Sfigorama

Stamattina vado in libreria, compro altri libri che non so quando avrò il tempo di leggerli, Delitto e Castigo nella versione di Osamu Tezuka (J-Pop) e gli scritti di Coppi, questa mi giunge nuova. Il cattolico Fausto Coppi era erroneamente ritenuto comunista, stai a vedere che lo facevano scrivere su Rinascita o il Politecnico, no, si tratta di articoletti scritti su giornali sportivi, rotocalchi, c’è anche l’Unità, e introduzione a libri su di lui, tutto raccolto da Gabriele Moroni nel volume Non ho tradito nessuno e pubblicato da Neri Pozza in occasione del giubileo coppiano. Mi sposto nel settore rock, ci sono le solite biografie di nomi mai sentiti perché non seguo i talent, forse è per far spazio a questi personaggi che non c’è posto per l’autobiografia di Johnny Marr, all’improvviso arriva un esagitato a cercare un libro sulle canzoni che hanno salvato la vita, a chi non so, e quando si allontana, incuriosito, do un’occhiata al libro di cui ci sono troppe copie. La scelta è meglio di quel che temevo, ma all’improvviso, accortosi che stavo sfogliando sto libro, l’esagitato torna indietro e mi fa sapere che venerdì alle 18 ci sarà la presentazione del libro in quella sede, poi, forse accortosi di essere troppo invadente, si ritira come un velocista alle prime montagne. Beh, comunque avrei avuto la scusa giusta: il venerdì alle 18, dopo una settimana di duro lavoro e di ancor più duri Processi alle tappe, c’è il confronto telefonico con la redazione di Schiantavenna. E però mi chiedevo se davvero c’è qualcuno cui le canzoni hanno salvato la vita, e nel caso questi qui come stavano messi, a me per fortuna non lo chiedono, ma dovrei rispondere che a me la vita l’hanno salvata i medici; com’è difficile essere cool, normale che allora si segua pure uno sport sfigato come il ciclismo. Ma quello del salvavita è solo un nuovo modo di proporre liste, non so se dovuto a Wim Wenders che tanti anni fa disse che il rock gli aveva salvato la vita, o agli Indeep cui la vita la salvò un dj l’ultima notte o a chissà chi altro. Prima c’erano le cose da portare sull’isola deserta, e finché si trattava di libri andava bene, non avevi bisogno di altro e scegliendo quelli lunghi c’era come passare il tempo, ma i dischi, prima di partire per l’isola bisognerebbe assicurarsi che lì ci sia la corrente elettrica. Ma io non sono così asociale da voler partire per quell’amena località, e poi non so se la tivvù di stato dell’isola deserta trasmette il ciclismo. E, dicevo, forse ora si è passati a elencare le cose che hanno salvato la vita, le canzoni soprattutto, ma non sperate che ve le passi il sistema sanitario nazionale. E c’è qualcuno a cui la vita l’ha salvata il ciclismo? Boh, ma l’importante è che questo resti uno sport popolare, anche perché può permettere dei bei discorsetti al limite del populismo. C’è la discussa riforma che incombe e anche lo scrittore scende in campo e si schiera contro, perché il ciclismo non deve rischiare di diventare uno sport di élite come il golf o l’equitazione. Del resto, se diventasse uno sport d’élite non credo che si troverebbero due come Frapporti e Cima che vanno ancora una volta in fuga disperata. Stavolta non c’è Maestri e l’altra differenza è che il gruppo fa male i conti e va a prenderli troppo presto, così Bidard e Vervaeke, nascondendosi dietro Ciccone apparentemente partito solo per un GPM, tirano dritto e il gruppo deve fare gli straordinari, per cui alla volata di questa tappa pure ondulata arrivano stanchi, lo stilista rompe le scatole a Viviani mettendosi alla ruota del treno Deceuninck ma resta cucito, pardon, imbottigliato e sembra prepararsi un’altra vittoria di Pascalone, ma il tedesco è forte, regge bene in salita ma non è un dominatore, e nel giorno in cui altrove c’è la manifestazione dei sovranisti vince finalmente Calebino, l’australiano coreano che ha imparato il mestiere in Italia e corre per una squadra belga. Al processo c’è Hatsuyama che parla italiano meglio di Reverberi, il quale però capisce l’inglese di Monsieur Le Président, e sembra un ossimoro un francese che parla inglese ma forse Lappartient vuole fingersi super partes, lui che voleva ridurre Giro e Vuelta a vantaggio del Tour e vorrebbe allargare il numero di squadre World Tour possibilmente alle francesi Cofidis, Total e Arkéa Samsic. Valerio Conti si dimostra spiritoso e, dato che nei giorni scorsi ha detto di sapere a memoria i film di Verdone, gli fanno una sorpresa stile programma piagnucoloso e lo fanno parlare col regista che, poverino, sarà stato costretto a informarsi in fretta e furia su questo personaggio che fa questo sport davvero strano. Anche nelle interviste Roglic e Yates rivaleggiano, però nella specialità della antipatia. Franzelli dice che Simone è cambiato, l’anno scorso era spavaldo sempre all’attacco, e infatti quest’anno è sempre in difesa ma spavaldo uguale, tutto il contrario di Ignatas Konovalovas che, intervistato da Cicloweb, si tira fuori dalla lotta per la crono vinicola di domani, dicendo che si prenderà un giorno di riposo e spera che Roglic non vada troppo forte per poter restare entro il tempo massimo, lui che al Giro in totale ha vinto una tappa più dello stilista, che a pensarci bene vedrei meglio a qualche concorso ippico.

