Esplosioni fotoniche

Cambio di finale (5 lettere)

La tappa di Napoli ha lasciato qualche strascico, sui social c’era l’immagine di un ragazzino vestito come Pantani, che matematicamente non ha potuto vedere correre, qualcuno gli avrà inculcato questa triste mitologia, ma era quasi cosplay, il costume da Pantani era preciso e comprendeva la bandana, e di conseguenza il ragazzino ha pedalato senza casco: bisognerebbe evitare che certi personaggi, loro malgrado, facciano danni anche da morti. E a proposito di morti il Giro arriva nelle Marche a omaggiare Scarponi e, come i fascisti prima di qualche adunata o manifestazione per precauzione portavano gli anti in galera per qualche giorno, qui hanno pensato di mettere in gabbia il pappagallo Frankie che rappresentava un pericolo perché avrebbe potuto volare dietro, o peggio sopra, ai corridori. Poi dopo la fine corsa l’hanno liberato e la RAI che aveva inviato una troupe sul posto è riuscita a perdere anche questo momento fatidico. E allora, già che ci siamo, quando su una salitella a una decina di km dal traguardo ci sono i primi scatti la RAI preferisce omaggiare la sottosegretaria migliore, quella che quando lei tirava di scherma e Silvio B era premier disse che … vabbe’, lasciamo perdere, cercate il video su youtube. Dopo la salita c’è una discesa, l’ideale per un attacco di Nibali, se fosse stato il Nibali di 5 anni fa e soprattutto se ci fosse stata una vera discesa. Poi l’ultima salitella su cui si staccano gli ultimi velocisti, la situazione ideale per Albanese, se non ci fossero quei due bestii di Van Der Poel e Girmay, 184 cm cadauno, che per ora fanno più spettacolo degli uomini di classifica. Si, però i due hanno fatto uno sforzo supplementare, il primo per un problema meccanico e il secondo perché voleva andare dritto a una curva, ma nonostante ciò fanno una volata lunga e staccano tutti, tra i quali in effetti il primo, cioè il terzo di tappa, è proprio Albanese. Girmay batte Van Der Poel, il quale fa dei gesti a dire che il nuovo rivale è davvero forte, ma oltre che forte è già un personaggio storico, è il primo africano nero di colore a vincere una classica e ora anche il primo a vincere una tappa in un grande giro, e ovviamente c’è chi dice che è una pantera e chi dice che ruggisce, ma il vero lato negativo della cosa è gentilmente fornito dagli italiani che ricordano come la passione degli eritrei per il ciclismo risalga ai tempi dell’occupazione italiana e sembra quasi che finiscano a dipingere positivamente la politica coloniale, già sono passati a parlare delle strade e degli edifici lasciati per il loro bene. Questi discorsetti si sono sentiti anche al Processo, ma non so quanti dopo la corsa rimangano ad ascoltare Fabretti perché sentire le sue poetiche introduzioni è sgradevole quasi quanto ascoltare Jovanotti che canta. Ma penso che la vittoria di Girmay un risultato concreto l’avrà, perché finora le grandi squadre, sempre alla ricerca di ragazzini promettenti, li prendevano dai paesi occidentali, forse pensando anche alle promesse non mantenute dai vari Teklehaymanot e Kudus, e lo stesso Girmay, pur avendo battuto Evenepoel da junior, fu ingaggiato solo dall’ultima squadra francese, ma ora potrebbe esserci più fiducia negli africani. Viene fuori anche che Girmay aveva praticato prima il calcio, come Van Avermaert Van Vleuten ed Evenepoel, tante vite salvate e chissà che non ce ne siano altri che si vergognano ad ammetterlo. Purtroppo in serata sapremo anche che Girmay, volendo far meglio di Van Der Poel, ha un po’ esagerato, e se Matteino sul palco della prima tappa si sparò il tappo del prosecco sullo zigomo, Biniam ha centrato addirittura un occhio. Così l’eritreo, che prima di questa tappa aveva dei dubbi, era il suo primo grande giro, gli facevano male le gambe, e poi ha vinto, è costretto lo stesso a ritirarsi per precauzione. A me non piacciono i cerimoniali, soprattutto le bandiere e gli inni, ora ci aggiungo pure questi bottiglioni, che sono anche un simbolo dello spreco, perché vengono usati per innaffiare i presenti, il ciclista che già evita pizze e arrosticini non può bere, poi se il contributo di questi eno-sponsor consiste solo nel fornire a gratis le bottiglie penso che se ne possa fare a meno. La corsa perde un protagonista e molti appassionati di ciclismo solidarizzano con Girmay esclamando “Tappo maledetto!”, soprattutto i lavoratori statali, ma su quest’ultimo punto ho la sensazione che qualcosa mi sfugga.

