Ciclismo e politica

Il mondiale di ciclismo femminile ha sfiorato il milione di telespettatori ed erano di sicuro tutti interessati alla gara dal momento che questo sport non concede niente al voyeurismo, come potrebbe essere invece con l’esposizione di glutei nella pallavolo o nel salto in lungo oppure con la seconda pallina infilata sotto il gonnellino nel tennis. Quindi del mondiale maschile che fa molti più ascolti bisognava approfittare per usi promozionali e politici, e diciamo che per la promozione turistica bisogna ringraziare la regia internazionale per le riprese davvero spettacolari, riprese (nel senso del participio passato) anche da Het Nieuwsblad. Dopo che Vicenza per disinteresse politico ha perso i mondiali, questi sono stati poi riassegnati all’Italia per la faccenda del COVID, e la politica in senso lato si è fatta viva durante la diretta RAI. Durante la quotidiana auto-celebrazione Pancani è arrivato a dire che senza l’intervento dell’Italia i mondiali non si sarebbero disputati, ma non  è vero perché c’era già pronta la Francia, e poi è disceso tra i suoi sottoposti il Direttore Bulbarelli che, dopo aver riconosciuto le difficoltà di un Giro in autunno e aver minacciato la presenza di due nuovi commentatori di cui non ha fatto i nomi limitandosi a dire che il Giro l’hanno vinto (ohibò, Gotti? Basso?), ha riportato la polemica tra il Presidente del CIO e il Governo italiano. In sostanza il CIO prevede che i comitati olimpici nazionali siano totalmente indipendenti dalla politica, ma secondo Bach la legge di riforma italiana non sarebbe conforme alla Carta Olimpica, mentre il Ministro nega tutto, anche che sia previsto un meeting sulla questione. E’ vero che i politici italiani spiccano per incompetenza e incapacità che non possono compensare con la mania di protagonismo, però è anche difficile credere che i comitati olimpici siano indipendenti dalla politica in paesi come la Russia, il Kazakhistan, il Bahrain eccetera, ma anche nei democratici paesi europei. Poi l’esito del campionato mondiale almeno ha tolto ai politici italiani un’occasione per vantarsi di meriti non loro; infatti ha vinto Julian Alaphilippe che tra l’altro avendo come cittì della nazionale Thomas Voeckler sta migliorando molto anche sul piano delle smorfie. Tra gli sconfitti possono avere rimpianti Pogacar e Van Aert. Pogacar forse si è sentito colpevole o in debito verso Roglic per avergli strappato il Tour, e oggi forse ha corso per lui attaccando al penultimo giro, e avrebbe avuto bisogno di uno specchietto retrovisore per le tante volte che si è girato, forse voleva stancare gli avversari, ma se l’avesse fatto all’ultimo giro poteva giocarsi la vittoria. Van Aert non ha creduto in un tentativo con Nibali Uran e Landa, forse l’idea di un attacco con Landa gli faceva venire da ridere, e quando invece è partito Alaphilippe non gli è riuscito di andargli dietro, e l’inseguimento di Van Aert + 4 ha favorito l’attaccante, perché i 4 erano frenati dal fatto che Van Aert è molto più veloce ma lui a sua volta era frenato dal fatto che i 4 non collaboravano. Il punto è che nella banda dei 4 c’era Roglic, che nella circostanza correva per un’altra nazione ma in genere è compagno di squadra di Van Aert che molto ha lavorato per la causa di un Tour che il capitano sloveno non ha saputo vincere e quindi avrebbe potuto sentirsi un po’ in debito, anche giustamente, a differenza di Pogacar che in Francia ha solo fatto la sua corsa. Comunque i 4 avevano ragione su Van Aert che per il secondo posto ha lanciato la volata in testa e si è tolto tutti dalla ruota. Infine il mondiale della squadra di Cassani è stato più anonimo di quello che si temeva, si può discutere su qualche gregario, dell’esclusione di Mosca ad esempio, ma non avrebbe cambiato la sostanza, perché ogni tanto si intravede un nome nuovo, un futuro campione, ma poi alla fine ci si affida sempre a Nibali che a 36 anni avrà risentito più di altri dei mesi passati solo a fare i rulli.

