un mezzo Bartoli

Oggi dopo 40 anni torna il Giro di Sicilia, organizzato in fretta e forse senza il tempo di contattare le grandi squadre che già non sanno come e dove dividersi. Ed è bastata l’assenza della Bahrain di Nibali e Caruso per diminuire di molto l’interesse dei tifosi locali, resta Visconti, ma qualcuno più realisticamente spera che almeno si riveli qualche futuro buon corridore. Ed è quello che successe nel 1993 in un’altra corsa che si disputò in Sicilia, la Settimana Internazionale, che poi salì man mano verso nord cambiando nome in Memorial Cecchi Gori e poi Coppi & Bartali. Nel 1992 c’erano state le ultime Olimpiadi aperte solo ai dilettanti, in passato c’era stato addirittura il blocco del passaggio al professionismo per trattenere nella categoria gli atleti di interesse olimpico, e tutto questo per schierarne 3 per la prova in linea e 4 nella 100 km. Così nel 1993, se non già a fine 1992, passavano professionisti tanti giovani di belle speranza, gli olimpici Casartelli Gualdi e Rebellin, e quelli esclusi ma altrettanto meritevoli tra cui il toscano Michele Bartoli. Quest’ultimo iniziò la stagione 1993 correndo la Settimana Siciliana e si presentò vincendo tre tappe e la classifica generale. Ecco, se dal Giro di Sicilia uscisse un mezzo Bartoli già sarebbe tanto per il malandato ciclismo italiano.

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La Nuova Zelanda oppure

La scoperta della Nuova Zelanda risale agli anni 70 del secolo scorso, quando con l’entusiasmo e la curiosità dell’età seguivo molti sport e la Nuova Zelanda andava forte nel rugby, e la tivvù a volte ne trasmetteva qualche incontro che era sempre il massimo per quello sport, con la particolarità di una curiosa danza che facevano prima di giocare. In quegli anni andavano forte anche nel mezzofondo con Walker Dixon e Quax, ne ricordo ancora i nomi, ma mi pare che nessuno li abbia seguiti. Il primo ciclista neozelandese che io ricordi fu Bruce Biddle, che venne a correre proprio in Italia ma non vinse niente. Lui fu una vittima del doping, ma nel senso che alle Olimpiadi di Monaco, quelle di Kuiper, arrivò quarto, davanti a gente come Moser e Maertens, poi il terzo risultò positivo alla coramina (pensate che tempi) e fu squalificato ma il bronzo non passò a lui perché l’esame antidoping l’avevano fatto solo i primi tre e nel ciclismo da sempre vige la presunzione di colpevolezza.

Ultimamente i cosiddetti kiwi sono cresciuti molto su pista ma sembrano già in decrescita, chissà se felice o meno, e si può dire che i ciclisti all blacks più famosi siano due che si sono ritirati da poco, Jesse Sargent, ottimo passista ma famoso soprattutto per essere stato investito da un’auto al Fiandre, e Linda Villumsen, pure lei gran passista, ma di importazione, perché è una danese che poi si iscrisse alla Nuova Zelanda e dopo tanti piazzamenti riuscì a vincere un mondiale a crono. Poi della Nuova Zelanda non so altro, cioè sapevo che il primo ministro è una donna, ma non sapevo che era mussulmana, almeno credo, perché ho visto la foto della visita ai sopravvissuti o ai parenti, non so, del recente attentato e in quella foto ha un velo in testa, e ne ho dedotto che è islamica, altrimenti non capisco perché in una situazione grave non indossi il costume tradizionale della sua diciamo comunità. Oppure stava solo facendo cosplay. E chissà che cosa pensano di questo attentato i neozelandesi originali, i maori, che avrebbero potuto fare con gli ex europei quello che alcuni discendenti di questi ultimi vogliono fare con i nuovissimizelandesi. Oppure potevano fare qualcosa di meno cruento e più redditizio: porre il copyright sull’haka, quella danza che fanno prima degli incontri di rugby, così facevano soldi a palate, almeno i superstiti.

Linda Villumsen.

