Il vincitore Primoz Roglic sembra un personaggio da cartoni animati, ma nella patria degli anime sembra piuttosto uno di quelli di Looney Tunes, tipo Wile E. Coyote: fora, cade, si sfracella, perde, e quel che è peggio viene criticato da Beppe Conti per essersi ritirato dal Tour invece di trascinarsi tutto scorticato per trovare la forma olimpica, ma poi ritorna sempre come nuovo e vince. La Salamandra di Maastricht, sereno ma anche furbetto per aver sapientemente evitato di andare al Tour per aiutare lo sloveno, è contento del risultato e dice di voler continuare, ma poi in fondo sembra ieri che era una promessa e ora ha già 30 anni, e allora se non ora quando? Lo svizzero Kung sembra più un personaggio dei fumetti, uno sfigato tipo Paperino: perde la crono al Tour per mano, anzi piedi, dell’ultimo concorrente, che non era proprio l’ultimo, cioè Pogacar, e qui perde il bronzo per meno di un secondo. A proposito di Pogacar, l’altro sloveno, così giovane e forte, ha già il potere di decidere quando correre e si è autoridotto il calendario, niente crono olimpica, niente Vuelta, insomma tutto il contrario di Ganna, e anche di Van Aert, il quale però voleva esserci, ma ora è il caso che si fermi un poco, perché se la forma del Tour è servita per la prova in linea, per la crono sono venuti fuori i privatisti, cioè quelli che non sono andati in Francia e hanno fatto da soli, o con il loro entourage.

Insomma non è una regola che per vincere in un grande appuntamento bisogna avere nelle gambe le fatiche di un grande giro, e tra le donne è stato ancora più evidente, con l’austriaca Kiesenhofer che ha vinto la prova in linea, con la svizzera Reusser che è arrivata seconda nella crono, precedendo proprio la vincitrice del Giro Anna Van Der Breggen che, tra l’altro, il giorno prima era stata buttata a terra da un cosiddetto solerte sorvegliante giapponese, e soprattutto con Annemiek Van Vleuten che ha finalmente vinto un titolo olimpico, e così ora siamo finalmente più tranquilli, lei e pure noi, e aveva una tale “fame” di oro olimpico che se, come da vecchia usanza fotografica, avesse dato un morso alla medaglia l’avrebbe sbriciolata. Dopo la corsa ha detto di avere limiti e difetti e di non aver sacrificato tutta la vita al lavoro, cioè al ciclismo, anche se da qualche anno sembrerebbe il contrario, ma questo lo sa lei. Però, dato che lo sport non è tutto, viene il dubbio che i ciclisti italiani stiano facendo il possibile per non andare sul podio perché si vergognano di indossare quella divisa da pizzaiolo di provincia.