Nella civiltà dei consensi non sempre i like e gli applausi sono opportuni. Sopra Van Der Poel alza il pollice a dire Ragazzo, sei forte! e lì va bene. Sotto Girmay si è quasi cecato un occhio e i presenzialisti applaudono: ma cosa ca##o applaudite? Volete pure il bis visto che gli è rimasto l’altro occhio?

Un italiano, vero?

Jumpin’ Lopez aveva detto che certe tappe che sulla carta dovrebbero essere tranquille poi non lo sono. E pure nella piattissima tappa emiliamo-romagnola c’è confusione quando qualcuno cerca di sfruttare il vento per creare qualche ventaglio e mettere gli avversari in difficoltà, ma dura poco e torna la calma, si fa per dire. E così diventano protagonisti gli uomini RAI. Ognuno indica il suo velocista favorito per la volata, io invece tifo per un finisseur, uno qualunque, ma Dries De Bondt parte a 58 km dalla conclusione, un po’ presto. Eppure lo riprendono solo all’ultimo km. Nel frattempo Giada Borgato, cui ora dedicano pure le scritte per strada, ci racconta che quando De Bondt ebbe un incidente e stette 13 giorni in coma i medici dissero ai parenti che poteva morire, o rimanere menomato, o guarire, ci vuole coraggio a sbilanciarsi così. Poi c’è la volata e Démare ha tutto il trenino a disposizione ma Stefano Rizzato anticipa tutti dando Gaviria per vincente e invece Alberto Dainese con una rimonta straordinaria lo beffa, anzi li beffa, sulla linea. Het Nieuwsblad scrive che è venuto fuori come un diavolo mentre Sonny Colbrelli, più sobrio, dice che “ha avuto un’esplosione fotonica”, poi Fabretti ci racconta che l’ancora giovine Alberto, che nel 2019 vinse l’Europeo under 23, da ragazzino giocava a basket poi si appassionò al ciclismo e dice che forse lo seguiva sulle reti RAI, ma ne dubito perché se così fosse stato si darebbe dato al biliardo o al curling o alla ginnastica ritmica. Infatti per la RAI il Giro d’Italia è praticamente un programma contenitore, in cui si parla di letteratura, storia, geografia e pure applicazioni tecniche, e oggi, nonostante l’atletica fosse già in onda sulle due frequenze di RaiSport, hanno interrotto il ciclismo per mostrare l’esordio stagionale di Marcell Jacobs, una gara strana perché c’erano anche atleti non tatuati, non so se il regolamento lo consente, ma, tornando alla considerazione che in RAI hanno del ciclismo, penso che, se invece ci fosse stata una diretta di calcio, per Jacobs non avrebbero interrotto neanche una partita di serie C.

E’ arrivata la vittoria di un italiano, così finiscono i lai e stiamo tutti un po’ tranquilli.

