Il mese breve

Molti si chiederanno perché il mese di febbraio è più breve degli altri. Una spiegazione c’è: il calendario in uso è quello introdotto da Papa Gregorio XIII che secondo la storia ufficiale era nato a Bologna, perché allora si preferiva che il Papa fosse romano oltre che cattolico e apostolico, ma in realtà era nato nelle Fiandre Orientali a Lokeren, cittadina nota soprattutto per aver dato i natali a Greg Van Avermaet. Poiché secondo un’antica tradizione nel weekend a cavallo di gennaio e febbraio si disputano i Mondiali di ciclocross e nel weekend a cavallo di febbraio e marzo inizia la stagione belga su strada, Greg XIII, che non amava le corsette nei paesi mediorientali per di più mussulmani, volle che questo mese vuoto durasse poco per abbreviare l’attesa. Così quando si riformò il calendario in una villa sul Porziokatonenberg, una ripida salita in pavé con pendenze fino al 20%, si stabilì che febbraio durasse 28 giorni, con la variante bisestile negli anni olimpici affinché i ciclisti riposassero un po’ di più in previsione del supplementare impegno pentacerchiato.

Porziokatonenberg: il classico pavé e un antico e sibillino cartello stradale risalente al 50 D.C. (= Democratico Cristiano).

E anche se i mondiali campestri non li ha corsi, Wout Van Aert ha riposato un po’ e, così come accaduto nella stagione del cross, appena montato in sella ha stravinto la gara di apertura della stagione fiamminga. Tale corsa è di proprietà del giornale di cui attualmente porta il nome: Omloop Het Nieuwsblad (dove “omloop” sta per “circuito”), il cui sito in tutta la settimana di attesa ha pubblicato molti articoli sull’evento, e parliamo di un quotidiano generalista, mentre il giornale roseo pur essendo sportivo ne dedica forse un decimo alle corse che organizza. In passato la corsa si chiamava Omloop Het Volk, perché era di proprietà di un altro giornale, poi Het Volk e Het Nieuwsblad, un tempo rivali, si fusero e la corsa cambiò nome. Una particolarità dell’Omlooop Coso è che nacque nel 1945 quando il Belgio fu liberato dai nazisti, per cui speriamo che l’anno prossimo si disputi una “omloop” anche a Kiev.

Il Belgio è un paese poco appariscente che bada alle cose essenziali della vita come il ciclismo i fumetti e il cioccolato. Per questo al vincitore, invece di un inutile mazzo di fiori, che poi è la specialità dei cugini rivali ex olandesi, è stato donato un mazzo di ortaggi. Il piccolo Van Aert, all’arrivo con la mamma, paventando un minestrone ha iniziato a piangere.

Il nonno olimpico

Appena il capo del CONI è atterrato a Pechino per le Olimpiadi on the rocks, il Banchiere l’ha chiamato dicendo che rivolgeva agli atleti “i più sinceri auguri per un’Olimpiade di successo” e si diceva certo che “L’Italia saprà farsi valere”. Quando solo pochi giorni fa aspirava a diventare Presidentone, il Banchiere diceva di essere un nonno a disposizione delle istituzioni, ma un nonno non dovrebbe dire queste cose ai suoi nipotini, dovrebbe piuttosto dire: “Ragazzi, se non vincete le medaglie non fatene un dramma, pensate alla salute. Divertitevi ora che siete giovani, non fate come me che ho passato la vita tra cambiali e tassi di interesse”. Poi però mi sono ricordato del coinvolgimento in certi casi di doping di genitori e parenti di atleti, dei comportamenti diseducativi e a volte pure incivili e violenti di certi padri ai bordi dei campetti di calcio, e allora ho pensato che è andata pure bene così, ma se il Banchiere non fosse stato un nonno istituzionale cosa avrebbe fatto? Forse senza un minimo di calma olimpica avrebbe rincorso gli atleti non qualificati per le finali per prenderli a calci in culo?

Squadre

Uno dei più abusati luoghi comuni calcistici dice che squadra che vince non si cambia. E poiché la maggioranza degli italiani sono appassionati di calcio e tendenzialmente squadristi, cioè voglio dire gli piacciono gli sport di squadra, questo precetto si applica in tutti i campi. Così sono stati confermati il Presidente diseducativo che a 80 anni non va ancora in pensione, al più aggiorneranno il software “Mattarella” con cui poter dire la cosa giusta in ogni circostanza e in modo impettito e dignitoso senza dire niente, e sarà confermato il Governo di banchieri e militari, così efficace da aver già stabilito per DPCM che il 31 marzo terminerà la pandemia.