Se vi piace il cinema avvicinatevi a un qualunque concorso ippico e vi sembrerà di stare nel film Il Conte Max.

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Un ragazzo alla pari

Dopo un po’ che si segue il ciclismo si capisce perché è uno sport così avversato da genitori e parenti degli aspiranti ciclisti. E’ storia che il padre di Nibali gli segò la bicicletta per punirlo di qualcosa, che però doveva essere nulla al confronto con quello che combinano Bibì e Bibò che si nascondono costringendo Capitan Puccio a far spostare mezzo gruppo per vedere dove siano finiti. In genere i genitori consigliano ai figli di drogarsi e andare a rubare come tutti gli altri, o in subordine di studiare e diventare stimati professionisti collusi con la criminalità, ma se proprio vogliono fare uno sport scelgano il calcio, che sono soldi, o uno sport meno pericoloso come l’automobilismo, ma meglio pure che diventino ballerini gay e bullizzati come Billy Elliot, ma assolutamente non ciclisti. Ci sono dei grandi vantaggi a praticare qualsiasi altro sport: si può avere una teoria estrema dei picchi di forma per cui fare due gare all’anno ma avere lo stesso le copertine dei giornali e fare spot pubblicitari, si può diventare fenomeni a 40 anni senza che nessuno commenti Ma questo/a da dove è uscito/a? Si vede che si dopa, si può essere polemici e rissosi ma quell’unica volta che si vince viene tirato in ballo quel comodo tormentone di genio e sregolatezza, una scempiaggine che ha lo stesso fondamento scientifico di donna baffuta sempre piaciuta, e a proposito di piacenza, si possono avere le spalle di un camionista e la simpatia di un camionista arrabbiato e diventare sex symbol. Ma c’è soprattutto un dato che spaventa: il ciclismo è una delle prime cause di mortalità tra genitori e parenti dei ciclisti. Almeno la metà dei ciclisti vittoriosi alzano un dito al cielo e non tutti vogliono ricordare Scarponi né omaggiare l’elicottero che gli ha rotto le scatole per tutta la gara, e infatti quando vengono intervistati i protagonisti svelano di aver perso da poco un genitore, un nonno o una nonna, uno zio, che in genere è proprio quello che più lo incitava a correre in bicicletta. E questo è un ulteriore problema per chi ancora studia, si sa che già la scuola è poco comprensiva nei confronti di chi fa sport, ma poi chi fa ciclismo non può neanche variare un po’ le scuse per le impreparazioni, e non può dire che, invece che a gareggiare, è andato al funerale del nonno, come fanno i ragazzi normali, perché sa che i parenti deve conservarseli per quando diventerà professionista. E a proposito di disgrazie il Giro oggi arriva a L’Aquila e il ciclismo, questo sport finto e da abolire, deve adempiere al compito sociale che si è dato, a differenza degli altri sport, quelli seri e puliti, e ogni giorno ricorda cause benefiche, eventi luttuosi, episodi storici. Il percorso è ondulato e la fuga va pure oggi. Dispiaciuto per quello che ieri ha scritto di lui questo blog, JJ Rojas si infila anche in questa fuga e per un po’ di tempo è maglia rosa virtuale, poi il gruppo riduce il distacco, ma i primi si giocano comunque la vittoria che va all’astano Pello Bilbao, e quando alla fine si fanno i conti (non nel senso di Valerio) si scopre che Formolo, terzo all’arrivo, in classifica ora è a pari tempo con Roglic. Sul palco si cantano le lodi di Bruno Reverberi che fa crescere i giovani, segnatevi i loro nomi che tra qualche anno ne parliamo, per 2 che passano nel World Tour quanti sono raccattati dalle continental o si ritirano? E mentre Giovannelli intervista i cosplayers di Garibaldi e Pinky, Conti ringrazia la squadra che ha lavorato per mantenere la rosa, escluso Gaviria che si è ritirato chissà se davvero per un male al ginocchio o per la cazzimma del velocista che è passato in secondo piano, e dice che non è stata una squadra ma una famiglia, e per quanto detto all’inizio Ulissi e compagnia staranno facendo gli opportuni scongiuri.