Anche il Premier ha ringraziato i ciclisti italiani.

Corse contro il tempo

Quando per la normativa anti-covid la Svizzera ha rinunciato a ospitare i mondiali di ciclismo, l’UCI ha dovuto fare una corsa contro il tempo per trovare un paese che si pigliasse la rogna ed è stata ben contenta quando l’Italia tra le varie località ha proposto anche Imola con un circuito chiuso come l’autodromo. Così l’UCI gongolava da un lato per aver risolto il problema e l’Italia, organizzatori e Federazione, gongolavano dall’altro vantandosi di aver vinto questa gara tra kamikaze. E adesso ogni giorno questi ultimi si autoincensano in diretta RAI, ma intanto oggi si poteva notare che, mentre in Francia durante il Tour il pubblico accorreva spontaneo e a volte illegale, invadente ma per lo più con le mascherine, per contro i pochi entrati nel circuito imolese erano tutti senza mascherina come fosse il dress code. L’UCI aveva detto ai candidati che delle categorie giovanili si faceva a meno, l’importante era che si svolgessero le prove in linea élite, la crono insomma era facoltativa, ma gli italiani, ricordandosi di Filippone Ganna, hanno detto non scherziamo, facciamo anche la crono, siamo ospitali, e chissà se per ridurre i tempi della gara o per venire incontro alle caratteristiche di un ciclista che è abituato a correre in pista sui 4 km, hanno proposto il percorso più breve dell’altrettanto breve storia del mondiale a crono, comunque il percorso è stato accettato, e quello che mancava in quella breve storia è arrivato: la prima vittoria di un italiano. Qualcuno dirà che vabbe’ c’erano tanti assenti e c’erano altri non in forma o stanchi dal Tour, ma questo è sempre successo ai mondiali e, per dire, negli anni olimpici e quindi con più impegni sembra sia più facile vincere un mondiale a crono e questo non è anno olimpico, e poi in gara c’erano pure il fenomeno Van Aert, Kung ex erede di Cancellara, il favorito del Giro Gerainthomas, il campione uscente Dennis, quello sconclusionato del primatista dell’ora Campenaerts, il bruco di Maastricht Dumoulin, “altro” Van Emden e mi pare che bastino questi.

Filippo

Dato che nel ciclismo si vive spesso di ricordi e leggende di tempi eroici e che c’è in giro uno spot che unisce ciclisti vivi, pochi, e morti, tanti di varie epoche, forse è opportuno precisare che il primo a vincere il mondiale a crono non è il primo ad aver vinto il Giro d’Italia, che infatti si chiamava Luigi e nello spot mortuario ci sarebbe stato bene. E dato che gli italiani hanno una memoria non selettiva, ma a singhiozzo e partigiana, è opportuno ricordare anche che Ganna corre nella Ineos, ex Sky, la squadra antipatica, scostante, che ammazza le corse e non fa spettacolo, troppo fredda e scientifica, e che ottiene delle vittorie pure sospette, soprattutto quando non ci garbano e non era oggi il  caso, la squadra in cui correva Viviani quando ha vinto l’Olimpiade, ma se Ganna invece avesse corso in una squadra italiana, del paese che si vanta si vanta ma di che non si capisce, non so se arrivava fin là.

