Perline di Sport – Emma in Italia

Quando nella primavera del 2014 iniziai questo blog in giro c’erano due Emma famose. Una era il capo degli industriali, quelli che ritengono più autorevole il loro parere perché pochi sono capaci di essere figli di industriali. L’altra era Emma Johansson, ciclista svedese poliedrica e di una bellezza discreta, insomma non era del genere Puck Moonen, e anche lei dopo pochi mesi era a Caserta per il cronoprologo e la partenza della terza tappa del Giro Donne. Dato che non sono molto bravo con la camera durante la cronometro non riuscii a fotografare la Johansson ma del resto ci vuole il mestiere per riprendere una ciclista lanciata a quella velocità, elevata ma non abbastanza da classificarsi tra le primissime e quindi lei non salì neanche sul podio per una foto più tranquilla. Poco male, ci sarebbe stata la terza tappa. Solo che in quell’occasione la sua squadra salì per ultima sul palco delle presentazioni e proprio in quel momento si scaricò la batteria della mia fotocamera. Quando Emma scese dal podio una vecchia signora tra il pubblico le chiese di dove fosse e la risposta fu un sussurro, non saprei se per timidezza o se per la sorpresa. E così sfumò l’occasione di fare una foto a Emma Johansson che allora non sapevo fosse al terzultimo anno di carriera, una carriera anch’essa piena di occasioni perse e sfumate, un argento e due bronzi mondiali e due argenti olimpici ma sempre qualcuna più brava tra i piedi, pardon, tra le ruote: Cooke, Bronzini, Vos, Ferrand-Prévot, Van Der Breggen. Non è stata la più grande ciclista svedese di sempre ma per un breve periodo è stata in testa alla classifica dell’UCI grazie al fatto di essere molto costante, a differenza della gran parte dei suoi connazionali maschi. Forse le mancava un po’ di cattiveria, verrebbe da fare un paragone con Baronchelli, ma lei almeno non doveva lottare anche contro un Sergente Torriani. Però di vittorie importanti ne ha comunque ottenute, e proprio nella primavera del 2014 aveva vinto il  Trofeo Binda battendo in volata un gruppetto di campionesse ben assortito: Armitstead oggi Deignan, Amialiusik, Van Der Breggen, Ferrand-Prévot, Longo Borghini campionessa uscente, Zabelinskaya poi cancellata e Van Dijk, e forse proprio questa vittoria è stato il suo capolavoro se si tiene conto non solo del livello delle avversarie ma anche del fatto che in quel gruppetto era da sola contro due della Boels e due della Rabo-Liv anche se prive della guida strategica e carismatica di Marianna che non poteva lasciarle un momento sole. Peccato solo che nelle immagini non si può apprezzare appieno la volata perché in quel periodo una regia italiana ignorante interrompeva l’emozione cambiando inquadratura negli ultimi metri che faceva intravedere in un’assurda ripresa dal basso. Il Trofeo Binda è una gara del World Tour, da qualche anno si corre la domenica dopo la Sanremo; quest’anno, quando le previsioni sull’andamento del virus erano più ottimistiche, era stato spostato e si sarebbe dovuto correre domani 2 giugno, poi invece è stato cancellato. E’ come se in campo maschile fosse saltata la Sanremo o il Lombardia ma la cosa ha lasciato indifferenti l’UCI, la Federazione Italiana e l’ambiente ciclistico in generale, per il quale la cosa importante è che il Giro degli uomini abbia lo stesso identico preciso numero di tappe del Tour non una di meno anche se le prime non si sa dove correrle.

Dopo l’arrivo Emma festeggia con quella cavalla pazza di Valentina Scandolara, allora compagna alla Orica.

