Il ritorno di Riccioli d’Oro

Mettiamo un attimo da parte le tristezze della versione provinciale delle Olimpiadi proposta dalla RAI perché lontano dagli occhi degli spettatori italiani c’è stata un’esplosione di allegria e vitalità. E’ successo che Eva Lechner, più volte argentata o bronzea ma dorata solo nelle staffette, ha avuto anche lei una giornata “no” nella mtb olimpica e con le tre degli uomini è poker, la compagnia di Celestino ha fatto en plein, e ora il buon Mirko sta già mandando il suo curriculum in giro perché vede a rischio il suo posto da cittì, ma se Eva si trovasse per sbaglio a leggere questo blog le ripeto quello che ho scritto pure in passato: ora che si è tolta il pensiero delle Olimpiadi passi alla marathon e l’oro arriverà. Ma non è questo che volevo dire, è che il risultato negativo dell’altoatesina ha comportato che dopo una veloce finestrella di Stefano Rizzato la RAI non ha più spiato la gara. E il buon Rizzato ha fatto in tempo a mitragliare la prospettiva di un risultato storico che si sarebbe poi concretizzato: un podio occupato interamente da una sola nazione, che alcuni amanti delle statistiche dicono sia un fatto mai accaduto in nessuna specialità del ciclismo nelle Olimpiadi “moderne”, ma possiamo dire con certezza quasi assoluta che ciò vale per tutte le Olimpiadi, perché non si sono mai trovate, su ceramiche o affreschi antichi, delle raffigurazioni di gare ciclistiche, tranne che su una borraccia in terracotta esposta sul balcone di casa De Luca ma la cui datazione resta molto dubbia, né gli storici hanno mai raccontato di simili gare nei giochi olimpici, sappiamo solo dell’avversione di Leonida per gli antichi ciclisti che lui usava buttare giù dalla Rupe Sormana. Tornando all’oggi, cioè l’oggi di ieri, le favorite erano le francesine, la relativamente vecchia Paolina, che le olimpiadi proprio non le vuole vincere ma in famiglia di ori olimpici ne hanno già due più varie maglie iridate e altra chincaglieria che non sanno più dove mettere, e la giovane Loana Lecomte che ha dominato la stagione e come spesso accade ha mancato l’appuntamento più importante. Addirittura nel finale le francesi sono state superate anche dall’ungherese Blanka Kata Vas, astro nascente di varie specialità, più che un semplice “cambio di vocale”. L’argento e il bronzo sono andati a Sina Frei e Linda Indergand che, soprattutto la prima, sono ancora giovani e possono riprovarci, sempre se in futuro esisterà ancora questa curiosa e pesante manifestazione, ma l’oro è andato a Jolanda Neff che non pensavo fosse più capace di un risultato del genere, perché mentre le giovani avanzavano lei continuava a infortunarsi, anche poche settimane fa. Finora Neff aveva vinto soltanto un mondiale “normale” e uno marathon, una Coppa del Mondo, 3 campionati europei e la prima edizione dei Giochi Europei, oltre a gare internazionali anche nel ciclocross e su strada riuscendo anche a essere campionessa svizzera in tutte e tre le specialità contemporaneamente. Ma non avevo pensato allo strano rapporto che c’è tra me e lei a sua insaputa: quando non posso vedere la gara lei vince, nei rari casi in cui la RAI trasmette un campionato internazionale di mtb vince un’altra, e oggi la RAI ha preferito tutt’altro, tra cui la canoa slalom, commentata da un sempre più eclettico Bragagna, che per contro è quello meno in linea con lo sciovinismo televisivo, e disputata in una specie di grande piscina, perché non credo che in Giappone ci siano i fiumi con i marciapiedi, ma allora dov’è finita tutta la natura che si vede nei film dello Studio Ghibli? Tornando a Jolanda, la Neff è una fracassona, a volte è un pericolo per sé e per le altre, e anche ieri ha rischiato di cadere nello stesso punto dove era cascato Van Der Poel, e ha dato la colpa dell’accaduto a una manovra “stupida” della Ferrand-Prévot che a sua volta ha criticato la svizzerotta per un sorpasso velocissimo che l’avrebbe fatta cadere, ma viste le immagini quest’ultima non si direbbe una scorrettezza, semmai un’azzardo e la francese sembra cadere per paura o per lo spostamento d’aria. Comunque sembra che tutti i suiveurs neutrali siano contenti di questa vittoria, e in questo non pesano solo quei gravi infortuni, tra cui una caduta in discesa, lei fidanzata con uno che fa downhill, che le ha fatto perdere la funzionalità della milza, ma anche i suoi extra, soprattutto i video in cui trasmette la sua passione per la mtb o la serie autobiografica intitolata “Jolandaland”, per non parlare dello spot, fracassone anch’esso e realizzato per la sua bici, in cui interpretò Riccioli d’Oro mostrando doti di recitazione superiori anche a quelle di Thomas Voeckler.