Luigi

Sventure

Ci sono dei personaggi nel ciclismo o attorno ad esso che fanno un po’ paura. Ad esempio chi ha pensato lo spot del Giro d’Italia. C’è Vincenzo Nibali che esce di mattina per allenarsi e si trova in una nebbiosa brughiera e col diradarsi della nebbia vediamo uno sparpaglìo di ciclisti morti e alla fine tutti insieme raggruppati in un funereo plotone passano vicino a una serie di croci, e non so che idea hanno del ciclismo e quale ne vogliono dare i creativi del caso. Però in questa terra sventurata che ha bisogno di eroi e che ama la retorica e il melodramma e, fatto non secondario, pratica la piaggeria estrema, il video è stato da molti elogiato. In realtà in quel plotone ci sono due ciclisti ancora vivi, Moser e uno che dalla maglia e dal fatto che si accompagna con Gimondi si direbbe Merckx anche se non gli somiglia troppo, ma in ogni caso consiglierei a lui, a Moser e anche a Nibali di fare gli scongiuri. E a proposito di scongiuri, c’è una ciclista che inizia a far paura, ma non nel senso della retorica sportiva, perché Anna Van Der Breggen è forte, fortissima, ma non è questo il punto, ha iniziato quando dominava la Vos, poi è arrivata la Van Vleuten, poi è tornata la Vos, ma intanto Anna toma toma cacchia cacchia ha accumulato medaglie e trofei abbondando in qualità quantità e varietà. Le erano rimasti da vincere il campionato nazionale in linea e l’europeo e il mondiale a crono e in poco più di un mese ha ottenuto pure questi titoli, ma la cosa inquietante è come ha ottenuto le ultime due vittorie. Al Giro la scorsa settimana era terza ma la dominatrice Van Vleuten è caduta e si è rotta il polso e superare la Niewadoma è stato un gioco da ragazze, ieri ha al Mondiale a crono la favorita Chloé Dygert era in testa ma è caduta in un fosso anche se non è detto che avrebbe vinto perché Anna era in forte rimonta, però ricordando che anche alle Olimpiadi l’ex olandese ha vinto dopo una caduta della Van Vleuten verrebbe da pensare a male ma noi non crediamo in queste cose. Invece crediamo, speriamo che le altre cicliste, anche se si dice che gli sportivi sono scaramantici, non siano superstiziose, ma probabilmente, quando alla fine del 2021 Anna Van Der Breggen si ritirerà come anticipato, le cicliste tireranno un sospiro di sollievo.

Anna Van Der Breggen nel 2014 in maglia ciclamino, colore che porterebbe fortuna, a lei ovviamente.

La Zeriba Suonata – la folla era scatenata

E’ morta Elsa Quarta, cantante leccese che ha avuto una certa fama negli anni 60, un’epoca in cui c’era una netta divisione tra interpreti, musicisti e parolieri e i primi si può dire che dovevano accontentarsi di quello che gli passava il convento e alla Quarta non è che andò molto bene. Non era una ragazza yé-yé, si può dire anzi che le sue canzoni tristi su amori finiti erano ancora legate ai melodrammatici anni 50.

Solo nel 1967 sembra che una sua canzone parta un po’ più pimpante, lei si rivolge a dei ragazzi che stanno suonando, forse vuole unirsi all’allegra brigata, e invece no, come non detto, gli dice Ragazzi non suonate più perché la canzone gli ricorda il suo ex, che ha tradito i sogni di lei e ha dato a un’altra i baci suoi, che eufemismo. Elsa Quarta incise anche canzoni in spagnolo e in turco e soprattutto nella seconda fase della sua carriera cantò molto all’estero al punto che discogs etichetta i suoi dischi come schlager. Poi nel 1985 incise il suo ultimo 7 pollici dedicato allo sport, con due canzoni piene zeppe di retorica imbarazzante in un linguaggio rudimentale, opera di mestieranti semisconosciuti. Il lato B è intitolato Azzurri Battimani e non si capisce se queste due parole sono sostantivi aggettivi o chissà cosa’altro, forse è meglio non saperlo, ma questa sorta di inno avrebbe fatto la sua figura cantata sui balconi qualche mese fa. Il lato A si intitola Viva la bicicletta ed è dedicato al ciclismo, ma la particolarità del testo è che, retorica per retorica, ci si aspetterebbe di sentir cantare delle eroiche gesta di eroici scalatori, ed è vero che quelli erano piuttosto gli anni di Moser e Saronni e la bandana ancora non si sapeva cos’era, ma siamo pur sempre in Italia dove c’è gente che vorrebbe vedere le salite anche nei velodromi. E invece la canzone parla proprio di sprint, di pista, di 6 giorni, di folla scatenata che aspetta la volata, e nomina il Vigorelli, ma la cosa alla fine non sorprende perché qui c’è un piccolo conflitto di interessi: Elsa Quarta è sposata con Sante Gaiardoni.