Raisport nel suo piccolo doveva cambiare il Direttore a fine mandato e l’ha sostituito con la sua Vicedirettora e ora c’è da aspettarsi che per le imminenti Olimpiadi al freddo e al gelo i programmi confermino la linea editoriale delle Olimpiadi accaldate, cioè attenzione puntata sulle medaglie italiane con pianti e imprecazioni per quelle mancate, semmai con spettacolino serale con ricchi premi e cotiglioni. Per il Giro d’Italia un mezzo cambiamento l’ha azzardato RCS affidando la produzione delle immagini a una società privata, ma purtroppo la RAI continuerà ad aggiungerci di suo il Processo affidato a Morfeo Fabretti, il plotone di spot pubblicitari e le rubrichine di varietà del genere forse non tutti sanno che ma forse neanche ci tengono a saperlo.

Anche La Zeriba Illustrata per il nono anno consecutivo seguirà la corsa dal vivo (delle trasmissioni televisive) con i suoi post de-retoricizzati. Però dobbiamo sottolineare che il blog in questione continua ad avere un atteggiamento contraddittorio a proposito della diffusione del ciclismo sui media: da una parte si lamenta che non si trasmetta ciclismo 24 ore su 24 a reti unificate, dall’altro teme una eccessiva popolarità dei ciclisti, guardando con sospetto alle partecipazioni ai programmi tv di varietà di Colbrelli dopo la Roubaix o di Balsamo forse giovedì a Sanremo e ai troppi selfie di Paternoster. Ma allora, già che siamo in argomento, diciamo pure che se certi tennisti o nuotatori vincono un torneo qualsiasi o fanno un quarto posto in una gara internazionale vanno sulle prime pagine dei giornali, mentre Silvia Persico che è arrivata terza al recente mondiale, e dico Mondiale, di ciclocross non è stata degnata di attenzione. E non è stata presa in considerazione neanche la vittoria nella staffetta degli azzurri trascinati da Persico medesima, ed è vero che in fondo era solo un test event e per la prima edizione ufficiale se ne parla l’anno prossimo, e che la formula e le squadre erano rimaneggiate a causa del covid, ma si trattava dell’ennesima medaglia italiana nelle prove a squadre, che siano le staffette in mtb o le cronometro su strada. Ma, giusto per contraddirmi, mi viene da dire che non è poi un grande male, perché se malauguratamente se ne fossero accorti i vertici dello Stato ne avrebbero approfittato per dire che l’Italia vince quando fa squadra e quindi bisogna fare squadra anche nella società, purché si faccia come dicono i ricchi che loro ne capiscono di tutto.

Ai mondiali hanno partecipato solo i ciclisti negativi.

Canto Generale dell’Arkansas (in prosa)

