Vacanze impegnative

Ieri sono iniziate le mie vacanze e si preannunciano impegnative. Di pomeriggio ho acceso la tivvù per seguire i campionati europei di vari sport che si disputano a Monaco di Baviera, a me interessava solo il ciclismo su pista e quando passavano ad altre discipline mi mettevo a leggere, se la pausa era lunga il libro di Tullio Pericoli, se l’interruzione era breve qualcosa dal numero di Linus su Marylin Monroe che ho trovato in libreria. Non mi lamento.

Perline di Sport – Pericolo pubblico numero 1

Domenica a Vårgårda gli agenti dell’UCI hanno squalificato la Numero 1, che aveva vinto la corsa dominandola, ritenendo che la sua posizione in bici, anche se per pochi secondi, costituisse un grave pericolo per le avversarie che già faticavano a starle dietro. E’ vero che ancora oggi il ciclismo femminile è poco seguito dai media ma pure mi sento di dire che non ricordo cadute di Marianne Vos nelle gare su strada, il ciclocross non conta perché lì scivolare è la normalità. Anzi ricordavo un autentico prodigio a un Giro d’Italia che dimostrava l’eccezionale abilità nella guida di questa donna pericolosa, solo che non ricordavo quando avvenne, e la ricerca di qualche immagine è stata resa più difficile dal fatto che l’impressione per l’accaduto ha perfino distorto il ricordo del risultato, ma sono riuscito a venirne a capo. Era la seconda tappa del Giro 2013 a Pontecagnano-Faiano. Vos è provvisoriamente in maglia rosa ma quella finale sarà della scalatrice statunitense Mara Abbott. Si arriva in volata e la lotta è con la rivale Giorgia Bronzini. A pochi metri dal traguardo c’è un buco nel manto stradale, ma si sa che per l’UCI non sono pericolosi i percorsi e lo stato delle strade ma i comportamenti dei ciclisti. La ruota di Marianna finisce in quel buco e la bici tenta di disarcionarla ma lei riesce restare in piedi ed arriva seconda. L’intervistatrice si complimenta con lei per l’abilità che le deriverebbe dalla pratica di mtb e ciclocross, e Marianna se fosse stata una persona innocua si sarebbe lamentata della sfortuna e avrebbe inveito contro il Comune che non fa aggiustare le strade concludendo che è tutto un magna magna, ma essendo una persona pericolosa dice solo di essere contenta di essere rimasta in piedi e di essere “lucky”. Chi l’avrebbe mai detto che un pericolo pubblico può insegnare a vivere a molte persone!