 

i fattori della crescita

Lo so che il teletext è un mezzo obsoleto, però è interessante il fatto che in questi giorni potete scorrere attentamente quello delle televisioni Mediaset ma non troverete la notizia del presunto avvelenamento della testimone chiave al processo Ruby che ormai conta più stagioni di Ciao Darwin. E qualcuno potrà scandalizzarsi, gridare alla censura, ma non meravigliarsi, è politica editoriale. Ma non tutte le testate sono così, prendiamo ad esempio la Gazzetta che è penalizzata dal fatto che il lancio della zappa sui piedi non sia specialità olimpica. Con Rcs organizza le più importanti corse italiane e la ricca corsa negli Emirati, eppure invece di magnificare il ciclismo e i suoi campioni sta a cercare col lanternino le più minuscole notizie di casi doping, dallo junior all’amatore novantenne. Ma la RAI non è molto diversa, trasmette la gran parte delle gare ciclistiche, fa degli spot ridicoli più roboanti di un concerto degli U2, poi però, quando è sabato e c’è più pubblico davanti alla tivvù e semmai dovrebbe cercare di attrarre anche gli spettatori occasionali, invece di parlare di una delle tappe più interessanti della Tirreno Adriatico o semmai, per creare aspettative verso la Sanremo, parlare dei pretendenti che ieri tra Italia e Francia si sono ben comportati, senza nessun aggancio all’attualità va a telefonare a un medico per parlare del passaporto biologico e, anche se poi si finisce con la frasetta consolatoria che il ciclismo è lo sport più controllato e quindi più pulito, si mantiene vivo il ricordo della pratica doping e probabilmente anche il dubbio, cose queste che non succedono quando c’è una diretta di calcio o basket o tennis. Ma poi la tappa risulta davvero interessante, a dimostrare che la Tirreno non deve necessariamente cercare le salitone con la neve marzolina, e il merito è del kazako Alexey Lutsenko che non è uno che scatta ma va via in progressione, un po’ come Jungels, e guadagna sugli inseguitori anche grazie al compagno Fuglsang che fa lo stopper. E a proposito oggi la RAI ci ha rivelato come si pronuncia il nome del danese e voi penserete che non è difficile saperlo, basta chiederlo al diretto interessato, e siete ingenui perché il motto di molti è mai fare una cosa semplice quando la si può benissimo complicare, e infatti sono andati a chiederlo a un amico che è stato tre anni prigioniero in Danimarca o qualcosa del genere e, incredibile, è sbagliato il Fulganst di Petacchi ma si pronuncia tipo Fulsan. Il finale della tappa è in un circuito con salita e discesa e Lutsenko al penultimo giro in discesa sbatte contro una curva boschiva salvandosi e potendo subito ripartire, ma la successiva discesa la affronta con più sicurezza e quindi meno velocità, gli inseguitori Roglic, Simon Yates no anzi Adam, e Fuglsang hanno guadagnato in salita e ormai lo vedono ma comunque manca pochissimo e allora il fuggitivo sbaglia una curva e cade e ancora si rialza ma ormai è raggiunto nell’ultimo km. La prassi ciclistica vuole che chi viene raggiunto in vista del traguardo vada in crisi anche mistica in depressione e inizi a pensare di arruolarsi nella legione straniera, invece Lutsenko avrà pensato che comunque è il più veloce del quartetto, fa passare davanti Roglic per risuperarlo negli ultimi metri e vince, una roba straordinaria, una delle imprese dell’anno, che pure ci ricorda qualcuno, chi? Forse Vinokourov a Parigi? Vino è il suo direttore sportivo e speriamo che se Lutsenko è il suo erede ne erediti solo gli aspetti positivi, altrimenti tra qualche anno staremo di nuovo a sentire discorsetti sul doping, e come il suo diesse migliora col passare degli anni. Negli ultimi tempi forse trovavamo più normali i fenomeni (anche se già questa frase è un ossimoro) precoci, Sagan, Bernal che sta per vincere a Nizza o i galletti del ciclocross, così come in passato ci sono stati Gimondi o Saronni, ma nel ciclismo forse sono più frequenti i casi di quelli che crescono piano e progressivamente, come pure i velocisti vincitori ieri Viviani e Bennett. La cosa importante è dove e come crescere e, tranne Bennett, gli altri come pure Trentin per dire, sono cresciuti nelle grandi squadre e hanno imparato molto più che se fossero cresciuti nelle squadre piccole, un piccolo mondo dove si dimostra sempre più perdente il sovranismo dell’asse Zalf-Bardiani. Guardate invece l’Astana, che ha il nome della capitale e ci tiene tanto al Tour di Almaty, ma non si fa problemi ad assumere ciclisti e staff da vari paesi, oggi abbiamo scoperto che hanno un medico francese, e non ci meravigliamo se Lutsenko, intervistato da Rizzato, abbia risposto in italiano. E a pensarci, come Sagan, potrebbe essere veneto e chiamarsi Alessio Luzzenco.

Martinello scomunicato?