Dialogo tra un conduttore e uno scrittore .

La Zeriba Suonata – il Giappone esiste ancora

Il Giappone lancia l’allarme interno perché scarseggia la manodopera. Al Giro lo scrittore parlante cerca di appassionare il pubblico alla vicenda di Hatsuyama, che però ha già 30 anni e sembra più una presenza di colore e dovuta allo sponsor, un passo indietro rispetto a validi professionisti come Arashiro e Beppu, o Abe che correva con la Mapei ed è l’unico giapponese ad aver vinto la Japan Cup. Ma il Giappone esiste ancora.

Sul finire degli anni 70 i giapponesi iniziarono a lanciare cartoni animati sulla penisola. La Autorità avvisavano i bambini di non avvicinarsi: erano pericolosi. Quei cartoni pieni di mostri, alieni, orfanelli e orfanelle, però non della curva omonima, erano così diversi da quelli cui era abituato l’Occidente, e poi alcuni era molto violenti, mentre qui eravamo abituati a simpatici animali antropomorfi che cercavano di mangiarsi o di farsi esplodere a vicenda. Ma l’accusa più infamante era che venivano fatti con il computer, come dire opera del Demonio, disumani, e mi sono spesso chiesto quanti di quelli che lanciavano questa accusa in seguito hanno magnificato le magie della computer grafica di Pixar Dreamworks eccetera. In difesa dei cartoni giapponesi, e anche dei fumetti che allora non erano ancora arrivati in edicola, uscì un numero di Eureka, sempre di quell’annata particolare con Castelli e Silver, e quella rivista non era come Linus su cui si discuteva soprattutto di politica però a volte anche di politica. Ma della musica giapponese cosa sapevamo negli anni ottanta? C’era Ryuichi Sakamoto, famoso soprattutto per il film Furyo (di cui fu interprete e compose la colonna sonora, con il tema cantato da David Sylvian, nome gradito anche agli snob di ogni genere) e poi nient’altro, sapevamo solo che lì c’erano collezionisti che cercavano di tutto, anche il prog, anche quello italiano che qui era bandito perché bisogna riconoscere che in quanto a chiusure spesso punk e new wavers non erano da meno rispetto all’intellettualume di sinistra. E poi, negli anni novanta, con la musica elettronica il nu jazz e il revival lounge, i musicisti giapponesi che erano attivissimi in questi generi invasore l’Italia e l’Occidente, o almeno gli stereo occidentali, e capitanati dai Pizzicato Five sbarcarono Fantastic Plastic Machine, Kyoto Jazz Massive, Tokyo’s Coolest Combo, United Future Organization, Cornelius e Kahimi Karie, una delle migliori cantanti afone del mondo. Furono pubblicate due compilation intitolate con molta fantasia Sushi 3003 e Sushi 4004. Ma poi la moda è passata, qualche gruppo si è sciolto, Yasuharu Konishi dei Pizzicato Five si è messo a fare musica triste (l’ottimo One and ten very sad songs), però ovviamente in Giappone si continua fare musica di tutti i generi, c’è stato l’altra moda effimera, almeno in occidente, del visual kei, ci sono anche scambi culturali, diciamo così, come la collaborazione tra Pastels e Tenniscoats, e ora esordisce su disco un gruppo di cui si sa ancora poco: i Minyo Crusaders. L’album si intitola Echoes Of Japan e sembra che si tratti di canzoni folk cantate in giapponese ma suonate secondo vari generi musicali. In copertina sono indicati la prefettura d’origine dei brani e il genere che essi si preoccupano di indicare, forse per evitarci lo sforzo di capirlo e il rischio di dire sciocchezze. Si va dalla cumbia al reggae, dall’afro funk all’ethiopian jazz, dal beguine al boogaloo di Tanko Bushi.