Giro 2013 – 2^ tappa

Agosto, il mese squalificato

Agosto è diventato il mese orribile del ciclismo. Già di base si corre il Giro del Portogallo, una corsa decaduta con squadre decadute al punto che ormai il Portogallo sembra un mondo a sé, ma non abbastanza da essere immune dalle inchieste antidoping e quella che ha praticamente dimezzato le squadre locali non ha sorpreso nessuno. Se non altro fa piacere che ne sia fuori Amaro Antunes che cercò fortuna nei livelli superiori, ma i portoghesi forti, tipo Rui Costa o Almeida, devono circumnavigare il ciclismo del loro paese. Altrove si corrono corse più importanti ma pericolose. In Polonia nel 2020, con il rischioso finale della prima tappa più delle transenne ballerine e una scorrettezza di Groenewegen come innesco, Jakobsen ha rischiato di morire, ma lo scampato pericolo non ha indotto gli organizzatori a correggersi e quest’anno ci sono state ancora molte cadute. Alla Vuelta a Burgos hanno piazzato un traguardo di tappa 600 metri dopo un dosso e c’è stata una caduta generale. Ma per l’UCI non sono i percorsi a essere pericolosi ma i comportamenti dei ciclisti. Nel 2016 ad Amburgo vinse Nacer Bouhanni, ma fu poi squalificato per una scodata da pistard e la vittoria passò a Caleb Ewan. Forse Ewan senza quella scorrettezza non avrebbe vinto lo stesso ed è vero che si è visto di peggio, ma la sensazione è che in quel caso abbiano influito i precedenti del francese e gli abbiano dato una squalifica alla carriera. Il capolavoro c’è stato ieri al Postnord Vårgårda. La corsa svedese, inserita dalla nascita prima nella Coppa del Mondo e poi nel World Tour, non è molto selettiva, e Marianne Vos, che l’ha già vinta tre volte, si è data molto da fare per non arrivare in volata con Lorena Wiebes che gli sprint in genere li vince per distacco, e infatti poi nella volata del gruppo ha dato due secondi a tutte le altre. Così la brabantina si è inserita in una fuga a quattro, ha tirato molto, ha chiuso gli attacchi delle colleghe e le ha battute in volata. Dopo un po’ di minuti Marianne Vos è stata squalificata e la vittoria è stata assegnata a Audrey Cordon-Ragot, che a 32 anni ha ottenuto la sua prima vittoria fuori dalla Francia e non è stata proprio felice di vincere in questo modo. Ma, conoscendo la correttezza della Vos, ci si chiedeva cosa poteva aver combinato e si è saputo che per 3 o forse 5 secondi ha assunto una posizione vietata con i polsi sul manubrio. Sempre conoscendo la Vos, non meraviglia che abbia commentato che le regole sono le regole. Certo che quelle sulle posizioni vietate sono tra le più discusse. Questa posizione poi può essere pericolosa in gruppo, ma non in un gruppettino di 4, tanto più se assunta da una che se non è mai coinvolta in cadute un motivo ci sarà. E si potrebbe dire che non si ricordano neanche incidenti causati dalla posizione alla Mohoric in discesa, anzi lo sloveno ha rischiato di sfracellarsi proprio quando, alla Sanremo ultima scorsa, è sceso dal Poggio in posizione tradizionale ma con il reggisella speciale che gli dava troppa fiducia in sé stesso. E poi, se si dovessero applicare alla lettera tutte le norme, si potrebbe ricordare che in volata è vietato alzare le mani dal manubrio e quindi, quando ci sono gli arrivi in parata di corridori della stessa squadra che si abbracciano e si alzano il braccio a vicenda, dato che niente ci autorizza a escludere che quella sia una volata, andrebbero pure loro squalificati, e non sarebbe una cattiva idea così ci daremmo un taglio.

Se fosse stato un film

Hai voglia a parlare di universi parelleli e cose del genere, oggi sono 50 anni dal mondiale di Gap e vincitore risulta ancora Basso davanti a Bitossi. Ma se fosse stato un film si poteva immaginare, e pure realizzare volendo, un finale alternativo: a poche decine di metri dall’arrivo sulla sede stradale irrompe il cane di Zandegù, forse sfuggito al controllo del proprietario o forse proprio no, che corre contro Basso e lo fa cadere, ma voleva solo giocare, così vince Bitossi, secondo Guimard e terzo Merckx. Mi piace.

“Effetti speciali” fatti in casa.

A spasso con la Zeriba – Altena

Ho recuperato questa vecchia rubrica per dare un consiglio a chi non ha ancora deciso dove andare in vacanza e sta approntando un qualche genere di sorteggio all’aeroporto o alla stazione, ferroviaria marittima o delle corriere è uguale. La meta consigliata è ideale per quelle che una volta la stampa snobbona definiva vacanze intelligenti, perché vi permetterà di apprezzare delle opere di arte contemporanea, ma stranamente è poco ambita dai turisti italiani, non ho statistiche sottomano per poterlo dire con certezza, ma chi ha bisogno di dati per dire quello che gli passa per la testa? Sto parlando del Noord-Brabant o Brabante settentrionale, per distinguerlo da quello belga, ma dire Brabante olandese sarebbe come dire l’Emilia lombarda, e non mi fate ripetere sempre le stesse cose. Il capoluogo di questa provincia dei Paesi Bassi è ‘s-Hertogenbosch, città che ha dato i natali a un pittore famoso con il nome d’arte di Hieronymus Bosch e alla ciclista Marianne Vos. La meta più specifica di questa puntata è la municipalità di Altena. In mezzo alla campagna brabantina, sotto il cielo basso che compete ai Paesi Bassi, c’è uno dei borghi che ne fanno parte: Babyloniënbroek, un paio di strade in tutto. L’attrazione locale non sono i Giardini pensili di Babyloniënbroek ma un’installazione artistica risalente al 2009. L’anno prima l’illustre compaesana Marianne Vos vinse la medaglia d’oro nella corsa a punti alle Olimpiadi Pechino. Gli storici narrano che la ragazza fu portata in trionfo su due biciclette d’oro, o più probabilmente dorate, di autore ignoto, non è chiaro se a cavalcioni di entrambe o a turno, e poi i manufatti furono collocati sulla Broeksestraat.

