Zona arancione

I campionati europei di ciclocross si disputano a s’Hertogenbosch nell’ex Olanda, ma le cicliste ex olandesi non hanno certo bisogno di motivazioni ulteriori, però si corre senza pubblico ma le cicliste di cui sopra non hanno bisogno neanche dell’incitamento dei tifosi. E infatti a un certo punto, nel secondo giro, erano in 5 in testa alla gara e non creavano una macchia arancione solo perché l’ex caraibica Ceylin Alvarado indossa la maglia iridata, e alla fine, dopo aver vinto di nuovo in volata su Annemarie Worst, su quella ha messo prima la maglia della nazionale e poi quella di campionessa europea eppure non faceva tutto questo freddo, anzi dopo aver visto ieri le immagini del cross quasi balneare di Gallipoli viene da dire che invece di puntare a far entrare il ciclocross nel programma delle olimpiadi invernali si potrebbe mirare direttamente a quelle estive. Poi terza è arrivata quella Lucinda Brand che, come Lechner o Longo Borghini, un oro internazionale proprio non vuole vincerlo, ma oggi è stata danneggiata anche dall’immancabile pronostico RAI, perché quando si era portata in testa il commentatore Luca Bramati ha detto questa mi fa paura e tempo due millesimi di secondo Brand è caduta, anche se in verità per cadere lei non ha bisogno delle profezie RAI.

l’ultimo assembramento

Veniamo da ore di assembramenti pericolosi. A Napoli la ggente esasperata e impoverita che voleva protestare contro coprifuoco e chiusure, non disponendo di mezzi ha dovuto ricorrere ai fumogeni e alle bombe carta della Caritas e di questo passo a Capodanno dovranno fare “Bum” con la bocca. Ma se si vede il lato positivo delle cose qui ci escono 4 o 5 puntate di Gomorra, anche se non l’ho mai visto e non se si si tratta di una fiction o di un tutorial. Al Giro invece si continua a parlare della protesta, al punto che ricompaiono anche personaggi come De Zanino, cioè di quelli che al ciclismo ritornano solo quando c’è qualcosa di scandaloso o presunto tale da sfruttare. A ripensare all’accaduto e a quanto ho scritto ieri per oggi, è stato un bene che volente o nolente portavoce dei ciclisti sia risultato Adam Hansen, perché visto l’accanimento con cui cercavano di scovare e isolare i colpevoli, più che Vegni i suoi alleati – e dato che non mi piace generalizzare sono sicuro che se nel gruppo RAI ci fosse stato Pancani si sarebbe assistito a qualcosa di più decente – dicevo, se poi si fosse mirato a ricattare il colpevole, ma cosa gli fai a Adam Hansen che con lo stipendio da ciclista ci compra le sigarette per il giardiniere e il maggiordomo? Anzi Hansen ha detto ancora due cose interessanti, che si conoscono in anticipo le tappe ma non i famigerati spostamenti, e poi ha parlato di sistema immunitario, non so se AdS sa di cosa si tratta, e allora quelli che per ricordare tappe nella neve non sono andati indietro ai tempi eroici ma, bontà loro, si sono fermati già a Nibali 2013, si ricordino pure che allora non c’era il COVID. E qui semmai si può notare il risultato contraddittorio dello stop dei ciclisti che poi si sono assembrati dove potevano. Alla fine dispiace solo che Cerny, autore di una bella azione come non ne abbiamo ancora viste da nessuno dei primi tre in classifica, non riceverà il premio per la tappa per la decisione del sergente Vegni di non dare i premi ai ciclisti scioperati ma devolverli in beneficenza, e che triste populismo che è la beneficenza pubblicizzata. Poi dicono che la tappa di oggi ha riconciliato col ciclismo, sarà, l’Impronunciabile ha corso a ruota del compagno Dennis, dimostrando che la Ineos è ancora la squadra più forte anche se non ha vinto il Tour, e poi a ruota di Hindley che ha fatto qualche scattino inefficace, mentre dietro Almeida dimostrava di essere tra questi il giovane con più carattere e più senso dello spettacolo e Kelderman sembrava assente, e non a  caso stamattina era il favorito di Cassani. L’ex olandese nella sua carriera avrà avuto tanti problemi, di cui sappiamo forse solo una parte, ma non poteva vincere un giro corso solo limitando i danni, però speriamo per lui che gli assegnino almeno un premio per il miglior finto tonto, perché era davvero incredibile la faccia di (medaglia di) bronzo con cui ha ringraziato RCS per aver accolto le loro richieste. Finisce che i due contendenti rimasti sono a pari tempo, neanche un minimo distanziamento sociale, perché la tappa l’ha vinta l’Impronunciabile (non c’è uno di quei grandi professionisti della RAI capace di una cosa semplicissima come chiedere a Tao Geoghegan Hart come si pronuncia Tao Geoghegan Hart, invece di chiederlo a diesse italiani  che già hanno problemi con la lingua madre), e poi ci dicono che ha rischiato di diventare giocatore del pallone ma si è salvato iniziando a correre sul velodromo dove si svolsero le Olimpiadi di Londra del 1948, cioè dopo 72 anni il velodromo è ancora lì. E che fine hanno fatto i velodromi delle Olimpiadi di Roma, o quello di Monteroni e di tutti i mondiali successivi? E poi dicono che in Italia non ci sono ciclisti.

