Libri in grande quantità

Giovanni Spadaccini da Reggio Emilia vende libri usati e in Compro libri anche in grandi quantità. Taccuino di un libraio d’occasione, Utet 2021, racconta gli incontri con le persone che svendono libri, o perché costrette dai casi della vita o perché incolpevoli eredi. Qualche giorno fa scrivevo che non recensisco (non ne sarei capace) i libri che mi piacciono ma ne posto qualche frase, qualche rigo appena. In questo caso non è possibile perché l’editore spende 12 righi per dire che è assolutamente vietato riprodurne anche una sola lettera o un solo carattere tipografico e che chi si azzardasse a farlo verrebbe perseguito penalmente e segnalato alle polizie di tutto il mondo, e che anche la riproduzione minima a fine pubblicitario deve essere graziosamente concessa dagli aventi diritto. Allora mi limito a dire che le cose interessanti del libro sono le storie dei contatti e contratti e le tavole a colori che riproducono vari oggetti, cartoline foto biglietti, ritrovati in quei volumi perché usati come segnalibro. Molto meno interessanti sono gli sfoghi personali qui e là e degli scritti inediti dell’autore tratti da racconti abortiti, poi ci sono apprezzamenti per le persone che hanno delle biblioteche come si deve che però implicano in maniera esplicita disprezzo per tutti gli altri, però alla fine ci dice che potrebbe essere tutto vero o tutto inventato questo libraio i cui colleghi, a quanto sembra, sono tutti antipatici e cinici, e mi ha ricordato un bancarellaio che veniva qui una volta al mese con diverse bancarelle sporche piene di libri sporchi e buttati a casaccio, a cui neanche mi avvicinavo, il quale però a una mia amica fece notare che un libro che aveva preso era importante perché delle edizioni “Adelpi”. Tornando al volumetto, finita la lettura ci sono 5 pagine con l’elenco degli ultimi titoli pubblicati dall’editore, e se ci ho capito qualcosa quasi nessuno di quei titoli sarebbe degno di stare nella libreria ideale dell’autore, politica economia elzevirismi folklore torinese e napoletano, poi potrei sbagliarmi ma io ne comprerei al più una modica quantità, anzi, visto che I Russi sono matti di Nori già ce l’ho, non rimarrebbe quasi niente.

Una strage di animali

Negli ultimi tempi circola lo spot di una birra ceca che mi sono sempre chiesto se è in qualche modo ispirato ai racconti di Bohumil Hrabal. Non importa, di recente Guanda dello scrittore boemo ha pubblicato Io e i miei gatti, e in genere non consiglio libri, in genere mi limito a postare qualche citazione da quelli che mi piacciono, ma questo in particolare non saprei se consigliarlo agli amanti dei gatti, perché dentro ci sono molti gatti uccisi dagli uomini, in particolare dall’autore con conseguenti sensi di colpa e visite di fantasmi gatteschi, ma anche molti uccelli canterini e anche un coniglio uccisi dai gatti, e poi tante mucche mandate al macello, però dato che Hrabal era un sincero bugiardo non si sa quante delle cose narrate in questo finto racconto autobiografico siano vere.

La Zeriba Suonata – Sarò breve e altrettanto spero di voi

Vi avevo proposto Jorja Smith qualche tempo fa quando ancora non era uscito il suo secondo disco e diciamo che ce ne ha messo di tempo per farlo, ma quando l’ho comprato e ascoltato è finito subito, sono 8 brani per 25 minuti, e ho scoperto che in realtà non sarebbe il suo secondo album, perché discogs lo classifica tra gli EP, ma va bene, io sono per le cose brevi. Qualcuno potrebbe obiettare che la brevità caratterizza le cose dei giovani con cui io non c’entro, ma come la mettiamo con le serie? E poi, a parte il fatto che non sono coetaneo di Dostoevsky, proprio perché a un certo punto ci si rende conto che il tempo non è illimitato, come invece può sembrare quando si è giovani, si devono cercare le cose brevi: EP, racconti, cortometraggi, e infatti non so se oggi andrei a vedere un film come C’era una volta in America. E in più, per lo specifico della musica, ma qui mi ripeto, dopo la stagione dei cd che duravano 70/80 minuti e spesso con brani riempitivi, cose di una ventina d’anni fa, ho apprezzato ancor di più i dischi che duravano la metà. E poi non conta la quantità ma la qualità, e in Be Right Back ce n’è eccome, soul r’n’b elegante con spezzatino di chitarre eteree o new wave. Ma ora, per restare fedele al proposito di essere breve, chiudo e devo dire che sono soddisfatto, non per quello che ho scritto, ma per essere riuscito nella non facile impresa di parlare di Jorja Smith senza fare il benché minimo cenno alla sua straripante bellezza.

