perline ai porci

Avrei voluto fare una puntata di Perline di Sport per Monica Bandini, deceduta ieri mentre era in campagna, ma un video non l’ho trovato, neanche del Mondiale cronometro a squadre 1988 vinto dalla nazionale italiana composta da Bandini Bonanomi Canins e Galli. Fu il primo titolo mondiale di ciclismo femminile, credo tra tutte le discipline, poi vennero quelli nella mtb e su pista e nel 1997 quello su strada in linea di Alessandra Cappellotto. Ai tempi di Monica Bandini nella sua prima vita sportiva, dato che poi ha continuato a correre nelle Gran Fondo, le cicliste italiane correvano non grazie ma nonostante la Federazione, e vincevano anche prima di Salvoldi.

Vabbe’, lo so che non sono né tenniste né nuotatrici e quindi non le riconoscete, e allora da sinistra: Roberta Bonanomi, Monica Bandini, Maria Canins, Francesca Galli.

La Zeriba Suonata – sentimentale sperimentale

William Doyle è un musicista elettronico britannico influenzato anche dalla musica ambient, ha iniziato con la ragione sociale East India Youth e un synth-pop che a volte si avvicinava a quello dei Django Django come in Turn It Away. Poi col suo nome ha pubblicato quattro dischi, l’ultimo dei quali è il recente Great Spans Of Muddy Time per la Tough Love Records. Dai siti specializzati o specializzandi viene accostato a nomi di sperimentatrici a me molto gradite come Julia Holter o Jeane Weaver, però sapete come sono questi inglesi, soprattutto quelli che suonano da soli e se fossero italiani li chiamerebbero cantautori parlando con rispetto, a un certo punto gli può partire la canzone sentimentale o che può sembrare tale e allora scatta la duratura influenza dell’americano Scott Walker che trovò l’America in Gran Bretagna.

Nothing At All

Il dipinto in copertina è del pittore olandese del 1600 Melchior d’Hondecoeter che si specializzò in soggetti volatili, si impara sempre qualcosa.

qualche riforma si può rimediare

“Riforma” è una parola che ci perseguita almeno dai tempi di Craxi e piaceva pure a quell’ex comunista incapace di dire qualcosa di sinistra. Con la pandemia sembrava circolare poco al pari delle persone ligie alle regole, ma poi con la faccenda dei soldi europei l’ha ritirata in ballo l’Europa medesima, e allora bisogna darsi da fare. La cosa migliore sarebbe quella di semplificare le leggi a beneficio di chi deve rispettarle o applicarle nel suo lavoro, ma le cose semplici non sono congeniali alle persone con le menti contorte e allora, dato che si parla sempre di riforme in generale senza specificare, le riforme per le riforme, e una vale l’altra, qualcosa si può rimediare, anche una riforma costituzionale, addirittura la prefazione della Costituzione (era la prefazione?) e cambiarla così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla Ristorazione”. Poi si può istituire il Ministero della Ristorazione, più importante e attuale di quelli inopportuni di ambiente cultura istruzione ricerca insomma quelle robe lì, e sono già due riforme. I tempi sono maturi, l’associazione dei Comuni ha chiesto di semplificare le norme, peraltro poco rispettate, sull’occupazione di suolo pubblico per concederne di più e più velocemente ai locali che devono esercitare all’aperto; visto a cosa mirano i discorsi sulla famigerata Burocrazia? Essendo il settore trainante dell’economia, dietro al quale sarebbe interessante sapere chi c’è, va sostenuto a tutti i costi, anche a scapito dei pedoni, perché del resto camminare se non è finalizzato a raggiungere un bar o un ristorante è solo una perdita di tempo.

Non più citta a misura d’uomo ma a misura di elicotterista.