Quando si doveva decidere la sede delle Olimpiadi del 1996 tutti pensavano che per il centenario sarebbe stata scelta Atene da cui tutto iniziò, e invece fu poi preferita la città della Coca Cola. Così per il ritorno dei mondiali di ciclocross negli USA, dove il mercato delle bici è florido, si poteva pensare che questi si disputassero nei giardinetti della Trek a Waterloo e invece per motivi apparentemente misteriosi si correrà a Fayetteville nell’Arkansas. La città di Fayetteville, come si può facilmente intuire, prende il nome dal Generale Lafayette McLaws oppure indifferentemente dal Generale francese Marie-Joseph Paul Yves Montand Roch Gilbert Georgette Petit-Chou Du Motier Marquis de La Fayette, che gli americani, essendo gente dai modi spicci, chiamavano semplicemente “Fayet” oppure “Hey, man!”. Negli USA ci sono anche altre città omonime, in Alabama, Disneyland, Georgia, Illinois, Indiana, New York, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Tennesse, Texas, Transylvania e West Virginia, con grande disappunto dei postini che a volte devono prendere il greyhound per consegnare la corrispondenza. E, a scanso di equivoci, come capitale dell’Arcoso è stata scelta un’altra città, Little Rock, chiamata così perché fu costruita nei pressi di una piccola pietra (in inglese “rock”) da tale Rock Adson, al quale l’anziano pioniere Joshua Humarell diede esplicito mandato con le parole: “Tu sei Rock e su questa rock edificherai la nostra città, e io veglierò perché le potenze degli inferi non ti distraggano dal lavoro”. Si potrebbe pensare che l’Arkansas sia una succursale del Kansas ma invece i due paesi non sono neanche confinanti, però qualcuno fu tratto in inganno dai due nomi, e si sa che le conquiste nelle Americhe sono nate spesso da equivoci. Colombo cercava una rotta alternativa per raggiungere i centri commerciali delle Indie evitando il traffico del weekend. In seguito ai conquistadores fecero credere che esistesse un luogo in cui le strade erano lastricate d’oro e quelli iniziarono a fantasticare un Tour dell’Eldorado in cui i ciclisti, anziché sugli sterrati o sul pavé, pedalassero sull’oro e al primo arrivato avrebbero potuto dare in premio, anziché una volgare pietra come a Roubaix, un ciottolo d’oro col quale il vincitore stava a posto finché campava, ma alla fine gli spagnoli trovarono solo una fabbrica di gelati. Così accadde che alcuni pionieri romani, capeggiati da tale Mericoni Ferdinando detto appunto l’Americano, partirono alla ricerca di un mitico elisir, il Drink del Kansas City, ma sbarcarono nell’Arkansas per doppio errore, sia perché credevano di essere in Kansas sia perché l’Arkansas non ha sbocchi in mare. Il gruppo di romani, restio a integrarsi nella cultura del luogo, costituì una comunità chiusa che aveva contatti solo con altri italo-americani, e quando gli domandavano come mai erano finiti laggiù rispondevano in modo ambiguo: “Grazie ar kansas”. Anche l’elezione di uno arkansino, o arkansota, alla Presidenza degli USA fu dovuta al caso. Il musicista psychofunk George Clinton, che per ambientarsi aveva chiamato il suo gruppo Parliament, era definito Il Primo Ministro del Funk ma questo non gli bastava, lui puntava alla presidenza degli Stati Uniti, e a tal fine fece tutta la trafila necessaria comprese le droghe e qualche problema mentale, e allo scrutinio era nettamente in testa, ma i Poteri Forti non potevano permettere che un nero venisse eletto alla Casa Bianca e grazie alla complicità di un oscuro impiegato dell’anagrafe, Condoleezo Race, fecero risultare vincitore il primo Clinton che gli capitò a tiro, tale Bill che si guadagnava da vivere tenendo lezioni private a ragazzine impegnate negli stages di accesso alle scuole medie. Quando gli agenti dell’FBI irruppero nel suo studiolo per dargli la grande notizia, nell’entusiasmo del momento Mister Bill si alzò di sbotto rovesciando la modesta scrivania e i federali si trovarono di fronte al primo di una lunga serie di scandali da coprire. Ma vediamo che si fa di bello in Arkansas. Intanto il paesaggio si compone di molta erba, qualche piccola salitella seguita da qualche piccola discesa, quasi delle gobbe, e una gradinata, niente tavole. Ops, scusate, questo è il percorso dei mondiali, e diciamo che nelle gare regionali italiane si vede di meglio. Dicevo, l’Arkansas è tra i maggiori produttori americani di povertà però, senza offendere nessuno, è anche molto ricco, ricco anche di gas, infatti è il primo produttore al mondo di camere a gas, ce ne sono per tutte le tasche, e le più economiche si trovano nelle filiali di Walmart, la grande catena di discount arkansese che sponsorizza i mondiali, ecco spiegato il mistero. Per chi non sopporta la puzza di gas e preferisce quella del letame sono molto diffusi gli allevamenti di riso e cotone, ma anche di altri animali come polli, gonzi, pescegatti pescigatti e pescigatto (almeno una delle tre versioni deve essere esatta), che sguazzano nei fiumi tra cui ce n’è uno che – non l’avreste mai detto – si chiama Arkansas. E dove ci sono i fiumi ci sono anche boschi come se piovesse e montagne, ma dimenticate la mitologia della dura vita selvaggia nella natura a contatto con le intemperie e con gli orsi i cervi i puma e le giraffe (dimenticate soprattutto le giraffe), perché la storiografia ha ormai appurato che i montanari americani hanno una sola occupazione, quella di cantare, e qui allo scopo ci sono i Monti Ozarks, che non saranno gli Appalachi ma il loro ruolo lo svolgono. Non è quindi un caso che il personaggio più famoso nato in questo Stato sia Johnny Cash, che però all’aria pura dei boschi preferiva il tanfo delle galere.

