L’ostensione della democrazia

Vicino al municipio c’era una lunga fila di gente e mi chiedevo cosa stavano facendo. C’era un cartello con la scritta La democrazia è qui e allora ho pensato che forse l’avevano finalmente trovata la famosa democrazia che da un po’ era scomparsa e forse l’avevano messa sotto una teca e la gente faceva la fila per vederla e chissà che poi non rimanevano sorpresi o delusi.

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due omonimi in famiglia

Nel 1995 in Gran Bretagna c’erano ancora lo scozzese Robert Millar e i soliti passistoni venuti dall’inseguimento, come Yates e Boardman. Il Team Sky non era immaginabile e forse neanche il suo modo di correre, con gente come Knees o Kiryenka in testa al gruppo a pedalare per molti km a velocità da multa. E Andrea Tafi non era ancora il cacciatore di classiche che diventò dall’anno successivo, e al Giro d’Italia lavorò per Rominger. Ma le sue tirate in testa al gruppo stancavano anche i suoi compagni della Mapei, e allora il gruppetto spagnolo della squadra lo invitò con le maniere forti a darsi una calmata. Mi ricordavo di questo episodio e ne ho cercato traccia su internet, e così ho scoperto che nel duecento c’era un pittore che si chiamava Andrea Tafi. Poi chi segue un po’ il ciclismo giovanile avrà sentito che oggi uno dei migliori under 23 è il nipote di Tafi, che si chiama Umberto Orsini.

Il ritorno delle figurine

Degli album dell’infanzia ho ricordi vaghi; c’erano Cavalcanti Polidori e Wagtmans, e c’era l’albo d’oro delle 5 (cinque) principali corse a tappe: Italia, Francia, Spagna, Svizzera e Belgio. Poi è iniziata la Grande Congiura Mondiale contro il ciclismo, niente più figurine e, nonostante la popolarità non fosse in calo e non c’erano scandali come nei decenni a venire, per alcuni anni le tappe del Giro furono trasmesse in differita. Ci riprovò la Merlin nel 1995, ma l’album, con in copertina Bugno Chiappucci e Berzin, non era granché, con dati difettosi. Ora per il 100esimo Giro ci si mettono la Panini e la Gazzetta. Poche notizie, nessun dato per i singoli ciclisti, ma le figurine sono realistiche. Voi direte: in che senso? Beh, ho aperto una delle bustine allegate all’album, è uscita la figurina di Zakarin e stava cadendo per terra.

La Picciona della Pace

Ieri scrivevo dei manifesti realizzati per la Corsa della Pace. Poiché gli Stati socialisti erano sempre impegnati a educare il compagno cittadino, in questa cartolina del 1951 vediamo illustrato uno dei tanti buoni motivi per indossare il casco.

Il 2004 di Scarponi

Non leggo i quotidiani e non so cosa abbiano scritto in questi giorni su Michele Scarponi. Su internet non ho cercato molto, ma non credo che si trovi chissà cosa. A Cicloweb.it non se la sono sentita di scrivere più di tanto. Ma immagino che in generale non ci si sia soffermati sui suoi primi anni e sul coinvolgimento nell’Operacion Puerto. Sarebbe interessante parlare piuttosto del perché Scarponi andò a correre nella squadra del non ancora famigerato Manolo Saiz, che allora era una delle più forti al mondo e dalla quale è derivata poi l’Astana. Il problema dei ciclisti italiani che si accasano all’estero, ammesso che sia un problema, non è un fatto recente, e, tanto per dire, proprio nel 2004 Rebellin fece la tripletta ardennese correndo per la tedesca Gerolsteiner. Scarponi nel 2003 era stato quarto a Liegi e settimo all’Amstel. Nella primavera successiva vinse la Settimana Lombarda, fu quarto alla Freccia Vallone e Settimo a Liegi. Con questo risultati la partecipazione al Giro avrebbe dovuto essere più che scontata, quasi obbligatoria. Pensate che oggi di un giovanissimo promettente come Egan Bernal, che comunque non ha vinto ancora niente, ci si dispiace che non possa correre al giro d’Italia, che forse al momento sarebbe un po’ troppo per lui. Ma Scarponi correva nella Domina Vacanze, la squadra di Cipollini, il quale l’anno prima aveva superato il record di tappe vinte al Giro stabilito in altra epoca da Binda, anche se il più forte sprinter in giro e al Giro era già Alessandro Petacchi, l’ex fuggitivo diventato velocista per intercessione di Michele Bartoli. Ma Cipollini finché ha corso ha avuto sempre molta voce in capitolo (chiedere a Simeoni), anche quando anziché capitoli erano già solo paragrafi, anche quando era più bravo a lamentarsi (prospettandoci il suo futuro da Umarell del ciclismo italiano) che a vincere volate, sempre a patto che le sue guardie lo portassero a sprintare in testa da solo lontano da altri velocisti peones arrembanti, anche a costo di beccarsi loro una squalifica (chiedere a Fagnini). In conclusione, la squadra per il Giro del 2004 fu fatta per Cipollini, che non vinse niente e si ritirò alla settima tappa, mentre Petacchi vinse 9 tappe 9. E Scarponi non fu selezionato per il giro e si accontentò di vincere un’altra corsa a tappe, la veterocomunista Corsa della Pace, un residuato bellico della guerra fredda, nota anche come Varsavia Berlino Praga, per la quale, almeno, si facevano belle cartoline e locandine, non come quelle porcellone che fanno in Belgio.

