La Favola del Principe e della Carta Selvaggia

Qualche mese fa Erreciesse stava distribuendo le wild-card per il Giro, una alla Eolo, una alla Bardiani, una alla Vini Zabù, poi va a guardare nello scatolo delle wild-card e non ce ne sono più, lo rigira, niente, e la Androni resta senza. Il manager della squadra, il Principe Duca Conte, ci rimane male e polemizza con Erreciesse ma anche con una delle tre squadre promosse tirando in ballo pure storie di doping. Passa un po’ di tempo e proprio in quella squadra si verifica il secondo caso di doping in meno di un anno, col rischio di una sospensione da parte dell’UCI. Poi il colpo di scena, il patròn di questa squadra, ricordato nei libri di storia del ciclismo anche per aver voluto ingaggiare a tutti i costi Danilo Di Luca proprio prima del Giro 2013, nel quale il detentore di uno dei più brutti soprannomi della storia medesima, “il Killer di Spoltore”, risultò positivo al test-antidoping che gli valse la radiazione come manco Riccò, dicevo, il patròn, per tagliare la testa al toro, ha ritirato la squadra dal Giro restituendo la wild-card a Erreciesse, che a sua volta ha subito telefonato al Principe che però non c’era, l’hanno cercato dappertutto, dal console del Bhutan, dall’ambasciatore del Gabon, dal Principe di Monaco, alla fine l’hanno rintracciato da un monaco del Principato omonimo e gli hanno detto che avevano ritrovato la sua wild-card e ora poteva venire al Giro d’Italia gradito ospite. Così tutto è finito bene e tutti vissero felici e contenti, almeno fino al prossimo caso di doping.

La Biblioteca di Babele spiegata ai laureandi

C’era uno scrittore argentino che si chiamava Jorge Luis Borges che era davvero bravo a scrivere. Per intenderci, se hai presente Calvino, ecco, lui era ancora più bravo. E scrisse una raccolta di racconti intitolata Finzioni dove dentro c’era questo racconto intitolato La Biblioteca di Babele in cui ragionava di questa biblioteca che in pratica coincideva con l’universo, era sterminata perché c’erano tutti i libri immaginabili, che contenevano tutte le combinazioni possibili dei 25 simboli ortografici. Una comodità, se avevi una mezza eternità libera potevi cercare qualsiasi cosa.

Racconti occulti – il Caffè letterario

Oggi si conclude la seconda stagione di racconti domenicali illustrati. Non voglio esagerare né scrivere niente di forzato e non posso dire se ci sarà una nuova stagione ma confido che manco me l’avreste chiesto.