L’etica protestante e lo spirito del ciclismo

A volte mi chiedo come si sarebbero evolute le teorie di certi pensatori se fossero vissuti di più, se fossero arrivati ai nostri giorni. Per esempio Darwin, oggi come potrebbe ancora sostenere l’evoluzione della specie, perlomeno del genere umano? Più probabilmente brucerebbe tutte le sue carte e si guadagnerebbe da vivere vendendo zucchero filato. E Max Weber, quello che i calvinisti vedono la grazia di Dio nella ricchezza e reinvestono i guadagni nell’attività economica, forse sarebbe d’accordo con me che aiuti e benefici economici dovrebbero essere concessi solo a persone di provata fede calvinista, e a quelli che invece i guadagni li spendono negli status symbols niente. Ma soprattutto si interesserebbe a Marianne Vos, questa ragazza che dice che ha avuto questo dono da Dio e cerca di fare del suo meglio. A volte Marianna sembra voler giustificare quello che altri chiamano cannibalismo, anche se, per dire, la vittoria che Roglic non lasciò a Mader sembrò ingordigia mentre la rimonta straordinaria della Vos su Lucy Kennedy al Giro del 2019 fu un gesto atletico da antologia, pure scolastica, va’! Ieri si è corsa l’Amstel Gold Race, una di quelle corse maschili dalla cui costola nacque la prova femminile che per la proprietà transitiva diventò subito importante a prescindere dal numero di edizioni disputate, e questo accadde soprattutto nel periodo dei problemi fisici dell’ipercampionessa che, al rientro, trovò una concorrenza più agguerrita, soprattutto le sue ex gregarie Van e Van, e inoltre non poteva più permettersi lo stakanovismo del passato. Proprio poco tempo fa le avevano chieste delle classiche che le mancavano e lei aveva messo le mani avanti rispondendo che non deve avere una cartella del bingo completa. Ma poi davanti ha messo la sua ruota e in tre settimane al suo già variegato palmarès ha aggiunto la Gent-Wevelgem e l’Amstel Gold Race. E poi avrà pure avuto un dono, la grazia, boh, ma quello che ottiene se lo suda. Ad esempio quest’anno corre nella neonata Jumbo Visma femminile, ma i soldi li hanno spesi tutti per la squadra maschile e lei spesso nei finali di gara si trova da sola contro tutte le altre che la guardano e aspettano di vedere cosa fa. Ieri però ha trovato una gregaria involontaria in Elisa Longo Borghini. E’ successo che Annemiek Van Vleuten con la sua voglia di strafare ha sbagliato il Cauberg, che va affrontato dosando gli sforzi, e la Vos le è andata dietro, chissà se per invitarla alla prudenza o perché l’ha sbagliato pure lei, fatto sta che si sono quasi piantate e sono state superate dalla Niewadoma che l’ha affrontato meglio, ma ancora meglio della polacca ha fatto Elisa che sembrava potesse fare il vuoto e invece quando Kasia si è riportata su di lei all’ultimo km le è venuta di nuovo la psicosi di sentirsi battuta in volata e prima ha rallentato, come se potesse avere una seconda occasione, e poi ha lanciato la volata lunga e a quel punto, mentre le SD Worx che erano in maggioranza lanciavano la volata per Demi Vollering, è partita la Vos e nonostante abbia alzato le braccia troppo presto ha vinto proprio davanti a chi mercoledì aveva commesso lo stesso sbaglio alla Freccia del Brabante ma in entrambi i casi è arrivata seconda. All’arrivo gli organizzatori avevano sobriamente predisposto un trono per i vincitori, e con le donne andavano sul sicuro vincesse la Vos la Van Vleuten o la Van Der Breggen. E come alla Gent-Wevelgem c’è stata anche qui l’accoppiata Vos-Van Aert per la Jumbo Visma, che a questa corsa tiene molto perché è la più importante nel loro paese basso, ma Van Aert non ha imparato la lezione di mercoledì scorso e trovatosi di nuovo a disputare la volata con Tommasino Pidcock ha voluto di nuovo partire lungo e in testa e per poco l’inglesino non lo rimontava di nuovo, anzi l’ha rimontato perché l’ha superato, ma solo dopo la linea, quindi c’è stato tutto un consulto di filmati e foto, e la tivvù inquadrava la foto sul telefonino di un giudice UCI che la mostrava a tutti e l’avrà inviata anche agli amici su whatsapp. Alla fine hanno assegnato la vittoria a Van Aert che l’ha dedicata al suo direttore sportivo Frans Maassen che qui vinse giusto 30 anni fa. Ecco, allora dopo aver visto e rivisto il suo arrivo Van Aert potrebbe vedere pure quello di Maassen che batté Fondriest con una volata scorrettissima, ma erano tempi in cui si favorivano gli atleti di casa in una corsa che col tempo si è evoluta, che se fossero rimasti a quel modo di fare il fotofinish se c’era bisogno l’avrebbero photoshoppato.

Praticamente la Regina dell’Ex Olanda.