Il Mito chissà cosa credevamo

Già una volta prendendo spunto da come i media raccontavano le imprese di Usain Bolt che entrava (e usciva) nella Storia e nel Mito o nella Leggenda mi sono chiesto come funzionava la cosa. Poi ecco che stamattina il TG annuncia che il famigerato concerto di De André con la PFM è entrato nel mito. Per chi si fosse scansato quegli anni successe che il noto cantante e traduttore per aggiungere un po’ di orpelli alle sue tristezze musicali volle fare un concerto con la PFM, il più famoso gruppo italiano di quel genere che allora veniva definito con disprezzo rock barocco ma che non era ancora stato debellato, insomma tipo oggi il coronavirus. E non avendo né tempo né intenzione di continuare a seguire il TG ho spento ma ho continuato a chiedermi come funziona questa cosa del mito, che io pensavo riguardasse storie molto importanti fondanti fantastiche e metafisiche. E’ una faccenda burocratica, cioè bisogna raggiungere dei requisiti pubblicati nella Gazzetta Ufficiale? O è un titolo che si può ottenere tramite vie tortuose, tipo un amico al Ministero della Mitologia che può metterci una buona parola? Insomma, incuriosito ho cercato la notizia su internet e ho visto che hanno pubblicato un cofanetto con la registrazione di quel concerto, tutto qui, dicono che l’hanno ritrovato ma non speravamo di averlo perso. Ma non c’è qualche Dio infastidito da questi parvenus del mito che scagli qualche dardo contro i giornalisti?

Se è solo una questione di cofanetti allora i Fall entrarono nel mito già 13 anni fa.

L’attimo fuggitivo

Durante la chiusura la propaganda diceva che la gente avrebbe meditato sulle cose importanti della vita e sarebbe diventata migliore, poi si sono aperte le porte e la gente è uscita più arrogante e maleducata di prima, si vede che non avevano meditato abbastanza. Eppure ci sono persone che secondo me avrebbe fatto bene a riflettere un po’, quelli che programmano troppo la vita avrebbero fatto bene a meditare sulla precarietà delle cose e in particolare gli sportivi che programmano troppo la stagione dovrebbero meditare sulla precarietà delle Olimpiadi, tanto più ora che si inizia a ipotizzare di cancellare anche Tokyo 2021. E pensando a quelli che nel frattempo possono aver perso un’occasione un settore mi viene in mente, quello del ciclocross che ha concluso la stagione senza problemi, e un nome più di tutti, e non mi riferisco alle tre grande assenti al mondiale Vos Neff e PFP che erano infortunate ma a Gioele Bertolini. Gioele è potenzialmente il miglior ciclocrossista italiano e capace di grosse prestazioni anche a livello internazionale ma pur non essendo il miglior biker italiano ha rinunciato a quasi tutte le corse attraverso i campi per cercare di ottenere la qualificazioni alle Olimpiadi nella mtb. E mi chiedo se per questa cosa il cittì campestre Fausto Scotti sia arrabbiato o non se la rida sotto i baffi che gli saranno cresciuti nel frattempo per la chiusura delle barberie.

Attimi fuggiti, occasioni sfumate.