Abnegati

Ieri mattina ho acceso la tv ricordando che la RAI ha sempre trasmesso le prove olimpiche di mtb, da Paola Pezzo scollata nel 1996 fino alla vittoria mancante nella carriera dorata di Nino Schurter passando per il finale fantozziano di Marco Aurelio Fontana. Ma non ero troppo speranzoso perché qualcosa è cambiato nell’offerta RAI, per non dire elemosina RAI. In passato mi pare di ricordare che si sfruttavano più canali mentre stavolta RAI Sport replica tutto il replicabile dal Tour ultimo scorso alla finale degli europei con pallone del 1996 senza perdersi l’occasione per la 101esima replica della puntata di Memory su Geminiani. Le Olimpiadi sono trasmesse da Rai2 che non rinuncia alle trasmissioni base, tipo TG, e ancora più che in passato si limitano alle gare con italiani. Purtroppo l’Italia nella mtb ha schierato ben 3 atleti ma, per una coincidenza che sarà tale fino a un certo punto, erano tutti in giornata “no” e se c’era qualche cronista in agguato pronto a collegarsi se si sentiva odore di medaglia questo non è successo, e per colpa dei tre italiani non ho potuto vedere la fenomenale vittoria del fenomeno Tommasino Pidcock e la fenomenale caduta, come se fosse un Sagan qualunque, dell’ammaccato fenomeno originario Mathieu Van Der Poel, e forse anche una delle ultime apparizioni di Schurter che non ha preso neanche una medaglia. Il risultato molto deludente ha quasi fatto arrabbiare il buon Mirko Celestino che, dopo Fausto Scotti e probabilmente Davide Cassani, potrebbe sentirsi anche lui a rischio dimissioni. Tornando alla televisione, la RAI nelle dirette saltella da un italiano all’altro, ce ne sono in tutti gli sport, al punto che domenica mi chiedevo se non avessero ripristinato Giochi senza frontiere, ma quelle canoe in uno specchio d’acqua credo artificiale mi pare che in passato scendevano per corsi d’acqua naturale, e comunque altro che senza frontiere, per la RAI le frontiere ci sono eccome, e gli stranieri sono soltanto degli intralci alla gloria degli italiani. A conferma di ciò, tra una diretta e l’altra, c’è il TG olimpico dove una tipa poco brillante parla di bella giornata e di notizie magnifiche e altri esclamativi e superlativi per le vittorie italiane mentre per le sconfitte abusa dei “purtroppo”, solo una volta le è scappato di accennare alla vittoria di una tredicenne, casi in cui ti chiedi dov’è la differenza tra fenomeni tout court e fenomeni da baraccone, ma ha subito precisato che “purtroppo” non è italiana (buon per lei). C’è anche spazio per quello che non si è potuto vedere in diretta ma sempre con gli italiani dentro. E insomma io non ho né il tempo né l’interesse per seguire tutto e non posso dire con certezza ma l’impressione è che il pastone offerto dalla RAI sia in linea con la programmazione televisiva generalista e anche con il rincoglionimento sciovinista a fini politici, perché nelle ore in cui in Giappone dormono non ci sono differite per chi lavora di mattina o recuperi ma chiacchiere, interviste (cioè chiacchiere) e talk-show, tra cui quello in prima serata condotto da AdS che fa cadere gli indici di ascolto, ma la gossippara di RaiSport, al centro di una tavolata alla Fabiofazio con vecchie glorie dello sport italiano, avrà certamente tante storie da raccontare, se possibile anche pettegolezzi, ma tutte straordinarie perché – pensate – questi ragazzi medagliati hanno dei nonni, ecco perché vincono. Forse di storie interessanti ce ne sarebbero anche tra gli atleti stranieri, come il caso di Anna Kiesenhofer, ma non interessano e chissà che il Direttore Bulbarelli, che dicono leghista, non abbia avuto una accelerazione sovranista. Ma credo che una tivvù generalista debba cercare il pubblico generico, di cui ha una certa idea forse non completamento sbagliata, cioè di gente che si identifica con chi ha in comune solo la cittadinanza, perché in Italia c’è tanta gente che degli altri vuole prendersi quello che capita, i meriti o i soldi, non si butta niente, e sentirsi orgogliosi di essere italiani, popolo furbo che vuole i fondi europei per non pagare le cartelle che giacciono in esattoria da prima del covid, ma anche apprezzato nel mondo per lo stile e la cucina, idealmente uniti nell’orribile divisa da pizzaiolo che hanno appioppato agli atleti. E stamattina mi auguro che nella mtb femminile Eva Lechner vada forte, sia perché è una tipa simpatica e poco italiana, sia perché mi consentirebbe di vedere la gara con dentro quella forza della natura che è Jolanda Neff.

La verde estate

Si direbbe che abbia un’espressione indecisa la donna raffigurata in questo quadro del pittore postpreraffaellita John Liston Byam Shaw, intitolato “Last Summer Things Were Greener”.