Il sorpasso di Jolanda e la caduta di Paolina.

Abnegati

Ieri mattina ho acceso la tv ricordando che la RAI ha sempre trasmesso le prove olimpiche di mtb, da Paola Pezzo scollata nel 1996 fino alla vittoria mancante nella carriera dorata di Nino Schurter passando per il finale fantozziano di Marco Aurelio Fontana. Ma non ero troppo speranzoso perché qualcosa è cambiato nell’offerta RAI, per non dire elemosina RAI. In passato mi pare di ricordare che si sfruttavano più canali mentre stavolta RAI Sport replica tutto il replicabile dal Tour ultimo scorso alla finale degli europei con pallone del 1996 senza perdersi l’occasione per la 101esima replica della puntata di Memory su Geminiani. Le Olimpiadi sono trasmesse da Rai2 che non rinuncia alle trasmissioni base, tipo TG, e ancora più che in passato si limitano alle gare con italiani. Purtroppo l’Italia nella mtb ha schierato ben 3 atleti ma, per una coincidenza che sarà tale fino a un certo punto, erano tutti in giornata “no” e se c’era qualche cronista in agguato pronto a collegarsi se si sentiva odore di medaglia questo non è successo, e per colpa dei tre italiani non ho potuto vedere la fenomenale vittoria del fenomeno Tommasino Pidcock e la fenomenale caduta, come se fosse un Sagan qualunque, dell’ammaccato fenomeno originario Mathieu Van Der Poel, e forse anche una delle ultime apparizioni di Schurter che non ha preso neanche una medaglia. Il risultato molto deludente ha quasi fatto arrabbiare il buon Mirko Celestino che, dopo Fausto Scotti e probabilmente Davide Cassani, potrebbe sentirsi anche lui a rischio dimissioni. Tornando alla televisione, la RAI nelle dirette saltella da un italiano all’altro, ce ne sono in tutti gli sport, al punto che domenica mi chiedevo se non avessero ripristinato Giochi senza frontiere, ma quelle canoe in uno specchio d’acqua credo artificiale mi pare che in passato scendevano per corsi d’acqua naturale, e comunque altro che senza frontiere, per la RAI le frontiere ci sono eccome, e gli stranieri sono soltanto degli intralci alla gloria degli italiani. A conferma di ciò, tra una diretta e l’altra, c’è il TG olimpico dove una tipa poco brillante parla di bella giornata e di notizie magnifiche e altri esclamativi e superlativi per le vittorie italiane mentre per le sconfitte abusa dei “purtroppo”, solo una volta le è scappato di accennare alla vittoria di una tredicenne, casi in cui ti chiedi dov’è la differenza tra fenomeni tout court e fenomeni da baraccone, ma ha subito precisato che “purtroppo” non è italiana (buon per lei). C’è anche spazio per quello che non si è potuto vedere in diretta ma sempre con gli italiani dentro. E insomma io non ho né il tempo né l’interesse per seguire tutto e non posso dire con certezza ma l’impressione è che il pastone offerto dalla RAI sia in linea con la programmazione televisiva generalista e anche con il rincoglionimento sciovinista a fini politici, perché nelle ore in cui in Giappone dormono non ci sono differite per chi lavora di mattina o recuperi ma chiacchiere, interviste (cioè chiacchiere) e talk-show, tra cui quello in prima serata condotto da AdS che fa cadere gli indici di ascolto, ma la gossippara di RaiSport, al centro di una tavolata alla Fabiofazio con vecchie glorie dello sport italiano, avrà certamente tante storie da raccontare, se possibile anche pettegolezzi, ma tutte straordinarie perché – pensate – questi ragazzi medagliati hanno dei nonni, ecco perché vincono. Forse di storie interessanti ce ne sarebbero anche tra gli atleti stranieri, come il caso di Anna Kiesenhofer, ma non interessano e chissà che il Direttore Bulbarelli, che dicono leghista, non abbia avuto una accelerazione sovranista. Ma credo che una tivvù generalista debba cercare il pubblico generico, di cui ha una certa idea forse non completamento sbagliata, cioè di gente che si identifica con chi ha in comune solo la cittadinanza, perché in Italia c’è tanta gente che degli altri vuole prendersi quello che capita, i meriti o i soldi, non si butta niente, e sentirsi orgogliosi di essere italiani, popolo furbo che vuole i fondi europei per non pagare le cartelle che giacciono in esattoria da prima del covid, ma anche apprezzato nel mondo per lo stile e la cucina, idealmente uniti nell’orribile divisa da pizzaiolo che hanno appioppato agli atleti. E stamattina mi auguro che nella mtb femminile Eva Lechner vada forte, sia perché è una tipa simpatica e poco italiana, sia perché mi consentirebbe di vedere la gara con dentro quella forza della natura che è Jolanda Neff.