La faccenda del pubblico

Questo calcio sta dappertutto: che ci fa nella pagina del ciclismo di Het Nieuwsblad? E’ che pure lì ha fatto notizia l’apertura degli stadi italiani al pubblico. In Belgio niente, due Fiandre senza pubblico che già uno sembrava strano, al secondo per strada c’era solo un ragazzino, lo svizzero Schar per ringraziarlo gli ha donato una borraccia ed è stato squalificato in flagranza di reato secondo l’Editto Lappartient, ma tutti gli altri ciclisti avevano invitato il pubblico a stare a casa perché così potevano salire sui marciapiedi senza il rischio di abbattere qualcuno. Pure la stagione del ciclocross è stata senza pubblico, tutti davanti al televisore, se passavi per le strade deserte del Belgio all’ora italiana di pranzo sentivi il rumore dei campanacci provenire dalle case. Però i fotografi hanno detto che le foto così venivano meglio. In Italia invece la decisione a gamba tesa del Banchiere di aprire gli stadi al 25% del pubblico ha scatenato un effetto domino e dal Ministero di Cultura Spettacolo e Fuochi d’Artificio hanno detto che allora bisogna aprire pure teatri e cinema. E il Banchiere, che è uomo di poche parole perché tiene da fare, ha detto: E sia. E ieri il TG diceva che dal 26 aprile andremo a cinema e a teatro, un messaggio volutamente ambiguo, perché detto così sembra che sia un obbligo, come vaccinarsi dato che non farlo è ritenuto un’attività sovversiva. Però posso tranquillizzarvi perché non sarete tenuti ad andare a vedere una simpatica commedia di quel simpaticone di Salemme o il remake del sequel de I Fantastici 4 contro King-Kong, per ora non c’è l’obbligo. Si sorvola invece sul pubblico del ciclismo, perché come fai a dire che sullo Zoncolan potrà andare solo il 25% degli indiani? E intanto oggi si corre l’Amstel Gold Race in un circuito chiuso e vedremo se esiste il Cauberg senza il pubblico, io credo di no, penso piuttosto che è una salita che il pubblico la porta da casa insieme alle birre.

Dagli archivi dell’Area 51 una foto che dimostrerebbe l’esistenza del Cauberg senza pubblico.

La Zeriba Suonata – aspettando l’Amstel

Ci sono state e ci sono anche adesso cantanti che si esibiscono scalze, da Sandie Shaw a Madame, e poi qualche settimana fa scrivevo che ormai chi non fa un concertino sui tetti non è nessuno. Per vie strette e contorte come ce ne sono nei Paesi Bassi (vedi Ronde Van Drenthe e soprattutto Amstel Gold Race), insomma per la parentela con un artista postale scomparso, ho scoperto una cantante e pianista ex olandese, Roos Blufpand, che fa l’uno e l’altro, si esibisce su un tetto con le antenne, che nei Paesi Bassi non stanno solo sull’Eyserbosweg (la Salita delle Antenne che quest’anno è stata tagliata perché causa covid il percorso dell’Amstel è stato ridotto a un circuito), e scalza esegue una tipica canzone boreale triste perché al nord si divertono così: Blijven, Komen & Gaan, il tutto documentato da un video il cui regista per un malinteso senso delle pari opportunità oltre ai tetti ci tiene a mostrare pure le tette. Ma all’occorrenza la ragazza si scatena col r’n’b che diventa prima glam e poi synth-pop, non male ma le ex olandesi riescono meglio nel ciclismo: Geweten.

La Favola del Principe e della Carta Selvaggia

Qualche mese fa Erreciesse stava distribuendo le wild-card per il Giro, una alla Eolo, una alla Bardiani, una alla Vini Zabù, poi va a guardare nello scatolo delle wild-card e non ce ne sono più, lo rigira, niente, e la Androni resta senza. Il manager della squadra, il Principe Duca Conte, ci rimane male e polemizza con Erreciesse ma anche con una delle tre squadre promosse tirando in ballo pure storie di doping. Passa un po’ di tempo e proprio in quella squadra si verifica il secondo caso di doping in meno di un anno, col rischio di una sospensione da parte dell’UCI. Poi il colpo di scena, il patròn di questa squadra, ricordato nei libri di storia del ciclismo anche per aver voluto ingaggiare a tutti i costi Danilo Di Luca proprio prima del Giro 2013, nel quale il detentore di uno dei più brutti soprannomi della storia medesima, “il Killer di Spoltore”, risultò positivo al test-antidoping che gli valse la radiazione come manco Riccò, dicevo, il patròn, per tagliare la testa al toro, ha ritirato la squadra dal Giro restituendo la wild-card a Erreciesse, che a sua volta ha subito telefonato al Principe che però non c’era, l’hanno cercato dappertutto, dal console del Bhutan, dall’ambasciatore del Gabon, dal Principe di Monaco, alla fine l’hanno rintracciato da un monaco del Principato omonimo e gli hanno detto che avevano ritrovato la sua wild-card e ora poteva venire al Giro d’Italia gradito ospite. Così tutto è finito bene e tutti vissero felici e contenti, almeno fino al prossimo caso di doping.