Le Olimpiadi e la Decadenza della Civiltà Occidentale

Alla prima mattinata di Olimpiadi già mi sono rotto. Ieri mi sono evitato la diretta della cerimonia di apertura, come facevo del resto anche negli ultimi decenni, una cosa troppo lunga e retorica, in cui Franco Bragagna immagino che abbia fatto sfoggio di cultura a 380° e se ne avesse avuto la possibilità avrebbe tolto la parola anche al Presidente del CIO e avrebbe interrotto l’atleta che avrà pronunciato il giuramento, e non avendolo visto mi chiedo se quest’ultimo si sarà per l’occasione tolto la mascherina: “Ghrhpnbm pfbnhm…”, che avrà detto, avrà mica giurato il falso? L’unica curiosità di queste cerimonie è l’occasione di ricordarsi di quei piccoli staterelli che altrimenti ignoreremmo, per i quali ogni olimpiade potrebbe essere l’ultima perché, Greta o non Greta, potrebbero a breve essere sommersi dagli oceani. In quei pochi secondi mostrati dai tg ho visto che gli italiani per parvenza di parità hanno voluto nominare due portabandiera ma causa spending review la bandiera era una sola e Viviani e Rossi l’hanno sventolata a 4 mani con qualche difficoltà del caso e speriamo che la Cecchini non si sia ingelosita. Hanno sfilato tanti atleti pronti a diventare eroi, così diranno nel caso, a cantare l’inno, sempre se lo ricordano, con la mano sul petto all’altezza di organi interni a casaccio, e poi a mordere la medaglia, che io non so come è nata questa consuetudine, forse in passato si addentava il metallico gadget come a provare che fosse davvero di oro, ma da tempo si tratta di patacche appena bagnate nel metallo ché i soldi non ci sono per farle vere, però in fondo se un atleta è abituato ad alimentarsi con le barrette di Cassani al gusto di crete senesi capirete che anche una medaglietta in similbronzo diventa appetibile. E veniamo alla gara, e già, speravo la gara al singolare ma le trasmissioni olimpiche non sono l’ideale per chi è interessato a un solo sport, in particolare quelle della RAI che prima ci seduce con dirette di ciclismo di oltre 100 km anche quando non è il caso e poi ci abbandona. Intanto ci sarebbe da chiedersi perché hanno ancora due canali tematici e trasmettono su una rete generalista, volendo si potrebbe diversificare e invece Rai Sport propone repliche di altro e vecchi notiziari in cui potrete apprendere il risultato dell’incontro tra Hellas Verona e Lanerossi Vicenza. E il pastone che ha preparato la RAI e le sue menti che purtroppo non sono cervelli fuggiti da qualche parte è adatto agli sciovinisti, a quelli che durante la Grande Chiusura cantavano l’inno sul balcone senza che nessuno gliel’avesse chiesto, insomma nelle scelte di sub-palinsesto non conta l’importanza o la spettacolarità della disciplina ma che ci sia un italiano in gara, anche se è uno che non si conosce in uno sport che non si capisce. E gli sport con cui ha gareggiato la diretta della prova su strada maschile sono stati il tennis, purtroppo quello maschile, la scherma e il taekwondo. Dell’ultimo il cronista ci ha fatto sapere, come a giustificarsi, che è uno degli sport più praticati nel mondo, e se lo dicono in tv sarà vero ma io non conosco nessuno che lo pratichi, e purtroppo l’italiano ha vinto nonostante l’avversario argentino avesse un tipico nome da villain, e ritornerà nei prossimi giorni a interrompere sport più decenti, ma un giorno storici e sociologi scriveranno pagine e pagine sul ruolo svolto dalla RAI nella Decadenza della Cultura Occidentale. La scherma era l’unico sport per il quale decenni e ventenni fa dalle mie parti si faceva reclutamento nelle scuole dell’obbligo grazie alla volontà di vecchi insegnanti di educazione fisica fascistoni, e dato il costo dell’attrezzatura i volontari erano di famiglia agiata. La scherma è uno sport che per tempi morti se la gioca col baseball, mentre nel ciclismo anche quando sembra che non stia succedendo niente e il gruppo rallenta sta invece accadendo qualcosa di importante perché quelli davanti aumentano il vantaggio fino a 20 minuti, vogliamo andarli a prendere cortesemente? Intanto quelli davanti sono i soliti rappresentanti di paesi con meno tradizione ciclistica, tra i quali c’è il fratello di Peter Sagan, il sudafricano Dlamini che ha avuto il suo momento di gloria quando al Tour ha voluto portare a termine la tappa più dura anche se molto fuori tempo massimo ma il ragazzo non è un avventuriero dilettante perché da under 23 ha corso in Italia e andava forte, e poi il più titolato della compagnia è il romeno Grosu che essendo però un velocista è stato il primo a staccarsi in salita. Dietro per ridurre il gap ci si è messo il campione olimpico usato garantito Greg Van Avermaet, che forse