 

Due ragazzi nel sole

La tappa di oggi è la più a sud di questo Giro, ma non è che oltre c’è scritto Hic Sunt Leones, però per esempio hic est un velodromo scoperto costruito e dopo poche gare abbandonato, il Comune non ha né soldi né interesse a gestirlo e lo cede a tempo determinato alla Federazione Ciclistica e già i ragazzi premono per entrarvi e poter fare attività, ma sono quelli che fanno atletica leggera, perché il Tempio del Pallone (che non sappiamo se è oracolare, dovremmo chiederlo allo scrittore) non ha la pista intorno e per gli aspiranti atleti va bene anche quella lì a 4 corsie e di lunghezza ridotta. Qui neanche il già lontano periodo d’oro (o similoro) di Commesso & Figueras ha smosso qualcosa, quindi è inutile lamentarsi della geografia del Giro. Ed è inutile lamentarsi di Capitan Puccio e Sboron Yates che innescherebbero cadute se poi si riesce a cadere le stesso, e se Landa e Zakarin e pure Majka sono degli specialisti del settore oggi si è aggiunto Roglic, ma niente di grave. E dopo tante cadute, volate, botte, polemiche e tanta pioggia era quasi certo che oggi andava la fuga, che quindi è stata più combattuta e numerosa.  Roglic, nonostante oggi sia caduto e abbia ancora poca esperienza di corse di vertice, si sta dimostrando più scafato di Simone, per lo meno di quello dell’anno scorso, perché è stato l’unico di classifica a non rimanere imbottigliato l’altro ieri e perché ha capito che non era il caso di tenere ancora la maglia rosa con tutti gli adempimenti connessi, per cui deve aver detto Volete proprio andare in fuga? E allora andate ma già che ci siete pigliatevi pure questa maglia rosa. E la fuga è andata, ha preso molto vantaggio, c’erano dentro giovani di belle speranze come Oomen, vecchie volpi come Plaza e Amador, e qualcuno sopravvalutato come Rojas che ha vinto poco e per lo più grazie a Valverde. Però quando Fausto Masnada si è accorto che erano in 13 e il 13 porta male è partito deciso anzichenò e Valerio Conti  ha capito che era il treno buono da prendere, il tram cui attaccarsi, cioè no, insomma ci siamo capiti, e nessuno è riuscito a recuperare, ma tra questi c’era Carboni che avrebbe comunque preso la maglia bianca di miglior giovane e non ha quindi niente a che spartire con Calboni che alla Coppa Cobram si presentò con le braccia ingessate per non correre. Masnada ci teneva a vincere e Conti era maglia rosa virtuale, sembrava logica la spartizione del bottino, però agli ultimi km sembrava che iniziassero a mercanteggiare: -La tappa a me e a te la rosa. -No la rosa a te che io vorrei la tappa. -Ma  non ce la faccio a prendere la maglia. -Guarda, io mi prendo la tappa e vicino alla maglia ci metto pure una foto di Savio con dedica. –Affare fatto! E lì è spuntato pure il sole a illuminare i due ragazzi, Masnada, che era andato fortissimo prima del Giro ma un conto è pensare che forse l’Androni quest’anno una tappa la vinceva un altro è vincere davvero, e Valerio Conti che prende la rosa con un ora e due minuti di vantaggio su Denz e peccato che il suo fan Sgarbozza non era in studio, ma sui Castelli Romani sarà sicuramente sceso in strada a fare i caroselli e avrà convinto il parroco a suonare le campane. Quelli che erano al Processo, invece, hanno fatto una serie di domande banali e risapute ai due protagonisti, ma anche lì Conti si è ben comportato, però certi giornalisti e scrittori si meriterebbero Ganna, non Filippo ma Luigi che quando vinse il primo Giro e qualcuno gli chiese qual’era la sua più viva impressione dopo la vittoria rispose: L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü !

Fiumi di libri

Il Giro d’Italia sta ai libri sul ciclismo come Lucca comics sta ai fumetti, la maggior parte delle novità le trovate in queste occasioni. In libreria ho visto due titoli che sconsiglierei a priori anche se proprio i titoli non li ricordo ma ne ricordo bene gli autori. Uno l’ha scritto il banchiere sempre aiutato dallo stesso giornalista quindi due motivi in uno per girare alla larga. L’altro sul dualismo tra Merckx e Gimondi l’ha scritto il dimenticato Giorgio Martino, spalla di De Zan e pioniere del giornalismo soporifero. Invece in questi giorni ho letto un libro vecchiotto: Storie esemplari di piccoli eroi di Cesare Fiumi nell’edizione Feltrinelli del 1996, forse più reperibile nella ristampa Dalai del 2011. Fiumi, scrittore e giornalista del Corriere, racconta di alcuni sportivi, tra cui 6 ciclisti, non campionissimi, e per i miei gusti lo fa con un po’ troppa retorica, quella sui valori la gente semplice la terra la montagna, e la prefazione di Gianni Mura sfiora la blasfemia quando paragona l’autore a Gianni Celati, però è un libro interessante, soprattutto in questi tempi di santificazioni, in cui solo Beppe Conti con le sue storie segrete e i suoi pettegolezzi sembra mettere un po’ di pepe nelle vicende. Si dice che il tempo è galantuomo, ma non ne sarei tanto sicuro, poi è una questione di gusti, perché col tempo si perdono i racconti minimi di chi ha vissuto le cose e restano solo gli storici, a volte non meno parziali, e privilegiare i lati positivi dei personaggi omettendone o dimenticandone difetti peccati e scorrettezze non rende un buon servizio neanche a loro perché li disumanizza. Poi ognuno si fa un’idea delle persone sulla base della propria esperienza e i pareri inevitabilmente divergono, per cui in questo libro è interessante anche scoprire il Merckx di Balmamion, il Gimondi di Motta, il Coppi di Terruzzi e il Bartali di Magni. Infine ci sono due che non parlano male di nessuno, Bitossi e Martini, e per come li conosciamo la cosa non ci meraviglia, però mette a rischio il luogo comune dei maledetti toscani, ed è un problema perché i luoghi comuni sono così comodi, se vengono meno ci tocca sforzarci a cercare di capire la realtà.

 