Ieri in Vaticano i rappresentati dell’Unione Ciclistica Europea hanno incontrato il Papa, il quale ha detto alcune cose diciamo prevedibili sui valori ma a sorpresa ha anche parlato delle nuove specialità del ciclismo: “Vorrei anche dire una parola sulle nuove specialità, nell’ambito del ciclismo, che si diffondono fra le nuove generazioni e che, come tutte le novità, possono suscitare resistenze e rappresentare una sfida per le discipline più tradizionali. Anche per voi vale l’impegno che la Chiesa ha assunto di volere ascoltare i giovani, di prendere a cuore le loro attese, i loro modi di esprimere il desiderio di vivere e di realizzarsi.”  Viene da pensare che al Papa piacciano la bmx e il freestyle, ma soprattutto viene un sospetto. Chi segue la pista sa come da un po’ di tempo Martinello era diventato un po’ brontolone, e non gli piace il nuovo omnium, anzi non gli è mai piaciuto, ha fatto una pausa solo quando a Rio ha vinto Viviani, e non capisce la Tempo Race e il keririn è stato snaturato perché la motorella si sposta 125 metri prima rispetto al passato. Vuoi vedere che Martinello è stato congedato dalla RAI non perché fosse sgradito ai vertici televisivi o alla Federazione ma al Papa in persona?

Più affiatato con Francesco Pancani che con Marco Villa.

L’evoluzione della specie

Quando un giornalista, non migliore di quelli di oggi, a Luigi Ganna, che aveva appena vinto il primo Giro d’Italia, chiese qual’era la sua impressione più viva, quel Ganna lì rispose “L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü !” Passa più di un secolo e uno dei rosei chiede a Filippo Ganna, che ha vinto il suo terzo mondiale, com’è il giorno dopo, e questo Ganna qui risponde “Ho solo un po’ di mal di gambe in più”, e mi pare che si facciano progressi. Vincere tre mondiali dell’inseguimento in 4 anni è un’impresa, ma Filippo, al contrario di Luigi, è nato in un paese che ora è sbagliato, in cui nella stampa generalista ma anche in quella sportiva hanno più spazio gli sport dei ricchi, pure un meeting nazionale di nuoto, e anche tra quelli che seguono il ciclismo è come se Ganna non avesse fatto ancora niente, solo promesse, perché qui conta solo se vai forte su strada, preferibilmente nei grandi giri, basti pensare alla relativamente poca popolarità di Argentin e Bartoli. E poi Ganna corre per la Sky, malvista per i soliti sospetti sul doping, che toccano tutti quelli che vanno forte, e per la tattica di corsa, che però a quanto pare non adottano solo loro se si pensa alla Jumbo che negli Emirati ha tirato per 10 km una volata in salita al capitano Roglic. Ma soprattutto questo è il paese sbagliato perché ha il presidente della Federazione che, al contrario dell’attuale governo politico capace di inimicarsi tutti, è stato in sella con qualsiasi governo UCI e gongola quando lo inquadrano mentre distribuisce medaglie eppure si continua a stare senza velodromo coperto e ad allenarsi all’estero, e siccome il sito della Federazione è adeguato ecco che vi scrivono: L’Italia chiude la rassegna iridata con la consapevolezza che l’appuntamento olimpico è sempre più vicino, che è una cosa un po’ strana, come dire che prima del mondiale gli italiani pensavano che alle Olimpiadi mancavano ancora 3/4 anni.