Nei paraggi, ma proprio da qui a lì, c’è Meeuwen che può vantare anche un Castello, ma in una Monarchia un castello non si nega a nessuno. Ma noi non ci andremo perché visto un castello visti tutti.

Infatti la seconda meta della nostra passeggiata è pochi passi più a sud, non guardate i cartelli con le indicazioni, sì a tot km in per di là c’è Breda ma non ci interessa, dobbiamo guardare giù, proprio la rotonda.

Su questa rotonda nel 2016 fu collocata una scultura che raffigura bici che salgono e che scendono e in mezzo, intagliato nel duro metallo, un nome: Marianne Vos (come avete fatto a indovinare?)

L’opera di Pim Wever è intitolata Wielerkoningin (= la Regina del ciclismo) , però anche alla Regina è costata fatica perché alla solenne cerimonia di inaugurazione il telo che copriva l’opera non fu strappato con un semplice gesto da una qualche autorità ma abbassato da una fune collegata alla pedaliera di una bici rossa azionata manco a dirlo da Marianna medesima.

Su youtube c’è un video un po’ lungo della manifestazione e non lo posto, all’inizio si vedono molte persone in bici, soprattutto ragazzini, che corrono attorno alla Rotonda, poi discorsi lunghi e solo quando parla Marianne i presenti ridono, ma non capisco cosa dice quindi niente. Ma questo non è stato il primo omaggio che Meeuwen ha voluto rendere all’illustre concittadina, perché già nel 2013 nel parco locale furono collocate delle opere di Richard Van De Koppel dedicate ad abitanti speciali della cittadina, e tra i pochi che un piccolo centro statisticamente può permettersi c’era ovviamente la Vos cui è stata dedicata un’altra scultura intitolata “Kanjerroute”, in parte metallica e in parte in materiale trasparente che raffigura il suo profilo con i cinque cerchi olimpici in testa.

E con questo mi sembra che qui non c’è più niente da vedere, ma tenete presente che il padre di Marianne, come ha raccontato lei stessa al Tour de France, sta raccogliendo suoi trofei e memorabilia per farne un museo.

Ma è questo il trono che si addice a Marianne: una panchina in mezzo alle sue campagne con vicino una bici, pronta a partire per altre fantastiche avventure, con buona pace delle avversarie.

Cela n’est pas un Tour (avec quiz final)