Secondi

Nei media la notizia della vittoriona di Filippone Ganna ha avuto meno spazio di quella della positività del gemello Simone al coronavirus manco fosse positivo al nandrolone, ma c’è una notizia ben più inquietante e ce la dà l’irrinunciabile Het Nieuwsblad: sui social sta avendo successo la maglia scarabocchiata pasticciata della EF, e se anche la gente stradale iniziasse a indossarla sarebbe un motivo sufficiente a chiedere il secondo lockdown. Proprio in occasione della vittoria di Ganna scrissi che ormai non ci speravo più nella vittoria di Puccio attesa da anni, ma oggi va in fuga e sembra anche il più in forma tra i fuggitivi, tra i quali però ci sono due della Israel che non solo fanno il gioco di squadra ma non sono neanche due ciclisti qualunque bensì due ex recordman dell’ora. E quando parte Dowsett sembra che anche stavolta per Puccio non c’è niente da fare, però un momento, sull’ultima salitella gli inseguitori recuperano parecchio e Puccio può farcela, e invece tornati sul piano Dowsett riprende a guadagnare e vince, e dietro il siculumbro vince la volatina per il secondo posto. Aspettavamo Puccio e invece spunta Pucci, o Fuffi o Bobby o come si chiamerà il cagnolino zoppo che entra nel percorso e nessuno riesce a fermare, ma per fortuna non provoca altre cadute che già siamo al completo, grazie. Dopo le interviste, al Processo si inizia a parlare di COVID e se qualcuno non ne può più e passa su RAISport a vedere il mondiale di mtb ed è a digiuno della materia, ascoltando il commentatore Luca Bramati non penserebbe mai che è il preparatore atletico e team manager di Eva Lechner, perché prima critica la criticabile scelta del cittì Celestino di non convocare altre donne, almeno Martina Berta e poi l’Austria che ospita le gare è vicina e la trasferta non  costava molto, poi ammira divertito l’azione con cui la giovane Frei stacca l’altoatesina, ma poi Eva dalla quarta posizione rimonta e va in zona medaglia e alla fine arriva seconda con un colpo di reni che è una cosa rara nella disciplina, e ottiene un’altra medaglia che però non è neanche stavolta l’oro ma per quello c’è sempre la mia idea della marathon dopo le olimpiadi, però pure gli europei tra una settimana, eh? Ormai diciamo sempre che questo è un periodo strano, e oggi, per la stagione e il terreno fangoso, sembra quasi ciclocross ma bisogna fare uno sforzo per ricordarsi che è mtb, e comunque nella gara femminile non è un caso che le prime due, la tricampiona Ferrand-Prévot e Eva Lechner, sono anche ciclocrossiste, mentre in campo maschile di crossisti non ce ne sono molti, non Van Der Poel che come materia olimpica vuole portare proprio la mtb ma quest’anno preferisce le residue classiche del nord allo scontro con l’octocampione Schurter, che neanche ci sarebbe stato perché Nino è nono mentre a sorpresa vince Sarrou, e quarto arriva Luca Braidot a proposito del quale Bramati ci regala una delle sue perle, dicendo  che è difficile distinguerlo dal gemello Daniele soprattutto quando hanno la maglia azzurra, e viene da chiedersi se è più facile quando hanno entrambi la maglia del C.S. Carabinieri, forse i gradi sono diversi, chissà. 

