e ancora non stiamo pari

Una volta seguivo di più l’atletica e ricordo che negli anni 70 un pesista sovietico di nome Aleksandr Barishnikov introdusse la tecnica rotatoria nel getto del peso come per il lancio del disco. Da allora nella mia ignoranza mi sono sempre chiesto perché allora, se c’era bisogno di fare movimenti scattanti, i pesisti continuassero a essere dei ciccioni, parlando con rispetto. Ed evidentemente quando adesso mi capita di seguire qualche gara di atletica sto più attento alle corse (e ai salti femminili, ma quello è un altro discorso), altrimenti avrei notato che non è più sempre così. Poi facendo zapping capito su un programma della RAI sugli europei pallonari, uno di quei programmi in cui si discute se c’erano i rigori oppure no, nel quale ad affiancare il conduttore c’è una bella ragazzona che non conosco, ma quello che mi sorprende, dati i tempi e dato soprattutto il livello civile del pubblico pallonaro, è che la conduttrice a essere pignoli si potrebbe definire “di colore”. In casi del genere corro prontamente a indagare e scopro che si tratta proprio di una lanciatrice di peso, e il fatto che venga da uno sport vero e ne sappia poco di sport finti ha dato l’occasione agli odiatori sociali di criticare la scelta della RAI perché sarebbe solo pubblicità per l’inclusione e il politicamente corretto e chi meno ne ha più ne metta lo stesso. Non escludo che sia così, ma non credo che le ragazze che vengono ingaggiate a quintali per i programmi affini, soprattutto sulle tv locali, siano esperte, l’importante è che quando siedono sugli sgabelli, mentre gli altri stanno comodamente sulle poltrone, mostrino tutto quello che possono mostrare, poi col tempo impareranno la materia pallonara. Ma quello che mi piace di questa vicenda è soprattutto il fatto che la RAI educational, quella con vocazione civica e didattica, sbarchi anche nel calcio, dopo che da anni tormenta il ciclismo soprattutto durante il Giro. E comunque ancora non siamo pari, perché durante le telecronache ci vorrebbe uno scrittore parlante che al momento delle rimesse laterali o degli infortuni simulati racconti di qualche inventore o gelataio del luogo, ma potremo parlare davvero di parità solo quando ci sarà una finale degli Europei ad Albi e il telecronista prima di leggere le formazioni spieghi come fu la storia del massacro dei Catari che chi segue il Tour conosce a memoria e ormai non ne può più.

La Zeriba Suonata – non si esce vivi dal mito delle rockstar morte

In un articoletto sull’ultimo numero di Internazionale la scrittrice Claudia Durastanti scrive: “perché quando ho sentito Zitti e buoni dei Måneskin in un negozio di Berlino sparata a tutto volume dai commessi ho cercato di nascondermi dietro gli scaffali? Li ho spiati senza fare domande o tradirmi, pensando che probabilmente soffrivano di nostalgia per le unghie smaltate di nero a scuola e il crossover e i primi fuck you scritti sullo zaino e tutto ciò che dopo la morte di Cobain è diventato il rock, e cioè una lentissima discesa in un pantheon di miti ridicoli“. Ma forse era così già prima, quando ad esempio negli anni 80 i cataloghi dei negozi di vendita dischi per corrispondenza aprivano con le offertissime che ti buttavano dietro da 1900 lire in su e, tra gruppi interessanti come dB’s, Alley Cats e Swell Maps, c’era pure Dreamtime, il secondo album solista di Tom Verlaine. Il suo problema forse era quello di aver fatto con i Television un disco monumentale come Marquee Moon a cui inevitabilmente i critici finivano per paragonare i dischi successivi dicendo sì, ma però, ma forse lui ha un altro grave limite per il mondo del rock, e cioè il fatto di essere vivo, che è una cosa che non sta bene nei confronti della mitologia rock.