Gli organizzatori di ciclismo a volte diventano organizzattori, e più di tutti quelli del Tour, tanto più ora che sono spalleggiati sfacciatamente da Monsieur Le Président de l’UCI. Dal 1984 al 1989 la società che deteneva i diritti del Tour de France organizzò anche un parallelo Tour femminile, poi con le successive edizioni iniziarono controversie che hanno costretto i nuovi organizzatori a cambiare il nome della gara, che comunque in campo femminile veniva vissuta come Tour de France. E pure le rare notizie che arrivavano ci raccontavano di un Tour femminile, dove negli anni 90 Luperini e compagne vincevano classifica e tappe. Poi la corsa, comunque chiamata, è scomparsa. Nel 2014 la società ASO proprietaria dei diritti del Tour ha creato la Course by Le Tour de France, in linea o a volte in due tappe, e da quest’anno finalmente si corre il Tour femminile, partito quando è finito quello maschile. Ma un evento così importante avrebbe avuto ancora più risalto se questa fosse stata la Prima Volta, e allora col potere dei soldi si cancella il passato, anche le edizioni parallele alla gara maschile, e potremmo dire che Longo Canins e Luperini che indossarono la maglia gialla non sanno neanche più che corsa hanno vinto. Poi ci sono i giornalisti che ci aggiungono il loro e, dopo che per 364 giorni all’anno hanno rotto le scatole con la tiritera su la Storia del Ciclismo la Memoria e il Passato, il 365esimo giorno spalleggiano ASO e non ricordano che si sia mai corso un Tour femminile. E allora indubbiamente e matematicamente c’è la prima vincitrice di tappa che è Lorena Wiebes dei Paesi Bassi, la prima a vincere una tappa in maglia gialla ovvero Marianne Vos dei Paesi Bassi, la prima a vincere il Tour che è Annemiek Van Vleuten dei Paesi Bassi, cui è bastata una sola tappa di montagna per disperdere le avversarie e con l’ultima ha solo ribadito il concetto, e infine la prima doppietta Giro-Tour ovviamente con Annemiek e con buona pace di Marsal Luperini e Sommariba. Dietro Van Vleuten c’è Demi Vollering che era attesa come l’erede della vecchia guardia ma per ora ha mangiato la polvere, anche letteralmente per una infelice tappa con tratti di sterrato esagerato, ma il futuro può essere il suo, del resto ha 25 anni e alla sua età Annemiek Van Vleuten non aveva ancora vinto niente, e Marianne Vos aveva già vinto tutto ma non si può prendere come riferimento. Si ristabilisce così il rapporto di forza tra i Paesi Bassi e l’Italia a favore delle prime. Le ex olandesi, oltre alla classifica finale, vincono 6 tappe su 8, tutte le classifiche parziali con Vos punti e supercombattiva (un po’ a sorpresa, forse per aver combattuto per la causa del Tour) Vollering GPM e Van Anrooij giovani, mentre le italiane tornano a casa senza vittorie, con un quinto posto finale di Silvia Persico quasi graziata dalla Giuria dopo una grave scorrettezza in volata, e un sesto posto di Elisa Longo Borghini che commette molti errori, di percorso e tattici, avrebbe bisogno di consigli dall’ammiraglia, ma forse pure la sua ammiraglia avrebbe bisogno di consigli. Ma la prima di tutte a tornare a casa è stata Marta Cavalli travolta dalla campionessa australiana che a scuola non ha mai studiato quel principio di impenetrabilità dei corpi che fino a prova contraria vale anche nel giù sotto. E a proposito di errori e di cadute, qualche socialdeficiente ne ha approfittato per scrivere che sono la dimostrazione dello scarso livello del ciclismo femminile, ma questi personaggi, che evidentemente si rovinano la vita da soli se si mettono a seguire cose che non gli piacciono giusto per dirne male, non seguono neanche il ciclismo maschile oppure hanno la memoria corta, perché se non volessimo andare indietro alle tante cadute di gruppo al Giro o al Tour maschili basterebbe ricordare quelle assurde dell’ultima Liegi. Qualcuno vuole spacciare questo accanimento come una faccenda solo italiana, ma mentre sabato attendevo la diretta della Clasica di San Sebastian nel pomeriggio sportivo si parlava, pure a lungo, delle offese che ricevono le calciatrici di altri paesi, e allora il problema è più vasto. Poi la diretta di una corsa, la più importante del mondo, ha portato nuovo pubblico, che semmai vede queste ragazze per la prima volta senza conoscerle, e allora ecco l’ignorantone sospettone di turno che, dopo il predominio della Jumbo nella gara maschile, vede una “maglia jumbolesca” vincere una tappa e sospetta e vaticina che un giorno si saprà, ma intanto è chiaro che lui non sa chi c’è dentro quella maglia color discarica abusiva per fortuna presto cambiata, prima con la gialla e poi con la verde, perché non bastassero tutte le vittorie ottenute con tutte le maglie dappertutto in tutte le specialità, Marianne Vos è stata anche una delle persone che più si sono impegnate perché si organizzasse un Tour femminile, e se la vittoria finale non è più roba per lei che nella pur lunga seconda fase della sua carriera si è dovuta contenere e in salita si stacca, si può dire che Marianna ha ottenuta una sorta di vittoria morale, tipo quella che piace tanto agli uomini della RAI, con vittorie di tappa premiazioni sfoggio di maglie popolarità, e sul palco sorrideva come se fosse una principiante, arrivando pure a dichiarare dopo la prima vittoria di tappa che quella era la sua più importante, però stavolta mi spiace non posso essere d’accordo con lei.