Un libro che non saprei

Il primo mondiale che ricordo è quello di Leicester nel 1970, in cui la gara femminile fu vinta dalla russa Konkina davanti a Morena Tartagni, già terza nel 1968 e ancora seconda nel 1971. Quindi la Tartagni è la prima ciclista di cui ho memoria e quando è stato pubblicato un libro su di lei l’ho subito comprato e letto, mentre per dire ne ho due su Merckx che da tempo attendono. Speravo in un ulteriore contributo alla storia del ciclismo femminile dopo il volumone di Antonella Stelitano, ma in realtà questo è una biografia romanzata non solo di una ciclista ma di una persona coraggiosa, che voleva fare la corridora in anni in cui quella non era una scelta ben vista, pure se non erano più i tempi della Strada, e poi si è unita con un matrimonio civile con la sua compagna, alla quale promise di raccontare la loro storia. Paradossalmente, quando correva, la corridora si lamentava che nelle interviste le chiedessero se era fidanzata e altre cose del genere e negli articoli ci si soffermava più sull’aspetto, in una visione riduttiva del ciclismo femminile, e oggi si è affidata a uno scrittore che le ispirava fiducia, ma che è più portato per la descrizione minuziosa dell’abbigliamento di Morena nelle varie circostanze che per le descrizioni delle gare, a volte imbarazzante, basti dire che qui ci sono cicliste che iniziano a tirare la volata a metà gara. Nel volume non c’è una bibliografia perché il racconto è basato sull’archivio ben curato della Tartagni. Il clima di quegli anni non era favorevole ma poi per magia i personaggi sono quasi tutti positivi, anche mitici volendo, neanche del “presidentissimo” Rodoni, grande nemico delle donne in bici, si dice male, l’unico dipinto negativamente è un vecchio cittì che dalla Tartagni sull’Unità venne accusato di discriminare le cicliste secondo le loro tendenze sessuali, mentre la Stelitano ne scriveva come di uno che voleva aumentare il numero delle gare ed era alle prese con una nazionale divisa da invidie e gelosie, bei tempi mitici eroici in cui non c’erano donne che facessero squadra come nel triste presente sono state Noemi Cantele, Tatiana Guderzo e Elisa Longo Borghini, non ci sono più quelle belle invidie di una volta.

Poche ma interessanti le foto, tra cui una con Binda che forse iniziava a ricredersi sul ciclismo femminile. Quello a destra è il podio di Leicester.

La Zeriba Suonata – Canzoni per San Pasquale

Il 17 maggio la Chiesa cattolica ricorda San Pasquale Baylon che è ritenuto protettore delle donne perché a lui si rivolgevano le donne napoletane per trovare marito, contente loro. Come si può vedere un tipo di protettore diverso da come viene inteso nella vita profana ma meglio soprassedere. Però c’è una similarità con la vita terrena, il fatto che tale ruolo sia stato affidato a un uomo, è un po’ come quelle manifestazioni che parlano del ruolo della donna o anche che presentano eventi sportivi femminili e sia a parlare che ad ascoltare ci sono soprattutto uomini, e se c’è una donna è probabile che sia una hostess. Ma sempre Ivan Graziani ci chiederebbe tutto questo cosa c’entra con il rock’n’roll. Beh, tutto questo discorsetto è solo un pretesto per parlare di A Bit Of Previous, il nuovo album di Belle And Sebastian. Di cosa parlino le canzoni so poco, di certo da qualche disco in qua sono canzoni di persone di una certa età e gli adolescenti li lasciamo fare ai TARM, ma una costante dei dischi di Stuart Murdoch e compagni sono le tante immagini di donne che abbelliscono le copertine e i libretti interni, donne comuni e vestite, e anche del gruppo hanno sempre fatto parte delle donne, tra cui Isobel Campbell che poi è andata per la sua strada. Musicalmente la band si rifà sempre a tutto l’arco costituzionale del pop britannico, dagli Smiths ai corregionali (o connazionali, fate voi) Prefab Sprout, da Scott Walker, lo statunitense che trovò l’America nel Regno Unito, ad Al Stewart, e pazienza se qualche critico storcerebbe il naso ma a me quest’ultimo non è mai dispiaciuto.