Ma Eva quando riuscirà a essere finalmente la prima donna?

Ciclismo e politica

Il mondiale di ciclismo femminile ha sfiorato il milione di telespettatori ed erano di sicuro tutti interessati alla gara dal momento che questo sport non concede niente al voyeurismo, come potrebbe essere invece con l’esposizione di glutei nella pallavolo o nel salto in lungo oppure con la seconda pallina infilata sotto il gonnellino nel tennis. Quindi del mondiale maschile che fa molti più ascolti bisognava approfittare per usi promozionali e politici, e diciamo che per la promozione turistica bisogna ringraziare la regia internazionale per le riprese davvero spettacolari, riprese (nel senso del participio passato) anche da Het Nieuwsblad. Dopo che Vicenza per disinteresse politico ha perso i mondiali, questi sono stati poi riassegnati all’Italia per la faccenda del COVID, e la politica in senso lato si è fatta viva durante la diretta RAI. Durante la quotidiana auto-celebrazione Pancani è arrivato a dire che senza l’intervento dell’Italia i mondiali non si sarebbero disputati, ma non  è vero perché c’era già pronta la Francia, e poi è disceso tra i suoi sottoposti il Direttore Bulbarelli che, dopo aver riconosciuto le difficoltà di un Giro in autunno e aver minacciato la presenza di due nuovi commentatori di cui non ha fatto i nomi limitandosi a dire che il Giro l’hanno vinto (ohibò, Gotti? Basso?), ha riportato la polemica tra il Presidente del CIO e il Governo italiano. In sostanza il CIO prevede che i comitati olimpici nazionali siano totalmente indipendenti dalla politica, ma secondo Bach la legge di riforma italiana non sarebbe conforme alla Carta Olimpica, mentre il Ministro nega tutto, anche che sia previsto un meeting sulla questione. E’ vero che i politici italiani spiccano per incompetenza e incapacità che non possono compensare con la mania di protagonismo, però è anche difficile credere che i comitati olimpici siano indipendenti dalla politica in paesi come la Russia, il Kazakhistan, il Bahrain eccetera, ma anche nei democratici paesi europei. Poi l’esito del campionato mondiale almeno ha tolto ai politici italiani un’occasione per vantarsi di meriti non loro; infatti ha vinto Julian Alaphilippe che tra l’altro avendo come cittì della nazionale Thomas Voeckler sta migliorando molto anche sul piano delle smorfie. Tra gli sconfitti possono avere rimpianti Pogacar e Van Aert. Pogacar forse si è sentito colpevole o in debito verso Roglic per avergli strappato il Tour, e oggi forse ha corso per lui attaccando al penultimo giro, e avrebbe avuto bisogno di uno specchietto retrovisore per le tante volte che si è girato, forse voleva stancare gli avversari, ma se l’avesse fatto all’ultimo giro poteva giocarsi la vittoria. Van Aert non ha creduto in un tentativo con Nibali Uran e Landa, forse l’idea di un attacco con Landa gli faceva venire da ridere, e quando invece è partito Alaphilippe non gli è riuscito di andargli dietro, e l’inseguimento di Van Aert + 4 ha favorito l’attaccante, perché i 4 erano frenati dal fatto che Van Aert è molto più veloce ma lui a sua volta era frenato dal fatto che i 4 non collaboravano. Il punto è che nella banda dei 4 c’era Roglic, che nella circostanza correva per un’altra nazione ma in genere è compagno di squadra di Van Aert che molto ha lavorato per la causa di un Tour che il capitano sloveno non ha saputo vincere e quindi avrebbe potuto sentirsi un po’ in debito, anche giustamente, a differenza di Pogacar che in Francia ha solo fatto la sua corsa. Comunque i 4 avevano ragione su Van Aert che per il secondo posto ha lanciato la volata in testa e si è tolto tutti dalla ruota. Infine il mondiale della squadra di Cassani è stato più anonimo di quello che si temeva, si può discutere su qualche gregario, dell’esclusione di Mosca ad esempio, ma non avrebbe cambiato la sostanza, perché ogni tanto si intravede un nome nuovo, un futuro campione, ma poi alla fine ci si affida sempre a Nibali che a 36 anni avrà risentito più di altri dei mesi passati solo a fare i rulli.