se non avesse quel titolo non sarebbe stato neanche convocato, eppure tirava così forte che hanno dovuto invitarlo a moderarsi per riprendere più avanti. Potrebbe essere l’ultima stagione per Greg che si è detto deluso dalla sua annata ma si è mostrato generoso fino all’ultimo, lui che fu maglia gialla in fuga al Tour pur senza padri e nonni famosi, e il bello è che lavorava per un capitano altrettanto orgoglioso e generoso che non si tira mai indietro, Wout Van Aert, mentre per l’altro favorito Pogacar ha lavorato Tracagnotnik. Gerainthomas, convocato dalla Gran Bretagna con grande senso dell’umorismo, inglese of course, invece si è distinto nella sua specialità, la caduta, e a questo punto dovrebbe intervenire qualcuno per convincerlo a smettere, perché è un pericolo per sé e per gli altri. Nelle fasi finali la corsa passa per il circuito motoristico e come succede sempre in questi casi, come pure ai Mondiali di Imola, i cronisti vengono presi da venerazione ed eccitazione feticistica per il Sacro Circuito, di cui possono ricordare la variante dove si schiantò Tizio o la chicane dove la ruota di Caio volò fin sulle tribune, ooooooh con punti esclamativi. Così, tra un’interruzione di vario tipo e un tg sportivo che interviene a interrompere le dirette con interviste registrate giusto per pubblicizzare altre gare future che a loro volta saranno interrotte, vediamo nel caldo-umido giapponese andare forte uomini da classiche del nord e una grande morìa di spagnoli, compreso Valverde da cui forse ci si aspettava di più ma bisogna ricordare che i coetanei dell’Embatido stanno davanti alla tv con una flebo di caffè e granita. La presenza di due strafavoriti induce al tatticismo e se attacca qualcuno tutti gli altri guardano Van Aert e Pogacar come a dire: siete voi i fenomeni, tocca a voi, anche in mancanza degli altri fenomeni perché Alaphilippe, che è quasi un abusivo in quella categoria, non era interessato ai 5 cerchietti e Van Der Poel e Pidcock gareggeranno nella mtb. Così, tra scatti e controscatti, quello buono arriva da due americani, che quando nel 2019 hanno vinto entrambi in Italia potevano far storcere il naso a molti. Il giovane e sconosciuto statunitense Mc Nulty vinse il Giro di Sicilia battendo tutti gli italiani disponibili e l’ecuadoriano Carapaz vinse il Giro e tutti a dire che doveva ringraziare Roglic e Nibali distratti a organizzare una visita alla Casa-Museo Nibali, e invece oggi è partito con in saccoccia anche un secondo posto alla Vuelta un terzo al Tour e un Giro di Svizzera più una tappa octroyée in favore di Kwiatkowski al Tour 2020. Gli italiani, già, c’erano anche loro, non erano i favoriti e hanno fatto il possibile per rispettare il pronostico, Caruso Ciccone e Nibali prima hanno fatto i loro tentativi, precoci, e poi hanno lavorato per i capitani, ché, per quanto può sembrare strano, c’erano due ritenuti degni di questo ruolo: Moscon che quando toccava a lui si è squagliato e Bettiol che rimaneva attaccato ai primi ma non prendeva iniziative finché non ha avuto i crampi ed è finito 14esimo, ma almeno nessuno si è ritirato. Il risultato potrebbe accelerare la pratica per le dimissioni di Cassani che ha costruito una nazionale a misura di sé stesso ciclista che nelle gare importanti agli ultimi km rimaneva senza forze (vedi Liegi 1992 e Amstel 1995). L’incredibile Supercittì, anche se il movimento italiano è quello che è, farebbe bene a rinunciare ai suoi superpoteri per fare altre cose ma non l’organizzazione del Giro d’Italia che rischierebbe di diventare un Giro di Emilia-Romagna e Province Limitrofe. Poi direi che l’avvicinamento alla gara non è stato dei migliori, non sono un esperto ma i primi 8 dell’ordine d’arrivo sono reduci dal Tour, e le convocazioni le decidono i team per cui non è colpa dei ciclisti né del cittì che l’unico al Tour fosse Nibali, ma in alternativa si è organizzata la Settimana Italiana però in date troppo vicine alle olimpiadi per cui era una corsa in 5 misere tappe per le strade superstrade e sopraelevate della Sardegna ma per partire in tempo per Tokyo gli stradisti ne hanno corse solo 3. E alla fine per vincere la prova olimpica non era necessario essere iscritti all’albo dei Fenomeni perché Van Aert e Pogacar si sono limitati a contendersi al fotofinish argento e bronzo, ma a vincere è stato Richard Carapaz, il campesino che voleva fare il muratore, rappresentante dell’Ecuador, un paese che non si è potuto permettere di mandare giornalisti a Tokyo perché costava troppo, e, in una giornata di sport fighetti in cui c’era pure il dressage in cui i cavalli sembrano se possibile più altezzosi degli stessi cavalieri, questa è una bella notizia.