If They’re Shooting At You

Poi si sa che una componente del pop britannico è il soul, anche per la vecchia faccenda del northern soul, e lo ascoltiamo nella canzone finale che parla di un ragazzo gay che lavora a New York. Nel testo a un certo punto dice: “Listen to the music of the traffic in the city”, ma caro Stuart, tu sei scozzese, la canzone è ambientata a New York, ci sta, ma fosse stata la Campania, dove dalle autoradio si sente quella musica vomitevole neomelodica o rap locale che non si distingue, forse avresti scritto “Comprati i tappi per le orecchie”.

Working Boy in New York City

Murdoch è praticamente il “Truffaut” della musica

La Zeriba Suonata – Georgia on my mind

L’hanno detto e l’hanno fatto: l’Eurovision lo doveva vincere l’Ukraina e l’ha vinto, per la gioia del loro cinico presidente che sembra fregarsene dei tanti suoi connazionali che muoiono in guerra. L’Eurovision è ormai un calderone di musica omologata e look che tentano di shockare gli sciocchi, quest’anno l’ho seguito un pochino e comunque ho visto i riassunti dei cantanti precedenti, c’erano i Reddi, un gruppo di danesi che sembravano dei cosplayers forse per seguire la scia dei Maneskin, poi le Systur, due chitarriste e una bassista che sembravano la versione islandese delle Puss N Boots ma se possibile più soporifere della band di Norah Jones, e il sanmarinese Achille Lauro che canta come una porta che cigola solo più fastidioso. Nella seconda serata, presentata da Laura Pausini vestita da caffettiera Moka, c’è stato finalmente qualcuno che mi ha incuriosito, i Circus Mircus, gruppo georgiano che dice di venire dal circo, da cui sarebbero stati licenziati perché erano i più scarsi, e truccati da circo ma non solo. Il pezzo che hanno presentato si intitola Lock Me In e sembra qualcosa tipo i Primus che suonano i Django Django, ma non sono andati in finale e soprattutto a loro merito c’è da dire che sono stati tra i pochi non adooorati da Malgioglio. Ma un pezzo solo può essere fuorviante e allora sono andato a cercarli su internet e ho trovato vari video, abbastanza per farmene un’idea, cioè l’idea che sono pazzi, che sembrano aver assimilato tutta la musica degli anni 70, dal jazz-rock all’hard-rock dalla dance al AOR, il tutto agitato ma non mescolato e servito con spirito zappiano.