Un cicloamatore, vestito come neanche Jean Robic ai tempi del primo mondiale, in ricognizione sul percorso all’interno del Centennial Park.

Affinità su ghiaccio

Già negli anni 70 Marcello Osler, storico gregario di Moser e pattinatore per diletto, diceva che ciclismo e pattinaggio impegnano gli stessi muscoli. Ma le affinità tra pattinaggio di velocità su ghiaccio e ciclismo sono molte. Ci sono stati atleti passati dall’uno all’altro sport e anche casi di doppiogiochisti, in senso letterale, personaggi che hanno gareggiato sia nei giochi olimpici caldi che in quelle freddi e addirittura anche medagliati a differenti temperature, e poi per riscaldarsi o defatigarsi i pattinatori pedalano su bici predisposte nella zeriba. Anche nel pattinaggio vanno forte i Paesi Bassi, non a caso lì è stato ambientato il romanzo per ragazzi Pattini d’argento, e anche in questo sport i paesani bassi non sono bassi manco per niente e sono dei bestii (plurale di “bestio”) mentre tra le donne vi sono molte belle ragazze con begli occhi, e dato che da quello parti è uno sport molto seguito i campioni più famosi sono personaggi da copertina di riviste e rotocalchi, soprattutto il recorman di vittorie ovunque Sven Kramer ormai a fine carriera e la giovane Jutta Leerdam che ha un nome fuorviante da formaggio, una bellezza che potrebbe fuorviare e basta e pure un compagno ex skater che sembra un po’ fuorviato di suo ma non indaghiamo. Anche lo sponsor del team principale è lo stesso della storica squadra di ciclismo, dalla Rabobank degli inizi all’attuale Jumbo Visma, per cui i migliori pattinatori sono compagni di club di Van Aert Roglic e Vos. Poi, dato che nei Paesi Bassi i praticanti sono molti come anche gli atleti di alto livello e potenziali vincitori di medaglie, ma in nazionale non c’è spazio per tutti, la rivalità tra di loro sarebbe accesa, almeno a detta dei commentatori italiani che in casa orange vedono sempre liti e polemiche, e anche vedendo le immagini delle gare e delle premiazioni si direbbe che si vogliono bene come fratelli coltelli. Tra parentesi da qualche anno il telecronista RAI incaricato è Stefano Rizzato che manco a dirlo segue pure il ciclismo. Anche in questa disciplina c’è un Van Der Poel fenomenale e poliedrico, ma è svedese, si chiama Nils, e non solo ha praticato un altro sport, una cosa di nicchia che non ho capito cosa sia, ma qualche tempo fa ha pure interrotto l’attività sportiva per fare il militare. Infine diciamo che anche questo sport ha recuperato alla società civile ragazzi che avevano preso una cattiva strada, si sa che diversi ciclisti sono ex calciatori e allo stesso modo qualcuna che oggi pratica la velocità stava finendo nel tunnel del pattinaggio artistico. In Italia lo sport ha pochi praticanti, nessuna pista coperta e per rinforzare la nazionale si pesca a piene mani nel pattinaggio a rotelle. E così capita che la più forte pattinatrice su ghiaccio italiana, Francesca Lollobrigida, sia una multicampionessa mondiale delle rotelle, che fino a pochissimi anni fa ha gareggiato sia d’estate che d’inverno, ma poi c’è la vecchia faccenda delle Olimpiadi, uno sport diffuso e praticabile con poca spesa come il rotellismo non è specialità olimpica e così la ragazza ha fatto contenti i tecnici e si è concentrata sulla disciplina pentacerchiata. Il bello è che la pattinatrice in questione è di Frascati e non ama il freddo, e anche durante i campionati europei, che manco a farlo apposta si sono disputati nel weekend appena trascorso in cui non c’erano gare internazionali di ciclocross ma solo i campionati nazionali, sembrava infreddolita prima delle gare. Questa cosa si è potuta notare anche perché è una delle più inquadrate dalle tivvù, nonostante ci siano atlete con un palmares più ricco del suo, anche quando si gareggia nei Paesi Bassi come stavolta. Lei è sempre sorridente e bella di una bellezza diversa da quella di una sua lontana parente che faceva l’attrice (le auguriamo di non essere parente anche dell’imbarazzante Fratello d’Italia), e poi c’è da dire che i bodies che indossano valorizzano il fisico delle atlete, diversamente da quello che accade nel ciclismo anche quando le corridore non sono schizzate di fango, basti guardare la brutta divisa proprio di Marianne Vos. Ma poi alla fine in Italia, sia per le cicliste che per le pattinatrici, arrivano le divise militari a mortificarle, perché anche su ghiaccio per poter fare con tranquillità lo sport ad alto livello sono costrette ad arruolarsi.