Viva la bicicletta

Sante Gaiardoni è stato campione olimpico nella velocità e nel chilometro a Roma e tra i professionisti ha vinto due mondiali nella velocità. Su strada ha vinto da dilettante la classica Milano-Busseto. Erano anni in cui anche il ciclismo su pista era molto popolare e infatti c’è una foto in cui Gaiardoni è premiato da un’altra cantante e non proprio l’ultima: Mina.

Tornando alla canzone, se i nomi degli autori della musica e dei testi diranno qualcosa solo agli addetti ai lavori, quello che sorprende è il nome del produttore, famoso sì ma in tutt’altro campo, trattandosi dello storico rivale di Gaiardoni, Antonio Maspes che di mondiali ne vinse ben sette.

Maspes è quello con la maglia iridata.

Elsa e Sante  si sposarono nel 1963 e, in tempi in cui il gossip non riguardava la metà della popolazione come accade oggi, erano così popolari che alle loro nozze ci fu il miracolo della moltiplicazione degli invitati: Gaiardoni raccontò di aver prenotato per 200 ma poi si presentarono in 800 e i guadagni dei due successivi mesi di gare servirono a pagare la differenza, perché, anche se oggi può sembrare strano, a quei tempi si guadagnava anche con la pista. Un’ultima curiosità è che quasi tutte le canzoni di Elsa Quarta erano scritte da poco noti mestieranti ma uno dei suoi primi singoli fu Esta Noche composto dal Maestro Gorni Kramer, che all’anagrafe faceva Gorni di cognome mentre il nome Kramer era dovuto all’ammirazione del padre per Frank Kramer, tanto per cambiare uno dei primi campioni della pista.

