La Zeriba Suonata – Affinità poche, divergenze molte

Sanremo la preoccupazione era il Poggio, chiuso nella stagione delle frane, ma Sagan dice di averlo già provato quindi sarà stato riaperto. Ma prima c’è l’altro Sanremo, quello delle canzoni, e per quello la gente non sa che per una sorprendente vacatio legis non c’è l’obbligo di seguirlo. Però diciamo che è difficile sfuggire alle notizie che sbucano dappertutto, al chiacchiericcio che punta a suscitare curiosità. Mi pare che nel campo partecipanti non ci sono sorprese: ci sono quelli che esistono solo a Sanremo, le presunte vecchie glorie che non vogliono finire nella balera di Cantando Ballando, gli avanzi di talent e poi la quota indie, cioè minimo un gruppo che almeno una volta nella carriera sia stato recensito, va bene anche se per sbaglio, da Rockerilla Rumore o Blow Up, e quest’anno ce ne sono addirittura due, di cui uno che per mettersi avanti col lavoro ha fatto già uscire il libro a fumetti. Poi, dato che gli organizzatori stessi non credono che i concorrenti attirino abbastanza pubblico, ci sono gli ospiti e i superospiti, tra cui qualcuno che scandalizzi fa d’uopo. Quest’anno allo scopo c’è un trapper mascherato che ha fatto un pezzo contestato sessista violento volgare, e non so se questa faccenda della maschera impressioni ancora qualcuno, certo ci sono sempre i critici di una certa età che per dimostrare di essere al passo con i tempi sono capaci di spacciare per significativa novità qualsiasi fesseria. Per quanto riguarda il tema dell’identità ci sono stati ben altri progetti in altri ambiti, tra cui il semi-famoso Luther Blisett degenerato poi in Wu Ming, e pure Elena Ferrante c’ha un’età e i reumatismi, poi le maschere, i Daft Punk per dire sono in giro da più di venti anni per non andare ancora più indietro fino ai Residents, e di trappani che con la maschera ci risparmiano la loro faccia ormai ce ne sono molti, sembra quasi una moda, o forse preferiscono giustamente non essere riconosciuti. E la cosa si diffonde anche a livello locale, qui ad esempio un duo multietnico, cioè uno mascherato e l’altro no, hanno girato in una scuola un video contro la medesima. I Cure invece si manifestavano a volto scoperto, per quello che possono essere scoperti volti truccati peggio di vecchie zie del dopoguerra. Il loro primo singolo si intitolava Killing An Arab e per questo titolo ha avuto molti problemi, sia prima che durante le guerre di religione, ma in realtà quella canzone citava il romanzo Lo straniero di Albert Camus. I trappani invece non so chi citano, forse il bullo del loro quartiere, o forse i conduttori televisivi. Una curiosità finale su questo diffuso cognome inglese: gli Smiths sono stati ospiti a Sanremo nel 1987, cosa che gli portò bene, infatti di lì a poco si sciolsero, l’anno dopo Smith Mark E. con i suoi Fall partecipò al Sanremo Rock delocalizzato in un palazzetto, Smith Robert e i Cure non sono mai stati a Sanremo, forse neanche in gita.

Statistiche illustrate – rapporto Frapporti

In questo inizio di stagione si è parlato molto, o quasi molto, insomma si è parlato un po’ della famiglia Frapporti. Marco e Mattia non corrono più insieme, solo il secondo è stato confermato dal ringalluzzito Principe Duca Conte Scopritore di Talenti mentre il primo è andato con la concorrenza e chissà che non trovi più spazio per sé. Marco è quasi a fine carriera, ha 34 anni quasi 35, ha fatto migliaia di km in fuga e ha vinto 4 corse élite più un prestigioso Lombardia tra gli under 23. Mattia ha 25 anni e una sola vittoria ma a detta del fratello può fare meglio. Intanto la più forte in famiglia rimane Simona, 31 anni, 2 vittorie in corse UCI tra cui l’ultima tappa dell’ultimo Tour Down Under e altre in corse nazionali tra cui la prima edizione, unica in linea, del Giro della Campania, e poi ha ottenuto svariati e ottimi risultati su pista in campo internazionale. Sommando gli anni e le vittorie dei tre fratelli Frapporti non si arriva a quota 100 per cui non possono ancora andare in pensione.