Viviani contro tutti

Prima Viviani si è lamentato del trenino, ma non si riferiva al numero di vagoni, semplicemente avrebbe preferito Richeze e Morkov, che a questo punto dobbiamo pensare che guideranno Jacobsen alla scoperta del Tour de France. Eppure Sabatini, che con Viviani ha già corso alla Liquigas, fino all’altro ieri era ritenuto uno dei migliori in quel ruolo, ma ora sembra un po’ caduto in disgrazia, forse a causa degli anni con Kittel in cui più che pilotarlo doveva cercarlo in mezzo al gruppo, ma poi si è capito dov’era il problema. E può darsi che la squadra tenga di più all’olandese emergente, mentre Viviani che non è neanche sicuro che resti, pur con tutte le sue vittorie, sembra essersi ridimensionato a velocista semplice, incapace di evolversi nelle classiche che non siano quelle estive meno selettive. Poi si è lamentato non solo della squalifica ma anche di tutte le sanzioni annesse: multa in danaro, secondi in classifica, punti nella classifica omonima che è un obiettivo di Elia, e forse pure qualche punto sulla patente. E allora, pensando che ci sono poche tappe adatte a lui e che sarà molto difficile vincere la maglia ciclamino, dice che ci arrivo a fare a Verona? Sì, c’è lo striscione d’arrivo appeso al balcone di casa, o giù di lì, ma meglio cercarsi un altro obiettivo stagionale. Quasi una ritorsione contro l’organizzazione del Giro d’Italia, come dire voi non mi proteggete e lasciate che mi squalifichino e io, come uno dei tanti tedesconi che si sono succeduti negli anni, me ne torno a casa dopo poche tappe e a Verona ci arrivo prima, così quelli che finiranno il Giro saranno ancora di meno e voglio vedere a chi la date poi la maglia ciclamino. E se davvero dovessero ritirarsi i meglio velocisti prima delle meglio montagne si rischia che a punti vinca ancora una volta lo stilista Nizzolo, il Balmamion della classifica a punti, che ora è allertato e deve iniziare a cercarsi scarpe e bicicletta da abbinare alla maglia ciclamino. Il Giro non riserva sorprese neanche nelle fughe, c’è il solito trio Cima-Frapporti-Maestri, poi Montaguti perde la sella e ai cinefili ricorda Fantozzi ai ciclofili ricorda il traditore Marco Aurelio Fontana che è passato al motociclismo, anche se quelle cose lì le chiamano e-bike. Lungo la strada ci sono persone facilmente suggestionabili con bandiere del Giappone e cartelli per Sho, e in fondo quelli per Weylandt e per Scarponi sono ormai consumati. L’unica sorpresa ma neanche tanto sono le cadute. L’uomo di punta del Wolfpack, il forte Knox, cade di nuovo ma il patatrac avviene a pochi km dall’arrivo: c’è il babysitter Puccio che si guarda intorno perché non vede quei discoli di Sivakov e Coso Hart e si distrae un po’ troppo, mentre Hamilton, il vincitore della Coppi e Bartali, devia di lato, Puccio urta il gregario dello sborone e cade innescando un effetto doppio domino, insomma una caduta a 360 gradi, in cui l’uomo di classifica che ne esce peggio è il sanguinante Tom Dumoulin. Il finale è in salita, il gruppo si assottiglia e in testa restano 3 velocisti e mezzo: il mezzo è Calebino, poi c’è il sorprendente Pascalone che fa cose che Marcello Bellicapelli se le sognava, c’è Démare anche senza l’ausilio dell’ammiraglia e Viviani arrabbiato, ma è lui il primo a cedere mentre attaccano gli emiratini per Ulissi. Però anche Carapaz è arrabbiato per come gli è andata la corsa finora e parte per anticipare i velocisti, Ulissi e Ewan forse temporeggiano o forse non sono in grado di replicare, però quando parte il ciclistino mezzo australiano e mezzo coreano (anzi, facciamo un quarto e un quarto perché il totale deve fare 0,50) quasi raggiunge l’ecuadoriano. Ewan era il favorito di oggi, c’era ma forse ha buttato via la vittoria, e continua a essere un punto interrogativo, è un ciclista discontinuo oppure ha un potenziale enorme di cui neanche lui è consapevole? Pensando che l’unica classica che ha corso in primavera è stata la Sanremo c’è da chiedersi se non abbia sbagliato di nuovo squadra, ma forse neanche lui sa bene cosa vuole fare da grande (ehm… nel senso dell’età). Si arrivava a Frascati e al Processo c’è la crema del ciclismo laziale, il redivivo Sgarbozza che si fa preferire ai nuovi commentatori e Marta Bastianelli che sembra sempre poco a suo agio con la tivvù e viene da dire buon per lei. Dumoulin perde minuti e tutti stanno a chiedersi se le conseguenze della botta sono gravi ma nessuno pensa che, dovendo correre pure il Tour, l’olandese potrebbe lasciare il Giro ormai compromesso per recuperare meglio. Sgarbozza critica la squadra che ribattezza UAE Emirati perché lui avrebbe voluto vedere vincere il conterraneo Valerio Conti. Franzelli, parlando delle cadute e delle scorrettezze, chiede se non c’è troppa esasperazione, ma lo chiede a Moschetti che è un esordiente e non ha termini di paragone, mentre Sgarbozza critica lo svolgimento delle tappe, che non affaticano abbastanza i ciclisti e gli lasciano le energie per questi finali agitati, ma è un’occasione persa perché avrebbe potuto piuttosto raccontare le volate di Basso e Zandegù, al cui confronto Viviani e Moschetti sono anime candide. Garzelli infine segnala i comportamenti pericolosi degli spettatori, soprattutto quelli che si fanno i selfie, e tutti invitano il pubblico a seguire la corsa e lasciar perdere il cellulare, poi danno la linea a Ettore Giovannelli che, anche se non ci sono ciclisti nei paraggi, è circondato da spettatori, soprattutto anziani che con i telefonini riprendono tutto, cioè stanno a filmare Giovannelli, e domani potranno mostrare orgogliosi il video ai conoscenti dicendo: Guardate, a due passi da me c’era uno famoso della tivvù, coso, come si chiama?

Il parere di un noto stilista sull’incidente di Dumoulin.