Circus Mircus – The Ode To The Bishkek Stone

Gli affamati e i principessi

Se Napoli fa pensare alla pizza l’Abruzzo si associa agli arrosticini e quando il Giro arriva in Abruzzo al Commissario in moto viene la fringalle però non cerca le barrette del suo ex compagno ex supercittì ma uno spiedo. Questa regione ha dato pochi ciclisti e non sempre buoni. Vito Taccone diceva che doveva vincere anche come fosse una rapina perché aveva fame, come se gli altri ciclisti del suo tempo venissero dall’aristocrazia sabauda, e per questo ha pensato di essere sempre in diritto di lamentarsi e polemizzare, anche una volta sazio. Il killer di Spoltore all’ennesima positività si è definito bestia da vittoria e ha collaborato, più con le Iene che con la giustizia. Luciano Rabottini vinse una Tirreno-Adriatico con una fuga bidone, poi, dopo qualche anno anonimo, vinse il Giro della Campania davanti alla Reggia, e davanti a Ballerini che si sarebbe rifatto l’anno dopo. Quando suo figlio Matteo fu trovato positivo si diceva che non volesse neanche parlargli, però ora conduce una rubrica su una tivvù e ha invitato l’ex killer spoltorese a commentare: meglio non commentare. Roberto De Patre non ha mai corso il Giro e da professionista non ha mai vinto, così ha preferito ritirarsi presto per lavorare nella Ditta di famiglia, ma se ha fatto la comunione dei beni condivide un Mondiale un Europeo un Fiandre una Wevelgem e altro ancora perché sua moglie è Marta Bastianelli, ospite provvisoria del Processo. Dario Cataldo oggi a un traguardo volante ha vinto il premio per la classifica avulsa dei ciclisti abruzzesi: una pecora. E infine c’è Giulio Ciccone, precaria e quasi unica speranza di classifica per il ciclismo italiano. Infatti alla prima salita vera Ciccone già si stacca e si dimostra l’infondatezza di certe interpretazioni della crisi del patrio ciclismo, perché la Trek è una squadra straniera ma puntava molto su Ciccone, al punto che i compagni di squadra sono rimasti con lui e nessuno con la maglia rosa Jumpin Lopez, e quando questi ha toccato la sacra rota di Valverde ed è caduto ha dovuto rincorrere da solo riuscendo a salvare la maglia per una sporca dozzina di secondi. Il Blockhaus non ha fatto sfracelli ma ha setacciato la classifica e il primo a uscirne è stato Yates che stavolta ha la scusa del ginocchio gonfio. I tre più forti, almeno di giornata, sembravano Bardet Carapaz e Landa, ma nell’ultimo km hanno proseguito guardandosi e zigzagando per cui di km ne avranno percorsi il doppio, e sono rinvenuti i primi inseguitori tra i quali Jay Hindley che quando era under 23 è venuto dal Giù Sotto a correre in Italia proprio in una squadra abruzzese, e ha vinto una volata combattuta che per poco non si doveva ricorrere al fotofinish: tre quasi sulla stessa linea in una tappa di montagna. Jay fu secondo allo strano Giro del 2020, che con il suo ritorno alla vittoria potrebbe migliorare quell’immagine un po’ sfigata che l’accompagna, ora attendiamo che si faccia vivo anche il vincitore Tao Coso Hart. Intanto Hindley è diventato la punta della Bora visto anche il ritardo di Kelderman che ha forato e cambiato la bici, ma poi ha voluto ricambiarla e riprendere l’originale. Petacchi ha spiegato che certi corridori sono così abituati a correre sempre con la stessa bici che anche se quella di riserva è uguale non si trovano a loro agio, il che significa che in gruppo ci sono dei principessi sul pisello.

Chi fugge e chi sfugge

Slow Sud

A smentire subito quello che ho scritto l’altro giorno sulle tappe di trasferimento, appena il gruppo mette piede, anzi ruota, sul continente ne viene una tappa molto sonnacchiosa. Solo Diego Rosa azzarda una fuga solitaria controvento, lui è uno di quei giovani promettenti che aspetti aspetti e aspetti finché non diventano anziani, ed è un’altra scommessa dei suoi manager Basso & Contador, che visti i risultati farebbero bene a non giocare alla roulette. Qualcuno dice che Rosa è partito per cercare sé stesso, e forse anche il gruppo l’aiuta, guardate bene, pure là, trovato niente? E per questo procedono lenti, che non sarà un grande spettacolo ma almeno finisce per privarci di uno spettacolo ancora più sconfortante, il Processo fabrettiano. Quando il peloton finalmente raggiunge Rosa, questi per poco non si lamenta che ci abbiano messo troppo tempo, e in questi casi come al solito i commentatori che vogliono un ciclismo più avventuroso e meno calcolatore e sparagnino dicono che la sua è stata una scelta tattica sbagliata, ed era meglio risparmiare energie per il giorno dopo. Quindi c’è ancora volata con arrivo in curva e, sarà stato il vento o la forza centrifuga, alcuni deviano verso l’esterno con Gaviria che usa due DSM come transenne e poi riprende a pugni la bici che uno di questi giorni si vendicherà, ma lì davanti parte presto Markino Cavendish, lo supera Calebino Ewan ma poi arriva quel bestione di Démare che vince di nuovo: vergogna, grande e grosso si mette contro due piccoletti.