Il ciclocross che si snatura sulla neve e il pattinaggio a rotelle depredato da quello su ghiaccio sono due altri motivi per essere contro le Olimpiadi.

Una corsa patafisica

Dopo il successo del programma di medaglie frizzi lazzi e cotillons “Il circolo degli anelli” ci si poteva aspettare che l’ideatrice e conduttrice AdS passasse tra gli autori di “Made in Sud” o altro programma equipollente, e invece, con un senso dell’umorismo superiore a quello delle trasmissioni citate, è stata nominata Direttore di Raisport. Ora per entrare in redazione immagino che non serva il green-pass ma una parrucca un naso finto o una lingua di menelik, ed essendo i redattori impegnati a tirarsi i coriandoli non c’è da stupirsi se sul sito della RAI c’è scritto che per seguire la diretta del ciclocross si deve andare su web2 ma poi bisogna invece cliccare su web1. In questo weekend eccezionalmente sono previste due prove di Coppa del Mondo e il sabato si gareggia a Rucphen nel Brabante paesano basso. Il percorso è una novita in Coppa e non presenta tratti dove poter fare selezione, è un tracciato patafisico che sembra disegnato da Alfred Jarry o da Père Ubu in persona perché poco dopo la partenza c’è una grande giduglia, due spirali concentriche da percorrere prima in un senso e poi nell’altro per cui nel primo giro con il gruppo ancora compatto si vedono i ciclisti pedalare in direzioni opposte. E poi su un percorso del genere ci vuole una soluzione immaginaria al problema di come vincere. Sarà forse per questo che hanno vinto due fenomeni che hanno reso spettacolare una gara altrimenti banale. In campo femminile le protagoniste sono state due veterane disastrose. Marianne Vos è tipo una valanga, pensa bene di partire velocissima per fare selezione ma, dato che il numero di giri viene deciso dalla giuria dopo aver visto i tempi di percorrenza dei primi due, la Marianna in pratica ha costretto le avversarie e sé stessa a percorrere un giro in più di quanto sarebbe stato sufficiente. Poi visto che più di tanto non riusciva a selezionare se n’è rimasta guardinga sempre in seconda posizione prendendo più schizzi di fango in faccia rispetto alle altre. La Vos tatticamente è ineguagliabile ma, anche se è un’acrobata, tecnicamente commette degli sbagli mentre Lucinda Brand è diventata quasi perfetta, e anche stavolta come in Val di Sole un paio di errori di Marianne, di cui uno in vista del traguardo, sembravano fatali, ma lei è buona e cara però non è che può arrivare ancora piazzata per di più in quest’annata piena di secondi posti pesanti, e allora si è fatta dare un anticipo sulle energie da spendere il giorno dopo e ha fatto una volata grandiosa, mentre Lucinda per un attimo è sembrata ritornare quel disastro di anni fa, quando era la donna veloce della Rabo e la sua capitana, anche se è sempre stata una cannibale in missione per conto di Dio, provava a farle vincere qualche gara ma poi era costretta a rimediare di persona, povera ragazza che deve fare tutto lei ma non è colpa sua se le compagne che negli anni ha cercato di far vincere si chiamavano Brand o Moolman. E la ragazza oggi ha dovuto fare da sola anche per la Jumbo, non ha mai compagne donne in gara e pure il compagno maschio Wout Van Aert ha saltato questo turno. Mathieu Van Der Poel ancora non è rientrato perché ha sempre qualche problema fisico, gli manca solo la gotta, e per un attimo si è visto in testa il fratello David ma è durato poco. Tutti davano favorito Tommasino Pidcock, ma mi sembrava eccessivo, è vero che ha vinto sullo Zoncolan tra gli under 23 e che in volata ha fatto soffrire Van Aert e che ha vinto quell’olimpiade in mtb che voleva vincere Mathieu e che nel ciclocross era un fenomeno nelle categorie giovanili, ma in Coppa del Mondo non ha mai vinto. E infatti parte male intruppato, poi comincia una rimonta mentre davanti comanda Iserbyt che in genere soffre la presenza dei due fenomeni più titolati oggi assenti. E’ vero che su questo tracciato si fa poca selezione, a metà gara erano una decina in testa, ma a recuperare si recupera bene, e così Pidcock raggiunge i primi e nell’ultimo giro resiste al gioco di squadra del lungo Michaelone e del corto Eli e supera Iserbyt saltando le tavole più velocemente, e dire che sono tra i più bassi del plotone, una roba forse mai vista. Come Lucinda anche Iserbyt è tornato per un attimo lo sfigatino del passato e nel rettilineo finale si è arreso pensando che non bastavano quei due, ora c’è pure il terzo fenomeno.