Tutto a metà

“Demi” con l’accento sulla “i” in francese significa “metà” e come nome starebbe bene a una ciclista che ha ottenuto una mezza vittoria, però Demi Vollering non è francese ma un’ex olandese e quindi niente, si tiene il secondo posto alla Freccia del Brabante. Demi Vollering è ormai tra le cicliste più forti al mondo, ma per sua sfortuna la metà di esse sono sue compagne di squadra e spesso le tocca lavorare per loro. Due anni fa ha vinto il Giro dell’Emilia con arrivo in salita e quest’anno è andata bene anche sul pavé, per cui era la mia favorita per una Freccia brabantina che è l’anello di congiunzione tra il pavé fiammingo e i muri valloni, a metà strada come tipologia di percorso e anche come calendario, e in cui per giunta mancava qualche campionessa. Ma per sua sfortuna raramente azzecco un pronostico, non gioco perché non mi piace ma non vincerei niente. Ricordo solo un paio di pronostici centrati, quando nel 1992 pensai che Giorgio Furlan dopo una tappa al Criterium potesse vincere anche la Freccia Vallone e quando nel 2014 Giada Borgato annunciò il suo ritiro e per un piccolo dettaglio, la sua venustà, su questo blog predissi un suo futuro da commentatrice televisiva. Ma quando ieri sono andato sul sito di Het Nieuwsblad e ho trovato la notizia della vittoria di Demi Vollering alla Freccia brabanzona per me è stata una soddisfazione, durata però meno della sua di lei, perché sul traguardo in segno di vittoria ha alzato un solo braccio, la metà di quelli che vengono utilizzati per questa consuetudine, ma è stato sufficiente alla trekkina Ruth Winder per infilzarla sulla linea come fosse un’Oscarita. Quindi il tempo di esaminare il fotofinish e la vittoria è stata attribuita alla statunitense, e ora questa rischia di diventare una tradizione da quelle parti, perché già l’anno scorso Alaphilippe vi replicò il gesto sconsiderato che solo tre giorni prima gli aveva fatto perdere la Liegi ma riuscì comunque a vincere su Van der Poel. E dire che nel gruppetto di 6 che si è giocata la gara femminile la più veloce sulla carta era Elisa Balsamo, ma le avversarie hanno cercato di sfiancarla e ci sono riuscite, agevolate anche dal fatto che forse la ragazza sta correndo un po’ troppo e avrebbe bisogno di un mezzo riposo. Nella corsa maschile mancavano i primi due dell’anno scorso e il favorito era l’unico presente dei tre fenomeni, Wout Van Aert, che non ha fatto le cose a metà, non si è distratto, ha corso bene, ma nel finale si è ritrovato con Matteo Trentin e con il mezzo fenomeno inglese Tom Pidcock, anche lui ciclocrossista e pure biker, che va bene dappertutto e al momento è difficile prevedere che corridore potrà diventare, e questo ciclista piccolo, almeno relativamente a quel bestio di Van Aert, ha rimontato a metà rettilineo d’arrivo il belga che era partito in testa e ha ottenuto la sua prima vittoria da stradista professionista in questa semiclassica, e ciò a soli 21 anni quasi 22. Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, non so, sono d’accordo a metà.

Era un arrivo in salita, ma non esageriamo.

La Biblioteca di Babele spiegata ai laureandi

C’era uno scrittore argentino che si chiamava Jorge Luis Borges che era davvero bravo a scrivere. Per intenderci, se hai presente Calvino, ecco, lui era ancora più bravo. E scrisse una raccolta di racconti intitolata Finzioni dove dentro c’era questo racconto intitolato La Biblioteca di Babele in cui ragionava di questa biblioteca che in pratica coincideva con l’universo, era sterminata perché c’erano tutti i libri immaginabili, che contenevano tutte le combinazioni possibili dei 25 simboli ortografici. Una comodità, se avevi una mezza eternità libera potevi cercare qualsiasi cosa.