Il primo libro

Il primo libro comprato dopo quasi due mesi, e in maniera quasi normale, cioè in libreria ma con due paia di guanti, uno loro su uno mio, il primo libro comprato “dopo” non è un libro normale, e non è proprio quello che auspicavo però è un libro fondamentale e di cui si sentiva il bisogno, insomma non è la storia mondiale del ciclismo femminile ma “soltanto” quella italiana, e non è un’impresa da poco data la scarsità di fonti rispetto al ciclismo maschile. Eppure nel volumone di quasi 500 pagine c’è una lunga bibliografia, ma si tratta sempre di andare a cercare nei ritagli, nelle poche righe in fondo o in cronache locali, in pubblicazioni occasionali o laterali, tanto che l’autrice critica il poco spazio che anche l’Almanacco di Cassani dedica alle donne, e poi dov’è il caso supplisce il racconto diretto delle protagoniste dato che molte sono ancora vive, tra le defunte le pioniere Augusta Fornasari e Paola Scotti e le già moderne Michela Fanini e Valeria Cappellotto. Dopo un libro scritto male e più orientato sul costume come Pedalare controvento di Cionfoli e poi La bici rosa di Marando, introvabile raccolta di interviste, forse solo Ediciclo poteva pubblicare una storia seria: Donne in bicicletta della giornalista trevigiana Antonella Stelitano, che parte anche lei da note di costume, dedica un capitolo a Alfonsina Strada importante forse da un punto di vista sociale ma il suo non era ciclismo femminile, e si arriva poi alle vere pioniere del dopoguerra, vedendo poi in Maria Canins un punto di svolta. Si parla per fortuna solo di sfuggita di donne abusive nel Giro maschile come Annamaria Ortese e Giulia Occhini, si parla anche delle perplessità e resistenze nel ciclismo maschile, ma oggi le cose sono cambiate ed è proprio dall’ambiente ciclistico che vengono molte praticanti, sorelle, figlie, fino all’inversione di ruoli, si potrebbe dire, come il caso di Kevin Colleoni figlio d’arte di Imelda Chiappa (ma questo lo aggiungo io, nel libro non c’è). Il libro si concentra sull’Italia ma inevitabili sono gli accenni a quanto succede nel mondo, dalle prime Olimpiadi alle varie campionesse come Burton madre e figlia, Longo, Pucinskaite, Vos e via pedalando. Interessanti e curiose perché non scontate sono le immagini che includono anche una vignetta su Maria Canins, e originale è la scelta per l’immagine di copertina che non raffigura Strada o Bronzini ma Giuditta Longari campionessa italiana su strada e su pista. Il libro si chiude con numeri tabelle e albi d’oro, e se si deve lavorare per le pari opportunità bisogna dire che il libro lo fa in tutti i sensi perché si estende a tutte le specialità, anche alla mountain bike downhill compresa. Chiudo con due citazioni: Antonella Bellutti batte Marx per distacco dicendo che “L’unica catena che ci rende liberi è quella della bicicletta” e Fabiana Luperini per incoraggiare l’autrice le chiede chi glielo abbia fatto fare.

Perline di sport – il terzo fratello

Qualche giorno fa accennavo alle disavventure di Steve Bauer. Il canadese arrivò secondo alle Olimpiadi 1984, battuto dall’americano Grewal che in seguito fece ben poco, e passò subito al professionismo in tempo per arrivare terzo al mondiale di Barcellona vinto da Criquelion. Nel 1988 fu quarto al Tour e al mondiale di Ronse raggiunse Criquelion ancora lui e Fondriest che erano in fuga e fece cadere il vallone per la gioia del trentino. L’anno dopo ottenne la sua più importante vittoria nel campionato di Zurigo: nonostante quel piazzamento nella classifica finale del Tour era più portato per le classiche nelle quali allora la versatilità era più frequente rispetto a oggi. E quindi l’anno dopo è in fuga alla Parigi-Roubaix in compagnia di due Eddy, Planckaert e Van Hooydonck, già vincitori al Fiandre rispettivamente nel 1988 e 1989. Entrati nel velodromo sono ripresi dal francese Gayant e dal belga Wampers campione uscente e più indietro c’è Duclos-Lassalle che non ha ancora compiuto 36 anni ed è ancora giovane per vincere. Van Hooydonck lancia la volata partendo da dietro e Bauer gli va subito a ruota e lo supera dall’interno mentre dall’esterno supera tutti Planckaert e vince al fotofinish. Eddy sembrava il meno forte dei fratelli Planckaert: Willy del ’44 era più portato per le tappe dei grandi giri mentre Walter del ’48 per le classiche avendo vinto Fiandre Amstel e Harelbeke. Ma Eddy del ’58 a poco a poco mise su un bel palmarès comprensivo anche di tappe nei grandi giri e si può dire che alla fine sia stato lui il più vincente in famiglia. E qui potete vedere il finale rocambolesco in immagini sbiadite dai 30 anni trascorsi.

Il fotogramma fatale.

