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Vanità letteraria

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La Zeriba Suonata – canzoni al malto

Adrian Crowley è un cantante maltoirlandese, ma non nel senso che, come da luogo comune su quelle lande, il suo hobby principale è bere birra al malto, che se così fosse a noi manco interessa, ma perché è nato a Malta da padre irlandese e madre indigena. Per le sue canzoni folk si fanno molti paragoni, si vedono ascendenze e influenze, da Nick Drake a Tim Buckley a Johnny Cash, ma mi sembra che l’influenza maggiore, sarà anche per via di quella voce, sia Leonard Cohen. Insomma avrete capito che qui l’allegria regna incontrastata, e del resto non a caso lui incide per la Chemikal Underground, la meritoria etichetta scozzese di musica fatta da anziani per gli anziani. E’ uscito da poco l’album Dark eyed messenger, da cui ascoltiamo, prima che sia troppo tardi, una versione live di Little Breath, con ospite canterina l’anglo-libanese Nadine Khouri.

il falso valido

Ma a tutte queste reazioni alla notizia della positività di Froome come si può contro-reagire? Con fastidio o divertendosi? Innanzitutto la notizia sui quotidiani che sono tutti garantisti ma solo per i politici della propria fazione, e colpevolisti per i ciclisti: mentre quasi tutti si limitano a essere imprecisi parlando di doping, c’è uno di quei giornali che la sparano sempre grossa che parla di quattro tour e una vuelta a rischio, ma forse un pensierino sulla fucilazione ce lo fanno. E poi ci sono i commenti sia sulle frasi di Froome che su quelle prudenti e attendiste di Nibali, dai quali si potrebbero anche dedurre orientamenti politici. C’è chi dice che i ciclisti dovrebbero stare tutti zitti, come dire che sono tutti dopati, e qui intravediamo un giustizialismo populista, e c’è chi critica questi ciclisti italiani attuali (incidentalmente meridionali, aggiungo io) non perché sono tutti dei bravi ragazzi, che si rischierebbe il complimento, ma perché sono professorini, ed erano meglio i pirati di una volta e allora viva Moscon, cioè quello che fece offese razziste a Réza, chissà cosa gli disse davvero, forse “tornatene a casa tua”, e visto che Réza è nato a Versailles non è proprio un brutto augurio. Ma la cosa che forse è davvero difficile da concepire è che alla fine ci troviamo di fronte a uno che aveva un problema fisico e ha preso un farmaco anche perché gli avversari non se ne accorgessero e l’attaccassero, insomma un falso valido, una cosa lontana mille miglia dal pensiero italico.

Per un ciclismo pulito

Al Tour del 2014 Chris Froome inalò salbutamolo in mondovisione e andò tutto bene perché si ritirò. All’epoca questo blog era allo stato nascente e pubblicò questa vignetta, ma senza intento accusatorio.

Alla Vuelta di quest’anno Froome ha commesso l’ingenuità di prenderne una dose forse un po’ eccessiva e, praticamente in concomitanza con la sconfitta di Cookson all’elezione per la presidenza dell’UCI, gli è stato comunicata la positività, una roba che a Petacchi è costata 5 tappe del Giro e un bel filotto a Donoratico mentre a Ulissi è costata boh, forse qualche corsa anonima qua e la. Froome non sta simpatico e non troverà molti difensori. Subito qualcuno alla notizia ne linka qualcun’altra vecchia relativa alle sue varie malefatte, come per esempio quando disse una parolaccia. Ma poi cos’altro gli hanno sempre contestato? Di essere spuntato fuori dal nulla ed essere diventato campione in un niente, e questo è molto straneo, pardon, volevo dire strano, chissà perché ho scritto straneo. Ma se la Barloworld, che era una squadra come tutte le altre e non come la vecchia MTN Qhubeka che aveva un progetto, è andata a ingaggiare un kenyano, cioè un ciclista di un paese senza nessun cultura nella disciplina, non l’avranno fatto così solo per fare colore, ma avranno visto qualcosa in lui. E poi nel 2008 è arrivato 32esimo al Giro, non uno scherzo per un corridore ancora naif. E poi, precoce o tardivo, è ai vertici dal 2011, quando aveva 26 anni, cioè un’età in cui molti italiani se sono passati pro sono comunque ancora giovani di belle speranze, e sono 7 anni che vince e non solo al Tour. Si, ma qualcuno dice che se uno c’ha l’asma non fa il ciclismo. Ah, bravi! E poi parliamo di inclusione, complimenti. Anzi, si dovrebbe dire, come anche per chi scampa a una malattia terribile o ha un grave handicap, che lui dà una speranza a quelli nelle sue stesse condizioni, ecco, come dire anche chi ha l’asma può vincere il Tour. Si, è vero che poi qualcuno di questi trasmettitori di speranza ha avuto qualche problemino, come Armstrong o Pistorius, ma non stiamo a sottilizzare. Comunque alla fine il clima è di sospetto e allora avrei voluto unirmi a tutti i commentatori sociali che stanno scrivendo sui forum, perché dato che mi sembrano tutti calciofili vuol dire che se ne intendono di sport serio leale e pulito dove non succede niente di strano e morti per strane malattie non ce ne sono, che fa pure rabbia vedere invece fresco e tosto, come si dice qui, quell’ex ciclista danese, che ne ha combinate più di Carlo anch’egli in Francia, e pare ancora un giovinastro con la sua capa di bomba, e dicevo insieme ai commentatori chiedere se esiste un solo ciclista pulito. Volevo farlo, poi però ho pensato che forse questa non è la stagione adatta per fare questa domanda.

 

L’isola dei dischi

Tra dicembre e gennaio si compilano le playlist dei dischi dell’anno, e ognuno per non essere sconvolto va a consultare quella del giornale o sito di riferimento; ma più impegnative e drammatiche sono le favolose liste dei dischi da portare su un’isola deserta. Io non sogno di fuggire lontano dalla cosiddetta civiltà, in un posto in cui non giunga notizia delle corse ciclistiche, ma a chi voglia naufragare nell’Oceano Pacifico o in quello Indiano, nella periferia della Micronesia o al largo di quegli altri paesi che si ricordano solo durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, consiglierei di informarsi bene prima di naufragare, a evitare sorprese e una fatica inutile.

La Zeriba Suonata – Alla Corte Del Gran Can

Anche quest’anno c’è stata una grande morìa di cantanti e musicisti, statisticamente ci sta. La Zeriba ne vuole ricordare uno di cui si è parlato di meno, Holger Czukay, tedesco nato a Danzica per il quale si potrebbe fantasticare una remota discendenza da una tribù asiatica, e che, nella sua vita di musicista, allievo pure lui di Stockhausen, è stato fondatore bassista e movitore di manopole dei Can, un gruppo che per fortuna appartiene al passato, perché avendo in squadra, oltre al nucleo tedesco, un americano e un giapponese, oggi lo direbbero multietnico, che non è una bella cosa, e però il gruppo faceva appunto una musica diciamo internazionale, spaziale, magica, tanto da essere massimamente venerati dal druido Saint Julian (Cope).

Vogliate godere di questa esecuzione live di Moonshake in cui Czukay smanetta con le sue macchine. E chissà se questi sono i giorni futuri che pensavano i Can, forse no.