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Saganoia

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La Zeriba Suonata – gioco di squadra

Stavolta vi propongo i Zoey Van Goey e voi finalmente penserete ah, bene un gruppo fiammingo o anche olandese o sudafricano boero o tante volte newyorchese di lontane origine olandesi. No, mi dispiace ma pure questi sono di Glasgow, ma se i Delgados si capiva che avevano preso il nome da Perico Delgado viceversa non mi risulta nessun ciclista di nome Van Goey. Ma che c’entrano ora i Delgados? Ragazzi, siamo nel fantastico mondo del pop scozzese dove i musicisti fanno gioco di squadra meglio della nazionale belga in cui spesso i capitani non si vedono di buon occhio, e qui l’ex Delgados Paul Savage produce e poi pubblica con la sua etichetta Chemikal Underground. E poi i ZVG ricordano spesso i Delgados. O forse bisogna dire  ricordavano, perché hanno fatto solo due dischi: The Cage Was Unlocked All Along del 2009 da cui vi faccio sentire Sweethearts In Disguise

e Propeller Versus Wings del 2010  che apriva con Mountain On Fire. Poi più niente.

 

Le trentenni

L’altra domenica al mondiale MTB cross country Eva Lechner è arrivata solo 25esima, un risultato deludente ma in linea con la stagione montanara. Poi ieri ha cambiato bici, ha preso quella da cross e ha vinto la prova di apertura in Belgio sul muro di Geraardsbergen, battendo la Arzuffi e alcune ciclopratiste belghe e olandesi, compresa Sanne Cant. Sarà pure la prima gara della stagione ma lo era per tutte, per chi col bel tempo ha corso su strada come la Cant che ha gareggiato pure agli Europei, e per chi fino a ieri correva su monti colline e collinette cittadine in un’altra disciplina. Forse è una conferma di quello che sospetto da tempo, che la Lechner, tra la specialità olimpica e quella non, ha la sfortuna di essere più brava in quella non. Invece Giorgia Bronzini è, ancora per pochi giorni, solo una velocista, che per di più ha sempre trovato avversarie più veloci anche in Italia, da Baccaille a Cucinotta, da Guarischi a Bastianelli. Ma è una velocista che ha tentato le fughe, ha lavorato per le compagne, ha cercato di resistere in salita al punto di partecipare alle Olimpiadi di Rio, e “nonostante” ciò la danno ben 64 volte vincitrice su strada, ma aggiungendo corse UCI di seconda fascia e gare nazionali supera largamente le 100 vittorie, cui aggiungere quelle su pista. 3 titoli mondiali di cui due su strada e nel 2013, quando già aveva perso l’abitudine a gareggiare in maglia iridata, una valanga di vittorie: 17. L’ultima corsa del World Tour della sua lunghissima carriera era la corsa affiancata al finale della Vuelta, che, come pure quella analoga chez le Tour (stessa organizzazione), ha un nome lungo e ridicolo, e che si concludeva sul circuito madrileno poche ore prima della volatona di Viviani. Gli uomini sono arrivati in gruppone, lei se n’è andata con una 15ina di future ex colleghe e le ha battute in volata. Ragazza coraggiosa e convinta, perché due anni fa ha lasciato la sicurezza che dava correre per un’Arma per fare la ciclista full-time, simpatica, divertente e piena di entusiasmo, dopo l’imminente ritiro salirà sull’ammiraglia della Trek, ma non perché la portino all’albergo, ma per fare la dièsse. E farà certamente bene, ma me la immagino quando si avvicinerà qualche ciclista all’ammiraglia e si tratterà di una sua ex compagna di avventure, ha cambiato tante squadre e ha avuto tante rispettose rivali, ecco, me la immagino che le dica: “Vai avanti tu che mi viene da ridere”.