Matematica e Fisica

I conti non tornano, l’UCI ha voluto per le donne il professionismo, stipendi decenti, pari numero di gare nei campionati internazionali, dirette tv per le gare World Tour, ma alle Olimpiadi le cicliste ammesse alla prova su strada sono la metà degli uomini, neanche una 70ina, un numero ridicolo. Forse in questo caso la colpa è del CIO ma l’UCI ha ancora molto da lavorare, per esempio pochi giorni fa in una maratona in mtb con partenza di massa totale, uomini e donne agonisti e amatori tutti insieme, la veterana Stropparo è stata penalizzata per aver sfruttato la scia non di una jeep o di una moto ma di ciclisti uomini, e questo secondo le regole dell’UCI. E il numero ridotto di partecipanti ha influito sull’esito sorprendente della prova olimpica perché il massimo di partenti per le nazioni più forti era di 4 per le donne e 5 per gli uomini, e l’ex Olanda quelle 4 le aveva giuste giuste: Van Der Breggen Van Vleuten e Vos, cioè le tre più forti degli ultimi anni, e la molto emergente ormai emersa Demi Vollering, per cui ci si poteva chiedere chi sarebbe stata la prima a partire per anticipare più le compagne che le avversarie e vincere in solitaria, come nelle ultime edizioni dei mondiali, ma anche, per contro, se ci fosse stato bisogno, chi si sarebbe sacrificata a tirare in favore delle altre. E sarebbe bastata una sola atleta in più, che per quanto titolata fosse appena appena meno forte, Brand o Blaak, che all’occorrenza si fosse presa l’onere di tenere l’andatura decente che oggi il gruppo non ha mantenuto per ore. La fuga è partita subito ma non tutte quelle davanti erano avventuriere perché c’erano due professioniste come Anna Plichta e Omer Shapira da non sottovalutare, ma ovviamente tutto il gruppo guardava le arancioni come ieri i colleghi guardavano i fenomeni, ma quelle niente, neanche un aiuto extra da compagne di club come Moolman che aveva una connazionale davanti, e la fuga ha dilagato. Il punto è che, tra una mezza tirata un mezzo attacco e alla fine una tardiva reazione soprattutto della squadra favorita, le attaccanti sono state prese tutte, tranne una, relativamente sconosciuta ma con una storia particolare: l’austriaca Anna Kiesenhofer. La ragazza in questione ha già 30 anni ed è una specie di incrocio tra Vittoria Bussi e Annemiek Van Vleuten. Della seconda ha la capacità di allenarsi da sola, pure troppo avendo avuto in passato un problema di overtraining, della prima il fatto di essersi “distratta” per studiare matematica, anche qui esagerando perché dopo la crisi per sovrallenamento ha preso anche un master e un dottorato, ma è forte a crono e ha vinto anche una corsa sul Mont Ventoux per cui è brava a correre in apnea, e infine, sempre come la Vittoria, non è molto brava a correre in gruppo. E forse per questo non ci ha pensato due volte ed è andata in fuga, e ha resistito cogliendo una vittoria che comunque dovrà essere ricordata anche come grande prestazione atletica, che potrebbe farle trovare di nuovo un posto in un team di prima fascia (alla Lotto Soudal la tennero solo un anno). Dietro Annemiek Van Vleuten, all’ennesimo tentativo, è riuscita a prendere il largo, ma per uno strano fenomeno fisico quando parte la Van Vleuten segue Elisa Longo Borghini, deve essere un fatto di magnetismo. Van Vleuten ha festeggiato come se avesse vinto, ma pare che in questa corsa senza radioline anche le informazioni scarseggiavano, però c’è da dire che Annemiek sembra cambiata da quando ha lasciato la sua saggia capitana Vos per mettersi in proprio e oggi non è più quella che scatenava i balletti sul palco ma una tipa che si allena pure troppo, pubblica tutti i suoi dati sui social, è arrivata a mettere i rulli in sauna per simulare il caldo umido del Giappone, eppure oggi non c’era uno straccio di app o di social che l’avvisasse che davanti c’era ancora la Kiesenhofer. Di fronte alle sue prestazioni mostruose spesso la chiamavano l’aliena ma a volte sembra alienata, e forse Marta Bastianelli non aveva tutti i torti quando fece un commento cattivo su di lei dopo il mondiale del 2019. Intanto questi Paesi Bassi che contano ancora sulle vecchiette dovrebbero cercare, semmai proprio tra queste, un nuovo commissario tecnico perché le tattiche di Loes Gunnewijk sono sempre incomprensibili a volerne dire bene. Ma forse anche in Italia si dovrebbe fare qualche cambio, anche se è arrivato l’ennesimo bronzo di Longo Borghini (2 olimpici, 2 mondiali, uno europeo più un argento sempre europeo), la quale all’arrivo ha fatto un gesto a dire che ha ottenuto questa medaglia col cuore, sarà, secondo me è che stavolta ha corso con giudizio e anche cinismo, ma sia la valutazione del percorso che le scelte fatte lasciano perplessi. Il percorso era duro e non si addiceva a Marta Bastianelli e in più Soraya Paladin non era in giornata, come le capita spesso quando corre in nazionale, l’esatto opposto di Tatiana Guderzo che invece si trasforma e stava anche andando fortissimo ma le è stata negata la soddisfazione della quinta olimpiade, che invece si è presa la tedesca Trixie Worrack. Ma in fondo le due cicliste con qualche tirata hanno contribuito a non far dilagare ulteriormente lo svantaggio e quindi al bronzo di ELB, e infatti dopo la gara erano contente, e significativo è anche il fatto che la meno soddisfatta di sé stessa era Marta Cavalli nonostante un ottavo posto in cotanto contesto, ma lei è una “tosta”. Salvoldi ha dalla sua le tante medaglie vinte, ma a volte con cicliste diverse da quelle per le quali si era corso (Ratto 2013 e Guderzo 2018), e poi comunque il fatto che lui faccia il lavoro che tra gli uomini fanno almeno 4 colleghi è un altro indice di quanto poco sia curato nella sostanza il settore femminile, e come diceva Totò (non Commesso), e come potrebbe confermare la Dottoressa in Matematica Anna Kiesenhofer, è la somma che fa il totale.