Perline di Sport – Emma in Italia

Quando nella primavera del 2014 iniziai questo blog in giro c’erano due Emma famose. Una era il capo degli industriali, quelli che ritengono più autorevole il loro parere perché pochi sono capaci di essere figli di industriali. L’altra era Emma Johansson, ciclista svedese poliedrica e di una bellezza discreta, insomma non era del genere Puck Moonen, e anche lei dopo pochi mesi era a Caserta per il cronoprologo e la partenza della terza tappa del Giro Donne. Dato che non sono molto bravo con la camera durante la cronometro non riuscii a fotografare la Johansson ma del resto ci vuole il mestiere per riprendere una ciclista lanciata a quella velocità, elevata ma non abbastanza da classificarsi tra le primissime e quindi lei non salì neanche sul podio per una foto più tranquilla. Poco male, ci sarebbe stata la terza tappa. Solo che in quell’occasione la sua squadra salì per ultima sul palco delle presentazioni e proprio in quel momento si scaricò la batteria della mia fotocamera. Quando Emma scese dal podio una vecchia signora tra il pubblico le chiese di dove fosse e la risposta fu un sussurro, non saprei se per timidezza o se per la sorpresa. E così sfumò l’occasione di fare una foto a Emma Johansson che allora non sapevo fosse al terzultimo anno di carriera, una carriera anch’essa piena di occasioni perse e sfumate, un argento e due bronzi mondiali e due argenti olimpici ma sempre qualcuna più brava tra i piedi, pardon, tra le ruote: Cooke, Bronzini, Vos, Ferrand-Prévot, Van Der Breggen. Non è stata la più grande ciclista svedese di sempre ma per un breve periodo è stata in testa alla classifica dell’UCI grazie al fatto di essere molto costante, a differenza della gran parte dei suoi connazionali maschi. Forse le mancava un po’ di cattiveria, verrebbe da fare un paragone con Baronchelli, ma lei almeno non doveva lottare anche contro un Sergente Torriani. Però di vittorie importanti ne ha comunque ottenute, e proprio nella primavera del 2014 aveva vinto il  Trofeo Binda battendo in volata un gruppetto di campionesse ben assortito: Armitstead oggi Deignan, Amialiusik, Van Der Breggen, Ferrand-Prévot, Longo Borghini campionessa uscente, Zabelinskaya poi cancellata e Van Dijk, e forse proprio questa vittoria è stato il suo capolavoro se si tiene conto non solo del livello delle avversarie ma anche del fatto che in quel gruppetto era da sola contro due della Boels e due della Rabo-Liv anche se prive della guida strategica e carismatica di Marianna che non poteva lasciarle un momento sole. Peccato solo che nelle immagini non si può apprezzare appieno la volata perché in quel periodo una regia italiana ignorante interrompeva l’emozione cambiando inquadratura negli ultimi metri che faceva intravedere in un’assurda ripresa dal basso. Il Trofeo Binda è una gara del World Tour, da qualche anno si corre la domenica dopo la Sanremo; quest’anno, quando le previsioni sull’andamento del virus erano più ottimistiche, era stato spostato e si sarebbe dovuto correre domani 2 giugno, poi invece è stato cancellato. E’ come se in campo maschile fosse saltata la Sanremo o il Lombardia ma la cosa ha lasciato indifferenti l’UCI, la Federazione Italiana e l’ambiente ciclistico in generale, per il quale la cosa importante è che il Giro degli uomini abbia lo stesso identico preciso numero di tappe del Tour non una di meno anche se le prime non si sa dove correrle.

Dopo l’arrivo Emma festeggia con quella cavalla pazza di Valentina Scandolara, allora compagna alla Orica.

Il Mito chissà cosa credevamo

Già una volta prendendo spunto da come i media raccontavano le imprese di Usain Bolt che entrava (e usciva) nella Storia e nel Mito o nella Leggenda mi sono chiesto come funzionava la cosa. Poi ecco che stamattina il TG annuncia che il famigerato concerto di De André con la PFM è entrato nel mito. Per chi si fosse scansato quegli anni successe che il noto cantante e traduttore per aggiungere un po’ di orpelli alle sue tristezze musicali volle fare un concerto con la PFM, il più famoso gruppo italiano di quel genere che allora veniva definito con disprezzo rock barocco ma che non era ancora stato debellato, insomma tipo oggi il coronavirus. E non avendo né tempo né intenzione di continuare a seguire il TG ho spento ma ho continuato a chiedermi come funziona questa cosa del mito, che io pensavo riguardasse storie molto importanti fondanti fantastiche e metafisiche. E’ una faccenda burocratica, cioè bisogna raggiungere dei requisiti pubblicati nella Gazzetta Ufficiale? O è un titolo che si può ottenere tramite vie tortuose, tipo un amico al Ministero della Mitologia che può metterci una buona parola? Insomma, incuriosito ho cercato la notizia su internet e ho visto che hanno pubblicato un cofanetto con la registrazione di quel concerto, tutto qui, dicono che l’hanno ritrovato ma non speravamo di averlo perso. Ma non c’è qualche Dio infastidito da questi parvenus del mito che scagli qualche dardo contro i giornalisti?

Se è solo una questione di cofanetti allora i Fall entrarono nel mito già 13 anni fa.