Mountain Bike e altri disastri

Raisport trasmette un po’ in differita e un po’ in diretta il Mondiale di MTB Marathon da Auronzo di Cadore, una trasmissione con alta valenza turistico-alberghiera, non ai livelli della Maratona dles Dolomites, la gara col più alto differenziale tra livello agonistico e ore di ripresa, comunque un ottimo spot pubblicitario con una bella gara intuita tra un intervista al sindaco e una all’assessore. Il finale è insolito per la disciplina, perché ci sono tre bikers in testa, è un finale incerto e viene ripreso dall’elicottero. La vegetazione lì è fitta e il telecronista si è lamentato che purtroppo ci sono molti alberi. Ma come, siamo alle Tre Cime di Lavaredo, nelle Dolomiti, patrimonio Unesco, paradiso naturalistico eccetera e ci si lamenta che gli alberi sono troppi?! Neanche stavolta Leonardo Paez riesce a vincere e mi ricordo che anni fa si diceva che avrebbe potuto tentare anche di correre su strada, ma meglio che non abbia cambiato per diventare uno dei tanti colombiani dalla carriera traballante. Vince invece il brasiliano Avancini che pratica soprattutto il cross country e nell’intervista dopo la corsa dice di aver cominciato dal basso, io pensavo si riferisse al livello sportivo, invece il telecronista dice che viene dalle favelas, e se avesse più tempo forse aggiungerebbe che è il dodicesimo di undici figli quasi tutti orfani di genitori uccisi in scontri tra bande rivali, non so, siamo sicuri? Anche tra le donne vince una biker eclettica, la danese Langvad, ma abbiamo capito che la sua vera specialità è di cadere a poca distanza dal traguardo, ma per sua fortuna oggi, a differenza di domenica scorsa nel mondiale cross country, il suo vantaggio è tale da vincere lo stesso in tranquillità. Quando arriva terza la polacca Wloszczowska subito dopo il traguardo scompare dalla vista e si vedono solo i fotografi che mirano per terra e non si capisce se è crollata o se dopo il traguardo c’era un’installazione di Anish Kapoor. Le interviste nel dopocorsa sono effettuate da una che non sappiamo chi è ma si capisce che è anglofona, e non sappiamo se le sue siano rappresentative delle interviste straniere, ma di sicuro al suo confronto AdS e Stefano Rizzato meritano il Pulitzer. Commentatore è Luca Bramati, che a me sta simpatico, e poi ha un modo direi fumettistico di esprimersi, e quando la gara è combattuta gli piace dire che se le danno di santa ragione, ma ovviamente in senso figurato. Se però commentasse anche la strada, ecco, oggi è tornato a correre Gianni Moscon, ha vinto l’Agostoni, prima corsa in linea vinta solo al terzo anno da professionista, non il massimo per un cosiddetto predestinato, e, dicevo, ora che si è aggiunto al grande plotone del ciclismo, a Nacer Bouhanni e Lars Bum Bum, quella frase lì potrebbe non essere più in senso figurato. Il ritorno pure vincente di Moscon è una manna per Cassani e Di Rocco che, entusiasti quando fu presentato il percorso di Innsbruck, si sono invece trovati con Nibali ammaccato e Aru enigmatico e, dato che l’Italia non è la Gran Bretagna che con Froome e Thomas in vacanza in qualche birreria può comunque schierare i gemelloni che vincono la Vuelta, ora non possono guardare tanto per il sottile e va bene anche sperare che Moscon stia fermo con le mani e riesca a portare in alto, non nel senso figurato ma proprio fisicamente, i suoi 70 chili. Certo, se si vuole che il ragazzo si dia una calmata sarebbe anche il caso di non stare sempre a ricordargli i suoi precedenti, che poi sono ancora niente rispetto a quanto fatto da qualche divo del passato, come quel velocistone che picchiò uno scalatorino che gli arrivava a stento alla cintura, griffata ovviamente. Noi però per adesso facciamo più affidamento sulla ragazza di Moscon, quella Sofia Bertizzolo che ha avuto una straordinaria costanza durante tutta la stagione, tanto da vincere la maglia bianca al Giro, la classifica under 23 del World Tour e di recente il neonato Giro delle Marche. Ma dato che qui non siamo troppo nazionalisti (è semplice plurale maiestatis) l’importante è che sia un bel Mondiale e che a Innsbruck non ci siano troppi alberi in giro che disturbano la visuale.

Ma il meglio il mondiale marathon se lo gioca subito col trailer pubblicitario, in cui, con in sottofondo una musica così enfatica da passare in soprafondo, una dama del 700 sale su una mtb portata su una gondola e via per la ciclabile e sul percorso della gara, lungo il quale raccoglierà altri bikers, e fin qui niente di ulteriormente strano, ma passerà vicino a una bambina che raccoglie un mazzolin di fiori e lattai e soldati della prima guerra mondiale (forse per il servizio d’ordine non si sono trovati giovani?) e altri personaggi folkloristici. Alla fine nei credits scopriamo che sono stati coinvolti alcuni bikers locali tra cui la povera Giada Specia.