Auspicando le Fanculiadi

Il resoconto dell’annata per questo giro non lo schematizzo in classifiche e playlist ma in post diversi su argomenti altrettanto. E questo, per quanto mi riguarda, è l’anno in cui ho pensato che se abolissero le Olimpiadi male non sarebbe. Spettacolo gonfiato e strumentalizzato, da noi in Italia si è fatta la conta delle medaglie consumando in fretta le storie dietro di esse già dimenticate e più se ne raccoglievano più il governo diceva di essere migliore. Ma pure le vittorie arrivano alla fine di percorsi troppo drammatizzati, vedi quello che andava in giro con mezza barba. Le nazioni fanno a gara per ospitare le Olimpiadi, spendono più soldi di quelli che ne ricavano, e non è detto che ci facciano bella figura. Il Giappone ad esempio ha lasciato perplessi e chissà cosa ne penseranno nei Paesi Bassi dopo la corsa di AVV che in assenza di informazioni pensava di essere in testa e ancora dopo che il loro idolatrato idolo MVdP è caduto su un pietrone fidando in un asse che durante le prove c’era e in gara non più. E poi i risultati lasciano altrettanto perplessi, come appunto la vittoria dell’austriaca Kiesenhofer che dopo Tokyo manco si è degnata di correre un po’ più del solito per giustificare il suo oro. E penso che allora il Vélo d’Or per il ciclista dell’anno era meglio se i francesi lo assegnavano sciovinisticamente ad Alaphilippe che delle Olimpiadi se n’è infischiato. E quindi lancio un’idea: bisognerebbe organizzare le Fanculiadi, che non dovrebbero essere un evento alternativo che poi rischierebbe di diventare altrettanto ingombrante ma un non-evento basato sull’assenza, continuando a praticare discipline escluse dal programma olimpico o non gareggiando per nulla, insomma una cosa che non costa niente e non sporca.