Anche il Premier ha ringraziato i ciclisti italiani.

Corse contro il tempo

Quando per la normativa anti-covid la Svizzera ha rinunciato a ospitare i mondiali di ciclismo, l’UCI ha dovuto fare una corsa contro il tempo per trovare un paese che si pigliasse la rogna ed è stata ben contenta quando l’Italia tra le varie località ha proposto anche Imola con un circuito chiuso come l’autodromo. Così l’UCI gongolava da un lato per aver risolto il problema e l’Italia, organizzatori e Federazione, gongolavano dall’altro vantandosi di aver vinto questa gara tra kamikaze. E adesso ogni giorno questi ultimi si autoincensano in diretta RAI, ma intanto oggi si poteva notare che, mentre in Francia durante il Tour il pubblico accorreva spontaneo e a volte illegale, invadente ma per lo più con le mascherine, per contro i pochi entrati nel circuito imolese erano tutti senza mascherina come fosse il dress code. L’UCI aveva detto ai candidati che delle categorie giovanili si faceva a meno, l’importante era che si svolgessero le prove in linea élite, la crono insomma era facoltativa, ma gli italiani, ricordandosi di Filippone Ganna, hanno detto non scherziamo, facciamo anche la crono, siamo ospitali, e chissà se per ridurre i tempi della gara o per venire incontro alle caratteristiche di un ciclista che è abituato a correre in pista sui 4 km, hanno proposto il percorso più breve dell’altrettanto breve storia del mondiale a crono, comunque il percorso è stato accettato, e quello che mancava in quella breve storia è arrivato: la prima vittoria di un italiano. Qualcuno dirà che vabbe’ c’erano tanti assenti e c’erano altri non in forma o stanchi dal Tour, ma questo è sempre successo ai mondiali e, per dire, negli anni olimpici e quindi con più impegni sembra sia più facile vincere un mondiale a crono e questo non è anno olimpico, e poi in gara c’erano pure il fenomeno Van Aert, Kung ex erede di Cancellara, il favorito del Giro Gerainthomas, il campione uscente Dennis, quello sconclusionato del primatista dell’ora Campenaerts, il bruco di Maastricht Dumoulin, “altro” Van Emden e mi pare che bastino questi.

Filippo

Dato che nel ciclismo si vive spesso di ricordi e leggende di tempi eroici e che c’è in giro uno spot che unisce ciclisti vivi, pochi, e morti, tanti di varie epoche, forse è opportuno precisare che il primo a vincere il mondiale a crono non è il primo ad aver vinto il Giro d’Italia, che infatti si chiamava Luigi e nello spot mortuario ci sarebbe stato bene. E dato che gli italiani hanno una memoria non selettiva, ma a singhiozzo e partigiana, è opportuno ricordare anche che Ganna corre nella Ineos, ex Sky, la squadra antipatica, scostante, che ammazza le corse e non fa spettacolo, troppo fredda e scientifica, e che ottiene delle vittorie pure sospette, soprattutto quando non ci garbano e non era oggi il  caso, la squadra in cui correva Viviani quando ha vinto l’Olimpiade, ma se Ganna invece avesse corso in una squadra italiana, del paese che si vanta si vanta ma di che non si capisce, non so se arrivava fin là.