Mary Marie

copertina regolarmente bucata (in basso a destra)

La Zeriba Suonata – non c’è più il retrofuturismo di una volta

E dire che Jane Weaver era partita suonando cose folk come The Heart That Buckled You, poi è passata alla musica elettronica, krauta o stereolabile, ma nel nuovo album intitolato Flock (Fire Records, 2021) c’è anche il funk o il post-rock quello più cantabile alla Arab Strap. Poi a lei deve piacere la parola “modern” perché il disco del 2017 l’ha intitolato Modern Kosmology e in questo nuovo c’è il brano Modern Reputation. Insomma, voi come la definireste questa musica: retrofuturismo moderno, post-rock post-moderno? Ecco, mentre trovate una definizione che vi garba io me l’ascolto che è meglio.

Burocrazia e Fantasia

La famosa lotta alla famigerata Burocrazia secondo me è difficile proprio perché potrebbe essere semplice, cioè per risolvere il problema basterebbe semplificare le norme, ma le cose semplici possono farle solo persone capaci di cose semplici e non quelli che invece si incartano con leggi che nascono già contorte perché vanno dietro al chiacchiericcio dell’attualità. Ora in questa battaglia scendono in campo addirittura Nathan Never e Legs Weaver che nell’albo ancora in edicola, o forse non più, indagano per conto di una ditta di demolizioni che fornisce argomenti utili alla causa. Devo dire che Legs Weaver la preferivo quando aveva un albo tutto suo e girava per le pagine mezza nuda, e che in questo periodo sto comprando qualche albonello (=albo di Bonelli) per le medaglie celebrative degli 80 anni della ditta. Ho apprezzato un numero di Julia, ho perso quelli di Martin Mystère e con grande sorpresa ho scoperto che è ancora possibile leggere un Dylan Dog decente, a patto che non ci metta mano l’attuale curatore. E questo albo di NN non è male, però la Bonelli ormai è un’istituzione e in quanto tale si propone anche fini educativi, come fa il Giro d’Italia della RAI, e ad esempio in questa storia alcuni personaggi sono di quelle persone che si chiudono in casa con la loro strumentazione elettronica ed evitano i contatti umani, e così viene toccato un tema sociale scottante che proprio perché tale sarebbe meglio non toccarlo, però semmai un’altra volta si potrà parlare anche del tema delle ustioni. Ma per l’argomento principale abbiamo il titolare della ditta di demolizioni che ha un’ufficio che neanche Jeff Bezos, polemizza contro le tempistiche delle amministrazioni comunali e si rivela filosofo cinico e persona onesta, ma è un imprenditore di fantasia.

Perline di sport – Il brasiliano

I musici brasiliani di ieri mi hanno fatto venire in mente il brasiliano di oggi. Ho un vaghissimo ricordo dell’unica vittoria brasiliana in una tappa del Tour de France, nell’edizione del 1991 quando il ciclismo non era globalizzato come oggi, gli australiani per dire erano ancora pochi e stavano iniziando a passare al professionismo i ciclisti dell’Est Europa. E quindi andiamo a rinfrescare la memoria con un filmato. Era la nona tappa di quello che sembrava potesse essere il quarto Tour di Lemond e invece sarebbe stato il primo di cinque di Indurain. E non era un giorno qualunque perché era il 14 luglio, giorno di festa in cui tutti i ciclisti francesi vorrebbero vincere. C’era in fuga un gruppetto di giovani promettenti e vecchie volpi, c’era gente veloce come Jalabert e Bontempi e gli altri scappati non volevano certo portarli in carrozza alla volata, insomma la situazione ideale per un colpo da finisseur che riuscì a Mauro Ribeiro, uno che io non conoscevo, ma aveva già vinto qualche tappetta in corse brevi sempre in Francia, e non a caso correva nella RMO di Madiot e di Mottet e del giovane Virenque, e quello fu il suo unico Tour. In seguito Ribeiro ottenne solo qualche piazzamento. In questo secolo dal Brasile ci sono stati due buoni velocisti come Murilo Antonio Fischer e Luciano Pagliarini e qualche discreta ciclista che ha corso in Italia, poi in preparazione dei Giochi di Rio fu allestita una squadra professional che durò poco, e oggi Henrique Avancini è uno dei migliori biker del mondo. Ma i brasiliani sono più portati per la musica o per sport folkloristici come il pallone e la capoeira. Eh? La capoeira non è uno sport? Mi sembrava.

Tour de France 1991 – 9^ tappa