Una disciplina che se ne stava lì tranquilla per i fatti suoi era il ciclocross, solo Sven Nys sognava le Olimpiadi e pur di parteciparvi si adattò alla mtb ottenendo solo un nono posto a Pechino. Poi ci si è messa l’UCI in combutta con Flanders, quelli che organizzano la Coppa del Mondo e non solo, e per Flanders non si intende il personaggio dei Simpson né la personaggia di Defoe ma una società che ha un CEO, non so se mi spiego, ma la svolta definitiva l’hanno data Luca Bramati e il solito Pippo Pozzato che hanno proposto una gara sulla neve della Val di Sole, e neve doveva essere ché se non avesse nevicato si sarebbe intervenuti manu militari con i cannoni sparaneve. Questo perché il problema dell’obiettivo olimpico è che non trattasi di generiche olimpiadi invernali ma di olimpiadi del ghiaccio e della neve, fango e freddo non bastano, o superfici imbiancate o niente. Insomma ancora una volta il ciclismo per entrare nel programma pentacerchiato deve diventare qualcosa di diverso, è già successo con la pista e potrebbe succedere con il cross. Però la cosa che ieri a Vermiglio ne è venuta fuori non è stata male, quasi tutti i corridori dicono di essersi divertiti forse anche perché temevano il ghiaccio, e in fondo ci sono state gare sul fango molto più scivolose, e solo Pidcock ha detto che continua a preferire l’erbetta. Il campo partecipanti era parzialmente cambiato rispetto al solito, i Paesi Bassi hanno schierato la coppia di bikers Tauber e Terpstra e soprattutto c’erano molte assenze tra chi ha preferito evitare e chi aveva già in programma un ritiro per tirare il fiato e preparare la seconda parte di stagione, e tra questi ultimi paradossalmente c’era tutta la squadra di Sven Nys, il quale potrebbe essere ancora interessato alle Olimpiadi per il figlio Thibau sempre che quest’ultimo non opti in futuro per la sola strada. Tra i nyssini c’è Lucinda Brand che ha 31 anni e possiamo immaginare che di un’eventualità olimpica tra altri 4 annetti non gliene possa fregare di meno. Gli italiani sono accorsi in massa, sia come pubblico che come partecipanti, risultando più forti le donne con Eva Lechner quarta, ma dispiace che non siano stati convocati due atleti locali che nella loro lunga carriera si sono buttati in tutte le specialità del fuoristrada: Anna Oberparleiter, che è anche maestra di sci e quindi con la neve ha confidenza, e l’adrenalinico Martino Fruet che almeno ha girato lo spot dell’evento. La gara maschile è stata combattuta soprattutto per il terzo posto tra i piccoletti Pidcock e Iserbyt alle spalle di Michelone Vanthourenhout, ma l’attrazione era Wout Van Aert che è stato uno dei pochissimi, se non l’unico, a non farsi problemi a gareggiare pure il sabato in Belgio, vincendo ovviamente, poi ha preso l’aereo, ha fatto una ricognizioncella del percorso e al secondo giro della prova se n’è andato e ha vinto, anche se pure lui come quasi tutti è caduto strada innevata facendo. Chi ha guidato meglio di tutti è stata la giovane Fem Van Empel, ma lo spettacolo nella prova femminile l’ha fatto Marianne Vos che è partita prudente, poi ha avuto un problema alla catena ripartendo con un ritardo di quasi un minuto e lì ha iniziato una rimonta clamorosa, Cant Pieterse Lechner Betsema Rochette tutte affannate all’inseguimento di quella davanti lei le superava in tromba e nel finale ha raggiunto la battistrada, sembrava stesse per ripetere l’impresona con rimontona al Giro ai danni di Lucy Kennedy, ma per la troppa foga ha infilato l’avversaria all’interno in una curva e subito dopo ha urtato un paletto ed è crollata a terra. Dice il saggio che nel ciclocross bisogna correre in testa perché se si cade si blocca anche chi segue e non si perde terreno, ed è qui che si è vista la bravura e la freddezza della giovane che sembrava quasi dire alla veterana di fare con comodo, ma quando Marianna si è rialzata la Van Empel già in bici è partita e l’arrivo era dietro l’angolo. Se uno si chiede come fa Marianne Vos, che non è più vecchia di tante altre ma ha avuto fin qui una carriera lunga e intensa, a essere ancora così forte, la risposta è nella caparbietà che la porta anche a commettere errori, e lei che in genere non cerca scuse stavolta ha commentato che quel paletto doveva essere lì anche il giro prima, come a dire che era colpa sua che non se ne era accorta, e si è detta contenta perché non pensava di essere già così in forma, senza recriminare sul salto di catena che tra l’altro dovrebbe farla riflettere sui suoi attrezzi del mestiere perché anche in ricognizione le è saltata la catena. E poi forse la Vos voleva fare la volata in testa a tutti i costi perché Van Empel è veloce, tanto che in estate è arrivata seconda agli Europei di tutt’altra specialità, la mtb eliminator, battuta sola dalla fenomena Gaia Tormena, una che per adesso di olimpiadi non si preoccupa.

Però a gareggiare con la neve si arriva belli puliti.