Luigi

Sventure

Ci sono dei personaggi nel ciclismo o attorno ad esso che fanno un po’ paura. Ad esempio chi ha pensato lo spot del Giro d’Italia. C’è Vincenzo Nibali che esce di mattina per allenarsi e si trova in una nebbiosa brughiera e col diradarsi della nebbia vediamo uno sparpaglìo di ciclisti morti e alla fine tutti insieme raggruppati in un funereo plotone passano vicino a una serie di croci, e non so che idea hanno del ciclismo e quale ne vogliono dare i creativi del caso. Però in questa terra sventurata che ha bisogno di eroi e che ama la retorica e il melodramma e, fatto non secondario, pratica la piaggeria estrema, il video è stato da molti elogiato. In realtà in quel plotone ci sono due ciclisti ancora vivi, Moser e uno che dalla maglia e dal fatto che si accompagna con Gimondi si direbbe Merckx anche se non gli somiglia troppo, ma in ogni caso consiglierei a lui, a Moser e anche a Nibali di fare gli scongiuri. E a proposito di scongiuri, c’è una ciclista che inizia a far paura, ma non nel senso della retorica sportiva, perché Anna Van Der Breggen è forte, fortissima, ma non è questo il punto, ha iniziato quando dominava la Vos, poi è arrivata la Van Vleuten, poi è tornata la Vos, ma intanto Anna toma toma cacchia cacchia ha accumulato medaglie e trofei abbondando in qualità quantità e varietà. Le erano rimasti da vincere il campionato nazionale in linea e l’europeo e il mondiale a crono e in poco più di un mese ha ottenuto pure questi titoli, ma la cosa inquietante è come ha ottenuto le ultime due vittorie. Al Giro la scorsa settimana era terza ma la dominatrice Van Vleuten è caduta e si è rotta il polso e superare la Niewadoma è stato un gioco da ragazze, ieri ha al Mondiale a crono la favorita Chloé Dygert era in testa ma è caduta in un fosso anche se non è detto che avrebbe vinto perché Anna era in forte rimonta, però ricordando che anche alle Olimpiadi l’ex olandese ha vinto dopo una caduta della Van Vleuten verrebbe da pensare a male ma noi non crediamo in queste cose. Invece crediamo, speriamo che le altre cicliste, anche se si dice che gli sportivi sono scaramantici, non siano superstiziose, ma probabilmente, quando alla fine del 2021 Anna Van Der Breggen si ritirerà come anticipato, le cicliste tireranno un sospiro di sollievo.

Anna Van Der Breggen nel 2014 in maglia ciclamino, colore che porterebbe fortuna, a lei ovviamente.

La Zeriba Suonata – la folla era scatenata

E’ morta Elsa Quarta, cantante leccese che ha avuto una certa fama negli anni 60, un’epoca in cui c’era una netta divisione tra interpreti, musicisti e parolieri e i primi si può dire che dovevano accontentarsi di quello che gli passava il convento e alla Quarta non è che andò molto bene. Non era una ragazza yé-yé, si può dire anzi che le sue canzoni tristi su amori finiti erano ancora legate ai melodrammatici anni 50.

Solo nel 1967 sembra che una sua canzone parta un po’ più pimpante, lei si rivolge a dei ragazzi che stanno suonando, forse vuole unirsi all’allegra brigata, e invece no, come non detto, gli dice Ragazzi non suonate più perché la canzone gli ricorda il suo ex, che ha tradito i sogni di lei e ha dato a un’altra i baci suoi, che eufemismo. Elsa Quarta incise anche canzoni in spagnolo e in turco e soprattutto nella seconda fase della sua carriera cantò molto all’estero al punto che discogs etichetta i suoi dischi come schlager. Poi nel 1985 incise il suo ultimo 7 pollici dedicato allo sport, con due canzoni piene zeppe di retorica imbarazzante in un linguaggio rudimentale, opera di mestieranti semisconosciuti. Il lato B è intitolato Azzurri Battimani e non si capisce se queste due parole sono sostantivi aggettivi o chissà cosa’altro, forse è meglio non saperlo, ma questa sorta di inno avrebbe fatto la sua figura cantata sui balconi qualche mese fa. Il lato A si intitola Viva la bicicletta ed è dedicato al ciclismo, ma la particolarità del testo è che, retorica per retorica, ci si aspetterebbe di sentir cantare delle eroiche gesta di eroici scalatori, ed è vero che quelli erano piuttosto gli anni di Moser e Saronni e la bandana ancora non si sapeva cos’era, ma siamo pur sempre in Italia dove c’è gente che vorrebbe vedere le salite anche nei velodromi. E invece la canzone parla proprio di sprint, di pista, di 6 giorni, di folla scatenata che aspetta la volata, e nomina il Vigorelli, ma la cosa alla fine non sorprende perché qui c’è un piccolo conflitto di interessi: Elsa Quarta è sposata con Sante Gaiardoni.