Ganna e BiGanna

Mariannacosplay

Finalmente si comincia a correre sulle strade non asfaltate con la corsa del giornale fiammingo, che è ritenuta un piccolo Fiandre e della corsa principale si è presa il finale dismesso all’inizio del decennio, col passaggio sul Muro per antonomasia e l’arrivo a Meerbeke. Poi, tra una settimana, si correrà sulle strade bianche senesi, che gli esperti ci dicono non essere la stessa cosa del pavé. La corsa senese, che non è più sponsorizzata dalla banca locale che ha avuto altri problemi, è nata per scissione da una corsa amatoriale in costume e attrezzatura d’epoca, definita – si spera scherzosamente – “Eroica” per quella retorica retrograda per cui il ciclismo di una volta era eroico, senza doping (in realtà senza antidoping), a pane e salame per chi poteva permetterselo, perché c’era la miseria, se no solo pane, oppure uova in quantità (cfr. Binda) eccetera. La corsa in costume ha ormai più imitazioni del famoso settimanale enigmistico e dovunque in Italia e nel mondo ci sono “Eroiche”, Mitiche”, “Epiche”, “Laoocontiche”, “Georgiche”, “Bucoliche”, “Liriche” e via con l’Epos, e c’è da sperare che queste corse vengano affrontate col giusto spirito e con senso dell’umorismo, altrimenti diventerebbero solo delle Coppe Cobram. Dal 2015 esiste anche la corsa agonistica femminile e ovviamente Marianne Vos avrebbe voluto aprire l’albo d’oro di una gara che in pochi anni è diventata una classica, e per prepararsi tutta la Rabo-Liv partecipò nel 2014 proprio alla gara amatoriale, che si svolge in autunno e non a marzo come la gara per i professionisti. In quell’anno la Rabo aveva dominato la stagione vincendo Giro e Mondiale, e Marianne aveva in testa un’idea grandiosa: vincere alle Olimpiadi di Rio sia su strada che in mtb. Però c’era qualcosa che non andava: il Giro l’aveva vinto con un grande aiuto da parte delle gregarie che avevano fermato l’unica avversaria, la scalatrice Abbott, anche con qualche scorrettezza, e poi aveva perso il mondiale, battuta dalla compagna Pauline Ferrand-Prévot che stava per completare una tripletta di maglie iridate avendo quella della mtb e in attesa di quella del ciclocross. E all’inizio dell’annata successiva Marianne sarebbe andata in crisi per sovrallenamento, seguita quasi a ruota dalla compagna Pauline che andò in crisi psicologica, da cui sarebbe uscita, secondo il gossip, grazie alla relazione col biker Absalon, un ragazzo d’oro, nel senso delle medaglie. E intanto emergevano le altre gregarie, Van Vleuten, Van Der Breggen, Niewadoma, Brand, che in ordine sparso lasciavano la squadra che poi avrebbe perso anche lo sponsor. Comunque sia, ignare di questo variegato futuro e del fatto che la prima edizione competitiva sarebbe stata vinta dalla americana filo-italiana Megan Guarnier, le ragazze si schierarono alla partenza della corsa amatoriale vestite da Alfonsine Strada (bianca, ovviamente), quasi delle cosplayers, e si fecero fotografare in varie pose divertenti, loro che sul palco delle presentazioni e delle premiazioni sono state le prime a ballare sotto la guida dell’animatrice Annemiek, insomma niente a che vedere con lo stile Sky.

In questa bella foto a colori eroici ammiriamo da sinistra: Paolina con la maglia iridata, Caterina con la maglia verde, Marianna con la maglia rossa, Lucinda con la maglia bianca, un’ospite non competitiva, e accovacciata Rosanna con la maglia di papà Gerardo.

Statistiche illustrate – lo studio dei fenomeni

Il complesso delle discipline che studiai all’università e di cui ormai ricordo pochissimo è detto Scienze umane e sociali e studia appunto i fenomeni umani e sociali. E allora volevo proporre una piccola tabella riguardante due umani che sono ritenuti due fenomeni e a volte sono i loro avversari a essere definiti “umani” in relazione alla loro superiorità agonistica. Si tratta di Mathieu Van Der Poel e Wout Van Aert, che per ora fanno principalmente ciclocross ma domani chissà. Intanto Van Aert su strada ha ottenuto i risultati più importanti, mentre Van Der Poel si cimenta soprattutto nella mtb, specialità in cui vorrebbe gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo, ma pure su strada ha vinto più volte, in genere in gare di livello minore rispetto a quelle che disputa il rivale, che però ha preceduto agli Europei pop di Glasgow, e quest’anno non ha neanche finito la stagione nei campi che subito ha vinto sulle strade turche. Nella tabella, limitata al ciclocross che è il loro terreno di scontro principale, ho messo a confronto le vittorie nei principali campionati (Mondiale ed Europeo) e nelle principali challenge (Coppa del Mondo, Superprestige e Trofeo DVV ex BPost Bank). Infine, come fece decenni fa Claudio Ferretti nel libro Tutto il ciclismo, in cui provò a fare una classifica totale di tutti gli stradisti di tutti i tempi, ho moltiplicato il numero di vittorie per una specie di coefficiente di difficoltà in base al prestigio e all’internazionalità della gara e ho assegnato arbitrariamente questi punteggi: 10 al Campionato Mondiale (CM), 9 alla Coppa del Mondo (CdM), 8 al Superprestige (SP), 7 al Campionato Europeo (CE), 6 alla challenge dal nome cangiante (DVV). Risultato: vince nettamente Matteo, fratello di Davide, figlio di Adriano, nipote di Raimondo.