E poi dicono il Paese dello stile e della bellezza: Elisa Longo Borghini, dopo aver corso con una divisa opportunamente bianca, è stata costretta ad andare sul palco con questa tenuta da pizzaiola.

Le Olimpiadi e la Decadenza della Civiltà Occidentale

Alla prima mattinata di Olimpiadi già mi sono rotto. Ieri mi sono evitato la diretta della cerimonia di apertura, come facevo del resto anche negli ultimi decenni, una cosa troppo lunga e retorica, in cui Franco Bragagna immagino che abbia fatto sfoggio di cultura a 380° e se ne avesse avuto la possibilità avrebbe tolto la parola anche al Presidente del CIO e avrebbe interrotto l’atleta che avrà pronunciato il giuramento, e non avendolo visto mi chiedo se quest’ultimo si sarà per l’occasione tolto la mascherina: “Ghrhpnbm pfbnhm…”, che avrà detto, avrà mica giurato il falso? L’unica curiosità di queste cerimonie è l’occasione di ricordarsi di quei piccoli staterelli che altrimenti ignoreremmo, per i quali ogni olimpiade potrebbe essere l’ultima perché, Greta o non Greta, potrebbero a breve essere sommersi dagli oceani. In quei pochi secondi mostrati dai tg ho visto che gli italiani per parvenza di parità hanno voluto nominare due portabandiera ma causa spending review la bandiera era una sola e Viviani e Rossi l’hanno sventolata a 4 mani con qualche difficoltà del caso e speriamo che la Cecchini non si sia ingelosita. Hanno sfilato tanti atleti pronti a diventare eroi, così diranno nel caso, a cantare l’inno, sempre se lo ricordano, con la mano sul petto all’altezza di organi interni a casaccio, e poi a mordere la medaglia, che io non so come è nata questa consuetudine, forse in passato si addentava il metallico gadget come a provare che fosse davvero di oro, ma da tempo si tratta di patacche appena bagnate nel metallo ché i soldi non ci sono per farle vere, però in fondo se un atleta è abituato ad alimentarsi con le barrette di Cassani al gusto di crete senesi capirete che anche una medaglietta in similbronzo diventa appetibile. E veniamo alla gara, e già, speravo la gara al singolare ma le trasmissioni olimpiche non sono l’ideale per chi è interessato a un solo sport, in particolare quelle della RAI che prima ci seduce con dirette di ciclismo di oltre 100 km anche quando non è il caso e poi ci abbandona. Intanto ci sarebbe da chiedersi perché hanno ancora due canali tematici e trasmettono su una rete generalista, volendo si potrebbe diversificare e invece Rai Sport propone repliche di altro e vecchi notiziari in cui potrete apprendere il risultato dell’incontro tra Hellas Verona e Lanerossi Vicenza. E il pastone che ha preparato la RAI e le sue menti che purtroppo non sono cervelli fuggiti da qualche parte è adatto agli sciovinisti, a quelli che durante la Grande Chiusura cantavano l’inno sul balcone senza che nessuno gliel’avesse chiesto, insomma nelle scelte di sub-palinsesto non conta l’importanza o la spettacolarità della disciplina ma che ci sia un italiano in gara, anche se è uno che non si conosce in uno sport che non si capisce. E gli sport con cui ha gareggiato la diretta della prova su strada maschile sono stati il tennis, purtroppo quello maschile, la scherma e il taekwondo. Dell’ultimo il cronista ci ha fatto sapere, come a giustificarsi, che è uno degli sport più praticati nel mondo, e se lo dicono in tv sarà vero ma io non conosco nessuno che lo pratichi, e purtroppo l’italiano ha vinto nonostante l’avversario argentino avesse un tipico nome da villain, e ritornerà nei prossimi giorni a interrompere sport più decenti, ma un giorno storici e sociologi scriveranno pagine e pagine sul ruolo svolto dalla RAI nella Decadenza della Cultura Occidentale. La scherma era l’unico sport per il quale decenni e ventenni fa dalle mie parti si faceva reclutamento nelle scuole dell’obbligo grazie alla volontà di vecchi insegnanti di educazione fisica fascistoni, e dato il costo dell’attrezzatura i volontari erano di famiglia agiata. La scherma è uno sport che per tempi morti se la gioca col baseball, mentre nel ciclismo anche quando sembra che non stia succedendo niente e il gruppo rallenta sta invece accadendo qualcosa di importante perché quelli davanti aumentano il vantaggio fino a 20 minuti, vogliamo andarli a prendere cortesemente? Intanto quelli davanti sono i soliti rappresentanti di paesi con meno tradizione ciclistica, tra i quali c’è il fratello di Peter Sagan, il sudafricano Dlamini che ha avuto il suo momento di gloria quando al Tour ha voluto portare a termine la tappa più dura anche se molto fuori tempo massimo ma il ragazzo non è un avventuriero dilettante perché da under 23 ha corso in Italia e andava forte, e poi il più titolato della compagnia è il romeno Grosu che essendo però un velocista è stato il primo a staccarsi in salita. Dietro