Fellini 100 Cavazzoni 72

Diciamo la verità, dall’inizio degli anni 80 Federico Fellini non ci prendeva più tanto, faceva film un po’ indigesti, quindi niente di strano se pure La voce della luna, che poi è stato il suo ultimo, non era granché, con due protagonisti diventati intoccabili anche se recitare recitavano poco, erano troppo sé stessi, uno che ha fatto sempre lo stesso personaggio, si chiamasse Fracchia o Fantozzi, l’altro un guitto per anni sfruttato da Arbore e poi affrancato da Jim Jarmusch, altro campione di cinema pesante. E poi c’era tutto un circo di attoricchi, per lo più comici visti in televisione e non a caso presto spariti e dimenticati, che avrebbero dovuto interpretare i vari lunatici del poema omonimo. E qui sta il problema: il film era tratto dal vero esordio di tale Ermanno Cavazzoni che partecipò anche alla sceneggiatura e che ebbe una breve popolarità per poi defilarsi. Avrei potuto ignorare per sempre l’autore del romanzo alla base di quel film scombinato se Walter Pedullà non l’avesse nominato triumviro direttore de Il Caffè illustrato, una rivista da edicola, insieme a Gianni Celati, a quanto pare ignaro della nomina e contrariato dalla cosa quando ne venne a conoscenza. E fu comprando questa rivista che iniziai a conoscere Cavazzoni così come Paolo Nori e altri scrittori affini. E a un certo punto ho iniziato a chiedermi come fosse possibile che l’autore di capolavori anche spassosissimi, come Storia naturale dei giganti, La valle dei ladri (già Cirenaica) e Gli scrittori inutili, fosse stato alla base di quel cinedisastro. Il film l’ho rivisto e di nuovo non mi è piaciuto ma sono convinto che il libro invece sia un’altra bella lettura, e per averne la conferma basterebbe leggerlo. Basterebbe comprarlo. Basterebbe trovarlo. Basterebbe che lo ristampassero. E chissà che non siano queste celebrazioni di un regista i cui veri capolavori venivano censurati l’occasione per ritrovare in libreria Il poema dei lunatici. Toh, preparando questo post ho scoperto che l’hanno or ora ristampato.

tra i grandi

Neanche comincia la stagione e già vince Viviani, ma non Elia che in Australia, dove si cerca di riprendere la vita diciamo normale, deve vedersela col folletto locale Ewan, bensì il fratello Attilio alla sua prima gara tra gli élite laggiù nel tropicale Gabon. E la gazzetta lo celebra a modo suo, parlando di avventura tra i grandi, intendendo semplicemente la categoria élite, però non sembrano molto convinti visto che ne scrivono il nome con l’iniziale minuscola.

La Domenica della Zeriba – Il bonsai

Questo è un racconto che non so se mi spiego.

Il bonsai

Il filosofo Bedford aveva una casa con un grande giardino che lui curava personalmente. Però questo giardino non aveva nessuna pianta particolare che gli desse risalto o lo rendesse degno di ammirazione. Poi un giorno Bedford iniziò a curare un bonsai. La cosa incuriosì il suo vicino, il romanziere Redford, il quale a un certo punto gli chiese perché si dedicava a questa piantina piccola, perché avendo un giardino così grande avrebbe potuto piantare qualche albero di alto fusto, come un cedro del libano, che si vedesse anche da lontano, o qualche pianta dai colori vivaci, fiori o rampicanti, che sembrassero quasi degli addobbi come per una festa della natura. Bedford, senza distogliere l’attenzione dal bonsai, rispose: Già. Redford, un po’ contrariato dalla laconica risposta, indicando col mento la piantina e con un tono finto compiacente, proseguì: Evidentemente in tutto questo ci deve essere un concetto filosofico. E Bedford, con un tono come a dire che il vicino aveva capito tutto, gli rispose: Evidentemente. Ma Redford in realtà non aveva capito niente, neanche se c’era davvero qualcosa da capire, però non voleva passare per uno duro di comprendonio ma per uno perspicace, e rientrò in casa. Da allora il romanziere Redford osservò sempre con diffidenza il suo vicino, a volte lo spiava quasi, mentre il filosofo Bedford continuò seraficamente a curare il bonsai.