Viva la bicicletta

Sante Gaiardoni è stato campione olimpico nella velocità e nel chilometro a Roma e tra i professionisti ha vinto due mondiali nella velocità. Su strada ha vinto da dilettante la classica Milano-Busseto. Erano anni in cui anche il ciclismo su pista era molto popolare e infatti c’è una foto in cui Gaiardoni è premiato da un’altra cantante e non proprio l’ultima: Mina.

Tornando alla canzone, se i nomi degli autori della musica e dei testi diranno qualcosa solo agli addetti ai lavori, quello che sorprende è il nome del produttore, famoso sì ma in tutt’altro campo, trattandosi dello storico rivale di Gaiardoni, Antonio Maspes che di mondiali ne vinse ben sette.

Maspes è quello con la maglia iridata.

Elsa e Sante  si sposarono nel 1963 e, in tempi in cui il gossip non riguardava la metà della popolazione come accade oggi, erano così popolari che alle loro nozze ci fu il miracolo della moltiplicazione degli invitati: Gaiardoni raccontò di aver prenotato per 200 ma poi si presentarono in 800 e i guadagni dei due successivi mesi di gare servirono a pagare la differenza, perché, anche se oggi può sembrare strano, a quei tempi si guadagnava anche con la pista. Un’ultima curiosità è che quasi tutte le canzoni di Elsa Quarta erano scritte da poco noti mestieranti ma uno dei suoi primi singoli fu Esta Noche composto dal Maestro Gorni Kramer, che all’anagrafe faceva Gorni di cognome mentre il nome Kramer era dovuto all’ammirazione del padre per Frank Kramer, tanto per cambiare uno dei primi campioni della pista.

Perline di Sport – Emma in Italia

Quando nella primavera del 2014 iniziai questo blog in giro c’erano due Emma famose. Una era il capo degli industriali, quelli che ritengono più autorevole il loro parere perché pochi sono capaci di essere figli di industriali. L’altra era Emma Johansson, ciclista svedese poliedrica e di una bellezza discreta, insomma non era del genere Puck Moonen, e anche lei dopo pochi mesi era a Caserta per il cronoprologo e la partenza della terza tappa del Giro Donne. Dato che non sono molto bravo con la camera durante la cronometro non riuscii a fotografare la Johansson ma del resto ci vuole il mestiere per riprendere una ciclista lanciata a quella velocità, elevata ma non abbastanza da classificarsi tra le primissime e quindi lei non salì neanche sul podio per una foto più tranquilla. Poco male, ci sarebbe stata la terza tappa. Solo che in quell’occasione la sua squadra salì per ultima sul palco delle presentazioni e proprio in quel momento si scaricò la batteria della mia fotocamera. Quando Emma scese dal podio una vecchia signora tra il pubblico le chiese di dove fosse e la risposta fu un sussurro, non saprei se per timidezza o se per la sorpresa. E così sfumò l’occasione di fare una foto a Emma Johansson che allora non sapevo fosse al terzultimo anno di carriera, una carriera anch’essa piena di occasioni perse e sfumate, un argento e due bronzi mondiali e due argenti olimpici ma sempre qualcuna più brava tra i piedi, pardon, tra le ruote: Cooke, Bronzini, Vos, Ferrand-Prévot, Van Der Breggen. Non è stata la più grande ciclista svedese di sempre ma per un breve periodo è stata in testa alla classifica dell’UCI grazie al fatto di essere molto costante, a differenza della gran parte dei suoi connazionali maschi. Forse le mancava un po’ di cattiveria, verrebbe da fare un paragone con Baronchelli, ma lei almeno non doveva lottare anche contro un Sergente Torriani. Però di vittorie importanti ne ha comunque ottenute, e proprio nella primavera del 2014 aveva vinto il  Trofeo Binda battendo in volata un gruppetto di campionesse ben assortito: Armitstead oggi Deignan, Amialiusik, Van Der Breggen, Ferrand-Prévot, Longo Borghini campionessa uscente, Zabelinskaya poi cancellata e Van Dijk, e forse proprio questa vittoria è stato il suo capolavoro se si tiene conto non solo del livello delle avversarie ma anche del fatto che in quel gruppetto era da sola contro due della Boels e due della Rabo-Liv anche se prive della guida strategica e carismatica di Marianna che non poteva lasciarle un momento sole. Peccato solo che nelle immagini non si può apprezzare appieno la volata perché in quel periodo una regia italiana ignorante interrompeva l’emozione cambiando inquadratura negli ultimi metri che faceva intravedere in un’assurda ripresa dal basso. Il Trofeo Binda è una gara del World Tour, da qualche anno si corre la domenica dopo la Sanremo; quest’anno, quando le previsioni sull’andamento del virus erano più ottimistiche, era stato spostato e si sarebbe dovuto correre domani 2 giugno, poi invece è stato cancellato. E’ come se in campo maschile fosse saltata la Sanremo o il Lombardia ma la cosa ha lasciato indifferenti l’UCI, la Federazione Italiana e l’ambiente ciclistico in generale, per il quale la cosa importante è che il Giro degli uomini abbia lo stesso identico preciso numero di tappe del Tour non una di meno anche se le prime non si sa dove correrle.