per ridurre il gap ci si è messo il campione olimpico usato garantito Greg Van Avermaet, che forse se non avesse quel titolo non sarebbe stato neanche convocato, eppure tirava così forte che hanno dovuto invitarlo a moderarsi per riprendere più avanti. Potrebbe essere l’ultima stagione per Greg che si è detto deluso dalla sua annata ma si è mostrato generoso fino all’ultimo, lui che fu maglia gialla in fuga al Tour pur senza padri e nonni famosi, e il bello è che lavorava per un capitano altrettanto orgoglioso e generoso che non si tira mai indietro, Wout Van Aert, mentre per l’altro favorito Pogacar ha lavorato Tracagnotnik. Gerainthomas, convocato dalla Gran Bretagna con grande senso dell’umorismo, inglese of course, invece si è distinto nella sua specialità, la caduta, e a questo punto dovrebbe intervenire qualcuno per convincerlo a smettere, perché è un pericolo per sé e per gli altri. Nelle fasi finali la corsa passa per il circuito motoristico e come succede sempre in questi casi, come pure ai Mondiali di Imola, i cronisti vengono presi da venerazione ed eccitazione feticistica per il Sacro Circuito, di cui possono ricordare la variante dove si schiantò Tizio o la chicane dove la ruota di Caio volò fin sulle tribune, ooooooh con punti esclamativi. Così, tra un’interruzione di vario tipo e un tg sportivo che interviene a interrompere le dirette con interviste registrate giusto per pubblicizzare altre gare future che a loro volta saranno interrotte, vediamo nel caldo-umido giapponese andare forte uomini da classiche del nord e una grande morìa di spagnoli, compreso Valverde da cui forse ci si aspettava di più ma bisogna ricordare che i coetanei dell’Embatido stanno davanti alla tv con una flebo di caffè e granita. La presenza di due strafavoriti induce al tatticismo e se attacca qualcuno tutti gli altri guardano Van Aert e Pogacar come a dire: siete voi i fenomeni, tocca a voi, anche in mancanza degli altri fenomeni perché Alaphilippe, che è quasi un abusivo in quella categoria, non era interessato ai 5 cerchietti e Van Der Poel e Pidcock gareggeranno nella mtb. Così, tra scatti e controscatti, quello buono arriva da due americani, che quando nel 2019 hanno vinto entrambi in Italia potevano far storcere il naso a molti. Il giovane e sconosciuto statunitense Mc Nulty vinse il Giro di Sicilia battendo tutti gli italiani disponibili e l’ecuadoriano Carapaz vinse il Giro e tutti a dire che doveva ringraziare Roglic e Nibali distratti a organizzare una visita alla Casa-Museo Nibali, e invece oggi è partito con in saccoccia anche un secondo posto alla Vuelta un terzo al Tour e un Giro di Svizzera più una tappa octroyée in favore di Kwiatkowski al Tour 2020. Gli italiani, già, c’erano anche loro, non erano i favoriti e hanno fatto il possibile per rispettare il pronostico, Caruso Ciccone e Nibali prima hanno fatto i loro tentativi, precoci, e poi hanno lavorato per i capitani, ché, per quanto può sembrare strano, c’erano due ritenuti degni di questo ruolo: Moscon che quando toccava a lui si è squagliato e Bettiol che rimaneva attaccato ai primi ma non prendeva iniziative finché non ha avuto i crampi ed è finito 14esimo, ma almeno nessuno si è ritirato. Il risultato potrebbe accelerare la pratica per le dimissioni di Cassani che ha costruito una nazionale a misura di sé stesso ciclista che nelle gare importanti agli ultimi km rimaneva senza forze (vedi Liegi 1992 e Amstel 1995). L’incredibile Supercittì, anche se il movimento italiano è quello che è, farebbe bene a rinunciare ai suoi superpoteri per fare altre cose ma non l’organizzazione del Giro d’Italia che rischierebbe di diventare un Giro di Emilia-Romagna e Province Limitrofe. Poi direi che l’avvicinamento alla gara non è stato dei migliori, non sono un esperto ma i primi 8 dell’ordine d’arrivo sono reduci dal Tour, e le convocazioni le decidono i team per cui non è colpa dei ciclisti né del cittì che l’unico al Tour fosse Nibali, ma in alternativa si è organizzata la Settimana Italiana però in date troppo vicine alle olimpiadi per cui era una corsa in 5 misere tappe per le strade superstrade e sopraelevate della Sardegna ma per partire in tempo per Tokyo gli stradisti ne hanno corse solo 3. E alla fine per vincere la prova olimpica non era necessario essere iscritti all’albo dei Fenomeni perché Van Aert e Pogacar si sono limitati a contendersi al fotofinish argento e bronzo, ma a vincere è stato Richard Carapaz, il campesino che voleva fare il muratore, rappresentante dell’Ecuador, un paese che non si è potuto permettere di mandare giornalisti a Tokyo perché costava troppo, e, in una giornata di sport fighetti in cui c’era pure il dressage in cui i cavalli sembrano se possibile più altezzosi degli stessi cavalieri, questa è una bella notizia.