Perline di sport – For Emma, forever ago

Dicono il servizio pubblico, ma la RAI deve fare ascolti e per questo deve riproporre filmati di eventi importanti con nomi importanti, e allora ecco i pallosi e verbosi Dedicato a e le raffazzonate puntate di Cento giri, con la puntata dedicata a Gimondi e il Cannibale dove si intromettono Fuente e Baronchelli e si perde il filo della rivalità, e poi quella intitolata a Moser Saronni e il cattivo e non si capisce chi era il cattivo, tanto più se definito tale in confronto a quei due, Gengis Khan non mi risulta corresse in bici. E allora ecco la Zeriba pronta a supplire proponendo il ciclismo meno visto, ad esempio quello femminile. Una delle pupille di questo blog è stata la timida svedesina Emma Johansson, che ha vinto molto ma nelle competizioni più importanti ha raccolto solo tantissimi piazzamenti, niente titoli mondiali come Marianne Berglund e Susanne Ljungskog, niente titoli olimpici come Bernt Johansson e prima Gosta Pettersson e i suoi fratelli, niente Giro come Gosta da solo, però era più bella ma questo non c’entra, o forse sì, non lo so, ma diciamo piuttosto che la sua regolarità la portò al primo posto nel ranking UCI negli anni migliori di Marianne Vos. Tra le sue vittorie più importanti, oltre al Trofeo Binda, ci fu la doppietta nell’Omloop Het Nieuwsblad nel 2010 e nel 2011, anno in cui già si fece apprezzare una giovanissima Elisa Longo Borghini.

Per esempio nel 2011 arrivò terza Chantal Blaak che toma toma un mondiale l’ha vinto.

Perline di Sport – una prima donna in ritardo

Ma no, cosa avete capito? Non parliamo di una diva capricciosa che si fa attendere, ma della prima campionessa olimpica di ciclismo femminile su strada, titolo assegnato solo dal 1984. A Los Angeles vinse Connie Carpenter, moglie di Davis Phinney che vinse due tappe al Tour e madre di Taylor da poco ritiratosi. Come altre atlete, tra cui l’ultima almeno ad alto livello è la ceca Martina Sablikova, gareggiava anche nel pattinaggio di velocità. A Los Angeles vinse la volata (volate qui) di un gruppetto battendo al fotofinish la connazionale Rebecca Twigg, terza la tedesca Sandra Schumacher, quarta la norvegese Unni Larsen e quinta la scalatrice Maria Canins alla quale non stava bene l’arrivo in volata. A distanza di anni si può dire quello che in realtà si poteva dire già pochi anni dopo, cioè che fu più degna vincitrice dell’omologo maschile Alexi Grewal che batté il fortunello Steve Bauer (un mondiale buttato per colpa sua e una Roubaix persa al fotofinish). Grewal in Europa fece poco e tornò a vincere negli Usa per poi passare alla mtb.

L’ottimista

Il gesto atletico che più mi è rimasto impresso nel poco ciclismo visto nel 2020 è stata la volata con cui Ceylin Del Carmen Alvarado ha vinto il mondiale di ciclocross. Si sapeva che praticava anche mountain bike, ma nei giorni scorsi ha annunciato di voler partecipare ai mondiali della specialità a giugno. Probabilmente lei pensa a qualificarsi per Tokyo 2021 ma il suo annuncio presuppone che l’emergenza mondiale termini a breve, e noi ci auguriamo che abbia ragione, anche se sembra ottimista (intanto dopo questo annuncio i mondiali sono stati rinviati, NdZ), ma forse in questo periodo lei vede la vita in rosa perché si è fidanzata col compagno di squadra Roy Jans. E tutte queste notizie, sia quelle serie che quelle facete ce le fornisce Het Nieuwsblad, perché i media italiani del settore, per quanto dicano di voler sostenere il ciclismo femminile e le discipline diverse dalla strada, alla fine preferiscono la foto del Cipollone col cagnolino in braccio che invita i ciclisti a essere generosi, e non so quanto sia credibile ma di sicuro è un po’ distratto perché non si è accorto di alcune aste di beneficenza.

Ceylin con un suo affezionato e assillante tifoso.