L’attimo fuggitivo

Durante la chiusura la propaganda diceva che la gente avrebbe meditato sulle cose importanti della vita e sarebbe diventata migliore, poi si sono aperte le porte e la gente è uscita più arrogante e maleducata di prima, si vede che non avevano meditato abbastanza. Eppure ci sono persone che secondo me avrebbe fatto bene a riflettere un po’, quelli che programmano troppo la vita avrebbero fatto bene a meditare sulla precarietà delle cose e in particolare gli sportivi che programmano troppo la stagione dovrebbero meditare sulla precarietà delle Olimpiadi, tanto più ora che si inizia a ipotizzare di cancellare anche Tokyo 2021. E pensando a quelli che nel frattempo possono aver perso un’occasione un settore mi viene in mente, quello del ciclocross che ha concluso la stagione senza problemi, e un nome più di tutti, e non mi riferisco alle tre grande assenti al mondiale Vos Neff e PFP che erano infortunate ma a Gioele Bertolini. Gioele è potenzialmente il miglior ciclocrossista italiano e capace di grosse prestazioni anche a livello internazionale ma pur non essendo il miglior biker italiano ha rinunciato a quasi tutte le corse attraverso i campi per cercare di ottenere la qualificazioni alle Olimpiadi nella mtb. E mi chiedo se per questa cosa il cittì campestre Fausto Scotti sia arrabbiato o non se la rida sotto i baffi che gli saranno cresciuti nel frattempo per la chiusura delle barberie.

Attimi fuggiti, occasioni sfumate.

Il primo libro

Il primo libro comprato dopo quasi due mesi, e in maniera quasi normale, cioè in libreria ma con due paia di guanti, uno loro su uno mio, il primo libro comprato “dopo” non è un libro normale, e non è proprio quello che auspicavo però è un libro fondamentale e di cui si sentiva il bisogno, insomma non è la storia mondiale del ciclismo femminile ma “soltanto” quella italiana, e non è un’impresa da poco data la scarsità di fonti rispetto al ciclismo maschile. Eppure nel volumone di quasi 500 pagine c’è una lunga bibliografia, ma si tratta sempre di andare a cercare nei ritagli, nelle poche righe in fondo o in cronache locali, in pubblicazioni occasionali o laterali, tanto che l’autrice critica il poco spazio che anche l’Almanacco di Cassani dedica alle donne, e poi dov’è il caso supplisce il racconto diretto delle protagoniste dato che molte sono ancora vive, tra le defunte le pioniere Augusta Fornasari e Paola Scotti e le già moderne Michela Fanini e Valeria Cappellotto. Dopo un libro scritto male e più orientato sul costume come Pedalare controvento di Cionfoli e poi La bici rosa di Marando, introvabile raccolta di interviste, forse solo Ediciclo poteva pubblicare una storia seria: Donne in bicicletta della giornalista trevigiana Antonella Stelitano, che parte anche lei da note di costume, dedica un capitolo a Alfonsina Strada importante forse da un punto di vista sociale ma il suo non era ciclismo femminile, e si arriva poi alle vere pioniere del dopoguerra, vedendo poi in Maria Canins un punto di svolta. Si parla per fortuna solo di sfuggita di donne abusive nel Giro maschile come Annamaria Ortese e Giulia Occhini, si parla anche delle perplessità e resistenze nel ciclismo maschile, ma oggi le cose sono cambiate ed è proprio dall’ambiente ciclistico che vengono molte praticanti, sorelle, figlie, fino all’inversione di ruoli, si potrebbe dire, come il caso di Kevin Colleoni figlio d’arte di Imelda Chiappa (ma questo lo aggiungo io, nel libro non c’è). Il libro si concentra sull’Italia ma inevitabili sono gli accenni a quanto succede nel mondo, dalle prime Olimpiadi alle varie campionesse come Burton madre e figlia, Longo, Pucinskaite, Vos e via pedalando. Interessanti e curiose perché non scontate sono le immagini che includono anche una vignetta su Maria Canins, e originale è la scelta per l’immagine di copertina che non raffigura Strada o Bronzini ma Giuditta Longari campionessa italiana su strada e su pista. Il libro si chiude con numeri tabelle e albi d’oro, e se si deve lavorare per le pari opportunità bisogna dire che il libro lo fa in tutti i sensi perché si estende a tutte le specialità, anche alla mountain bike downhill compresa. Chiudo con due citazioni: Antonella Bellutti batte Marx per distacco dicendo che “L’unica catena che ci rende liberi è quella della bicicletta” e Fabiana Luperini per incoraggiare l’autrice le chiede chi glielo abbia fatto fare.