Mentre i suoi principali avversari avevano una squadra Carapaz ha corso praticamente da solo.

L’incredibile prevedibile

Incredibile non è l’auto che sponsorizza Cassani in uno degli spot più insopportabili ma l’ultima tappa del Tour, prevedibilissima finché sarà disegnata così. Si inizia col tratto di trasferimento più lungo ma che qui fa parte del percorso ufficiale e in cui ci sono i brindisi e le foto di rito per singoli, per squadre, per nazioni, poi si arriva a Parigi e prima di entrare nel circuito finale si passa attraverso il Louvre dove la sorpresa è che Gerainthomas riesce a non andare a sbattere contro la piramide. Poi c’è la fughetta interlocutoria ma che sia di pochi temerari, infatti ieri ne stava partendo una troppo corposa ed è stata subito ripresa, poi ricongiungimento, volatona insolita e su un arrivo in pavé e in leggera salita ci sta che vince Van Aert battendo Cavendish, il quale ha avuto la cattiva idea di non seguire il suo apripista Morkov ma la ruota di Wout. Van Aert così in un’unica edizione del Tour ha vinto in tutti i modi, salita crono e volata, e l’intervistatore gli ha chiesto come ha fatto, ma a questo punto bisognerebbe chiedersi semmai come ha fatto in primavera a perdere una volata e mezza contro quell’altro fenomeno di Pidcock. Altro fenomeno ancora è Pogacar, il primo che a meno di 23 anni ha vinto due Tour. I due gareggeranno tra meno di una settimana alle Olimpiadi, e Pogacar è chiaro che aveva come obiettivo principale il Tour ma di Van Aert non si sapeva se avrebbe concluso la corsa e forse ha deciso solo strada facendo, e tra pochi giorni vedremo se ha avuto ragione lui o tutti quelli che si sono defilati. Ma già da ora si può prevedere che quelli avranno difficoltà con le Olimpiadi saranno gli spettatori italiani che vorranno seguire tutto o quasi, dall’atletica al nuoto dal dressage al badminton, non solo perché le gare si disputeranno in orari dell’altro mondo ma perché dovranno saltare da una rete all’altra per la rigidità del palinsesto RAI.