Perline di Sport – verso Tokyo 2021

Le Olimpiadi sono state rinviate, qualcuno avrà fatto sacrifici per niente, qualcun altro che già era vecchio per il 2020 la vede dura, come Van Avermaet campione uscente che avrà 36 anni, ma cosa dovrebbe dire Valverde che ne avrà 41? Ma poi ci sono anche gli infortunati che hanno più tempo per recuperare, e in questa categoria spicca il nome di Jolanda Neff che ha da poco ripreso ad andare in bici. Apro una parentesi: fate attenzione con le lingue straniere perché a volte le parole significano qualcosa di diverso dalle somiglianti parole italiane, e infatti su instagram Jolanda invita a restare a casa per il coronavirus e poi parla di suo “recovery”, ma niente  paura-bis per lei perché non vuol dire “ricovero” ma “recupero”. Per Tokyo potrà recuperare anche la sua rivale PFP, intanto nell’attesa (un po’ lunghetta), vi propongo delle rare immagini di Jolanda Neff vincente, ché non mi ha mai dato la soddisfazione di vederla vincere in diretta. In particolare cliccando qui la vedrete appena 22enne trionfare nella prima edizione dei Gioghi europei di Baku. Voi direte che come filmato è un po’ troppo breve, beh, fate conto di essere tornati agli anni 80 prima della Coppa del Mondo su strada, quando a volte le dirette di De Zan avevano più o meno la stessa durata.

metafisica dei tubolari

In questo momento ci sono cose più importanti, però in questa desertificazione del calendario ciclistico ieri è stato come se l’assetato nel deserto, appunto, che è un classico delle vignette, invece che semplice acqua avesse trovato un’aranciata fresca o un cocktail, a seconda dei gusti, perché la prima tappa della pur rabberciata Parigi-Nizza, pure a futuro incerto dato l’evolversi della situazione in Francia e l’arrivo vicino al confine con l’Italia, con il clima freddo e piovoso e i paesaggi nordeuropei e anche una salitella in pavé ricordava proprio le classiche del nord. E poi si sono dati battaglia i grossi nomi con in testa Alaphilippe che con gesti plateali in favore di telecamera mostrava di avere le mani infreddolite, facendo venire il sospetto che, più che di Hinault o in subordine Jalabert, aspiri a essere l’erede di Voeckler. Poi all’arrivo è stato infilato dal tedesco Schachmann mentre il leader dell’AG2R Bardet è rimasto attardato e fa piacere non per lui che fa il suo mestiere ma per la sua squadra, una di quelle che non hanno sospeso completamente l’attività, come Astana e Movistar, ma hanno soltanto rinunciato alle gare italiane,  che se avessero aspettato a fare annunci gli organizzatori italiani gli avrebbero risparmiato la figura poco simpatica. Intanto si spera che tutte le gare saltate, che chissà quante saranno alla fine, trovino una ricollocazione in un calendario già sballato dalle Olimpiadi a loro volta incerte, ma c’è anche il fatto che non si pensa a trovare un posticino a giugno, in contemporanea con Svizzera e Delfinato, o a luglio, quando c’è il Tour, o ad agosto con la concorrenza dei giochi olimpici e soprattutto di Capodarco, e neanche nel pienissimo settembre con Vuelta ed Europei, ma nell’orgia di ottobre, la Classicissima di Primavera dopo la Classica delle foglie morte, un paradosso temporale. Ma se qualche organizzatore di corse per ora cancellate, non avendo l’ok dall’UCI per una nuova data, pensasse di farne una gara nazionale? Una Sanremo o un Giro aperti alle squadre continental, corridori e squadre e sponsor italiani in quantità, spazi televisivi che non ci sarebbe motivo di negare, perché ricordiamo che in fondo, anzi in gran fondo, in Italia la gara con la diretta più lunga è una corsa amatoriale, quella sarebbe una bella avventura. Però, qualunque cosa si decida, l’importante è che finisca la parabola del virus, anche se per qualcuno sembra che il problema principale sia la diretta in chiaro delle partite del pallone. E a questo proposito gli aspiranti commentatori ricordino che quando si gioca a porte chiuse bisogna sempre dire che si gioca in un clima surreale.