Luc Cucul oltre che un nome palindromo era un giovane senza arte, ma con una parte che poi vedremo, cui piacevano le storie di artisti scrittori e poeti che facevano vita bohémien e si riunivano nei caffè e gli sarebbe piaciuto fare una vita del genere ma appunto non aveva arte, non era portato né per scrivere né per dipingere, però aveva una parte, o meglio l’ebbe quando morì il padre Merlot che aveva una bettola in cui si riunivano gli ubriaconi del quartiere e la ereditò come unico superstite della famiglia, dato che la madre Marsanne era morta di cirrosi epatica e la sorella Castagnette era fuggita in America con un hippy per vivere in una comunità di vegetariani. Luc appena entrò in possesso del locale ne chiuse le porte in faccia agli ubriaconi e lo rinnovò, perché se non era in grado di fare l’artista poeta scrittore avrebbe almeno creato un luogo in cui accogliere e frequentare quelli che lo erano, il fior fiore della cultura cittadina, e si immaginava che un giorno gli storici delle Lettere e delle Arti avrebbero raccontato la fervente attività in quel caffè, dove si declamavano poesie, si redigevano manifesti di rivoluzionarie avanguardie, si scrivevano versi o spartiti pure su tovaglioli nell’urgenza del momento, e per questo lui comprava tovaglie di carta buona anche per scriverci sopra. Col passaparola gli artisti o aspiranti tali si ritrovarono in quel caffè grazie anche all’ospitalità del proprietario che a volte offriva lui stesso da bere. C’era l’esule romanziere Dupov che stava scrivendo una saga familiare, un secolo intero visto attraverso le vicende di una famiglia di nobili decaduti, e diceva che gli mancavano solo 19 lustri per completarla. C’era il pittore Vidocchio che era molto religioso e diceva che con le sue opere voleva magnificare la bellezza del creato che per lui si manifestava soprattutto nelle donne nude, ma non aveva soldi per pagarsi le modelle, e poi c’era l’attore performer Slapesticq che voleva rompere con il teatro della parola, basta monologhi e dialoghi, cercava una fusione tra la danza e l’arte dei saltimbanchi che andava nobilitata, però ogni volta che entrava nel locale inciampava nel gradino all’ingresso, e si mostrava ben più atletica la cameriera Colombine che lo scansava facilmente quando lui cercava goffamente di saltarle addosso. Un po’ alla volta Cucul si accorse che i frequentatori del suo locale erano cialtroni debosciati fanfaroni fannulloni invidiosi millantatori pettegoli permalosi pervertiti presuntuosi sciagurati ubriaconi vanitosi ma soprattutto squattrinati: chi diceva di segnare anche se non aveva aperto un conto, chi prometteva di pagare ai primi incassi, chi pretendeva di pagare con una sua opera per la quale non si trovava un acquirente manco a pagarlo. In poco tempo Cucul andò in perdita e fu costretto a chiudere, senza rimpiangere la frequentazione di quei personaggi. Però gli venne un’idea per ricavare qualcosa da quell’esperienza, scrisse un libro di memorie in cui descriveva i vari personaggi le loro velleità e le loro meschinità, e quando lo completò lo propose a vari editori ma nessuno era interessato a pubblicarlo. Un giorno, uscendo dall’ennesimo editore, incontrò Colombine, la cameriera che aveva dovuto licenziare e che aveva lavorato in quel locale già con suo padre, e le chiese, dato che ai tempi non se n’era mai interessato, come facesse il vecchio Merlot a tirare avanti con quella attività, e Colombine gli rispose che gli ubriaconi clienti di suo padre pagavano, anzi a volte facevano a gara a chi dovesse offrire per tutti, per loro era una soddisfazione, un motivo d’orgoglio. Così Cucul la riassunse e trasformò il locale in una bettola dove accoglieva i clienti a parolacce ma quelli non facevano storie, semmai le raccontavano, delle balle clamorose e divertenti, che a lui sembravano migliori di quelle degli artisti, chissà se perché era davvero così o per reazione alla delusione che quelli gli avevano dato. Ma la sua vecchia aspirazione non era scomparsa e così gli venne l’idea di scrivere un libro su questi altri personaggi e le storie che raccontavano e quando lo finì iniziò di nuovo ad andare in giro per editori

Dante

Quest’anno si festeggiano i 700 anni dalla morte di Dante e ieri si è celebrato il Dantedì, per il quale non è stata scelta la data appunto della sua morte, che sarebbe stato troppo facile e banale tanto più per un paese rappresentato da un Presidente frizzante e sempre imprevedibile nei suoi discorsi, ma si è pensato alla data in cui secondo gli studiosi sarebbe iniziato il viaggio agli inferi, e diciamo che qui agli intellettuali e ai politici della cultura non manca la fantasia, casomai manca il senso del ridicolo. E mi chiedevo quanto conta il nome nella fortuna di un artista. Penso che per essere ricordato nei secoli e diventare “Sommo” un nome breve e facile da ricordare aiuta e Dante sta già messo meglio di Shakespeare per non parlare di Cervantes Saavedra, ma credo che sarebbe stato un problema se si fosse presentato come Alighieri Durante. Quel nome lì non so, mi sembra più adatto al teatro di rivista o all’avanspettacolo che però, essendo quelli tempi bui, non esistevano ancora.