Ed ecco il quiz finale

Dopo la settima tappa Annemiek Van Vleuten è avvicinata dalla mascheratissima Marianne Vos, cui il covid che le ha impedito di correre la Roubaix già le è bastato. Nell’immagine si vede Marianne alzare un braccio. Cosa fa la Vos con AVV?
1. Le da un cazzotto così per sportività.
2. Le toglie un capello dalla maglia.
3. Si complimenta dicendo che temeva di arrivare fuori tempo massimo.
La risposta esatta è la 3 perché queste due non sembra ma sono delle grandi mattacchione.

C’est plus facile

Per una ciclista che solo su strada ha vinto 241 corse UCI può sembrare facile vincere una tappa del Tour, ma non è così. Però che Marianne Vos stia meglio in maglia gialla che con la divisa color discarica abusiva della sua Jumbo questo sì che c’est plus facile.

Ciclisti erranti

E’ finito un Tour de France che rimarrà memorabile, almeno finché la memoria ci assisterà, eppure non è stato esente da errori. La sconfitta di Pogacar dovrebbe risollevare tutti perché un fenomeno imbattibile poteva nuocere al ciclismo da vari punti di vista, e lo sloveno ha detto che dovrà imparare dai suoi errori, ma non sappiamo a quali si riferisce. Molti pensano ai tanti scatti e all’aver inseguito un Rambic poco credibile perché, anche se nessuno sapeva che aveva delle fratture, pochi giorni prima si era sistemato la clavicola da solo. Altri pensano che sia stato un errore correre alcune classiche primaverili come il Fiandre, anche se io ho avuto l’impressione che, per motivi di scuderia, nella prima parte della stagione l’obiettivo da centrare a tutti i costi era l’UAE Tour e poi abbia continuato a correre sfruttando la condizione. Ma anche il vincitore Vingegaard ha fatto uno sbaglio che poteva essere ben più grave: nella crono del sabato ha corso a tutta come se fosse lui a dover recuperare e ha rischiato di sfracellarsi in discesa. Rimasto in piedi ha poi rallentato, forse per la paura, forse per lasciare la vittoria di tappa a Van Aert, o forse per godersi una passerella finale salutando il pubblico. E già, perché la tappa finale di Parigi è praticamente la passerella ufficiale, ma c’è ancora da sudare perché lì è come se un laureando prima festeggiasse con amici e parenti e poi andasse a discutere la tesi. Poche volte non si è arrivati alla volatona accidentata sul pavé degli Champs-Elisées, e la più clamorosa fu nel 1979 quando andarono in fuga i primi due della classifica Hinault e Zotemelk e se la giocarono allo sprint; allora vinse Hinault ma erano tempi in cui non si storceva il naso di fronte allo strapotere di qualcuno. E quest’anno visto che i primi due hanno corso sempre vicini vicini si poteva ipotizzare un finale analogo, e all’inizio della tappa davvero è partito Van Aert ed è stato raggiunto prima da Tadej e poi da Jonas ma era per ridere e si sono rialzati, e quindi via ai brindisi e alle foto, il primo con la moglie e i genitori, poi con lo zio e i cugini, cioè no, però tutti i Jumbo e poi tutti i danesi. La foto più difficile era quella della Ineos che ha vinto la classifica a squadre e sono arrivati alla fine tutti e otto, bisognava farli entrare tutti nella fotografia ma allo stesso tempo stare attenti a non allargare troppo