Cose che succedono lassù

Non so se è una coincidenza che i privati che si sono buttati sul turismo spaziale hanno molto a che fare con la musica: Richard Branson fondò la Virgin Records, Elon Musk ha sposato Grimes che prima del matrimonio era una delle musiciste più interessanti in circolazione e Jeff Bezos non saprei, ah sì, tramite Amazon sono stati venduti molti dischi che sicuramente saranno arrivati all’acquirente molto più velocemente di quelli ordinati ai sempre più rari negozi che hanno a che fare con grossisti e distributori inaffidabili. Molti km più in basso delle orbite dei razzi privati ci sono i 2408 metri del Port d’Envalira nello Stato Libero (più che altro dalle tasse) di Andorra dove il Tour ha collocato la cima più alta, il Souvenir Henry Desgrange corrispettivo francese della Cima Coppi, in questa edizione meno dura delle altre. Dicono che negli anni olimpici disegnano una corsa con meno salite per non far scappare (non nel senso di andare in fuga) i ciclisti, e in effetti nel 2012 prima di Londra fu così e vinse il passista Wiggins che sulle poche salite fu contemporaneamente graziato e sbeffeggiato dal gregario Froome. Ma quest’anno è andata male perché molti sono andati a casa per le cadute, altri perché arrivati fuori tempo massimo e altri ancora per prepararsi meglio per le Olimpiadi, soprattutto oggi che c’è il secondo giorno di riposo. Potrebbe lasciare il peloton anche il 41enne Alejandro Valverde, ciclista poco glamour che non usa né lo shampoo magico né la brillantina Linetti più consona alla sua età, e non ha neanche tanta voglia di farsi la barba e così non può schierarsi tra le tribù di ex calciatori rasati o barbuti di cui non riusciamo proprio a liberarci, e però Valverde è ancora capace di fare barba e capelli a tanti più giovani, e solo uno di questi, l’americano incostante Sepp Kuss, è riuscito a precederlo sul traguardo pirenaico. La tappa è stata abbastanza combattuta, sia per la vittoria che per una maglia a pois raramente così contesa, ma è stata un pochino meno combattuta per la classifica perché tutti compreso Pogacar hanno fatto almeno uno scattino ma senza benefici. Gli unici che hanno perso posizioni sono stati il filosofo Guillaume Martin e Mattia Cattaneo ed è curioso che il primo, che corre senza pensare, e il secondo, che corre guardando il contatore, hanno fatto corsa parallela. Le loro colleghe, intanto, possono concentrarsi su Tokyo senza lasciare il Giro d’Italia perché ieri è terminato, Coryn Rivera ha capito che per vincere doveva andare in fuga e fare una volata di gruppetto e anche per lei è stata la prima vittoria al Giro, mentre è stata l’ultima per Anna Van der Breggen che a fine stagione si ritirerà e non è tentata dal volere provare il Tour. E già, e allora diciamo che è stato pure l’ultimo Giro Donne senza la concorrenza del Tour de France, che l’anno prossimo tornerà e chissà se le campionesse correranno entrambi o si inizieranno le discussioni sull’importanza dell’uno e dell’altro e le doppiette e insomma le stesse che già annoiano per il ciclismo maschile.

Si parla tanto delle squadra maschili che aprono una sezione femminile, ma al Giro la SD Worx solo femminile si è presa tutto.

Perline di Sport – Riflettiamo, ma poi ce ne dimenticheremo

Il caldo non lo sopporto più e da qualche anno penso che l’estate è una stagione che va bene per i giovani o per chi non deve lavorare, e mi verrebbe da dire sbrighiamoci col Tour le Olimpiadi il Mondiale e il Lombardia e passiamo quanto prima al ciclocross. Poi è successo che l’occasione per cercare delle immagini di questo sport dei mesi freddi è capitata della peggiore specie, la morte della belga Jolien Verschueren a soli 31 anni, e allora uno dovrebbe riflettere su quelle cose che semmai già si dice spesso senza però riuscire a tradurle in atti concreti, cioè che abbiamo solo il presente. E infatti basta che passi pochissimo tempo e già torniamo ad aspettare con impazienza che arrivi il weekend qualche festività o chissà quale altro periodo futuro e passi il tempo così.

Jolien Verschueren ha vinto per due anni consecutivi il classico Koppenbergcross che si conclude su uno dei muri più ostici del Giro delle Fiandre, e in particolare nel 2016 dopo un bel duello con la campionessa del mondo Thalita De Jong.

Koppenbergcross 2015

Koppenbergcross 2016

Quante storie!