Addicted live

Uomini contro

Ci sono uomini coraggiosi che non hanno paura di esprimere opinioni controcorrente. Prendete quel mattacchione di Oliver Naesen, non avendo di meglio da fare perché dalla fine del 2019 non sale su un podio qualunque, l’altro ieri, quando per la prima caduta c’era un colpevole in flagranza di reato, la Signora Idioot, e un’arma del delitto, un cartone che doveva essere rigido come neanche le copertine delle cosiddette graphic novel, il nostro Oliver lancia un’accusa alternativa dicendo che sono sempre gli stessi a cadere, ma non fa allusioni, fa proprio un nome: Toni Martin. Beh, oggi appena inizia la diretta ecco che cadono proprio Martin e Geraint Thomas, uno che se ci fosse l’esame per la patente di guida per bici non lo supererebbe, e sarebbe stato proprio il gallese a provocare la caduta di cui ha pagato le conseguenze soprattutto Fortunello Gesink. Ma questa è solo la prima di una lunga serie, perché nel finale tra gente che va per i prati e un percorso che sembra una pista per il bob, e tutto questo per arrivare al paesello natale di Monsieur Le Président Lappartient, cade tra gli altri Roglic, che sta prendendo anche lui questo vizio ma in fondo non dimentichiamo come terminò la sua carriera da saltatore con gli sci, e altri tra cui Pogacar restano solo attardati, per cui finisce che Thomas arriva anche prima di alcuni avversari. Il percorso è pericoloso ma i ciclisti ci mettono del loro come Ewan che in volata sgambetta Sagan, e Colbrelli per evitarli prende la circonvallazione esterna e si ferma all’autogrill a prendere un gelato gusto fragola e barretta di Cassani. Così vince Tim Merlier con un apripista d’eccezione come Van Der Poel. Merlier però sciupa la foto della vittoria facendo il gesto antipatico e sempre più diffuso del dito davanti alla bocca e per di più per futili motivi: stamattina gli avevano detto che stava male. Quell’altro burlone di Philippe Gilbert aveva vaticinato le cadute e se pensate che sia uno jettatore cosa direste di Marc Madiot che oggi ha detto che qui ci scapperanno i morti?

Ma in questo Tour ci sono anche uomini contro nel senso dei duelli che caratterizzano la gara, come quello sloveno tra Pogacar e Roglic e quello tra Van Der Poel e Van Aert degno del racconto di Conrad, o del film di Scott, ma per ora il più acerrimo contrappone il ciclista ex olandese Ide Schelling e l’ex ciclista Stefano Garzelli sempre pronto a criticare ogni mossa del primo: ormai è una faccenda personale. Oggi Garzelli sembrava stesse cedendo, facendo dei complimenti a questo corridore che è andato in fuga tre volte in tre tappe, ma quando Schelling si è rialzato dopo aver vinto il GPM, che è il suo obiettivo, Garzelli l’ha accusato di scorrettezza nei confronti dei compagni di avventura che gli hanno lasciato il traguardo e non sono stati ripagati con un ulteriore contributo alla fuga. Beh, a parte che Schelling non ha fatto niente di nuovo perché in tanti negli anni sono andati in fuga per un traguardo parziale e poi si sono rialzati per conservare le energie per il giorno successivo, dubito che uno come Jelle Wallays, che se va all’attacco è per vincere, si sia dispiaciuto di aver perso senza sforzo supplementare un avversario pericoloso che al G.P. di Gippingen ha battuto due vecchie glorie come Rui Costa e Chaves. E a questo punto credo che il giorno in cui Garzelli non avrà niente a cui aggrapparsi dirà che a Schelling gli puzzano le ascelle.

Oliver Naesen chiacchiera con il fratello Laurel, pardòn, Lawrence.

Le foto del weekend (non è morto nessuno)

Se Beppeconti fosse eletto Papa scomunicherebbe quelli che non concludono il Giro d’Italia, un sacrilegio. E a volte ci si devono mettere d’impegno per avere qualcosa da ridire su chi invece lo fa. Prendiamo Tim Merlier, era al primo grande giro di una carriera che fino a poco tempo fa era soprattutto nel ciclocross e ci sta che fosse stanco e che senza più tappe per velocisti si ritirasse. Però tornato in Belgio ha vinto subito e in Italia sono arrivati a dire che con la condizione del giro ha falsato la gara. Sono quegli argomenti che si tirano fuori solo quando fa comodo, perché in questi giorni Filippo Zana ha vinto la Corsa della Pace per under 23 e questa è stata celebrata come la sua vittoria più importante, ottenuta però da un reduce dello stesso Giro contro ragazzi che tutt’al più hanno fatto qualche corsetta open. Ma forse nell’under 21 del calcio non è uguale? E poi lui under 23 lo è e professionista si e no perché corre nella Bardiani e forse è meglio se ci fermiamo qui.