l’immagine perché ai lati della carreggiata c’erano vari ciclisti previdenti che svuotavano la vescica prima di arrivare a Parigi. Dicevo gli errori, non li hanno commessi solo i ciclisti, ma pure i giornalisti. Nella conferenza stampa definitiva del sabato qualcuno ha chiesto a Vingegaard se fa uso di doping; ma siete scemi? Intanto la domanda è infelice e mi fa pensare anche che i sospetti sul doping nascondano pensieri etno-razzisti: Vingegaard è danese come Riis e Rasmussen quindi si droga, ma prendete pure Marcell Jacobs, credo che se fosse stato statunitense nessuno avrebbe sospettato niente ma un italiano come si permette di vincere i 100 metri alle Olimpiadi? E parlando di atletica, perché nessuno va a fare la stessa domanda a chi in questi giorni ha avvicinato i record di personaggi inquietanti come Florence Griffith-Joyner buonanima? Ma poi che ingenuità: ma pensate davvero che se qualcuno si dopa poi lo dice tranquillamente ai giornalisti? Armstrong e Virenque, per dire, hanno negato finché hanno potuto e Pantani se glielo chiedevano si arrabbiava. Vabbe’, ridendo e scherzando i ciclisti passano nel Louvre ed entrano nel circuito finale, gli ex come il Garzo dicono che a quel punto viene la pelle d’oca ma pure per gli spettatori è una liberazione perché si inizia a fare sul serio. E di tentativi di fuga ce ne sono, anche di Pogacar nel finale ma nello stesso momento Ganna ha la stessa idea e finiscono per pestarsi i piedi a vicenda. Si arriva alla volatona con quel bestio di Kristoff che fa a spallate con la lanterna rossa Calebino Ewan (Alexander si sarà abbassato un po’ perché la spalla dell’australiano gli arriva al ginocchio) e vince Jasper Philipsen, confermando che in questi ultimi anni non c’è un velocista nettamente e costantemente superiore com’era stato in passato con Cavendish e Kittel, il contrario di quello che avviene tra le donne con Lorena Wiebes. E infatti poche ore prima sullo stesso circuito si era conclusa la prima tappa del Tour femminile, che fa la staffetta con quello maschile, e Lorena ha dato un po’ di biciclette alle sue avversarie, da Kopecky terza a Balsamo settima passando per Barbieri quarta. Sì, però qualcuno informato dirà che Wiebes ha vinto di pochi centimetri, ed è vero, ma la battuta è Marianne Vos che è un mondo a parte.

Questa viene ritenuta la prima edizione del Tour femminile, come se quelli corsi in passato fossero dei falsi, dei Tour made in China, eppure ricordo che ai tempi di Maria Canins si correva parallelamente agli uomini. Comunque sia, gli uomini RAI hanno accennato alla cosa esclamando: “Finalmente, era ora!”, ma la RAI ha fatto il grave errore di non comprare i diritti per la trasmissione della corsa, anche se ciò non sminuisce la bontà del prodotto offerto in queste tre settimane, almeno secondo loro, e infatti Pancani si è complimentato con Rizzato, Rizzato si è complimentato con Pancani ed entrambi si sono complimentati con Garzelli, il quale ha voluto finire alla grande con la sua esatta pronuncia del luogo che ha ospitato l’ultima tappa: gli sciamp elisé, che potrà sembrare un errore ma è solo un lapsus spiegabile con il fatto che il Garzo ha dovuto elidere gli sciampi dalla sua vita.