Quote rosa

Dopo l’annuncio del ritiro di Nibali il ciclismo italiano si pone una grande domanda: E mo’? Finora ci si poteva aggrappare alla speranza di qualche invenzione di Vincenzo, ma anche i quattro che nel loro piccolo hanno vinto i campionati europei hanno superato la trentina. Cassani dice che la causa della crisi è la mancanza di una squadra world tour, sottintendendo che i ciclisti migliori emigrano per fare i gregari, un’ipotesi originale sentita solo un altro milioncino di volte, ma neanche tra le donne c’è una squadra world tour, c’era la Alè ma quando gli emiri hanno voluto anche la squadra femminile invece di costruirla ne hanno comprata una già bella e fatta, e quei cammelli che pascolano nel giardino della Sciura Piccolo sono solo una parte del ricavato della vendita. Eppure le cicliste italiane vincono eccome. Qualcun altro dice che i giovani non praticano il ciclismo perché le strade sono pericolose, e in effetti non si è mai sentito di un giocatore di curling investito mentre si allenava, e guarda un po’ alle ultime olimpiadi ghiacciate tra i medagliati c’erano un ex ciclista e un figlio di ciclista. Sì, ma pure le donne si allenano sulle strade pericolose, eppure vincono eccome. Uffa ‘ste donne, le loro vittorie sono più un problema, nascondetele da qualche parte. Ma fare finta che non ci siano non è possibile, però almeno si possono limitare, così la RAI annuncia che a turno alcune delle più forti faranno da opinioniste al Processo, in modo da distrarle dagli allenamenti, ma gli cederà il posto Giada Borgato che commenterà solo la gara, perché più di una donna non è sostenibile, in RAI dicono che è solo perché non hanno abbastanza sedie ma questa è una scusa patetica perché si possono chiedere in prestito a qualche bar nei dintorni, e chi si rifiuterebbe di tirare una sedia a Mamma Rai? Intanto la tappa dalla Calabria alla Lucania è soleggiata ma combattuta, va una fuga con ciclisti forti ma fuori classifica, c’è pure Dumoulin, nel finale danno spettacolo con scatti e controscatti e la superiorità numerica dei jumbo agevola la vittoria dell’ex giovane Bouwman, ma è il suo quasi capitano Tom da Maastricht che continua a essere oggetto di dibattito e sull’argomento Fabretti al Processo stabilisce il record di baggianate nel tempo di due minuti. La campionessa ospite è Marta Bastianelli che è poco pratica del ruolo e quando c’è un diseducativo collegamento con Pellizzotti che sta guidando l’auto e non si ferma lei gli rivolge una domandona in due volumi. Ma le risposte ormai sono sempre diplomatiche e i nostalgici delle vecchie trasmissioni e gli appassionati delle polemiche non devono aspettarsi più niente dal Processo, che anzi con i collegamenti con amici e parenti e le cosiddette sorprese è ormai più un varietà che un programma giornalistico.