 

 

avvincenti avventure

Non siamo più nel secolo scorso, quando le edicole erano piene di fumetti disegnati male e scritti peggio; oggi c’è molta più professionalità e, di conseguenza, più qualità dei prodotti. Così anche un giornalino che si potrebbe sottovalutare come Playmobil magazine, ritenendolo solo un prodotto per bambini, nel numero 2 presenta due avventure avvincenti con protagonisti le action figures della casa. Nella prima storia, Un ladro in cantiere, un ladro compie una rapina in una banca analogica di Playmo-City e nasconde i soldi in un cantiere. F. e M. (non dico i nomi per non fare spoilerismo) sono due operai che proprio in quel cantiere svolgono il loro lavoro, faticoso ma tranquillo perché la Playmobil non ha ancora realizzato il pupazzo dell’umarell. Sfogliando il giornale che un loro collega utilizzerà per farsi il classico copricapo, perché lui lavora a nero e quindi non si mette il casco, i due leggono della rapina e della ricompensa che è stata offerta per chi riesca a catturare il ladro. Le forze dell’ordine, infatti, non hanno agenti da disporre a tale bisogna, poiché sono quasi tutti impegnati nel delicato compito di fare la scorta a politici magistrati e scrittori di bestseller, e qui va ricordato che di fronte a una storia di fantasia il lettore deve disporsi ad accettare anche situazioni narrative poco credibili come questa. I due operai calcolano quanto dovrebbero lavorare per guadagnare il corrispettivo in voucher dell’ammontare della ricompensa. Intanto, dopo due mesi, approfittando del fatto che un operaio fannullone e lavativo si è dato malato con la complicità di un medico compiacente che ha abiurato il Giuramento di Ippocrate, il ladro si fa assumere come sostituto nel cantiere per recuperare il bottino. Ma i due operai scoprono le sue macchinazioni, messe in atto appunto con i macchinari edili, e, grazie anche alla maldestria del ladro, lo acciuffano e lo consegnano alla polizia che sorvola sulla faccenda della ricompensa, ma i due eroi ridono comunque soddisfatti, e cosa c’avranno da ridere non si sa, però l’avventura si chiude qui. La seconda storia, intitolata Fuga dall’arena, ci porta al tempo dell’antica Roma, quando, per risparmiare sulla spesa pubblica, l’Impero dismise le arene demaniali vendendole ai privati per quattro sesterzi. Il proprietario dell’arena dove combattono i due protagonisti G. e N. gestisce anche un giro di scommesse clandestine sui duelli, e nell’evento clou della prossima riunione è previsto proprio il combattimento tra i due. Ma G. e N. sono amici e decidono di combattere per finta senza ferirsi, e quando il proprietario li incita a malmenarsi i due gli scagliano addosso serpenti e scorpioni vivi, spaventandolo come se si trattasse di uno di quegli show televisivi dove ai concorrenti fanno cercare le perle in mezzo ai porci o fanno mangiare il cervello di scimmia, e ne approfittano per scappare. Il finale è aperto: i due, anche se tra di loro non si sono fatti del male, non sono comunque degli intellettuali pacifisti smidollati drogati, ma veri uomini amanti della pugna, grande o piccola che sia, e si propongono di andare in Egitto, dove ci sarà una campagna militare, a esportare un po’ di democrazia. Ma i due sono su un carro e non si capisce come potrebbero arrivare in Africa, se non c’è manco il ponte sullo stretto per fare tappa in Sicilia. E poi quei due puzzano di bruciaticcio, come direbbe Totò, e non si può escludere che cambino programma e se ne vadano a Mykonos.

LA ZERIBA SUONATA – libri, ciclismo e musica da ballo

Non si può criticare qualcosa che non si conosce, un libro non letto, un film non visto o un disco non sentito. Però posso raccontare perché non ho comprato Storia e geografia del Giro d’Italia del giornalista e cicloamatore Giacomo Pellizzari, appena edito da UTET con l’inevitabile copertina color rosa, che se fanno un libro sul Giro con la copertina azzurra o uno sul Tour con la copertina verde anziché gialla lo compro a priori. Il libro di Pellizzari ha una fascetta su cui è scritta una frase di Nicolò Carosio: “Primo Fausto Coppi, in attesa di altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo.” C’è anche la versione secondo cui disse “musica classica”, ma, quale che fosse il genere musicale irradiato, quella frase non fu pronunciata al termine di una tappa del Giro, ma, ce l’hanno ripetuto a marzo, all’arrivo della Milano Sanremo del 1946, e allora ho pensato: cominciamo bene. In attesa di un altro libro, preferibilmente senza alcuna fascetta, trasmettiamo musica più o meno da ballo.