Racconti a colori – La luna giallo paglierino

Sulla Terra ormai chi guardava in su guardava Marte e non più la Luna. I poeti gli innamorati i pastori erranti i sognatori gli avventurieri si rivolgevano a Marte, miravano a Marte, e la Luna diventava sempre meno importante, e così successe che lei che già viveva di luce riflessa somatizzò questa perdita di attenzione perdendo anche luminosità, il suo colore non era più brillante ma diventò giallo paglierino. Solo gli animali continuavano a considerarla, anche se notavano il cambiamento, ad esempio i lupi quando si mettevano in posa per ululare si accorgevano che la scenografia non era più suggestiva come una volta. E accadde che un uccello notturno del colore del cielo scuro, di cui in genere a stento si vedeva solo il becco, notò che qualcosa era cambiato e voleva capire cosa era successo, e pensava di poter volare fino alla luna, e ormai aveva un unico pensiero e non si accorgeva che per quanto  volasse la luna era sempre lontana e non poteva  raggiungerla e non si accorgeva neanche di essere allo stremo, finché sfiancato cadde a terra morto. La mattina dopo, con la luce del sole sul marciapiede chiaro, quell’uccello nero ebbe il suo unico momento di visibilità, ma quel momento fu breve perché fu raccolto pietosamente dallo spazzino che con la paletta lo buttò nel bidone del suo carrettino, e a una signora che passava disse: “Ormai si trova di tutto per terra. Non mi meraviglierei una di queste mattine di trovare per terra pure la Luna che ormai non serve più a nessuno e mi toccherà pure di raccoglierla.” La morale di questa storia è che la gente parla a vanvera.

Racconti occulti – Ghiandaie dell’Inferno

Roberta era molto pigra, non lavorava e non studiava, il massimo del suo impegno era vedere i documentari sulla natura stravaccata sul divano. Quando suo padre Giovanni morì lei ne ereditò la cotoniera ben avviata nella quale il suo compito era incassare i guadagni, al resto provvedeva il personale. Vendette la casa paterna e si comprò una villetta in un parco. Di una decina di villette a schiera la sua era l’ultima, oltre c’era uno stradone che portava da qualche parte e dall’altro lato della strada un terreno abbandonato con solo una quercia rinsecchita, sul quale un giorno avrebbero costruito un altro schieramento di villette. Non avendo impegni Roberta aveva un sacco di tempo per guardarsi intorno e notava che tutti i suoi vicini avevano il prato davanti casa bello verde curato e fiorito e poi davanzali e balconi pieni di piante anch’esse ben curate e con fiori dai colori vivaci. Solo la casa di Roberta faceva eccezione perché lei non aveva il pollice verde, non sapeva dare alle piante la giusta quantità d’acqua, la corretta esposizione al sole e così fiori e piante si ammalavano rinsecchivano e quelle che non morivano si suicidavano. Roberta però avrebbe voluto una casa in fiore come le altre e iniziò a farsene un dramma e a non dormirci la notte. Finché una notte i vicini sentirono un urlo e il rumore di un vaso rotto a terra e qualcuno dalla finestra la vide uscire e camminare mogia verso lo stradone e poi sedersi su un paracarro. Qualcuno più ficcanaso o insonne degli altri raccontò di averla vista parlare nel buio con una figura misteriosa che metteva i brividi, un uomo alto e curvo, con un grosso cappello e un grosso mantello. Dal mattino successivo l’erba del prato di Roberta iniziò a crescere e le piante sui balconi a fiorire e in poco tempo la sua villetta diventò la più colorata del parco, una casetta di quelle che si vedono nelle cartoline. Passavano i giorni e ogni vicino si era ormai rassegnato a non avere la casa più fiorita del parco, quando un mattino uno di loro fu avvicinato da Roberta che gli chiese se aveva sentito quel versaccio della ghiandaia che l’aveva tenuta sveglia tutta la notte e il vicino fu contento di poterla contrariare rispondendo che aveva sentito solo la solita civetta ma nessuna ghiandaia che da quelle parti non ce n’erano. Allora di questa cosa Roberta preferì non parlare più con i suoi vicini, ma dato che continuava ad avere queste visioni o incubi si confidò con chi poteva capirla, i suoi amici ricchi e sfaccendati, ai quali confidò che era tormentata tutte le notti da queste ghiandaie dell’inferno col loro verso demoniaco, ma i suoi amici si dimostrarono insensibili perché capaci di dire solo che non sapevano che all’inferno ci fossero le ghiandaie, e il più stupido di tutti disse che le fiamme dell’inferno avrebbero dovuto rosolare per benino le ghiandaie che chissà se sono buone da mangiare. Peggio di tutti, la sua vecchia e nevrastenica compagna di scuola Zymilde si rivelò pure indiscreta perché racconto agli altri che Roberta le aveva confidato che per ottenere il dono del pollice verde aveva venduto l’anima al diavolo, la figura misteriosa di quella notte, e ora le ghiandaie venivano a tormentarla perché mantenesse il suo impegno. Passarono altri giorni e soprattutto altre notti tormentate fino a quella in cui si sentì un urlo terrificante venire dalla sua villetta, i vicini videro tutte le luci spegnersi all’interno e pensarono opportuno tornare a dormire. Nessuno vide Roberta la mattina dopo né le mattine successive. A poco a poco le piante rinsecchirono, il prato era sempre più incolto, poi una mattina arrivò una ghiandaia in quel parco, si posò un attimo su una persiana già cadente della casa di Roberta, ma si accorse che tutti i vicini la guardavano e intimorita volò via.