Già la categoria under 23, come in passato quella dei dilettanti, è argomento controverso. Comunque si sta correndo il Giretto d’Italia che ha più volte cambiato denominazione: Giro dilettanti, Giro Baby (nome ridicolo), Giro Bio (idem), Giro Giovani Under 23, ma di questo passo finirà per chiamarsi Giro dell’Emilia Romagna e regioni confinanti. Va bene, romagnolo è il Supercittì che ha voluto il ritorno di questa gara, romagnoli gli organizzatori, romagnoli i comuni interessati, però oggi dopo 5 tappe saranno ancora lì e a furia di girare in tondo rischia di diventare una cosa tipo Cani dell’inferno, il libro di Daniele Benati scrittore manco a dirlo emiliano. Dicevo, under 23 ma dalle prime tappe si direbbe che i ciclisti hanno corso più da dilettanti, e dilettante sembra pure il nuovo cronista RAI che tra errori commenti faciloni interviste senza fantasia e troppe visioni di Star Wars (la Qhubeka per lui diventava Chubeka) ha rischiato grosso quando a Cesenatico ha parlato di squalifica per doping di Pantani, un’inesattezza solo formale perché ai tempi dell’ematocrito si parlava di stop per tutela della salute, ma i pantaniani si aggrappano a questo e sono molto suscettibili. Però anche gli elogiatissimi organizzatori hanno mostrato una pecca da dilettanti quando sempre a Cesenatico un ciclista di passaggio si è infilato nella zona transennata e ha attraversato la strada mentre arrivava il gruppo lanciato in volata. Per fortuna non ci sono stati incidenti.

Ma se nelle corse minori sul percorso si intrufola un semplice ciclista in quelle importanti si deve dare di più ed ecco che al Giro di Svizzera Fuglsang si imbatte in un auto.

Tornando ai giovani, ci saranno sicuramente i talent scouts a seguire il Giro under per scoprire nuovi talenti, anche se ormai sembrano più interessati agli juniores. Del resto sono un paio di anni che nel ciclismo dominano i giovani, ma al Criterium del Delfinato si è andati in controtendenza con Porte che vince la classifica finale e Thomas e Valverde una tappa ciascuno. Il gallese ha vinto con una spettacolare azione da finisseur ma dato che ha battuto Colbrelli i commentatori italiani hanno avuto da ridire sul percorso, e il 41enne Valverde in una volata ascendente ha giocato al gatto col topo, e il topo era Tao Coso Hart, vincitore del Giro Sfigato 2020.

Gli italiani, che attendevano Aru ma mi sa che dev’essere un po’ in ritardo, si sono accontentati di appropriarsi delle due vittorie di tappa dell’ucraino Mark Padun, che è cresciuto ciclisticamente in Italia e, come Pietro Sagàn, potrebbe essere italiano e chiamarsi Marco Padano. La cosa curiosa è che in entrambe le tappe Padun ha tagliato il traguardo indicando verso l’alto, e si sa che spesso i ciclisti quando vincono ricordano un parente, un amico, un compagno di squadra o un’altra persona deceduta, ma invece stavolta era un ringraziamento a Dio, perché gli ucraini sono molto religiosi nonostante le loro messe durino circa tre ore, e noi invece ci chiedevamo: è morto qualcuno?

Insomma avevamo pensato male. E a questo proposito mi viene da fare un altro pensiero cattivo, cioè che nelle redazioni dei siti ciclistici che pure parlano di parità salariali tra uomini e donne e di dare più spazio al ciclismo femminile, poi si faccia un qualche tipo di sorteggio e chi perde è costretto a seguire le donne, intendo seguire il ciclismo e non fare stalking. Se così fosse vuol dire che su Cicloweb non ha perso nessuno perché il ciclismo femminile lo stanno completamente dimenticando. Eppure qualche passo in avanti si fa, dall’anno prossimo tornerà il Tour de France e ci sono sempre più corse maschili a cui affiancano una prova femminile, in questi giorni è successo col Giro della Svizzera e con la Dwars Door Het Hageland, una corsa sugli sterrati belgi (muri, pavé, sterrato: in Belgio hanno tutte le comodità) vinta da Chantal Blaak. Questa ragazzona all’ultimo anno di attività ha vinto un mondiale, il Fiandre e altre classiche, quest’anno ha vinto le Strade Bianche ma non andrà alle Olimpiadi perché nella prova in linea ogni nazione può schierare massimo 5 uomini e 4 donne (ma non c’era la parità?) e i Paesi Bassi hanno già Van Der Breggen, Van Vleuten, Vollering e Vos e non c’era più spazio.

E alla fine per svegliare quelli di Cicloweb c’è voluta la seconda e già ultima tappa del Giro di Svizzera col ritorno alla vittoria di Marta Bastianelli, che per il settimo anno consecutivo riesce a vincere almeno una corsa internazionale, e direi che con questa statistica volante elaborata solamente dalla mia memoria possiamo chiudere.