Perline di sport – il terzo fratello

Qualche giorno fa accennavo alle disavventure di Steve Bauer. Il canadese arrivò secondo alle Olimpiadi 1984, battuto dall’americano Grewal che in seguito fece ben poco, e passò subito al professionismo in tempo per arrivare terzo al mondiale di Barcellona vinto da Criquelion. Nel 1988 fu quarto al Tour e al mondiale di Ronse raggiunse Criquelion ancora lui e Fondriest che erano in fuga e fece cadere il vallone per la gioia del trentino. L’anno dopo ottenne la sua più importante vittoria nel campionato di Zurigo: nonostante quel piazzamento nella classifica finale del Tour era più portato per le classiche nelle quali allora la versatilità era più frequente rispetto a oggi. E quindi l’anno dopo è in fuga alla Parigi-Roubaix in compagnia di due Eddy, Planckaert e Van Hooydonck, già vincitori al Fiandre rispettivamente nel 1988 e 1989. Entrati nel velodromo sono ripresi dal francese Gayant e dal belga Wampers campione uscente e più indietro c’è Duclos-Lassalle che non ha ancora compiuto 36 anni ed è ancora giovane per vincere. Van Hooydonck lancia la volata partendo da dietro e Bauer gli va subito a ruota e lo supera dall’interno mentre dall’esterno supera tutti Planckaert e vince al fotofinish. Eddy sembrava il meno forte dei fratelli Planckaert: Willy del ’44 era più portato per le tappe dei grandi giri mentre Walter del ’48 per le classiche avendo vinto Fiandre Amstel e Harelbeke. Ma Eddy del ’58 a poco a poco mise su un bel palmarès comprensivo anche di tappe nei grandi giri e si può dire che alla fine sia stato lui il più vincente in famiglia. E qui potete vedere il finale rocambolesco in immagini sbiadite dai 30 anni trascorsi.

Il fotogramma fatale.

Perline di sport – For Emma, forever ago

Dicono il servizio pubblico, ma la RAI deve fare ascolti e per questo deve riproporre filmati di eventi importanti con nomi importanti, e allora ecco i pallosi e verbosi Dedicato a e le raffazzonate puntate di Cento giri, con la puntata dedicata a Gimondi e il Cannibale dove si intromettono Fuente e Baronchelli e si perde il filo della rivalità, e poi quella intitolata a Moser Saronni e il cattivo e non si capisce chi era il cattivo, tanto più se definito tale in confronto a quei due, Gengis Khan non mi risulta corresse in bici. E allora ecco la Zeriba pronta a supplire proponendo il ciclismo meno visto, ad esempio quello femminile. Una delle pupille di questo blog è stata la timida svedesina Emma Johansson, che ha vinto molto ma nelle competizioni più importanti ha raccolto solo tantissimi piazzamenti, niente titoli mondiali come Marianne Berglund e Susanne Ljungskog, niente titoli olimpici come Bernt Johansson e prima Gosta Pettersson e i suoi fratelli, niente Giro come Gosta da solo, però era più bella ma questo non c’entra, o forse sì, non lo so, ma diciamo piuttosto che la sua regolarità la portò al primo posto nel ranking UCI negli anni migliori di Marianne Vos. Tra le sue vittorie più importanti, oltre al Trofeo Binda, ci fu la doppietta nell’Omloop Het Nieuwsblad nel 2010 e nel 2011, anno in cui già si fece apprezzare una giovanissima Elisa Longo Borghini.

Per esempio nel 2011 arrivò terza Chantal Blaak che toma toma un mondiale l’ha vinto.