Oggi era quel giorno, anzi quei due giorni, quello atteso e quello temuto. Si attendeva la 34esima vittoria al Tour di Cavendish ed è arrivata, certo si potrebbe dire che è stato facilitato da una concorrenza scarsina ma si sa che chi ha torto è sempre assente (si dice così?), e dopo l’arrivo Cav abbracciando il compagno Cattaneo ha detto “Abbiamo fatto la storia”: eh, quante storie! E dire che neanche doveva essere al Tour ma il suo compagno Sam Bennett, che fino a poche settimane fa era il meglio velocista del mondo, ha avuto quello che Beppe Conti ha definito “un problema politico al ginocchio” e l’anno prossimo dovrebbe tornare alla Bora che aveva lasciato in cerca di maggiore spazio. Cavendish di Merckx non vuole sentire parlare, nel senso che non si ritiene al suo livello, ma durante l’intervista, più ancora che nelle precedenti, per descrivere la volata ha fatto ampi gesti e marcate espressioni con la faccia, forse dopo Merckx vuole eguagliare pure Voeckler. Ma oggi era anche il giorno temuto, si arrivava a Carcassonne ed era il tradizionale giorno del massacro dei Catari, e poiché questo è il primo Tour seguito dallo scrittore parlante la lezione di Storia è toccata a lui. Ma guardate che c’è stata una caduta, un’altra caduta, dei ritiri, una foratura, attacchi e contrattacchi, ventagli, no, prima i Catari poi la corsa. Andrea De Luca dà la sua interpretazione delle guerre di religione dicendo che in realtà nascondono interessi economici, bene, lui ci è arrivato, ora non sarebbe male se lo capissero pure quelli che guardano i telegiornali facendo il tifo o quelli che, non avendo di meglio da fare, vanno in piazza a bruciare le bandiere in rituali patetici. De Luca ormai è complice dello scrittore parlante, in passato sembrava più sensibile al vino e alle belle donne, soprattutto durante le edonistiche sintesi del Tour Down Under, ora invece sembra che gli interessi solo l’architettura, e a 4 km dall’arrivo ha invitato Genovesi, che voleva vedere la corsa, a dire almeno due parole sulla Cittadella di Carcassonne.

C’è stata volatona anche al Giro Donne e ha vinto nettamente Lorena Wiebes, ma per lei non si prospetta un prosieguo di carriera monotono a base di soli sprint, perché altrove ha dimostrato che volendo può infilarsi anche nelle fughe, mentre si ferma a 30 vittorie, almeno per quest’anno, il record di Marianne Vos che, per preparare meglio le Olimpiadi, dovrebbe abbandonare il Giro evitando di affrontare nella tappa di domani il Monte Matajur, che pure tanti soldati nella Prima Guerra Mondiale, se avessero potuto, avrebbero evitato volentieri.

Vedi Carcassonne e poi muori.

E tutti piansero

Eravamo rimasti a quel dito di Dylan Teuns verso l’alto che in RAI continuano a dire fosse una dedica a Jolien Verschueren, ma pensavo che per avere un omaggio sicuro ed esplicito bastava che al Giro vincesse una ciclocrossista. Detto fatto, tappa vallonata e vanno in fuga in 4 tra cui Marianne Vos e Lucinda Brand, e la seconda, o dopo aver vinto il mondiale ha acquisito troppa fiducia in sé o invece si sentiva già battuta, ha lanciato la volata lunga e Marianne ha vinto la sua 29esima tappa al Giro Donne dedicandola alla collega morta in questi giorni, e la commozione nel caso era sincera perché le due avevano un rapporto particolare appartenendo alla stessa fede religiosa. Ma Teuns ieri ci ha riprovato, non credo per fare una seconda dedica tante volte la prima non si fosse capita, però arrivare in fondo per due giorni consecutivi non è da tutti, di sicuro non da lui. Sta venendo un po’ così questo Tour, con tappe condizionate dalla tattica fino a quando Pogacar non si stufa e attacca i rivali diretti, mentre altri meno pericolosi entrano nella fuga di giornata e recuperano in classifica o addirittura vincono, e ieri è toccato a Ben O’Connor. Ma era la seconda tappa consecutiva con salite e brutto tempo, per cui i ciclisti stanchissimi hanno rischiato di uscire fuori tempo massimo, e qualcuno ci è riuscito come i velocisti di casa Démare e Cocquard che nessun escamotage sciovinista potrà riammettere in corsa, mentre Cavendish ce l’ha fatta per poco e alla fine abbracci con i gregari e un altro pianto, insomma Mark se arriva primo piange se arriva ultimo piange e non se ne può più. Poi ci sono stati anche i ritiri eccellenti, e anche su questo i commenti in RAI sembrano dettati da simpatie e antipatie, cioè Ewan non poteva ritirarsi dal Giro per prepararsi agli altri obiettivi stagionali mentre Van Der Poel può ritirarsi tranquillamente per preparare le Olimpiadi, e ancora Roglic avrebbe dovuto continuare anche se tutto acciaccato e dolorante, e ditemi quale altra logica può esserci in questi pareri sfacciatamente contrastanti. Per non parlare dell’Arkea che sembra la squadra dei reietti con Quintana e Bouhanni, il secondo perché è un velocista litigioso e anche pericoloso e il primo forse semplicemente perché è un campesino poco glamour.