Racconti a colori – I cani blu

Avril viveva un periodo di pensamenti e riflessioni, e un giorno vagava alla deriva nelle campagne del nord della Francia mentre era sotto e sovrappensiero, cioè i pensieri la avvolgevano completamente, e imboccò una di quelle vecchie stradine di ciottoli e pietroni sconnessi dalle parti delle miniere di carbone abbandonate. Le pietre erano scivolose e allora dal centro della stradina si spostò verso i lati dove il cammino era meno disagiato, quando a un tratto dalla foresta spuntarono due enormi mostruosi cani blu. I cani iniziarono ad abbaiarle contro ma lei procedeva quasi come se non ci fossero, perché pensava che quelli erano la metafora del Male e non si è mai sentito di uno morso da una metafora, finché uno di quelli invece le morsicò una mano. Per sua fortuna in quel momento si trovò a passare un auto che accompagnava dei ciclisti che si allenavano a correre su quelle pietre che prima mise in fuga i cani e poi raccolse la donna ferita e scioccata e l’accompagnò al più vicino ospedale. I medici le curarono le ferite e le chiesero che razza di animale l’avesse morsa e lei rispose che era stata una metafora del male. I medici si guardarono perplessi e uno chiese: “Non ne ho mai sentito parlare, ci sono metafore da queste parti?” E l’altro rispose: “Che io sappia no, ma potrebbe averla abbandonata qualche appassionato di bestie esotiche”. L’infermiera, un po’ sorpresa da quel dialogo, disse che le battute sulle metafore erano roba da vecchio varietà ma il primo medico disse che lui non stava facendo battute e di queste metafore non aveva mai sentito parlare. L’infermiera, accortasi che il medico parlava seriamente, gli chiese com’era possibile che non le avesse studiate a scuola ma quello rispose che a scuola lui pensava soltanto a prendersi la promozione a ogni costo, calcando la voce su “costo”, per potersi iscrivere all’università. Comunque le ferite di Avril non erano gravi e fu presto dimessa. Lei ringraziò l’automobilista e si disse dispiaciuta per il disturbo ma lui rispose che anzi era stato un piacere, per una volta aveva portato all’ospedale un’estranea e non uno dei suoi ciclisti caduto o investito. Quell’episodio segnò profondamente Avril che continuava a pensare alla presenza del male nel mondo, e quando tornò a sud capitò che un giorno incrociò un tipaccio losco e arrogante che andava sempre in giro con un cane spaventoso e aggressivo che per di più non teneva al guinzaglio. La gente si lamentava, minacciava di chiamare i gendarmi ma il brutto ceffo diceva che il cane era innocuo, semmai proprio mentre abbaiava ai passanti o aggrediva altri cani di passaggio. Avril notò la scena e ne rimase molto colpita, si fermò davanti al tipo e con uno sguardo spiritato ringhiò: “Quel cane è una metafora del male!” Quello sguardo folle e quel tono di voce ancora più folle e quella frase follissima sconcertarono il teppista che da quel giorno non solo portò sempre ben stretto al guinzaglio il cagnaccio ma quando incrociava Avril cambiava strada.