Dopo l’arrivo Emma festeggia con quella cavalla pazza di Valentina Scandolara, allora compagna alla Orica.

Il Mito chissà cosa credevamo

Già una volta prendendo spunto da come i media raccontavano le imprese di Usain Bolt che entrava (e usciva) nella Storia e nel Mito o nella Leggenda mi sono chiesto come funzionava la cosa. Poi ecco che stamattina il TG annuncia che il famigerato concerto di De André con la PFM è entrato nel mito. Per chi si fosse scansato quegli anni successe che il noto cantante e traduttore per aggiungere un po’ di orpelli alle sue tristezze musicali volle fare un concerto con la PFM, il più famoso gruppo italiano di quel genere che allora veniva definito con disprezzo rock barocco ma che non era ancora stato debellato, insomma tipo oggi il coronavirus. E non avendo né tempo né intenzione di continuare a seguire il TG ho spento ma ho continuato a chiedermi come funziona questa cosa del mito, che io pensavo riguardasse storie molto importanti fondanti fantastiche e metafisiche. E’ una faccenda burocratica, cioè bisogna raggiungere dei requisiti pubblicati nella Gazzetta Ufficiale? O è un titolo che si può ottenere tramite vie tortuose, tipo un amico al Ministero della Mitologia che può metterci una buona parola? Insomma, incuriosito ho cercato la notizia su internet e ho visto che hanno pubblicato un cofanetto con la registrazione di quel concerto, tutto qui, dicono che l’hanno ritrovato ma non speravamo di averlo perso. Ma non c’è qualche Dio infastidito da questi parvenus del mito che scagli qualche dardo contro i giornalisti?

Se è solo una questione di cofanetti allora i Fall entrarono nel mito già 13 anni fa.

L’attimo fuggitivo

Durante la chiusura la propaganda diceva che la gente avrebbe meditato sulle cose importanti della vita e sarebbe diventata migliore, poi si sono aperte le porte e la gente è uscita più arrogante e maleducata di prima, si vede che non avevano meditato abbastanza. Eppure ci sono persone che secondo me avrebbe fatto bene a riflettere un po’, quelli che programmano troppo la vita avrebbero fatto bene a meditare sulla precarietà delle cose e in particolare gli sportivi che programmano troppo la stagione dovrebbero meditare sulla precarietà delle Olimpiadi, tanto più ora che si inizia a ipotizzare di cancellare anche Tokyo 2021. E pensando a quelli che nel frattempo possono aver perso un’occasione un settore mi viene in mente, quello del ciclocross che ha concluso la stagione senza problemi, e un nome più di tutti, e non mi riferisco alle tre grande assenti al mondiale Vos Neff e PFP che erano infortunate ma a Gioele Bertolini. Gioele è potenzialmente il miglior ciclocrossista italiano e capace di grosse prestazioni anche a livello internazionale ma pur non essendo il miglior biker italiano ha rinunciato a quasi tutte le corse attraverso i campi per cercare di ottenere la qualificazioni alle Olimpiadi nella mtb. E mi chiedo se per questa cosa il cittì campestre Fausto Scotti sia arrabbiato o non se la rida sotto i baffi che gli saranno cresciuti nel frattempo per la chiusura delle barberie.

Attimi fuggiti, occasioni sfumate.