Mentre i suoi principali avversari avevano una squadra Carapaz ha corso praticamente da solo.

Start-up? No, starter

C’è stato lo sblocco dei licenziamenti ed è andata grossomodo così: le lettere erano già pronte, i capi del personale hanno fatto il riscaldamento e hanno sgranchito il dito, mancava solo uno starter e hanno scelto il migliore.

previsioni e prospettive

I francesi sono dispettosi perché hanno programmato la fine della tappa a cronometro proprio per l’orario in cui l’inflessibile palinsesto RAI prevedeva il notiziario LIS, un contentino politicamente corretto in mancanza di sostanza, chiedere alla ciclista Francesca Baroni. Si fosse trattato di una prova in linea si poteva scusarli e dire che non l’avevano fatto apposta, perché in quel caso è difficile prevedere la media e gli accidenti vari come proteste, incidenti, passaggi a livello, ma diciamo che gli organizzatori del Tour hanno sbagliato le previsioni a priori inserendo una cronometro che quest’anno non decideva quasi niente, al punto che Pogacar ha corso pensando soprattutto a evitare rischi. Van Aert invece ci teneva a vincere e dopo le vittorie allo sprint negli anni scorsi e in salita sul Mont Ventoux ha ottenuto anche la vittoria a cronometro che gli mancava, e qualcuno dice che in futuro potrebbe puntare ai grandi giri a patto di rinunciare al ciclocross. E allora fate come credete, io ve lo dico in tutta franchezza: nell’ultima stagione campestre mi sono divertito soprattutto prima che iniziassero a correre i due fenomeni, che poi a turno hanno ucciso le competizioni, e battagliavano Aerts Vanthourenhout e lo sfigatino, quindi si potrebbe non sentirne la mancanza. Oggi non c’è stato brivido neanche per il podio perché Vingegaard secondo è andato forte e Carapaz terzo è andato fortino, qualche sussulto c’è stato solo quando Bilbao si è messo a litigare con la radiolina ma è comprensibile perché stavano passando un pezzo dei BTS e quei ragazzini coreani sono davvero insopportabili. Il migliore degli italiani, nel senso dei partecipanti al Tour e cioè Cattaneo, anche in questa crono è andato bene ma in fondo questa è la specialità più adatta a uno che corre guardando sempre i watt, e l’inviato RAI gli ha detto che è un risultato positivo anche in prospettiva futura, ma essendo già un trentenne non saprei quanti anni di agonismo gli restano, e forse l’intervistatore non si riferiva al ciclismo ma al fatto che se consuma meno watt Cattaneo potrebbe risparmiare sulla bolletta.

La Zeriba Suonata – il famoso zampognaro

La prima volta che vidi una foto di Paddy Moloney pensai che somigliava a Carlo Delle Piane il quale, dopo aver interpretato più volte il personaggio di Pecorino, proprio in quegli anni 80 iniziava a essere apprezzato anche dai critici che ne capiscono, e questo soprattutto grazie ai film di Pupi Avati che per il casting non è mai andato tanto per il sottile, o forse si proponeva il nobile intento di recuperare attori non sempre dotati, perché vanno bene Delle Piane e Abatantuono ma altri meglio che sorvoliamo e torniamo alla musica. Paddy Moloney è forse lo zampognaro più famoso del mondo, insomma tra i suonatori di quel tipo di strumenti che chiamano aerofoni a sacco d’aria, e quelli irlandesi si chiamano uilleann pipes e non si suonano con la bocca. Moloney ha fondato i Chieftains, storico gruppo attivo dagli anni 60 che avvicinava il folk più alla classica che ad altri generi musicali, e ha collaborato, con il gruppo o anche da solo, con altri musicisti comprese rockstar viziate. Tra le altre curiosità, i Chieftains parteciparono alla colonna sonora di Barry Lindon e nel 1988 incisero Irish Heartbeat insieme a Van Morrison, il famoso orso irlandese che per l’occasione si presume abbia rivolto loro la parola.

The Chieftains – The Donegal Set

The Chieftains & Van Morrison – Marie’s Wedding

The Chieftains & Roger Daltrey – Behind Blue Eyes

Bisogna saper perdere

Nel secondo giorno di riposo del Tour i giornalisti, gente piena di inventiva, hanno chiesto a Pogacar del doping, come se poi chi ne fa uso andasse a dirlo in giro, e lui oltre a rispondere che non si dopa ma che si aspettava la domanda ha aggiunto che non pubblica i suoi dati perché teme che gli avversari possano dedurne i suoi punti deboli. Però il computerino di bordo ce l’ha e oggi, sulla salita finale del Col du Portet (anche i pirenaici hanno grande fantasia e da quelle parti ci sono varie salite quasi omonime) avrebbe voluto consultarlo e smanettava nervoso, ma era successo che era in corso un aggiornamento windows che era ancora al 20%. Più avanti Pogacar si è innervosito di nuovo quando ha attaccato ma Vingegaard e Carapaz non si sono staccati, forse l’ha presa come un’offesa, ma ci teneva a vincere e alla fine ce l’ha fatta e dopo l’arrivo si è buttato a terra come se fosse un ciclocrossista. Forse avrebbe dovuto seguire il saggio consiglio di Garzelli il quale ha detto: “Se hai la possibilità di andare a vincere una tappa al Tour perché non perdere questa possibilità?”