Dato che siamo in tema di “estetica” parliamo pure di maglie. In occasione del Tour alcune squadre, che ci si è abituati a vedere con una divisa, per l’arrivo di nuovi sponsor o omaggi vari o altre circostanze, cambiano maglia e quest’anno è successo che più squadre si sono buttate sul blu e si aveva difficoltà a distinguere Trek, Alpecin, Israel, mentre quella inconfondibile era la maglia color discarica della Jumbo-Visma.

E’ sul blu pure la maglia che indossa la SD Worx nella gara femminile, ma si tratta di una divisa disegnata l’anno scorso da Amy Pieters che a dicembre fu investita e andò in coma, ma dopo mesi ne è uscita e sta recuperando, quindi ben venga questo omaggio. In chiusura un ultimo errore è stato dei media in generale per non aver dato abbastanza spazio a una vittoria altrettanto significativa se non di più. E’ vero che l’ha ottenuta la meno vincente delle squadre professionistiche in una corsetta slovena, il G.P. Kranj, ma il vincitore è Andrea Peron, finora noto soprattutto per le lunghe fughe nella Milano Sanremo, che corre nella Novo Nordisk, la squadra giramondo che ingaggia solo ciclisti con il diabete, e pensavo che tra antidoping covid e diabete chissà quanti controlli fanno ogni giorno.

Perline di Sport – toccate

Non mi tocca personalmente, ma mi dispiace vedere che le vittorie delle atlete italiane negli sport fighetti trovano sempre spazio sui media generalisti mentre le simpatiche cicliste che vincono medaglie a carrettate sono sempre snobbate anche se praticano uno sport con una bacino d’utenza molto più vasto di altre discipline. Comunque nessun rancore e anzi salutiamo il sottosegretario uscente allo sport con le immagini di una delle sue memorabili imprese.

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Cospiratori

Mi verrebbe da inventarmi una teoria cospirazionista. Chi sono oggi quelli che danno più fastidio all’Ordine Economico Mondiale A Fini Di Lucro? Sono quei cavolo di ambientalisti che non gli va bene niente e dicono che fa caldo e sono contro i combustili fossili eccetera eccetera, quando c’è gente che invece il petrolio lo spalmerebbe pure sul pane al posto della nutella. E allora per metterli in cattiva luce basta fargli fare delle azioni antipatiche, basta trovare qualche attivista incapace da circonvenire, nei movimenti ce ne sono sempre di fanatici esaltati convinti di essere nel giusto, anzi nel giustissimo, e che quel giustissimo vada perseguito con ogni mezzo, per fare un esempio relativamente recente non so se avete avuto colleghi simpatizzanti pentastellati nel periodo della scatoletta di tonno, ecco. E allora capita che nello stesso giorno c’è un’azione agli Uffizi nella sala del Botticelli e la terza protesta al Tour, dopo un paio nelle classiche belghe primaverili. Plausibile, verosimile? Boh. La tappa brevemente interrotta era per velocisti che spesso vuol dire una tappa noiosa, invece questa ha avuto altri momenti di vivacità come quando l’inarrendevole Pogacar ha accennato un attacco, ma in generale credo che parteggino per la volata solo i congiunti dei velocisti, non so se il tifo nazionalista italiano era sufficiente ad auspicare volatone ai tempi di Cipollone e Petacchi, ma ci sono anche quelli che cospirano contro la volata di gruppo. Poi a me piacciono i tentativi da finisseur, e in più il velocista che preferisco, cioè Caleb Ewan, non sta attraversando un buon momento, e Van Aert ha deciso che oggi dovesse vincere il compagno Christophe Laporte. Stamattina ho scritto che Wout sembra voler diventare lo sceriffo del peloton, ma è chiaro che la sua decisione ha valore solo nell’ambito della sua squadra che ha lavorato per quell’obiettivo, che poi quando Laporte è partito nessun squadra aveva uomini che potessero chiudere il buco e lanciare il proprio velocista questo è un altro discorso. Poi si sa che quando un ciclista o una squadra va troppo forte c’è chi inizia a fare cattivi pensieri, ognuno è libero di intossicarsi come crede.