Stupor Mundi

La RAI si vanta di trasmettere la diretta integrale delle tappe. Ma non è vero, ci sono le interruzioni per gli spot pubblicitari durante i quali i ciclisti non vanno in stand-by. Immaginate la diretta di una partita di calcio, nel secondo tempo le squadre sono sullo 0 a 0, c’è un attacco e lì il regista pensa che è il momento opportuno per mandare un’interruzione pubblicitaria solo di pochi minutini, poi al rientro scoprite che la squadra che era in difesa sta vincendo 1 a 0. La tappa di Napoli è breve e si corre di sabato, non lavorando posso vederla integralmente, garantisce la RAI. C’è moltissimo pubblico, quasi sorprendente per una regione senza ciclisti né squadre né corse in un circolo vizioso che dura da tempo al punto che non permette più di capire chi ha iniziato a mancare. E la poca dimestichezza con questo sport si vede nell’atteggiamento del pubblico che è rimasto indietro, non tanto per il tipo che butta l’acqua sui ciclisti che Girmay sembra non gradire, quanto per il fatto che la gente guarda la corsa e non la telecamera. Quando presentano il percorso del Giro non mi applico perché so che me lo dimenticherei, e credevo che si corresse anche a Procida capitale provvisoria della cultura, ma di mezzo c’è il mare, che per il Sergente Torriani non sarebbe stato un problema, un ponte di barche o un tratto a nuoto, the show must go on and the cyclists sciò, invece si arriva solo a Monte di Procida che è di fronte all’isola ma sulla terraferma, anche se questo termine è fuori luogo in un’area in cui l’attività sismica si è cronicizzata. Lo scrittore parlante ci dice che per il panorama il belvedere del Monte di Procida fu chiamato Stupor Mundi, omonimo di Federico II, ma nel ciclismo Stupor Mundi è Mathieu Van Der Poel che attacca appena la strada sale leggermente, pochi km dopo il via, e Giada Borgato, che è sempre l’unica che ne capisce, dice che ha agito come se fosse ciclocross, dietro però capiscono che se davanti c’è Stuporone può essere una fuga di marca buona e non da sfigati e si accodano in 20 tra cui Girmay, ed è grave che l’unico campano, Vincenzo Albanese, non abbia colto l’occasione lui che qui voleva fare bene. La fuga tiene e a meno di 50 km dalla fine Van Der Poel lancia un altro attacco e dopo un po’ qualcuno riesce ad accodarsi. Andranno all’arrivo? Questo è il momento buono per lanciare la pubblicità, c’è anche uno spot con un attore che non ha orrore di sé stesso a girarlo. Si torna alla corsa e davanti ci sono Thomas De Gendt, il compagno Vanhoucke, lo spagnolo Arcas e Davide Gabburo: alla diretta integrale della RAI è sfuggita l’azione decisiva della tappa. Sì, perché dietro gli inseguitori residui ora si riavvicinano ora rallentano e ormai Girmay ha la statura del grande corridore e in quanto tale gli tocca finire invischiato nei tatticismi. Il percorso diciamo vallonato, le continue curve e le strade a volte strette fanno pensare all’Amstel e quando giunti a Napoli Van Der Poel e compagni arrivano a pochi secondi dal gruppo di testa si prospetta un finale come all’Amstel del 2019. Ma il vecchio De Gendt non molla, lui dall’anno scorso si lamenta, è invecchiato lui o forse sono gli altri che vanno più forte e non gli riescono più le fughe di una volta, e dopo aver lavorato molto per Vanhoucke, che alla fine invece è stanco, chiede a questi di tirare e vince la volata quasi per distacco davanti a Gabburo che è stato l’iniziatore dell’attacco decisivo. La maglia rosa rimane a Juan Pedro Lopez Perez detto Juanpe, ma potremmo chiamarlo pure Jumpe per come è stato lesto a saltare sulla ruota del secondo in classifica Kamna che un tentativo l’ha fatto. Ma Juanpe è stato protagonista anche prima della partenza perché su twitter c’era una sua foto mentre addentava una pizza, e la cosa ha scatenato un dibattito acceso in RAI: ne avrà assaggiato un pezzettino piccolo o l’avrà mangiata tutta!? La pizza non si digerisce, e poi cosa te ne fai della pizza quando hai i gel e le barrette di Cassani, quelle al gusto di copertone e ora anche quelle al gusto di deragliatore sporco di fango. Forse Jumpin’ Juanpe non pensa di mantenere la maglia perché ora c’è il temibile Blockhaus, che in realtà non farebbe paura a nessuno se Merckx non ci avesse svoltato la carriera quando, vincendo lassù, da velocista diventò ciclista totale, ma Eddy avrebbe fatto la differenza anche sulla salitella di Viale De Amicis.