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allegre non forti

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Dalla parte degli ultimi

In Italia c’è un uomo che è sempre stato dalla parte degli ultimi, e non è un politico perché in natura non è mai stata dimostrata l’esistenza di un politico dalla parte degli ultimi, ma è un giornalista, che poi pare pure brutto chiamarlo così, perché possiamo sbilanciarci e dire che Marco Pastonesi è il più grande narratore italiano di cose ciclistiche. I suoi corridori preferiti sono quelli che terminano la carriera senza vittorie,  che non è una cosa bella da augurare, e io non sono tanto d’accordo su questa cosa ma non importa. Con i suoi libri ci stava girando attorno, scrivendo ora dei gregari, ora delle corse africane, ora della grande promessa mancata, leggi delusione, Romeo Venturelli, ma ora nel senso di 2018 ha pubblicato Spingi me sennò bestemmio per EdicicloEditore, che racconta proprio gli ultimi negli ordini d’arrivo, anche quelli che lo sono stati occasionalmente, come Bettini che all’Eroica non ancora Strade bianche del 2008 preferì arrivare ultimo piuttosto che ritirarsi, ma soprattutto le maglie nere e le lanternes rouges, cioè gli ultimi al Giro e al Tour. Il suo motto potrebbe essere: perché descrivere la cronaca di un evento quando si può benissimo romanzarlo? Ed è forse quello che fa nel capitolo dedicato a Zandegù che forse pronunciò la geniale frase che da il titolo al libro, e qui i “forse” sono opportuni, forse. Ma quando Pastonesi affronta il pericoloso argomento Scarponi e potrebbe scivolare nella retorica stile AdS invece si sottrae e lascia la parola allo stesso Scarponi con le tante interviste che non erano difficili da ottenere da lui ed erano piene di battute, anche se difficilmente avrebbe potuto avere un futuro a Zelig o Colorado perché non aveva bisogno di ricorrere a parolacce.

Un libro che vale la copertina

Non capisco dove va l’industria culturale. Ad esempio al negozio di dischi che frequento arrivano quattro vinili di un gruppo che quasi mi sorprende che gli facciano incidere ancora dischi, e invece due di questi sono limited editions o deluxe, non ricordo bene ma fa lo stesso. E penso che oggi forse, tranne rari casi, non si punta più alla massa ma ai pochi affezionati, da trattare come persone disposte a spendere molto per portarsi a casa qualcosa anche di ingombrante. L’industria ci tratta come se tutti avessimo degli hangar a disposizione dove accumulare quintali e decametri cubi di roba, e, a parte i collezionisti, forse anche i consumatori ragionano come se dovessero lasciare la loro biblio-discoteca agli eredi o forse credono che la loro casa sarà trasformata in museo. E forse è in questa logica che da un po’ di tempo abbondano le copertine cartonate, anche o soprattutto per i fumetti. Io che non ho eredi né tanto spazio vorrei solo leggere e ascoltare e invidio chi non si affeziona alle cose e non le conserva, ma non ne sono capace e così finisce che la copertina cartonata, che da sola occupa lo spazio di un libro normale (potete misurarne qualcuna), per me anziché un valore aggiunto è un deterrente. Forse esagero, ma pensate solo 10 libri cartonati anziché brossurati. Tutto questo per dire che mi sono arretrato anche con Gipi, non avevo comprato La terra dei figli, però dopo un paio di anni ecco che questo libro inaugura la raccolta completa o quasi delle opere del toscanaccio che LaRepubblica & L’Espresso in combutta con l’editore originale Coconino mandano in edicola. Bene, un libro in edicola avrà sicuramente una veste editoriale più dimessa, con copertina in brossura e carta meno spessa. Un accidenti: chiedo il libro senza averlo visto e mi trovo di fronte un mattone, ma almeno il libro un mattone lo è solo dal punto di vista fisico, perché da quello artistico che ne parliamo a fare. E il bello è che nel finale della storia, in un mondo di uomini che non sanno più leggere, è proprio un libro che … vabbè, compratevelo e leggetelo che vale non il prezzo di copertina, ma lo spazio che occuperà la medesima.

10 pagine del libro mostrano un diario che nessuno è in grado di leggere.