Il Paese compresso

Il Belgio è un paese piccolo e per ospitare tutte le gare di ciclocross richieste dal pubblico bevente non bastano i prati e i boschi ma bisogna spostarsi anche sul mare, ma in fondo si tratta di fare pochi metri. Così la Coppa del Mondo fa tappa a Koksjide crocevia del ciclismo, e allora tutti al mare a mostrar le chiappe chiare? No, perché non è stagione, anche se forse oggi faceva un po’ meno freddo perché Denise Betsema, che in costume da bagno si è mostrata in altra sede, corre senza i suoi soliti gambali, ma alleggerirsi non le è bastato per vincere perché oggi è tornata ai suoi livelli Annemarie Worst che da molto tempo non vinceva. Le due sono state seguite da altre 7 connazionali, nove paesane basse ai primi nove posti proprio quando l’Olanda è stata abolita, gli statistici e gli storici dovrebbero verificare se è un record ma difficile che non lo sia, e una citazione di merito ci vuole anche per la statunitense Honsinger decima e prima delle altre. Tra gli uomini ha vinto Eli Iserbyt che il ruolo di sfigato lo ha passato a Hermans diabolico nel perseverare negli errori. Ma oggi in Belgio era condensata buona parte del ciclismo alternativo alla strada e spesso più divertente. A Gent si correva la 6 Giorni nel famoso velodromo Kuipke da cui ho tratto l’immagine della testata, una pista lunga, pardòn, corta 166 metri, e mi chiedo come facciano i ciclisti a girarci a grandi velocità senza che gli giri pure la testa. Delle 6 giorni si è spesso detto che sono combinate, di sicuro si è sempre fatto in modo di agevolare i nomi di richiamo ad esempio affiancandogli pistard esperti, Terruzzi trascinava Coppi e Pijnen idem con Moser, poi Sercu e Merckx accoppiati erano ingiocabili. Invece a Gent l’unica stella della strada era il vecchio Cavendish che non ha certo bisogno di qualcuno che gli spieghi la pista, ma agli appassionati locali basta lo spettacolo a prescindere e la preoccupazione maggiore degli organizzatori, stante il problema epidemico, è stata dove consentire allo spettabile pubblico di sbevazzare in allegria. Tornando ai sospetti combine, fino alla madison conclusiva erano in testa i danesi Morkov e Hansen campioni olimpici e mondiali davanti a diverse coppie con almeno un ciclista di casa, però alla fine ha vinto la coppia tutta belga formata da Robbe Ghys e Kenny De Ketele che qui chiudeva la carriera, e allora verrebbe da dire: ecco, avete visto? Ma scrivevo di chiappe chiare, e il fatto è che per arrivare a tale risultato c’è voluto un gran sedere perché Hansen si è scontrato con Cavendish, che non è neanche una cosa strana su una pista zippata, e non è stato in grado di difendere il primato. E la cosa grave è che l’incidente, secondo De Buyst, sarebbe stato causato dalla caduta di una bottiglia di acqua e non di birra.

Ghys e De Ketele, vi piace vincere facile, eh?

Aveva ragione lui

Dopo aver vinto alle Olimpiadi di Rio Elia Viviani diceva che avrebbe continuato a correre su pista, si vabbe’, si poneva anche dei grossi obiettivi su strada parzialmente centrati, figuriamoci se pensa ancora alla pista. E poi quando tornava a correre su pista sembrava che corresse con una gamba sola. E ancora, quando prima di questi Mondiali di Roubaix aveva deciso lui quali gare correre e quali no, e non erano le stesse prove che avrebbe voluto Marco Villa, sembrava quasi una vecchia gloria capricciosa che pensava che tutto gli fosse dovuto. E’ finita che dopo un titolo olimpico e un intero set di titoli europei, a 32 anni ha finalmente vinto il titolo mondiale che non aveva mai ottenuto, nella prova a eliminazione corsa pure con senso dello spettacolo, campionato per di più storico perché disputato per la prima volta, e alla fine aveva ragione lui. E l’anno prossimo chissà che non scopriremo che ha avuto ragione pure Elena Cecchini ad accettare di fare la gregaria nella squadra più forte del mondo che però a fine stagione perderà tre capitane che lasceranno spazio alle altre.

Dopo il furto di 20 biciclette della nazionale italiana i ciclisti azzurri sono costretti ad arrangiarsi.

Perline di sport – Tanto pe’ vanta’

Una delle attività che in questo periodo impegna di più le Massime Migliori Autorità dello Stato è il periodico ricevimento a corte di sportivi che hanno vinto qualche cosa, una rara occasione di dire bene dell’Italia, da cui solennemente dedurre che bisogna fare squadra e quindi ridurre le tasse ai ricchi e combattere la burocrazia che impedisce alle imprese di fare tutto quello che gli pare. Però viene qualche dubbio se si va a vedere le storie degli sportivi medagliati, e mi baso su quelle dello sport che seguo, ci sono ciclisti e soprattutto cicliste che studiano o hanno già una laurea ma per poter praticare sport senza doversi preoccupare del futuro si arruolano nelle armi, e dato che le Armi non sono enti di beneficenza e hanno le loro esigenze capita anche che alcune smettano o riducano l’attività agonistica, e tutto ciò perché a questi atleti, così come a tutti i coetanei non agonisti, un titolo di studio non garantisce un lavoro futuro. E allora non so proprio cosa c’abbia tanto da vantarsi un paese così combinato. Ma ognuno si vanta di quello che crede, c’è perfino un partito che si vanta di essere il perno del governo migliore.

omaggio

L’olimpica divisa che ricorda il massimo vanto dell’Italia: la pizza.